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FIRENZE – “È ben difficile, in geografia come in morale, capire il mondo senza uscire di casa propria”. (Voltaire)
Che il teatro sia un viaggio è indubbio, che il teatro conduca in zone ancora non esplorate è assodato, che il teatro sia un mezzo per viaggiare con l'immaginazione, con il pensiero, con la fantasia è accertato. Ma ci sono delle occasioni nelle quali i due momenti, il teatro e il viaggio, si sommano, si danno manforte, diventano un'unica cosa. Stiamo parlando dei suggestivi e curiosi spettacoli teatrali messi in scena sui mezzi, automobili, tram, treni, pullman, autobus, furgoni, effettivamente viaggianti. Lo spettacolo stesso assume quel carattere particolare, quell'atmosfera di gita verso luoghi sconosciuti, questo andare fuori per le strade, per la conoscenza degli occhi, e questo andare dentro noi stessi, per la conoscenza della mente e della memoria: un viaggio a doppia dimensione che esplora lontano e 05-FURAMOBIL-600x405.jpgvicinissimo allo stesso tempo, che zooma la luna come l'anima, un cannocchiale con doppie lenti per ingrandire sia ciò che è distante sia quello che è troppo piccolo sotto il nostro sterno. Tanti sono gli esempi in questo senso partendo dai “Vagoni vaganti” di Andrea Kaemmerle che, all'interno di “Utopia del Buongusto”, la sua corposa e allegra rassegna estiva sul litorale tirrenico toscano, porta gli spettatori sulla funicolare di Montenero, a Livorno, facendoci credere, dopo poco diventa credibilissimo, di essere sulla mitica Transiberiana accompagnati da una guida del posto tra malinconie, nostalgie, vodka.

Pochi giorni fa abbiamo visto l'ultimo lavoro dei Cuocolo/Bosetti al Napoli Teatro Festival, “Underground” nel quale Roberta si faceva pifferaia magica e si portava dietro venti topolini-spettatori che, cuffie in testa, avevano prima camminato dai Quartieri Spagnoli per poi addentrarsi nel budello di 76-walking-thérapie-1.jpgscale mobili della metro scavata sotto la città di Pulcinella, entrando a Toledo e scendendo a Rio Alto mentre attorno gli altri, tanti, viaggiatori quotidiani della metro partenopea si chiedevano che cosa succedesse, chi eravamo e che esperimento si stesse compiendo proprio sotto i loro occhi, mentre noi, cuffie illuminate di blu alle orecchie, ci sentivamo guardati, osservati, ammirati, invidiati, e sentivamo il racconto, alternando autobiografia, la loro cifra stilistica, e fascinazioni che il luogo non-luogo emanava. Metropolitana anche per il grande burattinaio argentino Horacio Peralta che nella subway parigina, non appena arrivato nella capitale francese negli anni '80, faceva i suoi spettacoli, anche per via del tempo inclemente e del freddo della capitale francese fuori per strada, inventando e improvvisando personaggi presi dalla realtà, in quel grande calderone di umanità che passava lì sotto, bastava una tenda nera tra palo e palo e il sipario e i “camerini” prendevano forma.

Con Gli Omini invece, nel loro “Progetto T”, gli spettatori presero un treno regionale per raggiungere una località sull'Appennino pistoiese e da lì, i finestroni erano la platea, osservare le scene sulla banchina e ascoltare l'audio sparato dai megafoni, quelli che solitamente ci avvertono dei ritardi e blaterano “Ci scusiamo per il disagio” mentre sotto i tabelloni la gente bestemmia tutti i santi.Bus-Theatre-1-960x675.jpg

Lo scorso anno a “Trasparenze”, il festival modenese ideato dal Teatro dei Venti di Stefano Tè, andò in scena un vero e proprio trasbordo di clandestini nella performance “El viatge de la vergonya” dei catalani Nafrat Collectif dove i migranti percossi, spinti, prostrati, accatastati, ammassati, sballottati come merce eravamo proprio noi del pubblico che in quel momento, dietro il cassone del furgone ci siamo immediatamente resi conto, solamente per un'ora, dei patimenti, del dramma e delle sofferenze subite realmente, per giorni, per mesi, per anni, da chi compie questi viaggi della speranza, dell'illusione.

