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SCANDICCI – “Gli uomini dell’occidente vivono come se non dovessero non morire mai e muoiono come se non avessero mai vissuto”. (Dalai Lama)
Ci vuole un genio per raccontare il più grande mistero dell'uomo: l'esistenza, e con essa la vita e di conseguenza anche la morte, cioè la fine stessa della vita, il segreto, la nebbia oltre la siepe, quel limbo dal quale (esclusi Dante e Orfeo) nessuno è tornato per spiegarcelo. E geniale è, a suo modo, la costruzione di questo paradigma, il surreale intreccio che Michele Santeramo tesse e crea, dipana e rilascia in questa sua nuova uscita sul palco, lui drammaturgo e non attore ma che già con “La prossima stagione”, in solitaria, e poi ne “Il nullafacente”, in compagnia, con il suo incedere cadenzato e leonardo2lento, quell'aplomb dialettico tenue e dolce, ci aveva fatto vedere e dimostrato che sulla scena ci sa stare, eccome. Ecco “Leonardo”, il genio che ci porta, con questa novella, favola per i bambini di ogni età (come i vecchi giocattoli in legno: dai 9 ai 99 anni), dentro le pieghe di un ragionamento che è bello, a prescindere, stare ad ascoltare, recuperando il vizio fugace dell'attesa straordinaria, del racconto iperbolico carico di segni, tanto metaforico quanto di grande insegnamento filosofico.
La sua riflessione profonda è un cammino illuminante e solare fin dentro le rughe del tempo, dietro gli anfratti della tanto millantata felicità, nelle viscere dell'eternità, tra le piaghe del Tempo. C'è tutto questo ed anche di più nel monologo (giustamente con scrivania e fogli al seguito, come una conferenza, come un saggio, come un incontro intimo, vicino, per pochi carbonari astanti a cogliere parole nuove, non aggressive, dalle quali la violenza e i decibel alti sono banditi) dell'autore pugliese de “Le scarpe” o “Il guaritore” o della recente trasposizione di “Uomini e no” (al Piccolo di Milano) da Vittorini. Tre quarti d'ora di grazia e leggerezza, nel senso più alto del termine, quello della lievità che tutto sorvola limpida, benedetta dalla ragione, dalla poesia, dall'armonia delle parole. Alle sue spalle si rinnova il sodalizio con i disegni dai colori sgargianti, annacquati ed infantili, nonché nostalgici, di Cristina Gardumi che qui ci hanno ricordato Basquiat.
leonardo3“Leonardo” è anche un testo antibellico; tutto comincia dai progetti del genio di Vinci per la costruzione di nuove e potenti armi, strumenti volti al sangue, alla ferita, alla morte. Metti le armi, metti la sezione dei cadaveri per capire meglio gli ingranaggi e le dinamiche dei corpi, il passo, sempre per un genio, dalla distruzione alla ricerca dell'eternità (il genio cerca sempre il negativo di ciò che sta facendo per avere la riprova di essere sulla strada giusta) è breve. Qui Leonardo lo vediamo simile, per fragilità e dubbi, a Enrico Fermi o a Paul Tibbets, pilota dell'Enola Gay che sganciò la bomba a Hiroshima: “La morte fa schifo” ratifica l'autore de “La dama con l'ermellino” e da qui comincia il suo peregrinare teso a scoprire le miserie umane per sconfiggerle, rendendolo eterno. È questo pensiero, trasformare la vulnerabilità dell'essere umano in imperitura e immortale forza, che alimenta e spinge e accende i suoi neuroni.
Santeramo si fa baricchiano nelle sue esposizioni magnetiche come una giornata di sole in inverno, le sue domande sono folgoranti come leleonardo4 intuizioni spiazzanti, lampanti e palesi dei bambini, i suoi enunciati hanno la schiettezza, la lucidità, la schiena dritta di una storia occhi negli occhi, con quella luce di fondo che ti conduce non certo alla verità dei fatti ma alla pulizia d'animo. Non è vero quello che mi racconti ma se il come è convincente allora posso credere a qualunque tua suggestione. E così Santeramo si fa Cicerone e chauffeur, Caronte e Virgilio e ci conduce, con una scrittura soave e soffice sempre più tra Calvino e Rodari, fin dentro il “Paese dove non si muore mai” che immediatamente ci fa rima dentro con quello collodiano dei Balocchi. Nuovi inganni, nuove luci, nuovi specchietti per le allodole per il vecchio vizio dell'uomo: non terminare la sua corsa ma proseguire nel tempo, bucando le ere, sforando le dimensioni. Tu chiamalo, se vuoi, botox o ibernazione.
leonardo5È nel dialogo, impossibile ma credibile, falso ma plausibile, con la Monnalisa che la debolezza umana, il disfarsi con il tempo, il perdere forza ed energia fino al dissolversi, si illumina fino a chiarificare il concetto: proprio perché il nostro tempo su questa terra è finito, ha una sua conclusione naturale (fa paura, lo so, questo dover convivere con una fine annunciata senza che nessuno possa porvi rimedio, una condanna a morte scritta per ognuno di noi già dalla nascita), è proprio perché sentiamo dolore, che sanguiniamo se ci tagliamo, è proprio per questo limite invalicabile che il tempo che galleggia nel mezzo tra l'alba e il tramonto dell'uomo è talmente prezioso che diventa impareggiabile, dal valore infinito, inquantificabile. Cosa che, se vivessimo per sempre, condannandoci alla noia perenne, paradossalmente scemerebbe in una pappa indistinta, in un ammorbante tempo senza senso. La promessa della morte, e il nostro quotidiano fingere di superarla, soverchiarla e sconfiggerla, è quel limite che tentiamo di forzare con le nostre azioni, con i nostri estremi esperimenti giornalieri d'ingannarla, seminarla, nasconderci alla falce come il cavaliere di Samarcanda. Se l'eternità è inanimata, ci dice Santeramo-Leonardo, è proprio la morte che dà senso alla vita e la rende unica (qui ci è venuto alla mente “Non buttiamoci giù” di Nick Hornby), è proprio quella scogliera, quella frontiera che si avvicina che ci deve far godere del tempo che ci è concesso. Lo dice, dopo attenta riflessione, un genio: c'è da crederci.
“Morire è tremendo, ma l’idea di morire senza aver vissuto è insopportabile”. (Erich Fromm)

