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Toni Servillo in “Elvira” al Teatro Bellini di Napoli

Che Toni Servillo fosse un esperto conoscitore del teatro era cosa nota, che sapesse anche parlarne per oltre 70 minuti catturando l’attenzione del pubblico, meno. “Elvira”, infatti, è una vera e propria lezione sul mestiere dell’attore e su cosa significhi realmente fare teatro. Lo spettacolo è basato sulle sette lezioni che Louis Jouvet – tra i più importanti esponenti del teatro francese del Novecento – tenne al Conservatoire National d’Art Dramatique, presso cui insegnava, alla sua allieva prediletta Claudia sul personaggio di Elvira nel quarto atto del “Don Giovanni” di Molière. Le lezioni furono stenografate dalla sua assistente Charlotte Delbo – poi deportata e sopravvissuta ad Auschwitz – tra il febbraio e il settembre del 1940, mentre Parigi veniva occupata dai nazisti. Le sette lezioni divennero uno spettacolo di grande successo già nel 1986, “Elvire Jouvet 40” di Brigitte Jaques-Wajeman, ripreso da Servillo nell’autunno del 2016 al Piccolo Teatro Grassi di Milano, che lasciò dopo un grande successo – 80 repliche – per approdare a Napoli e poi partire per una lunga tournée internazionale: tra le tappe anche quella parigina al Théâtre de l’Athénée, il teatro di Jouvet oggi a lui intitolato. Il ritorno dello spettacolo al Teatro Bellini di Napoli vede la traduzione del testo di Giuseppe Montesano ed un cast formato dallo stesso Servillo nel ruolo di Jouvet, affiancato da Petra Valentini nei panni di Claudia, e dai giovani Davide Cirri e Francesco Marino. Elvira Toni Servillo 3

Servillo si trova alle prese con uno spettacolo di successo, di cui firma anche la regia, portato in scena da Strehler già nel 1986, in quella che lui stesso definisce «un’esperienza che spinge il teatro ai confini della spiritualità». Le prove che la giovane attrice Claudia svolge per entrare nel personaggio di Elvira diventano dunque il pretesto per mostrare quella che è la creazione del personaggio e la stessa concezione di Jouvet del teatro, del quale è nota la distinzione tra acteur, il quale abita il personaggio con la sua personalità, e comédien, abitato da una infinità di personaggi da cui si lascia assorbire. «Per me il teatro è questo» scrisse Jouvet nel 1943 «una cosa dello spirito, un culto dello spirito. O degli spiriti». Le estenuanti ripetizioni del monologo di Elvira da parte dell’attrice Claudia non sono dunque volte alla ricerca di una perfezione, quanto piuttosto alla ricerca del «sentimento nelle parole», del senso profondo di ciò che si sta per mettere in scena. Se l’attore è «qualcuno che viene a consegnare un messaggio suo malgrado», come indicato da Servillo/Jouvet in scena, allora Claudia deve trovare Elvira dentro di sé, effettuare il procedimento inverso rispetto a quello che Servillo indica come tipico delle attrici di oggi, che non recitano più le parti di Ofelia o di Giulietta, ma se stesse in quelle parti. Elvira Toni Servillo 2

In “Elvira”, allora, il teatro si fa metateatro, racconto del teatro stesso, e dunque di per sé affascinante. Lo spazio del palcoscenico, quasi del tutto spoglio, si estende fino alle prime file della platea, da cui Servillo-Jouvet assiste alle prove di Claudia, interrompendo e consigliando. È lui stesso ad indicare le difficoltà di un testo del genere, spoglio di scenografie e musiche, in cui è solo la bravura e il sentimento dell’attrice ad essere centrale. L’atmosfera parigina degli anni Quaranta è rievocata dai costumi e dalle acconciature dei protagonisti e da una leggera musica che accompagna l’inizio e la fine della rappresentazione. Nel finale, poi, la musica lascia il posto all’annuncio radiofonico dell’occupazione nazista di Parigi, che pose fine alle lezioni di Jouvet e pone fine ora allo spettacolo.

Pasquale Pota 15-01-2019

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