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MODENA – Ci sono coreografi che lavorano con pazienti psichiatrici, compagnie che interagiscono con gli anziani di una casa di riposo, artisti che dialogano con detenuti o migranti. Il festival “Trasparenze” sta diventando sempre più cantiere di idee, fucina sociale, esperimento di un altro modo di comprendere e interpretare la realtà, cercando di migliorarla con la bellezza dell'arte. Questi esperimenti, riusciti, rendono la rassegna modenese del Teatro dei Venti, capitanati dal regista Stefano Tè, un patrimonio di esperienze dimostrando che si può unire qualità artistica all'intervento sul sociale, tentando di spostare, lentamente, percezioni e situazioni, ammissioni e consapevolezze. Dal ricco programma, dal Teatro dei Segni allo spazio Cajka, dalla Casa di reclusione di Castelfranco Emilia alla Casa circondariale di Modena, dalla Casa protetta San Giovanni Bosco a Piazza Roma, “Trasparenze” (interessante la locandina con un nuotatore che “vola” a (s)fondare un nuovo Sol dell'Avvenire) fa vivere tutta quella periferia modenese lontana dal centro, distante da Pavarotti e dall'aceto balsamico; il “salotto buono” qui è un parcheggio d'asfalto e un parchetto animato da anziani e bambini. Modi differenti di approccio, diverse metodologie con un unico comune denominatore: impegno, costanza, donarsi, restituire, portare in scena non per un gusto egocentrico ma per una necessità di incontro, di condivisione.Stefano Té.jpg
Le Ariette in “Pastela”, con la loro semplicità, naturalezza bonaria, affabilità e schiettezza, hanno accompagnato, facendo i tortellini, gli anziani di una Casa di riposo, con gentilezza e dolcezza, dentro i loro ricordi, i mestieri che facevano, i loro cari che non ci sono più. Tra carrozzelle, risate e nostalgie, chi faceva il ripieno dei tortellini e chi grattava il formaggio, chi raccontava barzellette e chi era immerso in piccole coreografie con le mani: Angiolina che ci racconta che una volta il padre non voleva darle i soldi per comprare il quaderno per la scuola e lei rubò un uovo e con il ricavato dalla vendita andò in cartoleria a comprarsi i fogli per le lezioni. Con verve e spirito questi giovani di novant'anni ci raccontano i loro mestieri ormai andati, perduti: contadini, governanti, verniciatori, chi aveva una trattoria, chi era impiegato in un cotonificio, chi ha fatto il casaro pur non amando TeatrodelleAriette-StefanoVaja - min.jpgaffatto il formaggio. E poi ci portano nei nomi delle loro famiglie defunte, e spuntano altre generazioni, Florindo ed Ermes, Tecla, Ormeo, Elma, Corinna, Nestore, Egidio, Gisberto, che sembrano usciti da romanzi ottocenteschi. E mentre la commozione si mischia ai sorrisi soffici, mentre ci spiegano di vite umili e sacrifici, di schiene spezzate dalla fatica e guerre, di mancanze e privazioni ecco che tra gli spettatori suona un cellulare, la suoneria che parte è la sanremese “Una vita in vacanza” dello Stato Sociale. Sta tutta qui la differenza, gigantesca, infinita, devastante, tra ieri, troppo punitivo, e l'oggi, frivolo, leggero, banale.
All'interno del Progetto Cantieri erano state scelte tre compagnie per lavorare sul tema dell'Evasione con venti minuti a disposizione: soltanto Generazione Disagio ha creato e tirato fuori qualche riflessione e qualche spunto interessante. I quattro ragazzi, con il solito loro approccio dissacrante da mestieranti del palcoscenico, con quella strafottenza, sfrontatezza e vitalità, hanno trovato due vie, diverse ma altrettanto forti, per raggiungere il loro scopo, riuscire a decodificare l'evasione, in altre parole riuscire, oggi, a chiarire che cos'è la libertà, oggi che abbiamo tutto o ci sembra che tutto sia arrivabile, raggiungibile, agguantabile, addirittura senza troppi sforzi. Da una parte le interviste, fatte con il cellulare in giro per Modena (una sorta di novelli Pasolini), chiedendo ai passanti quando hanno evaso regole e comportamenti, mentre dall'altra, più vicina al loro modo gagliardo da frontman, fisico, quotidiano, d'impatto, si sono soffermati sul momento di passaggio dall'adolescenza all'età adulta pensando all'oggetto, mistico e metaforico, che può rendere la vita di un ragazzo, di un giovane, veramente libera: l'automobile. E proprio in teatro, nel regno della finzione, quando appare un oggetto reale, di grandi dimensioni, tutto prende un altro fascino. Ci hanno ricordato i Tony Clifton Circus quando, a Volterra, fecero entrare in scena un cavallo vero con briglie, zoccoli e nitriti al seguito. I GD invece, dopo mille manovre, hanno fatto entrare sul palcoscenico un'auto, una Panda, inscenando poi un'asta per salire in macchina con loro: potenti, eversivi, giocosi, fantasiosi, goliardici, spassosi, a loro modo geniali, sempre estrosi, mai scontati.Generazione-Disagio.jpg
Parlare di migranti e migrazioni sembra essere divenuto negli ultimi anni un must imprescindibile per chi fa teatro. Ma c'è modo e modo. La compagnia catalana Nafrat sceglie un'ambientazione naturalistica prima per poi inserire il teatro di parola. Nel loro “El viatge de la vergonya” siamo noi, il pubblico, ad essere i clandestini, i migranti che cercano di varcare la frontiera a bordo di un furgoncino con i nostri “scafisti”, le urla, le pistole, i posti di blocco della polizia da corrompere. Ed effettivamente ci chiudono, in piedi, abbastanza stretti, nel caldo del cassone coperto, al buio, dietro ad un camion, in venticinque, facendoci provare minimamente il disagio, la paura, l'ignoto di ciò che ti può attendere. Non vedi la strada, le curve arrivano all'improvviso come sarà nel mondo difficile dove sarai sbarcato, dove sarai soltanto carne da macello non gradita, non voluta, zavorra non apprezzata. La “vergogna” del titolo, che dà senso a tutta l'operazione, è la confessione finale di uno dei Caronte-kapò che, toltosi il passamontagna, in un incontro a pochi centimetri dalla platea accaldata e rinchiusa, si apre, si scioglie, raccontandoci la sua sensazione di guardarsi allo specchio, NAFRAT.jpgogni volta che incrocia gli sguardi affamati ed impauriti di questi corpi senza dignità, e provare schifo, imbarazzo per se stesso, nessuna pietà.
Esplosivi, e vera sorpresa del festival, i campani Etérnit/Teatraltro, immersi nel play semiserio “Tvatt”, acronimo ispirato al lavoro di Berkoff, ma rimandante al “Ti batto”, ti meno, ti picchio, tra minaccia sociale e dimostrazione di forza necessaria per cavarsela in alcuni contesti dove conta molto più il non detto e il rispetto, la nomea. La forza dei tre in scena, che si muovono con il classico atteggiamento intimidatorio e provinciale, anche stereotipato, di ciabatte, panze e occhiali scuri, è supportato dalla riproduzione seriale e reiterazione di frasi sparate in loop in dialetto stretto acre, alternate ad un silenzio spesso che fa calare la platea da una parte in una gag dove ridere potrebbe portarti direttamente ad essere bullizzato sul palcoscenico dove il regista kantoriano, come fosse una prova aperta, Luigi Morra (tra Lello Arena e Antonio Rezza, molto John Belushi), ti intima di rifare la scena con la stessa cazzimma (impossibile), dall'altra mette in circolo, in corto circuito, tutta la letteratura legata a Gomorra e similari, tra leggende, narrazioni, cliché, veleni. Il giocoTVATT.png sta proprio qua nell'estremo divertimento da una parte e, al contempo, nella descrizione di una violenza ordinaria, quotidiana, accettata e accertata come sistema di vita al quale piegarsi, una nuova burocrazia che domina e modella comportamenti e atteggiamenti e che, se la conosci, può salvarti la vita. Le risse alla festa del patrono come l'uccisione di cani neonati rientrano in un piano più alto e più sotterraneo, in quel fondale difficile da spiegare che si perde nei secoli e si tramanda con gli sguardi, con le mani, nel rito del sangue, con un suono gutturale, e affonda in quella sottile linea rossa che preme e permea e tutto avvolge, macchia, sporca, tinge ma anche colora. C'è vita e morte che si combattono nelle loro parole, nei loro quadri, c'è eros e thanatos a colpire e fuggire, a marchiare e leccare, a sottolineare e rincorrere; e si sente, si percepisce tangibile e concreta la voglia di eccitazione e di fuga, il desiderio di assaporare questo tempo sospeso, fuori dalle dinamiche consentite come lontane dalle logiche condivise, un altro sistema dove il “battersi” ha un'intima ragione d'essere, è necessario e fondamentale, rinsalda e scardina, apre amicizie e alleanze, separa i nemici come la gramigna dal frumento. La pace è la parentesi tra questa guerra e la prossima, la pace è già essa stessa morte. In questo universo la pace è per i perdenti.

