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Il Passato "Urge" e ruggisce perché vuole essere raccontato

TREGGIAIA – Cos'è che veramente urge nella nostra vita? Che cos'è che ci preme, che ha voglia, necessità di uscire, di esondare e travalicare? Che cosa non possiamo più trattenere e dobbiamo esternare dopo tanto silenzio, quali pensieri dobbiamo materializzare soprattutto a noi stessi? La nuova riflessione di Andrea Kaemmerle, sempre votata al comico e al brillante, prende appunto il titolo e lo spunto da quell'imperativo, “Urge”, quasi una sentenza, un alibi, una scusa, una giustificazione, come un bugiardino che avverte che qualcosa sta per scoppiare, senza essere caustico o catastrofico, che qualcosa sta per cambiare, perché lo vogliamo, perché è giunto il momento, dopo tanta compressione, della giusta esplosione. Le sue parole (anche questa volta dà una ulteriore prova di come sa maneggiare la scena e la platea, di come muove a suo favore, e verso la riuscita dello spettacolo, piccole mosse o inconvenienti, riuscendo sempre a tastare e annusare la serata facendo dell'improvvisazione e dell'intelligenza attoriale i cardini del suo mestiere senza che questo faccia di lui un “mestierante”) toccano, in un alluvione che ci investe, vari temi partendo, come molte altre volte, con un critica ad un certo tipo di teatro (a propositivo Guascone Teatro quest'anno è rientrato nei finanziamenti del FUS: complimenti), quello pomposo e annoiante, fino a concentrarsi sull'amore, l'amore che regola le stagioni dell'uomo, l'amore che fa soffrire, l'amore che ci fa crescere, l'amore che ci dà consapevolezza, l'amore cantato dai cantautori di casa nostra con spirito diverso, dal depresso all'ottimista, dall'angoscioso al melenso. Accanto a lui Francesco Bottai, gatto mezzo del duo pisano rimasto orfano, che accorda Battiato e Cocciante, Vecchioni e De Gregori fino a Gino Paoli per concludere con Massimo Ranieri, che diventano pretesti per le invettive e le storie dell'affabulatore, per un'analisi filologica approfondita semantica dei testi applicati al sentimento che tutti ci unisce, fino a scandagliarne le stupidità, le banalità, le stucchevolezze, le sciagure, le sconfitte lessicali e di senso.Kaemmerle (1).jpg

Ma la forza di Kaemmerle sta, oltre che nell'oralità del racconto e nel suo incedere scanzonato, anche nell'autobiografia che, a pezzi più o meno ampi, coriandoli a formare un puzzle, tessere di mosaico, riesce ad inserire, salando l'insalata delle sue drammaturgie, parti delle quali se ne constata subito la verità intima, quella patina di fondo di reale, quel sentire, tra il giocoso e il malinconico, che fa rilucere e commuovere, che illumina le parole già dette e quelle che verranno. E nelle sue digressioni, quasi di soppiatto, quasi per pudico candore e vergognoso pudore, ci inocula (il verbo trend topic del 2021) il germe del suo passato al quale ci aggrappiamo e con il quale troviamo vicinanze, similitudini, situazioni che combaciano con le nostre esistenze. E' il suo riuscire a raccontarci il proprio piccolo vissuto e a renderlo universale, attraverso storie minute, al limite dell'insignificante, ma dentro le quali c'è quella poesia che “Urge”, quella vena aperta, tutt'altro che romantica, dalla quale sgorga quella vita, pratica e durge-LH-e1602796355247.jpgisperata ed energica, frastagliata ed entusiasta, che è il suo marchio di fabbrica. Episodi ad un primo ascolto leggeri che nascondono sempre un doppiofondo nostalgico, un lato b che ci porta dentro il nostro passato, il tempo andato, perduto, quel tempo che vorremmo recuperare, quei noi stessi, più piccoli, fragili e ingenui, che vorremmo incontrare oggi per abbracciarli teneramente e per dir loro che tutto si aggiusta, che le diverse età si affrontano, che non è una gara a chi diventa grande prima e che anche i dolori e le batoste servono/serviranno anche se sul momento, quando fa più male, non riusciamo a credere che passeranno così facilmente. Kaemmerle ha sprint e verve e grinta da vendere, è un poderoso marchingegno di umanità e vitalità, è felicità gioconda, è freschezza per gli occhi, è sollievo per l'animo. E quando ci porta dentro i suoi trascorsi giovanili con le prime fidanzate (quella ricca e fascista mentre lui ascoltava Guccini, la gita sulla neve dove lui e i suoi amici si baciarono a turno con un altro gruppo di ragazze che in fondo alla settimana gli avrebbero dato i voti, quella volta che si lasciò dopo una vacanza in Sardegna senza volersi lasciare), dentro i rifiuti ricevuti, dentro quell'inadeguatezza che tutti abbiamo provato e subito sulla nostra pelle, vorresti solo salire sul palco (anche se in mezzo alla natura come in questa replica vista a Treggiaia all'interno del cartellone del suo festival itinerante tirrenico “Utopia del Buongusto”) e abbracciarlo e farti abbracciare, come farebbe un fratello maggiore, un padre.

Tommaso Chimenti 07/08/2021

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