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SAN GIMIGNANO – E' difficile, se non complicato, trovare un fil rouge, un appiglio per raccontare, argomentare, spiegare, parlare di “Orizzonti Verticali” 2020. Certo, c'è stato il Covid che ha annullato molte manifestazioni e molte altre hanno avuto un cartellone ridotto (come questa di San Gimignano passata dai cinque giorni delle passate edizioni ai tre odierni che in realtà erano due visto che il giorno inaugurale si ripeteva l'indomani) ma talune rassegne (vedi “Kilowatt” a Sansepolcro, sempre di santi si tratta) hanno addirittura rafforzato se non aumentato la proposta. Quindi, era possibile, era fattibile. Yes, we can. OV, diretto da Tuccio Guicciardini, anche presidente di Fabbrica Europa, e Patrizia De Bari, ha il merito di svilupparsi, da otto edizioni, sul palcoscenico naturale della cittadina senese nota per le sue innumerevoli torri, quelle rimaste in piedi perché in antichità erano molte di più. Qui, tra le pietre che sembrano sempre assolate e ingiallite, dorate e calde, si aprono piazze, come Piazza Duomo, o piazzette, come quella delle Erbe con le due torri gemelle a guardia imperiose e cupe a scrutarle da sotto che mettono le vertigini, rovine come la Rocca di Montestaffoli, dove il vento spira e spazza, cortili, come Piazza Pecori di mattoni accoglienti.Patrizia De Bari.jpg

I tanti turisti che affollano la città, nel classico tour toscano, vedono di sfuggita, si fermano il tempo di un gelato, passano e tirano dritto, si soffermano per una foto svogliata, nel mordi e fuggi che è diventato questo andare, scattare e postare senza tregua. Ma il festival, quest'anno, ha offerto veramente pochi spunti, poca spinta e poca linfa. Ma, mi si dirà, era bene comunque ripartire o non far cadere un anno nel dimenticatoio, non farci sopraffare dalla pandemia, reagire con l'arte e con la cultura. Possiamo essere in qualche modo d'accordo. I festival sono anche un modo per compattare le comunità anche se quella di San Gimignano non sembra così legata a quest'esperienza artistica e sembra più sopportarla che supportarla. E' un in più che poco aggiunge alla proposta di visita di un giorno a ciabattare tra i vicoli, scegliendo l'uovo d'alabastro, i Pinocchi in legno (chissà perché qui?), i mortai in marmo per fare il pesto, e poi tutta la gamma di prodotti alimentari, dal pecorino ai pici, dal cinghiale ai salumi. San Gimignano è una chicca incastonata nel tempo ormai dedita, almeno all'interno delle mura, al commercio al dettaglio, al turismo, la gelateria, il bar, il ristorante, il bed and breakfast, che l'hanno fatta diventare un grande abbuffamentificio. Si salva da questo enorme e intenso Bianchisentieri (5) LH.jpgmangia mangia (e non magna-magna, attenzione) di code di turisti che sgranocchiano sempre incessantemente qualcosa, la Galleria Continua, spazio d'arte contemporanea che ogni anno ci risolleva morale e spirito con le sue ampie installazioni che fanno respirare la mente, ci aprono le finestre dell'ipotalamo. Forse OV dovrebbe intensificare i rapporti con il museo (sempre gratuito) e creare sinergie, performance che possano legare i due concept, le due idee. Ma questo è un altro discorso.

Appena digitiamo sul web Orizzonti Verticali, bellissimo ed enfatico nome che racchiude lo sviluppo verso il cielo, l'ambizione a toccare le nuvole, lo slancio verso il divino, quasi Torre di Babele, rispetto all'ampliamento sul suolo, il primo risultato che appare è un sito di arrampicate e attrezzature per la montagna. Sul programma di quest'anno poche parole, pochi appunti sparsi e flosci sul taccuino, fatto di flash, parole chiave sbiadite su piccole performance, una presentazione di un libro, momenti, morsi di quello che avrebbe potuto essere. Soprattutto danza contemporanea, un'installazione partecipata vagamente confusa, una lettura spacciata per teatro (un leggio non fa primavera), un'interessante esperienza condivisa, quasi un memoriale, quasi una veglia funebre, un ricordo collettivo, una restituzione di vari artisti di un pezzo della loro, giovane o millenaria, esperienza di palcoscenico, con una decina di artisti (amici sodali della direzione) che leggevano o recitavano qualcosa legato al proprio passato sulla scena. Il festival non c'era come un arcipelago fatto da tante isole non comunicanti tra di loro.

Ma lo spirito di fondo, mi si dirà, era un altro: ricominciare come avrebbe detto Adriano Pappalardo. Bene, ma non benissimo. Ed allora concentriamoci sulle due parentesi che, in qualche modo, ci hanno tenuti lì ad osservare o ad ascoltare, non certo inchiodati alle sedie ma comunque con un buon grado di partecipazione se non emotiva almeno intellettuale. Leggera, quasi fosse planata da un altro pianeta, la performance, onirica e sensuale, certamente sinuosa, “Bianchisentieri” (a cura di Giardino Chiuso, la compagnia che organizza la kermesse) che si sommava ed incastrava Bianchisentieri (2) LH.jpgsull'esperienza partecipativa “Sentieri di carta”. Cominciamo dalla seconda: un palco davanti al duomo, che pareva un ring con tanto di corde, dove poter attaccare con la colla pagine di libri precedentemente strappate e, se si voleva, firmarle. Idea aperta a chi volesse dare il proprio contributo scrivendo qualcosa su questi fogli già carichi d'importanti inchiostri. Pagine che, una volta concluso il festival, saranno ritagliate, incorniciate e messe all'asta. +Chi comprerà pagine autografate da semplici sconosciuti? Ha dato il suo contributo anche il cantante Alberto Fortis, uno dei pochi nomi spendibili e di qualche rilievo. Su questi “Sentieri di carta” si è incastonato “Bianchisentieri” con la danzatrice Camilla Diana fluttuante con la sua gonna di fogli arrotolati, in movimenti dolci, vestita di carta, sotto i piedi carta in un universo di carta, fragile e tenero. La carta che viene dagli alberi nel nostro mondo dove a leggere sono sempre meno persone.

Infine l'eventovirginio-gazzolo.jpg conclusivo “Sto felicemente dimenticando tutto” (espressione presa in prestito da Sebastiano Vassalli), che ribadiamo somigliava ad un congedo, ad un saluto finale senza che questa sensazione togliesse niente all'impatto totale, poco coerente ma con punte alte di personalità e attorialità, carrellata di artisti con le spalle alle pietre in una lingua di luce che sembrava il Muro del Pianto di Gerusalemme, sciorinando pezzi e parti, poesie e stralci in una sorta di “cavallo di battaglia”. Da sottolineare Giancarlo Cauteruccio con il suo “Mi fa fame”, lo splendido e strepitoso Virginio Gazzolo, oltre ottanta candeline di energia purissima e immensa presenza sul palco padroneggiandolo, Carla Tatò con la sua recitazione sincopata e stoppata, particolare, originale e personale, i versi contemporanei di rottura di Giulia Martini. In un tempo che dimentica tutto e tutto scorda, felicemente o meno, dove alcune delle malattie più urgenti e annientanti sono l'alzheimer e la demenza senile, “dimenticare” non è mai una buona soluzione, un'opzione accettabile: “Perdona i nemici ma non dimenticare mai il loro nome” diceva John Fitzgerald Kennedy, per quanto questo possa valere. Ricordare invece deriva da riportare al cuore. Preferisco, preferiamolo.

Tommaso Chimenti

CAGLIARI – Il ruolo dello skipper ha molti punti di contatto con quello del regista. Entrambi devono avere polso saldo e sempre la situazione in pugno, hanno un luogo da gestire e persone da muovere in uno spazio con codici prestabiliti, devono dirigere, spostare, decidere, avere una chiara visione d'insieme, fuori e dentro la scena. Lo skipper ha a che fare con una barca a vela, con i marinai e con il mare, il regista con il palco, gli attori, gli imprevisti. Mondi che appaiono lontani ma ruoli simili per determinazione, consapevolezza, forza, presa di coscienza. Due mondi che difficilmente si incontrano in un'unica persona e lì convivono senza sgomitare, si sommano invece che annullarsi, si autoalimentano. In Francesco Origo il regista non potrebbe fare a meno dello skipper e il timoniere non potrebbe mai evitare di confrontarsi con il direttore di scena. Origo, sessantenne genovese, da venticinque anni ha “sposato” la Sardegna, il suo mare, le sue coste, senza rinunciare al suo primo amore, il teatro. Secondo il suo credo “la disciplina del mare non è tanto dissimile da quella dell'attore”. Skipper e regista devono essere attrezzati nel “solving problems”. Entrato a sedici anni nello Stabile di Genova, sodale con Valerio Binasco e allievo di Carlo Cecchi, nel 1995 decide che è tempo di salpare, lasciare le comode acque del teatro “istituzionale” le cui dinamiche gli andavano strette, cercare altri porti, scoprire nuovi golfi artistici ed esistenziali.117770327_10213625312105500_5955601277048757124_o.jpg

Un uomo vero, burbero quanto generoso, a tratti accigliato ma sempre pronto al confronto, alla condivisione, all'incontro. Cerca costantemente “la verità nascosta del teatro”. Si definisce “abitante del mare”. Lo senti parlare ed è un'enciclopedia di date, aneddoti, ricordi, personaggi del palcoscenico come di ingegneristica navale: potrebbe, grazie al suo artigianato, al suo fare, al suo mettere le mani in pasta, smontare un teatro e rimetterlo in sesto come smantellare una barca e rimontarla più solida di prima. Il suo è un caos ordinato dove tutto trova la giusta collocazione invisibile agli altri, tanto nebulosa all'esterno quanto chiara nei suoi occhi sempre vivaci e guizzanti. Sono vent'anni che, con la sua Compagnia Cajka, di stanza 3GC2670GCavallo-660x330.jpga Quartu Sant'Elena, ha intrapreso il curioso, e unico nel suo genere, viaggio teatrale, vent'anni di giri principalmente attorno alla sua amata Sardegna (ma anche Liguria e Norvegia e Grecia), portando il teatro nei porti, facendo recitare i suoi attori sulla sua barca a vela, un carrozzone viaggiante non su asfalto e gomma ma su onde e schiuma: un'occasione rara, un modo alternativo di vivere il mare, di vivere il teatro visceralmente. Una frontiera aperta. Anche Gian Maria Volontè era skipper e amava andare per questi mari.

Cajka in russo significa gabbiano e come non associare la libertà del volo di questo volatile bianco alla libertà del veleggiare, a Jonathan Livingstone (oltre che a Cechov, naturalmente), all'arrivare come gli antichi Fenici dove da terra ci è precluso il passaggio. La Compagnia di Francesco Origo ha cominciato il suo viaggio a fine luglio per iniziare questa ventesima stra-ordinaria (e faticosa) tournée l'11 agosto a Santa Teresa di Gallura, proseguendo il 14 a Stintino, il 19 a Portoscuso, il 20 a Sant'Antioco, il 22 a Teulada e il 23 a Nora per “La Notte dei Poeti”. Ho avuto la fortuna e l'opportunità di seguire la compagnia, imbarcandomi dal 18 al 25 agosto, in navigazione, nel montaggio, nello smontaggio, nella condivisione della vita in barca a vela, negli spazi ristretti che profumano di legno. Quattro persone, il regista Francesco Origo, l'attrice Barbara Usai, l'attore Enrico Bonavera (il nuovo Arlecchino del Piccolo Teatro di Milano sostituendo Ferruccio Soleri), il sottoscritto, e Pi, meticcio di otto anni mix tra un Pointer con il muso da Beagle. 35.000 miglia in 20 anni di navigazione con tre diverse imbarcazioni: prima Olivetta, poi Kahara ed infine George, 15 tonnellate di acciaio (tre del solo bulbo per stabilizzare) per dodici metri di lunghezza comprata in Grecia con già alle spalle un giro del mondo con il vecchio proprietario (di Nancy, la barca batte bandiera belga) e comprata grazie ad un crowdfunding sul web chiamato “La cultura non si affonda”. Origo è di Genova, Bonavera è genovese, così come ligure è anche l'indispensabile, inesauribile, indistruttibile, insostituibile factotum, il tecnico e attore Giuliano Pornasio anche lui trapiantato in Sardegna. Impossibile non pensare alla parabola di De Andrè. Siamo lontani dalla Sardegna di Briatore e del Billionaire, lontano da Alghero e Porto Cervo. Dal punto di vista teatrale dici Sardegna e ti vengono alla mente le “Nozze di sangue” 117876245_10213622871644490_2241925821305734095_o.jpgdella Sinigallia come il “Macbettu” di Alessandro Serra o l'attore Leonardo Capuano.