Tommaso Chimenti 14/05/2018

PESCARA – “Così tante scarpe e solo due piedi” (Sarah Jessica Parker, “Sex and the City”)

“Mi riconosci ho le scarpe piene di passi, la faccia piena di schiaffi, il cuore pieno di battiti e gli occhi pieni di te” (Jovanotti, “Le tasche piene di sassi”)

Pescara è inevitabilmente D'Annunzio ma anche un mix tra Ennio Flaiano, Andrea Pazienza di striscio, e irrimediabilmente Zeman. Tutti personaggi che giocavano attaccando. Il lungomare non ha sutor1niente da invidiare a quello di Reggio Calabria o Viareggio, di Rimini o Bari. Abruzzo fa rima indissolubilmente con arrosticini. Qui si è formata la compagnia Teatro Immediato che ha un passato solido e per mettere invece il futuro a fuoco avrebbe bisogno di uno spazio produttivo dove poter far esplodere le tante idee del duo Vincenzo Mambella, alla drammaturgia, Edoardo Oliva, regia e attore. Hanno appena concluso, con il nuovo “Sutor”, la trilogia “Destini e Destinazioni” e già ne hanno in cantiere un'altra per il prossimo triennio: la “Trilogia degli uomini illustri” tutta votata alla Germania: Bach, Federico II, e la coppia Hitler-Wittgenstein.

Molti rimandi, incroci, somme e nodi tra i tre testi dei “Destini”; innanzitutto l'idea metafisica e metaforica della fine che tutto sovrasta e ammanta e protegge, che è limite ma anche visione, salto, tuffo, ignoto, in seconda battuta il concetto terreno e materico della salvaguardia, del recupero, del racconto e della narrazione degli antichi mestieri contadini che vanno perdendosi. Se infatti in “Gyneceo” le donne fanno il sugo di pomodoro, se in “Caprò” è l'arte dello zappatore in primo piano, qui in “Sutor” sono due ciabattini sulla soglia della bottega a farci entrare nei loro sogni-speranze, nei loro panni, dentro le loro scarpe. Oliva, per entrare pienamente nella parte, ha realmente preso “lezioni” ed è andato a servizio da uno degli ultimi mastri calzolaio di Pescara, Aurelio Bucci, per prenderne mosse e modalità, manualità e destrezza (come già fece Daniel Day Lewis, in quel caso a Firenze). Davanti alla porta del loro nero negozio, con le ante che si aprono e già iconograficamente spuntano delle ali immaginarie (l'ottima e calzante scena di Francesco Vitelli), i due fratelli (e qui ritorna il filone di “Caprò”) si raccontano, il primo (Oliva, deciso e muscolare) più concreto e sanguigno, il secondo (Mambella, serafico) saggio e attendista. “Sutor”, il titolo, non deriva dal verbo sutor2suturare, anche se, anche qui, si parla sempre di ferite da rimarginare, punti da mettere alle esistenze, lembi e storie da riannodare, capi di discorsi lasciati a metà da riavvolgere, o mettere fine, chiarire con una cicatrice, dare un segno forte e indelebile sulla pelle.

Il titolo viene dalla frase latina “Sutor ne ultra crepidam” attribuita a Plinio, letteralmente “che il ciabattino non vada oltre le scarpe”. Come dire: ad ognuno il suo. I due sulla soglia, mentre sbattono, martellano, assestano colpi alle tomaie o inchiodano il cuoio, manualmente esercitano un lavoro umile ma le loro parole, con il loro vocabolario e la loro esperienza di calli e polpastrelli, punta a quell'Aldilà che li riempie di domande. E più l'incedere della drammaturgia solca il tempo, più quest'ambito che ci era parso a una prima vista tangibile e reale perde i suoi contorni e si fa limbo, distorcendosi, appannandosi, sgranando i contorni come guardare il sole ad occhi stretti, come piangere mentre stai nuotando. Ma la leva, lo snodo e lo sfocio cruciale sono le scarpe che si girano in mano, che toccano con gesti sicuri, carezze e colpi, quelle lampade d'Aladino affusolate che permetteranno passi e gambe, cavalcate e corse, movimento e curiosità, viaggi e visioni, sguardi e altrove. Che poi, negli incidenti stradali, le prime cose che saltano dai piedi delle vittime sono proprio le scarpe.sutor3

Sembra che i due fratelli forgino i piedi per poter camminare sulla Terra o avventurarsi nel dopovita, come fossero le alette alle caviglie di Mercurio. E le porte dietro la loro postazione sono sagomate e tempestate di modelli in legno, forme per nuove calzature. Quelle rappresentano i “21 grammi” delle anime che i due scarnificano e ripuliscono prima dell'ultimo viaggio. Come un togliere, un pulirsi i piedi sullo zerbino prima di entrare in punta. Tra confidenze e confessioni, i due lavorano mentre i proprietari delle scarpe non arrivano a ritirarle: rimangono i calchi in quell'anticamera. I due sono il contrario delle mitologiche Parche che tagliavano il filo della vita; il loro motto è invece “tutto si aggiusta”, come chirurghi che riacciuffano le esistenze, riprendono i lacci, annodano, fanno fiocchi, stringono per non perdere. Un ultimo disperato tentativo di riacchiappare la vita. Suturandola.

“Ci vogliono scarpe buone pane e fortuna e così sia, ma soprattutto ci vuole coraggio a trascinare le nostre suole da una terra che ci odia ad un'altra che non ci vuole” (Ivano Fossati, “Pane e coraggio”)