Tommaso Chimenti 18/12/2017

Foto: Filippo Manzini

FIRENZE – “Non c’è un altro posto del mondo dove l’uomo è più felice che in uno stadio di calcio” (Albert Camus).
Negli anni '80, quando ancora i cuochi non si chiamavano chef, andava molto la “Pasta alle sette P”. Nella serata organizzata dal Festival del Calcio (diretto da Alessandro Riccini Ricci, le scorse edizioni si erano svolte a Perugia) al Teatro del Sale molte, tante, e mai troppe P, sono scese in campo. Pensiamo al gioco della Palla e ovviamente al Pallone, tu pensa al Passaggio filtrante o al Pressing, alla Percussione sulla fascia o alla Penetrazione centrale, e poi ci sono il Possesso palla, il Palleggio e il Pallonetto, per non pensare al Palo, da benedire o maledire, la sempre mal digerita Panchina, la Parata dei numeri uno, il sempre utile Parastinchi, la Porta, da proteggere o sfondare, il Posticipo, l'anelato Procuratore, fino alla Punizione di Prima della Punta. A Firenze il calcio sta di casa con il centro federale di Coverciano.Roberto Pruzzo
Il calcio, il soccer, il football sono pieni delle P di Palla, ma riunire sotto lo stesso tetto, attorno agli stessi microfoni tre assi, forse casualmente accomunati da quella P iniziale nel loro cognome, non è impresa semplice: se a centrocampo metti Eraldo Pecci, una coppa Italia con il Bologna, poi Fiorentina, uno scudetto al Torino e infine con la maglia del Napoli di Maradona; se in attacco schieri Roberto Pruzzo, una carriera divisa tra Genoa, soprattutto Roma, con dieci stagioni, uno scudetto, oltre cento gol in maglia giallorossa, la finale di Coppa Campioni persa con il Liverpool in casa, e per concludere il Maestro Nicola Piovani, Premio Oscar per la colonna sonora de “La vita è bella” di Roberto Benigni. Tre P favolose che si sono aperte, raccontate, con dolcezza, semplicità, allegria, anche irriverenza, schiettezza, mischiando ricordi di campo e di spogliatoio con aneddoti di tifo. Piovani, qui in veste di romanista e non di pianista, ha messo sul piatto le sue nostalgie e le atmosfere di chi vive la squadra da fuori, miscelandole con i guizzi dei suoi ex campioni.
piovani oscarPecci, da bravo centrocampista qual era, si presenta subito con un'incursione: “Sono il trapano dell'Adriatico”, e qualunque allusione è lecita. C'è talento, gioia, fantasia, genio, niente è impomatato né abbottonato. Palla a Piovani: “Abitavo nel quartiere romano Trionfale e per noi ragazzini i “laziali” erano qualcosa di strano, di lontano: “I laziali stanno a via Tunisi” ci dicevamo con paura come fossero mostri. Non sapevamo come fossero fatti realmente questi “laziali”. E allora, quando volevamo proprio rompere le regole, ci dicevamo: “Ma perché non andiamo a scrivere Forza Roma con il gesso a via Tunisi?” e l'eccitazione per il tabù era fortissima. Il tifo non è una passione, è un'appartenenza. Se fossi nato a via Tunisi avrei vinto l'Oscar? Non lo so davvero”. Zeffirelli sosteneva che il calcio è, e deve essere, puerile, infantile. Ecco un nuovo intervento divertito di Pecci: “Se il rigore è a favore nostro c'era di sicuro, se era contro non c'era”, contravvenendo Boskov che diceva “Rigore è quando arbitro fischia”. E ancora il mattatore romagnolo con una grande verve e acume: “Fare il tifoso del Toro è come masturbarsi con la sabbia”. Ecco, l'immagine è precisa e rende bene l'idea.
Si può dire che sul palco, Fiorentina, Torino e Roma, si sono coalizzate in un tutti contro una, la squadra a strisce per eccellenza, quella inEraldo Pecci2 bianco e nero, quella innominabile. Pruzzo ce lo ricordiamo con i baffoni adesso sostituiti da un pizzetto leggero, appena disegnato, sembra il più schivo. Pecci invece è una bomba che scatena curiosità e sano divertimento gustoso; quest'estate è andato a Capo Nord in scooter: “Se Dio esiste, sta da quelle parti”, chiosa. Con un accenno di malinconia, dopo una carriera di luci e titoli e trionfi e telecamere sottolinea: “L'anno migliore della mia carriera? Al militare”. Pruzzo che racconta quando doveva andare alla Juventus, Piovani che ricorda di Pruzzo le cinque reti segnate all'Avellino: “Il calcio a certi livelli non si può spiegare, rientra nella categoria dello stupore, del disegno, di quel talento puro fatto con tutta quella semplicità e naturalezza che è frutto di tutto quel grande lavoro che noi umani non riusciamo a vedere”. E qui torniamo a Boskov: “Campione vede autostrada dove altri vedono sentiero”. Genio.
Un calcio senza il Var quello che hanno giocato Pruzzo e Pecci, classe '55 entrambi, nessuno dei due portati nell'82 al felice Mundial. Gli occhi di Piovani s'accendono, è qui che si vede il campione: “I calciatori hanno qualcosa di mitologico, sono come fumetti, e le immagini ti rimangono dentro, indelebili nel tempo: ad esempio io mi ricordo ancora quel Roma-Lecce, che ci avrebbe dato lo scudetto, con la Roma che mai quell'anno aveva pareggiato all'Olimpico e il Lecce già retrocesso”. Pruzzo non può non prendere la parola: “In quella partita non ci fu niente di logico, ma nel calcio ci ricordiamo sempre delle sconfitte”. Arriva Pecci: “Quando chiesero a Pesaola (un'altra P, ndr) il perché di una sconfitta lui rispose: “Io li metto bene in campo ma poi si muovono””. Viene tirato in ballo D'Alema: “Da quando D'Alema ha criticato Di Francesco le abbiamo vinte tutte, sarà una coincidenza”.
pruzzoSe si parla di calcio il discorso non può non arrivare a Nils Liedholm che Pruzzo (a Roma ha aperto il suo ristorante “Osteria il 9”) ricorda con infinito affetto rammentando le sue scaramanzie, le sue fissazioni con la numerologia e i segni zodiacali e quella volta che litigò con Furino, non un tipino agevole, dicendogli con tutta la calma e l'aplomb di cui era capace lo svedese: “Le do due pugni di vantaggio e il tempo di scappare”. “Mi ricordo che tante volte lo riportavo a casa dopo gli allenamenti e quei piccoli viaggi per Roma con la sua voce placida che mi dice gira a destra, Roberto vai piano, ce li ho ancora dentro”. L'addio al calcio di Totti raccontato come “doloroso”, “strappalacrime”, “ha fatto tristezza”, “doveva smettere due anni prima”. Ma poi tutto si riconcilia sotto il grande cappello dell'“odio”, sportivo ovviamente, verso la Vecchia Signora: “Ho sentito in questi giorni alcune statistiche che sostengono che se ci fosse stato il Var la Juventus avrebbe sette scudetti in meno in bacheca”, sentenzia Pruzzo; “A volte il racconto dell'errore dell'arbitro è bellissimo” - sterza Pecci - “utopicamente mi piacerebbe che fossero i giocatori ad autoarbitrarsi”.
Ma poi è la parola del Maestro d'orchestra a riprendere tutte le varie voci, coordinare i vari strumenti: “Non mi hanno mai chiesto di scrivere l'inno della Roma? Ma quello attuale è bellissimo, anche se io sono molto legato a “Campo Testaccio” scritto nel '30 da Armando Fragna”. Ma il solista Pecci ha ancora l'ultima cartuccia in serbo: “Rigore è quando Var fischia”. La palla intanto continua a rotolare, altri campioni, altri ricordi, altre vittorie, altre sconfitte, ognuno con la nostalgia per un'epoca che qualcuno considera sbiadita preistoria e che altri ritengono avanguardia futurista. Certo il calcio rimane “l'oppio dei popoli” ma è anche il rigore in “Mediterraneo”. “Il calcio ha le sue ragioni misteriose che la ragione non conosce” (Osvaldo Soriano).

