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FIRENZE – Potremmo cominciare con un “Bella Ciao” ma sarebbe troppo comunista come attacco. Allora avremo a disposizione nel cassetto un “Ciao, amore ciao” ma il festival dei fiori ci mette allergia. E allora rispolveriamo un “Bye bye baby” sensuale e vorticoso. Ma non è certo questo il caso nel quale sfoderarla. Lucio Dalla ci avrebbe risposto con un “Ciao, è la colpa di non so di chi”, criptico ed enigmatico come piaceva a noi, mentre Tiziano Ferro si dichiarava finalmente con straziante languitudine: “per dirti ciao, ciao! mio piccolo ricordo in cui nascosi anni di felicità, ciao e guarda con orgoglio chi sostiene anche le guerre che non può”. Di questo “Ciao” veltroniano a teatro avevamo redatto qua un articolo introduttivo, tra il serio e il faceto, sull'autore: http://www.recensito.net/teatro/ciao-walter-veltroni-firenze.html Ciao2
La scena di questo “Ciao” (produzione Fondazione Teatro della Toscana; Teatro della Pergola mezza platea vuota e palchetti deserti in una delle ultime repliche), tratto dal libro omonimo di Walter Veltroni, ci ricorda quella, più profonda e intensa, del “Moby Dick” di Antonio Latella dove spiccava Giorgio Albertazzi-Capitano Achab furioso: tanti libri a impregnare la visuale, a chiudere nella cultura un ampio spazio di manovra. Un pianoforte dai mille piccoli tocchi sulla tastiera è la snervante coloritura e fioritura sottolineante che aleggia, serpeggia e arpeggia in sottofondo, a tratti disturbante, a volte per portare forzatamente alla commozione facile, a colmare i vuoti ingombranti, i silenzi spessi che la drammaturgia debole lascia aperti come fessure, come crepe che stridono.
Ciao3Il testo, appunto; la riduzione elaborata dallo stesso ex segretario Pd. Sta qui il difetto cruciale che, a valanga cala e cola a discapito della fruizione. Lo si capisce andando avanti che c'è qualcosa, un paradosso che non si lima ma che si acuisce con l'andare avanti della narrazione. Questo “Ciao” (con Massimo Ghini, signore della scena, e un Francesco Bonomo che ne esce vincitore, smart, fresco, con piglio lampante e pieno di luce, si prende a poco a poco il palco e la platea mangiandosela senza timori verso il divo che ha di fronte) rimane impantanato in una impasse imbarazzante tra l'essere una biografia, lecita e corretta, sul padre (morto quando il nostro Walter aveva solamente un anno) e il diventare quello che avrebbe dovuto essere nell'intento iniziale dell'autore, il confronto, immaginario e virtuale, sognante e fantastico, tra un figlio ormai sessantenne, e il padre, trentasettenne deceduto negli anni '50. Con i piani ribaltati, il figlio che potrebbe fare, non per anagrafe ma per età raggiunta, il padre a suo padre.
Ma come vivreste, se vi fosse concessa un'ora di tempo da passare con vostro padre che non avete mai conosciuto a sessant'anni dalla sua scomparsa? Forse parlando di Ciao5cose intime, minime, piccole, personali, leggere, commosse. Qui invece, viene fuori tutta la voglia di personalismo, aneddotica, citazionismo, personaggismo, situazionismo, autoreferenzialismo, del nostro uomo. Incontri il padre per la prima volta e ne viene fuori un dialogo freddo (il problema di fondo è proprio la scrittura piatta) come tra un biografo e un personaggio famoso, molto formale, ma fintamente caldo e amorevole, molto impostato, un dialogo tra un ufficio stampa e l'artista, con l'uno che ricordava all'altro le sue imprese (il padre era giornalista Rai e radiofonico agli albori della tv) e l'altro che le conferma, aggiunge particolari al raccolto, con l'altro ancora che annuisce. Praticamente si raccontano cose che il padre ha vissuto, e quindi sa e conosce, e che il figlio sa e conosce a menadito perché le ha lette, viste nei video d'epoca, le ha sentire raccontare mille volte dagli amici del genitore.
L'escamotage del padre (pare quello di Amleto) che torna evocando la propria presenza, sembra appunto un appiglio per continuare a parlare di sé, o meglio di trattare la figura del padre attraverso l'incontro con se stesso. Sarebbe stato più rispettoso farne una biografia invece che mettere due personaggi (che poi sono uno solo; piacerebbe a tutti essere interpretati sulla scena dal bel Ghini) allo specchio che si rimpallano le stesse vecchie, trite notizie che tutti noi possiamo recuperare da internet. Sciorinarsi a vicenda le proprie gesta eroiche (il tutto basato più che altro sul lato professionale, non familiare; la madre, ad esempio, citata solo di striscio) il proprio curriculum (con buona pace del centrocampista-ministro Poletti). Come essere invitati a cena a casa di quegli amici che immancabilmente poi, a fine serata, tirano fuori il proiettore e ti ammorbano con le diapositive, con relative didascalie e spiegazioni con battute che capiscono solo loro, delle loro recenti fighissime, ma per noi poco interessanti, vacanze.
Insopportabile poi le parti dove Ghini-Veltroni legge stralci del libro di Veltroni, riadattato per il teatro da Veltroni (Freud con questi sdoppiamenti ci sarebbe andato a nozze) e Ciao4banale il continuo ricorso (la regia di Piero Maccarinelli è “telefonata” e prevedibile come un tiro da fuori area in alleggerimento; ah, in sala c'era Marco Tardelli, l'urlo Mundial '82) e l'utilizzo dei video d'epoca con immagini in bianco e nero e la voce fuori campo impostata a ricordare momenti storici della nuova e giovane Repubblica italiana, non con l'intento di riportare alla memoria il Polesine, Superga, Coppi, Bartali o Togliatti, ma solo, in qualche modo, per farci vedere e sentire quanto il giovane Walter tuttologo (e i suoi dolori goethiani e foscoliani) fosse preparato sull'argomento. Come un'interrogazione scolastica. Un modo come un altro per emergere, per continuare a far parlare di sé.
E inoltre: il padre, come detto scomparso negli anni '50, scende sulla terra (molti troppi sorrisi ammiccanti a chiudere e chiosare ogni frase piaciona, crediamo suCiao6 indicazioni della regia molto charmant e troppo pennellata) e si mette davanti ad un Mac (la mela luminosa fa bella presenza di sé) e non chiede che cosa sia quell'oggetto misterioso. L'uso dei microfoni poi allontana, distoglie, renda la voce fredda, la appiattisce, le toglie quel calore essenziale a trasmettere, attraverso la parola, quell'umanità, quella pasta di cui abbiamo bisogno recandoci a teatro dove non serve la perfezione ma conta quel che hai da regalare al pubblico. Ne viene fuori un bignametto, e calibrato e costruito neanche così bene, dove alla fine ci ricordiamo di Sordi e Totò, di Gene Kelly e Mike Bongiorno, vip che sovrastano e schiacciano un incontro che avrebbe potuto aprire crepe di bellezza (sarebbe bello un racconto in teatro di Veltroni monologhista, allora sì, forse, uscirebbe qualcosa di meno patinato). Parte il sermone ecumenico, il corteo di parole, l'arringa dal pulpito. Questo è l'incontro tra Walter Veltroni e Walter Veltroni travestito, male, dal padre. E poi, quattro finali sono davvero eccessivi: l'abbraccio, il funerale, l'uscita di scena del padre ed infine, finalmente, Veltroni che legge la fine del suo libro. Amen.
“Ciao” perde la grande occasione, trasversale, di un bell'incrocio narrativo di un figlio che riabbraccia il padre, cosa che vorrebbero fare chi lo ha perso come chi non ha mai avuto un rapporto con il genitore, facendolo diventare una lezioncina di ciò che Walter ha imparato di Vittorio, chiudendo l'orizzonte a imbuto su una piccola vicenda invece che allargarla universalmente. Una piece che non sposta niente e nessuno, che non ci apre alcuna visuale. “Ciao” non parla a tutti noi (cosa che dovrebbe fare il teatro) ma ci dice quanto Veltroni senior sia stato bravo e quanto Veltroni junior sia stato bravissimo. Leggermente autoreferenziale. Leggermente.