“Sutor”, visto al Teatro Marrucino, Chieti, il 3 maggio 2018

Tommaso Chimenti 08/05/2018

MODENA – “La vita è una combinazione di pasta e magia” (Federico Fellini).
Sembra di entrare in un lager o una mensa. O un sogno di Wes Anderson. O ancora un mondo distopico da serie tv dove prima tutto è allegro e frivolo e all'improvviso cala il gelo della scure. Gelo come la latta, il ferro del quale è composta la curiosa e originale scenografia confezionata di “Cantina” dei belgi Laika: una sorta di igloo-tendone con tavoli allungati e l'atmosfera da Oktober Fest. Dicevamo latta: di latta sono i vassoi, le pareti, i bicchieri con quel freddo che ti riporta alla padella ospedaliera o al vaso porta fiori da tomba. Il loro gioco infatti, di quest'allegra compagnia scanzonata, è quello che tutto non è ciò che sembra. L'occhio dice una cosa, il cervello la decodifica, il gusto e il palato rimangono sbalorditi: ecco che quello che credevi fossero patatine sono invece barbabietole, le polpette sono focaccia, il pesce è in realtà verdura, il succo all'apparenza all'arancia sa invece di cetriolo. Confondere i sensi. Si mangia in questa scatoletta; noi forse siamo le sardine compresse.CANTINA-Kathleen Michiels-2.jpg
Il meccanismo in inglese si basa sulla facile rima fish (pesce) - dish (piatto) – wish (desiderio) e nel corso della serata-musical si svelano gli ingranaggi di questo impianto ora bucolico e disneyano, adesso pulsante noir. Tre i grandi temi, trattati con leggerezza a pennellate dolcemente, niente di così ardito e politicamente ficcante: il cibo finto che il nostro mondo ci propina in sostituzione con quelli buoni e genuini di una volta, chiamalo CANTINA-Kathleen Michiels-3.jpgprogresso; il lavoro sottopagato e senza garanzie né tutele nelle grandi catene di distribuzione, non solo in campo gastronomico (da McDonalds al recente caso Amazon); l'aspetto ecologista e ambientalista dell'immensa quantità di plastica che ogni giorno l'uomo scarica in mare avvelenando i pesci e conseguentemente anche se stesso, nel corso della catena alimentare globale, mangiandoli.
Intrattenimento, niente più, sia chiaro, tra coreografie e balletti, figure addobbate con centinaia di posate e altri con decine e decine di guanti, chi ha gli spaghetti in testa, chi i cocomeri, chi le banane. In alto una barra-pannello, come quelle che cambiano e si modificano nelle stazioni dei treni, sembra dia informazioni e ordini a commensali e camerieri svampiti, confusionari e catastrofici (nella parte misteriosa ci ha ricordato il “Ristorante immortale” della Familie Floz) che pare governato da un dio, una macchina o un mostro che tutto mangia, inghiotte, fagocita, distrugge, fa in poltiglie.cantina2-1.png
L'aria è quella da “Piccola bottega degli orrori” in bilico tra il colore acceso e quel brivido di fondo dell'imprevedibile con entrate e uscite in puro stile saloon, con giacche di luccichini, il bingo che tutto trasforma in un Luna Park o in un matrimonio balcanico (le pietanze, tutte vegetariane, non sono il massimo anche perché contengono quel quid di repulsione alla vista che non aiuta), e le musichette tetre a sottolineare il momento epico di tempesta e sconquasso, ma tutto rimane in una bolla in superficie senza mai calare né calcare la mano, infiocchettando di frizzantezza non riuscendo mai a cavalcare né approfondire, ad andare oltre la coltre, a scalfire la buccia, a rompere la corteccia di questo ricevimento un po' folle e un po' stralunato. C'è magia e alchimia ma ci saremmo aspettati di più. Nel connubio tra cibo e teatro le Ariette do it better.

Tommaso Chimenti 07/05/2018

Foto: Kathleen Michiels

 

FIRENZE – “Pensa a tutta la bellezza rimasta attorno a te e sii felice” (Anna Frank).

L'impianto scenico rispecchia i temi che in questi anni Emma Dante ci ha abituato a cogliere, e apprezzare, nel suo teatro: una lingua biascicata e sporca, una realtà squallida e intrisa di povertà, miseria, analfabetismo e provincialismo, la sconfitta dei suoi personaggi fiabeschi e contemporanei allo stesso tempo. Stavolta la drammaturga palermitana affonda le mani su una delle favole noir di Giambattista Basile, capostipite seicentesco partenopeo, ben prima dei Grimm, della tradizione della fiaba.La-Scortecata-184.jpg
La versione della Dante de “La scortecata” (prod. Festival Spoleto, Teatro Biondo Palermo) prevede due figure, le anziane sorellastre (interpretate da due attori nel solco della tradizione en travestì anche se qui lavora più d'immaginazione che per costume) e, in mezzo a loro, un castello fiabesco in miniatura azzurro come il Principe che deve abitarlo, blu come il sangue che gli dovrebbe scorrere nelle vene. In un misto, anche questa cifra riconducibile e marchio di fabbrica, tra il polveroso vintage seppiato di colori fuliggine e un pop melò (grazie anche agli intermezzi con gli inserimenti della grande tradizione napoletana della canzone nostalgica), che fa frizione e incastro poetico, queste due sorelle, nel chiuso claustrofobico spoglio della loro autoreclusione e prigionia emarginata, sviluppano un corpo a corpo fatto di recriminazioni e gelosie, invidie e rimasugli di quella vita alla quale si stanno aggrappando con tutte le forze residue. Il giovane Regnante si è innamorato della voce di una delle due, le quali, con un esercizio orale da fellatio compulsiva, levigano il mignolo dalle rughe per presentarlo attraverso la fessura di una porta (che fa voyeur ma anche cintura di castità e ci porta con la mente alla locandina de “La chiave”) e sembrare così il ditino di una fanciulla.
La-Scortecata-029.jpgUn conflitto dialettico interno (sognando e fantasticando le beltà del reale) senza esclusione di colpi, sgrammaticato, irto e pungente, corrosivo, come arpie ad azzannarsi ma, allo stesso tempo, a volersi bene, ad amarsi riconoscendosi l'un l'altra il ruolo di supporto e stampella di una vita intera. Le due (Salvatore D'Onofrio e Carmine Maringola sugli scudi) attraverso il linguaggio del corpo fatto di artriti e gobbe, di posture sciancate e gambe trascinate, di colonne vertebrali storte, ci parlano di deformità ma anche di vecchiaia, di accettazione di sé ma anche di consapevolezza, di solitudine come di abbandono. Si trovano, come naufraghe, nel mezzo di una tempesta che sanno perfettamente che le condurrà alla sconfitta, senza alcuna possibilità di vittoria: da una parte vorrebbero non osare e rimanere nel limbo squallido, ma almeno conosciuto e ovattato, di questo duetto raccolto nella loro catapecchia, dall'altro vogliono avere e concedersi l'ultimo giro di giostra, l'ultima probabilità di essere felici.
Il fil rouge scorre tra una grande padronanza fisica e tecnica di D'Onofrio e Maringola, il primo più contenuto, l'altro più istrionico, l'uno più tra le righe, l'altro esplosivo (ce li dipinge in un universo pastellato come elfi o come nani di Biancaneve), e una sequenza melodica che spazia da “Reginella” a “Comme facette mammeta”, da “Simme 'e Napule, paisà” mixata con “Mambo italiano” fino a “Cammina Cammina” di Pino Daniele. Coinvolgente.

“Non bisogna amare per amore, ma per schifo. Perché l'amore finisce, ed è una delusione. Anche lo schifo finisce, però è una soddisfazione” (Massimo Troisi)

Visto al Teatro di Rifredi, Firenze, il 22 marzo 2018

Tommaso Chimenti 23/03/2018

MODENA – E' uno scenario post-apocalittico beckettiano quello che da una parte ci liscia di canzonette, immergendoci nella melassa di una comicità di facciata e dall'altro ci traumatizza nella tragicità squallida di un mondo sporco, ruvido, brechtiano quello che si apre (è proprio il caso di dirlo in questa piazza-(m)agone-aia-agorà) ne “Li buffoni” (produzione Ert) diretti, digeriti e ammodernati da Nanni Garella attorno al canovaccio seicentesco di Margherita Costa. Testo attuale, si dirà. Ancor più attualizzato da inserti (la rima baciata fa miracoli) di gramelot sgrammaticato che pare suonato e invece punge di fioretto e si esalta nel corpo a corpo. Già, i corpi. Perché è di quelli che si tratta quando si è persa la dignità e raschiando il barile non si trovano nemmeno gli spiccioli né le briciole, né il barlume né la speranza. Giorno dopo giorno, il futuro può essere pensato soltanto di ventiquattrore in ventiquattro e i sogni hanno le gambe cortissime.Li-buffoni-foto-Luca-Del-Pia-6.jpg