Tommaso Chimenti 10/10/2017

FIRENZE – Nella colonna vertebrale, nel dna e nelle vene della Chiesa Cattolica scorrono da sempre due anime, contrapposte e antitetiche, convivono, seppur difficilmente, la parte cardinalizia e quella apostolica, quella purpurea e pomposa e quella devota agli ultimi, le scarpine rosse di Prada di Ratzinger e le Mission sparse in Sud America lottando nel fango con i campesinos, gli attici di Bertone e i preti di strada, gli anelli da “baciamo le mani” e la Barbiana di Don Milani, l'opulenza della Cappella Sistina e tutti i Don Puglisi sparsi nel mondo e uccisi per difendere i più deboli, i Borgia e l'8 per mille apostolico.Caffe finale
Non bisogna mai dimenticare che il Papa non è il nonno buono e bonario che ogni tanto si affaccia alla finestra per l'omelia scontata che condanna sempre violenze e guerre sparse nel mondo, attentati e tragedie, ma è a tutti gli effetti un Capo di Stato e che, come tale, guida una nazione, anche se particolare. Bisogna infatti distinguere il numero di abitanti di Città del Vaticano con il numero dei “fedeli” senza sovrapporre il territorio, o la territorialità, con la fede nella religione. Che poi il Vaticano abbia disseminati nel mondo beni, terreni, immobili, monetari tanto da essere uno dei primi Paesi sul globo, questo è tutt'altro discorso.
Lo scontro tra potere temporale e quello spirituale diventa ambiguo, flessibile e vacillante se si parla di Vaticano. Molte le nubi attorno a San Pietro: dagli scandali sessuali insabbiati, soprattutto di carattere pedofilo, la lobby omosessuale che si aggirerebbe tra le sante aule, all'ambiguità dello Ior, la banca del piccolo Stato in Roma. Il Vaticano ha, nel secolo scorso, supportato e sostenuto sia Mussolini come più o meno tutti i dittatori sudamericani, da Pinochet a Videla. Eccoci all'Argentina, al “Mondiale di distrazione di massa”, alle telecronache alzate al massimo per coprire le urla che provenivano dalle fogne di tutti quei “Garage Olimpo” dove si torturavano giovani che da lì a poco sarebbero andati ad infoltire e infittire gli elenchi dei “desaparecidos”, i gol di Kempes e la combine del 6 a 0 al Perù.
Mitri 2012 09 ridUn tango maledetto ballato su pozze di sangue, altro che singing in the rain, i fiumi di denaro ad imbrattare e l'acqua dell'Oceano ad inghiottire ragazzi bendati lanciati dagli aerei, e infine le lacrime, amare e senza giustizia, di chi è restato, le madri di Plaza de Mayo. La Chiesa, quella di Roma, è fondamentale in tutto questo gioco di pedine, rimane sullo sfondo come una nube marcia e sposta, protegge, spinge, aiuta, un po' come la “mano de dios” di Diego Armando Maradona. Da tutto questo magma infuocato di misteri e segreti, nasce e cresce “Ite missa Est” della coppia Andrea Mitri e Mauro Monni (produzione Atto Due/Sine qua non; visto al Teatro delle Spiagge). “Andate, la messa è finita” è un messaggio di pace ma può essere letto anche come un segno di estrema impotenza, un arrendersi, un rassegnarsi senza essere riusciti a dimostrare responsabilità e congetture.
E' un dialogo a due voci, innescato dalla regia essenziale e funzionale di Jean Philippe Pearson, che si incontreranno soltanto nel finale, un doppio binario che mette da una parte il sacro, un prete (Mauro Monni, a tratti didascalico, tra Piero Angela e Carlo Lucarelli, soft ma preciso; a volte è la voce narrante) immerso nelle carte e nei numeri dopati della finanza creativa dello Ior (siamo a cavallo tra i '70 e gli '80) personaggio di fantasia, e il profano, il capitano dell'Argentina mundial Jorge Carrascosa (Andrea Mitri spagnoleggiante, lui che nella vita è stato realmente un calciatore professionista dimenticato, dà calore e linfa, partecipazione e contatto), realmente esistito, fino alle soglie della competizione, dimissionario per protesta contro i generali. Ed è in questo campo minato, in questa frizione, in questa parentesi tra vero e romanzato, che si palleggia, tra luce e buio, una drammaturgia ben orchestrata che va avanti a strappi, ad elastico, cercando di incedere su un terreno fragile, fangoso, pericoloso e scivoloso in una ricostruzione storica che tenta di fare una fotografia, dare un quadro, proiettare un affresco su questo lato oscuro della forza, su questa massa di eventi che messi insieme, uno dopo l'altro, danno il senso del marcio, dello schifo, della vergogna, da rimuovere, da spalare. E se da una parte l'uomo della strada ci racconta, carnale e terreno, di partite e combine, di Passarella e Bertoni e Maradona, che non fu convocato, dall'altro un sacerdote ingenuo e pulito stride nelle stanze dei bottoni in mezzo a tutto quell'ammasso di denaro sporco, guerre finanziate, collusioni, complicità, mani sporche di sangue.
E' un tango triste che ripercorre una fetta di storia d'Italia, una partita che si gioca in trasferta, tra Buenos Aires e il Vaticano. E si affacciano figure e volti che ancora ci fanno rabbrividire e cheFinale a due pronunciamo con il nodo alla gola come fosse l'enunciazione di una formazione dal sapore sinistro e terrificante: Licio GelliMichele SindonaRoberto CalviPaul MarcinkusGiulio Andreotti. Dai Patti Lateranensi, passando per Hitler, lo Ior diventa una potente banca non sottoposta a controlli internazionali. E' in questo solco che esplode la costruzione narrativa, fa crescere il pathos fino quasi a toccare la commozione e le ambiguità, le lacrime e i fascismi, le mani piene d'anelli a braccetto con quelle con i manganelli. Le rouge et le noir, dopotutto. Ma non basta; tutto è impastato, indissolubile: ecco Kissinger e il suo Piano Condor, ovvero il sistemare dittatori voluti dagli USA in ogni Paese del Sudamerica, la scomparsa di Emanuela Orlandi, figlia di un funzionario del Vaticano, la Banda della MaglianaPapa Luciani e la sua morte strana, proprio lui che voleva dismettere lo Ior e auspicava una Chiesa povera. E ancora le BR e il rapimento di Aldo MoroWojtyla e la questione polacca con Solidarnosc, l'assassinio di Ambrosoli, quello che, secondo il nostro Presidente del Consiglio dell'epoca, Andreotti, era “uno che se l'andava cercando”, la guerra delle Malvinas o Falklands, la P2, il delitto Pecorelli. Non possono che non scorrere brividi. Una ricostruzione di pancia (il calciatore) e di testa (il prete), di cuore e di cervello perché ci vogliono entrambi per reggere le brutture, per non soccombere sotto le ingiustizie.
Papa Bergoglio tifa San Lorenzo. E a San Lorenzo cadono le stelle e illuminano il cielo. Sperando che cadano anche tutti i veli che ancora nascondono scomode verità, per far luce finalmente sulle tante pagine buie del nostro passato. L'urlo di “The Great Gig in the Sky” dei Pink Floyd (non a caso del '73) riassume tutta l'impotenza, la frustrazione, il dolore, il nostro essere indifesi. Siamo nudi davanti alla Storia.

Tommaso Chimenti 24/09/2017

REGGIO EMILIA – Dopo aver visto, dopo essere stati immersi nella fiumana di centinaia di persone che seguivano il corteo teatrale degli “Argonauti” a cura della compagnia reggiana Teatro dell'Orsa, è inevitabile chiedersi dove stia andando il teatro, quali strade stia prendendo e soprattutto che cosa oggi, e sempre più, stia cercando il pubblico. C'è sempre una crescente fame da parte della platea di recuperare gli spazi cittadini, di riappropriarsene attraverso marce non politicizzate e pacifiche, di riconquistare, attraverso la cultura e la parola, terreni e territori, strapparli all'indifferenza e, perché no, anche al degrado, toglierli alle periferie di asfalto e cemento, renderli colorati e vivi. La gente ha sempre più bisogno di unirli, toccarsi, sentirsi parte di un qualcosa più grande del singolo che da solo si perde, cade, Teatro dellOrsa Argonauti foto miprendoemiportovia 4finisce nell'ombra e nell'oblio. Ma è, come tentavamo di spiegarci e di trovare logiche e dinamiche, un ritorno al passato (basti pensare al Living Theatre o all'Odin Teatret), mai tramontato, ad una modalità che da fuori, dalle strade e dalle piazze, è divenuto borghese al chiuso dei tanti teatri e spazi e che adesso sta progressivamente ritornando ad una dimensione corale cittadina dove tutti insieme si va, idealmente abbracciati e mano nella mano, a sentire, discutere in silenzio, prendere parte, dare il nostro appoggio a drammaturgie millenarie ma sempre attuali, sostenere con il corpo, con il numero, con le mani, con il passaggio affollato per una cerimonia tutta laica, per un rito che non ha tempo né fine.
Monica Morini e Bernardino BonzaniCome topolini a sciamare seguendo pifferai magici moderni (simile ad alcune processioni nelle pellicole di Ciprì e Maresco ma anche al “Quarto Stato” di Pellizza da Volpedo) ma imbevuti di parole antiche e arcaiche tra le vie e i parchi di Reggio Emilia dentro una grande avventura, un'esperienza da vivere e sentire, toccare. Così, l'arcano viaggio degli “Argonauti” (curioso come in questo stesso periodo un altro gruppo, il Teatro delle Albe, per giunta della stessa fervida regione, l'Emilia Romagna, abbia deciso di lavorare sullo stesso testo della mitologia greca) diviene, anche con segni facili, ben riconoscibili e semplici, metafora e simbologia degli sbarchi dei migranti, di chi cerca un luogo senza guerra, di chi insegue il suo “vello d'oro”. La compagnia Teatro dell'Orsa (ci hanno ricordato le piece itineranti al Cimitero Monumentale della Futa dell'Archivio Zeta) infatti, capitanata da Bernardino Bonzani e Monica Morini, vincitrice negli anni, tra gli altri, del Premio Scenario Ustica, I Teatri del Sacro e del Premio Cervi, lavora a tempo pieno, con grande lena ed energie, sul sociale attraverso l'arte e il teatro. La loro è una vocazione, una missione e una spinta verso l'altro. Il lavorare nel disagio, cercando di coglierne positività ed opportunità ed occasioni, è la loro colonna portante.
Ecco che in questo “Argonauti”, tra i venti giovani in scena, tutti in bianco candido antico, nove ragazzi provengono dall'Africa con il loro carico diTeatro dellOrsa Argonauti preparativi 2 storie e racconti e ricordi declinati però attraverso i parallelismi con questi versi millenari. Hanno bastoni e lance in mano per battere il tempo e condurci in questa Via Crucis che li/ci porterà alla salvezza, alla Terra Promessa, che diventano cartelli dove affiorano le sagome di navi e barche. Ai dialetti africani si sommano, in un incrocio musicale impastato di contemporaneità, i nostri idiomi del Sud: i nuovi italiani con gli emiliani di seconda generazione in un gramelot caldo che profuma di vita e occhi. E' un esercito, questo, di guerrieri sereni che si fermano davanti a te chiedendoti, e spiazzandoti: “Chi ti ha insegnato che cosa?” e la memoria torna all'infanzia, alla famiglia, a ciò che eravamo in un ponte nostalgico alle nostre origini. Il coro intanto canta a cappella (il contributo di Antonella Talamonti, storica collaboratrice di Giovanna Marini, prosegue felice a vele spiegate), batte i ritmi, coinvolge la platea che, seppur sotto una lieve pioggerella rinfrescante, partecipa di gusto, ci mette del proprio, insegue le vicende di Giasone e Medea, Pelia e la Colchide. I bastoni si fanno remi di natanti a solcare le strade di questo viaggio in stile Mario Perrotta (ricordando le megaperformance dell'autore-attore salentino “Bassa Continua” a Gualtieri e “Versoterra” in Puglia), i carrelli della spesa (e qui la memoria teatrale ci conduce ai Ricci/Forte) si trasformano in cavalli all'attacco con lanci di carta igienica e gli scontri sono partite a ping pong. La grande Festa popolare si conclude con il matrimonio tra Giasone e Medea in un clima di balli e felicità. L'Orsa però si ferma un attimo prima della tragedia che investirà la nipote di Circe e i suoi due figli. Ma questa è un'altra storia. Per adesso teniamoci il buono, i sorrisi, i calici alzati. L'Orsa splende in alto e ci consiglia la rotta.

