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FAENZA - E' una vita difficile e futuro incerto, soprattutto per chi deve lasciare la propria terra e raggiungere un'altra sponda dove, spesso, non è atteso né desiderato. Frontiere, barriere, dogane, chi è dentro e non vuole far entrare chi sta fuori e chi sta fuori che cerca con ogni mezzo, spesso illecito e illegale, di entrare dentro. C'è chi difende i confini e chi tenta di saltarli. Ma esistono delle regole inderogabili. E' la storia dei profughi dalla Siria verso l'Occidente, di quelli venezuelani verso la Colombia, dei messicani verso gli Stati Uniti, degli africani in Europa. E' la storia dell'uomo fatta di spostamenti e migrazioni. Ma siamo troppi e le risorse scarseggiano e nel Primo Mondo non tutti sono disposti a dividere i propri privilegi, a cedere i diritti acquisiti, a sezionare il benessere (l'Europa è in default e il capitalismo arranca da decenni). Non chiamiamoli populisti, però. Non possiamo però prendere lezioni dal falso progressista Macron, sulla carta paladino dei diritti degli oppressi (la Francia continua a sfruttare l'Africa, mentre pochi anni fa Hollande bombardò il Mali), nella realtà invece rispedisce in Italia migliaia di africani, irregolari, a Ventimiglia. Il problema è spinoso tra chi giudica la faccenda dal punto di vista umanitario (alcuni scappano dalle guerre, altri dalla fame e dalla miseria, tutti dalle torture in Libia), chi invece da quello interno, economico e di ordine pubblico. Siamo a sedere sopra una polveriera. E il teatro tenta di dare la sua ricetta che è quella di apertura indiscriminata e inclusione, di costante lavoro con gli ultimi, con gli emarginati, con i migranti.Invisible City_Dah Teatar.JPG

Il progetto europeo ideato dalla compagnia faentina Teatro Due Mondi (non c'entra niente Spoleto né tanto meno Garibaldi, il nome è invece da imputarsi ad una canzone di Lucio Battisti), attiva da quarant'anni, è un tentativo, già dal nome "Mauerspringer", ovvero "Saltatori di muri", per riflettere con i mezzi e gli strumenti del teatro di strada sul fenomeno portando acqua al mulino della discussione, della condivisione, del dibattito. Tema fragile come la ceramica, prodotto principe e tipico di Faenza dove è assolutamente da visitare il Museo Internazionale della Ceramica con, tra le migliaia di reperti antichi, anche opere di Picasso, Cocteau, Matisse. Dicevamo del Progetto europeo costituito attorno all'argomento: si sono allineate diverse compagnie di alcuni Paesi del Vecchio Continente, appunto il TDM per l'Italia, gli Hortzmuga Teatroa di Bilbao per la Spagna, la Compagnie du Hasard di Feings in Francia, i Dah Teatar di Belgrado per la Serbia, gli Theaterlabor di Bielefeld in Germania. Ogni compagnia è stata invitata nei festival organizzati in patria dai vari gruppi, mentre a Faenza è andato in scena il capitolo finale dell'esperienza (dal 3 al 13 settembre, tutti gli spettacoli ad ingresso gratuito) in vari comuni romagnoli, da ovviamente Faenza, Brisighella, Casola Valsenio, Riolo Terme, Solarolo; se il pubblico non va a teatro è il teatro che va dal pubblico. Tre gli spettacoli ai quali abbiamo assistito, tre le diverse linee guida sul tema, tre gli approcci, tre le visioni, gli sguardi.

Corroborante e colmo di rimandi l'"Off the wall" dei francesi della Compagnie du Hasard con una piece colorata e dai ritmi travolgenti. La Famiglia Rossi è un mieloso gruppo composto da Padre, vestito in giallo, Figlia arancione e Moglie in viola. Sono spensieratamente felici, con tutti i tratti stereotipati alla Truman Show, le solite azioni consolatorie sempre uguali a se stesse, giorno dopo giorno, i sorrisi posticci senza farsi troppe domande sul presente. Sono stucchevolmente contenti, forse un po' inebetiti. Ma la pacchia sta per finire. La scena è composta per la maggior parte da barili di latta, quelli da benzinaio oppure da autofficina: la cucina, i letti, la poltrona. La musica è fondamentale e segna i cambiamenti di stato e segnala quando i tempi stanno per mutare, quando l'aria sta per prendere altre pieghe: c'è una musica di sospensione, c'è quella di un carillon quando tutto scorre via roseo, c'è quella inquietante alla Stranger Things che anticipa tempi bui, c'è la tecno con la sveglia della mattina e i ritmi frenetici della vita moderna, c'è quella soft jazz che indica una finta tranquillità, ci sono gli ululati dei lupi che si avvicinano sempre più.

Alla Off the Wall_Compagnie du Hasard 2.jpgporta dei tre colorati, fiori in mezzo al cemento, bussano le guardie in tuta militare ma con la bombetta da Arancia Meccanica. Sono in bianco e nero, sono ingrigite, sicuramente non sono felici. E come sempre il potere all'inizio non arriva con la prepotenza o con l'arroganza ma entra piano chiedendo pure permesso. E' il Padre charlottiano stesso a farli prima entrare e poi a concedere loro, sotto pagamento, di poter spostare la frontiera, con sbarre e filo spinato d'ordinanza, in giardino. Sembrano la Famiglia Flintstones improvvisamente catapultata dentro il set del "Bambino con il pigiama a righe". E qui sorgono due suggestioni; la prima fa riferimento alla poesia attribuita a Brecht, “Prima vennero a prendere gli zingari...”, che ci parla anche di Martin Luther King che sentenziava “Non ho paura della cattiveria dei malvagi ma del silenzio degli onesti” che diventa in un attimo complicità e assuefazione e assenso, dall'altra i racconti sulle popolazioni tedesche che abitavano nei pressi dei campi di concentramento che, forse sapevano, forse ne erano all'oscuro, ma sicuramente non si facevano domande, bastava loro il vivere tranquilli e in serenità anche se accanto alle loro finestre si alimentava l'orrore.

Ma il Potere, si sa, ha una fame insaziabile e atavica e le conquiste non gli bastano mai, che sia per reale necessità o soltanto per disprezzo del rispetto delle regole. I militari (ricordano anche quelli di Fahrenheit 451) tornano una seconda volta chiedendo, sempre dietro pagamento, di spostare la frontiera proprio dentro casa, sezionando le camere da letto e il soggiorno: si vendono la morale e la dignità per pochi spiccioli. Il proverbio indiano “Quando avrete abbattuto l’ultimo albero, quando avrete pescato l’ultimo pesce, quando avrete inquinato l’ultimo fiume, allora vi accorgerete che non si può mangiare il denaro”, sarebbe qui calzante. Con i soldi che cosa ci fanno adesso che vivono reclusi e hanno le guardie con il mitra in casa che adorano, in un apposito altarino, il loro Leader (a metà tra i personaggi rassicuranti di Folon e quelli surreali di Magritte) al quale mostrare devozione assoluta e servilismo totale? Prigionieri in casa propria, senza possibilità di ribellione. La terza volta è quella finale di un'occupazione, di una vera e propria invasione che li confina allo status di bestie in gabbia e li obbliga ad una Resistenza che non prevede l'happy end.

