Questo sito utilizza cookie per migliorare la tua esperienza di navigazione e rispetta la tua privacy in ottemperanza al Regolamento UE 2016/679 (GDPR)

                                                                                                             

Teatridimare: da vent'anni teatro in barca a vela

CAGLIARI – Il ruolo dello skipper ha molti punti di contatto con quello del regista. Entrambi devono avere polso saldo e sempre la situazione in pugno, hanno un luogo da gestire e persone da muovere in uno spazio con codici prestabiliti, devono dirigere, spostare, decidere, avere una chiara visione d'insieme, fuori e dentro la scena. Lo skipper ha a che fare con una barca a vela, con i marinai e con il mare, il regista con il palco, gli attori, gli imprevisti. Mondi che appaiono lontani ma ruoli simili per determinazione, consapevolezza, forza, presa di coscienza. Due mondi che difficilmente si incontrano in un'unica persona e lì convivono senza sgomitare, si sommano invece che annullarsi, si autoalimentano. In Francesco Origo il regista non potrebbe fare a meno dello skipper e il timoniere non potrebbe mai evitare di confrontarsi con il direttore di scena. Origo, sessantenne genovese, da venticinque anni ha “sposato” la Sardegna, il suo mare, le sue coste, senza rinunciare al suo primo amore, il teatro. Secondo il suo credo “la disciplina del mare non è tanto dissimile da quella dell'attore”. Skipper e regista devono essere attrezzati nel “solving problems”. Entrato a sedici anni nello Stabile di Genova, sodale con Valerio Binasco e allievo di Carlo Cecchi, nel 1995 decide che è tempo di salpare, lasciare le comode acque del teatro “istituzionale” le cui dinamiche gli andavano strette, cercare altri porti, scoprire nuovi golfi artistici ed esistenziali.117770327_10213625312105500_5955601277048757124_o.jpg

Un uomo vero, burbero quanto generoso, a tratti accigliato ma sempre pronto al confronto, alla condivisione, all'incontro. Cerca costantemente “la verità nascosta del teatro”. Si definisce “abitante del mare”. Lo senti parlare ed è un'enciclopedia di date, aneddoti, ricordi, personaggi del palcoscenico come di ingegneristica navale: potrebbe, grazie al suo artigianato, al suo fare, al suo mettere le mani in pasta, smontare un teatro e rimetterlo in sesto come smantellare una barca e rimontarla più solida di prima. Il suo è un caos ordinato dove tutto trova la giusta collocazione invisibile agli altri, tanto nebulosa all'esterno quanto chiara nei suoi occhi sempre vivaci e guizzanti. Sono vent'anni che, con la sua Compagnia Cajka, di stanza 3GC2670GCavallo-660x330.jpga Quartu Sant'Elena, ha intrapreso il curioso, e unico nel suo genere, viaggio teatrale, vent'anni di giri principalmente attorno alla sua amata Sardegna (ma anche Liguria e Norvegia e Grecia), portando il teatro nei porti, facendo recitare i suoi attori sulla sua barca a vela, un carrozzone viaggiante non su asfalto e gomma ma su onde e schiuma: un'occasione rara, un modo alternativo di vivere il mare, di vivere il teatro visceralmente. Una frontiera aperta. Anche Gian Maria Volontè era skipper e amava andare per questi mari.

Cajka in russo significa gabbiano e come non associare la libertà del volo di questo volatile bianco alla libertà del veleggiare, a Jonathan Livingstone (oltre che a Cechov, naturalmente), all'arrivare come gli antichi Fenici dove da terra ci è precluso il passaggio. La Compagnia di Francesco Origo ha cominciato il suo viaggio a fine luglio per iniziare questa ventesima stra-ordinaria (e faticosa) tournée l'11 agosto a Santa Teresa di Gallura, proseguendo il 14 a Stintino, il 19 a Portoscuso, il 20 a Sant'Antioco, il 22 a Teulada e il 23 a Nora per “La Notte dei Poeti”. Ho avuto la fortuna e l'opportunità di seguire la compagnia, imbarcandomi dal 18 al 25 agosto, in navigazione, nel montaggio, nello smontaggio, nella condivisione della vita in barca a vela, negli spazi ristretti che profumano di legno. Quattro persone, il regista Francesco Origo, l'attrice Barbara Usai, l'attore Enrico Bonavera (il nuovo Arlecchino del Piccolo Teatro di Milano sostituendo Ferruccio Soleri), il sottoscritto, e Pi, meticcio di otto anni mix tra un Pointer con il muso da Beagle. 35.000 miglia in 20 anni di navigazione con tre diverse imbarcazioni: prima Olivetta, poi Kahara ed infine George, 15 tonnellate di acciaio (tre del solo bulbo per stabilizzare) per dodici metri di lunghezza comprata in Grecia con già alle spalle un giro del mondo con il vecchio proprietario (di Nancy, la barca batte bandiera belga) e comprata grazie ad un crowdfunding sul web chiamato “La cultura non si affonda”. Origo è di Genova, Bonavera è genovese, così come ligure è anche l'indispensabile, inesauribile, indistruttibile, insostituibile factotum, il tecnico e attore Giuliano Pornasio anche lui trapiantato in Sardegna. Impossibile non pensare alla parabola di De Andrè. Siamo lontani dalla Sardegna di Briatore e del Billionaire, lontano da Alghero e Porto Cervo. Dal punto di vista teatrale dici Sardegna e ti vengono alla mente le “Nozze di sangue” 117876245_10213622871644490_2241925821305734095_o.jpgdella Sinigallia come il “Macbettu” di Alessandro Serra o l'attore Leonardo Capuano.