Tommaso Chimenti 01/04/2017

SIENA – “Ciò che non hai mai visto lo trovi dove non sei mai stato” (Proverbio africano).
“Il vero domicilio dell’uomo non è una casa ma la strada, e la vita stessa è un viaggio da fare a piedi” (Bruce Chatwin).

Che cos'è in definitiva il viaggio? E' un cambiamento di status, è ricerca, è voglia di vedere, conoscere, andare. Praticamente è la colonna portante, lo scheletro di ogni animale, dell'uomo certamente. Spostarsi un po' più in là,vian1 vedere altri panorami non tanto per la bellezza della vista quanto per quell'intimo desiderio di scoprire, curiosi come bambini, che cosa si muova dietro la siepe, come albeggi dietro l'angolo. Il nuovo come primo passo di un futuro migliore, abitare nuovi spazi, o soltanto attraversarli, per cercare quel posto al sole, quel pezzetto di pace o paradiso, quella dose di tranquillità e serenità, che ogni essere, ogni creatura va cercando. Il viaggio, che sia metaforico o reale, simbolico o tangibile, è questo: siamo noi verso ciò che saremo perché se è vero che “chi si ferma è perduto” è altrettanto vero che il viaggio, per quanto duro e faticoso possa essere, porta sempre con sé, come dono e conquista, finestre spalancate e nuova luce su noi stessi, sulle nostre capacità, su chi siamo veramente, nel profondo. Il viaggio è la vita, è il percorso per essere persone e uomini, per portare conoscenza e sapienza attraverso l'incontro. Il viaggio è, per forza di cose, generoso, è uno scambio osmotico tra chi arriva e chi c'era.
“Le radici sono importanti, nella vita di un uomo, ma noi uomini abbiamo le gambe, non le radici, e le gambe sono fatte per andare altrove” (Pino Cacucci).
Questo il pensiero di fondo che ha spinto prima, e legato poi, il composito lavoro, il mosaico paziente del regista Altero Borghi (qui abbiamo già recensito il suo recente “Ho sognato un mondo nuovo” all'interno della Casa Circondariale di Siena: http://www.recensito.net/teatro/ho-sognato-un-mondo-nuovo-altero-borghi-carcere-siena.html) che, in questo vaudeville, in questa serie di scene e quadri, ha proposto le varie sfaccettature del complesso caleidoscopio, delle mille coniugazioni e declinazioni del viaggio. “I viandanti” (visto al Teatro dei Rozzi senese il 29 marzo), questo il titolo profetico, attualissimo, anche biblico e spirituale, siamo tutti noi nella nostra piccola esistenza su vian3questa terra, qualunque sia il nostro pensiero, religioso o ateo, al riguardo. Con la sua compagnia (con un gioco di parole, enfatico e pregnante per chi lavora da oltre venti anni nel sociale, si chiama “Poveri ma alteri”, dal nome del regista appunto, e la sua associazione “Sobborghi”, dal cognome e dalla marginalità dei temi toccati e affrontati), mista tra attori e detenuti (capaci Giuseppe A. e Giuseppe P.), che lo stesso Borghi (qui anche in scena) allena e alleva con i suoi intensi laboratori scenici e di recitazione, il viaggio diventa cartina di tornasole di un momento storico complesso fatto da mille rivoli contrastanti, un mix feroce dove stanno sullo stesso piano la miseria e la solidarietà, la comprensione dell'altro e la paura che porta alla chiusura, la povertà e la ricerca di un posto migliore per se stessi e per la propria famiglia.
“Non si fa un viaggio. Il viaggio ci fa e ci disfa, il viaggio ci inventa” (David Le Breton).
I viandanti erano i monaci che portavano la fede e il Verbo, secondo il loro credo, i viandanti battono i cammini sterrati e impervi, le strade bianche dell'anima, quelle irte e curve, quelle in salita dove non bastano buone calzature ma occorre forza di volontà e spirito di sacrificio. L'andare non è la strada percorsa ma la spinta interiore a mettere un passo dopo l'altro. Come diceva Lao Tzu “Un grande viaggio comincia con il primo passo”, inizia con la voglia di cambiamento, con il desiderio di essere altro rispetto all'oggi, a quello che fino a quel momento siamo stati. E il passo del viandante è per forza stanco e caracollante, non sa bene la direzione né che cosa troverà, né se troverà amore o odio al suo arrivo, o se il suo arrivo sarà sempre spostato senza posa, senza resa, senza riposo. “Chi va non è mai la