Uno spazio non teatrale, non convenzionale eccita e stimola sempre il pubblico che cerca questo genere di operazioni curiose e spesso fantasiose. I serbi Dah Teatar, con diversi innesti di non-attori locali usciti fuori da un laboratorio, hanno scelto un autobus di linea per il loro "In/visible city", un format che hanno in repertorio da una quindicina di anni e che adattano e declinano a seconda dell'ambiente e del luogo dove si trovano a replicarlo. Il concetto di fondo (sarebbe stato più interessante e importante la produzione di un nuovo spettacolo senza appoggiarsi ad uno già consunto e consumato dal tempo) doveva essere quello di tirare fuori da Faenza storie, aneddoti, ricordi appunto invisibili o al limite non visibili a tutti. La raccolta del materiale in fase laboratoriale Dah Teatar 2.JPGperò non ha dato i frutti sperati, anzi si è avuta la netta sensazione dello scollamento delle varie scene, più numeri e gag, senza un filo conduttore forte né una decisa coerenza drammaturgica. Più che un viaggio il nostro (siamo una sessantina sopra l'autobus di linea numero 2, una decina gli attori e musicisti) è una fuga, nell'aria c'è atmosfera di deportazione tra valigie di cartone e violini e fisarmoniche nostalgiche. Il teatro sopra il bus ci ha ricordato la famigerata "Amerika" da Kafka di Claudio Ascoli con partenza da San Salvi e destinazione ignota per una Firenze estiva deserta (ne parlammo nel nostro articolo "Teatro & Viaggio": https://www.recensito.net/teatro/il-teatro-e-il-viaggio-articolo.html ).

Il viaggio dovrebbe essere dentro la "città invisibile" invece, tra schitarrate, sviolinate e poesie, si comincia prima con l'aneddotica delle origini della città, tra il fare sapiente e il quiz popolano, passando naturalmente dalla ceramica. Ma invece di Faenza, in maniera confusionaria, si cercano appigli dialettici e d'assonanza quasi per riempire i vuoti di senso; e così si parla dei cappuccini, i religiosi e quelli sorseggiati al bar, di Picasso, per poi scivolare, facile deriva, verso l'immigrazione (in modo ricattatorio), con salti concettuali semplicistici. Si butta nell'agorà del discorso la xenofobia e il caffè che è turco, un soldato tedesco, fino alle maschere veneziane e al popolo rom. Un calderone, troppa carne al fuoco (molta senza un reale costrutto) ha reso la piece in viaggio debole e affannata, incerta e traballante, senza una guida registica forte per uno zibaldone senza ossatura, senza spina dorsale, soltanto una serie di tessere di mosaico una in fila all'altra. Una frase da salvare però ce la siamo appuntata: "Sono un corpo che abita una città, sono una città che abita un corpo". E poi via agli stereotipi: "Qual è il Paese che accoglie più profughi?". E poi l'albicocca è cinese e la mela arriva dal Kazakistan. Come a dirci (come se ci fosse qualcuno che ancora non lo sa) che il mondo è uno solo ed è globalizzato, commettendo così il madornale errore di mischiare le cose con le persone, gli oggetti mercificati con i popoli. L'unica cosa da ricordare di "In/visible city" sta nell'essere transitati accanto ad una rotonda con al centro l'opera d'arte che raffigura la bambina che trascina un cetaceo, “Gaia e la balena” di Stefano Bombardieri: emozionante e straziante.

Molte Come crepe nei muri_Teatro Due Mondi.jpgperplessità, dubbi e domande ha invece suscitato “Come crepe nei muri” proprio del Teatro Due Mondi, sia dal punto di vista contenutistico sia da quello realizzativo-formale. Quando l'arte diventa mero strumento ideologico fa danni, quando il teatro diviene comizio senza contraddittorio allora trascende la sua funzione. Che ogni gesto, che ogni azione, che ogni opera d'arte sia politica ci trova d'accordo. Qui la questione è un'altra, che parte dall'ingenuità mostrata in piazza, anche per via della trentina di non-attori partecipanti al laboratorio, sia per le tesi srotolate in campo senza alcuna teatralizzazione se non azioni collettive, discutibili, intervallate da canti da corteo anni '70. La distinzione tra i mondi, il povero e il ricco, è netta, ben distinta, e i buoni, ovviamente stanno dalla parte dei diseredati, mentre i cattivi sono i ricchi tratteggiati sempre a bere e mangiare, alle spalle dei popoli affamati, a giocare a badminton, a ridere (anche i ricchi piangono...). La Regina d'Inghilterra viene assaltata da coloro che vogliono entrare a Londra e se non possono arrivarci con il passaporto fa niente, entrano, sono giustificati a farlo, con la forza, con la violenza. Una violenza contro le regole, contro le forze dell'ordine: il fine giustifica i mezzi, quindi lanciamo sassi, spacchiamo vetrate, rompiamo i cordoli delle frontiere, tiriamo qualsiasi cosa che distrugga l'ordine costituito. Si tifa per una disobbedienza incivile che lancia un brutto segnale all'Europa. L'arte, il teatro, possono saltare i muri, le persone dovrebbero attraversarli con i documenti in regola.

Tommaso Chimenti

MONTALCINO – Riprendendo e recuperando la tradizione che nelle decani scorse aveva visto a Montalcino un importante festival di studio e formazione teatrale, il regista Manfredi Rutelli, romano ma da molti anni di stanza a Chianciano, ha ideato il "FermentinFesta" (5-8 settembre), luogo magico tra Storia, Natura, un vino conosciuto ed esportato in tutto il mondo, la Fortezza, i chiostri. Mostre, incontri, esiti di laboratorio (a cura di Carrozzeria Orfeo, Silvia Frasson, lo stesso Rutelli e Francis Pardeilhan), presentazioni di libri, premi, le conversazioni con il alessandro-serra.jpgregista Alessandro Serra, reduce dopo il Premio Ubu e l'ANCT anche da due Premi "Le Maschere" per il suo folgorante "Macbettu", e quella con l'attore Francesco Acquaroli che, dopo "Dogman" di Garrone e dopo aver interpretato Samurai nella serie Netflix "Suburra" (due stagioni, prossimamente la terza), è in procinto di volare a Chicago dove per sei mesi sarà impegnato nelle riprese della quarta stagione di "Fargo". Ospiti d'eccezione ed eccezionali.

Insomma francesco-acquaroli-5-foto-norbert.jpg"Fermenti" non ha certamente deluso le alte aspettative. Già si pensa al prossimo. Vibrante e commovente "Stiamo rinconcolti", spettacolo nato dal laboratorio di Silvia Frasson, sua la drammaturgia sugli appunti autobiografici dei sei non-attori coinvolti, bravissimi e intensi, tra i mattoni di un cortile di podere che sapeva di polvere, di aia, di sterrato, di nuvole e piccioni sopra i fili della luce a prendersi il vento della sera. Rinconcolti, nel dialetto di queste parti, significa vicini, raccolti, ma contiene in sé quel ruspante, quel ruvido, quei polpastrelli e quegli abbracci a cercare calore, una vicinanza che non è soltanto fisica ma anche interiore, come un andare, pur rimanendo fermi, nella medesima direzione.