I Teatridimare hanno diverse produzioni in repertorio: “Le furberie di Scapino”, “Gastromachie” dove alla fine cucinavano, in stile Ariette, zuppa di lenticchie alla campidanese, “Bustric salvato dalle acque” con l'attore toscano, tratto dalla Tempesta shakespeariana, “Voixdeville”, “Blu” portato anche a Fredrikstad in Norvegia e messo media.jpgin scena nella stiva della nave dove i cadetti del Paese scandinavo si preparano (una sorta di Amerigo Vespucci della Terra dei Vichinghi), “Ballate amare”, “Exitus”, “La principessa d'Elide”, “Gli illusionauti”, e due pezzi scritti e diretti da Enrico Bonavera: “Arlecchin dell'onda” e “Il vino e suo figlio” andati in scena in quest'ultima edizione.

In barca gli spazi sono compressi, l'umanità è tanta, la vicinanza porta conoscenza e rispetto, bisogna stare attenti a non sbattere la testa come a non cadere nei piccoli gradini: potrebbe essere una metafora dell'esistenza. La mancanza di privacy cementa la compagnia, l'affiatamento. Il mare, cristallino, qui ha più correnti della DC anni '80. L'Ichnusa, la birra sarda simbolo acquisita qualche anno fa dalla Heineken, qui è una religione monoteista: non avrai altra birra all'infuori di me. Su questi mari sono passati i Fenici e i Greci, i Romani e gli Arabi, gli Spagnoli e i Normanni.

La prima tappa è nel cortile della tonnara Su Pranu a Portoscuso, ormai purtroppo abbandonata, che l'amministrazione comunale vorrebbe utilizzare e recuperare, un luogo fascinoso e pieno di storia, di fatica, di lavoro, di mare, di generazioni. Il panorama è deturpato dallo skyline fatto di ciminiere fuori uso e industrie vuote con conseguente forte disoccupazione. Una zona che soffre. Gli addetti alla lavorazione e alla pesca dell'oro rosso del Mediterraneo si chiamavano “tonnarotti”. Il vento è fine, facile s'insinua felice. Le anziane stanno davanti alle porte di casa mentre i ragazzi sono in spiaggia. Corde arancioni sparse spesse come polsi di fabbri. La barca a vela è attesa e pazienza, rollio e sciaguattio, gusto dell'arrembaggio, vento in faccia, fronte che brucia, cavalcata e dolcezza, pellegrinaggio ecologico e carezza.

Intanto Bonavera mi racconta di Grotowski e del Terzo Teatro, 118359455_10213625352506510_1429317451501138503_o.jpgdi fisioterapia, della quale è appassionato e competente, di tai-chi, del quale è seguace e praticante, di Eugenio Barba (è stato due volte ad Holstebro in Danimarca in due momenti differenti della propria vita e carriera). Pi, cane dolce e docile, con una macchia marrone a forma di cuore sulla striscia bianca in fronte, abbaia forsennato soltanto sugli applausi; mi fa venire in mente “Vita di Pi”, anche se in quel caso c'era, sulla barchetta alla deriva, una tigre. Dici “barca” e ti vengono in mente Ulisse e le sirene, Salgari e Mompracem, i pirati e Moby Dick, Verne, “Il vecchio e il mare” è d'obbligo, “La tempesta” del Bardo un must. Non intonate “Gente di mare” per favore. Il logo del ventennale dei Teatridimare lo ha disegnato, con il suo classico tratto pastellato, l'attore ma anche artigiano Roberto Abbiati. Il basilico non può mai mancare nella cucina di un genovese, piccola ma si fa notare un'effige di Lenin, le frequenze fisse su Rai Radio 3. Oltre che skipper e regista, Origo è anche chef. In barca a vela tutto ha una sua logica, una sua razionalità, tutto s'incastra, come un tetris. E poi c'è lentezza e pensiero, un suo dispiegamento e spiegazione, i passaggi da compiere come nodi da esprimere, movimenti da portare a termine in una naturalezza meccanica che diventa spontanea, continui rituali, spostamenti di mani in coreografie da allacciare, sganciare, staccare e mettere, lasciare e posizionare nuovamente, trovare un equilibrio ondivago. I Cajka sono zingareschi, picareschi, gitaneggianti, estemporanei, corsari.

