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MILANO – Federico Aldrovandi, Giuseppe Uva, Giulio Regeni, Giuseppe Pinelli, Stefano Cucchi, Jamal Khashoggi, Patrick George Zaky, Aldo Bianzino, Niki Aprile Gatti, Stefano Brunetti, Riccardo Rasman, Marcello Lonzi, Carmelo Castro. Non è una formazione calcistica ma solo alcuni casi (i più eclatanti mediaticamente, chissà quanti ce ne sono nascosti e celati tra le pieghe delle carte processuali o insabbiati dalla burocrazia) di cittadini, rei o meno, che, entrati in caserme o questure con le proprie gambe, ne sono usciti su una barella pronti per l'obitorio. Quello Stato che, proprio perché sei in stato di fermo e di custodia, dovrebbe “proteggerti” all'interno delle mura sicure della Legge. Proprio su una storia analoga alle vicende di casa nostra succitate, “tratto da una storia vera” che è capitata, capita e capiterà a qualsiasi latitudine (in questa lista potremmo metterci anche Gesù), il regista Bruno Fornasari (al quale piace mettere le mani nei bubboni roventi della nostra società e al quale le drammaturgie semplici e facili proprio non interessano) ha tradotto e diretto il testo “S.U.S.” che qui da noi è diventato “Sospetti”. Testo della fine degli anni '70 dell'autore, scrittore e giornalista inglese maxresdefault (1).jpgBarrie Keeffe (da poco scomparso), e che i Filodrammatici già misero in scena nel 2011.

Ma i tempi sono rimasti comunque difficili e il pezzo è e resta necessario per molti aspetti. Le persone, i cittadini si sentono insicuri e un giro di vite da parte delle forze dell'Ordine è sempre preso con più di un sollievo: metteteci la grande affluenza di persone che non hanno niente che arrivano da Paesi del Terzo Mondo ed alle quali viene dato tutto (il che crea squilibrio e disordine sociale), mettiamoci il buonismo strisciante per il quale il far rispettare le regole e le leggi sia fascista e di destra, mettiamoci il garantismo infinito e a volte esasperante, allora sembra che il comune cittadino (onesto) non abbia più armi per difendersi e speri sempre nella Polizia non tanto per avere giustizia, ordine, pulizia e rispetto delle regole né tanto meno vendetta, ma per poter vedere garantiti i propri diritti. In molte città italiane l'insicurezza è palpabile e il comune cittadino è senza scudi di fronte all'illegalità e alla microcriminalità, non sa come difendersi: il pensiero che però esistano le forze di polizia che, forse anche con il cosiddetto “lavoro sporco”, compiano indagini in quella parentesi di sottobosco, è un dato che da una parte rasserena e dall'altro protegge e salva in termini pratici.

Un giamaicano-inglese viene arrestato senza una prova certa, soltanto con una serie di indizi (razzisti?) a suo carico. Viene condotto in questura in compagnia di due poliziotti: vogliono che confessi l'omicidio della moglie trovata insanguinata in casa mentre lui era al pub. Non c'è solo questo: c'è degrado, c'è il sussidio che questa famiglia ottiene ogni mese, c'è un'illegalità di fondo, tre figli e un quarto in arrivo tutti a carico dello Stato e delle tasse dei contribuenti, c'è anche il senso di sconfitta e impotenza delle istituzioni e dei cittadini, la stanchezza verso questi grandi ed ampi strati della società che non fanno niente per migliorare, legalmente, la propria situazione ma attendono il reddito di cittadinanza o l'espediente che può capitare per racimolare qualche soldo, spesso in maniera non così onesta.

Il maxresdefault.jpgtema è: può la Polizia, ne ha facoltà e dovere, di fermare e portare in un luogo sicuro per un interrogatorio persone sospette? “S.U.S.” infatti significa Suspect Under Suspicion, un sospetto che è oggetto di sospetto, un sospetto preventivo (che molte volte è fondamentale) senza aspettare di arrivare al crimine e al reato ma cercando, navigando a vista nelle acqua sporche e fangose della criminalità, di proteggere e intercettare prima i possibili autori di delitti e infrazioni. Per far questo ci vogliono poliziotti e investigatori svegli e vigili e non ingabbiati dai lacci e laccioli delle carte bollate e della burocrazia. L'abuso di potere è sempre paventato. Ovviamente, dall'altro lato, una persona in stato di fermo non può e non deve assolutamente rischiare l'incolumità fisica (figuriamoci il decesso) durante un interrogatorio. Il confine è labile, il terreno scivoloso. Forse la società civile vuole essere sicura senza sapere che cosa avviene nel retrobottega dell'intelligence, negli scantinati della giustizia, nei bassifondi della ricerca dei colpevoli. Perché, parliamoci chiaro, la guerra è impari tra le forze dell'Ordine (e quindi gli onesti cittadini) e le organizzazioni criminali, compresa la microcriminalità che crea insicurezza e paura sociale. I cittadini chiedono il rispetto delle leggi e la certezza della pena ma spesso, quando la polizia riesce a prendere i colpevoli, i giudici li rimettono in libertà il giorno dopo. Da una parte c'è chi ha tutto da perdere e dall'altra chi non ha niente da perdere.

Basta guardare i dati delle carceri italiane (numeri e statistiche al 31 gennaio 2020, fonte: giustizia.it): sui quasi 61.000 ospiti delle carceri italiane, 20.000 sono stranieri tra i quali spicca il 12% dall'Albania, il 18.5% dal Marocco, il 10% dalla Tunisia, il 12% dalla Romania, l'8.5% dalla Nigeria. Se gli stranieri in Italia sono 5 milioni e 200 mila (dati del 2019) dobbiamo fare una semplice equazione: ovvero un terzo del totale dei carcerati proviene da un dodicesimo della popolazione totale. Lo squilibrio è evidente, salta agli occhi. Quindi, come nel caso della piece, la Suspect under Suspicion, in vigore in Gran Bretagna negli anni '70-'80, era una norma preventiva per proteggere la maggioranza dei cittadini.

All'interno di questa questura due rappresentanti delle forze dell'Ordine, il cosiddetto “poliziotto buono” (Emanuele Arrigazzi, efficace e cinico, severo e rassicurante, lucido) SOSPETTI.jpge il “poliziotto cattivo” (Umberto Terruso, quello che si “sporca le mani”, diretto e muscolare: formano un bel duo affiatato con ritmo in un'alternanza di ruoli e cambi di registro repentini) interrogano il sospettato numero uno per la morte di una donna, il marito (Tommaso Amadio con dreadlocks, il lato debole del triangolo sulla scena, sempre credibile e pieno, in parte, immerso). Certamente non stiamo trattando di Lombroso né di razzismo come invece l'autore vuole farci intendere in maniera politicamente scorretta e strumentalizzando la vicenda: in questo caso, anche se la legge S.U.S. dava adito e diritto di poter fermare qualsiasi possibile sospetto senza alcuna chiara incriminazione, viene condotto in caserma il coniuge, pronta e certa risposta (certo la più facile e semplicistica, ma si parte sempre da quella) alla gravità e alla contingenza accaduta (e la cosa appare plausibile: nella maggior parte dei casi di femminicidio l'autore del delitto è il coniuge o il compagno). Ma è anche una notte particolare, una notte elettorale dove la destra potrà portare via molti seggi alla sinistra (ci ha teatro.it-sospetti-SUS-.jpgricordato la notte tra il 20 e 21 luglio 2001 a Genova per il G8) e la Polizia, continuamente vessata (per pochi euro al mese) da migliaia di ladri, spacciatori, scippatori, sente in quella notte che il vento sta cambiando e ha una rivalsa: “E' arrivato il tempo che torniamo a fare i poliziotti e non gli infermieri”.