stessa persona che è partita” (Proverbio cinese). I viandanti sono attraversatori, sono linee luminose, strisce che segmentano una città, un quartiere, ma anche un tempo, sono gli occhi di quel presente, occhi esterni che non giudicano ma vedono, bene e chiaramente, chi siamo e dove stiamo andando. I viandanti sono per loro natura senza pregiudizi, hanno bisogno di tutto ma hanno lavian2 dignità e la fierezza del passo, del camminamento. Le loro armi sono le gambe, i passi infiniti per inerzia a rincorrersi, a cercare l'ombra, polpacci e tendini, alluci e caviglie, ginocchia e anche. I viandanti non li puoi fermare proprio per questo, sono incontrollabili, non fanno del male a nessuno, vanno come se avessero dentro un radar o il sonar dei delfini, vanno perché lo star fermi, per loro, equivale alla morte. Non possono attendere. Il viandante porta con sé la sofferenza e la tristezza dell'aver dovuto abbandonare casa propria, ma anche la ricchezza che tutto il mondo può diventare casa propria. Il viandante elimina la paura dell'altro con l'apertura verso l'altro.
“Il mondo è un libro, e quelli che non viaggiano ne leggono solo una pagina” (Agostino d’Ippona). In questo mondo di scatole di cartone, la scena che ci aspetta, cubi vuoti e fragili come le nostre Torri di Babele arroganti, come torri gemelle che cadono, un mondo che sembra stabile e solido ma poi, al minimo soffio di vento, cede e crolla, si sfascia e si accartoccia, il viandante è mistero, perché non sottostà alle leggi occidentali e consumistiche, e tragedia, perché non ha le comodità, le sovrastrutture inutili create e alimentate e foraggiate dall'uomo contemporaneo. Le scatole sono le nostre certezze vane, cataste senza fondamenta, colossi dai piedi d'argilla. “E' ben difficile, in geografia come in morale, capire il mondo senza uscire di casa propria” (Voltaire). Sono viandanti i ragazzi africani che, con il loro tamburo che scandisce il ritmo della vita e il battito del cuore, attraversano continenti per cercare un posto dove non si combatta, dove non si muore, dove non si spara, dove ci sia pane, il viandante è come la rondine di vian4Mario Luzi (Andrea Amos Niccolini) nel suo vorticare frenetico, nella sua inquietudine di non trovare un posto giusto, condannato alla libertà, costretto all'andare, fagotto sulle spalle, pochi oggetti nella sacca ma infinite immagini nelle retine e milioni di ricordi e facce e sorrisi e lacrime. Il viandante cammina per trovare la pace fin quando non capisce che il suo riposo è proprio il camminare e che il viaggio non sta nella meta ma proprio nel viaggio, che non esiste meta, che il fine ultimo è questo grande cammino senza soluzione che si chiama vita.
“Andare avanti, inseguire l’assenza di avere un fine e dell’ansia di raggiungerlo” (Fernando Pessoa). Viandante è stata Artemisia Gentileschi (Serena Cesarini Sforza) con la sua indomita voglia non di chiudersi ma di lottare per un mondo dove essere donna non fosse un danno o una diminutio. Viandante è chiunque decida di non sottostare e di non zittirsi, di non silenziarsi (Paola Lambardi, Eva Pratesi), il viandante cerca sempre la verità proprio perché pungolato dalla sua incapacità di stare comodo. Il viandante è ricercatore e cantore di storie, è perennemente kerouckiano on the road, viandante per eccellenza è Ulisse o ancor meglio Don Chisciotte, matto o sognatore che sia, che il viaggio, anche se mentale (o in cyclette – Niccolò Marzi - o virtuale), è un dono da dover essere esplorato e scartato. Perché “non esiste il sentiero, il sentiero si fa camminando”, lasciandoci il libero arbitrio del nostro destino nel grande libro bianco che scriviamo ogni giorno. Il viandante ci sembra un'anima in pena che vaga quando, forse, lo siamo noi nel nostro restare, rimanere, come l'orchestra del Titanic, continuando a suonare pur accorgendoci che la barca sta affondando.

“Viaggiando alla scoperta dei paesi troverai il continente in te stesso” (Proverbio indiano).
“Avevamo molta strada da fare. Ma non importava, la strada è la vita” (Jack Kerouac).

Tommaso Chimenti 31/03/2017

Martedì, 21 Marzo 2017 15:55

Quando diremo “Ciao” a Veltroni?