Effettivamente siamo in una corte con il suo Re, le sue dame, i suoi vassalli e valvassori, ossequiosi ignoranti lacchè e servitori instupiditi dalla fame. Sono (siamo) tutti “Li buffoni”, ognuno ad additare l'altro di qualche moraleggiante pecca senza vedere lo sfacelo, la distruzione, l'oblio e l'obbrobrio occorso nel proprio giardino. Garella ben riesce nell'inserire armonicamente i “suoi” attori, che potremmo definire “basagliani” (la Compagnia Arte e Salute), che offrono una prova di cori e controcanti ammirevoli, con i tempi classici del musical o meglio della sceneggiata partenopea; in quest'ultimo dettaglio lo potremmo avvicinare, a tratti, alle pellicole “Tano da morire” di Roberta Torre o al più recente “Ammore e malavita” dei Manetti Bros. I colori sgargianti missoniani dei contendenti che a morsi e a colpi di lingua, come “cani di bancata” emmadanteschi, ma meno feroci, fanno da contraltare al grigiore che attorno cresce in questa scena dove tutto fiorisce orizzontale, dove spuntano come funghi dopo una pioggia amazzonica e torrenziale (forse proprio quella che ha raso al suolo sentimenti e umanità) secchi e tubi, lamiere e amianto, carrelli e frigo dismessi, copertoni e bidoni e queste costruzioni che hanno addosso l'atmosfera e il sapore delle torri di Kiefer, I Sette Palazzi Celesti esposti permanentemente all'Hangar Bicocca milanese.

Li-buffoni-foto-Luca-Del-Pia-8.jpgI rumori di questi bassifondi gorkiani (o forse sono solo bassi napoletani) sono quelli di una metropolitana, come se tutto questo mondo sommerso e fangoso rimanesse al di sotto degli occhi e degli sguardi, perso, come topi di fogna, sotto grate, sotto tombini, sotto l'altezza dell'olfatto. Un mondo cosparso come zucchero a velo scaduto di tanti Oliver Twist abbandonati, di orfani senza diritti che cercano un padrone al quale leccare la mano. Qui, nel ciarpame d'oggettistica e nelle varie chincaglierie e cineserie sbiadite che si riflettono in queste anime ferite (su tutti il Califfo Romeo, Moreno Rimondi, Nanni Garella, il tedeschino, Nicole Guerzoni, la moglie marocchina Marmut, Valentina Mandruzzato, la russa Ancroia), passano varie umanità in una girandola-sfilata di turchi, croati, marocchini, russi, polacchi, gitani, albanesi ma anche pugliesi, calabresi e napoletani dove anche il più ricco va a caccia di gatti (divertente e con apertura di senso il gatto che nella storpiatura del pugliese diventa “ghetto”) per poter mettere insieme una cena-banchetto luculliano. Tutti stranieri in una terra che evidentemente non li ha voluti, che li ha inglobati, fagocitati e poi sputati e defecati nelle latrine sottoterra.

C'è miseria, senza alcuna nobiltà, prostituzione e degrado, un coltello e un morto come Mackie Messer ben c'insegna. E in questa piazza cheLi-buffoni-foto-Luca-Del-Pia-11.jpg s'affaccia a queste capanne-pisciatoi senza sbocco (ricorda anche la Jungle di Calais) si miscelano le vicende di questi uomini alla deriva tutti con il ricordo nostalgico della loro casa, del loro passato e infanzia intervallate da coreografie pop e musichette leggere da “Una casetta in Canadà” fino a “Simme 'e Napule, paisà” (“Chi ha avuto ha avuto, ha avuto, chi ha dato ha dato, ha dato, scurdammoce 'o passato”), da “Che sarà” (“Paese mio che stai sulla collina”) al “Nabucco” (“Va pensiero”)

Li-buffoni-foto-Luca-Del-Pia-13.jpgSemplicistico parlare di testo e di intenzioni pro immigrazione, facendo un parallelo tra la nostra verso le Americhe nel Novecento o quella interna del Dopoguerra con quelle attuali da Africa e Asia verso le nostre sponde e coste. Qui, partendo da questa base, si va oltre, forse gettando lo sguardo ad un futuro prossimo: gli immigrati qui, ricordano il senso della bellezza, l'estetica, e l'etica, la pulizia delle strade e interiore dei loro Paesi, come se proprio l'Italia, li abbia cambiati, in peggio, li abbia sporcati, corrotti, prostituiti, come se proprio la nostra Italia sia diventata il ricettacolo, lo scolo, il postribolo dell'umanità, quel tappo di sterco che fa gonfiare gli argini durante la piena, quello che deve essere tolto prima dell'esplosione conclusiva, dell'alluvione fatale, dell'esondazione finale. Come una vasca, piena di piranha, che ribolle, alla quale se togli il tappo il gorgo s'ingoia tutto, se lo lasci le dighe non reggono più.