Certo c'è cattiveria e zero empatia da parte dei due investigatori nei confronti dell'accusato (che finisce, innocente, dentro un incubo kafkiano nel quale è preda impotente) ma è comprensibile e capibile. L'atmosfera è dura e crudele, cruenta e fredda, piena di pregiudizi, provocazioni e atteggiamenti persecutori. La sua libertà è limitata ma perché c'è un caso di forza maggiore e in quei casi la Polizia usa le sue “armi”, e le maniere forti, per arrivare (questo non dovrebbe travalicare) alla scoperta della verità nei tempi più rapidi possibili. Le regie di Fornasari ti mettono sempre con le spalle al muro e ti dicono/chiedono, scuotendoti, di prendere posizione, di essere attivo e dire e sostenere da che parte stai. Un teatro che divide, un pugno nello stomaco che però fa prendere coscienza e rende minimamente più consapevoli gli spettatori. In questo caso, meglio chiamarli cittadini. Tra giusto esercizio del potere ed abuso di potere a volte la distanza è brevissima.

Tommaso Chimenti

PADOVA – Tenerezza e frustrazione, impotenza e pietà sono i sentimenti che si alternano tra le righe, tra le scene, tra le battute e le parole, calde e ciniche, vicine e così gelide, di “Morte di un commesso viaggiatore”. Grandi registi e grandi interpreti hanno affrontato, fin dal 1949 (fu Premio Pulitzer per la drammaturgia), data del debutto, questo grande affresco americano portatore di valori e carico di riflessioni, antropologiche, sociali e politiche: da Elia Kazan, primo regista, a, in Italia, Luchino Visconti, così come grandi attori hanno condiviso corpo e voce con quella del protagonista, Willy Loman, da Paolo Stoppa a Tino Buazzelli, da Enrico Maria Salerno a Umberto Orsini, da Eros Pagni fino a questo miracoloso Alessandro Haber.51va5-Aw.jpeg

Da Arthur Miller, qui tradotto da Masolino D'Amico, per la regia hopperiana di Leo Muscato (prod. Teatro Stabile del Veneto, Goldenart, Teatro Stabile Bolzano), “Morte di un commesso” è una continua ferita aperta che non accenna a rimarginarsi, imputridita, calcificata, sedimentata ma ancora capace di aprire tagli e squarci nella carne corrosa dal sale sparso sopra come zucchero a velo su una torta della domenica. E' la famiglia l'alveolo, l'antro che ci forma, ci piega e ci piaga, che ci modella e plasma, che ci tiene su dritti ma che ci schiaccia, che ci eleva ma che può anche comprimerci tra i tanti scheletri nell'armadio, metterci nel buio, confinarci a ruoli e personaggi e non comprenderci come persone. Nella famiglia sta l'incipit e la conclusione, la potenzialità dell'individuo e il suo ripiegamento in carcassa, l'afflosciarsi su se stesso, l'implodere tra sensi di colpa e impossibilità ad essere quello che altri avrebbero voluto che fossimo. E' in questo solco, potente e lancinante, abrasivo e ferente, in questa bolla di sapone acida e porosa, che si sviluppa questo canto tragico esposto all'esplosione dei sentimenti più acuti ed accesi, passando dalla gioia sconfinata alla tristezza più iraconda, dall'esaltazione più effimera e acerba alla depressione più arcigna. E' un'altalena dai grandi sbalzi, montagne russe che destabilizzano e non lasciano appigli né punti di riferimento per potersi salvare dai graffi, dalle lacrime.

Un d0TnZwKw.jpeguomo e la sua famiglia, tutto quello che ha e tutto quello che ha fatto, che è riuscito a mettere al mondo. Il sogno americano che si sfalda e si sfascia sotto ai suoi occhi, il volere è potere che si sgretola, si macera, si tritura diventando polvere, parole e chiacchiere, slogan buoni per colpire ma che non hanno solidità. Il vecchio venditore (un Haber gigantesco che riesce a far passare, in un incredibile stato di grazia, quell'irraccontabile senso di spaesamento) che non riesce più a vendere, deluso, colpito, affranto, distrutto, disfatto, stanco con il mondo là fuori che è cambiato senza che se ne accorgesse, quel mondo che non lo riconosce più, quel mondo che gli ha tolto la dignità di un ruolo sociale. E come in uno specchio questa condizione verso gli altri intorno viene rispecchiata anche all'interno del suo nucleo, quel suo nido che ha sempre creduto potesse essere ovatta e paracadute ai drammi che accadevano fuori dalla porta di casa. Un uomo annullato, arreso e sconfitto, frustrato e insoddisfatto, che ha riposto le sue speranze di grandezza nei due figli, uno donnaiolo, l'altro “fallito” girovago irrequieto in una società getimage.jpgdove per avere successo ed essere felice come persona devi necessariamente fare soldi, primeggiare, comandare. Sono gli anni '50 americani, quelli di Happy Days, quelli della casetta con il giardino e la macchina parcheggiata fuori, quelli del boom dopo le Grandi Guerre Mondiali ma che, come contrappasso e come girandola, tornano come metafora a susseguirsi nei decenni di costruzione di un modello e di disgregamento nelle generazioni successive. Viene in mente anche, con i dovuti distinguo, anche “Pastorale americana” di Philip Roth: una generazione che vuole passare i suoi valori acquisiti con fatica ad una prole che protesta per avere una sua identità ed autonomia.

Si sente tangibile il peso rancido della sconfitta, esistenziale quanto lavorativa, di questa felicità scambiata per il conto in banca, della domanda se sia più nobile lavorare per vivere o vivere per lavorare. Il padre si racconta, per autoconvincersi, una storia fatta di successi e trionfi, soldi e soddisfazioni, un'autorappresentazione del reale che non trova fondamento nella realtà, purtroppo scalcinata e traballante. Un padre “bipolare” che passa dall'autocommiserazione all'autoesaltazione, che si dà forza attraverso le bugie che si è sempre detto. E' un uomo irrisolto, squallido, piccolo, misero e miserabile, una nullità, vuoto, arido, umiliato, triste, grigio come i suoi abiti, che non riesce a reagire, in cerca di perdono dopo una vita-Purgatorio fatta di impossibilità, di preoccupazioni, di agitazioni, di palpitazioni quotidiane, che confonde i piani miscelando verità e false illusioni, quello che è accaduto e quello che avrebbe voluto fosse accaduto.

In questo nucleo, padre, madre e due figli, c'è una guerriglia più lacerante e distruttiva, che è quella tra il capofamiglia e il primogenito (Alberto Onofrietti ha il phisique du role di Biff, ed esprime impotenza e rassegnazione, dannazione e consapevolezza, passione e compassione), quello che poteva rialzare le sorti della famiglia, farla balzare alle cronache, ambire all'agognato successo, al riconoscimento sociale, alla ricchezza, quello che avrebbe potuto, tramite lo sport nazionale, il football, far fare quello scatto e scarto in avanti raggiungendo quel sogno americano attraverso il merito e le qualità individuali. Ma i dettagli, spesso, dividono chi ce l'ha fatta e chi al limite può aggregarsi ad ingrassare le grandi fila degli scontenti, dei secondi, del quasi, del forse: in una certa realtà o sei leader o vieni hN-2LDGA.jpegschiacciato. Ed è come se il commesso viaggiatore, vivendo perennemente nel passato, nel ricordo di quello che avrebbe potuto essere e non è stato, rinfacciasse al figlio le possibilità gettate al vento, le occasioni stracciate e buttate via, scartate come carta di caramella.

Fondamentale per tratteggiare la figura dei tre uomini, testosteronici e decisionisti, è il ruolo della madre (Alvia Reale toccante che gioca sui toni dei silenzi, dei non detti, sulla sottrazione, sul respiro in levare, sul togliere) che, in definitiva, tiene insieme i pezzi della famiglia, fa da collante, seppur sfiduciata e senza speranza, riesce sempre a tenere botta, a non lasciarsi cadere ed andare alla depressione, mantenendo la calma pur nell'ansia, senza mai dare o aggiungere altre preoccupazioni a quel gruppo che ha coltivato, condiviso, cresciuto, tirato su e che adesso non è bastone della vecchiaia, non è supporto o aiuto: vite bruciate e arenati nel pensiero di quello che sarebbe stato, caduti nelle sabbie mobili senza aver reagito.

