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Un’indagine senza soluzione: Ronconi inscena il pasticciaccio di Gadda

“Se so’ sparati a Via Merulana ar duecentodiciannove”. Nel Marzo 1927, il commissario molisano Francesco “Don Ciccio” Ingravallo si ritrova ad indagare su due misfatti avvenuti sullo stesso piano del cosiddetto “Palazzo dell’oro” della già menzionata via. Il furto ai danni di una contessa veneta, da una parte, e la violenta uccisione della ricca signora Balducci. Queste sono le coordinate da cui prende avvio la narrazione. Il multiforme romanzo Quer pasticciaccio brutto di Via Merulana di Carlo Emilio Gadda viene trasposto da Luca Ronconi in un'attenta riproposizione teatrale che fedelmente riporta quella straordinaria complessità letteraria e quella ricostruzione scientifica funzionale al testo. Lo spettacolo venne inscenato al Teatro di Roma nel 1996 ed è attualmente disponibile sulla piattaforma Raiplay (nella sezione dedicata al Teatro).

Un racconto senza un vero finale, un giallo senza (o con troppi?) colpevoli, una ricerca con una soluzione che non arriverà mai e che vede l’intersecarsi di intrecci paralleli e di caratteristici personaggi, ognuno dei quali sembra intervenire nella scena per ingarbugliare ancor di più lo scorrere della vicenda. Il linguaggio composito, cifra stilistica fondamentale dell’opera gaddiana, viene del tutto salvaguardato da Ronconi che decide di non mediare l’autonomia di un peculiare impasto dialettico dal quale svettano espressioni popolari romanesche o meridionali e colte citazioni letterarie e filosofiche. Un doppio binario, “alto” e “basso”, che contribuisce a rendere variegata la storia di per sé già frastagliata e ricca di particolari. La natura scritta dell’opera è ben evidente nella struttura dialogica: tutti i personaggi mescolano la narrazione descrittiva del romanzo che precede l’azione e il discorso diretto vero e proprio. La ricostruzione storica, come nel libro, è esplicitata ma non visivamente determinate.

La scenografia, in cui trionfa un enorme busto del Duce e dove giovani ballila si esibiscono in fascistissime danze, in realtà è spoglia, senza altri riferimenti temporali: lo spazio sembra ricordare il palcoscenico plastico teorizzato da Appia, dove l’essenzialità delle forme si coniuga ad una potente valenza espressiva. Il palco è come una scatola cinese dal cui pavimento fuoriescono ad intermittenza oggetti di scena o narratori-cantanti che riassumono ciò che sta per accadere. Un dinamismo spaziale con cui gli attori riempiono una superficie quasi priva di limiti scenici. I riferimenti al Fascismo risultano essenziali per una riflessione storica ed ideologica su una realtà complessa. I personaggi, ma soprattutto il protagonista, si interrogano sul dover convivere con un regime considerato miserabile e scellerato.

 

Miriam Raccosta

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