Visto al Teatro delle Passioni, Modena, il 6 marzo 2018

Tommaso Chimenti 07/03/2018

Foto: Luca Del Pia

CASOLE D'ELSA – Forse a quella maestra in Veneto che nei giorni precedenti al Natale appena passato aveva sostituito la parola “Gesù” con “Perù” in una canzoncina per i bambini della sua classe elementare, un'operazione, più culturale che folcloristica, come il “Praesepium” di Casole d'Elsa, non sarebbe andata a genio. “Per non disturbare i bambini di fede islamica”, ci avrebbe detto. Noi, che crediamo più alla valorizzazione delle differenze che all'appiattimento e alla sottrazione delle specificità, abbiamo fatto un tuffo nel passato, abbiamo messo le lancette dell'orologio indietro di duemila giacintobambini light1anni, rimanendone felicemente meravigliati. Nel chilometro di strada, tra fuori le mura e il borgo d'acciottolato e stradine e saliscendi, negli oltre tre ettari di terreno utilizzato per questa ricostruzione il più fedele possibile ai documenti che ci sono pervenuti dell'epoca della Palestina di due millenni fa, l'ideatrice e regista di questa vera e propria “impresa”, l'illuminata imprenditrice Luciana Calamassi, assieme ai 380 figuranti, ai 60 tecnici ed a tutta l'unita comunità di Casole, è riuscita a ricreare, complice una cura dei dettagli maniacale e una precisione stilistica di grande fattura e alta qualità, un'atmosfera, un humus, un'immersione totale dentro la Storia, dentro la Natività.
lana light1Trenta le scene in una ideale Via dalle tante stazioni, aperte in giardini o piccole piazze come all'interno di botteghe, negozi o abitazioni, nel tentativo (riuscito) di un'apnea in un mondo rurale, contadino e rustico dove nacque il Bambin Gesù (che non abitava a Lima). Colpiscono le finiture, i particolari disseminati in questo lungo cammino, vivido ed emozionante, sicuramente sorprendente, la filologicità ammirevole come la dedizione di un'intera popolazione (tutti i figuranti sono di Casole, che conta 3.800 abitanti) che si è stretta nell'ottava edizione del Presepe Vivente negli ultimi venti anni. Nella precedente, era il 2015, 12.000 sono state le presenze per un evento che quest'anno ha avuto un budget di 70.000 euro, che non riceve alcun contributo e che si autofinanzia totalmente grazie allo sbigliettamento.
Quest'anno il salto di qualità: da “Presepe vivente”, come ce ne sono molti sparsi nell'intera penisola, a “Praesepium” si è passati dall'evento natalizio allo spettacolo itinerante, completo, complesso, sfaccettato: ogni sera (èPraesepivm 2017 andato in scena il 26, 30 dicembre e 1, 6 e 7 gennaio) il tutto è in divenire, il tutto è mutevole, all'interno di un canovaccio elastico, e la vita del borgo si sposta verso l'arrivo dei Re Magi che quest'anno monteranno tre cammelli prestati per l'occasione dal Circo Medrano. Sentire le musiche mediorientali, ammirare i mestieri e la manualità, le stoffe ricostruite alla perfezione con un grande sforzo sartoriale anche nell'invecchiamento dei tessuti, gli oltre cento animali, tra cavalli, pony, oche, galline, capre, pecore, conigli, gli immancabili classici bue e asinello, agnelli appena nati, i profumi, le essenze, gli incensi che profumano l'aria: un'esperienza a 360 gradi, che coinvolge tutti i sensi. Qui non c'è spazio per il kitsch, non siamo dentro una di quelle pacchiane ricostruzioni cariche di cliché fuori luogo (ad esempio “Il Divo Nerone”, il musical dell'estate scorsa sul Palatino a Roma) o peggio sature di elementi trash: ci sono le fiaccole e i fuochi vivi a riscaldare la natura, la frutta e la verdura sono fresche e cambiate ad ogni replica. Notevole lo sforzo anche di coprire tutti i segni di modernità, dalle porte alle grondaie, per rendere il viaggio più credibile e realistico possibile: un'avventura. Come impatto, colorato, fresco, frizzante, si potrebbe tracciare un “gemellaggio” artistico con “Mercantia” di Certaldo Alto. C'è stupore e sorpresa (a proposito è molto ricco il volume di un centinaio di pagine e fotografie a colori).
Praesepivm 2017 2Il fatto che tutte le energie in campo (tantissimi anche i bambini) fossero appartenenti ad abitanti del comune senese fa sì che si possano trovare delle analogie con esperienze toscane già strutturate nel tempo, dal Teatro Povero di Monticchiello alla Tovaglia a Quadri di Anghiari dove un intero paese si raccoglie attorno ad un'idea e, con sforzo creativo e sudore, artigianato e voglia di fare, mette in piedi un qualcosa di unico, partecipato, vissuto, generatore di ricordi, di legami, di passione, di vicinanza, solidarietà; insomma tutto quello che la politica non riesce più a dare. Chi lavora come casari, chi in tintoria alla coloritura della lana, chi fa il falegname, chi il panettiere, chi il ciabattino e tutti fanno veramente quel mestiere (tranne le lupanare, ovvero le prostitute, e i lebbrosi), interpretandolo realmente, immedesimandosi totalmente nel loro personaggio (manca il Bambinello, però). Il pubblico è un voyeur che si affaccia in una crepa apertasi in questa dimensione spazio-temporale; infatti non esiste interazione tra platea in cammino e attori. Siamo come invitati fortunati a partecipare, per il tempo di questo “viaggio” dentro i secoli, ci sentiamo danteschi, alla scoperta affascinante della vita dei millenni passati fino ad arrivare all'ultimo step, quella “Capannuccia” prima di essere “risputati” nell'attualità, nel nostro nuovo 2018. Una prova davvero riuscita che potrà essere migliorata tentando di eliminare ogni fonte di corrente elettrica, oppure provando ad usare i sesterzi, cambiando all'entrata gli euro con monete coniate per l'occasione. Se vi siete persi il “Praesepium” di Casole però c'è un'altra occasione, in questo caso estiva, creata e messa in piedi dallo stesso team guidato dalla signora Calamassi, e dagli abitanti del paese: il “Borgo Nero” a luglio dove tra teschi, tunnel, cavalieri in processione e uomini incappucciati si potranno rivivere, ovattati, i secoli bui dell'Inquisizione, comprese le purtroppo celebri pire usate per “purificare” le streghe.

Visto a Casole d’Elsa, il 1 gennaio 2018

Tommaso Chimenti 03/01/2018

SCANDICCI – “Gli uomini dell’occidente vivono come se non dovessero non morire mai e muoiono come se non avessero mai vissuto”. (Dalai Lama)
Ci vuole un genio per raccontare il più grande mistero dell'uomo: l'esistenza, e con essa la vita e di conseguenza anche la morte, cioè la fine stessa della vita, il segreto, la nebbia oltre la siepe, quel limbo dal quale (esclusi Dante e Orfeo) nessuno è tornato per spiegarcelo. E geniale è, a suo modo, la costruzione di questo paradigma, il surreale intreccio che Michele Santeramo tesse e crea, dipana e rilascia in questa sua nuova uscita sul palco, lui drammaturgo e non attore ma che già con “La prossima stagione”, in solitaria, e poi ne “Il nullafacente”, in compagnia, con il suo incedere cadenzato e leonardo2lento, quell'aplomb dialettico tenue e dolce, ci aveva fatto vedere e dimostrato che sulla scena ci sa stare, eccome. Ecco “Leonardo”, il genio che ci porta, con questa novella, favola per i bambini di ogni età (come i vecchi giocattoli in legno: dai 9 ai 99 anni), dentro le pieghe di un ragionamento che è bello, a prescindere, stare ad ascoltare, recuperando il vizio fugace dell'attesa straordinaria, del racconto iperbolico carico di segni, tanto metaforico quanto di grande insegnamento filosofico.
La sua riflessione profonda è un cammino illuminante e solare fin dentro le rughe del tempo, dietro gli anfratti della tanto millantata felicità, nelle viscere dell'eternità, tra le piaghe del Tempo. C'è tutto questo ed anche di più nel monologo (giustamente con scrivania e fogli al seguito, come una conferenza, come un saggio, come un incontro intimo, vicino, per pochi carbonari astanti a cogliere parole nuove, non aggressive, dalle quali la violenza e i decibel alti sono banditi) dell'autore pugliese de “Le scarpe” o “Il guaritore” o della recente trasposizione di “Uomini e no” (al Piccolo di Milano) da Vittorini. Tre quarti d'ora di grazia e leggerezza, nel senso più alto del termine, quello della lievità che tutto sorvola limpida, benedetta dalla ragione, dalla poesia, dall'armonia delle parole. Alle sue spalle si rinnova il sodalizio con i disegni dai colori sgargianti, annacquati ed infantili, nonché nostalgici, di Cristina Gardumi che qui ci hanno ricordato Basquiat.
leonardo3“Leonardo” è anche un testo antibellico; tutto comincia dai progetti del genio di Vinci per la costruzione di nuove e potenti armi, strumenti volti al sangue, alla ferita, alla morte. Metti le armi, metti la sezione dei cadaveri per capire meglio gli ingranaggi e le dinamiche dei corpi, il passo, sempre per un genio, dalla distruzione alla ricerca dell'eternità (il genio cerca sempre il negativo di ciò che sta facendo per avere la riprova di essere sulla strada giusta) è breve. Qui Leonardo lo vediamo simile, per fragilità e dubbi, a Enrico Fermi o a Paul Tibbets, pilota dell'Enola Gay che sganciò la bomba a Hiroshima: “La morte fa schifo” ratifica l'autore de “La dama con l'ermellino” e da qui comincia il suo peregrinare teso a scoprire le miserie umane per sconfiggerle, rendendolo eterno. È questo pensiero, trasformare la vulnerabilità dell'essere umano in imperitura e immortale forza, che alimenta e spinge e accende i suoi neuroni.
Santeramo si fa baricchiano nelle sue esposizioni magnetiche come una giornata di sole in inverno, le sue domande sono folgoranti come leleonardo4 intuizioni spiazzanti, lampanti e palesi dei bambini, i suoi enunciati hanno la schiettezza, la lucidità, la schiena dritta di una storia occhi negli occhi, con quella luce di fondo che ti conduce non certo alla verità dei fatti ma alla pulizia d'animo. Non è vero quello che mi racconti ma se il come è convincente allora posso credere a qualunque tua suggestione. E così Santeramo si fa Cicerone e chauffeur, Caronte e Virgilio e ci conduce, con una scrittura soave e soffice sempre più tra Calvino e Rodari, fin dentro il “Paese dove non si muore mai” che immediatamente ci fa rima dentro con quello collodiano dei Balocchi. Nuovi inganni, nuove luci, nuovi specchietti per le allodole per il vecchio vizio dell'uomo: non terminare la sua corsa ma proseguire nel tempo, bucando le ere, sforando le dimensioni. Tu chiamalo, se vuoi, botox o ibernazione.
leonardo5È nel dialogo, impossibile ma credibile, falso ma plausibile, con la Monnalisa che la debolezza umana, il disfarsi con il tempo, il perdere forza ed energia fino al dissolversi, si illumina fino a chiarificare il concetto: proprio perché il nostro tempo su questa terra è finito, ha una sua conclusione naturale (fa paura, lo so, questo dover convivere con una fine annunciata senza che nessuno possa porvi rimedio, una condanna a morte scritta per ognuno di noi già dalla nascita), è proprio perché sentiamo dolore, che sanguiniamo se ci tagliamo, è proprio per questo limite invalicabile che il tempo che galleggia nel mezzo tra l'alba e il tramonto dell'uomo è talmente prezioso che diventa impareggiabile, dal valore infinito, inquantificabile. Cosa che, se vivessimo per sempre, condannandoci alla noia perenne, paradossalmente scemerebbe in una pappa indistinta, in un ammorbante tempo senza senso. La promessa della morte, e il nostro quotidiano fingere di superarla, soverchiarla e sconfiggerla, è quel limite che tentiamo di forzare con le nostre azioni, con i nostri estremi esperimenti giornalieri d'ingannarla, seminarla, nasconderci alla falce come il cavaliere di Samarcanda. Se l'eternità è inanimata, ci dice Santeramo-Leonardo, è proprio la morte che dà senso alla vita e la rende unica (qui ci è venuto alla mente “Non buttiamoci giù” di Nick Hornby), è proprio quella scogliera, quella frontiera che si avvicina che ci deve far godere del tempo che ci è concesso. Lo dice, dopo attenta riflessione, un genio: c'è da crederci.
“Morire è tremendo, ma l’idea di morire senza aver vissuto è insopportabile”. (Erich Fromm)