I Teatridimare hanno diverse produzioni in repertorio: “Le furberie di Scapino”, “Gastromachie” dove alla fine cucinavano, in stile Ariette, zuppa di lenticchie alla campidanese, “Bustric salvato dalle acque” con l'attore toscano, tratto dalla Tempesta shakespeariana, “Voixdeville”, “Blu” portato anche a Fredrikstad in Norvegia e messo media.jpgin scena nella stiva della nave dove i cadetti del Paese scandinavo si preparano (una sorta di Amerigo Vespucci della Terra dei Vichinghi), “Ballate amare”, “Exitus”, “La principessa d'Elide”, “Gli illusionauti”, e due pezzi scritti e diretti da Enrico Bonavera: “Arlecchin dell'onda” e “Il vino e suo figlio” andati in scena in quest'ultima edizione.

In barca gli spazi sono compressi, l'umanità è tanta, la vicinanza porta conoscenza e rispetto, bisogna stare attenti a non sbattere la testa come a non cadere nei piccoli gradini: potrebbe essere una metafora dell'esistenza. La mancanza di privacy cementa la compagnia, l'affiatamento. Il mare, cristallino, qui ha più correnti della DC anni '80. L'Ichnusa, la birra sarda simbolo acquisita qualche anno fa dalla Heineken, qui è una religione monoteista: non avrai altra birra all'infuori di me. Su questi mari sono passati i Fenici e i Greci, i Romani e gli Arabi, gli Spagnoli e i Normanni.

La prima tappa è nel cortile della tonnara Su Pranu a Portoscuso, ormai purtroppo abbandonata, che l'amministrazione comunale vorrebbe utilizzare e recuperare, un luogo fascinoso e pieno di storia, di fatica, di lavoro, di mare, di generazioni. Il panorama è deturpato dallo skyline fatto di ciminiere fuori uso e industrie vuote con conseguente forte disoccupazione. Una zona che soffre. Gli addetti alla lavorazione e alla pesca dell'oro rosso del Mediterraneo si chiamavano “tonnarotti”. Il vento è fine, facile s'insinua felice. Le anziane stanno davanti alle porte di casa mentre i ragazzi sono in spiaggia. Corde arancioni sparse spesse come polsi di fabbri. La barca a vela è attesa e pazienza, rollio e sciaguattio, gusto dell'arrembaggio, vento in faccia, fronte che brucia, cavalcata e dolcezza, pellegrinaggio ecologico e carezza.

Intanto Bonavera mi racconta di Grotowski e del Terzo Teatro, 118359455_10213625352506510_1429317451501138503_o.jpgdi fisioterapia, della quale è appassionato e competente, di tai-chi, del quale è seguace e praticante, di Eugenio Barba (è stato due volte ad Holstebro in Danimarca in due momenti differenti della propria vita e carriera). Pi, cane dolce e docile, con una macchia marrone a forma di cuore sulla striscia bianca in fronte, abbaia forsennato soltanto sugli applausi; mi fa venire in mente “Vita di Pi”, anche se in quel caso c'era, sulla barchetta alla deriva, una tigre. Dici “barca” e ti vengono in mente Ulisse e le sirene, Salgari e Mompracem, i pirati e Moby Dick, Verne, “Il vecchio e il mare” è d'obbligo, “La tempesta” del Bardo un must. Non intonate “Gente di mare” per favore. Il logo del ventennale dei Teatridimare lo ha disegnato, con il suo classico tratto pastellato, l'attore ma anche artigiano Roberto Abbiati. Il basilico non può mai mancare nella cucina di un genovese, piccola ma si fa notare un'effige di Lenin, le frequenze fisse su Rai Radio 3. Oltre che skipper e regista, Origo è anche chef. In barca a vela tutto ha una sua logica, una sua razionalità, tutto s'incastra, come un tetris. E poi c'è lentezza e pensiero, un suo dispiegamento e spiegazione, i passaggi da compiere come nodi da esprimere, movimenti da portare a termine in una naturalezza meccanica che diventa spontanea, continui rituali, spostamenti di mani in coreografie da allacciare, sganciare, staccare e mettere, lasciare e posizionare nuovamente, trovare un equilibrio ondivago. I Cajka sono zingareschi, picareschi, gitaneggianti, estemporanei, corsari.

Origo mette un cd 118404116_10213631795387578_6618040089570476956_o.jpgche dei ragazzi curdi gli regalarono ad Istanbul che apre lo spettacolo “Arlecchin dell'onda”. Bonavera è attore di razza, capace, il palco è il suo recinto preferito, lì dà il meglio di sé, istrionico, di temperamento, si sente a casa e si annusa che ha mestiere e sa sentire la platea e i suoi tempi, instaura un feeling sotterraneo con il pubblico, ha bisogno dei ritorni, dei rimandi, delle eco, delle risposte. Il suo Arlecchino si agita nell'angiporto che “non è più mare ma non è ancora terra”, qui puoi trovare furbi e furfanti, mercanti e prostitute, commercianti di schiavi. Appare un Pulcinella che, alla fine, darà un senso profondo alla drammaturgia. Bonavera lavora sulle onomatopeiche, sui suoni, sul gutturale, ha una mimica espressiva e movimenti che riempiono il palco. Con Origo si conoscono da quando sono poco più che adolescenti. Bonavera è elfico, un po' Paolo Rossi, a tratti benignesco. Ecco il dramma dei migranti che annegano in fondo al mare, le violenze subite dalle donne, fino al ricongiungimento, straziante e drammatico, tra i pesci e i relitti dove non esistono più le miserie e le sciagure, i dolori terreni e le schifezze che l'uomo perpetua sui propri simili. I cambi di registro, dal frizzante alla tragedia, regalano risate e commozione, calore e pugni nello stomaco. Il mare che dà, il mare che toglie.

Il Maestrale e lo Scirocco sono i protagonisti della traversata da Portoscuso a Sant'Antioco. In un secondo momento si aggiungerà anche il Libeccio. La calura ti sforma, ti sforna. Giriamo al largo della Secca del Mangiabarche, il nome è veritiero e tutto un programma, luogo citato anche da un romanzo di Massimo Carlotto, padovano ma che da decenni ha scelto la Sardegna come sua casa e rifugio. Le foche monache sono tornate in queste acque, tra queste grotte. C'è un fascino estatico nel solcare il mare senza ferirlo inquinandolo. In quest'angolo di Sardegna, passando alla nostra destra accanto all'Isola di San Pietro con la sua Carloforte ancora “dominata” dai genovesi di Pegli, si affacciano dal mare l'isola della Vacca, quella del Toro e infine quella del Vitello ad increspare le correnti che qui tirano e spazzano. Il mare intanto è passato dal celeste all'azzurro, dal blu al nero. Il comandante sa sempre cosa fare, che scelta prendere anche quando l'onda sferza, anche quando il vento sferraglia, come nel nostro caso, a 30 nodi. La mia faccia “ottocentesca”, definizione del Capitano Origo, dopo la burrasca diventa “picassiana”, sempre parole dello skipper. Mal di mare, mal di terra. A Sant'Antioco ci avvertono che nella notte attraccherà una carretta del mare di algerini già avvistati dalla Capitaneria di Porto. Qui gli attori, Bonavera e Barbara Usai, reciteranno proprio sull'imbarcazione con il pubblico sulla banchina. Lo spazio ristretto cambia radicalmente lo spettacolo rendendolo più intimo e vicino ed esaltando la relazione, l'alchimia, l'amalgama tra i due in scena, più vicini, più complici, in sinergia per portare questo racconto fatto di sale e sole, di ferite aperte e strazi lancinanti fino al cuore della platea, toccandola, accartocciandola, stringendola: “Laggiù, in fondo al mare118290605_10213622993367533_8343967196122787046_o.jpg, si diventa tutti di cartapesta”.

Origo tiene il timone e guarda il vento avanti a sé: ci parla della facussa, i cetrioli che crescono soltanto da queste parti, dolci e storti, di quella volta che, andando verso la Grecia dove lo scorso anno hanno realizzato due repliche ad Epidauro, a Milazzo nella benzina gli hanno messo olio di scarto con conseguente motore ingolfato e petroliere da migliaia di tonnellate che li ha schivati per poche decine di metri mentre erano in panne e bloccati tra le onde. Un bell'Eja ci sta su tutto: è saluto e addio, è un già d'approvazione e assenso come un ormai rassegnato, è purtroppo e sospiro, è un sì, certamente, è assoluto e dubbio, è forse ed è virgola, pausa riflessiva, punteggiatura stratificata in un suono simbolo di tutte vocali che si tengono per mano. In navigazione siamo come la schiuma delle birra appena spillata, gorgogliamo, ci alziamo esaltati, ci afflosciamo sazi. In barca capisci che ogni gancio, ogni orpello, ogni leva, tutto è utile, funzionale, anzi fondamentale. I Teatridimare sono un'esperienza unica, da tutelare, proteggere, anzi incentivare, valorizzare, sostenere, espressione della libertà del teatro che si fonde con la libertà del viaggio ad impatto zero. In definitiva, come dice Origo, “la disciplina del mare non è tanto lontana da quella dell'attore”.

Tommaso Chimenti

MONTICCHIELLO – Vivere d'istanti e non distanti, vivere d'istinti e non distinti. A volte un apostrofo fa la differenza, è il senso, il nesso che esplica, che potenzia, illumina, fa esplodere ed emergere. Il Covid non ha fermato il Teatro Povero di Monticchiello ma lo ha solamente cambiato, mutato, modificato, destrutturato forse in una chiave da prendere in considerazione anche per le prossime annate. Invece che il palco frontale in Piazza della Commenda, come di consueto, quest'anno sono state predisposte varie stazioni, una sorta di Via Crucis senza tragedia, o “Isole” come le hanno chiamate i drammaturghi Giampiero Giglioni e Manfredi Rutelli (riuscitissimo il loro esperimento), fino a far diventare l'appuntamento in Val d'Orcia una piece itinerante per piccoli gruppi scaglionati. Sicuramente più movimentato e interattivo, si ha l'impressione di prendere la cittadina percorrendola, di tastarne con le suole le pietre antiche, di scrutare le porte, godere dei suoi angoli nascosti, i gerani alle finestre, di toccare con mano palmo a palmo i metri, le facciate, i lampioni, ogni dettaglio che altrimenti sfuggirebbe. L'impostazione di quest'anno (diminuite le repliche, se prima erano dal 25 luglio al 15 agosto, quest'anno si è preferito accorciare dall'1 al 15 agosto) va incontro anche alle nuove generazioni che hanno bisogno di più freschezza e meno staticità. E' “Isole d'istanti” (54esima edizione dell'autodramma dei cittadini di questa preziosa gemma a sette chilometri da Pienza), flash di vita quotidiana che, come voyeur, osserviamo affacciandoci alle loro finestre, buttando l'occhio interessato alle “vite degli altri”, entrando nel loro quotidiano.116879851_1418053745072609_2663525803923806433_o.jpg

Tredici stazioni (un'ora e mezzo il cammino teatrale) partendo proprio da fuori le mura e attraversando simbolicamente quella Porta che ci fa entrare nella magia del sogno, nel solco del segno del tempo che si è fermato e che riemerge a respiri, a boccate, a momenti, riportandoci dentro bolle sospese. Si cammina, ci si ferma, si ascolta. Intanto il panorama della Val d'Orcia stordisce per bellezza, ci abbraccia a perdita d'occhio, sembra non finire, si vedono come puntini cipressi e olivi a impreziosire la tela baciata dal sole. Il fil rouge di fondo è lontano, fortunatamente, da tante elucubrazioni che negli anni avevano infarcito i testi monticchiellesi, soprattutto i massimi sistemi dell'economia e temi sociali messi in bocca ad attori non professionisti, dialettali, stonavano e divenivano non credibili. Invece stavolta è la semplicità delle scene che ha reso questo nostro 116892752_1418052368406080_7152040079617485786_o.jpgwalking tra pozzi e finestre, tra giardini ed orti, un lungo respiro, commovente e sincero, vero, che è andato a sondare le radici di questo luogo, a toccare l'anima antica di queste persone che inventandosi il Teatro Povero hanno fatto ricco, di spirito e di attenzioni, il loro borgo e noi che siamo fedeli osservatori.