In sei (un solo uomo) guardando di fronte a loro verso un panorama lontano perso nelle loro autobiografie, in un passato ingiallito ma che, appena nominato, ritorna prepotente a bagnare le palpebre, a far luccicare le retine, ad asciugarsi il naso con la manica, come si faceva da piccoli. Sei storie, che poi sono le storie di un'Italia contadina, sincera, vera, anche povera, materialmente, ma ricca di umanità, di scambi, di quella vicinanza che la città d'asfalto e ferro, di cemento e lamiere e clacson, ci ha sottratto. Sei narratori a tessere la storia universale dell'uomo, persone e non numeri, donne e uomini che si Silvia-Frasson-Actress_238.jpgchiamavano con i soprannomi, e il giorno cominciava e finiva con il Sole, pochi grilli per la testa (i grilli stavano soltanto nel campo), pochi fronzoli, una vita certamente più spiccia ma più tattile, terrena, zolle e non voli pindarici di influencer. Sei sedie a guardare contemporaneamente davanti a loro ma dentro e dietro di sé. Sono a veglia. Stanno. Molti silenzi, qualche parola sul giorno appena trascorso, sul lavoro sempre duro, sul domani che non riserverà sorprese, se non negative. E poi buio e lucciole (e subito si va a Pasolini) e ancora un silenzio pieno, spesso, corposo ma senza imbarazzi, non da riempire per forza.

C'è la signora che fin da piccola veniva d'estate da Torino, prima con la madre poi da sola, a trovare il nonno che arrivava a prenderle in lambretta. Erano anni di brillantina, del "vestito buono". E c'era il cielo blu e c'erano i cipressi, il grano e gli odori della campagna. Dopotutto da queste parti non è cambiato molto il paesaggio. E l'odore del pane di paese è tutt'altra cosa rispetto a quello di città. Tema di fondo: "Servi e Padroni". E se i servi faticano tanto, troppo, sempre, senza sosta, le soddisfazioni che traggono dalla semplicità sono infinite, indescrivibili. Che i padroni nemmeno se le immaginano, troppo concentrati sull'avere e poco sull'essere. Se vieni dal basso certe cose le puoi apprezzare, se le hai sempre avute le dai per scontate, non le puoi sentire fino in fondo, ne perdi il gusto.

C'è la signora che ci racconta che a casa sua era la nonna a comandare. Il nonno teneva i soldi ma li gestiva la nonna. E una volta al mese si andava al mercato a Siena con la corriera: praticamente un viaggio. Andare in città. Si andava e si tornava velocemente, la città non era la campagna, non si conosceva nessuno, poteva essere pericolosa e ci si sentiva insicuri a camminare per quelle strade così diverse. Andare e tornare, un lampo e fuggire verso le cose conosciute. E al mercato si poteva comprare solo lo stretto necessario, mutande, calzini. Nessuna concessione al lusso, allo svago, alla moda, agli sfizi, che i soldi erano pochi e dovevano bastare per tutti. Ma la nonna è golosa e una volta scoperto "il bacio di Siena" i viaggi in città diventano settimanali. Il gusto di quel cioccolatino, che era insieme tabù e segreto tra nonna e nipote, quello sgarro complice delle ferree regole patriancali aveva un sapore e un aroma che non può tornare, rimane scolpito nelle endorfine, nelle sinapsi del cervello: niente potrà essere uguale, niente più buono di quella divagazione, di quella fuga tra donne. Ed era proprio l'impossibilità di poter avere sempre, ogni giorno, il dolcetto prelibato che faceva scattare la gioia immensa di poterselo permettere, di darsi quel premio che quotidianamente la vita ti negava facendoti lavorare a schiena curva con molta fatica e preoccupazioni e poche soddisfazioni.

Ecco fermentinfesta.jpgl'uomo che ricorda il trasloco dalla vecchia casa di campagna ad una più grande con giardino, il trauma delle proprie cose impacchettate, dei ricordi messi in scatoloni e impilati, con la nuova casa che non dà la felicità, che non fa scomparire gli incubi.

Ecco la signora (grandi tempi comici e ritmo, pause, scrittura chitiana sanguigna e feroce) che abitava in campagna a Scandicci e Firenze era lontana, era diversa da dove abitava, era un'altra cosa. Il racconto sui bambini "parcheggiati" sotto lo sguardo vigile e torvo della nonna, inflessibile Cerbero. Di fondo si muove una brutalità normale diffusa, disseminata tra le cose, che scivola e non fa prigionieri: "I bambini non servono ma non devono dare noia" o ancora "I bambini sono un altro tipo di animali". Bambini reclusi e "prigionieri" sopra una coperta dalla quale non si potevano allontanare, come un recinto ma senza sbarre, fintamente liberi. Scappare era impossibile perché la nonna se ne accorgeva immediatamente e allora arrivavano i guai e le punizioni. Ma una volta la nostra piccola eroina ribelle fugge e riesce a raggiungere il pollaio che mai doveva essere lasciato aperto altrimenti oche e galline sarebbero uscite. E da piccoli si vuole fare proprio quello che ci è stato detto di non fare assolutamente. Apre il pollaio e un'oca, beccandola, scappa e non si ritroverà più. "Quando a scuola la maestra ha chiesto: Scrivi che cosa vorresti fare da grande, io ho disegnato un'oca".

Infine l'ultima che, nel solco delle differenze tra ragazzi di città e ragazzi di campagna, affronta gli amori estivi con quella leggerezza spensierata prima, quando ancora non c'è la malizia adolescenziale, e con l'amarezza nostalgica al momento di separarsi, fino all'anno successivo quando chiudevano le scuole e si aprivano tre mesi pieni di giochi, corse, rincorse a diventare adulti: "Spiagge dipinte in cartolina, ti scrivo tu mi scrivi, poi torna tutto come prima, l'inverno passerà fra la noia e le piogge ma una speranza c'è che ci siano nuove spiagge".

Tommaso Chimenti 11/09/2019

Quindici edizioni per il Festival Internazionale delle Arti della Marionetta a Saguenay. Quindici edizioni per questa manifestazione biennale che attrae da svariate parti del globo compagnie, performer, direttori artistici e giornalisti nella regione del fiordo della regione in Quebec, a quasi sei ore di viaggio da Montreal. Un viaggio, appunto, sia esteriore, fatto di strade dritte e sicure e boschi infiniti, che interiore: quello che il teatro di figura ci porta a fare ogni volta che ci relazioniamo con esso attraverso marionette, pupi, pupazzi, ombre, oggetti, disegni, ma soprattutto tanta immaginazione, consentendoci un passo indietro, anzi un passo dentro la nostra capacità di fare i conti con la nostra fantasia.68596745_2591847594180169_5451386652037480448_o.jpg

Circa trentacinque spettacoli per il Fiams 2019 (andato in scena l’ultima settimana di luglio) tra la programmazione principale – tra centri culturali e auditorium di scuole e università – e un’altra off e gratuita organizzata negli spazi esterni di Chicoutimi e Jounquiere, lungo il fiume; alle perfomance si sono aggiunte poi numerose attività professionali e di formazione, indirizzate soprattutto a far conoscere il lavoro delle compagnie locali (interessante anche il grande supporto e scambio con la scena francese, connessione incentivata da Institute Francaise del Quebec), e collaterali, come la presentazione dell’emblematica e profonda mostra fotografica di Alice Laloy, Pinocchio(s), che ci ha turbati e spinto alla riflessione.
In questo nostro percorso abbiamo avuto la possibilità di confrontarci con molteplici forme di teatro di figura, ma abbiamo deciso di soffermarci su quattro spettacoli che maggiormente ci hanno ampliato il cuore e lo sguardo, rendendolo più attento e profondo, necessariamente umano.