Tommaso Chimenti 18/09/2017

BOLOGNA – 101 appunti come fossero i piccoli dalmata del celebre cartoon. Sempre di macchie si parla, comunque. Di sbagli, di errori, di tentativi, in sintesi, di vita. Sono tracce sparse, elenchi, righe scelte, pezzi, sprazzi, lampi, flash, carezze e schiaffi, sassi lanciati nelle vetrate della chiesa e pallonate sotto le macchine in corsa. Parole da sottolineare, versi prosaici da tenere lì buoni: arriverà l'occasione per usarli, per farli propri, per “Farsi luogo”, il titolo del pamphlet di Marco Martinelli (50 pp, 4.99 euro, Cue Press), regista, autore, teatrante da sempre collegato al Teatro delle Albe di 01martinelliRavenna, qui, in queste poche ma emblematiche pagine, messosi a nudo, soprattutto uomo con le sue fragilità e insicurezze, con i suoi occhi curiosi e scintillanti, con la lentezza del corpo associata alla grande velocità d'esecuzione di un'intelligenza guizzante che riesce a spostarti, a farti fare uno scarto, un passo alla volta, a spingere senza arroganza né violenza. Le sue parole sono appigli per scalare una montagna, ganci per issarsi fin sopra il promontorio per vedere il panorama della vita, sanno di fatica, odorano di mani e artigianato, di pensieri e pensare, di non smettere mai di credere in quello che stiamo inseguendo. La sua è una piccola grande utopia realizzabile.
E' un uomo sereno, si vede, risolto, si sente, pieno, completo, si percepisce. Ci dice di non inseguire falsi miti e semidei, primi tra tutti il successo e il denaro, miraggi distraenti, ma di essere sempre più noi stessi, di ritrovarci, di sentire intimamente quelle che sono, e ognuno ha i propri, i nostri desideri e priorità. Martinelli ci dice che non esistono strade sbagliate ma che tutte, se convinte e sentite, sono buone e degne da essere perseguite. Che niente cade dall'alto, niente spunta da sotto l'albero del Bengodi né sotto i cavoli, che bisogna, che è necessario fare fatica; fatica nello studiare, fatica nel tentare di capire, fatica nell'imparare, fatica nell'ascoltare. Li chiama “101 movimenti”, ma sono anche motivi e slanci, punti di un decalogo decuplicato da assaporare, morsi che partono dal teatro (“il luogo dove la gioia balbetta sopra le macerie”), il suo recinto preferito, ma che sfociano nell'esistenza quotidiana dell'individuo per poi ritornare alla scena.
02martinelliSi sente l'amore per la vita e l'affetto smisurato per chi lo circonda, la fortuna e i ringraziamenti in questa preghiera laica che sgorga dalla sua voce ora calma, adesso sottolineante, che si ferma e si appoggia a parole-chiave che aprono pareti celate, nascondigli, angoli e fa prendere aria e luce, ci spalanca le finestre di dentro. I suoi “luoghi” sono tanto tangibili quanto astratti e proprio perché fatti di contorni aleatori scivolosi e slittanti, travalicano, oscillano, scintillano, si spostano. Pensi di stare ascoltando parole di teatro, sul teatro e invece ti ritrovi a sentire eco e rimandi alla tua biografia, ad annuire, a sentire quel brivido che appare quando la nostalgia del passato si muove verso il farò del domani. Martinelli punta sulle persone e non sui personaggi.
E' un piacere stare lì ad ascoltarlo in questo circolo ristretto (siamo al Liv di Bologna, spazio gestito dalla compagnia Instabili Vaganti), vicini come03martinelli se le parole potessero scappare. Ripete di “andare a fondo”, di ricercare, di allontanare dalla nostre vite la superficialità, che non vuol dire vivere con pesantezza. Martinelli ride e sorride, eccome, sta qui la grandezza della leggerezza della profondità. La noti nel suo sguardo aperto, mai in difesa sempre pronto al rilancio. Parla di saperi, di lavoro, di “grazia” e “accanimenti”, di cittadinanza. Dice di “lasciare la porta aperta” perché chi vuole possa uscire ma anche perché possano arrivare, simbolico ma anche reale, altre persone attirate, incuriosite da quelle parole lasciate volare nel vento e portate per le stanze, in mezzo alla strada. Le parole, perché le parole sono importanti: “grumo” e “rovello” e “carne”, lettere concatenate che ti entrano dentro, dette piano quasi sussurrate, ed esplodono.
Sembrano termini non rassicuranti ma, proprio perché la vita non lo è, dobbiamo, sempre con quella fatica che è il leit motiv di sottofondo che striscia nella colonna vertebrale del discorso, assumerci responsabilità e crearci e cercarci antidoti alla banalità, alla stupidità, alle facili “trappole” disseminate lungo il cammino che ci portano lontano, in terreni inutili e fangosi, a disperdere energie e sogni. Ci parla di “coraggio” con chiarezza dura e diretta, elemento fondamentale della libertà, ci dice di non avere paura. Trasudano parole di incoraggiamento, di sostegno, di speranza. I buoni maestri sono rari. Abbiamo sempre più bisogno di persone così, come Marco Martinelli. Dobbiamo “farci luogo”, farci carico.

