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"The merry wives of William" di Laura Pasetti in scena al Sala Umberto: un convincente omaggio sperimentale a Shakespeare

Dopo il debutto al Piccolo di Milano, “The Merry Wives of William” arriva a Roma. In data unica al Teatro Sala Umberto (12 febbraio), l’omaggio al poeta inglese della regista Laura Pasetti incanta il pur esiguo pubblico della platea.
La messa in scena è minimale, tre sedie e gli strumenti musicali delle attrici, per uno spettacolo che deve la propria forza anche alla commistione tra musica e teatro. Le protagoniste dell’opera sono infatti tre musiciste prestate alla scena, la stessa regista le chiama “musicattrici”.merry2
Partendo dalla commedia “Le allegre comari di Windsor”, la scena si apre con le artiste sull’atto di suicidarsi per aver perso il loro amore. Incuriosite dalla comunanza di questo estremo atto le tre scoprono che “la causa della loro disperazione” è la stessa persona: William Shakespeare! Da qui la commedia si dipana in un continuo di sipari in cui tutti i sentimenti umani vengono analizzati e filtrati attraverso la voce immortale del Bardo, accompagnate dalla musica classica contemporanea.
Lo spettacolo è un riuscito lavoro sperimentale, che riesce bene a fondere l’atmosfera delle parole shakespeariane e la magia della musica classica. Parole e musica, sono questi i protagonisti dello spettacolo.
I quadri che si susseguono in bilico tra il comico, il grottesco e la tragedia, sono legati tra loro dalle più famose opere del poeta, si va cosi da “Romeo e Giulietta”, passando per “Macbeth”, “Otello”, sino ai Sonetti. La musica (Roberto Andreoni) sottolinea in maniera molto convincente le alterne emozioni che Juliet, Hannah e Elizabeth vivono. Gelosia, rabbia, orgoglio, fino alla presa di coscienza di aver avuto la fortuna di condividere l’amore per una personalità così grande e unica. Le prove attoriali di Maria Calvo, Laura Faoro e Firmina Adorno convincono, pur dando il meglio di loro nelle parti musicali. L’uso della lingua inglese (è tutto in lingua originale) nei dialoghi è estremamente semplice e non risulta un limite per la messa in scena.
L’ispirazione della regista per un spettacolo così particolare, sembra nascere da quella parola che in inglese ha più significati “to play” (e che in italiano manca). To play come recitare, ma anche come giocare e soprattutto suonare. L’esito finale è quello di un’opera più che riuscita. L’esito finale è quello di un’opera ben architettata, dove l'omaggio a Shakespeare è evidente e estremamente stimolante, la recitazione, nel suo essere minimale, convince ed il tutto è legato in maniera sapiente dall'uso della musica classica. Un’ottima idea che incoraggia e sorprende, per un'operazione colta e che segna un filone da non sottovalutare.

Marco Baldari
13/02/2018

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