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“L’uomo seme”, racconto di scena di Sonia Bergamasco, è la vittoria della vita sulla disumana follia della guerra

Roma - Un grande albero, stilizzato nella forma e privato dei suoi colori naturali, si staglia al centro del palcoscenico, privo di linfa vitale. Gli scheletrici rami, azionati con delle funi ai lati della scena, sono mossi da un vento funesto. È il vento della guerra che sparge dolore e semina disperazione. Un’allegoria di morte pervade l’inizio de L’uomo seme, racconto di scena ideato, diretto e interpretato da Sonia Bergamasco con il musicista Rodolfo Rossi e il gruppo vocale Faraualla. Andato in scena dal 5 al 10 marzo al Teatro Vascello, L'uomo seme è uno spettacolo concepito in forma di ballata in cui racconto, canto e azione scenica cercano - e trovano - un perfetto equilibrio.
La pièce è tratta da L’homme semence (1919), racconto scritto dall’ottantaquattrenne Violette Ailhaud per condividere il nefasto destino piombato sul villaggio provenzale di Saule-Mort nel 1852. Le prime parole racchiudono la solidarietà dell'anziana signora a tutte le giovani donne all'indomani della Grande guerra: “Ho deciso di raccontare quel che è successo dopo l’inverno del 1852 perché, per la seconda volta in meno di settant’anni, il nostro villaggio ha perso tutti i suoi uomini”. A leggerle, a ridosso del proscenio, è Sonia Bergamasco nei panni di Yvelyne, la ventiquattrenne nipote di Violette che ha ricevuto in eredità il manoscritto. Gradualmente le parole del diario fanno sfumare il personaggio di Yvelyne in quello di Violette che si rivolge direttamente al pubblico raccontando la triste vicenda vissuta all’età di sedici anni.
Nel 1852 gli uomini di Saule-Mort, dichiaratamente ostili al colpo di Stato di Luigi Napoleone Bonaparte, sono arrestati, deportati e uccisi, “falciati via come si falcia il grano”. Le donne restano completamente sole. Per lunghi mesi fronteggiano il quotidiano impegnandosi fino allo sfinimento nei lavori, resistendo alla fatica e alla solitudine. È una vita in totale isolamento che tuttavia non spegne la speranza di un vento nuovo. I loro ventri continuano a bruciare di desiderio: è l’istinto materno, è l’impulso della vita. Le donne decidono di stringere un patto per ridare vita a una comunità distrutta dalla violenza: il primo uomo a varcare la soglia sarà il seme del villaggio. Dopo due anni di attesa l’arrivo di Jean, un maniscalco interpretato dal percussionista Rodolfo Rossi, è “il segnale della fine di un tempo fuori dal tempo”. Il momento della rinascita è enfatizzato dal coinvolgimento scenico di Violette, travolta da un’attrazione inebriante e da un sentimento sincero per quell’uomo del Var. Tuttavia, non viene meno all’accordo preso: per ridonare la fertilità alla comunità rimasta priva di uomini, condivide il suo amore con le altre donne. La forte coesione del microcosmo femminile è rappresentata dal quartetto Faraualla che, oltre a eseguire movimenti e gesti scenici curati dalla coreografa Elisa Barucchieri, canta un repertorio di polifonie a cappella. La funzione del canto, così come delle modulazioni musicali create da Rossi con le percussioni, è essenzialmente drammaturgica e rappresenta un rafforzamento espressivo della parola con suggestioni sonore che sono l’espressione dei sentimenti di Violette. Straordinaria l’interpretazione di Sonia Bergamasco, sia per la capacità di modulare la propria voce – calda, roca, sofferta, vibrante di emozione - sia per l’abilità di uscire dal personaggio di Yvelyne e di entrare in quello di Violette lasciandosi trasportare dal flusso delle parole.
Luomo semeLa forza dello spettacolo sta nell’aver tradotto scenicamente la teatralità insita ne L’homme semence di Ailhaud con una serie d’immagini di grande forza visiva. Tra queste: l’ombra di Jean che si riflette nello specchio d’acqua del fiume prima di approdare nel villaggio; le sagome immobili di due abiti matrimoniali – uno femminile e l’altro maschile - rappresentanti le coppie che non si sono formate a causa della guerra; la prima notte d’amore tra Violette e Jean, vissuta a ritmo di danza. Anche l’albero – realizzato da Barbara Petrecca - ha una grande importanza. È una presenza pregnante, intorno alla quale ruota tutta l’azione scenica, ed è simbolo di vita. Proprio l’immagine dell’albero chiude lo spettacolo ma con una rappresentazione della natura non più cupa e decadente. Ora i rami sono mossi dal vento della vita e accompagnati da un canto di ritrovata speranza. L’uomo seme è la storia di una rinascita, un inno alla vita, la vittoria dell’armonia sulla disumana follia della guerra.

Silvia Mozzachiodi 11/03/2019

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