Se Haber-Willy è Ulisse, ormai vecchio e improduttivo, Reale-Linda è Penelope che vuole tenere, faticosamenteocG35N3g.jpeg nell'apparente facciata di felicità finta dei sorrisi falsi, insieme tutti i pezzi di questa famiglia che si racconta bugie per sopravvivere a se stessa, nel postporre e rimandare i problemi senza mai affrontarli. Ma potremmo trovare anche una parabola-metafora legata a Collodi con Willy che potrebbe essere un Pinocchio ingenuo, Linda la Fatina, i due figli, Biff e Happy il Gatto e la Volpe. “Morte di un commesso viaggiatore” è un gorgo, una spirale, ed è come se ci dicesse che i nodi vengono al pettine, che tutto scorre ma tutto torna, che si raccolgono i frutti se si è ben seminato, che non bisogna pensare, con rancore straziante autopunendosi, ai treni persi, che le grandi aspettative generano grandi delusioni e fallimenti, che le domande inevase ritornano con ancora più forza dirompente, che i quesiti non affrontati nel passato torneranno, se non presi di petto, a rabbuiare il presente ed il futuro quando ormai sarà impossibile cambiare il corso ed il destino delle cose, che l'ipocrisia (“Non ci siamo mai detti la verità in questa casa”, “Sono anni che ci raccontiamo bugie”) distrugge e demolisce, che le colpe dei padri ricadono sui figli come quelle dei figli cadono sui genitori. Non c'è commiserazione.

Tommaso Chimenti

Mercoledì, 05 Febbraio 2020 19:23

"Saul", Gionata, David: ed io tra di voi

GENOVA – E' un gioco di incastri pericolosi, di relazioni adesso segrete ora palesi, quelle che intercorrono tra questi tre personaggi, tutti al maschile, tre lati dello stesso triangolo, tre spigoli, tre angoli dello stesso poligono. Saul, il Re, Gionata, il Figlio, David, il consigliere (potrebbe essere lo Spirito Santo) creano impasto e separazione, si uniscono e si allontanano, si amalgamano per poi prendere le distanze, si abbracciano per poi dichiararsi guerra, come atomi che prima si attraggono per infine respingersi. Un “Saul” molto giovane e contemporaneo, quasi un concerto, questa produzione del Teatro della Tosse (insieme ad Arca Azzurra e Teatro I, in collaborazione con Amat) e che ha ottenuto la menzione speciale alla Biennale di Venezia 2018 all'interno 1660647532HOME.jpgdel concorso per registi under 30.

La regia di Giovanni Ortoleva (cura anche la drammaturgia insieme a Riccardo Favaro) va nettamente in questa direzione, rinfrescando, ripulendo, creando una patina moderna e godibile ad un classico senza tempo: Re Saul delegittimato ed attorniato dal Figlio Gionata, suo punching ball preferito, viene calmato dal giovane David (Alessandro Bandini eclettico, spumeggiante: sentirete ancora parlare molto di lui, è il vero protagonista del terzetto) che diviene l'ago della bilancia, adesso si sposta e diventa indispensabile per il Padre, ora pende e si flette verso la grande amicizia con il Figlio. Si parla di possesso, di gelosia, di voglia di avere, di desiderio e bramosia. Si parla di viscere e carne, di sentimenti forti in un magma esplosivo e vivido che ha a che fare con l'amore, con l'affetto ma anche con l'avidità, con la cupidigia, con la smania, invidia e gelosia, con l'irrefrenabile ingordigia, che si miscela con l'impazienza, con l'ansia, con l'insoddisfazione, con la concitazione, con l'esasperazione: “Ogni uomo uccide le cose che ama o ne viene ucciso”. E' un testo tattile e materico che lo puoi toccare, le cui frasi le potresti mordere, i cui dialoghi sono solidi e marmorei.

Saul (Marco Cacciola sempre una sicurezza d'esperienza) è un regnante sul viale del tramonto, se ne sta in panciolle ma senza riposare, accappatoio e birra a guardarsi vecchi film mentre Gionata è il figlio schiacciato dalla gigantesca figura paterna, al quale non sa rispondere e dal quale viene immancabilmente vessato ed umiliato per la sua inferiorità. A rompere questo ménage, ormai cristallizzato e fisso nel tempo, questo rapporto malato tra sadico e masochista, arriva a gamba tesa a spezzare questo delicato equilibrio David che fronteggia il primo, facendolo innamorare, e carezza il secondo, facendolo capitolare. Per interesse, per passione o per natura, sta di fatto che David capisce di che cosa hanno bisogno entrambi gli antagonisti proponendo loro quello che non hanno mai avuto: i rifiuti a Saul, gli abbracci amorevoli a Gionata. Peccato però che si forzi troppo la mano sul rapporto omosessuale dei tre, o meglio di David con Padre e Figlio (Federico Gariglio1754605503.jpg puntuale, accorto e necessario anche nei ruoli di narratore e cucitore tra le scene, voce fuori campo e regista sul palcoscenico), sminuendo da una parte e limitando dall'altra la potenza della riflessione facendo apparire David come un arrampicatore sociale che attraverso affetto mercenario e sesso spiccio riesca a raggiungere le vette del successo e non per talento o meriti particolari se non, appunto, doti fisiche e approcci ambigui.

Il dramma (bergmaniano per l'introspezione e bernhardiano per intenzione ed atmosfere) è tutto spostato dalla Bibbia ai giorni nostri con il Monarca che diventa un celebre cantante ormai cinico, duro, misogino, “imbruttito” dall'esistenza, burbero e ruvido, il Figlio è un paroliere senza talento apprensivo e ansioso e David (che da giocattolo nelle mani del suo mecenate-pigmalione si trasforma in protagonista) vuole sfondare, riuscendoci, nel mondo della musica. La regia è colma di tanti segnali importanti e frizzanti: gli stacchi tra una scena e l'altra sono lunghi bui dal rumore assordante come se dentro i protagonisti si stesse per rompere qualcosa, come se imminente fosse il crack, la valanga che comincia la sua discesa, l'iceberg che si stacca e provoca lo tsunami.

Si parla di passaggio generazionale, di vecchiaia e testimone che dovrebbe correre dalla mano degli anziani saggi a quelle dei giovani: argomento molto attuale in questa società dove gli anziani ormai non muoiono più, lavorano finsaul-3.jpgo a tardi, hanno in mano le finanze dei Paesi, percepiscono la pensione (cosa che i giovani d'oggi non sapranno nemmeno che cosa sia), prendono il Viagra inventandosi la Quarta Età allungando e sostituendo la Terza, scatenando così una guerra tra l'Anziano che ha le possibilità ma blocca il flusso dei giovani verso il benessere e la realizzazione, e i Ragazzi ai quali rimane soltanto la protesta, la forza dei muscoli freschi che però gli si può ritorcere contro sottolineando la brutalità e non le istanze reali. Le coreografie ed il tappeto sonoro, che si fa rave techno industriale tamburellante e ritmante, danno quella giusta patina che avvicina le nuove generazioni di pubblico perché sulla scena si parla di loro, del loro fermento, del loro vulcano che non trova crateri dove esplodere, delle loro implosioni autoreferenziali, delle loro depressioni autoinflitte, della sensazione costante di sconfitta prima ancora di essere scesi nell'arena, di quella insoddisfazione che ne blocca molti, di quello strato di negatività e pessimismo che li pone in uno stallo, nelle sabbie mobili, nel fango senza stimoli: David è qui per dimostrare che Saul si può battere e buttare giù dal trono. Le fiabe (come le leggende, come il teatro) non insegnano che i draghi (le problematicità e gli ostacoli dell'esistenza) non esistono, le fiabe insegnano che i draghi si possono sconfiggere. “Saul”, in questo, è una bella lezione.

Tommaso Chimenti

Un nuovo premio della critica teatrale nasce a Bientina (Pisa), nell'attivo e corsaro Teatro delle Sfide. Si tratta di “Chilometri Critici”, alla sua prima edizione che è andato al critico teatrale Tommaso Chimenti. La cerimonia di consegna si è svolta alle Sfide alla presenza del sindaco di Bientina, Dario Carmassi e la delegata alla Cultura, Beatrice Pagni. Oltre ad Andrea Kaemmerle, direttore artistico di Guascone Teatro che ha ideato il premio e lo ha condiviso e curato a quattro mani con il Comune di Bientina che lo ha sostenuto.