FIRENZE – Doveva andare in Africa a fare volontariato una volta lasciata la politica. Del Walter Veltroni sindaco di Roma si ricordano più le sue continue e infinite foto con Totti, che ha pure sposato, che i provvedimenti presi per la città. No, invece l'approvazione del nuovo piano regolatore che ha permesso ai costruttori edili di edificare settanta milioni di metri cubo di cemento ce la ricordiamo. Alemanno sostenne che Walter aveva lasciato il debito1Veltroni pubblico della Capitale ad 8 miliardi di euro. Ma anche la Notte bianca e la Festa del Cinema. Luccichini quando i problemi veri di Roma sono ben altri. Poi questo Paese ripulisce, santifica, certifica, consacra, perdona, soprattutto scorda, dimentica. Tu chiamale, se vuoi, rimozioni. Che se riporti alla memoria allora sei un fazioso, un acido, un arcigno detrattore. “È un cattivo travestito da buono. Persegue con ferocia i suoi obiettivi”, ne ha scritto Claudio Velardi.
Ricordiamo la sua passione juventina e il pamphlet sulla tragedia dell'Heysel (trentanove morti schiacciati tra le fila della tifoseria che parteggiava per il casato Agnelli, con la squadra di Platini che vince, e festeggia pure a braccia alzate sotto la curva, nonostante sapesse dei morti, con un rigore fuori area di due metri) che poi diede frutto anche ad una piece teatrale (in scena Francesco Murgo). Il titolo sembra il succo amaro, la sinossi acida, il riassunto stropicciato dalla storia d'Italia: “Quando cade l'acrobata, entrano i clown” che ha del 6Veltroniridicolo, del tragico, del triste, del colorato, dell'estro e della malinconia eterna italica. Ci hanno fregato, e per sempre saecola saeculorum, i panem et circenses. “A me m'ha rovinato la guera”, lanciava le sue molotov dialettiche Petrolini. “Veltroni è un elencatore di luoghi comuni. Parla di cose che non sa. Cita libri che non legge. È un anglista che non conosce l’inglese. Un buonista senza bontà. Un americano senza America. Un professionista senza professione”, ha annotato Giampaolo Pansa.
Vediamo un po' chi è Veltroni, spirito che aleggia sullo Stivale, da diversi decenni. Tra qualche anno ai bambini per farli dormire diranno: “Guarda che sennò arriva Veltroni, eh!”. Figlio di un dirigente Rai e della figlia dell'ambasciatore jugoslavo in Vaticano. Si comincia bene: comunisti e cattolici. Bocciato al Liceo Tasso di Roma. Deputato a poco più di trent'anni (sei legislature), nominato direttore dell'Unità (in allegato c'erano gli album Panini o il Vangelo) soltanto con in tasca la tessera di giornalista pubblicista, è stato segretario Ds poi Pd. Mai gli è riuscita la mossa per diventare premier. Cineasta con i documentari “Quando c'era Berlinguer” con interviste da Napolitano a Jovanotti, e di “I bambini sanno” con un vago tentato sentore pasoliniano. E' sia Cavaliere al Merito come Ufficiale della Legion4veltroni d'Onore francese. Ha doppiato Rino Tacchino nella versione italiana di “Chicken Little” della Disney. Un uomo per tutte le stagioni che si rifà, come stampo e come idea, un po' ad Obama un po' ad Al Gore, Hollywood e Kennedy, spruzzate di Don Milani. Pasolini e Mike Bongiorno e il citazionismo spinto all'ennesima potenza. “Uno strano miscuglio di discorsi rivoluzionari e pratiche perbeniste, slanci e sciatterie, avventure ideali e telefonate alla mamma”, ha appuntato Massimo Gramellini. Di Veltroni ricordiamo Guzzanti che fa Veltroni.
Beppe Grillo lo ha definito: “Il miglior alleato di Berlusconi”. Forattini lo disegnava come un bruco verde. I salotti, la paciosità, la pazienza, quel buonismo diffuso, quel buonvolontarismo che molto spesso finisce in una bolla di sapone al sapor di tanto fumo senz'arrosto, quel rimpastare, facendosi vedere dalla parte giusta, senza andare mai 3Veltroniveramente fino in fondo, quell'essere scomodo ma solo nelle dichiarazioni d'intenti. W il compromesso ecumenico, affermare un concetto e poi includere subito dopo, aprire una possibilità, anche al suo opposto. Uno svolazzare leggero da colibrì che raramente ha affondato la stilettata. Non ha fatto il servizio militare in anni in cui, i settanta, o andavi a fare il Car a urlare “Lo giuro” o obiettavi con il rischio di visitare Gaeta. Privilegi. Mai laureato. Accomodante, benevolo, mansueto. Lo avevano proposto alla presidenza della Lega Calcio. Panta rei. Tutto scorre, ma tutto torna anche. “Il veltronismo, con i suoi romanzi, i suoi musei, le sue foto accattivanti, i suoi cd e dvd alla moda solidale, i suoi “villaggi della pace” e i suoi “parchi della memoria”, e poi con gli artisti e gli sportivi disabili, gli ex deportati, gli eroi senegalesi, gli ultrà pentiti, le donne minacciate di lapidazione, i vecchietti2Veltroni rallegrati da Totti, i dipendenti comunali in permesso per volontariato, i barboni massacrati e poi premiati per il loro coraggio civico”, ha vergato Filippo Ceccarelli.
Ciao” è lo spettacolo teatrale tratto dall'omonimo libro. Un padre e un figlio. Massimo Ghini ha già nella sua carriera interpretato dei politici: in “Compagni di scuola” di Verdone era un onorevole feroce, in “Zitti e mosca” stava sullo sfondo al passaggio dalle Feste de l'Unità al divertimentificio attuale. Che Ciao è internazionale, dalla Russia al Perù, dall'Australia alla Finlandia, come pizza, spaghetti e mafia. La capiscono tutti. “Ciao” deriva dal termine “schiavo” in veneziano: sono schiavo vostro che con le varie elisioni ha portato a questa forma contratta. Che poi ciao sta nell'incontro come nel commiato, nell'arrivo come nell'arrivederci. Schiavi di Veltroni e del veltronismo. Ciao ci dice Walter sempre sorridente, affabile e placido, nei suoi nei (meno di Vespa e Renzi) nel suo doppiomento per alcuni rassicurante, quasi a benedirci con un buffetto e una parola quieta per tutti. E noi che ancora non lo abbiamo detto a lui. Moriremo cattocomunistidemocristiani, dicendo amen a voce alta e il pugno chiuso nascosto dentro l'eskimo, il segno della croce nei momenti di paura e la bestemmia sottovoce in canna.

