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Al Teatro Vittoria la storia di Ada Byron Lovelace, soprannominata “La fata matematica”

La rassegna del Teatro VittoriaLe donne erediteranno la terra” si chiude con un omaggio ad Augusta Ada Byron Lovelace, soprannominata “La fata matematica”, titolo dello spettacolo della regista Valeria Patera in scena fino al 16 maggio.

È lei a spiegare, la sera del debutto, l’importanza di questa grande donna nella storia dell’informatica: «Lei ha immaginato l’era digitale, ha immaginato quello che noi oggi facciamo» e lo ha fatto quando da immaginare c’era davvero tanto, perché di tecnologia invece ce n’era davvero poca. Siamo nel pieno della Rivoluzione industriale in Inghilterra, non esiste la fotografia, non c'è corrente elettrica domestica: non è un caso che lo spettacolo si apra proprio con Ada Byron che entra nel buio della sua stanza con in mano una candela. Il lume della sua intelligenza fu un faro nel buio di quegli anni ancora così lontani dall'essere ciò che lei prefigurava già nella sua mente geniale, capace di 'prevedere' un futuro dove «La macchina sarà in grafo di fare tutto quello che anche noi facciamo».  

Augusta Ada Byron Lovelace (Galatea Ranzi), figlia del noto poeta Lord Byron, è considerata la prima programmatrice della storia: fu lei, nella prima metà dell’Ottocento, ad avere intuizioni geniali e quasi profetiche sull’avvento della cultura digitale e della sua preponderanza crescente nell’era moderna. Charles Babbage, (Gianluigi Fogacci) che con lei lavorava al progetto della macchina analitica multifunzione, le diede il soprannome scelto dalla Patera per lo spettacolo: per lui la giovane era The mathemathical fairy, per le sue abilità coi numeri bilanciate da una estrema fantasia e una mente assolutamente libera da ogni vincolo.

La rappresentazione teatrale è un notturno articolato in tre quadri, supportati da musica (originale di  Francesco Rampichini) e sequenze video. Ciò su cui regia e testi (anche questi della Patera) puntano è proprio il carattere LaFataMatematica3indomito della Byron, il suo tentativo di evadere attraverso lo studio dalla ferrea disciplina, dalle rigide regole, dalla ridicola morale imposti dalla figura materna, donna opprimente la cui figura viene più volte richiamata. Nel lungo monologo c’è spazio per la figura paterna (mai conosciuta eppure tanto amata), il matrimonio (definito «Il maggiore errore, un’illusione»), gli amori (compreso quello per la musica, le scienze naturali e soprattutto i numeri).

Questi ricordi di vita intensamente vissuta sono quelli di una donna morente: la Byron portata in scena è appena 36enne, ma gravemente malata e sul punto di soccombere sotto i colpi di un tumore all’utero. La recitazione di Galatea Ranzi è appassionata, ci restituisce una Byron sofferente, sulla sedia a rotelle, ma ancora molto lucida, nonostante il frequente uso di oppiacei per limitare i dolori.

«Le giornate con Babbage, lavorare alla macchina analitica, sono state le più belle della mia vita» dice nostalgica Ada ByronLa maga che ha sparso la sua formula magica intorno alle massime astrazioni della Scienza e ha saputo penetrarle con una forza che pochi intelletti mascolini hanno avuto modo di mettere alla prova, come disse di lei l’affettuoso e stimato collega.

Giuseppina Dente  16/05/2018

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