«L'intento – spiega Andrea Kaemmerle - è quello di incentivare e motivare chi (rara figura professionale) si accolla l'onere di andare a scovare spettacoli in giro per il mondo e di raccontarli ad un numero più alto possibile di persone. Un omaggio ai giornalisti che ancora fungono da enzima catalizzatore per artisti fuori dai riflettori televisivi o altri più facili trampolini di lancio».

«Il Teatro delle Sfide – sottolinea il Sindaco, Dario Carmassi – non è solo un luogo dove si offrono spettacoli e dove si fa Cultura, ma qui si riconosce anche il lavoro costante di chi fa un’operazione eroica oggi, che cerca di convincere noi tutti che il Teatro è un luogo bello dove andare andandolo a vedere e raccontandolo».

Se il motto di chi lavora è «fare, saper fare, saper far fare e far sapere», proprio quest'ultimo passaggio del far sapere è sempre più complicato nell'oceano confuso della comunicazione. “Chilometri Critici”, ovvero “C.C.” è un premio per chi si mette su ruote e si sposta fisicamente per andare a vedere spettacoli. Il vincitore, decretato da una giuria che comprende l'intero staff di Guascone Teatro assieme a rappresentanti dell'Amministrazione del Comune di Bientina, è il giornalista che più ha viaggiato negli ultimi 365 giorni, che più ha scritto e raccontato il suo conoscere. Ovviamente non conta solo il chilometraggio, altrimenti vincerebbero i camionisti.

L’originale e curioso premio bientinese, è andato così a Tommaso Chimenti che nel 2017 ha ottenuto il “Premio Carlos Porto” a Lisbona, nel 2018 l'”Istrice d’Argento” al Dramma Popolare di San Miniato, nel ’19 il “Premio per la Critica d’Arte” a Montalcino.

Andrea Kaemmerle ha ideato un riconoscimento giornalistico che ben si sposa alla figura di Tommaso Chimenti, perché basato sulla curiosità, elemento attitudinale principe di un critico teatrale che in questi anni si è mosso, è andato, ha visto, e recensito, molto teatro non solo all’interno dei confini nazionali ma anche spaziando molto nei festival all’estero.

E proprio seguendo i chilometri percorsi dai critici teatrali che è stato assegnato il premio: il “maratoneta-critico” Chimenti negli ultimi tre anni ha percorso, 30mila chilometri (con auto, treni e aerei), per andare a vedere spettacoli e recensirl. Chilometri percorsi nella stagione ’16-’17 con il “Festival GIFT” a Tbilisi in Georgia, il “Festival de Almada” a Lisbona in Portogallo, il “Festival FIAMS” a Saguenay in Quebec in Canada, e altrettanti in quella successiva, ’17-’18 con, tra gli altri, la punta del Festival “Open Look” di San Pietroburgo; 60.000 chilometri nella scorsa stagione, ’18-’19, con i viaggi teatrali nuovamente al “FIAMS” canadese, al “MOT Festival” di Skopje, al “Festival Teatrul” di Cluj in Romania, al “Pierrot Festival” di Stara Zagora in Bulgaria. Il percorso riprenderà a febbraio quando si recherà al “Fujairah International Festival Arts” negli Emirati Arabi

L’iniziativa si è svolta all’interno del programma di “Teatro Liquido” che è la stagione che coinvolge le città d’acqua di Bientina e Casciana Terme Lari. La stagione del Teatro Liquido è un progetto che porta la firma di Guascone Teatro di Pontedera (Pisa), sostenuto e promosso dal Comune di Bientina e Casciana Terme Lari, che prende forma da un’idea di Andrea Kaemmerle, direttore artistico anche dell’estiva “Utopia del Buongusto”.

MILANO – Chi corre e chi tesse, chi va e chi resta, chi viaggia e chi sta, chi esiste e chi resiste. Si possono riassumere così i due caratteri compresi e contesi nell'Odissea, da una parte Ulisse, guerriero e navigatore, dall'altra Penelope, regina nella reggia di Itaca ad aspettare il suo ritorno. Scheggia impazzita e porto sicuro. Ma questo “Itaca per sempre”, tratto dal volume di Luigi Malerba (prod. Trentospettacoli) mette in campo (è proprio un terreno di guerriglia quello che ci si para davanti) lo scontro tra i due generi, il maschile, l'androgino, il testosteronico, e il femminino, l'accogliente placenta, la donna, madre e moglie e amante. Una visione certamente valida fino a qualche decennio fa, l'avventuriero e la stanzialità, il coraggio dell'andare in terre sconosciute e la sedentarietà familiare. E' in questo binomio disarmonico che si muovono i due contendenti e avversari sulla scena che sono e rimangono in lotta aperta dietro il loroitaca_manuelagiusto6-e1554189700573.jpg velo-scrigno formale di accettazione dell'altrui pensiero: Ulisse arriva da Marte mentre Penelope da Venere e i due mondi cozzano e non possono allinearsi se non per brevi momenti. La Pace come parentesi alla Battaglia perenne tra i sessi.

Ulisse (Woody Neri dalla recitazione muscolare, dall'impatto deciso e diretto), tatuato come Braccio di Ferro, a metà tra Uomo Vitruviano e Ibrahimovic, come un marinaio delle poesie di Coleridge, segnato come un pugile da strada, come i cacciatori descritti da Jack London, con venature alla “Cuore di tenebra”, fasciato da un giubbotto di pelle alla Matrix, Penelope (Maura Pettorruso, leggermente schiacciata dalla fisicità prorompente di Neri), nella sua tunica da vestale, fanno le scintille 53781548_2061823927188210_7495665409895432192_o_2061823923854877-1030x677.jpgattorno, intorno, facendo lo slalom a nove teche (scena positiva e accattivante di Luca Brinchi e Daniele Spanò), acquari nei quali abbeverarsi, infilarci le mani come fosse un parto, bere come ad una fonte, mimare annegamenti, viaggi. L'uno contemporaneo, l'altra antica e classica: due universi lontani che non si incontreranno mai. All'interno di queste scatole di vetro aperte, senza pesci senza vita, sul fondo oggetti iconici: una barchetta, scarpe, una gabbia, bottiglie, collane, cose sommerse, incastonate sotto l'acqua in attesa di riemergere, di tornare alla luce, di essere riesumate con il loro carico potente di storie. Dagli oggetti, infatti, se premuti sul fondale con forza, escono bolle d'ossigeno, aria intrappolata, respiro contratto, vita pronta a tornare in superficie e tenuta relegata e affossata per troppo tempo, fuoco sotto la cenere in versione liquida. Forse ci si poteva concentrare maggiormente, nel buio cupo della scena, sulle luci, sui riflessi e sui riverberi che qualche faretto avrebbe potuto dare, in termini di atmosfere e chiaroscuri, se posizionati sotto e lateralmente rispetto ai box ricolmi di acqua.