Tommaso Chimenti 10/09/2017

TORONTO – Possiamo a buon diritto inserire Daniele Bartolini nella lunga schiera di attori, registi o meglio performer che lavorano in quella frangia di teatro intimo, minimo, per pochi spettatori alla volta, se non proprio uno ad uno. Sembra un controsenso. Cade il concetto di teatro come luogo perché qui gli spazi sono gioco forza non convenzionali, decade l'idea di platea, muore il principio della divisione tra scena e fruizione della stessa, di luce sul palco e buio sopra le poltroncine. Tutto è miscelato, impastato e tutto diventa unico sia per chi lo fa, chi lo mette in scena, e chi lo riceve, sente e interagisce. Dicevamo che possiamo inserire Daniele Bartolini, fiorentino ma da cinque anni residente a Toronto dove lavora e dove ha proposto tutte le sue creazioni nei maggiori festival canadesi, in quella lista che ci porta al maestro colombiano Enrique Vargas (ricordiamo il suo “Oracoli” ma anche il nuovo “Il filo di Arianna”), il duo cuneese-australiano Cuocolo-Bosetti, ma anche le L.I.S., il Teatro bartolini02del Lemming o Alessandro Fantechi e le sue Isole Comprese Teatro o ancora, sempre rimanendo in Toscana, Katia Giuliani. Per pochi astanti alla volta era anche il recente “Medea su via Zara”, su un pullmino in tangenziale, del Teatro dei Borgia, come, a piccoli gruppi e nuclei, “L'alveare delle storie” del Teatro dell'Orsa ma anche i Chille de la Balanza fiorentini ne sanno qualcosa.
Fidatevi, buttatevi la prossima volta che incrocerete un cartellone che presenterà una pièce del genere. Sui generis. I rapporti si ribaltano; qui non si può solo ascoltare e rimanere passivi ma dobbiamo agire, rispondere, animare con un coinvolgimento totale dei sensi, dell'intelligenza, giocare le proprie carte in quel limite di paura dell'ignoto, in quel brivido di imprevedibile e non preordinato. Ogni “viaggio” è particolare e unico perché è l'interscambio che rende la miscela, l'amalgama tra i due “contendenti”, un nuovo concentrato di energia.
E Daniele Bartolini, mentre fuori dalla sua finestra in giardino una famiglia di procioni si arrangia nel maneggiare tutto quel che trova, proveniente dalla scuola Krypton a Scandicci, alle porte di Firenze, e allievo di Fulvio Cauteruccio, ha deciso di intraprendere questa via che emoziona e travolge il Canada e dove esperienze del genere non erano attive, divenendo un capostipite di questo modo di fare e restituire teatro. Un teatro artigianale, fatto di mani e soprattutto parole, di contatti ma anche attese che macerano e lacerano, di biglietti scritti, di cose da cercare fuori e dentro di sé. Già perché il teatro per poche persone ti mette sempre con le spalle al muro, fa lavorare la platea, la fa pensare, la fa andare a ritroso nel tempo, a chiedersi, a darsi risposte o solamente a formalizzare domande che aveva eluso, scansato. Non è esagerato chiamare questo modo d'intendere l'arte teatrale come una vera e propria seduta terapeutica mista al play dei ruoli, al gioco dell'infingimento, del personaggio. Si entra spettatori e si esce cambiati, sollevati.
Il suo primo esperimento canadese del genere, che poi ha avuto così successo da essere replicato a Berlino, in India a Nuova Delhi e in Italia al festival “Kilowatt” di Sansepolcro, è stato “The Stranger” che rifletteva la sua condizione di italiano appena arrivato in un Paese così grande, così diverso, così lontano. Un solo spettatore che doveva girare la città per un impegno costante e profondo da parte degli ideatori ma anche da quella degli spettatori: lasciarsi andare, lasciarsi cadere, lanciarsi: “Rifletteva la mia condizione di immigrato d'allora; – racconta – lo spettatore veniva lasciato solo ad un incrocio di strade molto trafficate, affollate e convulse, ha un appuntamento ma non sa con chi. Non conosce colui, o colei, che sta aspettando, non sa bartolini04che contorni abbia, che lineamenti possa avere. Tutto si doveva svolgere in segreto e anche le informazioni erano passate ai partecipanti in maniera “carbonara”. Il pubblico che si immergeva in questo vero e proprio trip veniva spostato e portato ad incontrare varie persone e personaggi e personalità – sembra quasi un film di Lynch, ndr – con incroci in un bar o in uno studio pittorico come in un vagone della metro mettendo lo spettatore nella difficile, ma mai pericolosa, situazione di vivere varie situazioni dove nessuno sembra un attore e dove tutti, in fondo, ogni giorno, lo siamo cambiando pelle a seconda dei vari luoghi o contesti nei quali ci troviamo; ti potevi ritrovare a dover ballare con uno sconosciuto come ad entrare in un appartamento”. L'hamburger al whisky che ha appena cucinato scivola giù facile a grandi morsi.
La sua compagnia si chiama D.L.T., Dopo Lavoro Teatrale. Prima di arrivare a questa indubbia riconoscibilità e competenza nel settore, Bartolini in Italia aveva prodotto “Il grattacielo sullo spillo” partendo dalle lettere dal carcere di Antonio Gramsci, “2941”, la data della scoperta dell'America al contrario, e una “Odissea” interattiva, tra Ulisse e Joyce, questa andata in scena nell'importante panorama del festival “Fabbrica Europa” di Firenze. Nella scorsa stagione è stato il momento di “That Ugly Mess” un vero e proprio viaggio di 72 h, tre giorni a disposizione per ritrovare una persona, una grande e solitaria caccia al tesoro alla scoperta di se stessi, una pièce veramente impegnativa per entrambi i ruoli e realizzata in un villaggio vicino alla cascate del Niagara ed infine “Off Limits Zone” con due spettatori, l'uno ignaro che ve ne fosse un altro sul suo cammino che avesse intrapreso il suo stesso tragitto.bartolini05
E così arriviamo a “The Invisible City” che abbiamo visto sia nella versione italiana che in quella più ampia ed articolata canadese: “La prima parte si svolge al telefono – ci spiega – un attore e cinque sconosciuti collegati ad un'unica chiamata, una conference call a più voci. Il mio attore sta in India e chiede ai partecipanti una loro idea sulla loro città, una visione, una traccia, una fotografia, un ricordo, in una parola sola si parla di “identità”, di “memoria”, del senso di casa ma anche di famiglia e delle cose che ci sono familiari, quindi più vicine, in qualche modo che cosa ci tocca, che cosa è importante per noi, quello che ci rappresenta, quello dal quale ci sentiamo rappresentati al di là della nazionalità, del passaporto, come crediamo che ci descrivano gli altri, come ci descriviamo, il nostro posto nel mondo, qual è il nostro ruolo sociale percepito nel nostro intorno. Ognuno se ne sta sdraiato sul proprio letto, al buio o in penombra, come dallo psicanalista, a casa propria dove ci si sente più protetti e più pronti a lasciarsi andare, con il filtro del telefono e senza la vista a impacciare siamo più aperti a raccontarci senza paure di giudizio proprio per la distanza, il buio facilita l'introspezione e l'andare a pescare ricordi e momenti personali bartolini03profondi. È la seconda parte, il giorno successivo, che dà senso al tutto, perché i cinque partecipanti, che si erano soltanto ascoltati telefonicamente e per i quali ognuno degli altri era soltanto una voce senza volto, finalmente si incontrano e insieme questo piccolo gruppo in un luogo abbandonato rafforza l'unione ed unisce le parole del giorno precedente alla faccia e alle azioni della seconda trance”. Un gioco psicologico che apre porte e tocca corde recondite, che ti mette a nudo se hai voglia di indagarti, di esplorarti, di scrostare molte delle sovrastrutture necessarie per parare tutti i colpi dell'accettazione sociale odierna.
Altro progetto molto interessante, sempre su questo filone, sarà il prossimo “The Apartment”, una produzione in collaborazione con il Teatro Franco Boni di Toronto con lo spettatore, ancora una volta nel suo viaggio in solitaria che viene lasciato per mezz'ora in casa di un immigrato in Canada (la compagnia sta lavorando con iraniani, armeni, siriani) che poi dovrai incontrare. Giù la maschera: il teatro imbellettato e impomatato non fa per Daniele Bartolini. Qui si cerca un'idea altra di verità, si studia l'animo umano, ci si mette alla prova, alle corde, si provoca una reazione. Se nel mondo là fuori tutto è irreggimentato, regolato, inscatolato, ben venga il teatro che ancora riesce a scardinare queste catene, queste formule. C'è più vita vera nella finzione del teatro che nella realtà?

Tommaso Chimenti 05/09/2017

Leggi la recensione di "The Invisible City": http://www.recensito.net/teatro/the-invisible-city-kilowatt-daniele-bartolini.html 

 

 

 

 

 

 

Martedì, 29 Agosto 2017 06:40

Romeo e Giulietta non riescono a resuscitare

SANTA MARIA A MONTE – “Oh, che sarà, che sarà che vive nell'idea di questi amanti, che cantano i poeti più deliranti, che giurano i profeti ubriacati, che sta sul cammino dei mutilati e nella fantasia degli infelici, che sta nel dai-e-dai delle meretrici nel piano derelitto dei banditi”. (Ivano Fossati, “Che sarà”)

