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ROMA – Come scivolare in un tunnel scuro, come avventurarsi dentro le pieghe del sentimento più colorito che qui invece prende mutazioni fosche, buie, come incedere dentro un baratro, a capofitto dentro l'abisso interiore della coscienza che cozza con l'emozione, della consapevolezza che fa a pugni con la passione. E' un equilibrio da trapezista questo “Shakespeare/Sonetti” (prod. TPE, Centro Teatrale Bresciano, Teatro di Dioniso) traballante tra eroe e antieroe in queste tre figure espanse ed esplose, svisceramento, sezionamento e autopsia del Bardo, dell'uomo, della sua brillante e spumeggiante creatività artistica. Tre momenti nei quali il trasformismo di Valter Malosti, regista del progetto, visionario quanto eclettico, eccentrico e straordinario interprete che emana visceralità e pathos, incanta come sirena, liscia e carezza ruvido, prende corpo e si esalta, sboccia, fiorisce partendo dalla deflagrazione del clown, rinculando nell'uomo che cammina su una lingua di luce come un funambolo (“L'uomo che cammina sui pezzi di vetro” degregoriano), confondendosi con la bruma del Tempo rassettandosi e rassegnandosi al grande libro della Letteratura, all'eternità dell'inchiostro, al Mito perenne depurato e sublimato.Sonetti_Malosti_ph_Umebrto_Favretto_2.jpg

Una costruzione calibrata, nei suoi eccessi voluti, centellinata in una forma estetica che balza d'impatto a retina e suono, che supporta con cura e dettaglio un contenuto ricercato, studiato che s'apre in una freschezza ventosa grazie ad una traduzione moderna centratissima (di Fabrizio Sinisi e lo stesso Malosti) e senza fronzoli, che arriva al punto, che tocca corde sensibili, che fa eco non con il passato ma con l'oggi condiviso; traduzione, lingua e linguaggio che diventano veri punti di forza, perni sui quali agganciare, spostare, mostrare gesti e azioni. Dicevamo un trittico, una terna, una piramide a scendere, dall'euforia, passando per il quotidiano, fino alla polvere della Storia; Sonetti che sono da mangiare tanto sono concreti e solidi, tanto la parola è trattata come materia che espugnare, modellare, prostrare alla volontà del suo dicitore, farla propria, possederla.

img-1521112410.jpgNel primo movimento Malosti attacca, con garra e grinta da arena, come fosse dentro l'agorà della corrida di una slam poetry o ancora meglio di una dura sfida di hip hop senza esclusione di colpi bassi all'ultima rima (viene in mente Eminem in “8 mile”), una “battle” dove devi stare sul pezzo, caricare il proiettile di parole, azzannare la gola del nemico che prenderà la palla al balzo dopo di te. Ad ogni “schiaffo” di liriche aggressive segue un applauso registrato, di quelli prestampati da quiz show, una risata sottolineante finta e smodata di quelle da sitcom. Qui il fool shakespeariano esagerato s'infervora in un match contro il Poeta rivale, silente, al quale ha rubato tutte le parole, che ha azzerato, prosciugato, reso muto in un angolo, senza più linfa per poter rispondere o ribattere, annientato sul suo sgabello. Malosti è un concentrato di forza e magia, ha addosso (nei costumi eccezionali di Domenico Franchi) un frullato sedimentato di fumetti e immaginario, un gioco di stand up comedy politicamente scorretta e senza moderatori a calmierare l'atmosfera incandescente, di luccichini da pagliaccio del Circo Barnum e paillette da varietà nel play che profuma del dark di Sin City, della cattiveria della Medusa della Sirenetta, con il ciuffo sbarazzino alla Tintin, la tristezza malinconica di Pierrot e la lingua della guerriglia del popolo Maori durante la danza propiziatoria Haka, le maschere giapponesi e il Cavaliere Oscuro di Batman, il clown sadico di IT miscelato con Krusty dei Simpson, Petrolini e il Jocker di Jack Nicholson, un giullare di corte alieno e Don Giovanni, Peppa Pig senza candore e l'elettricità di Super Mario Bros decantati nelle alchimie messe su tela da Bosch, ora ricordi di Boy George adesso strascichi di Oscar Wilde, più puk che punk.Sonetti_Malosti_ph_Umebrto_Favretto.jpg