Qui, per la regia frizzante e funzionale di Andrea Baracco, il ritorno di Ulisse non appare affatto come una festa, come il coronamento di un abbraccio spezzato troppo tempo prima, anzi. Pare proprio che tra i due si riaprano vecchie ferite messe in disparte dalla lontananza che cura i problemi e fa ricordare soltanto gli aspetti positivi senza considerare i dubbi della quotidianità. L'incontro tra i due qui non è incanto ma è riemersione di tutte le problematiche (della coppia e della frizione tra i generi) e Ulisse, appena tornato, ha soltanto voglia di tornare ad essere se stesso e tornare a fare quello che più gli è riuscito meglio: non fuggire ma cercarsi, attraverso la spada, altre54070283_2061823250521611_4259502801849155584_o_2061823243854945-1030x719.jpg terre, nuovi incontri. Ad Itaca, forse, non è mai stato felice, chiuso e rinchiuso all'interno di quelle quattro mura spesse a guardare il mare, là dove le cose accadevano o potevano avverarsi. Il rientro alla vita familiare il Condottiero lo vede, lo sente, lo percepisce, lo subisce come un fallimento, come una sconfitta: è andato, ha visto, ha fatto, si è messo in gioco. E per cosa poi? Per tornare al punto di partenza, in questo gioco dell'oca che lo ha comunque visto perdente. Grazie Itaca-per-Sempre (1).jpgal viaggio, ai suoi venti anni pericolosi tra marosi e tempeste d'ogni sorta, si è trovato, ha capito finalmente chi egli sia e che cosa realmente voglia intimamente e adesso, quando tutto sembra concluso, si sente un leone in gabbia. Ulisse ha perso la sua libertà di essere umano, quel pungolo esistenziale necessario e quando soffoca, annega e uccide la piccola nave in legno, come un bambino giocando in vasca, tenendola stretta, in pugno; lì uccide se stesso, si suicida, si rende infelice e il liquido degli acquari diventa lacrime non di gioia per il ritorno tanto atteso ed agognato ma di rimpianto e sofferenza. Il “per sempre” del titolo, infatti, sa molto di prigionia, di condanna, di fine pena mai.

Tommaso Chimenti

Foto: Manuela Giusto

Venerdì, 24 Gennaio 2020 14:55

"Rusina": storia di donne calabresi di tempra

ROMA – Negli ultimi decenni c'è stata una riscoperta delle lingue del Sud Italia. Non chiamiamole semplicemente dialetti. Il Napoletano da Eduardo e Scarpetta passando per Ruccello e recentemente Mimmo Borrelli, il Siciliano con Emma Dante, Scimone e Sframeli, Vincenzo Pirrotta, Rosario Palazzolo e Davide Enia. Mancava all'appello la Calabria. Grazie a Primavera dei Teatri, festival ventennale di Castrovillari, da una parte, che ha fatto fiorire una generazione in loco, ed ai Krypton dei Fratelli Cauteruccio, cosentini ma di base a Firenze (memorabile il loro “Finale di partita” tradotto), molti artisti calabresi sono saliti alla ribalta e ci hanno mostrato questa lingua affascinante e misteriosa, appuntita e acuminata, difficile e incantatrice: ecco appunto Scena Verticale, Angelo Colosimo, Rosario Mastrota, Ernesto Orrico. Ecco che in questo elenco spunta anche Rossella Pugliese, tosta e intensa interprete, oltre che autrice, del monologo “Rusina” (prod. Teatro Segreto e Deneb) dove alla dolcezza 960X960.jpgdell'argomento trattato, sua nonna, fanno da contraltare le sue parole acide, sanguigne, acute, quasi acerbe. Ci vuole un po' per entrare dentro le parole ruvide del suo mondo, quel mondo che la Pugliese riesce a tratteggiare e delineare nel passaggio-sdoppiamento autobiografico con l'ava in un cortocircuito nel quale Rossella presta corpo e voce all'anziana parente e interloquisce, nella finzione scenica, con la se stessa bambina. Certamente non è una lingua che al primo ascolto ti accoglie, non ti coccola, non è melliflua né accomodante, ma anzi è diretta, colpisce sfrontata senza carezze inutili.

Un inciso: “Rusina” è andato in scena all'interno della rassegna “Lo spazio del racconto” al Teatro Brancaccino, il ridotto del Brancaccio. Qui, da ottobre a maggio, si alterneranno ben ventuno spettacoli per una proposta di monologhi o per due attori, che vede nomi importanti come Ninni Bruschetta o Anna Della Rosa, Galatea Ranzi, Rossana Casale.

La DSF7528.jpgPugliese (vista ultimamente nell'“Edipo a Colono” per la regia di Tuminas e in “Patrizio vs Oliva” affiancando il grande ex campione di boxe in scena) ci apre le porte della sua memoria in una confessione che trova nella struttura che l'accompagna un altro personaggio, flessibile e alchemicamente malleabile, che con pochi tocchi e aggiustamenti dona, insieme all'uso sapiente delle luci (di Nadia Baldi), nuove atmosfere e situazioni ai quadri affrontati. E' una sorta di teca dove l'attrice si appoggia, si arrampica plastica circense, quasi cabina telefonica londinese dalla quale far uscire, come in uno show di burlesque, sinuosamente ed eroticamente le gambe, diventa armadio delle meraviglie (ricorda quello della pellicola “Le Cronache di Narnia”) e sipario di marionette, porta, casa e finestra, mansarda, cella, adesso tirando fuori la testa alla maniera di Antonio Rezza, ora è televisione dove poter guardare le storie patinate di “Beautiful”, diventa bagno e spogliatoio, alcova fino ad impersonare suo marito e ballarci insieme volteggiando. E la lingua ora si fa musica, con inserti ilari, adesso è baionetta tragica e battaglia, ora è armonia ora è un corpo a corpo senza esclusione di colpi, senza fare prigionieri: qui le parole sono materia e carne, fortemente legate a doppio filo alla realtà, alle cose, parole concrete, consistenti, dense, sillabe solide, compatte, resistenti, robuste, inscalfibili, pesanti.RUSINA7.jpg

Ci racconta una famiglia del Sud di quelle matriarcali, i valori saldi, quel Piccolo Mondo antico arcaico che non c'è più, vite dure, difficoltose. Ed anche la RUSINA88.jpgsomiglianza, con l'uso del trucco, in qualche modo a Frida Kahlo, metaforicamente ci porta verso quelle figure, certamente lontane dal poter essere considerate “femministe”, che però hanno lottato perché le loro esistenze non fossero schiacciate dalle consuetudini, dalla famiglia di provenienza, dai maschi, dalla religione: una lotta continua, strenua, senza mai poter abbassare la guardia, sfiancante. Donne che hanno combattuto per quel briciolo di libertà che si sono faticosamente ritagliate. Già dal nome, non Rosa che sa di candido e delicato ma “Rusina” (spettacolo vincitore di “Martelive” e selezionato per il prossimo Torino Fringe) che gratta sul palato come un coltello arrugginito, che graffia, che stride, che punge onomatopeico. “Rusina” è il passaggio, naturale e familiare, di testimone tra una nonna che ci lascia e se ne va, e una nipote che parte dalla Calabria per inseguire i suoi sogni: in definitiva Rossella è il prolungamento di Rusina e in questo spettacolo vivono e convivono insieme.

Tommaso Chimenti 24/01/2020

TORINO – Nel 2018 le donne vittime di femminicidio in Italia sono state 142 (dati Eures). Dal 2000 ad oggi, in questi venti anni, oltre 3200: un massacro, una strage, un'ecatombe, un disastro, un martirio, un attentato. Non va certo meglio in Europa: nel 2016 l'Italia registrava un tasso di omicidi con donne vittime pari a 0.5 ogni 100.000 persone. Uno dei livelli più bassi, e non è che ci sia da festeggiare, un amaro primato: la GB arrivava a 0.9, la Francia a 1, la Germania a 1.1. Non c'è da gioire. La cronaca, ogni giorno, ci riporta alla cruda realtà, come uno schiaffo, da Nord a Sud, tocca tutti i ceti sociali. E' per questo che il tema, spinoso e scivoloso (si può cadere nel banale come nel cronachistico) va affrontato con delicatezza. In “Scene di violenza coniugale” (prod. Teatro Stabile di Torino, Teatro di Dioniso, Pav) molte inesattezze, dimenticanze, superficialità hanno intaccato la visione, indebolito l'argomento, non centrato il focus. Mancanze a partire dal testo di Gerard Watkins (traduzione di Monica Capuani) attore e drammaturgo inglese naturalizzato francese. Tanti i dubbi e le incertezze che abbiamo incontrato. A partire dal titolo: quel “coniugale” 3_SCENE_Malanchino_Troisi_Serra_Corradino_Cipolletta_ph_Manuela_Giusto-800x540.jpgvisto che le due coppie in questione, una di giovani scalcinati (ventenni?), l'altra di adulti (quarantenni?) non sono sposate. Scricchiolamenti, fraintendimenti.

