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"Vangelo" di Pippo Delbono in streaming per l'iniziativa #laculturanonsiferma

Un uomo aggiusta una fila di poltroncine rosse in attesa dell’arrivo degli ospiti. Piano piano, uomini e donne vestiti dei loro abiti migliori si accomodano sulle sedute. Lo spettacolo sta per cominciare, con un richiamo quasi filologico alle coreografie umane di Kontakthof di Pina Bausch. Dal buio solo una voce, in principio acusmatica, quella roca e profonda di Pippo Delbono, che con energia demiurgica si accinge a modulare una liturgia di luci infuocate e ombre luciferine, di cui Sympathy for the Devil e Stairway to Heaven incarnano i due poli opposti e complementari.

Tutto inizia da un ultimo desiderio: sul letto di morte, la madre chiede al regista di dedicare uno spettacolo al Vangelo, per dare «un messaggio d’amore». Ma il Vangelo, per Delbono, non è certo solo amore. È anche rabbia, paura, angoscia. È l’odore stantio delle chiese d’infanzia, mani nodose che sgranano rosari, bocche che mormorano preghiere dolenti, teste abbassate, crocifissi sofferenti e un solo, temibile ammonimento: mea culpa, mea culpa, mea culpa. È una Chiesa che ha costruito i propri muri possenti lasciando fuori Cristo. Poche parole, nella storia, sono forse state fraintese più di quelle del Rabbi: dov’è la libertà che celebrava, dove l’amore? Il gesto di Delbono si configura allora come un movimento di scavo e di recupero: recupero di un Dio che sappia parlare a tutti, anche a chi non si riconosce in una religione fatta di dogmi e dottrine.

Il Vangelo di Delbono ci parla del sentirsi inadeguati, del non riuscire a rispecchiare un’aspettativa, del non sapersi integrare in un orizzonte sociale che già da tempo ha stabilito chi sono i buoni e i cattivi, chi i giusti e gli sbagliati. Ma qualcuno si rifiuta di chinare il capo e, per quanto doloroso, decide di cambiare strada per cercare la propria verità, fatta primariamente di amore: ferito, reietto, inseguito negli anfratti più oscuri della vita materiale. Incarnato dall’abbraccio di due amanti, che si prendono e lasciano sotto l’egida di forze invisibili - un rimando potentissimo all’abbraccio nevrotico, sciolto e ricomposto forsennatamente sul palcoscenico di Café Müller (ancora una volta, come una stella polare, Bausch) - il tema amoroso si materializza nei teneri versi di Prévert come nelle immagini sensuali di Sant’AgostinoQuid autem amo, cum te amo?»), dove sotto la dedizione religiosa sembra annidarsi una passione ben più umana. Musica e poesia si agglutinano ai corpi in scena e svelano dell’amore ogni piega. Con Pavese si rivendica la libertà, amando, di non dover nascondere le proprie debolezze per timore della sopraffazione; con Pasolini, invece, ci si china verso gli umili, i deboli, gli infimi: quegli ultimi che, presto o tardi, saranno i primi (Matteo 20, 1-16).

Non manca in questo Vangelo un comprimario ineliminabile, l’angelo ribelle cacciato dal Paradiso. Tuona così il grido blasfemo: «Io non credo in Dio!», seguito da una dichiarazione ancor più sacrilega: «Preferisco il diavolo, madre: almeno il diavolo è un po’ più femminile. Almeno il diavolo è bisex». L’inno dionisiaco prende vigore: su una musica incalzante si alternano danze e possessioni, mentre Lucifero in persona, con corna e giacca vermiglia, prende parola, sulla scia del testo dei Rolling Stones: la voce di Delbono si deforma per impersonare l’eco sfrenata della creatura più reietta di tutte, che smette quasi di fare paura, in un vorticoso sabba che ha un solo scopo: la liberazione da tutte le catene pregresse. Tra le note leggere di Alan Sorrenti e le musiche ipnotiche composte da Enzo Avitabile, la rivoluzione sembra scoperchiare un nuovo tempo: quello del riscatto dai peccati, dell’espiazione di «tutto quello che non dovevamo espiare».

C’è poi un altro grande capitolo di questo Vangelo per immagini: la compassione, ovvero «scendere nelle zone più nere, e quando sarai lì troverai qualcuno e risalirai insieme». Sia questo qualcuno Bobò, perla preziosa del teatro di Delbono, venuto a mancare due anni fa, o un volto d’uomo che sussurra, senza quasi più nulla sperare: «All my life I’m escaping». Dov’è Dio? Tra i letti degli ospedali psichiatrici, sotto le macerie della Siria, in fondo al mar Mediterraneo? E il popolo, sceglie ancora Barabba? Lascia ancora che Cristo, nel corpo ossuto e inerme di Nelson Lariccia, venga crocifisso? Rifiuterebbe di partecipare a un sacrificio consumato da tutti gli altri? Prenderebbe per mano un estraneo chiamandolo “fratello”? Queste domande non vanno rivolte a qualcosa di indistinto e generico come la “massa”; queste sono le domande da rivolgere a noi stessi.

Con uno spettacolo che, come è abitudine di un regista tanto eclettico e polimorfo, prende forma a partire dall’aggregarsi e disgregarsi dei corpi sulla scena, viene costruito pagina dopo pagina un nuovo messaggio evangelico, laico e intimo. Sulle note di Jesus Christ Superstar e sotto una pioggia di petali rossi, un nuovo rituale collettivo si avvera davanti agli occhi del pubblico: la chiave, ci dice Delbono, è abbandonarci a una danza variopinta e giocosa. Senza più paure, senza più giudizi. Solo ciò che siamo, nell’aria tersa di un giorno nuovo, semplice come una mattina d’infanzia.

Pippo Delbono prende parte al cartellone #laculturanonsiferma, presentato dalla Regione Emilia-Romagna in collaborazione con Emilia Romagna Teatro. Assieme a Dopo la battaglia (2011), i video degli spettacoli Questo buio feroce (2006), Orchidee (2013) e Vangelo (2016) saranno disponibili sul sito di ERT per un mese dalla data di pubblicazione.

Maria Giulia Petrini

24/04/2020

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