Non può mancare una riflessione sul coronavirus che diviene metafora di assedio, di dentro e fuori, di difesa e chiusura come di accoglienza. I bambini sono stati tra i più colpiti e i meno considerati nel dibattito nazionale e al netto dei decreti attuativi: “Non ci possiamo nemmeno toccare”, brilla come un esplosivo, e poi: “Prima ci dicono di starnutire nel gomito e poi, per salutarci, ci dicono di darci il gomito”, geniale. Si passa poi alla grande dicotomia, a livello ministeriale, tra turisti e spettatori, con i primi ben accetti, perché devono spendere, e i secondi messi in disparte. Ma il teatro da queste parti non è e non è stato soltanto palco, recite, testo da imparare, costumi da cucire, luci da puntare; il teatro è stato la molla, il cardine, è divenuto la comunità stessa, il perno, a volte il pretesto, attorno al quale ruota da oltre mezzo secolo la cittadinanza di Monticchiello: “Se non ci incontriamo non esistiamo”, urlano con un filo di voce. Poi ci sono i ragazzi (nuovi hikikomori) che si sono abituati allo stare chiusi in casa, le quattro mura che accolgono e che fiaccano, che consolano, che ovattano, che proteggono dai problemi del mondo là fuori, che tengono al riparo dal relazionarsi con gli altri, meglio un videogame, la realtà virtuale o le chat dove tutto sembra vero ma non lo è, dove tutto è impalpabile.

Presente ma anche il passato si affaccia aprendo le persiane; ecco i ricordi dei matrimoni in casa o il cinismo dei padroni contro l'ignoranza dei mezzadri. Presente, passato ma anche futuro: 117035948_1418054611739189_6689255727403117703_o.jpgtristemente divertente l'episodio della “Bank of Valdorcia” (da sottolineare la prova di Pierluigi Bonari) che vuole convincere a trasformare queste terre cariche di storia e natura in resort e palazzi, relais e tower, facendo investimenti, rilasciando bot, facendo prestiti, modificando il territorio, modernizzandolo, snaturandolo, cementificando. Il momento più emozionante è quello nello spicchio angolare dove un maestro insegna, siamo ad inizio Novecento, a tre bambini. Il maestro è Arturo Vignai presente fin dalla prima edizione del '67 e che mai ha saltato un anno (ha 87 anni e tanto da raccontare). Una frazione delicata, una pennellata, una carezza tenera e calda che finisce in un abbraccio sentito, vicino, gonfio. Non può mancare una critica all'ecologia radical chic, di quelli (buona presenza quella di Alessia Zamperini) che hanno scoperto l'orto e il bio, di quelli che vogliono 117120011_1418054395072544_3491979561980374262_o.jpgtornare alle radici, alla terra, a coltivare, ai lavori con le mani e poi continuano ad inquinare, a rilasciare plastica nell'ambiente, a sporcare, contaminare, deturpare, riempiendosi la bocca con falsi proclami che poi, alla luce dei fatti, dissentono e non rispettano.

Ci si sposta veloci in questo Giro del Paese in 90 minuti, agili come api sulle corolle, scivola via lasciandoci sulla pelle un profumo buono di Storia, di Vita, di sano. Imprescindibile il sindaco con le sue continue dirette facebook, un primo cittadino che sbaglia le parole (alla Cetto Laqualunque), ora siamo immersi dentro una banda felliniana che suona dietro ad un funerale (da ricordare Daniele Mangiavacchi, sempre grande presenza) fino all'emozionante chiusura, proprio in quella piazza che ogni estate zampilla di pubblico e calore, di applausi e parole, che quest'anno è vuota e desolata, buia e sgombra. Una signora (Rosanna Picchiacci intensa) parla con una sedia vuota davanti a lei, con un amico immaginario, fin quando non si apre una porta (un'altra porta, come all'entrata) che ci “vomita” fuori, ci restituisce alla vita, fuori dal sogno, da quest'atmosfera ovattata e crepuscolare, nitida e ombrosa allo stesso tempo, lontana come nostalgia e pulsante come un battito.

Tommaso Chimenti 09/08/2020

LISBONA – Almada è sempre un soffio, un respiro, quasi un'isola lontana e vicina a Lisbona, ai suoi azulejos, alle sue strutture che cambiano, alla sua storia. Almada la vedi, è lì a portata di mano, la fotografi in lontananza che sembra irraggiungibile e quel ponte, sempre rosso fiammeggiante, pare un elemento scenografico e cinematografico messo lì per aumentare la magia del posto, delle acque che si incontrano, veloci del Tago e feroci dell'oceano a cozzare proprio davanti ai tanti murales, carichi di espressività e socialità, nati sulle vecchie e scalcinate mura di ex magazzini e vecchie fabbriche, cantieri navali in disuso. Almada pare un'isola, riconoscibile con quel Cristo che a braccia larghe ci abbraccia e non ci lascia mai soli. Gli aerei solcano di continuo il cielo anche in questo periodo post-Covid. La fase finale della Champions League si giocherà qui, a casa di Cristiano Ronaldo marchiato a strisce senza colori. La tramvia taglia Almada e la rende raggiungibile, veloce. Da Almada, con il bel tempo, si possono vedere entrambi i ponti, il XXV Aprile rosso come il Vasco de Gama bianco, oppure a sinistra Belem e a destra in alto il Castello. Negli ultimi decenni si è trasformata; sembra piccola ma è grande, moderna con le sue piazze dove giocano piccole fontane a zampillare verso il cielo, dove gli skate sfrecciano. Ecco, se vogliamo trovare un paragone, Almada sta a Lisbona come la Giudecca sta a Venezia. Città di mare, luoghi dove si respira il salmastro. Da trentasette anni il Festival di Almada (quest'anno ancora più coraggioso di sempre il suo direttore artistico Rodrigo Francisco) è un faro nel campo teatrale europeo: in questa edizione addirittura si è passati dalle due settimane standard di programmazione (solitamente era dal 4 al 18 luglio) alle oltre tre (dal 3 al 26) rilanciando proprio quando molti hanno desistito. Anche i molti e sparsi teatri dove sono andati in scena gli spettacoli ci hanno mostrato, ancora una volta, il bisogno, la fame e la necessità di teatro di un popolo che ha vissuto il festival e riempito le sale, appuntamento atteso ed aspettato tutto l'anno: il centrale Municipal Joachim Benite che sembra una piscina capovolta con i suoi infiniti piccoli quadratini celesti a rischiarare e illuminare di luce tenue l'intorno, l'Academia Almadense moderno e funzionale, l'Incrivel Almadense cubo nero, il Forum Romeu Correia di grande impatto nel parco dove spicca la scultura delle tre braccia, con mani aperte a toccare le nuvole, l'Estudio Antonio Assuncao bianco e piccolo che pare una facciata di un palazzo messicano. Il bacalao non manca mai, nei pranzi e nelle cene condivise, momento conviviale dove potersi incontrare tra compagnie ed operatori provenienti da tutto il mondo, mentre la scelta complicata è se prendere una Sagres o una Super Bock, le birre che vanno per la maggiore in Portogallo. Almada ogni anno ci sembra più attiva e contemporanea, Lisbona più fresca e giovane, il Portogallo più frizzante e aperto. Andrebbe fatto un monumento nazionale ai pasteis de nata, il pasticcino a base di pasta sfoglia e crema.87A7431©ALIPIOPADILHA.jpg

Sospesa tra cinema e teatro ci è apparsa la piece “O criado” (quest'anno soltanto tre sono stati gli spettacoli stranieri, tutto il resto erano di provenienza portoghese) di Andrè Murracas, non a caso anche regista cinematografico. Partendo da “The servant” adattato da Harold Pinter, il regista, che è anche attore e movimentatore di oggetti per le videoproiezioni ma anche lettore e mixerista al suo tavolino da lavoro centrale, è il deus ex machina che si muove, sposta, fa, articola tra i suoi mille spazi. Il tutto in bianco e nero e il tutto in continuo parallelo e confronto, in controluce, in prospettiva, in sovrapporsi, in dissolvenza, tra la realtà, la pellicola in questione e la riproposizione nel presente della stessa scena in video, quasi un doppio, allo specchio. Ma non solo; il film e le azioni del regista-performer in teatro dal vivo sono intervallate da interviste con vari attori che rispondono, leggono parti del copione o lo provano nel privato delle loro abitazioni. Murracas è molto hitchcookiano. Come se il teatro entrasse in contatto e in dialogo (diavolo?) diretto con il cinema. Ma se l'idea può essere arguta, la sua realizzazione, soprattutto con l'avanzamento, risulta didascalica con lo scorrimento delle immagini e la spiegazione delle stesse come fosse un cineforum o una conferenza o una lectio lasciandoci distanti, un po' in sordina, laterali rispetto all'opera molto nebulosa e criptica, ben orchestrata ma poco viva. E' questa la deriva del teatro o l'evoluzione del teatro? Speriamo sia soltanto la prima opzione. Il regista diventa anche dj, si improvvisa prestigiatore ma ha poca presa ed empatia ottenendo un effetto freddino che sa di un tentativo, un esperimento non andato a buon fine, naufragato senza dolcezza, rimasto a metà strada, con il colpo in canna. E se il cinema fosse soltanto il teatro in remoto?

Se “O criado” in una scala sentimentale era razionale e controllato, possiamo assolutamente affermare il contrario per quel che riguarda “Rebota, Rebota” della spagnola Agnes Mateus, un vero vulcano cosparso di argento vivo e mercurio incandescente. Sul palco è una furia, un ciclone, uno tsunami che tutto spariglia e travolge, una forza possente e titanica, una vera rocker, un fuoco, un turbine. Ha una marcia in più03_REBOTA__f.Quim Tarrida.jpg la Mateus nella sua invettiva che parte in tono canzonatorio e brillante e si fa pian piano sempre più atto d'accusa sul tema della violenza sulle donne divenendo, alla fine, vero e proprio stato d'allarme, processo accusatorio, presa di coscienza sul femminicidio, consapevolezza e moto di ribellione ed orgoglio. Sul boccascena, come una punk dai pantaloni dorati scatenata sulla musica techno con la faccia dipinta come Joker, la performer sperimenta la sua parodia machista-latina con tutti gli stereotipi del caso, partendo dalle offese alle donne. Il suo è un canto, un grido, un urlo, s'accapiglia, s'infervora, s'agita, si scalda. Il suo è un alfabeto delle ingiurie e degli insulti che normalmente le donne, ad ogni latitudine e in ogni contesto sociale, devono subire. Il suo è un j'accuse doloroso, a tratti rancoroso, spesso retorico, pieno di furore positivo e d'impeto rovente. Diventa cascata e torrente in piena, è un diesel che si fa turbo. Dopo gli oltraggi è tempo di scartavetrare e ribaltare il vero senso maschilista delle fiabe per bambini dove la donna aspetta sempre che il maschio la salvi, la sposi, la elevi dal suo rango di subalterna. Frasi al veleno, “nel calcio non ci sono omosessuali” o “se una donna non si sposa vuol dire che è lesbica”, fanno da contraltare con fasi più pop e leggere. E' un Leo Bassi in versione femminile, vulcanica, senza peli sulla lingua, è un Puk che non fa sconti, che non cede, che non molla la presa, che ti mette all'angolo con le spalle al muro, davanti alle responsabilità della società, degli uomini e delle stesse donne che accettano, subiscono, non si ribellano. Funambolica, elettrica, sconquassa, percuote, distrugge, è un carrarmato, un caterpillar, uno schiacciasassi che non si incrina, vera pasionaria, amazzone intensa, energia pura, spinosa, mai doma. L'elenco delle donne uccise per mano maschile tra le quattro mura domestiche in Spagna è un pugno nello stomaco ma è quando, da circense, diventa il bersaglio di un lanciatore di coltelli, metafora della condizione femminile, che il discorso si fa ancora più cupo fino a quando la Mateus non mette la testa, per minuti interminabili, dentro una carriola piena di terra ricordando lo struzzo ma anche pratiche di tortura: “Le donne dimenticano per sopravvivere, le donne perdonano”. Dall'alto cadono centinaia di palline (il rimando agli organi sessuali maschili è evidente e voluto): it's raining men!