Una ventina d'anni fa invece al “VolterraTeatro” la Fura dels Baus (quando era ancora la Fura storica che non strizzava l'occhio al mainstream e non era pseudoprovocatoria e fintamente scioccante come adesso) aveva creato una serie di ingranaggi postindustriali chiamato “Furamobil”, una sorta medea-2-2-1-990x660.jpgdi scheletro di autobus a due piani con varie postazioni dove persone scelte da guardiani bondage di catene e pelle, tra il pubblico sottostante adorante e urlante, faticavano con braccia e gambe per spingere, come in una simil mega dinamo (più fai forza e più la macchina si muove), il carrozzone mentre, al contempo, sparavano sui malcapitati sotto farina, acqua, chicchi di frumento, piume di gallina, in un impasto che tutto appiccicava e sporcava: la metafora tra chi sta sopra e governa il Sistema e chi dal basso non può salire sul carro del vincitore e può solo agognare, seguire con la lingua fuori, sperare un giorno di essere chiamato per montare su e “sparare” sui deboli della quale schiera non fa più parte.

Amerika” di Kafka si presta molto a questa idea del viaggio costretto e coatto, forzato. Infatti, nel tempo, abbiamo ritrovato nella memoria ben due messinscena-deportazioni: quella di Giorgio Barberio Corsetti ad inizio anni 2000 inscenata sopra un treno in direzione Bovisa e quella, della quale fui, purtroppo e mio malgrado, partecipe e testimone, di Claudio Ascoli e dei suoi Chille de la Balanza. PD_36_File_001-copia.jpgQui, una volta terminata la prima parte teatrale indoor frontale, il pubblico, senza nessuna costrizione, veniva invitato a salire su un autobus per continuare il “viaggio” dello spettacolo mischiati tra gli attori della compagnia che continuano a vestire i panni dei ruoli della drammaturgia. Un autobus di linea della compagnia del trasporto pubblico fiorentino che sfreccia per i viali di circonvallazione della città di Dante senza alcuna fermata, senza sosta, e gira e gira e sterza e curva e continua ad andare fin quando qualcuno, dopo essere passati per svariate volte, come un Gran Premio di Formula Uno, dagli stessi punti, ed essendosi fatta un'ora un po' tarda nella notte fiorentina estiva, non comincia a protestare e a chiedere spiegazioni e il perché di questo viaggio senza fine, senza meta. Vicino all'ex tribunale, dietro Palazzo Vecchio, veniamo fatti scendere e il bus riparte a tutta velocità tornando a Campo di Marte dove ha sede l'ex manicomio che ospitò anche Dino Campana. La distanza tra Piazza della Signoria e San Salvi è pari a circa tre chilometri. E' tardi e, anche se è estate, la temperatura sta scendendo, ci sentiamo abbandonati, i taxi sono tutti affollati dalle modelle di Pitti, la Polizia che qualcuno ha provveduto a chiamare non può far niente perché il viaggio è stato volontario e non imposto. Ci sono bambini che piangono, un anziano si sente male perché gli mancano delle medicine che avrebbe dovuto prendere ad un determinato orario. Qualcuno riesce ad arrivare a San Salvi e trova Ascoli piazzato su una seggiolina in mezzo alla piazzetta pronto e preparato a ricevere gli insulti (parole sue) che gli pioveranno, giustamente, addosso come grandine. Quando si scherza sulla pelle del pubblico, quando si prende troppo sul serio il teatro che dovrebbe essere finzione.