Dio è morto, Marx è morto, ma “Romeo e Giulietta stanno bene”. Potremmo parafrasare così il gigante Woody Allen, ossimorandolo, per immergerci nel nuovo testo dell'impegnatissimo Andreakaem2 Kaemmerle. Un testo che, a scanso di equivoci è doveroso riportare, si porta il peso addosso di un'estate lavorativamente faticosa tra l'organizzazione del festival di Volterra e Utopia del Buongusto, un grave lutto all'interno della compagnia Guascone Teatro e un infortunio al ginocchio occorso ad una delle attrici in scena, subendo, inevitabilmente, contraccolpi, sbilanciamenti, disequilibri, perdita di slancio e brillantezza, scivoloni e cadute. Diciamo che questo R&G non è nato sotto una buona stella. Altri recenti testi kaemmerliani ci avevano fatto gridare con veemenza e inneggiare giubilanti alla sua penna (secondo noi sottovalutata dall’establishment teatrale toscano che nei suoi confronti ha sempre storto il naso), al suo stare in scena con forza e grazia, al grande “mestiere” dell'attore fiorentino prestato a Bientina e Casciana Terme.
Piccoli onesti pamphlet portatori sani d’ironia, malinconia, malessere, voglia di vivere e allo stesso tempo carichi di quel vintage patinato, seppiato, rustico e ruvido che faceva sorridere e riflettere delle nostre crisi, delle nostre sciagure miserabili, del nostro essere così fragili e minuscoli in questa grande giostra che è la vita che non riusciamo mai né a capire né tanto meno a comprendere, pur sforzandoci, e fingendo, soprattutto con noi stessi, di esserne i motori, i padroni e proprietari decisionali, sapendo però, nel nostro intimo, di essere soltanto pedine, pedoni di cartapesta che verranno spazzati via dal tempo, dalla storia, del vorticare compulsivo dell'universo.
kaem0Ci ricordiamo “L'uomo tigre” che graffiava, “Lisciami” che carezzava, “Il tamburo sfondato” antibellico, “Vagoni vaganti” sul viaggio dentro e fuori di noi, “Odore di mare” traballante di onde e nostalgia; piccoli artigianali “capolavori” intimi che abbiamo avuto la fortuna di scoprire e gustare, vedere e assaggiare in queste appena passate notti d’estate utopiche. Non ci sentiamo di inserire l'ultima neonata opera in questa lista, certamente per i problemi contingenti emersi che ne hanno afflitto il difficile parto ma anche perché l’essenza drammaturgica, il nocciolo, la colonna vertebrale, pur partendo da un'idea solida, si è ben presto sfilacciata e sgretolata. Non tutte le ciambelle riescono con il buco. Andrea Kaemmerle funziona meglio nella fase monologante dove, solo in pista, ha tempi giusti, pause perfette, dove con i suoi guizzi controlla l'imponderabile e si lascia andare a piacimento portato dalla corrente delle parole, della platea e della sua gestualità franca. Le altre due figure in questo “Romeo e Giulietta”, appunto Giulietta e la “sposa” (perché questo inserimento?), rimangono compresse, e troppo sospese, indefinite e indecifrabili, attorno alla sua presenza catalizzatrice, nascoste nella sua ombra ingombrante: la prima una Silvia Rubes charlottiana, la seconda un’Anna Dimaggio timburtoniana.
In un limbo – sala d'attesa caotica di un qualche girone infernale (ci ha ricordato gli amanti suicidi danteschi Paolo e Francesca prima di diventare, sul finale, Olindo e Rosa, la coppia assassina di Erba,kaem3 con un accenno ai Renzo e Lucia manzoniani in un potpourri composito dai troppi sapori) stazionano, ma senza lo “star bene” del titolo sia chiaro, i due ragazzini shakespeariani che, evidentemente, non sono morti nella sventurata notte veronese seicentesca di veleno e fraintendimenti. Il plot sembra quasi un castigo, punizione-coazione a ripetere, ogni notte da allora per un tempo infinito, una formula che fa credere loro, più che altro sperare e autoconvincersi, di essere ancora vivi in questa parentesi remota, spazio galleggiante, anfratto nel tempo, dispersi nella loro sterminata e sconfinata “solitudine dei campi di cotone”.
E tra una panchina da innamorati di Peynet (spunta quasi un’iniziale Pietà michelangiolesca con Giulietta-Mary Poppins accasciata), e una cabina telefonica (ve la ricordate la pubblicità con Massimo Lopez della Sip “una telefonata allunga la vita”?) ci accorgiamo che non “stanno affatto bene” come nella pellicola eufemistica e quasi omonima “Stanno tutti bene” di Giuseppe Tornatore con Marcello Mastroianni. Ansiosi, ansiogeni, chiusi, relegati e segregati nella loro finta libertà, nei momenti di lucidità hanno dubbi se essere ancora di questo mondo o essere passati alla sostanza dei sogni. Da un cappotto tirano fuori (è tornato alla mente “Scene da Romeo e Giulietta” di Federico Tiezzi al Fabbricone di Prato di qualche anno fa, dove i due giovani amanti erano felicemente anziani e ancora insieme) una corda, un martello, una pistola, tutti oggetti utilizzabili per la soluzione estrema. Stranamente, però, niente veleno all’orizzonte.
Ma è l’impasto che non funziona pienamente, l'amalgama si fa collosa soprattutto con l’innesto, alquanto forzato, di un terzo personaggio all’interno del classico binomio amoroso: una sposa cadavere (avvicinabile a quella della “Carnezzeria” di Emma Dante), un'Anna Di Maggio che ce la mette tutta ma il suo ricamo appare fin dalle prime battute lontanissimo dall’atmosfera, una sposa irrazionale e bipolare che telefona disperatamente al marito già defunto. Neanche Leonard Cohen, nella ballata conclusiva, riesce a riesumare i due innamorati per eccellenza da questa dimensione parallela, sprofondati nel buco nero, nell’attesa di qualcosa che non accadrà.

Tommaso Chimenti 29/08/2017

MILANO – Per fortuna che è rimasto ancora qualcuno che certe cose le scrive e successivamente le fa anche dire ai propri attori. Scrivere senza tesi preconcette e preconfezionate da difendere, senza farsi paladino di un'idea. Senza paura, senza dover cedere, senza il timore di uscire allo scoperto, in solitudine, senza l'ansia di essere messo all'indice, nell'angolo, additato come controcorrente solo perché pensante. “Reproduction” (visto in forma di studio al Teatro della Contraddizione, garage artistico, fucina dove campeggia la scritta: “L'arte è una puttana, costa”) è un testo complesso e composito che ha in sé molte anime e un solo comune denominatore: un'intelligenza lontana dai cliché. Si parla di riproducibilità dell'arte ma anche di procreazione, il riprodursi della specie umana. La critica, in forma di protesta pop e sopra le righe, non è velata ma palese e diretta e tutta giocata con stile, estetica, leggerezza, tocchi ironici, spunti salutari,reproduction1 senza prurigine fino all'origine del dibattito che troppo spesso ormai la maggioranza abortisce e aborrisce per l'ansia di scontrarsi con un nuovo dispotismo dilagante, rassegnandosi, dubbiosi ma quieti e muti, di fronte a violente ondate di minoranze fatte percepire (grazie anche a media complici e conniventi, tra questi proprio il teatro che spesso si fa pulpito e comizio per supportare tesi politiche) alla società silente come necessità primaria. La compagnia è quella Phoebe Zeitgeist (pzteatro.org) con Giuseppe Isgrò regia e mente, Francesca Marianna Consonni alla scrittura. Brecht, Pasolini e Fassbinder i punti di riferimento nella loro personale stella dei venti.
In un Eden sintetico con un retrogusto che sa di “Giardino delle vergini suicide”, il prato è di un verde psichedelico (tutto il falso è vero) lo scontro è tra due damigelle e due concezioni di vita: la Signora in rosso, (Francesca Frigoli vagamente Amy Winehouse) che ha sentito l'orologio biologico, il tic tac della gravidanza, e la Dark Lady di ferro algida, autonoma e vamp dura (arriva montando una scopa reproduction2come strega moderna; Chiara Verzola richiama Milva o Ute Lemper, tendente a Oriana Fallaci, cattiva e acida Crudelia Demon) dedita e votata a fare della propria esistenza un'opera d'arte (“Quando stendo i panni allestisco”) senza bisogno di liquefarsi nelle pochezze animalesche, perdersi tra le onde dell'istinto sperperando la ragione: “Avere un figlio è avere qualcuno da rendere infelice”. Un'ora e mezza abbondante nella quale si ha sempre l'impressione del guizzo in un contesto ricercato, luccicante e kitsch, elegante nel suo essere esagerato, ipertrofico ma sensibile.
A gravitare come piccoli pianeti attorno a questi due Soli, come ioni attorno al corpo dell'atomo, tre figure maschili fortemente effeminate (Leprotto, Zebrotto, Conigliotto, harem omosessuale d'immaginario disneyano in magliette a righe come ireproduction3 marinaretti-gondolieri di Jean Paul Gaultier) che, tra lazzi e frizzi, giochi, vocine e schiamazzi, fanno da corollario e coro antico, spalti e fazioni, servi di scena, animali d'accompagnamento, contorno a queste due forze in campo che si scontrano in una battaglia epica, mitologica, fumettistica. Ogni frase è una ferita, ogni passaggio un crampo, ogni perifrasi taglia supportata da una colonna sonora ballabile che va dagli Smiths a Prince, da Marc Almond a Gianna Nannini, da Annie Lennox a David Bowie passando per i Cure.
Certo la veste sartoriale con la quale hanno addobbato la disputa è quella di una parodia favolistica ma le radici di queste parole appuntite sfondano la terra umida di questi tempi dove avere un'opinione propria e non allineata significa essere fastidiosi e scomodi. I tre spalleggiano perfettamente le due Regine agli antipodi nelle loro calzamaglie da Nurejev e stivali da Far West, in bilico tra uno Stregatto molto british e un Bianconiglio cinico e ingenuo. Il bambino che nasce ha le fattezze plasticose di Cicciobello (ci ha ricordato il finale del non riuscito “Darling” dei Ricci/Forte) prima di trasformarsi, con cambio anche di genere (tanto caro al dibattito attuale il gender), in una Barbie (e qui sovvengono i Tony Clifton Circus nel loro distruttivo “Hula Doll”). La marmellata è dannunziana, imburrata con velluti damienhirstiani, con una patina andywarholiana su un letto jeffkoonsiano. Poi lo snodo si focalizza, dopo la disfida tra le due possibilità e scelte femminili, sui nuovi nuclei che vogliono riprodurre un sistema perbenistico che hanno rifiutato e dal quale sono stati rifiutati: la famiglia tradizionale, i figli. Come nell'impastare un hamburger vegan si cerca lo stesso nome, la stessa forma, prendendola in prestito da esempi che si vuol combattere e sconfiggere, di ciò al quale ci opponiamo con forza. “Imitation of life” la chiamavano i R.E.M. I nostri son tempi vuoti e meschini che vanno riempiti con una burocratizzazione del linguaggio, panacea d'ogni male. Da far vedere sia ad Adinolfi che a Vendola. Mettendoli vicini di poltrona. Mano nella mano.