Tommaso Chimenti 21/03/2017

MILANO – “In un angolo del campo di concentramento, a un passo da dove si innalzavano gli infami forni crematori, nella ruvida superficie di una pietra, qualcuno, chi?, aveva inciso con l’aiuto di un coltello forse, o di un chiodo, la più drammatica delle proteste: Io sono stato qui e nessuno racconterà la mia storia”. (Luis Sepúlveda)
Di intrecci, letterari, artistici e cinematografici, sul rapporto tra sport come metafora di salvezza ne è piena la nostra memoria. Scendendo nel particolare, sul connubio tra pugilato e celluloide, dagli innumerevoli “Rocky” a “Toro scatenato”, da “Million dollar baby” a “Cinderella man” fino a “Lassù qualcuno mi ama”, sono zeppe le nostre retine. Invece, fattore incuriosente e gancio interessante, di questo “Il ring dell'Inferno” per la regia di Francesco Leschiera (collaboratore di Carmelo Rifici), era il portare a galla una storia ai più sconosciuta, ovvero i combattimenti tra detenuti ebrei all'interno dei campi di concentramento per il divertimento dei gerarchi nazisti. ring2Incontri, come quelli tra galli, che finivano con la vittoria dell'uno e la morte dell'altro. Come i gladiatori dentro l'arena del Colosseo.
Tratto da un fumetto berlinese, che riprende le vicende di un internato salvatosi anche grazie ai suoi pugni, vicenda raccontata in un libro (in Italia inedito) dal figlio, e riscritta da Antonello Antinolfi e Giulia Pes (visto al Teatro Libero), la rilettura e trasposizione però non è stata così efficace né dal punto di vista drammaturgico né per le scelte registiche di fondo. Avere in mano una materia originale da poter trattare è una carta da giocarsi, esaltandola, concentrando energie e sforzi in quella direzione, seguendo una linea ben netta e arrivando al nocciolo della questione, al focus principe. In questo caso il ring e l'Inferno dei lager.
Purtroppo però ci si perde o ci si dilunga in molte faccende prima di arrivare al quid, prima con l'uso di video proiettati sul fondale (un cartonato a forma di stella di David, il simbolo non risulta così comprensibile) che sembra un paravento, immagini in bianco e nero che ci propongono una sorta di “riassunto delle puntate precedenti”, Hitler che voleva fare il pittore, qualche cenno al periodo storico-politico, la sua ascesa al potere. Cose giustissime, per carità, ma leggermente scolastiche forse più adatte ad un pubblico giovane che ancora non ha studiato quel recente e buio periodo ma non per una platea adulta che, si spera, abbia più di una semplice infarinatura sugli accadimenti. I video documentaristici, come le lettere nel proseguo proiettate sullo sfondo, hanno una patina di didascalico e sottolineante.
ring3Dopo una prima parte appunto di filmati (anche l'abusato e stereotipato binario che portava ai luoghi di morte o gli ebrei passati per il camino in forma di ectoplasmi e fantasmi), con voce fuori campo che ci spiega a grandi linee una sinossi, un bignami del nazismo e delle leggi razziali anti ebree, la storia diviene un melò romantico e sentimentale (così come il finale) che ci porta in tutt'altre direzioni. Quando, nel corpo centrale della pièce, si arriva al campo di concentramento e agli incontri di boxe, sembra quasi di voler fare alla svelta per poi tornare a parlare della storia d'amore tra questi due ragazzi ebrei divisi dalla guerra. Alcune incongruenze poi sul piatto come ad esempio la divisa dell'ufficiale tedesco che sembra più appartenere ai vopos della Stasi (la Volkspolizei della DDR); infatti è verde, mentre quella delle SS, citate nel testo, vanno dal grigio al nero.
Punto a favore, nota sostanziale e non così laterale e periferica della scena, è l'uso di una ghiaia a terra che fa risuonare ogni passo, ogni suola che struscia, ogniring4 inciampo, ogni piede o ginocchio che cade donando un suono pesante e un'eco gracchiante di strazio e dolore, una sabbiolina che scricchiola e frigge, stride e sembra urlare, scava e strepita, come sentire ogni volta i graffi e le sbucciature roventi cadendo sull'asfalto ruvido. La stessa scena che però non utilizza, come avrebbe potuto valorizzare, quel filo spinato che se ne sta solitario lì in un angolo per fare la sua comparsa sul finire. Sarebbe stato foriero di riflessioni un ring di filo spinato che diventa frontiera incrollabile, mancanza di possibilità d'uscita, ma anche le recenti immagini dei confini dell'Europa presi d'assalto da disperati fuggiti da altre guerre o esuli rifugiati, o ancora quel filo che taglia e segna per sempre con le cicatrici chi è passato da quei luoghi. Tra i tre attori (non innovativa ma ben realizzata la scelta di dividere un personaggio su due interpreti) scegliamo, per impostazione e voce, temperamento ed esperienza, Ettore Distasio, mentre gli altri due, la stessa Pes e Ermanno Rovella, sono risultati lievemente acerbi. Un'occasione colta a metà per raccontare un fatto inedito facendolo divenire l'ennesimo spettacolo teatrale (sempre utili per non dimenticare) sui campi di sterminio e l'odio razziale, e l'ennesima storia d'amore teatrale.
“Questo non è un sanatorio. Questo è un Lager tedesco, si chiama Auschwitz, e non se ne esce che per il Camino. Se ti piace è così; se non ti piace, non hai che da andare a toccare il filo elettrico” (Primo Levi).

