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“La morsa – Cecè. Dialogo con la servetta Fantasia”: al Teatro Vittoria di Roma un bricolage pirandelliano per fare il punto sullo stato dell’arte del teatro di prosa

Tra famiglie del Mulino Bianco tutte sorrisi e buon umore e triangoli amorosi che si tingono del rosso sangue del delitto d’onore, il ventaglio sembra essere molto ampio. Eppure, “tutte le famiglie felici si assomigliano fra loro, ogni famiglia infelice è infelice a suo modo” recitava il lapidario incipit di “Anna Karenina”. Ed in effetti ci sono degli elementi quasi archetipici che si ritrovano in ogni situazione e in ogni storia. In Pirandello, abile cerimoniere della meschina quotidianità borghese, l’impressione di déjà-vu e di ridondanza è massima, e giustamente fondata. Da “Il giuoco delle parti” a “Il piacere dell’onestà”, le sue storie pullulano di esempi di non virtuosa fedeltà coniugale. Gli schemi pirandelliani sono un susseguirsi di rompicapi in cui non tutti i pezzi del puzzle sono pensati per coincidere, un susseguirsi di giochi di ruolo in cui ognuno conosce la sua parte e, vada come vada, la porta avanti fino alla fine.

6 1 23Nella visione di Salvatore Iermano, dal composito e significativo titolo “La morsa – Cecè. Dialogo con la servetta Fantasia”, viene scelto il gioco come metafora: la scacchiera è funzionale alla scena ed esplicativa del discorso su Pirandello e sul teatro. Portata in scena al Teatro Vittoria di Roma in chiusura della X edizione della rassegna under 35 “Salviamo i Talenti”, vede Iermano versione factotum, regista e impegnato nell’adattamento insieme a Ilario Crudetti. Sulla scena è coadiuvato da Crudetti stesso, da Chiara Caroletti, Matteo Cecchi, Ilaria Mariotti, Emiliano Pandolfi. Una scena scarna, essenziale: una scrivania a sinistra, dei cubi bianchi e neri mobili al centro e due enormi pedine/totem. “I personaggi sono fissi, come pedine di una scacchiera seguono un percorso preciso”, afferma un Pirandello in veste da camera prendendo commiato dal suo pubblico dopo averlo fatto entrare nel suo retrobottega.
“La morsa – Cecè. Dialogo con la servetta Fantasia” assume i tratti della storia generale del processo artistico attraverso il caso particolare dell’agrigentino. Pirandello presenta se stesso e la sua servetta Fantasia (menzionata nella novella “Personaggi”, 1922) e riflette, sulla nascita delle storie, dunque sui personaggi e sull’attività creatrice: “Il mistero della creazione artistica raccoglie in sé il mistero della vita”, “Si nasce alla vita in tanti modi”. I primi personaggi cominciano a prendere forma, carne e ossa. Sono Antonio, Andrea e Giulia de “La morsa” (commedia del 1892, ripresa nel 1897 nella novella “La paura”). Un mortifero valzer a tre con innesti di tango è la coreografia che funge da preludio e transizione, ma che in realtà rivela i caratteri della storia e l’andamento della vicenda. Il cuore della commedia, però, sta nella parola e nel serrato ragionamento matematico con il quale il marito racconta alla moglie di come ha scoperto tutto dell’amante di lei, attraverso la metanarrazione del tradimento subito da un compaesano. Fino a quel suono di sparo che, come il fischio del treno nella novella del contabile Belluca (1914), risveglia tutti e fa aprire gli occhi alterando certezze e verità presunte. Segue la vicenda surreale di Cesare Vivoli, detto Cecé, e di come riesce ad avere la botte piena e la moglie ubriaca, ottenendo con l’inganno e le lusinghe il denaro dal commendator Carlo Squatriglia e l’amore della mondana Nada. “Ti chiamano tutti Cecé; va’ a ricordarti come sei per questo e come sei per quell’altro e per l’altro. […] vivo sparpagliato in centomila”: parassita dalle mille maschere, Cecé è l’inetto che ce l’ha fatta, l’italiano medio sanza ‘nfamia e sanza lodo.

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Sostanzialmente un collage che alle due commedie contrapposte aggiunge una cornice ispirata alla novella “Personaggi”, non viene apportato nessun contributo davvero originale. Un’operazione simile di pirotecnico bricolage pirandelliano era stata compiuta, ad esempio, dalla Compagnia di MitiPretese con “Festa di famiglia”. Tra i finalisti del Premio Attilio Corsini 2018 (ma a vincere è “Carl – una ballata” di Giulia Bartolini con Luca Carbone ), questa produzione merita sicuramente una menzione per il livello di recitazione degli interpreti: una prosa dall’esattezza e dal nitore scientifici, un gesto scenico minimale e studiatissimo nelle pose, nella camminata, negli sguardi. Degno di nota è pure l’intento di dedicarsi ad un teatro di prosa, troppo spesso evitato o liquidato perché tacciato di tradizionalismo ancien régime. È una messa in scena all’insegna di un'idea classica di teatro, applicata a Pirandello, una delle menti letterarie e drammaturgiche più machiavelliche del teatro italiano del Novecento sul modello del recente “Il piacere dell’onestà” diretto da Liliana Cavani per il Teatro Quirino che, piace ricordare, è stato nominato per la migliore regia all’VIII edizione del Premio “Le maschere del teatro italiano”. Il teatro di prosa è vivo e sta bene.

Alessandra Pratesi
23/06/2018

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