Altro tema cruciale della nostra società è senz'altro la religione, i suoi fanatismi, i suoi deliri, le sue allucinazioni, i suoi isterismi, le sue farneticazioni, le sue esagerazioni. La religione vista come uno scudo, come un parafulmine a tutto ciò che accade, una protezione, un tetto sotto il quale rifugiarci nel mezzo del temporale della vita, un riparo conservatore e consolidato, accondiscendente e consuetudinario e consolatorio. Ma quando a diventare fanatico religioso e osservante alla lettera della Sacre Scritture è un adolescente le cose si fanno problematiche perché mette in CM_0842.jpgcrisi una serie di dinamiche e comportamenti assodati, crepano l'ordine costituito delle cose, il normale andamento di regole e divieti, mina l'autorità dei professori, quella dei genitori. “Martir”, testo di Marius von Mayenburg, per la regia di Rodrigo Francisco (in Italia l'hanno realizzato i Filodrammatici di Milano un paio di stagioni fa), ci porta dentro la trasformazione della psiche di un ragazzo, nel suo avvicinamento al Vangelo fino a considerare il mondo moderno come sponda naturale per le parole millenarie degli apostoli, applicando le parabole dei santi come leggi inamovibili che tutto regolano. La messinscena è ampia e aperta, bianca, pulita, un quadrato con tante finestre che adesso si fa scuola, ora casa, infine chiesa. Teche linde alle pareti dove poter scrivere (come sono gli adolescenti, teli bianchi, spugne che raccolgono) versetti e frasi, citazioni bibliche e virgolettati che danno un senso alla vita, che la spiegano, la chiariscono, vetrate come lavagne. La religione come appiglio e piede di porco per dare una definizione all'insondabile esistenza degli umani. Il ragazzo (molto convincente il protagonista) che diviene ogni giorno sempre più devoto e pio, bigotto ed osservante, che rifiuta il contatto con le ragazze, che entra in aperto conflitto con la madre e con la professoressa, nodo e fulcro della vicenda. Chi è il Martire? Chi vuol farsi Martire? Chi è vittima e chi invece si fa passare per vittima? In questo gioco al massacro ci si scambia la pena di una croce da portare per divenire quei “Martiri” che la società può tollerare, sopportare, santificare, con i quali solidarizzare e non, per senso di colpa, emarginare.

Interessantissima la riflessione del giovane regista e drammaturgo Tiago Correia che incentra la sua riflessione sul “Turismo”, quella massa di persone che si spostano, mangiano, fanno foto, si muovono, prendono mezzi, hanno bisogno di servizi, incrementano l'indotto di un Paese inevitabilmente trasformandolo a suo gusto e misura snaturandolo intimamente. Il Portogallo, negli ultimi anni, ha sponsorizzato dinamiche per far sì che i pensionati europei, prendendo lì la residenza non paghino le tasse per i primi dieci anni.1533_© Jose Caldeira_© Jose Caldeira.jpg Un bel colpo, un Paese sicuro, tranquillo, con una buona qualità della vita, un clima mite anche d'inverno e nuove strutture per i suoi nuovi cittadini. E' ovvio che il turismo, e di rimbalzo l'economia, per soddisfare chi viene a spendere nel nostro Paese, lo voglia a sua immagine e somiglianza, a cominciare dal cibo, ai costumi, tutto si frantuma, si globalizza, diventa meticciato, le tradizioni si perdono, tutto si annacqua tra souvenir (prodotti comunque in Cina) e mete sempre meno esotiche ma anzi frequentatissime. Non esiste più un luogo che non ha visto turismo e turisti che sì comprano, dormono e cenano ma che trasformano le città in gadget, ninnoli, soprammobili, cartoline. Le città così violentate perdono la loro anima, i residenti che lasciano il centro affittando a prezzi astronomici. Quello che è successo con Venezia, città fino alle sei di pomeriggio invivibile e dopo deserta. Quello che è successo a Forte dei Marmi in Versilia con i russi che sono arrivati in massa a comprare le ville. Si crea una bolla finanziaria e immobiliare per le quali per i residenti che lì ci vivono tutto l'anno, i prezzi diventano insostenibili, i servizi ai quali poter accedere irraggiungibili in quella che era ed è ancora casa loro ma, in pochi decenni, esclusi, emarginati dal mercato. Se ci mettiamo anche che per attirare capitali stranieri (negli ultimi anni cinesi, russi, arabi) devi abbassare il costo del lavoro, va da sé che in molti Paesi del mondo, compreso il Portogallo e l'Italia che vivono di turismo, tra qualche anno, dopo l'ennesima fuga dei cervelli, in patria non rimanga che lavorare nella ristorazione o nella ricettività alberghiera. Un magro panorama.

La messinscena è europea, di grande respiro internazionale con un uso delle luci evocativo e serafico e sensuale, le immagini riprese in presa diretta e riproiettate sulla scena, il rumore costante di aerei che atterrano e partono per il mordi e fuggi low cost. Se tutti possono andare dappertutto allora il prezzo si abbassa compresa la qualità in nome di una quantità che diviene dozzinale, grossolana. Le Nazioni si trasformano in divertimentifici, in succursali estive per stranieri con il portafoglio gonfio. Basti pensare alla Grecia alla quale è rimasto il mare e le isole. I Paesi diventano quello che i turisti sperano di trovare, le persone del luogo v1211_© Jose Caldeira_© Jose Caldeira 1.jpgengono sostituite, bisogna imparare le lingue altrui per potergli vendere l'ennesimo ricordo a pochi euro. E' un gioco che in pochi anni può distruggere ecosistemi di usi e costumi centenari inseguendo il Dio denaro e cercando di soddisfare le richieste, la domanda che gestisce e trasla l'offerta. Dimmi cosa vuoi e sarò in grado di dartela in un cortocircuito di competizione internazionale per attrarre più rotte possibili, intercettare più flussi. Vengono scoperte nuove mete, si costruiscono aeroporti, sorgono città che non c'erano, servizi, possibilità, il lavoro c'è per tutti, sottopagato ma c'è, fin quando non viene aperta un nuovo mercato che attragga maggiormente. Perché nel mondo del turismo, dove tutti sono andati dappertutto, è la novità quello che cerchiamo sempre, il nuovo, il mai visto. Appena il turismo di massa si sposta da un luogo ad un altro vengono mese sul lastrico generazioni e popoli, famiglie intere. Il turismo è una droga, è un doping che pompa quelli che all'inizio sembrano soldi facili ma che gonfiano i conti, le spese, l'inflazione. Il turismo è come la prostituzione, vittima delle ondate e delle voglie. Gradualmente gli Stati perdono i loro connotati, la propria identità sbiadisce, diventa movida e alcool, ristorantini, code, musei. I piatti tipici si avvicinano al gusto del forestiero per poterglieli vendere più facilmente, storie millenarie di popoli si inchinano a tripadvisor, si genuflettono a booking e tutto prende il sapore di una Disneyland al retrogusto del “menù turistico”, quelli dove non mangi ma ti riempi e ti rimane quella sensazione di pienezza senza che il palato sia realmente soddisfatto. Le città diventano “a misura di turista” e non “a misura di cittadino”, il turismo che usa ed abusa, consuma e sporca e se ne va lasciando i problemi a chi la abiti 365 giorni l'anno. Turismo e responsabilità spesso sono due rette parallele. Una bellissima intuizione, una regia fresca, una dialettica efficace per smuovere il dibattito.

Tommaso Chimenti

SANSEPOLCRO – Guardi il cartellone del festival di Sansepolcro e rimuovi il pensiero sul Covid e su tutti i danni che, a cascata, sta procurando (e la valanga che nei prossimi mesi porterà nuovi scompensi) al settore dello spettacolo. Un calendario fitto, pieno, denso, corposo, una settimana d'immersione tra le pietre antiche del comune di Piero della Francesca, che quest'anno compie i 500 anni dalla fondazione, e l'innovazione delle performance che, fin dal suo debutto-scommessa (ampiamente vinta), diciotto anni fa, Lucia Franchi e Luca Ricci, i due direttori artistici, scelgono, portano, accompagnano, supportano con un lavoro costante che ha la sua esplosione nell'ultima settimana di luglio ma che anche durante l'anno illumina di cultura la Valtiberina. Innovazione e Tradizione i due capisaldi sui quali ondeggia la rassegna dove è facile scovare le novità che saranno, le tendenze che si faranno, i gruppi alle prime armi in mezzo a consolidati fenomeni. Padrino omaggiato del festival un'icona del nostro teatro contemporaneo: Roberto Latini. A lui è stata dedicata una mostra, un convegno, un premio, le letture dei testi dei suoi allievi di un corso di drammaturgia internazionale, riprese di spettacoli storici; un successo. Piece fino a notte fonda tra chiostri e angoli ritrovati, riscoperti, fresche mura secolari dentro le quali cullarsi, nascondersi, sognare. “Viaggio al termine della notte” è l'insegna di quest'annata bislacca e bisestile, la notte c'è stata, c'è, dal sapore koltesiano, ma noi ci passiamo dentro, attraverso, non vogliamo averne paura e rimanerne esclusi, autoemarginati, lontani, un viaggio che non è di piacere ma è di conoscenza e scoperta, dantesco potremmo dire, fuori e dentro noi stessi, le nostre radici, le nostre comunità di riferimento, i territori, con consapevolezza e presa di coscienza. La notte dobbiamo illuminarla, con le torce della ragione. Nella nostra analisi ci soffermeremo su quattro interessanti proposte che, per ragioni diverse, ci hanno solleticato,Quotidiana.com-foto-di-Antonio-Ficai-5-2.jpg incuriosito, attirato, avvinto.

L'analisi della realtà, dei suoi conflitti e delle sue crepe sono i nodi sui quali lavorano da sempre i Quotidiana.com, duo riminese che sfalda la banalità, s'intrufola nei nostri tempi bui e grigi, tenta di dar luce (a volte fuoco) alle pochezze e piccolezze del nostro immaginario collettivo. Ci svelano, ci scompigliano, ci scuotono. La loro poetica è intrisa di cinismo e sarcasmo, di freddezza come di fine intelligenza. Questo “Tabù” ha per sottotitolo la frase più bella di tutta la drammaturgia: “Ho fatto colazione con il latte alle ginocchia” che ricorda la noia, espressa anche dalla loro (non) recitazione neutrale-candida senza accenti che spiazza, ma anche il sesso dal quale parte tutta la loro riflessione che diviene elenco dei non detti della nostra società che si ritiene così evoluta ma che, constatando soprattutto gli ultimi tempi, sta facendo grossi passi indietro in termini di tolleranza, accettazione, integrazione, libertà di pensiero. Sempre uno davanti all'altro, sempre graffianti, i silenzi così debordanti, quel sottovoce che quasi imbarazza. Il format è il loro marchio di fabbrica, il registro è riconoscibile, le risate, come le frasi ad effetto cariche di ironia sprezzante e di veleno, si sono ridotte, come asciugate. La narrazione è ancora acida, urticante nell'esporre il ventaglio di temi o termini dei quali è meglio oggi non parlare: la menopausa, la depressione, il suicidio, il fine vita. Esprimono meno potenza entusiasmante, sparano meno botti ma la disperazione di sottofondo è ancora lì a farci bestemmiare sottovoce. Sono grilli parlanti per una danza immobile, una placidità che le-baccanti2.jpgnon si fa morbidezza, parole incastonate low profile, rispetto al passato meno flash, meno gong, meno bang. La pistola però è ancora fumante.

Le Baccanti” doveva essere un ensemble a più voci e più corpi, che la pandemia ha tagliato, distrutto, ridotto. Ma Simone Perinelli e Isabella Rotolo, il gruppo laziale leviedelfool, non si sono arresi né fatti intimorire proponendo un solo del funambolo-performer Perinelli. Purtroppo queste “Baccanti” hanno avuto un sapore leggermente didascalico e hanno risentito, pur nell'accuratezza, come sempre, di suoni e luci e scene, di rimandi a spettacoli del loro recente passato. Sembrava di veder condensati parti e pezzi di vita scenica vissuta in precedenza: i microfoni laterali e quello che scende centrale, il sound di bassi ritmato che incatena il testo e lo abbraccia abbrancandolo, le maschere giapponesi e il ramo al sapor orientale raffinato. Si sentiva sul palato un mix, un rimando (volontario?), ad “Heretico” come di “Made in China”, ritornava a trovarci “Yorick”. Noi rimaniamo ancora legati sentimentalmente ai vari “Pinocchio” e “Do you want a cracker” come a “Macaron” dove la forza, che diveniva furia, di Perinelli era vero maremoto che squarciava l'abisso e sciacquava gli scogli delle coscienze. Il suo stile, robertolatiniano, è inconfondibile ma stavolta entrare dentro le sue parole, che nel frattempo hanno perso visionarietà e poesia rispetto a come ci aveva abituato, è stato complicato. Seppur meno punk e meno dirompente, continuiamo a riconoscere a Perinelli l'arte del palco, il mestiere dello stare in scena, il talento del padroneggiare le parole e i versi, la costanza tambureggiante, l'inventiva (che a tratti si trasforma in invettiva), il genio che qui, forse, è rimasto imbrigliato nel Mito che a volte esalta e a volte tritura, a volte ti fa Dio, altre ti fa vittima.