Siamo a pochi passi dal Teatro Carignano, aspettiamo fuori da un elegante portone di un elegante palazzo nel centro elegante di Torino: vengono a prenderci come invitati ad un ballo, ad una festa, ad un ricevimento. La sala (solo per quaranta spettatori alla volta) sembra essere fuori rotta rispetto alle parole del testo che ci porta nel 14esimo arrondissement (a proposito, la traduzione poteva cercare una trasposizione in una metropoli non meglio identificata del nostro Paese, dire “siamo nel quattordicesimo” confonde, allontana), una sala formale di stucchi dorati, specchi, Scene-di-violenza-coniugale-modus-verona.pngcaminetti e parquet: sembra di stare alla corte di Luigi XIV e non in un appartamento e per giunta di periferia. Già la location spiazza, destabilizza, non trova appigli né corrispondenze, lascia sospesi, interdetti.

Non abbiamo neanche capito perché la regista (Elena Serra) ci accompagni uno ad uno a dei posti da lei assegnati (facendosi personaggio), cercando il migliore per ogni persona del pubblico, come se questo avesse un fine cosa che poi, con lo scorrimento della piece, notiamo e comprendiamo che non ne ha alcuno. Perché questa pantomima, che necessariamente avrebbe dovuto implicare una conseguenza un effetto di tale scelta? Misteri.

I quattro attori (Roberto Corradino esperto, Clio Cipolletta interessante nel suo fare ansiogeno, Aron Tewelde combattivo, Annamaria Troisi accurata, bravi ed impegnati ma dai decibel troppo forzati, sempre sopra le righe, dalla recitazione eccessiva, affettata ed esagerata se non proprio esasperata anche quando non servirebbe) dialogano cercando una sponda nel pubblico, raccontando alla platea, occhi negli occhi, ed anche questo fa uscire dal pathos del momento, toglie dall'immersione dello spettatore dentro la storia che si sta sviluppando sul palco: appare una recita, qualcosa che sa di finzione, di replica, l'hic e il nunc si perdono tra sguardi complici, alla ricerca di una relazione visiva che fa perdere potenza alle parole dette; in qualche modo “ci si crede” meno, si esce dal patto sottaciuto e intimo tra attori e pubblico. SCENEDIVIOLENZA1.jpgInteressante è il ping pong emotivo tra le due coppie che, nella stessa stanza, con entrate ed uscite angoscianti (il crash in audio tra una scena e l'altra è didascalico), si intescambiano vivendo situazioni simili in ambiti spaziali e temporali differenti.

Altro misunderstanding è l'incrocio tra le due coppie, la malandata e scalcagnata giovane e la borghese matura, che visitano lo stesso appartamento, gigantesco ma periferico appunto, incontrandosi e proponendo entrambi, quindi punto di scontro e frizione tra le due fazioni, la documentazione per accaparrarselo. Ulteriore cortocircuito è il fatto che la casa da affittare possa essere motivo di contesa sia di uno spacciatore-malavitoso di borgata, vestito malandato con una tuta da ginnastica, che di un fotografo-imprenditore, si cambia più volte d'abito con camicie alla moda, elemento che ci fa capire che ha disponibilità economiche. Ma non è tutto: le due coppie si incontrano nell'unione delle ascisse di tempo e spazio, nello stesso luogo fisico, con la regista che, dopo aver accompagnato gli spettatori alla loro seduta diventa agente immobiliare, senza che questo momento, che appare centrale e cardine per lo sviluppo della narrazione successiva, abbia alcuna conseguenza, non muti assolutamente alcuna vicenda o azione nella seconda parte. Ogni oggetto, ogni azione proposta in ogni quadro dovrebbe avere, a cascata, delle ripercussioni all'interno della scena stessa altrimenti sono inutili e fuorviano lo spettatore verso elementi futili e superflui. Ed ancora un perché: perché la nostra Caronte o Virgilio, la regista che diviene anche agente immobiliare, si presenta con una piccola pancia da donna incinta di qualche mese, senza che questo elemento, anch'esso visivamente molto potente, perché implica altre riflessioni, porti alcun stravolgimento, nessuna idea, nessun risvolto? Scene messe lì, che se ne vanno come sono arrivate, come parentesi senza alcun nesso o senso pregnante.

La SCENEDIVIOLENZA2.jpgquestione più antipatica invece deriva proprio dalla drammaturgia comunque caotica e confusionaria: sembra che Watkins non abbia molto rispetto per la figura femminile da una parte e dall'altra quasi giustifichi certi atteggiamenti deviati maschili. Tratteggia la donna della coppia più esperta come una instabile, con due figli da altrettanti uomini (bambini che non vivono sotto il suo stesso tetto), sempre alterata e fuori misura mentre, all'interno della coppia più giovane, disegna il ragazzo come un “drogato” quindi come se lo scusasse e lo discolpasse delle sue azioni perché, appunto, alterato dall'uso di sostanze e psicotico: la violenza diventa posticcia, manierata.

Questi sono casi limite, certamente non riesce a fotografare la realtà, la “normalità” delle violenze domestiche subite da migliaia di donne quotidianamente. Tutto questo fino alla confessione finale, al messaggio conclusivo delle due donne (vengono fuori altri elementi come un “ferro da calza infilato in un orecchio” e degli “scarafaggi”: cosa c'entra buttare sul piatto altri cip lanciati senza analisi?) che sa molto di ramanzina, di rimprovero, di sgridata. Fintamente emotivo, tanto che risulta freddo e asettico. E' la deriva del teatro “civile”: non basta parlare di argomenti toccanti per riuscire a toccare gli spettatori e le loro menti, non basta parlare di femminicidio per fare un buon servizio alla società; a teatro ci vuole altro.

Tommaso Chimenti 22/01/2020

Foto: Manuela Giusto e Ruggero Lerda

FIRENZE – “Tu da che parte stai? Stai dalla parte di chi ruba nei supermercati o di chi li ha costruiti rubando?” (Francesco De Gregori, “Chi ruba nei supermercati?”)

Auchan, Coop, Esselunga, Carrefour, Conad, Crai, Despar, Eurospin, Lidl, Metro, Sigma, Pam, Penny, Unes, GDO, Famila, Panorama, Md, Emmezeta, Billa. E sicuramente ne stiamo dimenticando qualcuno. Sono solamente alcuni dei marchi e dei brand di supermercati che invadono le nostre città, con i colori, le luci, le offerte, le promozioni. Store, Iper, discount. I dati del 2018 ci dicono che sul territorio nazionale i punti food al dettaglio erano quasi ventiseimila. Oggi, a due anni da questa indagine, saranno anche aumentati. Quindi l'esperimento di musical moderno di “Supermarket”, caramellato con patina scherzosa e leggera, poggia le basi su un oggetto pressante e presente nella nostra economia, nella gestione-organizzazione del tempo di ogni individuo e famiglia, persistente nel nostro quotidiano tra spot in tv, volantinaggio nella cassetta della posta e la famigerata spesa con tanto di carrello sferragliante da colmare fino all'orlo.Q7B5921.jpg

“Spendere è molto più americano di pensare”. (Andy Warhol)

Il supermercato come emblema del consumismo, simbolo del capitalismo, bandiera dello spreco. Il carrello riempito poi (di cibi che non cucineremo, che scadranno, che forse nemmeno ci piacciono) ci fa sentire bene psicologicamente, ci fa sentire appagati. Il supermercato visto come grande microcosmo di indagine sociale e antropologica dove le nostre pulsioni entrano in contatto, dove il cibo, e il suo accaparramento, ci fa regredire allo stadio primordiale.

“Relatività: nei supermercati tre per due non fa sei”. (Fulvio Fiori, Umorismo Zen”)

Come detto, l'idea di questo “Supermarket” (lavoro cult della scorsa stagione, prod. Elsinor) comincia molto bene sfibrandosi con l'andare, con lo sciorinamento delle canzoni (sempre molto simili se non proprio ridondanti), con l'avanzamento delle storie che dentro questo fabbricato prendono corpo. Molte vite, molte anime si agitano davanti alla cassiera ma ogni piccolo Vaso di Pandora viene aperto senza poi una giusta e degna conclusione, lasciandoci in un coitus interruptus che non ci fa gridare “Wow” ma ci fa, al massimo, aggiungere un “Carino” che poco sposta e muove. rfegrgr.JPGMa, ripetiamo, c'erano tutte le carte in tavola perché il prodotto bucasse veramente e facesse davvero centro.

