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"Tutta casa, letto e chiesa", la Lodovini è quattro donne abusate, frustrate, incomprese, sfruttate dal maschio-marito-compagno

MILANO – A prima vista i monologhi di “Tutta casa, letto e chiesa” di Franca Rame e Dario Fo potevano sembrare velati dalla polvere del tempo, vetusti, antichi, sorpassati, datati. Certo hanno quarant'anni ma l'excursus e l'evoluzione dell'immagine, e dell'immaginario maschile sulla, della donna e del femminile hanno preso una piega, più una parabola, che, pur nella libertà dei costumi, ha ricondotto le nostre madri, fidanzate, sorelle, amanti a porsi le stesse domande cariche di ansia e rabbia, altre volte rassegnazione e timori, certamente, spesso, impotenza dell'epoca. L'operazione, pulita e rigorosa, che ha condotto il regista Sandro Mabellini ha portato a molti tagli ed a costruire un percorso basato su quattro donne, la casalinga chiusa in casa dal marito, la donna usata sessualmente dall'uomo, un'operaia che non smette, tra fabbrica e fare la casalinga, di lavorare, e Alice. La donna e la mancanza dell'uomo.FMP_0233-1-e1537257453107.jpg

Ed è stato un piacere vedere in azione Valentina Lodovini, volto cinematografico che qui mette corpo e testa e, grazie a una coppia di fattori vincenti (la fisicità prorompente e dall'altra una grande ironia e un grande senso e ritmo della battuta) risulta perfetta, anche se fisicamente diversissima dall'originale Franca Rame, nell'assumere le sembianze di queste donne abusate nella più completa naturalezza e accettazione sociale, senza che alcuno (nemmeno lei stessa) veda in questi atteggiamenti maschili alcunché di scandaloso, pericoloso, oppressivo. E dire che dai tempi del debutto ('77) ne è passata di acqua sotto i ponti, con il movimento del femminismo che ha portato libertà e consapevolezza, la possibilità di abortire, separarsi. Però, tutt'oggi, le donne, a parità di mansione svolta, guadagnano meno, e siamo nel 2018. La donna oggi si trova di fronte a molte possibilità ma spesso sono castrate dalle condizioni e imposizioni poste dagli uomini, spesso ai vertici della catena alimentare sociale, e deve fronteggiare richieste e invasioni di campo, spesso sessuali, con le quali il maschio riafferma storicamente e ancestralmente, il suo potere sul branco, animalescamente sull'harem.

Lodovini-tutta-casa-letto-chiesa-03.jpgChe sia in guerra, con lo stupro sistematico e l'uccisione o con il mettere incinta le donne della fazione avversaria (come accadde nei Balcani o le vergini rapite da Boko Haram in Nigeria o ancora le yazide comprate dall'Isis) per “ripulire” l'etnia apposta, o in pace, le angherie sul posto di lavoro come tra le quattro mura domestiche, essere donne oggi, anche nel Primo Mondo con diritti accertati, non deve essere semplice, sempre guardate, scannerizzate, fotografate con lo sguardo, volute, cercate, viste come oggetti da poter usare a piacimento. E molto spesso l'amore, quello detto a parole, si trasforma in possesso, in forza, in violenza, in controllo, prevaricazione. L'idea di fondo era quella che se in casa nasceva una femmina questo portava sempre problemi da risolvere; in età prenovecentesche avere figlie comportava lo sforzo e la missione di trovar loro marito e quindi sborsare una dote oppure rinchiuderle in qualche convento e farne suore, e avevano meno forza per lavorare nei campi; in Cina fino a non molti anni fa si è assistito all'aborto selettivo, ovvero se il feto era femmina non si faceva nascere, e adesso a Pechino e dintorni è complicato per la miriade di uomini single trovare coetanee con le quali maritarsi proprio per la scarsità del genere in confronto con la massa maschile.