Ed è proprio mi gran obra_2.jpgsull’umanità che l’artista catalano David Espinoza punta la sua lente di ingrandimento nello spettacolo “Mi gran obra”, una rara e perfetta macchina di geometrie interiori e di lillipuziane misure. L’idea iniziale è geniale: costruire il teatro più piccolo del mondo, un teatro trasportabile che raggiunga il pubblico di tutto il mondo e non il contrario (in questo caso un trolley da viaggio) in cui veniamo metaforicamente invitati ad entrare. Con binocolo alla mano (se il teatro è il più piccolo del mondo anche gli “attori” ne rispettano le dimensioni) siamo pronti ad immergerci in cinquanta minuti di un teatro a misura d’uomo, non per la grandezza dei minuscoli pupazzini manipolati dal demiurgo Espinoza ma per il contenuto che è capace di far penetrare nelle nostre menti. Il regista, vero e proprio deus ex machina del suo micromondo, dirige la propria umanità con abilità e delicatezza costruendo, scena dopo scena, azioni, sentimenti, sacramenti, vizi, virtù, peccati e peccatori, passato, presente e futuro della nostra società miope. Coadiuvato da alcuni video su tablet, da un gioco di luci intelligente e dalla musica come perfetta cucitura della sua drammaturgia e necessaria nel condurre il nostro pensiero, l’artista catalano compone per rapida e minuziosa sottrazione di elementi grandi raduni di piazza, feste, balli, matrimoni, orge, marce militari, l’assassinio del Presidente degli Stati Uniti, i Mariachi che suonano (il pensiero va d’istinto al muro americano) storie d’amore, l’andamento di una vita intera fino alla morte.
Espinoza costruisce uno spettacolo prezioso con un’impronta fortemente politica, una vena polemica, ironica, senza mi gran obra_3.jpgl’uso di parole e questo è un valore aggiunto; sono le mani a imbandire frasi, i gesti leggeri, precisi e millimetrici a creare quel montaggio delizioso e irriverente di metafore e immagini potenti e immediate che fanno luce nella nostra mente. Sono le mani a dettare il ritmo, a creare l’azione, a cambiare la fisionomia dei personaggi e anche il nostro sentire che muta tra divertimento, senso di solitudine, empatia, imbarazzo, vergogna rendendoci tutti piccoli, minuscoli, vulnerabili. Una piccola grande opera necessaria.

Se vogliamo tratteggiare una linea immaginaria di senso che colleghi gli spettacoli di cui parliamo, sullo stesso piano di intensità di “Mi gran obra” abbiamo trovato “Vida” dello spagnolo Javier Aranda, sia per l’uso esclusivo delle mani nella costruzione della narrazione, sia per l’immediatezza e l’essenzialità dei messaggi veicolati che per quel clima di vicinanza e di forte intimità che l’artista è stato in grado di creare con il pubblico, aiutato anche dallo spazio in cui è stato presentato lo spettacolo: il piccolo teatro cabaret Coté-Cour, caldo e accogliente, forse la venue che abbiamo maggiormente apprezzato al Fiams.
“Vida” è un fiore che sboccia con delicatezza proprio davanti ai nostri occhi e che, come ci suggerisce il titolo, parla dell’esistenza nella più semplice delle concezioni: il nostro protagonista cresce, diventa un adulto, si innamora di colei che gli resterà accanto per tutta la vita, diventa padre, diventa anziano, sopravvive alla morte della moglie per poi spegnersi dopo poco tempo. La vita nei suoi tratti più essenziali, negli aspetti universali che sappiamo riconoscere, nella suaun-instante-de-la-representación.jpg semplicità appunto; anche se tanto semplice alla fine non lo è mai, nessuno si salva dal dolore, dai tormenti, dalle perdite, dalle partenze senza ritorno, ma soprattutto – e anche su questo sembra vertere il cuore della drammaturgia di Aranda – “nessuno si salva da solo”.
Il performer spagnolo mette in scena la storia dei suoi protagonisti, che assomiglia alla vita di ciascuno di noi, usando le proprie mani: tre abili tocchi e al posto delle dieci dita vengono fuori naso, occhi, bocca e capelli, tre abili tocchi e l’uomo che sta dietro alla macchineria scompare lasciandoci di fronte ai due personaggi, ai loro umori, alle loro sensibilità, ai loro sentimenti, i quali, grazie anche agli efficaci costumi, prendono corpo a se stante. Corpi che dialogano con il proprio regista, che dialogano con noi, che sanno essere ironici, sferzanti, teneri, sognatori, vicini alla nostra umanità, a quel sentire diffuso e condiviso che ci unisce e ci fa commuovere.
Una pièce delicata e profondissima che ci ha confermato i confini illimitati del teatro di figura, universale e potente.

Un’esperienza altrettanto immersiva è stata quella del piccolo teatro d’appartamento Ephémère Chez dove la compagnia Théatre Cri ha presentato, in prima assoluta, il piccolo ed esplosivo “Aisseselles et bretelles”, letteralmente “ascelle e bretelle” cioè gli elementi utili a Guylaine Rivard (regista, unica attrice in scena, e fondatrice della compagnia) per costruire il suo spettacolo o meglio per costruirselo addosso. Costumi vittoriani, collari elisabettiani, gonne voluminose, pantaloni ottocenteschi, giacche, giacchine, camicie sempre più sottili e accessori di scena utilizzati con sagacia per un teatro a strati, una narrazione modulata addosso alla sua interprete istrionica e creativa che crea su di sé uno scenario immaginifico e fantastico. AISSELLES1.jpg
L’impianto drammaturgico si basa sulla più classica delle fiabe: la storia di un principe ereditario e di una regina madre bellissima e cattivissima. Ma la Rivard, eccellente trasformista, manipola l’universalità della favola impastando tutto con irriverenza (il principe si chiama Adolph e ha il volto di Trumph), un tono dissacratorio irresistibile e un montaggio di figure, disegni pop up, piccoli pupazzi e burattini di grande qualità. Ci sono Biancaneve con tutti i nani, Raperonzolo, Cenerentola, Ali Babà, Alice, Cappuccetto Rosso, il genio della lampada, la principessa sul pisello, Buchettino, Pinocchio, il Principe Ranocchio, il Pifferaio magico e molti inserti pop (tra tutti il riferimento a Zombie di Michael Jackson) in questo mosaico piccolo e infinito, questo patchwork quasi casalingo di alto livello che a ogni strato, a ogni passaggio cambia forma ma mai volto come fosse una matrioska di storie. L’attrice è il grande libro di tutte le storie e anche della nostra storia, le indossa, le cambia a suo piacimento, le distorce, le amplifica, le comprime, le distilla con sapienza; è la parola e l’immaginario che scopriamo non coincide con quello che avevamo da bambini e che qui diventa grottesco.
C’è alta artigianalità in “Aisselles et bretelles” e una capacità di costruzione della drammaturgia “alla Monty Python” che trasforma fiabe universali in una commedia sferzante e visionaria, ironica e politica da cui veniamo inevitabilmente travolti. Un format geniale che ci piacerebbe vedere anche in Italia.