Altro attore di razza, Paolo Mazzarelli, si fa carico dell'ambivalenza, prende la responsabilità pirandelliana del doppio, dell'essere e dell'apparire, Soffia Vento 2 1280x731 1300x731condizione sine qua non dell'attore. In un confronto serrato e intimo, ironico a scandagliare i chiaroscuri del mestiere, gli equivoci e gli equilibrismi per non perdere bussola e orientamento, in “Soffiavento” si apre una botola sul grumo che ogni artista deve comprimere e sciogliere, come se una fresca brezza d'aria di una finestra lasciata aperta avesse scombussolato i fogli diligentemente catalogati, controllati e ciclostilati di una vita. Mentre sta recitando il Macbeth si scolla qualcosa dentro e dopo non può essere più lo stesso, qualcosa cambia irreversibilmente e non si può tornare indietro. Le crepe fanno acqua da tutte le parti e Shakespeare lascia il posto ad una seduta psicanalitica, in una orazione accalorata e tossica, una confessione lenitiva e catartica. Come i cocci giapponesi incollati con l'oro. Come le ferite felici che lasciano passare finalmente la luce in fondo al tunnel. Dostoevskiano nel suo cupo personaggio come salottiero, foriero di aneddoti immerso nei personali ricordi di una vita spesa sul palcoscenico. Pippo, il nome del suo personaggio, sente le voci. Ci è venuto in mente Pippo Delbono. “Avere tutto è perdere tutto”, le sue massime stilettano, sfidano, lambiscono, carezzano e schiaffeggiano il teatro nel teatro convincente di questo ruolo che si mangia la persona, nella disperazione che affoga e resuscita. Il perdersi come attore è un ritrovarsi come uomo. Un naufragio che diventa salvifico, una parentesi che lo sveglia dal torpore: “Un artista non ha una vita, un artista è quello che fa”, un turbinio, un sistema che schiaccia. Mazzarelli è efficace e persuasivo, stabile e solido, vero nella finzione.

Il Teatro dei Borgia ci ha abituato a situazioni non convenzionali, ad usare gli spazi in maniera originale, a pensare oltre e altro rispetto al palco, al teatro, alle idee da mettere in circolo. Dopo aver visto il loro D'Annunzio, nella bocca del leone della Fiume croata, la critica-elogio del Meridione nel monologo disorientante “Sud-Orazione”, e quella “Medea” in furgone che strazia pochi spettatori alla volta dentro un van alla ricerca dei luoghi più periferici, asfaltati delle città dove prostituzione e lampioni non sono oggetti di scena, adesso ci ritroviamo dentro un'immaginaria mensa dove un eroe moderno, “Eracle, l'invisibile”, Eracle.jpgci racconta ascesa al Paradiso e discesa agli Inferi nell'impotenza, nel gelo, nel constatare come la nostra società riesca, per paura e scaramanzia, a dar più ascolto alle voci, ai rumors, che alla sostanza, più ai pettegolezzi che all'oggettività. La vita di un professore integerrimo e preparatissimo (ci è balenata alla mente la pellicola “The life of David Gale” con Kevin Spacey, altro accusato, nella vita reale però), amato da colleghi e alunni che viene spazzata via da un'invenzione di una studentessa. Si apre il girone delle maldicenze, quelle che se le neghi le affermi, quelle che se stai zitto le confermi. Non c'è salvezza, non c'è pietà per un uomo mite e buono, impreparato ad affrontare i dardi del destino e le prove del mondo che lo vogliono piegare. Se nella prima parte il citazionismo la fa da padrone in un monotono colore di sottofondo c'è un crack, una virata, prima appena impercettibile che poi diviene deflagrante, come un vetro rotto in miliardi di pezzi infinitesimali senza possibilità di ricompattarsi. Nelle parole di Fabrizio Sinisi, per la regia di Giampiero Borgia, la presenza di Christian Di Domenico, mentre prepara il pane, mentre imbusta acqua e una mela per qualcuno che non riesce più a sostentarsi e a trovare un lavoro, è un groppo in gola nella sua faticosa rincorsa per riprendersi ciò che gli hanno indebitamente tolto con il raggiro, con la furbizia, con la stupidità. E quando un uomo normale entra nel vortice della Giustizia togliersi marchi infamanti dalla pelle è impossibile come cancellare tatuaggi con acqua e sapone. La sua recitazione è un escalation, un diesel che prende corpo e si fa strada a falcate verso il disastro che possiamo solo accogliere. Scende il gelo, cala il panico. Siamo tutti come l'Ercole che abbiamo davanti, un eroe sconfitto che più perde più non si dà per vinto. C'è sempre un briciolo di apertura, di possibilità alla non rassegnazione ma ogni brano, ogni frase è un blocco di cemento, un incudine a pesare ulteriormente sulla bilancia a suo sfavore. E non ci puoi far niente, e l'immedesimazione è possibile e plausibile e nessuno si può sentire al riparo: da vedere per capire dove siamo arrivati, fin dove ci siamo spinti. Ne usciamo umiliati, svuotati e i molti applausi scroscianti non ci tirano su il morale.

Tommaso Chimenti 22/07/2020

BOLOGNA – Arrivi alle Ariette, dopo Monteveglio in questo spicchio tra Bologna e Modena, passeggi nel bosco, scruti le nuvole, tocchi l'erba, noti il verde e ti sembra impossibile associare la quarantena, o lockdown per i più esterofili, ad un tale stato di grazia, ad una tale apertura, ad un tale respiro. Qui dove tutto è ampio, lontano a perdita d'occhio e non riesci a contenere tutto il panorama con lo sguardo. Nessun senso di chiusura, di costrizione, di clausura, di recinto. Qui la quarantena, in Valsamoggia, la volontaria reclusione rispetto ad altri nostri stessi simili, è una condizione normale, consueta per il contadino che si sveglia all'alba e va a letto al tramonto e che ne ha di cose da fare, consueta per l'attore che prova e scrive e annota pensieri e parole che diventeranno il prossimo spettacolo. Appunto, attori e contadini, le due anime paritarie delle Ariette, gruppo che prende il nome dall'appezzamento, dalla terra sulla quale poggiano le mura del deposito degli attrezzi, trasformato in teatro, della loro abitazione, dei loro piedi e di quelli dei loro animali. Già, gli animali, la parte più vera e onesta, incapaci di fare il male per80191300_3097519597036384_8408984730230381835_o-890x500.jpg il male, più puri e ingenui, gli animali che sono i grandi protagonisti in questa inquieta fiaba noir, ultimo loro progetto che pare proprio scritto dalle loro sapienti mani e che invece arriva dalla penna della scrittrice francese Catherine Zambon, il testo-riflessione “E riapparvero gli animali” letto in uno dei tanti incontri zoom. Una volta letto se ne sono innamorati perché parlava di loro, a loro, e sembrava proprio essere uscito dalle loro dinamiche, dal loro stare in mezzo al mondo grazie al teatro, in mezzo alla natura e alla solitudine grazie all'amore per la natura e tutti gli esseri viventi.

Prima che si accendano le lucine, tra sagra di paese e Festa de L'Unità, a rischiarare la notte e il racconto, si cammina per i campi, per queste dolci colline, una passeggiata che è sempre salutare alla scoperta della fatica del coltivare, dell'impegno e dell'amore che ci vuole, quotidianamente e costantemente, senza pause, per far crescere verdura e frutta, curare e prendersi cura e finalmente essere ricompensati con la fioritura, la germinazione, i frutti. E' tutto un gioco di tensione tra il lavoro dell'uomo e la forza delle cose naturali, le intemperie e tutto quello che l'uomo non può controllare. Passiamo vicini ai pomodori come alle patate, alle zucche e zucchine ma sentire raccontare da Stefano Pasquini, nelle vesti di Cicerone, di coltivazione e arature rende tutto più concreto, tattile e allo stesso tempo poetico e sognante. C'è la fatica ma anche la soddisfazione,download.jpg c'è la gioia ma anche la durezza del lavoro manuale. E ancora un campo di asparagi e un pergolato di nocciole. E ci narra di cinghiali e ghiri, istrici e caprioli che apprezzano (come gli spettatori quando alla fine delle loro piece ci rifocillano sempre con preziose pietanze preparate, cucinate e coltivate dalle e con le loro mani) i loro campi e coltivazioni in un continuo equilibrio, sempre da rimodellare, tra l'uomo e la natura che non è sempre bella bucolica da cartolina ma a tratti è selvaggia e ruspante e rustica e ruvida.

Un inciso doveroso sulla compagnia Teatro delle Ariette: pare scandaloso che nei loro 25 anni di storia (hanno preso il podere nell'89, si sono formati come gruppo teatrale nel '96) non abbiano mai ricevuto o conseguito un premio, né l'Ubu, nemmeno quello “Speciale” (negli ultimi anni lo vincono in cinque ogni edizione), né l'ANCT, né Hystrio, né Rete Critica, né Le Maschere né l'Enriquez, un vero sacrilegio da colmare. Ritornano gli animali negli spettacoli delle Ariette da quel “Bestie” del 2006 visto a Volterra. Attorniati da un tramonto arcaico di nuvole rosa, l'odore forte d'erba medica, un barbagianni impagliato così come una volpe e uno struzzo recuperati in una scuola molti anni fa a fare da contorno.

La riflessione (in scena Paola Berselli) che nasce dalle parole della Zambon è tosta: in un futuro prossimo distopico, altre infezioni e virus si sono propagati soprattutto dagli animali che da allora sono considerati contagiosi, da denunciarne la presenza, fino all'eliminazione. In una sorta di Chernobyl, prima si è distrutta quasi completamente la fauna per poi riorganizzarla con le regole settarie ed asettiche dell'uomo che eliminando gli animali ha perso la sua componente vitale, il suo guizzo, la sua verve. Gli animali concepiti solo come carne da macello. Le persone che avevano abbandonato le città e che vivevano distanziate e lontane le une dalle altre in campagna. Una vita non vita. I randagi tutti abbattuti, sterminati. Non si potevano prendere aerei, né passare da una regione all'altra, né abbracciarsi, bisognava sempre essere rintracciabili e tracciabili. Insomma, il lockdown che abbiamo vissuto ma ancora più estremo e spalmato nel tempo. Questa pulizia radicale (ricorda la “soluzione finale” dei nazisti nei confronti degli ebrei) fa sì che la vita diventi sinonimo di paura, non più gioiosa, nell'abbattimento di qualsiasi forma vivente per timore che possa infettarci, passarci virus.

Quindi da una parte la quarantena, simbolo dei nostri giorni, dall'altra si apre invece il dibattito sulla presa di coscienza personale, al di là di quella civile e collettiva, su che cosa come individuo sia giusto fare, se rispettare alla lettera qualsiasi regola impostaci dall'alto oppure se pensare con la propria testa.E riapparvero gli animali.jpg La protagonista infatti parlando di sé ci dice che lei era silenziosa, stava nella massa silente, accettava senza prendere parte, senza protestare o alzare la voce, cittadina non attiva che si nascondeva dietro e dentro le regole. E qui viene in mente la poesia di Brecht “Prima vennero a prendere gli zingari...”. In questo mondo del futuro gli uomini erano contro le bestie, gli uomini contro gli uomini che volevano salvare gli animali, e infine le bestie si stavano ribellando contro gli umani. L'odio produce sempre frutti avvelenati. Un regime totalitario che vuole vietare, come pretesto la salute pubblica, assemblee, comitati, convegni, cortei, manifestazioni. Una favola metaforica che ci mette con le spalle al muro chiedendoci: “Tu da che parte stai?” e che cosa fai per affermare la tua idea. Un finale terribile e ancora più nero (da Fratelli Grimm) nel quale si evince che gli animali non sono fuori di noi ma sono una componente essenziale della Terra, insieme al mondo vegetale, e che gli uomini sono solo una parte del tutto e nemmeno la più importante.

Quell'uunnamed (2).jpgomo che si prende la briga di decidere (crede di essere Dio), regolamentare le altre forme viventi ad uso e consumo proprio. Gli animali sono la nostra parte più irrazionale e fresca, quella rimasta del fanciullo, della bellezza, del gioco, della vita per la vita e non del cemento e degli appuntamenti, dell'asfalto e delle macchine, dei telefoni e della tv, tutte cose inventate dall'uomo essenzialmente per ritenersi immortale. “E riapparvero gli animali” (tutti i mercoledì di luglio, replica speciale aggiuntiva giovedì 30) apre la discussione sul nostro futuro, sulla paura che ci divide, sulla militanza, sugli animali che sono la gioia vitale senza tutte le sovrastrutture che ci affaticano quotidianamente. L'animale non perde tutto il tempo che lascia per strada l'uomo moderno a preoccuparsi delle inutilità, delle futilità (è l'uomo che ha inventato non a caso l'orologio, per avere l'illusione di poterlo soggiogare dentro quadranti, lancette e agende e calendari) disperdendo il tempo nelle briciole. L'animale vive, mangia e tenta di scappare dai predatori, sentendo dentro di sé ogni attimo che gli scorre sotto pelle, non dando per scontata la vita perché sa che è dura e feroce. E' per questo che, mediamente, vivono meno degli umani, perché ogni secondo è pieno, non annacquato. Se, e quando, l'uomo si autodistruggerà, gli animali certamente torneranno, faranno tranquillamente a meno di noi.