Intenso fu il “Medea in tangenziale” (gira ancora, cercatelo) del Teatro dei Borgia con Elena Cotugno che si trasforma in una prostituta che racconta, con accento dell'Est, il suo dramma, la sua miseria, quella di essere stata condotta in Italia per prostituirsi, sfruttata da clan che minacciano la sua famiglia in patria, venduta al miglior offerente, svenduta ogni sera in strada, ai bordi (bordelli) di periferia. Pochi spettatori e lei dietro un furgone scassato, tutti insieme a sentire la strada sotto gli ammortizzatori sfondati fin quando passiamo e ci fermiamo proprio in una zona dove è attivo il mercato del sesso; lì, teatro e verità, finzione e realtà esplodono e si moltiplicano in un cortocircuito che fa male.

Ancora un tragitto in autobus con la mitica, e ancora ricordata e citata, fenomenale “Tempesta” shakespeariana ideata da Giancarlo Cauteruccio e dai suoi Krypton, era il 2001, mentre è di trent'anni fa, data famigerata del 1989, l'esperienza della rassegna Micro/Macro organizzata dal Teatro delle Briciole con tre spettacoli creati appositamente per tre linee ferroviarie, la Reggio Emilia-Guastalla, la Reggio-Ciano Progetto-T-Associazione-Teatrale-Pistoiese-Gli-Omini-2-foto-Duccio-Burberi.jpgd'Enza e la Reggio-Scandiano; gli spettacoli erano “I miracoli” proprio delle Briciole, “The last train to St. Ann” del Gsa di Fontemaggiore e “L'étrange Mr. Knight” del Theatre de la Mandragore.

Ancora il treno come scenografia in “Donne in guerra” del Teatro Cargo a Genova, per la regia e scrittura di Laura Sicignano, per ripercorrere la storia in un viaggio che riporta il pubblico indietro nella memoria: sono gli anni della seconda guerra mondiale. I binari di una ferrovia a scartamento ridotto: sul treno si ascoltano voci femminili che ricordano un’esistenza segnata da dolore, lutti, sacrifici, disperazione e fame. Spettacolo viaggiante, si chiamava una volta. La partenza dalla stazione Manin, poi verso i boschi delle valli Bisagno, Polcevera e Scrivia. Una linea di 24 chilometri che porta fino a Casella per rivivere sei racconti al femminile; sei storie di donne che incrociano le loro vite segnate in un’Italia del 1944.

A Firenze la tramvia, siamo alla seconda linea cittadina, doveva risolvere i problemi del traffico. Da una parte ha bloccato tutta la città con i lavori in corso per anni per costruirla e rimpicciolito le strade, dall'altra parte sembra sia un servizio utile per tutte quelle persone senza auto, anziani, studenti, immigrati, che prima prendevano l'autobus (i bus comunque circolano ancora). Il Teatro di Rifredi, per il secondo anno consecutivo, ha trasposto lo spettacolo “Walking Therapy” con Gregory Eve e Luca Avagliano sopra appunto la tramvia che i due direttori uomo-cammina-roma.jpgartistici, Giancarlo Mordini e Angelo Savelli, avevano visto ad Avignone itinerante in forma di passeggiata. Gli spettatori, con le cuffie d'ordinanza, 50 a sera, vedranno il paesaggio e il panorama attorno a loro cambiato e camuffato dalle descrizioni del loro Cicerone ex paziente psichiatrico guarito che però, nel corso di questa camminata ha subito una involuzione, un blackout che genera sconnessione dalla realtà e inevitabile ironia.

Una macchina per gli Ilinx con la loro “Machine” nella quale aiutanti cialtroni di Satana hanno infilato cinque persone, vive, per condurle nell'Aldilà, rapiti per essere portati nel luogo dove avverrà lo scambio, aspettando un Godot che, ovviamente, non arriverà con quel mix di leggera paura, sbigottimento, divertimento.