Concludiamo il nostro resoconto con quello che consideriamo lo spettacolo di punta di tutto il cartellone, “Ogre”, portato in scena dalle due compagnie quebecchesi La Tortue Noire e Théatre la Rubrique (produttrice del festival), diretto da Dany Lefrançois (direttore artistico del Fiams insieme a Benoît Lagrandeur) e basato sul testo di Larry Tremblay.
Una pièce img_5910-580x870.jpgche rientra nel grande mare magnum del teatro di figura ma che potrebbe essere certamente presentato in programmazioni di teatro contemporaneo che travalichino generi e modalità di rappresentazione, essendo caratterizzata da una drammaturgia per adulti dai temi scabrosi e contemporanei (il testo ha vent’anni): un uomo, credendosi filmato dalle telecamere, umilia sua moglie portando a casa l'amante straniera, commette un incesto con sua figlia, spinge suo figlio al suicidio, uccide la sua amante per eccesso di amore e firma un contratto per dodici spettacoli. Ci troviamo di fronte a una sorta di Truman Show rivisitato in chiave grottesca e noir che ci impegna in un’indagine profonda anche dentro noi stessi, tutti fortemente “mediatizzati” e tendenti all’egocentrismo per “virtù” o necessità, schiavi del nostro tempo, contemporaneamente vittime e carnefici.
L’impatto è forte e immediato: un pupazzo imbottito di schiuma di oltre quattro metri sta seduto al centro della scena, con le spalle rivolte al pubblico; inerme ma paradossalmente vivo. A muoverlo tre performer che assumono, nel corso della narrazione, le caratteristiche e i ruoli degli altri personaggi. A dargli anima un attore vero e proprio (Éric Chalifour, potente), alla voce e al mixer, vero e proprio alter ego del gigante.
Un monologo per una “marionetta egocentrica”, squallida e detestabile che però scopriamo capace di un umorismo spietato: rivolta alle telecamere che immagina vomita la propria verità, la propria vita discutibile e agisce seguendo una fame perenne di visibilità e centralità. L’orco è enorme e grasso, sfama il proprio ego e la propria follia con l’illusione della televisione e sentendosi sicuro del plauso del pubblico non segue la morale ma i bassi istinti animali. Si rivolge a sua figlia, sua moglie, suo figlio, ma loro non rispondono e la differenza di dimensioni tra il pupazzo e gli attori caratterizza questi momenti e sottolinea anche ogre-760x500-752x490.jpgla grande solitudine del protagonista; il gigante e le formiche, il megalomane e i fantasmi che ruotano attorno alla sua vita e che, immancabilmente, finisce per schiacciare. Gli altri personaggi non hanno voce, sembra tutto e solo isolato nella sua mente, in quella bolla di finzione controllata dal grande occhio della televisione che lo induce a una forma di paranoia evidente e ossessiva. Il regista costruisce lo spettacolo sul rapporto tra il pupazzo e l’attore, tra il demone e il super-io, tra l’istinto e la morale; l’attore e il pupazzo si spostano insieme fino a separare movimenti e intenzioni, dall’essere una cosa sola diventano due entità distinte che dialogano tra loro, in contrasto e antagoniste. È la coscienza dell’orco che tenta di ribellarsi al suo “involucro” in un coinvolgente corpo a corpo di parole tra l’attore e il pupazzo che annullano le distanze, in scena e fuori, tra la finzione e la realtà, tra l’essere animato e quello inanimato.

“Il teatro non è il paese della realtà: ci sono alberi di cartone, palazzi di tela, un cielo di cartapesta, diamanti di vetro, oro di carta stagnola, il rosso sulla guancia, un sole che esce da sotto terra. Ma è il paese del vero: ci sono cuori umani dietro le quinte, cuori umani nella sala, cuori umani sul palco.” (Victor Hugo). E cuori umani anche nelle marionette.

Giulia Focardi 

Photo: Sophie Lavoie

GRADO – Cominciamo a dire che a Grado non ci sono gradini. Tutto scorre liscio tra il lungomare chilometrico che porta dalla tozza e corpulenta Spiaggia Costa Azzurra fino alla lunghissima Principale passando tra fontane, ville novecentesche, terme, parchi, pinete e giardini. Le zanzare invece pascolano allegramente. A fine agosto i gradi sono tanti. La cappa sfrutta tutta la forza di gravità per pesarti addosso. Tanti turisti, tedeschi, austriaci, dell'Est europeo: dopotutto questo lembo di terra è, storicamente e geograficamente, il primo approdo al mare, al Mar Mediterraneo. Il mare è basso per un centinaio di metri e da lontano i bagnanti sembrano novelli Gesù che camminano sulle acque. Le alghe dell'Adriatico non si fanno attendere e germogliano tra gli immensi frangiflutti posti a barriera. Grado è un dedalo di isolotti dove, se escudiamo la parte nuova e turistica, spuntano i "Casoni", vecchie baracche caratteristiche dei pescatori. Siamo tra Venezia e Trieste, il confine è ancora vicino, Schengen o meno. A Grado non è riuscita ad arrivare né la peste né Attila. In queste zone, da quasi trent'anni il Cta di Gorizia (diretto con gentilezza saggia da Roberto Piaggio: Alpe.jpghanno appena vinto il bando europeo "Puppet and Design" insieme a strutture di Praga, Madrid e Lubiana) organizza tra Grado e, successivamente, Aquileia, Gorizia (interessantissimo il progetto sul teatro nei luoghi della Comunità Ebraica colpita dal rastrellamento del '43) e Nova Gorica (26 agosto – 8 settembre) l'"Alpe Adria Puppet Festival".

Come imprinting e varo ci accoglie un "Piccolo Principe" modificato che qui diventa "Il Piccolo Esploratore" e pone, in questa casetta-cabina ad oggetti a scomparsa e ante magiche (per la bravura di Alice Melloni, affabulatrice con grazia e delicatezza), tutta la vicenda partendo proprio dagli occhi, in prima persona, del bambino che vaga per la galassia in cerca di amicizia, escludendo così la figura (Saint-Exupery stesso) del pilota dalla narrazione. Il bimbo è un mix tra Playmobil con un panciotto in Lego e dentro il suo razzo fluttua tra i vari Pianeti-Regni-Paesi. Nessuno è un'isola, si direbbe, metafora valida anche in Laguna. Ecco l'incontro con il Re che cercava disperatamente un suddito al quale impartire ordini, ecco che sbarca sul Pianeta dell'Uomo indaffarato, ecco che arriva dal Vanitoso che agogna consensi e complimenti, ecco infine il Geografo che gli spiega (e qui entrano in gioco fotografie di mari, l'onda di Hokusai, o animali; gli oggetti sono di Virginia Di Lazzaro) come quel pianeta, dove si trovano adesso, Piccolo.jpgfosse un tempo lontano bellissimo, accogliente, verde, rigoglioso, pieno di vita e come ora invece sia arido, spoglio, povero, corrotto dall'inquinamento e dalla plastica. Ma quel pianeta è gemello di un altro che si chiama Terra e che il Piccolo Esploratore raggiungerà poco dopo incontrando il peluche-Volpe. La favola, giustamente, lascia i suoi contorni esistenziali e si sposta sul piano ecologista-ambientalista: dopotutto tra il pubblico ci sono i cittadini di domani.