Tommaso Chimenti 05/03/2017

Foto: M. Nocerino

SIENA – “Si dice che non si conosce veramente una nazione finché non si sia stati nelle sue galere. Una nazione dovrebbe essere giudicata da come tratta non i cittadini più prestigiosi ma i cittadini più umili” (Nelson Mandela).
Molto spesso si crede che il teatro in carcere in Italia sia solo ed esclusivamente quello all'interno della Fortezza a Volterra. Che faccia rima con Punzo e soci. O con i Fratelli Taviani. Invece, a livello nazionale, molte compagnie sono state artefici di eventi e manifestazioni, di creatività significative dai pionieri Alfonso Santagata e Claudio Morganti a Lodi al Tam a Padova, dal Ticvin a San Vittore fino a Vannuccini a Rebibbia. Ma soprattutto nella realtà toscana (Gianfranco Pedullà a Pistoia e Arezzo, i Metropopolare a Prato, Elisa Taddei e i Krill a Sollicciano), è tutto, fortunatamente, un fiorire di esperienze di laboratori pedagogici e didattica teatrale dentro le mura anguste e claustrofobiche delle case circondariali come dei penitenziari. Basta non avere la pretesa attoriale e artistica ma istruttiva e didattica, basta non avere la presunzione di creare un teatro stabile. Empoli, Firenze, Livorno, Lucca, hosognato2Massa Marittima, Montelupo Fiorentino, Pisa, Pistoia, Pontremoli, Prato, San Gimignano, Siena, Volterra, Isola d'Elba; in ognuna di queste strutture professionisti e volontari portano la loro esperienza scenica a chi, forse, il teatro non ha mai avuto la possibilità né di vederlo né tanto meno di poterlo fare (per info: teatrocarcere.it).
“Colui che apre la porta di una scuola, chiude una prigione” (Victor Hugo).
Ed ecco questo incrocio elettrico ed elettrizzante con i detenuti, con le loro storie di sofferenza, emarginazione, disagio e degrado, che portano sulla scena parole millenarie oppure racconti tratti dalle proprie esistenze in una catarsi, un osmosi, un dare e ricevere con la platea, uno scambio che ci fa sentire vicini a chi ha sbagliato, molte volte per mancanza di possibilità di scelta e opportunità, per ignoranza e analfabetismo, e che ci fa dire: “Potevo esserci io al suo posto”. Non si tratta di buonismo. Molti detenuti, grazie al teatro, imparano a leggere e a scrivere, a esprimere le proprie emozioni, a tirarle fuori senza quella rabbia distruttiva e autolesionista che li ha affossati e li ha spinti proprio dove stanno adesso. Siamo stati spettatori e testimoni della pièce che il regista Altero Borghi (da ventidue anni docente all'interno di vari penitenziari: diciassette a San Gimignano, poi Siena e recentemente anche Grosseto e Massa Marittima) ha cucito (insieme a Serena Cesarini Sforza, suo l’intenso monologo sulla violenza alle donne) con le testimonianze di una dozzina di detenuti della Casa circondariale di Siena.
“Il grado di civilizzazione di una società si misura dalle sue prigioni” (Fëdor Dostoevskij).
hosognato3Il titolo “Ho sognato un mondo nuovo” (Associazione Sobborghi Onlus; nuove repliche il 10 e il 31 marzo) porta con sé una patina di speranza, ha un sapore di futuro, contiene un profumo di un domani da prendere, vedere, sentire, toccare una volta fuori dalle sbarre, lontano dai chiavistelli che ti si chiudono dietro ad ogni passaggio, delle serrature che schioccano. Tutti abbiamo diritto a sognare un mondo nuovo, soprattutto chi è qua dentro, recluso. Inevitabilmente c'è del naif, si respira dell'ingenuità ma anche quella leggerezza e quella purezza d'intenti che porta gioia attraverso la semplicità. Siamo in un bar, una sorta di “Classe morta”, dove l'orologio si è bloccato da tempo immemore (come queste vite sospese in attesa della fine della pena) e i clienti dormono di un sonno stanco (bella presenza scenica Giuseppe P.), rassegnato, senza forza né volontà, zombie in letargo. Ma l'arte porta con sé la libertà, il sogno fa uscire dalla gabbia con la mente. Come delle epifanie, delle apparizioni salvifiche si materializzano sul palco dodici storie che, tra autoironia (“Siamo V.I.P.: Viviamo In Prigione”) e riflessioni amare e scanzonate, ci parlano, metaforicamente, di Terra Promessa (il mondo che sta là fuori, che hanno perso, che si sono lasciati sfuggire e soffiare e che adesso stanno, giorno dopo giorno, riconquistandosi), di storie di clandestinità, dell'Anno che verrà, della voglia di riscossa e rivincita che rilascia nell'aria la potenza di David Bowie, quel desiderio feroce di ripartire, di mettersi alle spalle i brutti momenti, risalire la china, rialzarsi dopo una rovinosa caduta agli inferi.
“Negli Stati Uniti spendiamo quarantamila dollari per mantenere ogni detenuto e ottomila per l’istruzione di ogni alunno delle elementari” (John Grisham).hosognato1
C'è chi sogna un “Perfect Day” alla Lou Reed (bella fluidità di parola Stefano A.), perché non può fare altrimenti, c'è chi invece non sogna più (l'uomo “morettiano” pessimista che passa e se ne va scuotendo la testa) perché sente di non poterselo permettere, di non esserne degno, c'è chi sogna di essere un lupo nella foresta, pieno di fierezza e dignità, c'è chi sogna “il mondo che vorrei”, c'è chi legge la lettera inviatagli dalla propria figlia, c'è chi ha un sogno come il ragazzo africano che attacca un “I have a dream” che detto qui dentro ha ancora più senso e densità. C'è l'anziano detenuto che attacca le banche come simbolo del capitalismo e dell'assurda follia dell'avere, del possedere i soldi per poter comprare beni, c'è il ragazzo cresciuto per strada che rappa il suo amore per la giovane donna che lo sta aspettando a casa. I ricordi e le confessioni (Giuseppe A. ben dosa sarcasmo e durezza) si miscelano alle promesse e ai buoni propositi.
Per coloro che, nel nostro mondo là fuori, sono depressi e si lasciano andare, un giro ogni tanto in un penitenziario (o in un ospedale) potrebbe essere un toccasana per apprezzare quello che diamo per scontato: una camminata quando c'è il sole, un bacio, una carezza, un abbraccio, una risata all'aria aperta. La maggior parte di loro non saprà recitare così bene (la recitazione è assimilabile ad esperienze teatrali popolari e apprezzate come il Teatro Povero di Monticchiello o la Tovaglia a Quadri di Anghiari), non faranno gli attori professionisti una volta usciti da qua (non è questo l'intento e il fine ultimo), ma l'umanità che esprimono è qualcosa di imparagonabile, di tangibile, di felice. Anche con poco, si può fare molto, moltissimo. Questi ragazzi, questi uomini, insieme ad Altero Borghi, ce l'hanno dimostrato. Il teatro in carcere può recuperare coscienze e salvare vite con il play: il gioco del teatro. “Sono la più forte contraddizione delle sbarre, i libri. Al prigioniero steso sulla branda spalancano il soffitto” (Erri De Luca).