Tommaso Chimenti 13/07/2020

NAPOLI – Il mare ti dà sempre una possibilità, un'opportunità di apertura, di cambiamento. Napoli ha una finestra sul mare e sullo sfondo c'è disegnato un vulcano. La cartolina perfetta, quella che disegnerebbe un bambino delle elementari. Napoli però non è una cartolina, che sarebbe noioso, è molto di più, è tutte quelle ombre che fanno sì che la luce sia abbagliante, deflagrante, punga gli occhi e riempia lo sterno. Napoli è totalizzante, è empatica, è sotterranea, o meglio sottocutanea, se ti entra sotto pelle non se ne va più, non ti abbandona più. Il Mal di Napoli al posto del Mal d'Africa. Quella euforia dell'arrivo, quella Saudade alla partenza. Gli scogli scintillano, il sudore è di quello buono perché finalmente possiamo respirare purificandoci dai 106597660_10213335565462015_7298196058042351379_o.jpglunghi mesi infami che ci siamo lasciati alle spalle. Il lungomare fino a Mergellina è una fortuna che se ci sei nato non consideri mai fino in fondo, la dai per scontata, ma è bellezza allo stato puro, tocca l'estasi, sfiora lo stadio del Nirvana. Decine di barchette, attaccate l'una all'altra, attraccate e agganciate, formano una sorta di isolotto di canotti e materassini e piccoli natanti. Qua i chioschetti di bibite e gelati, di birre e panini con le sedie bianche di plastica all'esterno, li chiamano “Chalet” e già ti immagini le piste da sci e la neve: cortocircuito. Ecco Napoli è un cortocircuito e non una contraddizione come da molte parti viene descritta. Cortocircuito perché ti inchioda, ti mette con le spalle al muro e ti fa pensare. La vita pullula, tutto è tanto, e santo, sovrabbondante, eccessivo.

Napoli che, dice l'uomo della strada, è un teatro a cielo aperto e infatti in questo stesso periodo, oltre al Napoli Teatro Festival, in concomitanza affiorano anche l'“AltoFest” dei TeatriInGestAzione e l'interessante rassegna “Racconti per ricominciare”, curata da Giulio Baffi e Claudio Di Palma, con percorsi di teatro dal vivo sparsi negli spazi verdi lontano dal capoluogo campano: Benevento, Casamarciano, Castellammare, Ercolano, Portici, Sorrento, Torre del Greco. Come numerosi e carichi, soprattutto numericamente, sono gli eventi di questa edizione del “Napoli Teatro Festival”, a luglio tutta italiana mentre a settembre con la sua coda internazionale: oltre 130 appuntamenti con la maggior parte delle piece con una data secca o al massimo due. Tanta quantità non sempre fa di qualità. Abbiamo lasciato Napoli e i suoi luoghi magici dove il festival è spalmato (soprattutto Palazzo Reale e la Reggia di Capodimonte) con i nostri appunti e il bilancio è stato un'attesa confermata e un'altra disillusa a fare da giusto contraltare.

Molte ANDREA-DE-ROSA.jpgaspettative erano riversate, sulla carta, da “Nella solitudine dei campi di cotone” di Koltes, testo che sprizza materia e letteratura, sentimenti e crudezza nell'ascolto, per la regia di Andrea De Rosa. Nel testo si fa riferimento a due uomini che si incontrano ad un orario imprecisato della notte in un luogo-non luogo tra il periferico e il metaforico. E le messe in scena che in questi trentacinque anni (è del 1986) presentavano sempre due attori uomini sul palco (abbiamo ricordato più volte sulle nostre pagine del memorabile cult con Fulvio Cauteruccio e Michele Di Mauro) a dividersi i bocconi sanguinosi delle parole del drammaturgo francese. La novità stavolta era che i due protagonisti, le due facce della stessa medaglia, erano una attrice, Federica Rosellini, e un attore, Lino Musella. Sulla bravura e sul valore dei due, visti i curriculum e avendoli apprezzati più volte dalla platea, non aggiungiamo niente dandoli, giustamente, per scontati. Qui, però, purtroppo, entrambi fuori parte non aiutati da una regia che li ha lasciati, abbandonati e naufraghi e travolti dall'ammasso potente e pesante del testo.

Perché mettere un'attrice nel ruolo di un uomo senza modificare leggermente il testo che in più parti continua a suonare: “Due uomini”? Perché il costume dell'attrice è un vestito ampio con gonna gonfia “ottocentesca”? Se la regia ci è sembrata poco curata e al limite dello sciatto (sicuramente anche per colpa della pandemia che certamente non ha aiutato le prove), è proprio questa scelta iniziale, peraltro curiosa, che a catena e a valanga, si è portata dietro altri punti dolenti. In primo luogo l'ascolto del testo che trasuda carne e sangue e che qui è divenuto esercizio edulcorato, testo che è tensione continua, coitus interruptus tra ciò che vorrei e quello che non posso o non mi permetto o concedo di fare, testo che è guerra e guerriglia di denti e unghie, che è aggressione e morsi, che è viscere, cNella solitudine.pnghe è marcio e sporco, lurido, fangoso e che invece è risultato spompato e arido, senza vena, senza verve, svuotato, prosciugato. Il senso, e l'immaginario, cambia radicalmente se nel bosco ci sono due uomini, un Compratore e un Venditore, oppure se vediamo una donna e un uomo. Un testo che è violenza, che è strappi e predominanza, che è foga, possesso e ansia, che è asma e fame, voglia e distruzione, desiderio lancinante e tortura interiore, smembramento senza pace alcuna, paure indicibili, timori inconfessabili. Diventa invece un bell'esercizio, una “operazione” troppo candida, si perde l'arroganza e tutto il gioco, sublime e devastante, della soddisfazione e dell'insoddisfazione che si cercano, si rincorrono e tentano di afferrarsi, si sfa, si liquefà, diventa acqua di montagna e non fiele velenoso, è balsamo e non bile. Anche la provocazione fa un passo indietro così come l'eccitazione proprio perché manca l'acido, il contraddittorio, la frattura, il fremito, il bruciore, il fuoco dell'illecito e del proibito che si scontrano con il pungolo e lo stimolo della morale consentita e condivisa. Non si percepisce la febbre né l'istigazione, l'ansimo di perdersi in un territorio sconosciuto, la vergogna. Il testo più che passione è pelle e polpastrelli ed è riduttivo parlarne a riguardo soltanto in termini di seduzione o sensualità. Ma qui risulta formale, preciso, oseremo dire borghese senza che emerga la disperazione e la putrefazione delle quali è intrisa ogni virgola. E', dovrebbe essere, avrebbe dovuto essere, uno sprofondare continuo in sabbie mobili sporche, un annegare in un limbo dove le regole non hanno più un reale senso. Un testo che disarma, violenta, azzera e scarnifica. Le tenebre e l'oscurità che emergono dalle parole concatenate di Koltes s'impigliano in una parentesi nella quale non si percepisce la ferita né la sofferenza. Manca la polpa e la crudeltà, l'impotenza della colpevolezza, i pugni alternati alle carezze ma soprattutto non abbiamo riscontrato quell'invisibile filo sottile che cuce piacere e dolore, sadismo e masochismo, l'usare e l'abusare.

E' il piacere, l'edonismo fuso con il voyeurismo, il fil rouge che ci porta all'icona Moana Pozzi, pornostar che ha travalicato il suo settore diventando oggetto di studio, fenomeno d'analisi socio-politico e non meramente corpo da giornaletti appiccicati e pellicole d'ansimi. Ci siamo fidati della regista Nadia Baldi che abbiamo conosciuto artisticamente con “Ferdinando” e che non ci ha certo delusi. Il testo, del direttore del festival Ruggero Cappuccio, si muove sul doppio binario della realtà, ma anche terrenità e ancora materialità, e quello onirico, filosofico, trasognante. Siamo in uno spazio a metà strada tra uno studio televisivo, un talk show (Moana era spesso ospite di Maurizio Costanzo e non certo per parlare di kamasutra), e il Paradiso, una confessione o un'intervista. E gli intervistatori siamo noi pubblico aspSettimo 2.pngiranti guardoni dal buco della serratura delle vite degli altri per compensare le mancanze frustranti nelle nostre. “Settimo Senso”, oltre il sesto senso e puntando al settimo cielo, ci mostra una Moana in rosso (come la Signora del celebre film) e ci ha fatto apprezzare la sofisticata e partecipe Euridice Axen (tante fiction e serie tv nel suo curriculum, da “Centovetrine” a “Vivere”, da “Carabinieri” a “Coliandro” fino a “The Young Pope”) vera forza catalizzatrice, ago della bilancia che attira a sé tutta la potenza delle parole della drammaturgia per trasformarle e, imbevendole di charme e cinismo e crudeltà o soltanto semplici verità mai patinate, rilanciarle con ancora più fragore. Axen-Moana è imprendibile, fagocita come buco nero tutto l'intorno, ti costringe a non staccarle gli occhi di dosso: “Se ero più morta da viva o più viva da morta?”.

Ogni frase è una stilettata e la risata successiva, suadente ed erotica, sarcastica ed autoironica, senza farci sconti, non fa altro che aumentare l'imbarazzo del pudore del senso comune, quella morale che da una parte la condannava e nel chiuso delle case la osannava inneggiandola. Non si può scindere la figura di Moana da quella di Marylin e qui le due star a tratti si assomigliano, si sovrappongono, Settimo senso.jpgentrambe incomprese, a volte volontariamente: “Recitare la parte della cretina paga bene”, ci dice. Oscilla tra bambolina di carillon e consapevole presa di coscienza che mette a nudo i nostri desideri e pulsioni: “Che cos'è osceno?”, ci chiede, “Che cos'è realmente pornografico?”. Stella tra le stelle e i luccichini che si animano e si agitano sul fondale dove a volte sembra abbandonata, sola in questo auto-necrologio, una bambina nel suo eremo a protezione, come a dirci: “Se in me vedete solamente il corpo è un vostro problema di miopia”. C'è quella desolazione che ci lascia senza punti di riferimento. Ma Moana non chiede né perdono né scusa, non ne ha bisogno, la sua è più una lotta contro il perbenismo, crociata contro l'ipocrisia dilagante e la Axen è equilibrata nel non farne un'agiografia ma neanche un'imitazione o una parodia, la sua versione è personalissima e carica e riuscita. Ne esce fuori una seduta spiritica dove Moana a tratti si trasforma in una Sarah Kane, prima di richiudersi a bozzolo dopo essere stata farfalla per tutta la vita: “Noi siamo solo ciò che ci manca”, ci congeda, quasi con una carezza.

Anche con i vari distanziamenti il Teatro non perde la sua magia che rimane intatta, inalterata appena si spengono le luci della platea. Se uno scoglio non può fermare il mare non vedo perché un virus possa fermare il Teatro.

Tommaso Chimenti 09/07/2020

Domenica, 05 Luglio 2020 06:57

Campsirago: alla ricerca del vero noi

CAMPSIRAGO – Brianza felix? Il dubbio sorge spontaneo tra la pulizia delle strade che fa molto Svizzera (siamo ad un passo) e quel provincialismo che invece evoca la fabbrichetta di un tempo dorato ormai lontano. Il verde esonda dai lati delle strade e sembra volerselo fagocitare l'asfalto che in mezzo taglia questo colore potente, quasi aggressivo che si gonfia e travolge. Fioccano le zanzare tra i boschi rigogliosi che incutono rispetto. Zone di trekking, di ville e villette, di cancelli che si chiudono e cani abbaianti, di giardini curati ma vuote, di dondoli immobili, di altalene spostate impercettibilmente solo da aliti di vento. Per arrivare a Campsirago si passa da Arcore ed è sempre un colpo straniante vedere un luogo anonimo ma simbolo degli ultimi trent'anni della politica, della storia italiana. I cartelli che più si notano passeggiando per queste strade sono “Proprietà privata”, “Divieto di accesso”, “Attenti al cane”. Siamo in zona “Capitale umano”. C'è uno strano incastro tra l'opera dell'uomo, asfalto e cemento, e questa Natura selvaggia, che implode, prorompente, che gorgoglia e s'aggroviglia. Appena ti inerpichi un po' ci sono cascatelle e piccoli fiumi ma l'atmosfera non è bucolica, c'è un qualcosa di sottofondo che sfugge, una linea che non si riesce bene a tratteggiare, qualcosa che è lì ma non riesci completamente ad afferrare, a decodificare. E' la “Brianza velenosa” della quale parlava Lucio Battisti.

