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Un’indagine nella psiche, tra sesso violento e amore impossibile: “La bambola” e “La putana” al Teatro dell’Orologio

La ricerca sensibile di un Teatro di parola si cala nei meandri dell’inconscio profondo, in due atti unici affidati all’interpretazione viscerale di Francesco La Ruffa e Isabella Caserta, dal testo di Vittorino Andreoli, che scava nella mente di una società malata, salita sul palco direttamente dal lettino del noto psichiatra veronese.
“La bambola” mette in scena le pulsioni torbide e inconfessabili di un uomo apparentemente comune, un impiegato di mezza età con baffi, occhiali, giacca, cravatta e riporto. Dopo una giornata di frustrazioni, umiliazioni, regole e tabù in ufficio, lui varca l’uscio di casa, si chiude dentro con un lucchetto a doppia mandata e inizia a venerare la donna/fantoccio/oggetto sessuale avvolta in uno sgargiante cartiglio rosso.
Rosso come il desiderio - e le scarpe brillanti (alla Dorothy de “Il Mago di Oz”) - della sua nuova bambola, capelli biondi e un sorriso candido disegnato su un volto che cambierà espressione malgrado la sua immobilità inquietante, impotente e rigida come la paura. “Hai le scarpe che ho scelto” - ordina il miserabile carnefice - “tu non puoi cambiare idea. Tu sei mia. Mia per sempre” e il turbine progressivo di eccitazione e violenza ha inizio: sul corpo immacolato, inerme, ma irresistibile della schiava di gomma si scaraventa prima il piacere represso, esasperato, animalesco, poi il dubbio feroce, squarciato nello sguardo sgomento, cieco di gelosia, di chi non è mai stato amato, neanche da quella madre che invoca e maledice. Morboso sovrano del piccolo regno in cui si rifugia, le pareti della casa in cui è braccato, il mostro possiede e distrugge, padrone della bambola, di pochi oggetti e di un divano bianco che si trasformerà nel calvario di un’atroce solitudine.
Il secondo atto è dedicato a “La putana”, titolo veronese di una pièce apparentemente allegra, ispirata al mondo popolare, che si rivela in breve un monologo bruciante e complesso. La protagonista compone lucidamente una condizione di degrado, tessendola di racconti e tracce comiche percorse da un’impietosa umanità, afferrata - nuda e cruda - dall’icona sarcastica di una “putana per bene”.
La donna vela a tratti una verità ineluttabile e drammaticamente ambigua, e il mestiere più antico del mondo si svela come uno studio antropologico sugli uomini, dai professionisti ai camionisti ai preti del confessionale, tutti al cospetto, o alle terga, della “mona” dalle brillanti scarpe (questa volta, argentate). Grottesca e stravagante, in abiti ose che stringono le forme costrette e compiaciute, la performer si confessa - in un linguaggio schietto e in un dialetto senza filtri – e racconta la sua vita di sesso e abusi, a volte distratta da sfumature goffe, sfacciate e goderecce, altre volte lacerata da ferite, incomprese e incomprensibili, messe via in fretta nella pochette che racchiude tutto il suo mondo. Figlia di forme d’amore traviate, lei non sa combatterle e vi si abbandona, spingendo in fondo allo stomaco il vuoto, la malinconia e un amaro disincanto che vende l’anima per cinquanta euro.

Teatro dell’Orologio
La bambola” e “la putana
Due atti unici di Vittorino Andreoli
Uno spettacolo di Isabella Caserta e Francesco Laruffa
Produzione Teatro Scientifico

Foto: Manuela Giusto

Giulia Sanzone 15/11/2015

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