Tommaso Chimenti 14/06/2017

Lunedì, 12 Giugno 2017 14:47

Teatri del Sacro: a Dio piace il teatro

ASCOLI – La ferrovia che corre sull'Adriatico ci sta dicendo che tra non molti anni il mare se la mangerà. Attendiamo. Lucca addio. Dopo cinque edizioni (il premio è biennale) i “Teatri del Sacro” cambiano partner, immaginario e fondale, dalla bianca città nella rossa Toscana alle Marche dove ancora lo Stato Pontificio che fu si fa sentire. Le zone sismiche delle ultime scosse telluriche drammatiche sono qui a pochi chilometri di distanza. Nell'immaginario collettivo Ascoli è ancora Tonino Carino, il telecronista delle partite della squadra del presidente Rozzi a Novantesimo Minuto: raccontava di Juary e Dirceu, Mazzone e Anastasi. La Piazza Arringo e quella del Popolo con le pietre a riflettere il sole riempiono e svuotano lo sguardo. Le olive ascolane sacrosono sopravvalutate. Alcune piccole strade, quasi dei vicoli, qui vengono chiamate “rua”, e il riferimento alle rue francesi è tangibile. Sulla Quintana sventola anche una bandiera gialla e rossa, e il rimpallo non è alla Roma tottiana. Le architetture ricordano la Pienza papale o, da lontano, lo skyline ci fa pensare allo sfondo di Anghiari. Il travertino è liscio e poroso assieme. In piazza è l'anisetta che va per la maggiore, il liquore tipico della zona al gusto d'anice che già Gadda citò nel suo “Pasticciaccio”.
Quattordici i testi vincitori di questa edizione (in scena dal 4 all'11 giugno), rispetto ai venti di due anni fa. Ingresso libero. Funziona e regge benissimo al cambio di location la direzione artistica di Fabrizio Fiaschini, artefice e front man del successo popolare di quest'annata. C'è tutto un mondo, sconosciuto ai più, che ruota attorno al binomio teatro-Chiesa. Sono un migliaio infatti le parrocchie italiane che hanno attività artistica, prettamente cinema ma molte hanno anche un palco dove portare a fedeli, e non (in molti paesi la chiesa è ancora punto di riferimento culturale e ricreativo dell'intera comunità), storie, racconti, narrazioni d'interesse e clima non necessariamente religioso ed evangelico. Una trentina sono quelle che, in accordo con CEI, Federgat e ACEC, accolgono le proposte uscite dai “Teatri del Sacro” (a questo proposito funzionale e ben strutturato è il volume “I nuovi Cinema Paradiso”, edizioni Vita e Pensiero, 145 pp, 16 euro), una bella risorsa per tante compagnie che cercano nuovi spazi e repliche in un sistema teatrale abbastanza bloccato e in rosso. Tre i teatri ascolani a disposizione: il Ventidio Basso, il San Pietro in Castello, l'ex Chiesa Sant'Andrea.
sacropiccoloCinque voci in nero, il pretesto è luttuoso ma lo svolgimento si apre e amplia a vari registri, cinque donne che a suon di coro a cappella si raccontano, spiegano i diversi stati d'animo d'una esistenza. La coloritura di questo “Piccolo canto di Resurrezione” non è così coerente e passa velocemente dalla depressione, ovviamente tinteggiata di pesante cupezza, alla frivolezza di amori finiti e ritmi sciolti e tambureggianti, dal tentato suicidio a temi futili e gioviali. Cantano, e lo fanno bene, si danno il cambio, si spalleggiano, si supportano, si susseguono, si inseguono in queste rime giocose (più apprezzabili rispetto alle parti drammatiche più scontate). Sembrano cinque donne del Sud, sulle loro seggioline di fronte a casa, a prendere il fresco della vita e a passarsi il testimone di “tutte le volte che sono morta”, che la vita è una dipartita continua, decesso di una parte di noi per farne fiorire un'altra. Ogni giorno è Resurrezione e andrebbe salutato come una festa, una sorpresa gratificante. Le canzoni popolari diventano soul che si fa gospel che si spande nel blues. Ci vorrebbe soltanto più equilibrio per armonizzare, senza gli attuali bruschi cambi di tono, tra le sezioni briose e quelle tragiche, altrimenti il rischio è quello di banalizzare le seconde impastandole nel calderone della leggerezza.
Di stampo troppo televisivo ci è parso invece “Santo piacere” di Giovanni Scifoni che si rifà alla stand up comedy statunitense. E ci sasacropiac anche stare sul palco, lo occupa, lo padroneggia, lo fa suo. Però molti appunti si possono fare a questa disamina che vorrebbe, anche banalizzando con superficialità, scandagliare il rapporto dell'uomo, credente e cattolico, con il sesso. Insomma circumnavigare attorno al continente della sessualità. Il buonismo e il perbenismo si sprecano: “Il miglior contraccettivo è la fedeltà”. La donna è vista come un oggetto, bello per carità, che passa, silente e silenziosa, in reggiseno e mutande, tacchi a spillo e giarrettiere, più volte chinandosi a pi greco mezzi, senza mai avere voce in capitolo né una mezza iniziativa di dialettica o qualche grammo di cervello, deve solo esporre il proprio corpo. Sembra di assistere ad una puntata di quel quiz presentato da Teo Mammuccari, con Flavia Vento sotto il tavolo. Il cabaret da one man show ci ricorda Brignano o Montesano. Alcune battute però sono fuori luogo, come ad esempio quella sulla “pillola dei quindici anni dopo” per i genitori con figli adolescenti “stronzi”. Una pillola che in realtà, lo spiega, è un proiettile per l'eliminazione del giovane; in tempi di bullismo da una parte e di genitori che uccidono la propria prole, non sono più accettabili certe risate. E poi abbiamo anche: “Sodomita è in provincia di Latina”, e giù la platea a sghignazzare. Il racconto su “un bambino down” quando la versione corretta (le parole sono importanti, soprattutto pronunciate dall'alto di un palco) sarebbe “con la sindrome di Down” (Down è il cognome dello scienziato, John Langdon, che ne descrisse per primo la condizione e non fa riferimento al significato “down”, in italiano “giù” o “basso”, quasi ad identificare una scala gerarchica e valoriale nei confronti dell'essere normodotato). E ancora il ruolo del musulmano che sfotte Gesù “con il mantello di Superman” e i cristiani che sono “sfigati con forfora e tartaro sui denti”. Il teatro popolare ha bisogno di rinnovarsi dal punto di vista lessicale ma anche contenutistico. Scegliere di cosa ridere è un atto politico.
sacromaniPochi giorni prima di questo “Il desiderio segreto dei fossili di mare” avevamo assistito ad un'altra piece dei Maniaci d'Amore, “La Crepanza”, che ci era sembrato non ben scritto con una messinscena zoppicante e davvero fragile. Il gusto che ci aveva lasciato era di incompiutezza tendente al banale senza guizzi né appeal. Ci siamo totalmente e assolutamente ricreduti con “Il desiderio” piccolo gioiello di scrittura, tutto sul filo dell'ironia ma soprattutto dell'intelligenza. In un paese tutto di pietra dove non si nasce né si muore, dove l'unica serie televisiva va avanti da infinite stagioni e tutti gli uomini sono spaccapietre, due sorelle (quasi “Le serve” di Genet), una concreta (sforna torte di marmo) l'altra sognatrice (le sue non piacciono, sono morbide), si confrontano. Qui hanno tutti una lastra di pietra, come Obelix, ognuno si porta il suo fardello senza gioia, e le giornate sono tutte uguali tra gravidanze isteriche (non può nascere nessuno) e ricerca dell'amore (sono spaiati, in 73, e solo la sorella “sensibile” è rimasta fuori dai giochi). Fin quando non esce dallo schermo il loro personaggio preferito della soap che sbuca dalla cornice e letteralmente sfonda la quarta parete. L'impossibile diventa reale e quella sensazione di claustrofobia e malessere, quella certezza di non poter andare da nessuna parte si sfalda. Manca lo stato liquido in questo mondo, ma improvvisamente si rompono le acque (arriva il Bambin Gesù?), poi comincia a piovere. A volte i disastri sono la salvezza.