Se la dolcezza del primo spettacolo ci ha cullato e carezzato non possiamo dire altrettanto del secondo, il belga "Post Scriptum", che doveva essere, nelle intenzioni, un Cappuccetto Rosso dissacrante e politicamene scorretto. Soltanto in parte ha soddisfatto queste aspettative risultando invece un confusionario agglomerato-patchwork che avrebbe avuto bisogno di uno spazio protetto, al chiuso, piccolo ed intimo per poter essere valorizzato. Un minimal teatro da camera che messo in piazza, peraltro gremita, è scomparso lasciando la performer isolata tra i suoi pupazzi e le sue gag non sempre riuscite. Su una base di legno verticale, quasi una recinzione da cortile, appaiono oggetti vari senza che il loro significato venga valorizzato: una casa rossa, una montagna, un castello. Posto che Cappuccetto doveva passare per una foresta, un bosco, simbolo della crescita, del passaggio dall'infanzia all'adolescenza e quindi l'entrata nel mondo degli adulti, qui invece viene sostituito da una montagna con le sue vette che non nasconde le stesse inquietudini esistenziali. L'attrice, che si era proposta all'inizio in veste timburtoniana quasi Frankenstein, si trasforma Post-Scriptum.jpgin un lupo che purtroppo ha le fattezze di un coccodrillo con pelliccia, compreso muso allungato e coda. Il caos regna sovrano e molti abbandonano: parte Vivaldi poi sguito da una sorta di Sirtaki. Il risultato è faticoso con pupazzi e marionette attaccate e aggrappate a questa bacheca, non riuscendo a tenere alta la concentrazione né a eccitare l'attenzione (solo 30 minuti di spettacolo). Alcuni sprazzi da clown cattivo (ci ha vagamente ricordato i folgoranti Tony Clifton Circus) dal tirare fuori le budella del lupo squartato a due scene di sesso, anche tra il Lupo e la Nonna, che il pubblico dei più piccoli non poteva cogliere. Restiamo ancora ancorati alla bellezza, nostro punto di riferimento quando si parla di "Cappuccetto Rosso", della versione dei belgi del Tof Teatro intitolata "Bistouri", sanguigna come un'operazione a cuore aperto, palpitante come un'autopsia.

Due i momenti senza piedi per terra, con il naso all'insù, senza poggiare la suola al terreno. Prima è stata la volta di "Appeso a un filo" dei Di Filippo Appeso-a-un-filo.jpgMarionette, lei australiana e lui marchigiano: "i costumi li costruisce mia mamma", tenerissimi come le loro creature esili e leggiadre. Esiste il fil rouge e il filo della storia, qui invece queste figurine sono legate ai loro demiurghi e vivono, si muovono, compongono il loro delicato, tenue numero: c'è la marionetta che fatica ad alzarsi ma poi una volta in piedi balla in maniera sfrenata tutto il giorno per poi, stanchissima, rimettersi a dormire, ogni giorno in loop, c'è il violinista matto ma timido, un Paganini gitano flamenchista claudicante, c'è un Arlecchino che balla il tip tap che cade, piange e si rialza, c'è una sorta di Frank Sinatra, c'è una casalinga anziana che spazza e la sua scopa diventa remo per pagaiare sulle nuvole, diviene altalena per tornare bambina o, come strega buona, per volare in alto, ci sono due ragazzini che ballano hip hop e fanno la break dance e free style con mosse e pose da slang, skretch e acrobazie, coreografie nei loro piumini smanicati, infine il ciclista che fa gimkane e salti ad ostacoli ricordandoci la celebre scena di ET, un ciclista che ha la maglia gialla e la bandana rossa e ci piace pensare che sia un ricordo per l'indimenticato Pirata Pantani. Tutti dolcissimi. Centinaia le persone tra il pubblico (nonostante le sedute scomodissime), una vera folla oceanica, impressionante massa.di-filippo-marionette-gigirusso3.jpg

Ancora in aria e fluttuante è stata "La città sospesa" installazione del gruppo Flash Art a conclusione di un interessante laboratorio tra genitori e figli sulla "costruzione" della loro casa ideale: decine e decine di case, addobbate, disegnate, dipinte, con le finestre di ogni colore e forma, illuminate da dentro, mosse leggermente dal vento della sera, erano appese, come palle di Natale, alle fronde di un grande albero che ricordava quello della Cuccagna o ancora quello dove fu impiccato Pinocchio. Sembrano casette per uccellini, dondolano, fremono al passaggio, tremano; sono i sogni dei bambini che vedono nella casa la famiglia, la sicurezza, la protezione, un nido dal quale partire per poi farvi ritorno. Una favola in piena città. Come l'Alpe Adria Puppet.

Tommaso Chimenti 04/09/2019

Lunedì, 02 Settembre 2019 12:42

Todi Festival: il teatro nel cuore dell'Italia

TODI - Todi is a small town in the center of Italy, diceva qualcuno tacciando, con spocchia, di provincialità Todi, l'Umbria, l'Italia intera incensando e idolatrando (questo si che è provincialismo) Milano, Londra e New York, dove milioni di persone camminano con le cuffie e lo sguardo incollato sullo schermo illuminato: benvenuto progresso. Tu chiamala emancipazione, se vuoi. Io la chiamo solitudine. Come si chiamano gli abitanti di Todi? Domanda da Settimana Enigmistica: tuderti. A Todi lo Jacopone omonimo la fa ancora da padrone, nell'aria, nel gusto che macinano queste pietre secolari incasellate a creare gioielli d'architettura che di giorno prendono luce e la rilasciano facendola rimbalzare e la sera, al tramonto di fine estate, scintillano, brillano, sprizzano fiotti di stille di luccichini. Una grande terrazza apre lo sguardo, fa respirare sulle campagne dove campi, orti, cipressi si inseguono e la vista fatica a contenere tutta questa bellezza tra la Natura e la mano dell'uomo. Umbria che è "schiacciata" tra Firenze e Roma, ogni comune ha il suo centro storico valorizzato, la sua importante e imponente storia, usi, tradizioni, campanilismi, stemmi, colori da tramandare: una perla tra vino, olio, norcinerie. Ogni piccolo paese ha il suo teatro all'italiana. Dal punto di vista teatrale l'Umbria fa rima con Spoleto (e la Mama) e il Centro di Santa Cristina voluto da Luca Ronconi. C'era anche il Terni Festival ma è defunto, si è estinto. In Umbria ha casa anche Peter Stein: il teatro è qui di casa, da sempre. E negli ultimi anni si è aggiunto Solomeo, patria e magione di Brunello Cucinelli, imprenditore, mecenate e finanziatore del Teatro Umbro.