Origo mette un cd 118404116_10213631795387578_6618040089570476956_o.jpgche dei ragazzi curdi gli regalarono ad Istanbul che apre lo spettacolo “Arlecchin dell'onda”. Bonavera è attore di razza, capace, il palco è il suo recinto preferito, lì dà il meglio di sé, istrionico, di temperamento, si sente a casa e si annusa che ha mestiere e sa sentire la platea e i suoi tempi, instaura un feeling sotterraneo con il pubblico, ha bisogno dei ritorni, dei rimandi, delle eco, delle risposte. Il suo Arlecchino si agita nell'angiporto che “non è più mare ma non è ancora terra”, qui puoi trovare furbi e furfanti, mercanti e prostitute, commercianti di schiavi. Appare un Pulcinella che, alla fine, darà un senso profondo alla drammaturgia. Bonavera lavora sulle onomatopeiche, sui suoni, sul gutturale, ha una mimica espressiva e movimenti che riempiono il palco. Con Origo si conoscono da quando sono poco più che adolescenti. Bonavera è elfico, un po' Paolo Rossi, a tratti benignesco. Ecco il dramma dei migranti che annegano in fondo al mare, le violenze subite dalle donne, fino al ricongiungimento, straziante e drammatico, tra i pesci e i relitti dove non esistono più le miserie e le sciagure, i dolori terreni e le schifezze che l'uomo perpetua sui propri simili. I cambi di registro, dal frizzante alla tragedia, regalano risate e commozione, calore e pugni nello stomaco. Il mare che dà, il mare che toglie.

Il Maestrale e lo Scirocco sono i protagonisti della traversata da Portoscuso a Sant'Antioco. In un secondo momento si aggiungerà anche il Libeccio. La calura ti sforma, ti sforna. Giriamo al largo della Secca del Mangiabarche, il nome è veritiero e tutto un programma, luogo citato anche da un romanzo di Massimo Carlotto, padovano ma che da decenni ha scelto la Sardegna come sua casa e rifugio. Le foche monache sono tornate in queste acque, tra queste grotte. C'è un fascino estatico nel solcare il mare senza ferirlo inquinandolo. In quest'angolo di Sardegna, passando alla nostra destra accanto all'Isola di San Pietro con la sua Carloforte ancora “dominata” dai genovesi di Pegli, si affacciano dal mare l'isola della Vacca, quella del Toro e infine quella del Vitello ad increspare le correnti che qui tirano e spazzano. Il mare intanto è passato dal celeste all'azzurro, dal blu al nero. Il comandante sa sempre cosa fare, che scelta prendere anche quando l'onda sferza, anche quando il vento sferraglia, come nel nostro caso, a 30 nodi. La mia faccia “ottocentesca”, definizione del Capitano Origo, dopo la burrasca diventa “picassiana”, sempre parole dello skipper. Mal di mare, mal di terra. A Sant'Antioco ci avvertono che nella notte attraccherà una carretta del mare di algerini già avvistati dalla Capitaneria di Porto. Qui gli attori, Bonavera e Barbara Usai, reciteranno proprio sull'imbarcazione con il pubblico sulla banchina. Lo spazio ristretto cambia radicalmente lo spettacolo rendendolo più intimo e vicino ed esaltando la relazione, l'alchimia, l'amalgama tra i due in scena, più vicini, più complici, in sinergia per portare questo racconto fatto di sale e sole, di ferite aperte e strazi lancinanti fino al cuore della platea, toccandola, accartocciandola, stringendola: “Laggiù, in fondo al mare118290605_10213622993367533_8343967196122787046_o.jpg, si diventa tutti di cartapesta”.

Origo tiene il timone e guarda il vento avanti a sé: ci parla della facussa, i cetrioli che crescono soltanto da queste parti, dolci e storti, di quella volta che, andando verso la Grecia dove lo scorso anno hanno realizzato due repliche ad Epidauro, a Milazzo nella benzina gli hanno messo olio di scarto con conseguente motore ingolfato e petroliere da migliaia di tonnellate che li ha schivati per poche decine di metri mentre erano in panne e bloccati tra le onde. Un bell'Eja ci sta su tutto: è saluto e addio, è un già d'approvazione e assenso come un ormai rassegnato, è purtroppo e sospiro, è un sì, certamente, è assoluto e dubbio, è forse ed è virgola, pausa riflessiva, punteggiatura stratificata in un suono simbolo di tutte vocali che si tengono per mano. In navigazione siamo come la schiuma delle birra appena spillata, gorgogliamo, ci alziamo esaltati, ci afflosciamo sazi. In barca capisci che ogni gancio, ogni orpello, ogni leva, tutto è utile, funzionale, anzi fondamentale. I Teatridimare sono un'esperienza unica, da tutelare, proteggere, anzi incentivare, valorizzare, sostenere, espressione della libertà del teatro che si fonde con la libertà del viaggio ad impatto zero. In definitiva, come dice Origo, “la disciplina del mare non è tanto lontana da quella dell'attore”.

Tommaso Chimenti

Libro della settimana

Facebook

Formazione

Colori e sapori

Recensito su Twitter

Digital COM