Altre macchine, più d'una in questo caso, per “Teduccio on the road” performance presente all'ultimo Napoli Teatro Festival e ideato dal gruppo Nest a cui fanno riferimento Adriano Pantaleo, Giuseppe Miale di Mauro e Francesco Di Leva. Un viaggio itinerante con le auto che vanno a prendere gli spettatori fino a casa per fare con loro il tragitto fino al Teatro Nest ed è proprio all'interno di questo lasso di tempo che si svolge lo spettacolo. In ogni macchina va in scena un celebre film appunto on the road con un happening finale comune nel cortile. 8 auto e un furgoncino per 27 spettatori ad ogni turno viaggiano dalle loro case fino a San Giovanni a Teduccio, ogni veicolo affronta un adattamento di un film diverso: Furore, The Big Kauna, Blues Brothers, Paura e delirio a Las Vegas tra gli altri. Lo spettacolo viene fatto tutto in auto e lungo il percorso ogni film/auto ha delle fermate in alcuni luoghi dove si svolgono delle scene per poi approdare tutti al Nest.

Ancora binari con Mimmo Borrelli che qualche anno fa ha messo in scena “S.E.P.S.A.” in partenza dalla stazione Cumana di Torregaveta che collega la Costa Flegrea a Napoli, il racconto teatrale della tragica morte di Petru Birladeandu e delle piccole Violetta e Cristina Ebrehmovich. L'acronimo significava “Spettatori all’Esequie di Passeggeri Senz’Anima”e ripercorreva due fatti tragici, messo in scena su due vagoni, per trenta spettatori alla volta. Gli “Spettatori all’Esequie di Passeggeri Senza Anima”, erano “testimoni oculari inermi e silenti che hanno scavalcato le urla imploranti d’aiuto per l’indifferenza dettata dalla paura di poter essere uccisi anche loro in un niente, per niente”.

Se il mezzo di locomozione poi non è in movimento la lista si fa ancora più lunga: per la bicicletta abbiamo scelto Emanuele Arrigazzi che in “Tempi maturi”, bellissima metafora tra la vita, i pedali e il lavoro dell'attore, pedala incessantemente sui rulli da pistard per un'ora consecutiva (se si fermasse cadrebbe), recitando e pestando come se davanti avesse il record dell'ora da abbattere, o ancora ricordiamo “Lisboa” di Pontedera Teatro che da diversi anni solca le strade con undici biciclette nere, (tutte donne al comando) omaggiando il poeta Fernando Pessoa, “creando file, schiere, girotondi e cadute che attraversano e coinvolgono gli spettatori e passanti, proiettandoli in un’epoca senza tempo”.

Se vogliamo rimanere seduti dentro una roulotte lo spettacolo culto fu sicuramente “Caravankermesse”, prodotto da Isole Comprese Teatro del compianto Alessandro Fantechi, dove, per pochi spettacoli alla volta all'interno ci narravano dell'amore tra un circense (David Batignani) e una trapezista (Natascia Curci) e fuori, sopra, tra oblò e cielo, si sentiva proprio l'acrobata compiere le sue evoluzioni fino al finale scioccante che, dopo tanti sorrisi teneri e risate dolci, spiazzava, coglieva impreparati, lasciava di stucco: un piccolo capolavoro.

Fermi dentro ad autobus abbiamo assistito ai piccoli emozionanti caroselli dei Teatri Mobili, un bus e un camion allestiti a teatri, che ospitano al loro interno spettacoli unici e senza parole per un massimo di 35 spettatori alla volta. Al loro interno si esibiscono Compagnia Girovago e Rondella e la Compagnia Dromosofista. Qui abbiamo visto “Manoviva” dove vanno in scena soltanto le mani e i due protagonisti sono Manin e Manon, mani giocoliere, musiciste, mangiafuoco, funambole. Recentemente al Napoli Teatro Festival abbiamo incrociato il “Bus Theatre”, autobus a due piani dove, accompagnati da un novello Caronte (la figura ritorna), gli spettatori (15 per replica sommati ai 5 performer un po' troppi per i 35 gradi di Napoli a giugno e due ventilatori non bastavano) assistevano a “Vita, morte e oracoli” con vari step passando da un'anziana signora scorbutica-puppet, un illusionista-prestigiatore, letture di tarocchi e suonatrici di violino.

