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I "Mille brividi d'amore" degli anni '60: jingle pop in salsa tragica

LASTRA A SIGNA – Si può racchiudere un'epoca in un paio di canzoni contratte. I favolosi anni '60 forse lo sono stati guardandoli a posteriori con la lente ingiallita e seppiata del ricordo, del “come eravamo” di robertredfordiana memoria, della nostalgia dell'infanzia, dell'adolescenza, della gioventù. Secondo passaggio della trilogia “Dopo Salò” nella storia italica di Massimo Sgorbani, dopo la fine del fascismo di “Arcitaliani”, questo “Mille brividi d'amore”, mentre il prossimo che si concentrerà su gli anni '80-'90 con l'impossibilità di evitare Berlusconi e il berlusconismo, a cura del regista Gianfranco Pedullà (e del suo Teatro Popolare d'Arte), scelta coraggiosa produttivamente ma importante che segna un'inversione di tendenza da sottolineare, tener d'occhio, sostenere e plaudire.0brividi
Gli anni sessanta sono sia “Le Mille bolle blu” di Mina sia i “brividi d'amore” contenuti in “Guarda come dondolo” di Edoardo Vianello, la spensieratezza e la gazzosità di questi anni dove tutto era possibile, dove avevi il cielo in una stanza e conquistavi la Luna, dove finalmente potevi ballare non impostato o impomatato né imbalsamato con le gambe ad angolo quasi schiacciando con un piede quella sigaretta simbolo di America, di fumo, di mistero, di emancipazione, di vita adulta che adesso non ha più freni, non ha più il morso ed è libera di correre al galoppo verso il futuro, verso il progresso. I '60 sono un misto contraddittorio tra provincialismo estremo (i citati “Comizi d'amore” di Pasolini) e la voglia spasmodica di raggiungere le stelle (Tito Stagno che litiga su quel fatidico passo tra i crateri lunari con Ruggero Orlando).
Ma le parole di Sgorbani (qui più contenute rispetto al fiume incontrollabile del primo episodio) si aprono e si chiudono con due sciagure, due tragedie che ancora segnano il nostro immaginario, di coscienza civile, sociale, politica: il Vajont come ouverture, Piazza Fontana a chiosare. Morti su morti, fango su fango: “Sangue su sangue precipita senza rumore; sangue su sangue non macchia va subito via; sangue su sangue leggero precipita piano”, ci diceva De Gregori quando eravamo tutti comunisti.
Inevitabilmente la trasposizione risulta anche un riassunto filtrato (non abbiamo ben capito, e ci è rimasta indigesta, la parte sulla “mammificazione” dell'Italia, troppo visionaria) attraverso il pop, quello che è passato al nostro presente, soprattutto tramite le canzoni, le rime facili. Un frullato liofilizzato e centrifugato dove trovano sponde e alibi, partendo proprio da uno sposalizio di quelli evocati e intervistati da P.P.P., l'inaugurazione, da parte di Aldo Moro (si leva il grido festante: “Lunga vita a Moro”, e sappiamo com'è finita la giostra) dell'Autostrada del Sole, l'arrivo della corrente elettrica e la deriva del suo uso con gli elettroshock (come non vederci Alda 1brividiMerini?), l'Uomo sulla Luna, gli elettrodomestici a disposizione di ogni famiglia, le pubblicità, con una Minni pinocchiesca e un Paperino incursori, cifre che ritornano nei lavori di Sgorbani, dopotutto siamo il prodotto dei fumetti americani.
Un grande jingle che un coro intona, sottolinea, profonde, liscia, asfalta, purifica i cortei e gli scioperi come la situazione femminile, la chiusura delle case chiuse. E allora passano, feroci e gaudenti, “Datemi un martello” della sempre piena di sé Rita Pavone e “Brava” dell'ineguagliabile Mina, da “Bella, dolce, cara mammina” del miele Ambrosoli, passando per gli spot del Moplen o dello Stock 84, fino a “Volare” di Modugno, vero inno italiano. In questo coro composito citiamo Marco Natalucci, sempre in bilico tra la sconfitta e la salvezza, Roberto Caccavo, che ben si muove nella parodia come nella crudeltà (il suo ruolo sfocia nel terrorismo con l'icona della Beretta), Rosanna Gentili, che dà i giusti tempi ad un personaggio fragile sempre un po' dolce Dori Ghezzi, Gianfranco Quero, nel primo episodio un Mussolini perfetto, nel secondo padre padrone, forse pedofilo, che illumina il buio (dell'anima) con la sua bicicletta, mellifluo che non riusciamo pienamente a condannare. Gli anni '60 sono “caldi come un bacio che ho perduto, sono pieni di un amore che è passato”, gli anni '60 sono “il tempo dei giorni che passano pigri e lasciano in bocca il gusto del sale”, gli anni '60 sono “il mondo (che) gira nello spazio senza fine con gli amori appena nati, con gli amori già finiti”, gli anni '60 sono “il nostro disco che suona”, negli anni '60 “luglio si veste di novembre”, negli anni '60 se scrivevi “t'amo sulla sabbia il vento a poco a poco se lo portava via con sé”. Proprio come oggi.

Tommaso Chimenti 15/12/2016

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