“Un tempo creavano civiltà. Adesso costruiamo ipermercati”. (Bill Bryson, “Una città o l'altra”)

Una decina di canzoni, divertenti, ironiche, pungenti, con coreografie stoppate e bloccate (ci ha ricordato il gioco infantile dell'“1, 2, 3 stella”), su questo mondo che ben ci raffigura, un affresco perfetto della nostra società. C'è la riflessione sul fatto che ci sia poca gente e che siamo stati fortunati, per poi accorgerci che la folla sta arrivando e che tutti, come noi, abbiano pensato a fare la “spesa intelligente”, c'è la domanda amletica davanti allo scaffale o con il prodotto in mano “Lo prendo oppure no?" che ci tormenta e attanaglia, c'è l'immancabile coda alla cassa e il numerino da prendere per il banco dei prodotti freschi, c'è la promessa, l'impegno e il buon proposito per il futuro che “stavolta non farò scadere niente”. Un arcobaleno di figure affollano il capannone con i prodotti lucenti: la coppia con lui premuroso, l'attrice disoccupata, il single che ci prova con tutte in fila alla cassa, la signora impellicciata, quello contro il PD che ci ha ricordato John Goodman ne “Il Grande Lebowski”, lo sportivo attento alla linea, l'ingenuo titubante.

“Entriamo in un supermercato convinti di scegliere. È da anni che non scegliamo più, ci fanno scegliere tra cose tutte identiche”. (Beppe Grillo, “Tutto il Grillo che conta”)

Ed assieme a queste situazioni ed a questi personaggi, immancabili sono anche i prodotti bio, i nazi-vegani, le gallette, la soia, il tofu, e soprattutto la voce, Supermarket-1.jpgcome deus ex machina, che dall'alto ci informa, ci dirige, ci instrada, qui grottescamente e assurdamente (ci ha ricordato la voce fuori campo ne “Ci scusiamo per il disagio” de Gli Omini), verso cibarie ed opportunità, sconti miracolosi e proposte imperdibili. Ne viene fuori un caos brillante e spumeggiante che ci mette davanti l'immagine di come siamo, e di come ci trasformiamo, con un carrello in mano in mezzo a tanti altri come noi affannati, indaffarati, affamati, famelici, assatanati alla ricerca del miglior rapporto prezzo/qualità, toccando la frutta per carpirne i segreti e la freschezza, scansando come in Formula Uno i clienti più lenti, andando in fuga per trovare la cassa libera, controllando gli zuccheri contenuti negli alimenti, senza farsi fregare dal prezzo al chilo della merce. Anzi, sono i carrelli (che ci ricordano la libertà dello skateboard come il monopattino) ad essere mancati iconograficamente, sarebbero stati utili se non proprio necessari ed avrebbero dato brio e slancio come oggetto-simulacro-feticcio (l'immaginario dei cestelli metallici con le ruote era forte e prepotente nei Ricci/Forte: in “Imitationofdeath” come in “Troia's Discount”).

“Una vita spesa a fare la spesa”. (Leo Longanesi)

Supermarket-teatro-bella-storia.jpgInguaribilmente grotteschi ci aggiriamo, come giaguari nella foresta, alla ricerca dell'opportunità, del prezzo in saldo, del 3 per 2. Il ritratto che meglio funziona, nella sua drammaticità, sempre sotto il velo dell'ironia, è quello della cassiera, frustrata, insoddisfatta della sua routine fatta di turni 24h 7/7 sempre pronta a scattare quando la voce cattiva dagli autoparlanti la riporta alla sua gogna, la sedia alla cassa, ferma, fissa, intrappolata, come carcerata senza una vita fuori da quelle quattro mura, lontano dai codici a barre dei prodotti: “Tutta la vita è scontata, non è giusto il prezzo”. “Supermarket” è una Grande Abbuffata con la sua forma allegra che nasconde molte denunce al nostro mondo così sviluppato e civilizzato: il precariato con i suoi ricatti, la fretta, la spesa compulsiva per riempire altri vuoti, la bulimia dei rapporti, la mancanza di affettività, l'aggressività crescente, il grande malumore che serpeggia. Per questo “Supermarket” propone una bella idea di fondo ma non la sviluppa a pieno, quanto avrebbe potuto: il finale arriva un po' a sorpresa tranciando molte storie aperte e si ha la netta sensazione che qualcosa non sia stato detto, che manchi quel quid che ci avrebbe fatto sobbalzare dalla poltroncina, quel lampo, soprattutto sul fronte musicale abbastanza piatto e monocorde, che avrebbe potuto esaltare questo esperimento, purtroppo riuscito soltanto a metà, che ci ha lasciato con il gusto di ciò che poteva essere, non osando fino in fondo, fermandosi sulla superficie.

Tommaso Chimenti 19/01/2020

FIRENZE – Precursore malizioso, innovatore licenzioso, pioniere esuberante, sperimentatore esagerato, riformatore aggressivo, rottamatore ante litteram. La comicità, italiana e non, deve molto all'opera, alle invenzioni, alla faccia, alle parole di Ettore Petrolini, nato a fine '800, calcatore di scene a cavallo tra le due Grandi Guerre, il Ventennio del Fascismo. Cabarettista, mattatore, one man show, ogni definizione gli stava stretta, sta di fatto che ha inventato un linguaggio, un modo di stare in scena, di portare i suoi “tormentoni”, personaggi stralunati. Tutti i comici, come detto, gli devono qualcosa. E la storia di Dario Ballantini (qui accompagnato alla fisarmonica dalle atmosfere retro' di Marcello Fiorini), abile trasformista conosciuto al grande pubblico per le sue infinite imitazioni a Striscia la Notizia (da Valentino a Valentino Rossi, da Vespa a Morandi, da Maroni a Renzi, solo per citarne alcuni nella sua carrellata variopinta), si intreccia, per caso, per racconti familiari, per storia, per volontà e passione a quella dell'attore romano.Ballantini&Petrolini 2470 ®Pino Le Pera.jpg

L'omaggio “Ballantini & Petrolini” è una lectio, con tanto di leggio sul boccascena inframezzata con le figure e le macchiette che hanno animato e caratterizzato la carriera di Petrolini (scomparso a poco più di cinquant'anni per problemi cardiaci): l'artista livornese, con cambio a vista in una sorta di camerino con specchio e luci da varietà, con pochi tocchi d'abito e di cerone, interpreta e si cala ora in “Giggi er Bullo” adesso nella “Sonnambula abruzzese”, poi in “Salamini” fino a “Nerone” (nel quale molti ci videro Benito Mussolini), passando per “Amleto” con la sua parodia del teatro classico, cantando “Tanto pe' cantà” (portata al successo molti anni dopo da Nino Manfredi), arrivando a “Fortunello”, sfociando nell'iconico “Gastone”, quasi Penguin di Batman, dove regna l'autoironia, e esaltandosi nel “Pagliaccio del circo”. Un grande ventaglio, utile, per non dimenticare da dove arriva la comicità attuale: a Petrolini infatti, ci spiega l'attore livornese (anche grande pittore, fino al 31 gennaio la sua mostra è aperta alla Galleria d'arte La Fonderia con l'esposizione “Esistenze Inafferrabili”) nel suo fare bilanciata tra un'autobiografia tutta graffiante labronica e pagine di critica e giornali dell'epoca, tra la sua soggettività e ricordi dell'epoca, devono molti generazioni e generazioni dei creatori della risata nostrana: da Gigi Proietti a Enrico Montesano, da Pino Caruso ad appunto Manfredi fino a Carlo Verdone (l'astrologa) e Alberto Sordi.