E' una detonazione che come uno tsunami s'impenna e si alimenta, una furia di carne e versi, amorosi e sensuali, tattili e possessivi, dadaista e dirompente, un rituale battesimale dentro questa chiesa cupa che s'infossa, caverna dove nell'altare centrale si confonde il Bardo che mima le sue stesse spesse sillabe, ripete, quasi fosse un suggeritore, autore in scena, regista kantoriano ma statico, parole centenarie che trapassano il tempo (di fondo c'è questo costante vibrante rumore come il silenzio siderale che fa quel fruscio inquietante, quel sibilo che macera verso l'infinito), che deflorano il muro dei secoli, che rimbalzano tra l'Autore e le nostre casse toraciche, parlandoci nuovamente e con nuove sfumature ogni volta. C'è l'amore ma anche il sesso, l'erotismo, la lussuria. Tre declinazioni di Shakespeare e la grande img-1521112453.jpgintuizione della Dark Lady macbethiana (singolare e speciale Michela Lucenti) che addenta la mela rossa di Biancaneve, quasi una Barbie luttuosa-danzatrice di carillon interrotta, che intona a cappella tre canzoni di Domenico Modugno che esaltano la forma scenica per un risultato di una regia piena, mai fine a se stessa, che supporta versi, drammaturgia e coreografia. “Shakespeare/Sonetti” è un disfacimento, un liquefarsi, uno scioglimento, uno squagliamento, uno sdilinguersi.

Tommaso Chimenti 15/03/2019

TORINO – “La violenza è l'ultimo rifugio degli incapaci” (Isaac Asimov).

“Nessuno, di fronte alle donne, è più arrogante, aggressivo e sdegnoso dell’uomo malsicuro della propria virilità” (Simone de Beauvoir).

La donna è ancora oggi fatta schiava, resa prigioniera, dalla famiglia, dalle regole sociali, da chi dovrebbe e dice di amarla, è usata e abusata, fatta merce di scambio, moneta di baratto, rapita, violentata, messa in condizioni di non potersi difendere, schiacciata, relegata ai margini, sottopagata, sfruttata come macchina sessuale o contenitore per sfornare figli. Sembra che poco sia cambiato dai tempi della pietra e della clava. E tutto questo lo si può raccontare con i dati, tristi e crudi, della realtà oggettiva e raccapricciante che ogni giorno ci sgomenta a qualsiasi latitudine, oppure attraverso la g_1513079307.jpgmetafora, l'ossimoro, il paradosso grottesco della critica sotto forma di patina che, paradossalmente, arriva in maniera molto più potente e sconvolge in profondità. A questo secondo ramo intellettuale, che strisciante si fa strada e serpeggia fino ad esplodere dentro le teste di chi ascolta, fa sicuramente riferimento l'acume, la puntualità e la precisione della penna di Alan Bennett che aveva vergato una serie di monologhi per la televisione inglese (in Italia qualcosa aveva riportato Anna Marchesini) e che qui con “Talking Heads”, (in prima assoluta, prod. Teatro di Dioniso, Progetto Goldstein, Pierfrancesco Pisani; niente a che vedere con la band di David Byrne, in italiano “Le logorroiche”, donne costrette a parlare da sole per mancanza di dialogo), sono stati tradotti e forgiati dalla lingua e dallo sguardo registico di Valter Malosti tagliati su misura per le movenze misurate e composte di una superba, camaleontica, intensa Michela Cescon (carriera divisa tra teatro, Premio Duse, Ubu, ANCT, Le Maschere, e cinema, David di Donatello, Nastro d'argento, Globo d'oro) che li ha fatti propri, se li è cuciti addosso.

Michela Cescon 01.jpgDue i monologhi che insieme compongono questo dittico in solitaria che si svolge dentro una casa stramba, impossibile e stralunata, una struttura lisergica sghemba come fosse una visione sotto LSD, o ancora un'abitazione distorta e deformata dall'acido o dai funghi allucinogeni. Alle sue spalle una porta (ci ha ricordato il settimo piano e mezzo di “Essere John Malkovich”), che in prospettiva diventa tunnel angusto e claustrofobico, cupo e agghiacciante, tra saliscendi alla Escher, che pare il buco di Alice che qui, dopo la caduta, si è ritrovata nell'Incubo senza Meraviglie. Una casa (senza bambole) scomoda (tiriamo in ballo anche De Chirico e l'inquietudine di Bosch, per la scena di Nicolas Bovey) come i matrimoni e le relazioni nelle quali queste donne sono prigioniere, legate a doppia mandata senza possibilità di liberazione, intristite, costrette, braccate come fa il cacciatore con la preda. In questa stanza (funzionali e drammaturgicamente essenziali e necessarie le luci che trasformano l'atmosfera emotiva e la carica sentimentale del quadro, di Alessandro Barbieri) la Cescon sui tacchi sembra scivolare sul pavimento obliquo e storto, rimanendo in un equilibrio precario, fisico e metaforico, sul filo dello schianto, attenta come ogni donna deve essere in questo mondo di sguardi e inseguitori.