Nel “Tutta casa, letto e chiesa” (lo scontro con il cristianesimo qui è stato epurato) il dito è puntato sulla parola centrale, quel “letto” che sembraValentina  Lodovini-2.jpg essere il campo di battaglia preferito dall'uomo per rimettere le cose a posto, per riconfezionare il modello di violazione e prepotenza nei confronti della compagna troppo spesso, anche a livello inconscio e inconsapevole, data per scontata e pensata solo in relazione al soddisfacimento di quei pochi bisogni primari (La donna deve essere brava a letto e in cucina...). La Lodovini si muove leggera e leggiadra, cambiando veste ed abito, anche solo con l'aggiunta di un piccolo dettaglio, cambia dialetto, è carnale, terrena, vera, e si sente che se le è cucite addosso queste donne che, pur nella loro finta allegria di superficie, si percepisce chiaramente che soffrono di incomprensione, di chiusura, di limitazioni, fisiche e psicologiche, e che gridano aiuto, pur nell'ironia e nella loro svampitezza, un urlo che sfogano e reprimono, una voce che le seppellisce in quella normalità fatta di attenzioni mancate e di richieste non soddisfatte.

Valentina Lodovini teatro-2.jpgQuando l'attrice di “Benvenuti al Sud” danza vaporosa nella sua sottoveste flamenchista ci ha ricordato la freschezza di Liv Tyler in “Io ballo da sola”. Ed è proprio il suo essere dichiaratamente femme fatale che dà paradossalmente più forza e potenza alle parole di Dario Fo e Franca Rame perché molto spesso l'immaginario maschile crede che se una donna è bella abbia più possibilità e opportunità e che abbia il mondo ai piedi mentre nella realtà dei fatti subisce lo stesso trattamento, le stesse, se non acuite, ingiustizie e malversazioni proprio perché piacente e quindi ancora più desiderata e viscidamente e meschinamente voluta. La prima donna tratteggiata dalla Lodovini (sempre in parte, spumeggiante, frizzante, tiene la scena e la giostra a suo piacimento; si fa subito ben volere dalla platea senza ammiccamenti) è segregata in casa dal marito che la mattina quando va al lavoro la chiude dentro, “Mio marito mi tiene come una rosa in una serra”, e questo lei lo vede quasi come un eccesso positivo di attenzioni e protezione, “Dopotutto sono una donna”, ammette dando ragione al consorte. Lui “mi picchia perché mi adora” e “devo essere sempre pronta per fare l'amore” e “mi sento come adoperata”. Frasi leggere, dette con il sorriso, che arrivano potenti come schiaffi perché non è soltanto letteratura ma, purtroppo, quotidiano. Ecco che le parole del Premio Nobel sono anche una forte critica verso la donna che spesso, certo per mancanza di alternative o di indipendenza economica, accetta supinamente e anzi giustifica le azioni del proprio compagno (come la ragazza che lo scorso anno negava davanti alle domande della Polizia che il proprio ragazzo l'avesse picchiata e cercato di darle fuoco, difendendolo, in Italia).

Nel secondo quadro la donna vorrebbe più sentimento e invece si sente continuamente “sbattuta” prima abortendo poi successivamente partorendo, come dire che le “dimenticanze” e le “disattenzioni”valentina013 1000x600 maschili ricadono sempre, come una scure, sulle vite della donne, “Contesto il fatto dell'incintamento della donna e del maschio mai”. Ed è un crescendo perché poi, nella terza scena, la donna ha un bambino e allora i compiti, che gravano tutti su di lei, si decuplicano, senza aiuto da parte del marito, “Vorrei vivere con te e non abitare con te” mentre nell'ultimo un'Alice moderna, senza Paese delle meraviglie, oggetto della fame maschile (i buchi in cui cade continuamente sono metafore dell'atto sessuale), rivendica il suo non essere un oggetto. E' difficile essere donne, non devi mai avere la guardia abbassata. Le parole della Rame servono, eccome, ancora oggi, per riderne amaro e scoprire lati oscuri nel maschilismo strisciante, anche in chi non crede di esserne affetto, come nell'essere dimesse di molte donne, cercando di recuperare al contempo la sfera del maschio, senz'essere prevaricatore, e l'ambito femminile senza inutili e dannose e frustranti inchini. Le parole di Fo e Rame sono ancora attuali; questo “Tutto casa, letto e chiesa” ancora necessario.

Tommaso Chimenti 15/11/2018

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