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Quando una persona diventa personaggio, tutto è diverso. Il Teatro Litta di Milano ospita la Prima Nazionale di Tutto quello che volete

È facile entrare in crisi quando si è una drammaturga e non si hanno idee per scrivere. E Lucie (Rossella Rapisarda) lo sa bene. La protagonista di Tutto quello che volete – una Prima Nazionale di un progetto La Gare in scena al Teatro Litta di Milano fino al 12 maggio – è una donna che ha sempre scritto della sua vita perchè incapace di fantasia. La scrittura e la finzione narrativa le hanno permesso di mettere la giusta distanza emotiva tra lei e il mondo e, in particolare, le hanno sempre dato gli strumenti per far diventare il disagio dei continui litigi tra sua madre e suo padre un qualcosa di apparentemente letterario e sufficientemente distante dall’esperienza personale da poter essere gestito a livello emotivo. Tuttavia, da quando la vita di Lucie si è fatta tranquilla e agiata, la donna ha perso ogni fonte di ispirazione. La situazione cambia quando conosce Thomas (Antonio Rosti), il suo nuovo vicino di casa. Tra i due si instaura un rapporto di amicizia profonda che, in poco tempo, diventa un gioco di confronto, confidenze e complicità tanto da portare Lucie ad avere nuovi spunti per scrivere. La spinta viene proprio da Thomas che sprona la commediografa dicendole: “tutti vivono il quotidiano ma se lei non scrive storie che possono essere vissute a teatro, dove andremo a viverle?”. Succede così che le persone – Lucie e Thomas - diventano i personaggi protagonisti del nuovo lavoro drammaturgico della donna. Facendo questa scelta, si innesca un processo di contaminazione tra ciò che è la realtà e ciò che è finzione che raggiunge l'apice quando i due attori dal palcoscenico scendono (fisicamente) in platea per assistere essi stessi alla messa in scena dell'ultima sceneggiatura di Lucie. A questo punto però è davvero difficile capire dove finisce la rappresentazione e inizia la loro vita; dove Lucie sta raccontando e dove sta vivendo. Si perde quella distanza iniziale che lei aveva sempre messo nei suoi lavori per evitare di “farsi” scottare dalla realtà perchè ora si lascia andare e si lascia coinvolgere emotivamente. Se prima Lucie vedeva scorrere la propria vita davanti a sé senza avere la capacità di viverla, ora ha la forza di autocoinvolgersi tanto da mettere se stessa come protagonista. Si capisce quindi che l'iniziale sindrome della pagina bianca di un'artista che sembrava svuotata in realtà è la crisi di una donna che è lontana dalla realtà. Ora della fine, però, è proprio la messa in scena di loro stessi che porterà i due protagonisti – sia dello spettacolo che il pubblico vede che del nuovo testo di Lucie – a “denudarsi” di ogni maschera di protezione. Ormai, grazie a Thomas, la distanza che Lucie viveva per non “scottarsi” non ha più senso. Ormai non ha più bisogno di “disconnettersi” dal mondo per trovare l'ispirazione, anzi! Ormai è talmente “connessa” con il reale che la scena finale è tra gli spettatori. Lucie e Thomas scendono dal palcoscenico, lasciano la stanza sospesa – unica scenografia per tutto lo spettacolo che fino a quel momento aveva rappresentato non solo una gabbia fisica ma anche mentale – per tornare in contatto con il suolo, la vita. Tutto quello che volete tocca quindi temi tanto importanti quanto attuali sulla definizione della propria identità, sul rapporto con la vita quotidiana, sugli scrittori, le loro ossessioni per la ricerca dell’ispirazione e il prezzo in termini di connessione con la vita “reale”. Tutto ciò raccontato attraverso un testo comico basato su dialoghi fitti, ritmati e veloci che rispecchiano un umorismo intelletuale, sottile e raffinato.

Chiara Rapelli 11/05/19

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