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"Una ragazza lasciata a metà": il rapporto simbiotico tra Elena Arvigo e lo spazio

Conclude la trilogia di Elena Arvigo lo spettacolo 'Una ragazza lasciata a metà' in scena al Teatro Torlonia. Il monologo recitato dall'attrice trae spunto dal libro esordio dell’irlandese Eimear Mcbride in cui racconta l'interiorità di una ragazza dopo la morte del fratello.

Pianti, ricordi e piaceri si alternano in una confessione intima della protagonista, devastata dal lutto famigliare e alla disperata ricerca della spensieratezza perduta. L'adolescente subisce negativamente l'abbandono del fratello perché non è mai stata accettata dalla sua famiglia, che avrebbe preferito la sua morte in cambio della vita del figlio, e le continue molestie - all'interno dello stesso nido familiare - sono l'aggravante alla quale la sventurata protagonista non riesce a reagire. Aggravante che altera la sua sessualità, che abbraccia dinamiche caotiche e nervose come i suoi pensieri che riaffiorano per poi sprofondare nuovamente nel dimenticatoio.

Vestita con indumenti sciupati e con le calze smagliate, Elena Arvigo riesce a portare in scena una personalità incredibilmente fragile che rispecchia la sua inadeguatezza anche negli indumenti che indossa, negli spazi che occupa e nei movimenti che compie. L'interpretazione colpisce per la sua semplicità, sia fisica che visiva, risvegliando nello spettatore un senso di protezione e comprensione.

UNA RAGAZZA LASCIATA A META Elena Arvigo foto di Manuela Giusto.04

Nell'incipit la ragazzina è rannicchiata tra le foglie e guarda con occhi fugaci il mondo esterno. La scenografia decadente, appassita, inanimata, racchiude lo stato psicofisico di colei che la abita. Man mano che i ricordi vengono esplicitati la protagonista si muove intimorita tra questa natura morta, che la limita nei movimenti costringendola a compiere sempre gli stessi ciclici passi. Ad ogni ricordo una pagina dal leggio viene accartocciata e gettata sul pavimento. Stracciata con odio e disprezzo dalla narratrice, la carta raggrinzita compone una seconda scenografia terrena che prende corpo insieme alle paure e alle insicurezze svelate.

Ad ogni passo il corpo accusa i colpi delle parole pronunciate arrivando ad una consapevolezza straziante. I piedi vengono sollevati sempre con più fatica e le gambe trascinate in avanti con lentezza. Le braccia quasi non si muovono e le ginocchia cedono fino a trovare rifugio sul terreno. Insieme alla figura di lei anche la scenografia viene smembrata e trascinata in basso, la tortura è finita. Rannicchiata di nuovo tra le foglie la ragazza riacquista letteralmente il contatto con la natura, la sua (forse), e si lascia andare ad un pianto liberatorio.

Francesca Totaro

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