Tommaso Chimenti 01/03/2017

LASTRA A SIGNA – Ci sono spettacoli che vanno a rompere degli equilibri. Come l'eschimese che provoca la crepa rotonda sul pack. Sotto la buccia ancora c'è qualcosa che si muove, veloce come un salmone, scaltro come una faina, zigzagante come rally. Sotto il parafulmine di una storia da raccontare e di un attore su di un palco rialzato si può ancora riuscire a sentire, a scavare, lasciandosi cullare, spigolosamente, in un'armonia scomoda dentro l'orgasmo dialettico sparato alto, potente e fragoroso. Come il frontman punk con la pistola in pugno in “Sid e Nancy” mentre una “My way” smodata, distorta e sguaiata snocciola e gocciola nelle casse gracchianti. E la lingua che fa risuonare Emanuele Arrigazzi, sulla partitura stilistica e alta penna di Tiziano Scarpa (Einaudi, 2005), è un guanto che si appoggia adamitico al suo corpo ballerino. Un gramelot che ci riporta il gusto della sagra e della festa sconclusionata e dalle groppicoprisa grasse di vino rosso, zero impomatature, tanti sorrisi sdentati.
Tra un cilindro e il cialtronesco “Groppi d'amore nella scuraglia” (visto al Teatro delle Arti di Lastra a Signa) scende giù nell'ugola frizzante, ricordando certe pellicole, e soprattutto certi personaggi, a metà tra il cinema neorealista e le coloriture felliniane con uno spruzzo pasoliniano. Ora Arrigazzi ha le movenze di un Gaber giovanile, adesso spazia fino alla carnalità di Vinicio Capossela, ora inciampa dentro le scarpe di Iannacci, riempie il palco in un corpo a corpo denso e materico, sudato e appiccicoso, colloso e calorico; il suo è un grumo di grida sgrammaticate che prende in prestito le schiettezze della realtà contadina, storpia nel rurale stuprato, sfocia nel grottesco parabolico, avvampa nell'iperbole, in un dialetto arcaico (tracce, così a naso, di sano umbro, di stridente marchigiano, lapilli di pugliese, indizi che portano ad Abatantuono, stille di Nino Frassica, frammenti di Albanese) impiastricciato, impiallacciato, calloso, corroso e corroborato, gioco infarcito di onomatopeiche e mescolanze, di sonorità provinciali lontane a perdersi nei campi, nelle radure. Impossibile non far sobbalzare rimandi da una parte di Dario Fo e dall'altra testoriani, come echi da Flaiano o Zavattini.
E torna sempre, come mantra simbolico, come chiavistello, passe-partout e parola d'ordine, come spartitraffico e spartiacque, come boa dove girarci intorno e prendere nuovamente la rincorsa, il termine “scuraglia” che è sì il buio reale della notte ma anche il nero interiore, il marcio degli uomini, i pensieri nascosti, la boscaglia della psiche.
L'aedo Arrigazzi (al suo fianco il pianista Andrea Negruzzo; suona anche vasi di terracotta da fiori) è leggero nella sua danza rappata surfando in punta di piedi su un testo pieno di onde che salgono e poi si buttano in picchiata, in discesa furibonda a valanga, creando slavine di senso dai movimenti pelvici. Ora è Elvis che sfoga di pancia i suoi verbi groppiscardinati, le sue sillabe come punzecchiature di vespe, le sue perifrasi contorte come mulattiere per passare la montagna feroce della metafora. È un Fred Astaire sensuale immerso in questa lingua carnale, vorticosa e retrò, una pastura viva e arricciolata come le salsicce con il finocchietto di Cisternino, come i “turcinelli”, gli involtini di interiora d'agnello alla brace, è il pangrattato sulle melanzane al forno che fa la crosta croccante.
La senti che ti si incastra sfrontata, impigliata tra le dita, sotto le unghie molesta, gutturale e stomacale. Da una parte il sindaco di un piccolo comune della nostra scalcinata Italia da Peppone e don Camillo, un primo cittadino colluso (ricorda il politico arruffone di “Qualunquemente”) che vuol far costruire una discarica nella cittadina per far contenti i poteri forti (la Terra dei fuochi campana?), dall'altra Cicerchio, povero Masaniello (sembra un attuale esponente del Movimento Cinque Stelle) che si batte per la legalità e la trasparenza.
Ma la “scuraglia” è anche malessere e malaffare, ignoranza e menefreghismo. Una lingua poetica e popolare, alla Belli, che fa rima con il suo cantore sgualcito e spiegazzato, che swinga e fa lo slalom divenendo ora arcobaleno luminescente adesso trasformandosi in una diga pronta a erompere, ora la sua vena è cascata violenta e schiumosa, adesso la sua verve è un albero sfrondato dalla bora, brilla come un vetro sfondato da una pallonata, eccede nell'effluvio che travolge di zampilli incandescenti vulcanici che ruttano ed eruttano,groppi2 gorgogliano e sbuffano, bluffano. Come non pensare a Totò e Peppino? La storia passa in secondo piano, cresce tra le righe come gramigna in mezzo al frumento, sottopelle avanza. Ma l'onda che ci porta lontano, al largo, in acque burrascose e sonoramente felici e feconde, è la musicalità di questo andamento lessicale letterario sfiancato, slabbrato, decostruito, esploso, sezionato, sganasciato, smargiasso, estroso, tosto, crudo, ruvido come il vino rosso di certe campagne bevuto ad un tavolino assolato davanti a una piazza vuota e solo i grilli a far festa. Sentori di Ammanniti o il grottesco di Amurri.
Il cantore Arrigazzi è un fumetto clownesco che sguazza sciolto nel pantano di quest'idioma sfatto e grasso, è il cavallo scosso del Palio, sputa parole sporche e unte da far accapponare la pelle ai tipi compunti dell'Accademia della Crusca. È un funambolo-furetto che ci fa il prurito e il solletico con questo gergo macchiato di slang informale e sapido che è bastone senza carota, ipotetico e melmoso, caciara fangosa e fumosa, maleducata e spiccia, fogna e ascelle, torva e torbida, biascicata e “ingroppata”; un lessico che è zoccolo di muflone e ruggine, ma è anche volo di colibrì panciuto e ragnatela, colpi di tosse rauca e tango e urina dopo un'abbuffata d'asparagi, cacio e pepe, matto e disperatissimo, è giungla vietnamita, è scostumanza e rimasuglio, spugnosa e medievale. Arrigazzi è Bertoldo, è Bertoldino e soprattutto Cacasenno, è l'Armata Brancaleone spremuta e concentrata dentro un corpo solo, è Fast and Furious, è leggero ed eversivo, tellurico di scorribande sintattiche, è “Paisà” ma anche “Sciuscià”, “Ciociaro” ma pure “Accattone”. Pura, semplice felicità per i timpani. Scarpa è grande e Arrigazzi è il suo Profeta.

