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"The dead dogs" di Jon Fosse: in scena il freddo silenzio dell’imprevedibile universo umano

Si respira un’atmosfera cristallizzata, glaciale, silenziosa e sospesa in “The dead dogs” di Jon Fosse, portato in scena dalla Corte Ospitale al Teatro Argot.
Ci si ritrova immersi nella fredda realtà dei fiordi, tra le mura domestiche di una famiglia composta da una madre iperprotettiva e un figlio apatico, che trascorre le sue giornate impassibile, a contemplare la finestra, o sdraiato su una panca. Non esce, sembra non provare emozioni nemmeno quando torna a trovarlo un suo amico di infanzia, è incapace di reagire, pietrificato nella sua anima docile, fragile, incompresa, e nutre un particolare affetto solo per il suo cane, il quale però è uscito senza far ritorno. Il ragazzo così, con sua madre, aspetta l’arrivo di sua sorella e suo cognato, e in ventiquattro ore, in un’unica giornata, nell’imperturbabilità e nei silenzi, succede l’inaspettato, si compie il dramma.
La scoperta del cane morto, ucciso dal nuovo vicino di casa per proteggere la figlia, fa scattare qualcosa nel giovane, il quale, in preda alla disperazione, ma con lucidità, si vendica. Un omicidio che nasce da un lutto, da una perdita che non è solo di un animale, bensì di qualcosa di più profondo e complesso. Un cane non è mai solo un cane: è morte di confidenza, fedeltà incondizionata, supporto, guida, protezione, valori che una volta annullati portano ad estreme conseguenze. dogs
Il drammaturgo norvegese parla tramite silenzi, pause, sguardi persi che si affacciano al di là della quarta parete, verso il pubblico, con una drammaturgia scarna che la recitazione degli attori in scena restituisce totalmente, attraverso una regia che lavora per sottrazione, portando però all’estremo il senso , la complessità dei legami e dei rapporti. In questo oceano di assenze, dietro i dialoghi costruiti su frasi fatte e di circostanza , reiterazioni e parole troncate , si celano drammi interiori, malesseri inespressi, desideri sopiti, incomprensioni, intenzioni, incomunicabilità, imbarazzi familiari.
In questo modo, un animale può diventare più importante di un essere umano, può offrire più affetto di una madre assente nelle sua forte presenza, e scatenare un bagno di sangue. Per il protagonista seppellire il suo cane, vuol dire seppellire una parte di se, che non potrà più esistere, è sfogo di un malessere che cova dentro ed esplode inesorabilmente. Tra le mura di quella casa non accade nulla, tutto avviene fuori, tutte le azioni si compiono all’esterno, aldilà di quella finestra immaginaria che si apre sugli spettatori, mentre i personaggi contemplano l’orizzonte, impassibili.
Una tragedia laconica, precisa, puntale, che Thea Dellavalle e Irene Petris ricreano con luci soffuse, ombre, pochi elementi scenici, essenziali, puntando sulla potenza di un’interpretazione che cattura, coinvolge nei pensieri e nei meccanismi che guidano l’azione. Ogni cosa è ridotta all’osso, ma non il senso di disperazione e angoscia repressi che travolgono e colpiscono il pubblico, mentre sullo sfondo scorrono proiezioni di un cane e didascalie che quasi si perdono sovrastate dal flusso delle emozioni e dall’ intensità di tutti gli interpreti.
“The dead dogs” è dunque un urlo silenzioso, soffocato, attraversato da un velo di comprensione e compassione. Una sinfonia sincopata, una partitura di pause e ripetizioni, malinconica e tagliente. Un quadro espressionista dai toni freddi che consente di vivere i sentieri, i nodi e gli snodi dell’imprevedibile universo umano e il suo esistenzialismo: per esistere bisogna agire, per esistere è necessario soffrire e forse morire un po'.

Maresa Palmacci 02-04-2019

Ph: Manuela Giusto

 

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