Il "Todi Festival", da oltre trent'anni attivo, dopo varie direzioni, ha incontrato l'ideatore di Eurochocolate a Perugia, Eugenio Guarducci, che, GN4_DAT_4774099.jpg--.jpgparole sue nella conferenza di presentazione, "non mi intendo molto di teatro" ma si è affidato, con umiltà, a varie competenze del territorio e si è lasciato consigliare per creare un cartellone, tra qualità e marketing, che avesse, nelle sue intenzioni, un mix di fruibilità, popolarità e nomi spendibili. A fianco del Todi ufficiale è nato, da qualche anno, il "Todi Off" (ad ingresso gratuito, importante, da sottolineare), uno sguardo attento su una certa nuova drammaturgia, diretto dal competente Roberto Biselli, che altrimenti difficilmente riuscirebbe a circuitare a queste latitudini dove il personaggio in scena sembra, molte volte, avere più peso del contenuto. Quindi due binari che si autoalimentano, il "Todi Festival" e il "Todi Off" che non si sovrappongono, ogni sera due spettacoli, alle 19 e alle 21, ma che anzi si tirano la volata a vicenda. Iniziativa curiosa e apprezzatissima è quella del regalo, del gadget al pubblico: con un coupon, consegnato all'ingresso in teatro, ogni spettatore può ricevere una busta con i magnifici prodotti di questa terra: vino, olio, marmellate, miele, zafferano: dopo la gioia per gli occhi e per l'ascolto anche quella per il palato non è affatto da sottovalutare. Andare a teatro fa bene anche ai golosi.

L'estate sta finendo, il campionato di calcio invece è appena ricominciato. A Todi da qualche anno manca la stazione; raggiungerla non è così agevole: treno, un autobus che ti porta fino ai suoi piedi, un altro shuttle cittadino. In poche centinaia di metri si contano sette grandi, meravigliose, chiese, più monasteri e conventi. La locandina della rassegna è alquanto inquietante, di dechirichiana memoria, vagamente sessista: un uomo in piedi, ben vestito in abito blu elegante, con in testa un teatro, l'arte, cammina su una strada lunga e diritta, al suo fianco, in basso, una donna animalesca, nuda dalla vita in giù, vedova nera, Shiva-mantide religiosa, ragno a più gambe-zampe che striscia, con un sorriso da film horror: chissà. Brividi. Così come il titolo del festival "Futuro Anteriore" che se da una parte guarda al domani, dall'altra, nostalgicamente butta l'occhio al passato. Tutte le mode ritornano velate da una patina di progressismo: sono tornati i pantaloni a vita alta come quelli a zampa di elefante. Tutto torna. Panta rei. A volte purtroppo.

Due le visioni di teatro che si incastrano, si sommano, si sorpassano, si miscelano. A confronto, nella prima giornata, due spettacoli che, per ragioni differenti e percorsi diversissimi nell'affrontare la scena e il testo, non sono riusciti a bucare quel filo sottile che fa diventare gli spettatori dei partecipanti attivi ad un rito millenario. Ecco "Caligola" di un valido Bernardo Casertano, attore solido e si vede e si sente, che padroneggia carismatico la scena, la fa sua attraverso una performatività debordante. Atmosfere cupe, nerissime, con un suono di fondo (quasi un elettroencefalogramma in ospedale) che diventa mantra insostituibile, rumore disturbante e tappeto sonoro ipnotizzante che affonda le unghie nella nostra carne. Come un fool, in pelliccia con una calata volutamente meridionale a dare più corpo e pasta alle sillabe e più matericità alle parole, ci ha ricordato prepotentemente i pastori sardi del "Macbettu" di Alessandro Serra, con una recitazione che ci ha ricordato un mix tra Antonio Rezza, la Commedia dell'Arte e il Teatro di Figura (le ombre e i suoi rimandi) fino a giungere al Riccardo III shakespeariano. La rielaborazione da Camus ha sortito l'effetto di un eccesso di cripticismo e una sovrabbondanza di forma che hanno impastato il processo rendendolo denso come sangue di ciclista dopato, poco scorrevole, poco fluido: lo sguardo ha vinto sull'ascolto, la vista, qui senso sovraeccitato e sovrasollecitato (paradosso perché il buio aveva la meglio sulla luce) ha azzerato gli altri. Non lasciava comunque indifferenti: un colpo al cuore, un flash nella pece.

Il teatro serale ha facce diverse, abiti più lunghi, un dress code differente da happening al quale doverci essere, presenziare, apparire. Il nome effettivamente c'è e dona al pubblico quello che la platea si aspetta: una grande recitazione perfetta. Troppo. Galatea Ranzi, musa ronconiana prima, protagonista de "La Grande Bellezza" da Oscar sorrentiniano poi, ha phisique du role e voce per reggere il ruolo, la sua importanza, la sua portata. "Lezione da Sarah", di Sarah Bernhardt: una docente di teatro e la sua allieva. Vi ha ricordato il recente "Elvira" di Jouvet con Toni Servillo (altro filo che li lega, Jep Gambardella ne "La Grande Bellezza")? Anche a noi. E' passato troppo poco tempo (un paio di stagioni) per mettere in scena una piece simile sotto infiniti punti di vista. Il paragone è inevitabile. Postura, impostazione, tono, tutto è freddo, schematico, lontanissimo proprio dagli insegnamenti che la stessa prof-regista cerca di instillare nella sua giovane adepta. Ragazza che arriva titubante, incerta, timidissima, avendo recitato soltanto in chiesa e a scuola ma già conosceva a memoria, anche le parti degli altri ruoli, Amleto e Fedra, i due capisaldi della docente e della sua visione del teatro. Tutto è troppo perfetto, preciso, prevedibile, "teatrale" nella sua accezione negativa, rarefatto, pulito, nessuna sbavatura, gli origami di una finzione palese, lampante, luminosa. Manca il cuore, manca l'anima, proprio gli aspetti sui quali, da testo rielaborato da Pino Tierno, punta l'insegnante per passare la sua arte alla ragazza. Turbamenti di maniera, recitazione tutta sopra le righe. Una prova aperta dove, sempre fintamente, si fa credere al pubblico che abbia una parte decisiva, chiamato in causa, come fosse la platea di questa recita prima della prima, poi trasformato nei fantasmi aleggianti nel teatro, i suoi attori, i suoi autori, i suoi feticci. Il miglior modo per tenere distanti gli spettatori, per farli sentire corpo estraneo: il teatro che parla del teatro al teatro stesso, narcisisticamente, autoreferenzialmente. Un teatro che non sposta, che non tocca, senza linfa se non il riconoscere la precisione stilistica della primattrice. Cosa che già sapevamo. Quindi inutile saggio di bravura.

