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Festival ContaminAzioni: "L'uomo alla coque" e "Black out"

ContaminiAmoci di emozioni per la decima edizione di un Festival che, fino al 1° ottobre, porterà ancora in scena al Teatro Orologio un corpus di incontri, esperienze e studi teatrali che spesso svelano piccole perle, incastrate tra storie, parole, gesti, ma soprattutto passioni di giovani grandi artisti.
Tra queste, scopriamo gustose, freschissime e “di origine controllata” le suggestioni de “L’uomo alla coque”, un lavoro di Marco Valerio Montesano e Ada Nisticò che affronta in chiave comica e grottesca le dinamiche di potere, sangue e corruzione di un futuribile, antico ma attualissimo Impero Romano sull’orlo del collasso.
Gli autori e registi sono anche gli abili protagonisti di una Roma decadente e immorale, incarnata dall’espressività graffiante e dall’ingegno malizioso della bella imperatrice/diva d’altri tempi Giulia e dall’esilarante, intenso Romolo Augusto: ultimo imperatore ma anche ultimo dei romantici, consacrato alla pollicoltura con fare nobile, paradossale e irresistibile mentre attende (in vestaglia e ciabatte, coadiuvato dalla voce off di Riccardo Ricobello), l’esercito di un temibile Odoacre alle porte (l’ironico, eclettico e amabile Francesco Vittorio Pellegrino) .
Dialoghi brillanti si mescolano all’atmosfera surreale, ben calibrata da ricchi particolari di scenografia e costumi che donano un look contemporaneo e imperial-vintage alla bravura degli attori: interpreti dal guscio solido che ci conducono al cuore di una pièce dal gusto morbido, denso e corposo come uova illustri di “galline per bene”.

Pillole quotidiane di amori, morti, incesti e tradimenti, siglati anni ’80 e ‘90, magari nel pomeriggio dopo le due, su rete quattro. Assunti regolarmente, mandate in vena tra uno spot e l’altro, tra la cucina più amata dagli italiani e la tv, totem sacro di nonne e nipoti eccitate dall’alluminio di Cuki, cuki, cuki e assuefatte da Crystal Ball colorati, un po’ sbiaditi oggi, nei video sparati a loop del prologo ossessivo di un luminoso, illuminante “Black Out”.
Giorgia Visani e Nicholas Di Valerio si schiantano contro i muri invisibili e dolorosi della dipendenza fisica e psichica, individuale e collettiva, rappresenta da una triade delicata e potente di interpreti (Irene Ciani, Camilla Tagliaferri, Marta Bulgherini) che prendono possesso del palco con un’energia vitale che –disperatamente e letteralmente – si prende a schiaffi. Le performer muovono i passi su un terreno (e un testo) complesso, sfregandosi gli occhi per svegliarsi in sketch decisi e sincronizzati, paranoidi e allucinati come i mood di Ambra ed Heather Parisi, introiettati da una generazione sconvolta e narcotizzata dalla “sottile musica delle televendite”.
In un parallelo disturbante tra tele e tossico/dipendenza (che riporta un po’ al sogno allucinatorio e nichilista del Requiem di Aranofsky), come per le “eroine” spacciate in serie tra il taràttattàra di “Beautiful” e i “Sentieri” oscuri di “Quando si ama”, all’improvviso sparisce qualcuno... e poi, il buio: astinenza, silenzio, ricerca della verità con deboli lampadine che indagano, scrutando tra il pubblico, il coraggio di trovare “una realtà al di fuori della propria realtà”.
Tra divertimento e poesia, lo spettacolo si immerge in foschi abissi che sa esplorare ed esorcizzare, riflessi di ombre cupe che assumono sgargianti venature pop.

Foto: Riccardo Freda

Giulia Sanzone 28/09/2016

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