Tommaso Chimenti 18/12/2017

Foto: Filippo Manzini

FIRENZE – “Non c’è un altro posto del mondo dove l’uomo è più felice che in uno stadio di calcio” (Albert Camus).
Negli anni '80, quando ancora i cuochi non si chiamavano chef, andava molto la “Pasta alle sette P”. Nella serata organizzata dal Festival del Calcio (diretto da Alessandro Riccini Ricci, le scorse edizioni si erano svolte a Perugia) al Teatro del Sale molte, tante, e mai troppe P, sono scese in campo. Pensiamo al gioco della Palla e ovviamente al Pallone, tu pensa al Passaggio filtrante o al Pressing, alla Percussione sulla fascia o alla Penetrazione centrale, e poi ci sono il Possesso palla, il Palleggio e il Pallonetto, per non pensare al Palo, da benedire o maledire, la sempre mal digerita Panchina, la Parata dei numeri uno, il sempre utile Parastinchi, la Porta, da proteggere o sfondare, il Posticipo, l'anelato Procuratore, fino alla Punizione di Prima della Punta. A Firenze il calcio sta di casa con il centro federale di Coverciano.Roberto Pruzzo
Il calcio, il soccer, il football sono pieni delle P di Palla, ma riunire sotto lo stesso tetto, attorno agli stessi microfoni tre assi, forse casualmente accomunati da quella P iniziale nel loro cognome, non è impresa semplice: se a centrocampo metti Eraldo Pecci, una coppa Italia con il Bologna, poi Fiorentina, uno scudetto al Torino e infine con la maglia del Napoli di Maradona; se in attacco schieri Roberto Pruzzo, una carriera divisa tra Genoa, soprattutto Roma, con dieci stagioni, uno scudetto, oltre cento gol in maglia giallorossa, la finale di Coppa Campioni persa con il Liverpool in casa, e per concludere il Maestro Nicola Piovani, Premio Oscar per la colonna sonora de “La vita è bella” di Roberto Benigni. Tre P favolose che si sono aperte, raccontate, con dolcezza, semplicità, allegria, anche irriverenza, schiettezza, mischiando ricordi di campo e di spogliatoio con aneddoti di tifo. Piovani, qui in veste di romanista e non di pianista, ha messo sul piatto le sue nostalgie e le atmosfere di chi vive la squadra da fuori, miscelandole con i guizzi dei suoi ex campioni.
piovani oscarPecci, da bravo centrocampista qual era, si presenta subito con un'incursione: “Sono il trapano dell'Adriatico”, e qualunque allusione è lecita. C'è talento, gioia, fantasia, genio, niente è impomatato né abbottonato. Palla a Piovani: “Abitavo nel quartiere romano Trionfale e per noi ragazzini i “laziali” erano qualcosa di strano, di lontano: “I laziali stanno a via Tunisi” ci dicevamo con paura come fossero mostri. Non sapevamo come fossero fatti realmente questi “laziali”. E allora, quando volevamo proprio rompere le regole, ci dicevamo: “Ma perché non andiamo a scrivere Forza Roma con il gesso a via Tunisi?” e l'eccitazione per il tabù era fortissima. Il tifo non è una passione, è un'appartenenza. Se fossi nato a via Tunisi avrei vinto l'Oscar? Non lo so davvero”. Zeffirelli sosteneva che il calcio è, e deve essere, puerile, infantile. Ecco un nuovo intervento divertito di Pecci: “Se il rigore è a favore nostro c'era di sicuro, se era contro non c'era”, contravvenendo Boskov che diceva “Rigore è quando arbitro fischia”. E ancora il mattatore romagnolo con una grande verve e acume: “Fare il tifoso del Toro è come masturbarsi con la sabbia”. Ecco, l'immagine è precisa e rende bene l'idea.
Si può dire che sul palco, Fiorentina, Torino e Roma, si sono coalizzate in un tutti contro una, la squadra a strisce per eccellenza, quella inEraldo Pecci2 bianco e nero, quella innominabile. Pruzzo ce lo ricordiamo con i baffoni adesso sostituiti da un pizzetto leggero, appena disegnato, sembra il più schivo. Pecci invece è una bomba che scatena curiosità e sano divertimento gustoso; quest'estate è andato a Capo Nord in scooter: “Se Dio esiste, sta da quelle parti”, chiosa. Con un accenno di malinconia, dopo una carriera di luci e titoli e trionfi e telecamere sottolinea: “L'anno migliore della mia carriera? Al militare”. Pruzzo che racconta quando doveva andare alla Juventus, Piovani che ricorda di Pruzzo le cinque reti segnate all'Avellino: “Il calcio a certi livelli non si può spiegare, rientra nella categoria dello stupore, del disegno, di quel talento puro fatto con tutta quella semplicità e naturalezza che è frutto di tutto quel grande lavoro che noi umani non riusciamo a vedere”. E qui torniamo a Boskov: “Campione vede autostrada dove altri vedono sentiero”. Genio.
Un calcio senza il Var quello che hanno giocato Pruzzo e Pecci, classe '55 entrambi, nessuno dei due portati nell'82 al felice Mundial. Gli occhi di Piovani s'accendono, è qui che si vede il campione: “I calciatori hanno qualcosa di mitologico, sono come fumetti, e le immagini ti rimangono dentro, indelebili nel tempo: ad esempio io mi ricordo ancora quel Roma-Lecce, che ci avrebbe dato lo scudetto, con la Roma che mai quell'anno aveva pareggiato all'Olimpico e il Lecce già retrocesso”. Pruzzo non può non prendere la parola: “In quella partita non ci fu niente di logico, ma nel calcio ci ricordiamo sempre delle sconfitte”. Arriva Pecci: “Quando chiesero a Pesaola (un'altra P, ndr) il perché di una sconfitta lui rispose: “Io li metto bene in campo ma poi si muovono””. Viene tirato in ballo D'Alema: “Da quando D'Alema ha criticato Di Francesco le abbiamo vinte tutte, sarà una coincidenza”.
pruzzoSe si parla di calcio il discorso non può non arrivare a Nils Liedholm che Pruzzo (a Roma ha aperto il suo ristorante “Osteria il 9”) ricorda con infinito affetto rammentando le sue scaramanzie, le sue fissazioni con la numerologia e i segni zodiacali e quella volta che litigò con Furino, non un tipino agevole, dicendogli con tutta la calma e l'aplomb di cui era capace lo svedese: “Le do due pugni di vantaggio e il tempo di scappare”. “Mi ricordo che tante volte lo riportavo a casa dopo gli allenamenti e quei piccoli viaggi per Roma con la sua voce placida che mi dice gira a destra, Roberto vai piano, ce li ho ancora dentro”. L'addio al calcio di Totti raccontato come “doloroso”, “strappalacrime”, “ha fatto tristezza”, “doveva smettere due anni prima”. Ma poi tutto si riconcilia sotto il grande cappello dell'“odio”, sportivo ovviamente, verso la Vecchia Signora: “Ho sentito in questi giorni alcune statistiche che sostengono che se ci fosse stato il Var la Juventus avrebbe sette scudetti in meno in bacheca”, sentenzia Pruzzo; “A volte il racconto dell'errore dell'arbitro è bellissimo” - sterza Pecci - “utopicamente mi piacerebbe che fossero i giocatori ad autoarbitrarsi”.
Ma poi è la parola del Maestro d'orchestra a riprendere tutte le varie voci, coordinare i vari strumenti: “Non mi hanno mai chiesto di scrivere l'inno della Roma? Ma quello attuale è bellissimo, anche se io sono molto legato a “Campo Testaccio” scritto nel '30 da Armando Fragna”. Ma il solista Pecci ha ancora l'ultima cartuccia in serbo: “Rigore è quando Var fischia”. La palla intanto continua a rotolare, altri campioni, altri ricordi, altre vittorie, altre sconfitte, ognuno con la nostalgia per un'epoca che qualcuno considera sbiadita preistoria e che altri ritengono avanguardia futurista. Certo il calcio rimane “l'oppio dei popoli” ma è anche il rigore in “Mediterraneo”. “Il calcio ha le sue ragioni misteriose che la ragione non conosce” (Osvaldo Soriano).

