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Teatro bastardo: "Cucù" di Francesco Romengo al Libero di Palermo

Il Teatro Libero di Palermo è una tappa di “Teatro Bastardo” il festival che propone il tema del confine e segue la politica dell’imbastardimento (o contaminazione) nell’incontro tra diverse espressioni artistiche. In questo contesto sabato 14 novembre è andato in scena Cucù scritto e diretto da Francesco Romengo, interpretato da Nicola Notaro e Giuseppe Zumma.
Un uomo magro, curvo sulle gambe, a piedi nudi in uno spazio circoscritto da un perimetro bianco, allunga il collo come uno struzzo e sulla schiena porta un peso. Peppino è il peso di Nicola che si sforza di alzarsi, ma è da Peppino che fa dipendere la sua mobilità. Anche quando quello si sveglia e risparmia le spalle del compagno è legato a lui: i due sono uniti da una stretta cucitura ai fondi delle loro giacche che li fa sembrare siamesi, figli della stessa storia.
Peppino, ereditiere della putia in cui vivono e lavorano, comanda il movimento anche di Nicola. In un gioco di equilibri e girotondi si strattonano, allontanano e ritornano man mano che le parole s’inspessiscono nella fonetica ma perdono limpidezza. Un nevrotico balbettio risolve l’arrovellarsi di Peppino, ancorato a quella putia, a un passato che non c’è più: l’amore soffocante della madre che l’ha tenuto sempre lontano dalla realtà e da se stesso. Ha costruito dentro alla bottega di orologi il suo confine di separazione dall’esterno trovando rifugio nel ticchettio di un orologio carico, nell’incessante passare del tempo sopra di lui.
Francesco Romengo, vincitore per questo spettacolo, del premio Migliore Regia “Teatri/Riflessi” 2015, possiede forza immaginifica e la capacità creare atmosfere: sommersi da una pioggia di scartoffie d’archivio i due protagonisti trovano la chiave per ribaltare la situazione mentre l’insegna al neon open si accende e si spegne ogni volta che il futuro dell’attività è messo in crisi dall’imminente sfratto; così il ritratto della madre illumina la testa di Peppino richiamandolo al dovere. Ma la ribellione di Nicola di fronte all’apatia dell’amico costringe per la prima volta questo al confronto che Romengo risolve nell’immagine conciliante di un valzer. In questa liberazione Peppino ritrova se stesso e il diritto d’amare che aveva dimenticato, la sua identità sentimentale oltre la frustrazione.
“L’amore è come un valzer: si deve ballare in piazza, finché l’orchestra non smette di suonare”.

Silvia Maiuri 16/11/2015

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