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Al Teatro Out Off di Milano: "Voci dal nulla"

Ufficio Stampa

“Considerate la vostra semenza: fatti non foste a viver come bruti ma per seguir virtute e canoscenza”: queste sono le parole che dall'11 al 13 di marzo hanno aperto il sipario del Teatro Out Off di Milano che portava in scena Voci dal nulla diretto e scritto da Stefania Martinelli e prodotto da Centro Teatro Attivo.
Voci dal nulla non è un racconto lineare e unitario bensì una fusione di vicende umane. Il punto di partenza è la storica testimonianza dei campi di concentramento nazisti di Primo Levi che viene intrecciata con molte altre tragiche vicende che si vivono quotidianamente: prigionieri, migranti, vittime di bullismo, dello sfruttamento, della prostituzione e dell'ignoranza familiare.
Entrando in sala, gli attori sono sul palco e già stanno lasciando tracce del loro vissuto mentre lo spettatore prende posto e cerca di capire cosa potrà succedere da lì a poco. Appena le luci si spengono e il palcoscenico prende ufficialmente vita, parole importanti vengono pronunciate: quelle del Canto XXVI dell'Inferno di Dante che, parafrasandole, dicono “considerate la vostra origine: voi non siete nati per vivere come animali ma per seguire il bene e la conoscenza”. Da questo momento in poi, lo spettatore verrà trascinato nella vita di tredici persone che – ciascuno a suo modo e nel suo tempo – hanno vissuto un sopruso, sono stati sfruttati, denigrati, molestati e uccisi.

Chi racconta di Auschwitz, chi dei Gulag, chi del lavoro in miniera, chi dell'omofobia, chi del bullismo, chi della fuga dalla madrepatria e chi della prostituzione. Tutti sono lì per portare testimonianza di quanto l'uomo ha fatto e fa tutt'ora male a un altro uomo con la sola motivazione di una pelle di colore diverso, una religione diversa e un orientamento sessuale diverso. Questa idea è fortemente supportata dalla scelta della regista di avere un gruppo di interpreti ben bilanciato tra uomini e donne e ben equilibrato dal punto vista dell'età. Ci sono infatti bambini, adolescenti e adulti e ciò sottolinea come la violenza del genere umano potrebbe, anzi, può colpire tutti indistintamente e quando meno ce lo si aspetta. Tutte le storie sono magistralmente legate, intrecciate tra loro ma inframmezzate da dei momenti musicali che diventano momenti di “libertà” per i personaggi durante i quali i corpi si muovono più secondo un'istinto che in base a una logica di movimenti. Cosa hanno tutti loro in comune? Il fatto di essere voci non ascoltate: parte del testo drammaturgico non è detto direttamente dall'interprete ma da una lettrice che sul fondo della scena legge i loro pensieri. Una scelta registica che rende l'idea di quanto possa essere difficile “farsi sentire” quando si subisce una violenza: è molto più umano “tenersi dentro” il dolore piuttosto che esternarlo coraggiosamente. Tutti i racconti ora della fine convogliano nella rappresentazione di una crocefissione. La scena è accompagnata dalla parte finale del testo di Primo Levi che dice: “Meditate che questo è stato: vi comando queste parole. Scolpitele nel vostro cuore stando in casa andando per via, coricandovi, alzandovi. Ripetetele ai vostri figli. O vi si sfaccia la casa, la malattia vi impedisca, i vostri nati torcano il viso da voi”. Nonostante si dica che la storia insegna e che si impara dagli errori, la nostra società non sembra aver imparato a “seguir virtute e canoscenza” ma piuttosto l'individualismo e la non accettazione del diverso. Voci dal nulla porta lo spettatore a rendersi conto di come l'uomo abbia continuamente paura del confronto ma, allo stesso tempo, ci chiede di scolpire tutto nella mente per evitare che accada di nuovo.

Chiara Rapelli 12/03/19

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