I grilli fanno da accompagnamento mentre senza Autan sei un uomo morto. Il grigio del bitume e questo verde abbondante che invade e assale, in perenne lotta con l'uomo. Siamo in zona di bresaola. Siamo in zona, purtroppo, di Covid, in un possibile triangolo tra Milano, Bergamo e appunto questo “ramo del Lago di Como”. Sopra i boschi, che sono cupi e neri e gonfi e folti e pesanti come scarponi nel fango, c'è un cielo che ha l'umore di femmina, repentino nel suo mutare tra sole battente e scrosci improvvisi. Quassù, da sedici anni, c'è una comunità che cammina, che va, che non si ferma, una tribù che si muove al ritmo lento della natura, che si inerpica per sentire e raccontare storie, per ascoltare e donare tempo, esperienze, momenti. Il simbolo dell'edizione di quest'anno de “Il Giardino delle Esperidi” (dal 27 giugno al 5 luglio) è, non a caso, una volpe con gli occhi spauriti e, allo stesso tempo, curiosi. L'ambiente, il territorio e l'ecologia qui vanno di pari passo, insieme, a braccetto, con la sperimentazione artistica, con il teatro, con il palcoscenico: inscindibili esigenze che a queste latitudini trovano la loro sponda, la loro ragion d'essere. Non ci può essere arte e bellezza senza il rispetto della Natura e degli altri esseri viventi.omini2-scaled.jpg

Dopotutto nella mitologia greca le Esperidi erano le custodi del giardino dei pomi d'oro di Era. I valori che qui regnano sono il silenzio, il rispetto di tutte le forme di vita, l'ascolto reciproco, le piccole cose, i piccoli numeri. La parola, abusata, “resilienza” a Campsirago (borgo in pietra del 1600 di trentasei anime a venti minuti di curve in salita dal primo centro abitato, dal quale, se non c'è foschia, si vede il Pirellone di Milano) non solo è doverosa ma anche centra in pieno l'obbiettivo. Tra “discese ardite e risalite” abbiamo potuto assaporare e assaggiare la linea contemporanea e quella intimista espressa dalla direzione attenta (alle persone, all'accoglienza, al contatto umano, al sentire) del direttore Michele Losi, la prima contenuta nella carica fervida, pungente e che sconquassa degli Omini, la seconda con due piccoli, e per pochissime persone, “attimi” estrapolati come un morso alla fretta del nostro tempo: prima “Hamlet Private” delle Scarlattine, uno a uno con il pretesto del Principe di Elsinor ma con l'intento di scavare nel proprio intimo, la seconda con la camminata-spettacolo “Alberi Maestri”, toccante, semplice, profonda, totale.

Gli Omini tornano ad uno dei loro spettacoli di successo, cavallo di battaglia del recente passato con una versione 2.0 della loro “Asta del santo” di una decina d'anni fa diventa, anche causa distanziamento sociale e pandemia, “La coppa del santo” dove l'interazione del pubblico non è più tattile, con le carte tipo Mercante in Fiera o con i soldi tipo Monopoli, ma è una partecipazione, sentita, rumorosa, di voce e pancia, di urla e canti, una gran bella festa per celebrare in allegria il ritorno al teatro, il ritorno in una sala teatrale. Le trentadue carte dei santi, tutti disegnati sulle fattezze di pesci apostolici, si sfidano fino a nominare la carta del Santo campione, ed ogni sera il vincitore è diverso perché è il pubblico che decide con la democrazia dei decibel che riesce a proiettare sul palco. Mentre Giulia Zacchini sta alla consolle (la compagnia adesso è di tre elementi), il sacerdote, Luca Zacchini, è un imbonitore, un presentatore che tenta di magnificare la mercanzia, mentre il sacrestano, Francesco Rotelli, canta, mette la musica, balla sul cubo ed è una spalla perfetta nell'innescare questo prete-battitore libero. Come un campionato del mondo dei beati, ci sono le fasi eliminatorie, Martiri contro Crocifissi o Santi di Strada contro Santi d'Aria, ed ogni spiegazione trova nelle pieghe del reale o del raccontato dalle Scritture quel germe di grottesco, d'assurdo che porta intelligenza felice e sarcasmo mai fine a se stesso. Di fondo la critica, nemmeno così velata, all'istituzione Chiesa e alle parabole comprese nei Vangeli, su Gesù oppure è scatenata nei confronti di Padre Pio, emerge pungente e acida. Nel mezzo può partire un brano di Marcella Bella come un ritmo sexy che il diacono balla sfrenato rimanendo in boxer, o Battisti, Tenco e Mia Martini per sottolineare San Remo. La Coppa finale è il Sacro Graal. Divertimento assicurato: lunga vita agli Omini.

Se è il pubblico, Hamlet.jpgla folla la forza della performance del gruppo pistoiese, in “Hamlet Private” si riscopre il calore di una conversazione a bassa voce, uno scoprirsi lentamente assieme alle carte, quasi un farsi fare le carte, quasi un solitario, quasi tarocchi. Un tavolino, che pare quello iconografico delle sedute spiritiche, in un incontro uno ad uno (uno spettatore e un performer), per evocare gli spiriti di Amleto (il padre) e i tanti che vivono, circolano, abitano dentro di noi e che mettiamo a tacere nella fretta delle cose da fare nelle nostre agende piene zeppe di eventi che sembrano inderogabili e irrinunciabili. C'è la colonna del nostro essere e quella del desiderio e nel mezzo tra le due quella del ponte per raggiungere da una l'altra. E' un gioco a pescare dentro di sé ricordi e traumi e, se uno ha voglia di raccontarsi, riuscire a tirare fuori, con un perfetto sconosciuto (in questo caso la sensibile ed empatica, accogliente, riflessiva ascoltatrice Giulietta De Bernardi), cose mai dette ad essere vivente. Una nenia in sottofondo ci tiene sospesi in un anfratto, parentesi del mondo reale; qui adesso viviamo nel sogno ma anche nel teatro e siamo noi gli attori, viviamo in Amleto ma non siamo certamente lui, viviamo i nostri ricordi, i nostri errori, ci analizziamo senza più scusanti, senza un pubblico al quale dare ragione o torto, senza alcun giudizio, senza salvezza né condanna eterna. Siamo uomini, siamo deboli e fragili, miseri e fallaci, sbagliati e terreni. Il nostro Caronte-croupier gira le carte, la fortuna e la sorte ci vengono incontro, ogni carta ha i suoi lati solari come quelli ombrosi e cupi, e la palla passa a noi se ci vogliamo confrontare su una materia ostina e complicata come noi stessi, tema nebuloso e doloroso. C'è chi esce dall'incontro cambiato, chi stravolto, chi ha pianto, chi si è commosso, certamente non se ne rimane neutrali, smuove, scuote, sposta, è un respiro che ci aiuta, che ci fa riflettere e pensare, è utile e necessario. “Hamlet Private” è il tarlo nel tavolo, sono le domande ricorrenti, sono le porte socchiuse che abbiamo paura di riaprire, sono le scelte non affrontate, è il timore di sbagliare, ma è anche la consapevolezza di chi siamo e di chi, con impegno siamo voluti diventare, è un cammino senza fine perché non conta la meta se non ti godi il viaggio.

Viaggio è anche quello, effettivo ed interiore, connesso agli “Alberi Maestri” (testi confortevoli ma non confortanti di Sofia Bolognini) esperienza commovente hamlet-private.jpge toccante che porta lo spettatore a sentire parti nascoste, a pensarsi in relazione alla Natura circostante, non più individualista ma parte di un tutto gigantesco, infinito come la vita sulla Terra. In questo mondo mercenario e mellifluo che ci vuol far credere che siamo unici e insostituibili “Alberi Maestri” ci riconduce, anche attraverso la fatica del cammino in salita, al nostro essere piccoli, microscopici pezzi di un puzzle miracoloso che ha sulle spalle milioni e milioni di anni e che noi rischiamo di compromettere, distruggere, annientare perché miopi che non riescono a guardare oltre la punta del loro naso. Un piccolo manipolo di persone seguono un Cicerone nel bosco, ognuno ha delle cuffie (come “The Walk” dei Cuocolo/Bosetti o “Walking Therapie” del Teatro di Rifredi) nelle quali va on air un racconto che ci parla di vita e di morte ma senza tanti fronzoli poetici, ci racconta della vita degli alberi, ci fa sentire soltanto il rumore dei nostri passi e il battito del nostro cuore che si mischia al ruscello, all'uccello, alle foglie secche, agli insetti che fanno il loro giro e se ne fregano del domani vivendo il loro presente. Evidentemente l'uomo si è perso qualcosa per strada, ha pensato di essere il più furbo dell'Universo, ha pensato di poter soggiogare tutto, controllare tutto. Gli alberi sono i custodi del bosco, e il bosco è ossigeno, e l'ossigeno è la vita, la nostra dipende dagli alberi ma continuiamo ad abbatterli. La guida (Michele Losi stesso con affabilità silente e mai invadente) ci fa guardare, per molti di noi è la prima volta, da vicino un albero, ci fa sentire la corteccia, toccare le sue rughe profonde. Non siamo ai livelli hippie di abbracciare i fusti e i rami. La narrazione che si spande è sul doppio binario tra il camminare, il muoversi e lo stare immobili, ovvero quello che noi crediamo che facciano gli alberi. Anche se essi si muovono eccome, in alto, orizzontalmente si espandono, crescono, affondano con le radici. Ma noi ciechi non ce ne accorgiamo: “Fa molto Alberi.jpgpiù rumore un albero che cade che mille che crescono”.

“Alberi Maestri” ci dice di prestare attenzione a tutto ciò che ci circonda, a non dare per scontato niente, a non essere arroganti con gli altri umani così come con le altre forme di vita che ci circondano, ti mette in relazione con l'intorno, ti fa sentire una parte del tutto, essere razionale in mezzo a tanti altri esseri razionali che meritano il tuo stesso rispetto. E' un ritorno alla semplicità, alle origini senza però rinnegare il nostro tempo e le sue conquiste, il progresso; non si tratta qui di abiurare la modernità. E' un piccolo pellegrinaggio che ti mette in contatto con te stesso, col chi sei, col chi c'è sotto la scorza di sovrastrutture e retaggi, sotto nozioni e futilità. Nel bosco, tra felci e ortiche, perdi il tuo status, il cognome, la professione, l'età: sei soltanto uno che cammina, che fa fatica per raggiungere un punto fuori da sé e anche, finalmente, raggiungersi, trovarsi. Il bosco è una soglia dalle apparizioni continue, dalle scoperte, dove un passo non è mai uguale all'altro, dove devi sempre essere vigile e attento, dove tutto scorre, si muove: “Il vero viaggio di scoperta non consiste nel cercare nuove terre ma nell'avere occhi nuovi”, diceva saggiamente Marcel Proust. Al mondo vegetale dedichiamo sempre troppo poco del nostro tempo. E non consideriamo le radici che si “parlano” e si accarezzano sotto terra, non consideriamo che gli alberi hanno quindici sensi e non cinque come noi poveri mortali, che gli alberi vivono centinaia o anche migliaia di anni, che possono rigenerarsi. Gli alberi non hanno fretta, non fanno corse, non sono in competizione, sono lenti ma tenaci: “Mi hanno sepolto, ma quello che non sapevano, è che io sono un seme”. Dovremmo imparare dagli alberi, a non avere gerarchie, a vivere in una democrazia orizzontale. E mentre cammini, affaticato e sudato, immerso in tutta questa vita, non controlli l'orologio, non ti chiedi “Ma quanto manca?!” ma finalmente vivi, senti, ti riconnetti alle tue particelle più profonde. Campsirago è un tocco all'anima, contro ogni ego, votato al noi rifuggendo l'io.