Composte, concentrate, stabili, fisse, i due personaggi della Cescon vivono in quelle periferie ordinate con giardino e steccato, fatte di chiusure e censure, basate su rapporti pieni di formalità e maldicenze, di finzione e invidia, di tutta quella melassa ipocrita sparsa, di vocine stridule e pseudo bon ton freddo. La carta da parati e la poltrona, in stile vintage, con i fiori sbiaditi (parallelo con le donne che si sono lasciate inaridire e ingrigire dalla pochezza maschile) fanno da contraltare e frizione e grattugia alle luci sparate accecanti e trasognanti, i gesti educatamente affettati e gentilmente manierati e pastellati entrano in conflitto con storie viziose e vagamente perverse. Il borghesume perbenista, il tè come imprescindibile costume a scandire la giornata, prende il sopravvento, il conformismo dilagante ammanta tutti gli occhi giudicanti e si spande a macchia d'olio lasciando liberi soltanto nella menzogna, nell'estrema riservatezza, nel segreto, nel tabù da non svelare nemmeno a se stessi, nel vaso di Pandora personale.Michela-Cescon.jpg

Ogni famiglia è infelice a modo suo”, potremmo dire prendendo in prestito Tolstoj. La prima donna ha un fratello a casa colpito da ictus e comincia ad intrattenere una relazione, fatta di scarpe e massaggi ai piedi (cosa ritenuta feticista, sporca, allusiva, conturbante, pruriginosa dalle persone intorno), col podologo. Sono storie di liberazione, di catene che si rompono, di argini che tracimano, di ribellione e rivoluzione. Se nel primo caso la nostra protagonista portava addosso i segni di una vita piatta e sfortunata, l'aver dovuto lasciare il lavoro per la malattia del fratello e la conseguente reclusione e frustrazione, nel secondo invece tutto, all'apparenza, sembra andare a gonfie vele in una cornice dall'esterno soddisfacente: una bella casa in un quartiere residenziale, nessun problema economico tanto che i due coniugi hanno deciso di svernare a Marbella in Spagna, un'unione d'intenti e comunanza di prospettive. Tutto questo quadro cristallino a poco a poco si sfalda e va in frantumi, il mondo perfetto nel quale la seconda protagonista si è convinta di vivere è basato su piedistalli molto fragili, di infelicità diffuse, di mancanza di attenzioni e cure.

TORINO ASTRA1.jpgE' sempre l'ironia l'arma migliore di Bennett per arrivare a pungere cuore e cervello e la Cescon, quasi dentro lo scafandro dei sentimenti negati, riesce, come scultura dentro il blocco di marmo vergine, a far passare malinconie e debolezze, desolate disperazioni di una provincia statica di siepi ordinate che implode (basti pensare alle nostre Erba, Cogne, Novi Ligure, Brembate), mondi bidimensionali glaciali e ingannevoli senza sentimenti né profondità, di queste case benestanti dove nessuno sa, né si immagina nel più completo menefreghismo, che cosa possa accadere dentro le quattro mura dei dirimpettai. Il racconto si tinge di thriller ma è la scoperta che farà questa moglie sul proprio compagno (impegnato a giocare a golf) la cosa più dilaniante e imbarazzante da poter sopportare, impossibile da digerire. La Cescon regge perfettamente i cambi di registro, dallo svampito al dolce, monta, cova sotto la cenere pronta all'esplosione, sembra tenere, anche fisicamente impostata, tutto dentro, dal rassegnato fino al monologo finale pasionario commovente: “Le donne sono come le piante, hanno bisogno di luce per sbocciare e fiorire, non di ombra”. La casa rimane il posto meno sicuro per le donne.

Tommaso Chimenti 24/11/2018

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