Tommaso Chimenti 19/02/2017

BOLOGNA - “I fantasmi non esistono, li abbiamo creati noi, siamo noi i fantasmi” (Eduardo De Filippo).
C'è sempre un filo impercettibile di sottile, toccante “verità” nei lavori di Nanni Garella e dei suoi attori psichiatrici. Attori non-attori che vivono e hanno vissuto, portandosi addosso i segni palpabili nel fisico, nella postura, nell'andamento, nello strusciare, piedi e parole, le parole che stanno pronunciando. In quella fessura incrinata, in quella crepa storta, a guardar bene c'è il teatro con la sua pasta, meglio se ben amalgamata come in questo caso, di finzione scenica e realtà sofferta e sudata, quell'intreccio articolato e reticolato di suoni e segni, versi centenari e vite subite nell'oggi. E così la scelta, non potrebbe essere altrimenti, strada segnata e piena ma non scontata, non può chefantasmi2 fantasmiricadere su “I giganti della montagna” pirandelliani qui ribattezzati e deformati, estrapolati e asciugati in questo “Fantasmi” (prod. ERT e Associazione Arte e Salute onlus) metafora fin dal titolo dell'emancipazione, della marginalità, dell'invisibilità dei malati, dell'impreparazione ad affrontare le psicosi, dell'indigenza sentimentale sofferta.
Recentemente abbiamo visto le suggestioni tratte da “I giganti” di Roberto Latini, evitando quello della ditta Lombardi-Tiezzi, imbattendoci in quello enfatico dell'Opera Nazionale Combattenti a cura dei pugliesi Principio Attivo. Un testo dai molti risvolti, che apre sempre porte oscure (dopotutto siamo nel periodo fiorente della psicanalisi), che attira sempre nuovi adepti attorno alla propria cuccia. “Ogni storia d’amore è una storia di fantasmi” (David Forster Wallace).
Siamo in una sorta di cantiere polveroso, stucco e calce, cenere di marmo dappertutto, come una colata spruzzata di bianco ad ammantare, coprire, sedare, come il giorno dopo lo scoppio del Vesuvio su Pompei: una lastricata di questo bianco sporco granuloso e appiccicaticcio che pare incrostarsi sotto le unghie, dentro le retine a dare fastidio, a fare rumore di gesso spezzato sull'ardesia. Come anime di muratori esodati vagano, come corteo o processione, tra calcinacci e assi, tra i teli messi a coprire (chissà cosa c'è sotto) il tempo che morde e mangia, come tarli, le cose tutt'attorno. Grandi lavori in corso in questo scantinato (metaforico e reale), in questa villa in rifacimento (ottimistica visione) o in fantasmi2disfacimento, abbandonata a queste figure che qui hanno trovato conforto e riparo, silenzio e fuga, lontani dagli esseri umani (ce ne sono ancora là fuori? Venatura fantasmibeckettiana apocalittica), egualmente distanti da quei Giganti, saggi e brutali, là sull'eremo, sull'Olimpo circondato dalle lucciole pasoliniane. “I mostri sono reali e anche i fantasmi sono reali. Vivono dentro di noi e, a volte, vincono” (Stephen King).
Due gruppi di marionette pinocchiesche starnazzanti come bamboline da carillon si fronteggiano, gli abitanti del palazzo (Moreno Rimondi - il mago Cotrone su tutti per presenza di dostoevskijana memoria, voce, imposizione, controllo) e la compagnia teatrale di giro (generosa Pamela Giannasi - la Contessa, iperbole e sfioritura). Si somigliano, i primi esiliati dalla vita, i secondi senza più un pubblici, entrambi reietti, fuori dai giochi, in fuorigioco. E nel momento dell'incontro è come un guardarsi allo specchio, un rivedersi, fantocci, negli occhi dell'altro. L'atmosfera è da festa triste, da sogno tragico cechoviano in questo sotterraneo claustrofobico, seminterrato dell'anima, vagamente ricordante i garage delle torture argentine. Sotto, chiusi, nascosti alla vista, alla vita. Sono voci di dentro che sfiatano le propria ombra in questo Purgatorio, tra questi bassifondi gorkijani. È il gioco della verità, reale o presunta, quella vissuta o quella creduta tale, è il gioco della maschera, del giocare seriamente un ruolo fino ad incarnarlo. A che punto è la notte?
“I saggi e gli onesti son quelli che fanno la storia, fanno la guerra, la guerra è una cosa seria, buffoni e burattini, non la faranno mai” (Edoardo Bennato, “E' stata tua la colpa”).

Tommaso Chimenti 18/02/2017

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