Tommaso Chimenti 05/07/2020

Nella quantità esorbitante di streaming, di dirette facebook, di drammatizzazioni dal divano di casa in pigiama o vestaglia con le luci al neon che in quest'ultimo periodo fioccavano e proliferavano, abbiamo scelto quella di Sergio Aguirre per la potenza del linguaggio, la miscelazione dei testi, l'impronta urgente, la presa diretta tra le parole e il suono, tra il senso e il significato, tra la carne che si andava toccando e l'intimità che veniva scossa, morsa, strattonata. Sono tra quelli che “il teatro non si fa online” e che “il pubblico deve essere vero, reale, tangibile” altrimenti non si può chiamare “spettacolo dal vivo”. Certo, tutto vero. D'accordo. Ma alcuni tentativi, come questo, travalicano il mezzo e arrivano comunque con una verità di spada sventrando l'oggi nella sua contemporaneità scavallando secoli e mettendo in scena sostanza viva, pulsante. E' una messa in discussione sul momento che stiamo vivendo, formale e temporale, una clausura che genera mostri asmatici e asfittici, anemici e ansiosi ma è sempre una presa di posizione forte, dura, a petto in fuori, una dimostrazione che la pandemia non schiaccia, non assorbe, non vanifica, non appiattisce tutte le energie, tutta la voglia, tutto lo sprizzare e il bisogno d'arte, di farla e di riceverla.38841186_1971056892954376_7227950159781429248_n.jpg

Voglio la Luna – Kaligola 1” (primo studio) è un lupo che geme al satellite senza luce propria di crateri butterati, è un urlo al destino, è un gorilla che si batte i pugni sul petto nella foresta ma è anche un grido, una richiesta, una mancanza, un SOS lanciato in mare aperto e un invito ad entrare nel suo mondo, ora accogliente adesso pressante infine corrosivo e corrucciato, è un lamento increspato di risa amare e tragiche ma anche una dichiarazione d'intenti, è una tromba squillante e un rullo di tamburi, è un armiamoci e partiamo, è un respiro nell'orecchio come una scrosciante pioggia torrenziale di fine agosto, carezza che ferisce e sconquasso, clangore di catene e velluto, è un'immersione in apnea dentro il limbo, è un affacciarsi sul baratro e vedersi specchiati nel fondo del bicchiere. Da Camus, “Caligola”, “Lo Straniero” e “Il Mito di Sisifo”, aggiungendoci sprazzi di “Macbeth” e tocchi dell'“Aspettando Godot”. Camus, Shakespeare, Beckett, lo spleen, la tragedia e la sospensione dell'attesa. Il tutto realizzato in solitudine dal 26 al 30 aprile in piena quarantena Covid-19.

Non solo teatroIMG-20200511-WA0028.jpg ma a tratti una vera e propria pellicola: giacca di pelle in stile Matrix e una fuga nei garage come incipit che trabocca e frigge, sbrana, addenta, s'addentra. Una performance da vedere ma anche da ascoltare. Atmosfere cupe pece da Mad Max. Un Caligola che è prigioniero, che vorrebbe rompere le catene che lo tengono legato a quel luogo, a quella condizione-situazione, a quella costrizione; ti parla, ti guarda e ti guarda dentro, in questo tunnel fisico e corporeo ma anche metaforico ed etereo, ti scava fino in fondo, è magnetico e calamitico, dai respiri pastosi e violenti, spessi e densi. “Ho sete d'impossibile” ci dice e tutto vibra, tocca corde profonde ime. Il suo microfono e il registratore (così come la banana) ci ricordano quello beckettiano dell'“Ultimo nastro di Krapp”.

Voglio far diminuire il dolore” ti strazia. Lo senti vicino nei suoi silenzi così pesanti, catacombe e chiavi, lucchetti e sferragliamenti da Caronte. Aguirre-Caligola ti scruta fino in fondo, dittatoriale senza far prigionieri, non è consolatorio, va dritto al punto, non chiede permesso. Dentro il cunicolo dell'esistenza, nel buco del travaglio, nel gorgo del tempo che ci sradica gaddiano e materico, sudato e partecipato, si affaccia dal suo vulcano distopico, dalle cavità del suo ego, dalla fenditura dell'anima sfibrata, dalla fessura della sua latitanza, dall'orifizio del suo disincanto, un 47332_106378926088858_2450893_n.jpgmessaggio cinico squisitamente politico, nel suo senso più alto, ed incastonato in questi tempi di repressione fisica e di contrazione economica, privata e personale. Trasognante e trasformista esce dalla finestra del suo mondo per affacciarsi al nostro così simili in questo momento; è un viaggio nel buio, un percorso frastagliato ad ostacoli, una matassa aggrovigliata di nodi, un incubo da sciogliere con l'alba, se mai arriverà. E' come un diario di bordo. Ci parla di solitudine, “Non posso accontentarmi di ricordi” sibila come un missile, è 15349782_1315228191870586_5883530472902519084_n.jpguna protesta, una ribellione soffocata: ti chiede da che parte stai, senza scorciatoie. Ci parla di vita e della condizione umana sempre compressa e contratta, parcheggiata. E' un vuoto incolmabile l'esistenza. “L'errore di tutti gli uomini è di non credere abbastanza nel teatro” ci ammonisce severo. Come non dargli ragione. L'unico rimedio è fuggire da noi stessi anche se fuori, facendoci capolino, fa paura. Sperando di vederlo dal vivo, su un palcoscenico con il pubblico in platea ad agognare nuove parole, ad immaginare ombre vive, a nutrirsi in un'altra dimensione.

Tommaso Chimenti

FIRENZE - Era tanto che non lo facevo. Tre mesi. Tre lunghi mesi d'astinenza. Anche se questo piccolo contatto mi ha lasciato ancora più fame di prima, ancora più voglia di prima. Novanta giorni senza uno spettacolo teatrale, senza un teatro, senza una recensione. Da starci male. Ieri l'ho fatto ed è stato come, mera illusione, tornare non tanto alla normalità quanto a respirare quell'aria familiare dell'altro che, con parole e formule e gesti e parole sue, scandaglia il tuo animo lì pronto, aperto ad accogliere il diverso. Ho visto teatro, oltre che nell'edificio-teatro, in infinite modalità, dalla strada ai castelli, le torri, le piazze, nei parchi, gli scantinati, sui fiumi, le case private ma non sono riuscito, in questi due mesi, ad abituarmi alle riprese video, agli streaming, alle letture casalinghe, alle drammatizzazioni in salotto. Il teatro senza la magia del teatro, senza il buio, senza il patto tra platea e palco, quel silenzioso e tacito accordo per il quale ognuno conosce il proprio ruolo e il proprio spazio e si dedica all'altro, recitando o ascoltando, se al teatro togli quella polvere, quel non detto, tutto quello che sta tra le righe, rimane forse il mestiere, la voce, poco più. La tecnologia poi non aiuta quell'artigianalità intrinseca nel fare e nel fruire lo spettacolo dal vivo. La distanza e la non-fisicità del momento dilata il significato e lo fa diventare uno dei tanti contenuti che passano, che affollano senza sfamare, che riempiono senza incuriosire.Bosetti.jpg

Ma, come dicevo, sono tornato a teatro, o meglio a respirare, in minima parte, quell'atmosfera: l'attesa, il mistero, la scoperta di un insospettabile sipario. Chi meglio dei Cuocolo/Bosetti, che hanno fatto spettacoli in case private come nella loro, in metro, camminando per le vie, insomma in ogni luogo possibile tranne che su un palco e in teatro, poteva meglio incarnare il teatro in queste settimane magre (e lo saranno anche i mesi a venire; il teatro purtroppo, come il cinema, per gli ambienti chiusi, sarà uno degli ultimi comparti a poter ripartire; salterà anche la stagione prossima visto che ci hanno già preannunciato che ci sarà sicuramente una seconda ondata del virus nel prossimo autunno?), in questo periodo dove gli attori arrancano imbrigliati nei loro domicili senza poter lavorare e il pubblico, gli appassionati, sentono di aver perso una fetta considerevole della loro vita senza il rito della visione del palcoscenico. Avevo già assistito ad una performance simile, sempre a cura del gruppo piemontese, una decina d'anni fa al Teatro Magnolfi a Prato: “Theatre on a line” (prod. Teatro di Dioniso, stavolta organizzato dal Teatro della Tosse di Genova).

Il titolo è rimasto lo stesso ma le condizioni ambientali sono estremamente mutate dando a questa pièce contorni reali, contingenti, pressanti. La reclusione, la solitudine, la lontananza ha fatto sì che per molti di noi i pochi contatti con l'esterno fossero tv e computer mentre per quanto riguarda l'interazione sociale l'unico mezzo, per sentire e confrontarsi con parenti e amici, fosse appunto il telefono, la voce, non gli occhi ma soltanto il tono, le parole nel mezzo il filtro della “cornetta” dello smartphone. Una pièce scritta e concepita proprio per toccare le profondità dello spettatore che in quel caso abbandonava il senso della vista (non c'era niente da vedere se non una stanza all'interno di uno spazio) per affinarne altri: la memoria, il ricordo, la nostalgia e tutto quello che semplici oggetti lì a portata di mano potevano suscitare. In questo caso, visto che la scrivania non poteva essere la stessa per tutti, il canovaccio è cambiato e anche radicalmente. Roberta Bosetti.jpgE' rimasta l'attesa, l'orario preciso al quale dover comporre un numero sconosciuto, la fibrillazione del non sapere che cosa aspettarsi, il confronto uno a uno (come spesso capita negli spettacoli di Renato Cuocolo e Roberta Bosetti) che può solleticare come paralizzare, può eccitare come bloccare. Perché qui lo spettacolo si fa in due proprio se l'interazione procede, se all'azione segue una reazione, se c'è un reale, effettivo scambio di idee, se la partecipazione è sentita.

Ho composto il numero, dall'altra parte la voce di Roberta, sempre indimenticabile e presente, che è calda ed emozionante, che è erotismo ma anche confessore, che è amica e amante in un distacco che non c'è di barriere azzerate, di frontiere aperte, che riesce con pochissime parole a convincerti ad entrare nella sua modalità, in una comfort zone, in un alveolo, in una parentesi dove ogni scambio resterà, dove ogni racconto cadrà, in una intimità che come sarà creata dai due protagonisti (attrice e spettatore) morirà appena la conversazione finirà. Puoi sfruttare il tuo tempo, hai a disposizione un ascolto nuovo, dall'altra parte una figura non giudicante, puoi aprirti finalmente, puoi dire. Come si fa con gli sconosciuti anche se qui, paradossalmente, si è ancora più liberi proprio perché non esiste la dimensione visiva a guardare, scrutare. Solo una voce lontana che ci porta nel mondo dei C/B fatto di sogni che presto si trasformano in incubi, il buio, le carezze oscure, il bosco, il perdersi. E il testo prende pieghe reali, collegate al momento che stiamo vivendo, all'oggi fatto soltanto di distanziamento sociale, di mancanza di contatti, di abbracci, di possibilità di spostamenti. C'è quell'imbarazzo, quella dolce, tediosa sospensione.

Mi dice: “Chiudi gli occhi” e sembra di mettere l'orecchio su una conchiglia e sentire il mare che gorgoglia lontano ma che sembra di poterlo afferrare, tenere, prendere. Anche il silenzio risuona impressionante quando la parola si esaurisce e rimani in ascolto di un niente denso. La sua voce scivola su questo tappeto di nulla che sono state queste otto settimane da gettare nel dimenticatoio, la sua voce è uno squillo pacato, un richiamo fermo ma morbido, una chiamata, un risveglio. Sono stato a teatro, non ero proprio a teatro, ma che cos'è teatro e cosa non lo è? Per mezz'ora mi è sembrato di chiudere le palpebre e avere davanti una voce che rapiva la mia concentrazione e la mia attenzione per condurmi in altre stanze della mente, in altri palazzi della fantasia, in altri corridoi dell'esistenza. Non sono stato a teatro ma è stato comunque un assaggio, un tornare a provare a camminare, un mettere il piede nell'acqua del mare per sentire se è troppo fredda, un tastare il terreno per vedere se è possibile ancora correre, un tentativo per capire quanto ti è mancato, quanto ne vorresti ancora, di quante parole ti sei inaridito, di quante storie sei mancante, Foto spettacolo 2.jpgdi quanto ti è stato sottratto, della voglia che non si placa, dell'inutilità dello scorrere del tempo senza l'arte (e gli artisti) che ci possono accompagnare nella nostra ricerca, senza coloro che toccano la materia e la traducono in ascolto, senza quelli che oggi chiamano i lavoratori dello spettacolo.

E' incalcolabile e inquantificabile la perdita di ognuno di noi per ogni teatro chiuso, per ogni spettacolo saltato e per tutti quelli che salteranno, sarà una sconfitta ogni attore e attrice che dopo questo periodo non potrà più fare il suo lavoro (stare su un palco non è soltanto un lavoro), sarà una sciagura ogni compagnia che dovrà sparire. In gioco c'è la consapevolezza dell'essere cittadino, della polis, la formazione, l'informazione, l'abbeverarsi senza sentirsi mai sazi. Il teatro manca a tutti anche a coloro che ancora non sanno che gli sta mancando. Se ne accorgeranno.

Tommaso Chimenti 05/05/2020

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