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Tutti ingabbiati nella scatola del "Vanja": Alex Rigola esalta Cechov

PADOVA – La libertà sembra ad un passo. Tutto ci dice che puoi smettere quando vuoi: di stare qui dentro, di recitare, di essere altro da quello che senti essere la tua più vera ed intima natura. Tanto che la porta è aperta, ma nessuno ne esce, il soffitto non c'è ma un altro, più in alto, è pronto a inglobarti e chiudere la visuale verso le stelle. Anzi rimanda il tuo stesso riflesso, piccolo, colorato, nel vetro a metri di altezza. Non si tratta di Cechov ma di vita, reale, calpestata, vissuta, intrapresa, questo “Vanja. Scene di vita” molto particolare, curioso, diretto e progettato da Alex Rigola (che qui aveva già realizzato un “Giulio Cesare”) per lo Stabile del Veneto che già ne aveva realizzata una versione a Barcellona. L'ex direttore della Biennale Teatro, da lucidissimo sognatore, ha ideato un cortocircuito di scatole cinesi, una dentro l'altra, di matrioske a contenersi, ad implodere, il pubblico dentro la storia, gli attori dentro i loro ruoli ma anche dentro la condizione attoriale all'interno di un classico che, in quanto tale, parla all'oggi, a tutti e non fa prigionieri, questa scatola magica di legno posta in un chiostro dal soffitto di cristallo che rimanda ad un altrove._DSC1019.jpg

Come fosse un continuo gioco di possibilità e triangolazioni qui gli attori “giocano”, nel senso dell'accezione del verbo play in inglese, ad essere i personaggi dello Zio Vanja cechoviano; ma, attenzione, non è soltanto un vezzo d'antan di teatro nel teatro pirandelliano qui, ad esempio, il solido e feroce Michele Maccagno è sulla scena sia Michele che Vanja come a riportare una più potente ed alta verità dentro l'involucro del ruolo, come ad innestare la figura di quella linfa che tutti ci percorre e percuote, come a sezionare e centellinare il carattere del personaggio in ognuno di noi, come a richiamarci, nessuno escluso, ad una sorta di responsabilità, di ulteriore consapevolezza: siamo a teatro ma non siamo solamente a teatro, Cechov ci guarda, ci scruta, ci parla, se lo ascoltiamo davvero ci fa sentire piccoli, in difetto, senza accuse però, ma è un riconciliarsi con le proprie piccole meschinità, con i nostri nei quotidiani, con le nostre incapacità, plausibile nella natura umana, con i vizi, le negligenze, la pigrizia, il mancato coraggio, aspetti più pericolosi e difficili da combattere e vincere.

I _DSC1066.jpgquattro (ci sono anche Antonietta Bello, Angelica Leo e Ruben Rigillo, affiatati, energici, a tratti poetici, dentro e fuori, interpretando loro stessi e le loro figure), persone e personaggi, attori e i loro rispettivi ruoli, recitano (vivono?) su una striscia (di Gaza? nella quale sono confinati), un limbo, schiacciati da questo quadrato di compensato eretto, affollato (70 spettatori a sera per cinque settimane di repliche: un bel progetto davvero; ad aprile 2020 sarà al Museo Madre a Napoli) con quattro tribunette dove il pubblico sta appeso, aggrappato, respirandogli addosso. Con questa poca mobilità, con questa esigua possibilità di movimento, i quattro, addosso a questa frontiera (sembra quella tra Messico e USA o ancora quella tra Colombia e Venezuela, o ancora quella di un chiostro da ora d'aria carceraria) camminano su e giù, strofinano sul legno fresco, si aggirano quasi bidimensionalmente, di profilo, come disegni antropomorfi neri su vasi etruschi. Sembrano origami schiacciati dal tempo e dall'impossibilità di fuggire da se stessi, dal ruolo che gli è stato assegnato (a volte ci siamo assegnati), dove tutto pare già scritto e impossibile da cambiare, immutevole, scritto sulla pietra. Sembrano pronti a quei confronti all'americana da film a stelle e strisce dove qualcuno, noi in platea in questo caso, dobbiamo decidere e riconoscere il vero colpevole. Ma è uno specchio: Cechov, Zio Vanja, i classici, ci parlano di noi, ci scuotono, ci toccano in profondità.

Se i quattro sembrano in attesa di verdetto, o nell'agonia che precede la fucilazione, i nodi e i chiodi alle loro spalle, compressi e compresi nell'impiallacciato dietro le loro schiene a fare da fondale minimalista, appaiono come fori di pallottole, proiettili che non hanno mirato al bersaglio grosso, oppure spari di altre recite che hanno ucciso, ma solo temporalmente, i personaggi del teatro che, come araba fenice, si riformano e rinascono ogni qual volta che c'è qualcuno disposto ad ascoltare nuove vecchie storie. C'è una cappa, nei gesti, nelle parole, che li affossa, che ci soffoca, una languidità, uno scorrere melmoso, nebuloso e faticoso del tempo che tutto avvolge e inabissa, socchiude e tace, assoggetta e silenzia ogni tipo di ribellione o voglia di cambiamento: tutto deve rimanere come è sempre è stato. _DSC1073.jpgChe è sicuramente più semplice. Hanno le spalle al muro, fisicamente e metaforicamente, possono solo guardare quell'orizzonte piccolo, chiuso, circoscritto, non possono sognare oltre quella loro immaginaria siepe oltre la quale nessuno ha, ha avuto ed avrà, il coraggio di gettare il proprio cuore, il proprio domani, la propria felicità.

La struttura, il box ligneo, la gabbia (in qualche modo ci ha ricordato quelle, più claustrofobiche, de “La tana” di Luigi Lo Cascio o “Stranieri” delle Albe) è a tutti gli effetti il quinto personaggio in una messinscena scarna e pulita dove solo pochi altri tocchi riempiono gli occhi e l'immaginazione: un bonsai, qualche post-it, una scritta vergata sul legno che se ne sta lì campeggia e ammanta ancora di più i quattro sempre più minuti e deboli dentro questo dispositivo che li vede perdenti, minuscoli ingranaggi di un processo più grande di loro del quale sono meri esecutori, proprio perché non hanno l'ardire di voltare pagina. Potente, latente e pressante è, come spesso accade, colui che non c'è (come il padre di Amleto), che non si palesa, in questo caso il Professore (che è un disegno attaccato al muro), il perno attorno al quale tutto si muove, colui che ha fatto scattare l'interruttore e che ha dato, a tutti gli altri, una ragione, anche se vessatoria e di sottomissione, di vita, un motivo per lamentarsi, _DSC1242.jpgdi intrecciarsi inestricabilmente (come rami d'albero) agli altri.

In questo stallo da preghiera laica, dove tutto è bloccato come in un finale di partita scacchistico, si rimpallano, in un ping pong lacerante e ferente, colpe infelici e destini azzoppati. Quello che mettono in scena è un fine vita grave, è una lunga agonia plumbea che scivola in un'eutanasia, un ultimo spasmo pesante, un rantolo, un soffio furtivo, una sospensione, un funerale. Aria di sconfitta. Siamo tutti, come i quattro, marionette (spesso consapevoli) di un grande burattinaio che, a volte scrutandoci allo specchio, ha i nostri stessi connotati, è per questo che ci inventiamo altri nemici, è per questo che è così difficile abbatterlo. La vita non è come credevi che fosse, la vita non è quello che avresti voluto fare ma quello che sei riuscito a fare. La vita è cruda e, spesso, indigesta.

Tommaso Chimenti 10/06/2019

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