Tommaso Chimenti 10/10/2017

FIRENZE – Nella colonna vertebrale, nel dna e nelle vene della Chiesa Cattolica scorrono da sempre due anime, contrapposte e antitetiche, convivono, seppur difficilmente, la parte cardinalizia e quella apostolica, quella purpurea e pomposa e quella devota agli ultimi, le scarpine rosse di Prada di Ratzinger e le Mission sparse in Sud America lottando nel fango con i campesinos, gli attici di Bertone e i preti di strada, gli anelli da “baciamo le mani” e la Barbiana di Don Milani, l'opulenza della Cappella Sistina e tutti i Don Puglisi sparsi nel mondo e uccisi per difendere i più deboli, i Borgia e l'8 per mille apostolico.Caffe finale
Non bisogna mai dimenticare che il Papa non è il nonno buono e bonario che ogni tanto si affaccia alla finestra per l'omelia scontata che condanna sempre violenze e guerre sparse nel mondo, attentati e tragedie, ma è a tutti gli effetti un Capo di Stato e che, come tale, guida una nazione, anche se particolare. Bisogna infatti distinguere il numero di abitanti di Città del Vaticano con il numero dei “fedeli” senza sovrapporre il territorio, o la territorialità, con la fede nella religione. Che poi il Vaticano abbia disseminati nel mondo beni, terreni, immobili, monetari tanto da essere uno dei primi Paesi sul globo, questo è tutt'altro discorso.
Lo scontro tra potere temporale e quello spirituale diventa ambiguo, flessibile e vacillante se si parla di Vaticano. Molte le nubi attorno a San Pietro: dagli scandali sessuali insabbiati, soprattutto di carattere pedofilo, la lobby omosessuale che si aggirerebbe tra le sante aule, all'ambiguità dello Ior, la banca del piccolo Stato in Roma. Il Vaticano ha, nel secolo scorso, supportato e sostenuto sia Mussolini come più o meno tutti i dittatori sudamericani, da Pinochet a Videla. Eccoci all'Argentina, al “Mondiale di distrazione di massa”, alle telecronache alzate al massimo per coprire le urla che provenivano dalle fogne di tutti quei “Garage Olimpo” dove si torturavano giovani che da lì a poco sarebbero andati ad infoltire e infittire gli elenchi dei “desaparecidos”, i gol di Kempes e la combine del 6 a 0 al Perù.
Mitri 2012 09 ridUn tango maledetto ballato su pozze di sangue, altro che singing in the rain, i fiumi di denaro ad imbrattare e l'acqua dell'Oceano ad inghiottire ragazzi bendati lanciati dagli aerei, e infine le lacrime, amare e senza giustizia, di chi è restato, le madri di Plaza de Mayo. La Chiesa, quella di Roma, è fondamentale in tutto questo gioco di pedine, rimane sullo sfondo come una nube marcia e sposta, protegge, spinge, aiuta, un po' come la “mano de dios” di Diego Armando Maradona. Da tutto questo magma infuocato di misteri e segreti, nasce e cresce “Ite missa Est” della coppia Andrea Mitri e Mauro Monni (produzione Atto Due/Sine qua non; visto al Teatro delle Spiagge). “Andate, la messa è finita” è un messaggio di pace ma può essere letto anche come un segno di estrema impotenza, un arrendersi, un rassegnarsi senza essere riusciti a dimostrare responsabilità e congetture.
E' un dialogo a due voci, innescato dalla regia essenziale e funzionale di Jean Philippe Pearson, che si incontreranno soltanto nel finale, un doppio binario che mette da una parte il sacro, un prete (Mauro Monni, a tratti didascalico, tra Piero Angela e Carlo Lucarelli, soft ma preciso; a volte è la voce narrante) immerso nelle carte e nei numeri dopati della finanza creativa dello Ior (siamo a cavallo tra i '70 e gli '80) personaggio di fantasia, e il profano, il capitano dell'Argentina mundial Jorge Carrascosa (Andrea Mitri spagnoleggiante, lui che nella vita è stato realmente un calciatore professionista dimenticato, dà calore e linfa, partecipazione e contatto), realmente esistito, fino alle soglie della competizione, dimissionario per protesta contro i generali. Ed è in questo campo minato, in questa frizione, in questa parentesi tra vero e romanzato, che si palleggia, tra luce e buio, una drammaturgia ben orchestrata che va avanti a strappi, ad elastico, cercando di incedere su un terreno fragile, fangoso, pericoloso e scivoloso in una ricostruzione storica che tenta di fare una fotografia, dare un quadro, proiettare un affresco su questo lato oscuro della forza, su questa massa di eventi che messi insieme, uno dopo l'altro, danno il senso del marcio, dello schifo, della vergogna, da rimuovere, da spalare. E se da una parte l'uomo della strada ci racconta, carnale e terreno, di partite e combine, di Passarella e Bertoni e Maradona, che non fu convocato, dall'altro un sacerdote ingenuo e pulito stride nelle stanze dei bottoni in mezzo a tutto quell'ammasso di denaro sporco, guerre finanziate, collusioni, complicità, mani sporche di sangue.
E' un tango triste che ripercorre una fetta di storia d'Italia, una partita che si gioca in trasferta, tra Buenos Aires e il Vaticano. E si affacciano figure e volti che ancora ci fanno rabbrividire e cheFinale a due pronunciamo con il nodo alla gola come fosse l'enunciazione di una formazione dal sapore sinistro e terrificante: Licio GelliMichele SindonaRoberto CalviPaul MarcinkusGiulio Andreotti. Dai Patti Lateranensi, passando per Hitler, lo Ior diventa una potente banca non sottoposta a controlli internazionali. E' in questo solco che esplode la costruzione narrativa, fa crescere il pathos fino quasi a toccare la commozione e le ambiguità, le lacrime e i fascismi, le mani piene d'anelli a braccetto con quelle con i manganelli. Le rouge et le noir, dopotutto. Ma non basta; tutto è impastato, indissolubile: ecco Kissinger e il suo Piano Condor, ovvero il sistemare dittatori voluti dagli USA in ogni Paese del Sudamerica, la scomparsa di Emanuela Orlandi, figlia di un funzionario del Vaticano, la Banda della MaglianaPapa Luciani e la sua morte strana, proprio lui che voleva dismettere lo Ior e auspicava una Chiesa povera. E ancora le BR e il rapimento di Aldo MoroWojtyla e la questione polacca con Solidarnosc, l'assassinio di Ambrosoli, quello che, secondo il nostro Presidente del Consiglio dell'epoca, Andreotti, era “uno che se l'andava cercando”, la guerra delle Malvinas o Falklands, la P2, il delitto Pecorelli. Non possono che non scorrere brividi. Una ricostruzione di pancia (il calciatore) e di testa (il prete), di cuore e di cervello perché ci vogliono entrambi per reggere le brutture, per non soccombere sotto le ingiustizie.
Papa Bergoglio tifa San Lorenzo. E a San Lorenzo cadono le stelle e illuminano il cielo. Sperando che cadano anche tutti i veli che ancora nascondono scomode verità, per far luce finalmente sulle tante pagine buie del nostro passato. L'urlo di “The Great Gig in the Sky” dei Pink Floyd (non a caso del '73) riassume tutta l'impotenza, la frustrazione, il dolore, il nostro essere indifesi. Siamo nudi davanti alla Storia.