Tommaso Chimenti 12/06/2017

MILANO – Edimburgo, teatralmente parlando, è a Milano. La Fabbrica del Vapore ha in sé l'anima dell'artigianato, l'odore di mattone e ferro, quel piglio di mani e idee, quel fare che nasce nella testa e si sviluppa grazie a uomini e donne di buona volontà. La fucina è IT, il vulcano è IT, la fornace è IT (utilissimo e ben fatto il libretto per orientarsi nel mare magnum delle proposte) dove nascono gli attori e le compagnie, i testi e le messinscene di domani. Futuro presente. Il colore è il giallo: grano, sole, birra. Venti minuti, piccoli morsi per capire dove stiamo andando, i temi dei giovani, quello che si muove nel sottobosco delle proposte, delle promesse. Fiori che nascono sull'asfalto e nel deserto e che sbocceranno. Sono maratone, si entra e si esce, fuori il itbannersole cocente, dentro il buio tra queste volte ampie, i soffitti alti che danno respiro e possibilità di movimento ai sogni, alle speranze. E ne abbiamo trovata di fertilità, di novità, di guizzi, di lampi, di ponti, di gesti da ricordare, sottolineare, sottoscrivere, esaltare. Dieci ne abbiamo visti, di quattro parleremo. Già il manifesto evidenzia un animale ibrido e mitologico, sorta di Chimera, dal carattere roccioso del rinoceronte, caterpillar che non si ferma davanti alle difficoltà nella savana, e dalla spinta leggera e al contempo potente della balena. Un animale impossibile, come fare teatro in questo Paese. Ma c'è qualcuno che lo fa e con buoni risultati. Come il calabrone nel motto di Einstein.
itheartCi siamo affacciati alla stanza dove gli Snaporaz hanno allestito l'inquietante “Heartbreak Hotel”, per uno spettatore alla volta, dal sapore kubrickiano, con tocchi di Lynch, spruzzate di Hitchcook, e un fondo che ci ha ricordato “A sangue freddo” di Truman Capote. Un racconto che viene sciorinato attraverso il muro in cartongesso verso il quale siamo, come da piccoli in castigo, con la faccia rivolta. Siamo all'angolo, dietro è possibile che si muova qualcosa nell'ombra, nel buio. La narrazione-cronaca è quella di un serial killer; la psicologia del superstite sfora dalla radio, esce dal telefono. A terra ci sono tarocchi sparsi e la sensazione è quella di essere proprio sulla scena di un crimine, dentro le pieghe del male descritto, in quell'angolo di normalità, da carta da parati floreale e borghesuccia con i suoi ghirigori da seguire con il dito, in rilievo e lisci, le medicine sul comò, e tu stai lì, imbambolato, immerso nella grande dicotomia tra perdono o vendetta. Sono l'assassino o la giuria? Il condannato o la vittima? Incuriosente.
Da seguire assolutamente nel suo sviluppo è “In.Ter.Nos” dei Carolina Reaper, progetto in tre fasi, autonome e correlate dove un filo sottileitinter di malessere malcelato e uno strato sottile di soffocamento, straniamento, spaesamento. Un'indagine, potremmo dire banalmente, ma è molto di più; è uno scavare dentro le nostre paure, dentro i meandri di quel possibile che cerchiamo di allontanare in ogni modo ma che sta lì, come gufo sulla spalla, come avvoltoio in attesa dell'ultimo volo in picchiata. Al centro una “principessa”, bionda come lo devono essere le altezze reali di bellezza. Una sorta di modella stile Madonna in evidente stato di shock. La drammaturgia di Livia Castiglioni riesce pian piano, docilmente, ad instradarci nel sentiero dei passi pericolosi dove l'innocenza si tramuta in colpa, l'ingenuità in dramma, la pulizia in marcio. Siamo fatti di doppifondi ai quali attingere come pozzo d'acqua limpida o fango imputridito. Bravi, abili ed efficaci i tre sulla scena: Silvia Giulia Mendola, la starlette ossessiva, Elena Scalet e Francesco Meola, agenti alla “X files”. Mettetelo nel paniere delle scelte per la prossima stagione.
italchemicoAltro piccolo stralcio che ci ha colpito è “Per le ragioni degli altri” (Alchemico Tre) dove risulta ancora più lucente l'interpretazione di Michele Di Giacomo (che qui firma anche regia e adattamento da Pirandello), sempre più in palla e in vena, ad ogni nuovo lavoro ancora più convincente. Il filo che morde il freno è l'insoddisfazione, la molla che punge arrugginita è la desolazione sentimentale, la mancanza di empatia, l'assenza di comprensione. In questo buco nero, in questa infelicità diffusa che prende alla bocca dello stomaco, un uomo è diviso tra la mogliettina carina ma acida (Giorgia Coco), le sue voglie di scrittore (ci ha ricordato la biografia di Kafka) e un figlio avuto da una prostituta (Federica Fabiani, qui molto Maria Nazionale, carattere e “tigna”). Gli obblighi si sommano alle responsabilità, la cattiveria scappa da tutti i pori, nella frustrazione, nell'accettazione passiva che lacera e brucia. Non esiste più amore, resiste solo recriminazione e voglia di vendetta, acidità in tutte le forme possibili e declinabili per cadere e sprofondare sempre più in fondo a questo vortice turbinoso senza vie d'uscita. Da seguirne gli sviluppi.
L'ansia da prestazione sembra che sia uno dei cardini fondamentali dell'essere giovani oggi. E le compagnie di IT lo hanno tirato fuori e fattoitamor2 presente. Anche se sul versante brillante gli Amor Vacui con il loro “Domani mi alzo presto” ci portano nelle pieghe piagate della burocrazia che uccide i buoni propositi, in quell'ammasso di carte bollate e certificati, password e timbri che ingolfano prima la mente, che tarpano ambizioni, che infarciscono la mente di tanti ragazzi lasciati tra cellulare e divano, abbandonati tra pc e tv a passare il tempo fin quando non sarà troppo tardi. Sembra quasi che il mondo fin qui costruito abbia riservato alle giovani generazioni degli asili nido perenni per una forma di controllo e instupidimento continuo, una bolla di sapone che calma e placa come un placebo, come un antidolorifico che toglie il sintomo ma non il tumore sottostante. E il bubbone sta esplodendo. In “Domani mi alzo presto” (Andrea Bellacicco sugli scudi) il bando post universitario, il provino d'attore come la tesi diventano dei mostri giganteschi, scogli insuperabili, paure che si autoalimentano mangiandosi i giorni, la freschezza, la vitalità per creare nuovi zombie insoddisfatti e senza futuro. Una finta allegria vuota. Complimenti.

Tommaso Chimenti 10/06/2017

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