Non solo Roma però, il suo repertorio e la sua arte anticipatrice ed ancora contemporanea è stata “saccheggiata” a piene mani. E' stato uno sdoganatore rivoluzionario e sotto la scorza del “Teatro demenziale” c'era una critica al sistema, al Palazzo, al Potere, al Teatro ufficiale, polveroso e formale. Aveva inventato quel mix tra teatro e falsa magia (che portano in scena oggi il Mago Forrest o Raul Cremona), quella demenzialità fatta di slogan e freddure non-sense e frasi ripetute alla Franco e Ciccio, l'atemporalità delle ambientazioni delle sue maschere (alla Mel Brooks), sforando nella canzone, così nello stornello. Sfuggiva ad ogni categoria, era fuori, era oltre, era altro, fuori classifica: campione di surrealismo, avanguardista del grottesco, anticipatore del futurismo.

Battute folgoranti, Ballantini&Petrolini 2192 ®Pino Le Pera.jpgbrucianti, al fulmicotone, roventi, urticanti, affilate, raffinate o gravi, ciniche, stilettate cattive, senza riguardi, tanto che all'ennesimo premio fascista, ritirandolo dal palco disse: “Me ne fregio” incosciente e sfrontato. Vite vissute come un'eterna avventura, cariche di aneddoti come quella di Ballantini comunicatore ed “erede” artistico del genio Petrolini, riconosciuto anche dalla famiglia del grande attore romano come suo tramandatore accertato.

Rime, slanci, barzellette con quel gusto acido, insolente, testardo come deve essere l'ironia, il sarcasmo, la risata scorretta, che altrimenti non vale: “C'era scritto formaggio da grattare e io me lo so fregato”; la maga che confessa: “Posso leggere l'Avvenire e pure il Corriere della Sera”. Serafico, appuntito, ficcante: “Un tizio mi indica una cancellata ma come fa ad esserci se l'hanno cancellata?”, “Mio figlio cammina già da due mesi” “A quest'ora sarà arrivato a Torino”. Battute senza tempo, fresche, non datate: “Mi sono accorto che Ballantini&Petrolini 2437 ®Pino Le Pera.jpgl'Italia non ama i suoi uomini più patriottici: per le strade ho letto Via Cavour, Via Mazzini, Via Garibaldi”; “Ho fatto uno scherzetto alle Ferrovie dello Stato: ho fatto un biglietto andata e ritorno per Roma ma non sono tornato”. Caustico, cinico nel suo linguaggio destrutturato che in qualche modo aveva anticipato il rap o quanto meno assimilabile al punk rock elettronico di Alberto Camerini.

“Mi chiamo Gastone ma mia mamma mi chiama Tone per risparmiare il Gas”; “Mi dia nome e cognome” “Ah bella se lo do a lei io domani come mi chiamo?”. Contemporaneo: “Non si vive di solo pane, ci vuole anche la cocaina”. “Fine dicitore”, “Fantasista”, ogni definizione è una limitazione. Se Petrolini è stato il Dio della comicità, Ballantini ne è certamente il suo Profeta. W Petrolini, W Ballantini.

Tommaso Chimenti 17/01/2020

Foto: Pino Le Pera

FIRENZE – Finalmente abbiamo visto Filippo Timi in un monologo. La critica che sempre gli avevamo mosso era quella di utilizzare un testo, che fosse Shakespeare o Ibsen, per tirare fuori le sue tematiche, il suo modo di stare in scena, “uccidendo” così la drammaturgia, che diveniva soltanto pretesto, e gli attori al suo fianco, schiacciati dalla sua forza. Timi qui invece è uno “Skianto”, performer a tutto tondo con quel suo modo poetico e vivace, verace e tagliente di raccontare, di portarti fino alle lacrime per poi, sul più bello, lasciarti lì sospeso ed immergerti in una bolla psichedelica e trash, rosa e svolazzante. E' la sua cifra: la ricerca della carezza, della condivisione, dell'apertura con il cuore in mano per poi, quasi accorgendosi di aver fatto trasparire troppo o di essersi troppo lasciato andare, rientrare nei ranghi a lui più congeniali, il video, la canzonatura, il perugino stretto e ruvido che non consola ma ferisce le orecchie, le canzoni trasformate, i balletti, gli immancabili Queen, Lady Gaga, Britney Spears, David Bowie, Elton John. Il suo show (accompagnato dal bravissimo Salvatore Langella al piano che “traduce” le hit in napoletano rivestendole 1 LOW Skianto - Filippo Timi.jpgdi un altro abito ancora più denso, vicino e struggente) sono delle montagne russe esistenziali, emozionali, sentimentali, ti porta in cima alla rupe e poi giù negli abissi ed è vero in entrambi i casi: ti scuote, ti muove, crea empatia, vicinanza, solidarietà con questo brutto anatroccolo nel suo percorso-passaggio doloroso prima di diventare cigno.

“Skianto” è la storia, pinocchiesca (c'è anche il naso; omaggio a Carmelo Bene), di una morte, di ciò che era prima, prima della sua resurrezione e rinascita, che ogni fine è un inizio. E lui, partendo dalla provincia della provincia, Ponte San Giovanni, alle porte di Perugia, sa cosa è stata la fatica di emergere, di uscire da una realtà piccola e misera e claustrofobica. E' la storia di un bambino che non riesce, metaforicamente, a parlare, ad esprimere le proprie emozioni, chiuso in un mondo suo che lo schiaccia e lo inaridisce. Timi è appeso nella sua tutina bianca spermatozoica da astronauta (ci ha ricordato la pellicola “Gravity” con George Clooney) e fa capriole da trapezista consumato ed evoluzioni tra luci e palle stroboscopiche, un canestro e il fondale a pois: “Siamo tutti marziani” come a sottolineare la diversità di ognuno di noi e la non omologazione. “Life is now2 LOW Skianto - Filippo Timi.jpgè il ritornello che chiude i capoversi tragici e drammatici, e cozza (l'inglese ha sempre quel sapore di futuro e progresso, quel gusto di pulito che appiattisce le differenze linguistiche, regionali e geografiche) con il suo umbro strascicante che sa di terra, materico e duro, che sa di tradizioni, di un tempo lontano. L'intimo lascia il posto allo psichedelico, il retrospettivo si discioglie nel conturbante, il racconto toccante e commovente scivola nello scoppiettante sfrenato, il profondo tramuta nel delirio scatenato, euforico, esondante, il dramma e la disco, lacrime e sorrisi, up & down. Non ci sono vie di mezzo. E' una confessione, uno sfogo, un vomito sconsolato. Si piange e si balla.

Puoi togliere Timi da Ponte San Giovanni ma non potrai mai togliere Ponte San Giovanni da Timi, parafrasando Ibrahimovic e il suo “ghetto”. Legato a fili come un burattino, la sua (quella del protagonista; c'è sempre molto di autobiografico anche se romanzato) è una 3 LOW Skianto - Filippo Timi.jpglunga lenta presa di coscienza del proprio corpo, dell'intorno, fino alla liberazione. Accettazione, emarginazione, isolamento, identità: chi sono, chi ero, chi sono diventato, chi sono voluto diventare con estrema fatica, lavoro, sudore. La storia di Timi è una rivincita, è un esempio, deve essere trascinante, è per questo che è così amato ad ogni latitudine, perché, sotto il trucco o le paillettes, i pattini a rotelle o i jingle anni '80, sotto questa patina che è più una difesa colorata, il pubblico ha capito quanto è vero, quanto si conceda, quanto ogni sera si metta in gioco, in ogni replica generosa, quanto, catarticamente, ogni sera sia unica in quell'impasto di hic et nunc che non lascia spazio al mestierante ma lascia posto all'uomo (a tutti noi), con le sue piccolezze, con la sua polvere di stelle. Timi ci dimostra che è possibile farcela, pur partendo dalla provincia, pur senza possibilità, pur con ogni sorta di difficoltà: il pubblico lo ha adottato e, al netto delle canzonature, del non prendersi mai troppo sul serio, Filippo è diventato paladino, vessillo, bandiera di questa grande voglia e desiderio di essere amati e abbracciati senza la paura di ammetterlo. Dovremmo preservarlo, proteggerlo, come uno degli ultimi panda.

Tommaso Chimenti 16/01/2020

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