Tommaso Chimenti 24/09/2017

REGGIO EMILIA – Dopo aver visto, dopo essere stati immersi nella fiumana di centinaia di persone che seguivano il corteo teatrale degli “Argonauti” a cura della compagnia reggiana Teatro dell'Orsa, è inevitabile chiedersi dove stia andando il teatro, quali strade stia prendendo e soprattutto che cosa oggi, e sempre più, stia cercando il pubblico. C'è sempre una crescente fame da parte della platea di recuperare gli spazi cittadini, di riappropriarsene attraverso marce non politicizzate e pacifiche, di riconquistare, attraverso la cultura e la parola, terreni e territori, strapparli all'indifferenza e, perché no, anche al degrado, toglierli alle periferie di asfalto e cemento, renderli colorati e vivi. La gente ha sempre più bisogno di unirli, toccarsi, sentirsi parte di un qualcosa più grande del singolo che da solo si perde, cade, Teatro dellOrsa Argonauti foto miprendoemiportovia 4finisce nell'ombra e nell'oblio. Ma è, come tentavamo di spiegarci e di trovare logiche e dinamiche, un ritorno al passato (basti pensare al Living Theatre o all'Odin Teatret), mai tramontato, ad una modalità che da fuori, dalle strade e dalle piazze, è divenuto borghese al chiuso dei tanti teatri e spazi e che adesso sta progressivamente ritornando ad una dimensione corale cittadina dove tutti insieme si va, idealmente abbracciati e mano nella mano, a sentire, discutere in silenzio, prendere parte, dare il nostro appoggio a drammaturgie millenarie ma sempre attuali, sostenere con il corpo, con il numero, con le mani, con il passaggio affollato per una cerimonia tutta laica, per un rito che non ha tempo né fine.
Monica Morini e Bernardino BonzaniCome topolini a sciamare seguendo pifferai magici moderni (simile ad alcune processioni nelle pellicole di Ciprì e Maresco ma anche al “Quarto Stato” di Pellizza da Volpedo) ma imbevuti di parole antiche e arcaiche tra le vie e i parchi di Reggio Emilia dentro una grande avventura, un'esperienza da vivere e sentire, toccare. Così, l'arcano viaggio degli “Argonauti” (curioso come in questo stesso periodo un altro gruppo, il Teatro delle Albe, per giunta della stessa fervida regione, l'Emilia Romagna, abbia deciso di lavorare sullo stesso testo della mitologia greca) diviene, anche con segni facili, ben riconoscibili e semplici, metafora e simbologia degli sbarchi dei migranti, di chi cerca un luogo senza guerra, di chi insegue il suo “vello d'oro”. La compagnia Teatro dell'Orsa (ci hanno ricordato le piece itineranti al Cimitero Monumentale della Futa dell'Archivio Zeta) infatti, capitanata da Bernardino Bonzani e Monica Morini, vincitrice negli anni, tra gli altri, del Premio Scenario Ustica, I Teatri del Sacro e del Premio Cervi, lavora a tempo pieno, con grande lena ed energie, sul sociale attraverso l'arte e il teatro. La loro è una vocazione, una missione e una spinta verso l'altro. Il lavorare nel disagio, cercando di coglierne positività ed opportunità ed occasioni, è la loro colonna portante.
Ecco che in questo “Argonauti”, tra i venti giovani in scena, tutti in bianco candido antico, nove ragazzi provengono dall'Africa con il loro carico diTeatro dellOrsa Argonauti preparativi 2 storie e racconti e ricordi declinati però attraverso i parallelismi con questi versi millenari. Hanno bastoni e lance in mano per battere il tempo e condurci in questa Via Crucis che li/ci porterà alla salvezza, alla Terra Promessa, che diventano cartelli dove affiorano le sagome di navi e barche. Ai dialetti africani si sommano, in un incrocio musicale impastato di contemporaneità, i nostri idiomi del Sud: i nuovi italiani con gli emiliani di seconda generazione in un gramelot caldo che profuma di vita e occhi. E' un esercito, questo, di guerrieri sereni che si fermano davanti a te chiedendoti, e spiazzandoti: “Chi ti ha insegnato che cosa?” e la memoria torna all'infanzia, alla famiglia, a ciò che eravamo in un ponte nostalgico alle nostre origini. Il coro intanto canta a cappella (il contributo di Antonella Talamonti, storica collaboratrice di Giovanna Marini, prosegue felice a vele spiegate), batte i ritmi, coinvolge la platea che, seppur sotto una lieve pioggerella rinfrescante, partecipa di gusto, ci mette del proprio, insegue le vicende di Giasone e Medea, Pelia e la Colchide. I bastoni si fanno remi di natanti a solcare le strade di questo viaggio in stile Mario Perrotta (ricordando le megaperformance dell'autore-attore salentino “Bassa Continua” a Gualtieri e “Versoterra” in Puglia), i carrelli della spesa (e qui la memoria teatrale ci conduce ai Ricci/Forte) si trasformano in cavalli all'attacco con lanci di carta igienica e gli scontri sono partite a ping pong. La grande Festa popolare si conclude con il matrimonio tra Giasone e Medea in un clima di balli e felicità. L'Orsa però si ferma un attimo prima della tragedia che investirà la nipote di Circe e i suoi due figli. Ma questa è un'altra storia. Per adesso teniamoci il buono, i sorrisi, i calici alzati. L'Orsa splende in alto e ci consiglia la rotta.

Tommaso Chimenti 18/09/2017

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