Se poi 29661474607_548e0fa649_h.jpgsono i piedi ad essere protagonisti ci viene alla mente il bel viaggio che un gruppo misto di attori, francesi e italiani, provenienti dal Teatro Metastasio di Prato e dal Theatre Ecole d'Aquitaine, hanno intrapreso nel 2013 per un mese a cavallo di maggio e giugno tra Toscana, da Prato, percorrendo la Via Francigena, Lucca, San Miniato, Gambassi, Certaldo, San Gimignano, Colle Val d'Elsa, Monteriggioni, Siena, San Quirico, Radicofani, fino a Livorno e successivamente la Corsica e da lì in Francia nella regione della Lot-et-Garonne. Si trattava di un vero e proprio spettacolo in viaggio dove nella prima parte della giornata si camminava, recitando e provando la parte che la sera, in piazza o su un palcoscenico di un teatro, sarebbe andata in scena in una sorta di dimostrazioni pubbliche di lavoro. Simone Pacini, che si è fatto eroicamente tutto il cammino, ne ha tratto un interessantissimo libro “Il teatro sulla Francigena” con foto, testi, racconti, suggestioni di un'esperienza irripetibile.

Si può anche fare, e vedere, teatro in barca, che siano piccole imbarcazioni oppure con alberi e vele. Sotto l'Arno, e i suoi ponti, ogni estate il gruppo teatrale Zauberteatro organizza spettacoli sulle vecchie barche dei renaioli spinte non da remi ma da un palo che cerca il fondo per poi spingere il natante. Qui abbiamo visto Massimo Grigò interpretare Galileo o Carlo Monni declamare Dante ma anche, e soprattutto, il bel testo di Manuela Critelli “Come in America” con interpreti d'eccezione come Fabio Mascagni e Silvia Guidi nei panni di una coppia di neosposi travolti dalla furia dell'alluvione del '66. Altra esperienza segnante di teatro marittimo è quella della compagnia Cajka, capitanati dal regista-skipper Francesco Origo, che hanno ideato i Teatridimare con venti anni alle spalle di mare e di palco, miscelati insieme, nel Mediterraneo. La ciurma (sono tutti attori-marinai) arriva nel porto e il suo palcoscenico diventa il ponte della barca mentre gli spettatori stanno sulla banchina. Ma, e sono stato testimone, hanno recitato anche all'interno di una stiva attraccati dentro una grande nave nel porto di Fredrikstad in Norvegia. Adesso stanno veleggiando verso la Grecia.

 

Infine siamo stati protagonisti anche del teatro (più un'esperienza, una performance fatta dagli stessi spettatori con una sola mappa come indicazione) in carrozzina, in sedia a rotelle. Si è trattato di “Missione Roosevelt” dei folli Tony Clifton Circus (vista, fatta in uno “Short Theatre” di qualche anno fa) dove un manipolo di spettatori messi su due ruote, senza mai dover scendere con i piedi a terra, avrebbero dovuto toccare vari punti intorno al Teatro India, attraversare un viale, salire e scendere da marciapiedi, districarsi tra macchine parcheggiate che ostacolavano il passaggio, andare in discesa, entrare in un supermercato, per capire le difficoltà quotidiane di chi lì sopra è costretto a stare: “un’esperienza urbanistica, una performance partecipata in cui il pubblico si trasforma in un piccolo plotone, una gioiosa macchina da guerra”.

“Le radici sono importanti, nella vita di un uomo, ma noi uomini abbiamo le gambe, non le radici, e le gambe sono fatte per andare altrove”. (Pino Cacucci)

Tommaso Chimenti 21/06/2019

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