E' uno strano esperimento IMG06-1-e1566765186938.jpg"Tebas Land" curato dal Teatro di Rifredi (proprio in questi giorni il regista Angelo Savelli è ricoverato e gli facciamo grandi auguri!) su drammaturgia dell'autore uruguaiano Sergio Blanco. Un parricida, una gabbia. Ma questo è solamente il detonante e abbagliante contesto-pretesto; a nostro avviso il grande gioco che sta dietro questa macchina è tutto basato sul vero e sul falso, sul verosimile e sul plausibile, sull'effettivamente accaduto e sul possibile. Però sono emerse molte criticità a partire dalla traduzione-trasposizione dall'originale. La storia è divisa e disseminata su tre piani: l'attore Ciro Masella sul boccascena ci legge un foglio del Ministero e ci spiega che in scena non potrà esserci il detenuto protagonista della vicenda; il secondo piano è l'azione scenica delle prove e della messa in scena tra regista (Masella divenuto traslazione stessa dell'autore) e di un attore giovane; nel terzo quest'ultimo diventa il carcerato, accusato e condannato per l'omicidio del padre, mentre l'autore, che sta scrivendo appunto questa piece teatrale, lo va a trovare e lo intervista, cosa accaduta realmente. I piani si scambiano, i punti di riferimento saltano. Ma molte cose non tornano, molti dettagli che alla fine fanno la differenza. In molti punti sembra l'incontro tra la volpe e il Piccolo Principe. Ad esempio il ragazzo, nelle vesti del carcerato, è troppo "pulito", non è fangoso o melmoso, non è pasoliniano, una sporcatura, anche solamente in un dialetto regionale, tanto da sentirne la distanza e la lontananza dall'italiano usato dallo stesso attore durante la dimensione delle prove aperte avrebbe giovato. I piani si confondono e non sappiamo più chi sta dicendo cosa. Dice che l'incertezza e lo spaesamento sia voluto, cercato. Ma non solo: il tutto si basa non sulla veridicità ma sulla credibilità che in molti punti scricchiola facendo crollare il castello di carta. L'uccisione del padre dell'imputato viene, in maniera dostoevskiana, giustificata e viene tirato in ballo l'immancabile Edipo, buono per ogni stagione. Spunta una fotografia che non sappiamo se essere dell'omicida reale con il padre, se di Blanco con il padre, se dell'attore con il padre, come le foto dell'omicidio (di un omicidio, uno vale l'altro se racconto qualcosa di realmente accaduto?) esposte come fossimo a "Storie maledette". Il parricidio è il grande velo che una volta scoperto e alzato lascia un vuoto. La battuta più interessante, quella che mi rimarrà impressa di questa piece è la considerazione se le Nike indossate siano vere o fasulle, se i Rayban sono autentici o tarocchi. Sta tutto qui, tutto ruota attorno alla concezione di che cosa, e fino a dove, siamo capaci e disposti a credere, a metterci in gioco, ad avere fede, a dare credito alle storie che ci circondano, alle quali spesso crediamo per pigrizia, altre volte per ignoranza, altre ancora per menefreghismo. Ma se il gioco del rendere ambigua e liquida la verità si sfilaccia (basta la parola “Parigi” senza spoilerare) tutto scivola, si sfalda e ci rimane in mano soltanto il dramma di un ragazzo (non è credibile la sua omosessualità, assolutamente non tratteggiata fino al dettaglio stereotipato di una canottiera attillata traforata...) che ha ucciso il padre. Un Pietro Maso. Qui c'è, forse (ma andrebbe vista la versione originale), tanto altro che però si confonde, si nasconde, si incastra nel sottofondo. Un sub che non è riuscito a risalire in superficie.

Spassoso, interattivo ma purtroppo con un sottofondo amaro è stato “Quintetto” con il danzatore e coreografo Marco Chenevier (direttore del festival T-Dans ad Aosta), intelligentissima riflessione sul nostro stato dell'arte ma anche sull'Italia in generale. Ancora una volta la danza per incontrare il grande pubblico si affida all'ironia, come spesso accade Quintetto (_D3C5121)-2-2.jpgin altre esperienze del settore: Roberto Castello, Abbondanza Bertoni, Silvia Gribaudi, Ambra Senatore, Marco D'Agostin. Lo spettacolo si chiama Quintetto ma uno solo è in scena, senza scene, senza tecnici, del suono o delle luci, gli altri componenti della compagnia lo hanno abbandonato perché il cachet era irrisorio ed avrebbero lavorato in forte rimessa. Un naufrago, praticamente, lasciato a piedi dai tagli alla cultura ministeriali. Il danzatore comincia a raccontarci quello che sarebbe stato, quello che sarebbe potuto essere però lancia anche l'idea di una rappresentazione condivisa; ormai sono qua, se qualcuno mi aiuta. Chiama due persone del pubblico per le luci, altre tre per le musiche, quattro per danzare con lui, uno per battere il tempo per le coreografie. Ma, al di là del divertimento (mentre Chevenier si traveste, è perfetto, da Rita Levi Montalcini, il cui istituto di ricerca aveva subito nel '08 minacce di chiusura), il danzatore ci dimostra come il dilettantismo, l'amatorialità e l'improvvisazione, in teatro, nell'arte e nella vita, porta a conseguenze, a disastri, a brutture, scempi. Se pensi a quanto costa un professionista, prova a pensare a quanto ti costerebbe un dilettante traslazione del celebre “Se pensi che l'istruzione sia costosa, prova l'ignoranza” vergata da Derek Bok, ex presidente di Harvard. Ricordate la signora, molto motivata e volenterosa, che in Spagna qualche anno fa volendo restaurare un'opera ottocentesca praticamente la distrusse? Ogni replica è diversa dalle altre proprio per la grandissima fetta di interattività con il pubblico che ha carta bianca su come improvvisare le scene, sulla scelta delle musiche. Ovviamente è una corsa verso il fallimento perché chi danza non è un danzatore, chi punta le luci non un è un light designer, chi mette le musiche non è un ingegnere del suono. Quindi il prodotto dal punto di vista artistico risulta debole e sfilacciato, deficitario, irrisolto pur con la buona volontà dei partecipanti; la piece sarebbe stata indegna se presentata in questo modo ad un pubblico che aveva pagato un biglietto: corpi senza armonia, luci a caso, musiche non coordinate con i movimenti. Ma dall'altro lato è anche un bell'esperimento di partecipazione condivisa, di come, rimboccandosi le mani si può riuscire, anche se non professionisti ma con sudore e lena, a far quadrare i progetti, a portarli a termine: teatro di denuncia ma anche di spirito battagliero. Andate a cercarvi altri lavori di Chenevier, soprattutto “Questo lavoro sull'Arancia”: vi spruzzerà negli occhi intelligenza e acume.

L'Umbria rimane uno scrigno di bellezze.

Tommaso Chimenti 02/09/2019

SAN MINIATO - Che cos’hanno in comune Leonardo Da Vinci e Michele Sinisi, senza che il rapporto risulti troppo blasfemo e con le dovute distanze? Da una parte il genio universale, dall’altra uno dei più fulgidi talenti del teatro italiano dall’altra uniti da quell’irriverenza di fondo che se nel primo caso risulta rivoluzionaria, nel secondo assume i contorni dell’esaltante. Senza mai risultare eccessivo né autoreferenziale.
Cinquecento anni dalla morte di Leonardo e mentre tutta Italia si prostra in innumerevoli festeggiamenti, spesso scontati e attesi (attendiamo il 2020 per il mezzo millennio dalla scomparsa di Raffaello), Michele Sinisi non abbandona il proprio occhio vivace e profondo né la propria scrittura contemporanea e spicca un volo altissimo che ci porta lontani e ci rappacifica con il concetto di omaggio. “Cenacolo 12+1” (produzione Dramma Popolare di San Miniato, Teatro di Roma e Elsinor) è invece una vivisezione anatomica eccentrica e frizzante dell’Ultima Cena.cenacolo1.jpg
Il regista pugliese, ex Minimo Teatro con Michele Santeramo, coadiuvato da Francesco Asselta alla drammaturgia e da Federico Biancalani alla scenografia (una delle cifre stilistiche riconoscibili degli ultimi lavori di Sinisi) fa propria la materia vinciana, la mastica, la assimila, la metabolizza e ce la restituisce facendola esplodere all’ennesima potenza, destrutturando il pensiero storiografico e pedagogico che sta dietro alla storia dell’affresco e del suo autore e costruendo uno spettacolo efficace e corroborante sia da un punto di vista intellettivo che estetico, che si serve di molteplici piani, musicale, coreografico e del linguaggio, per una resa di grande impatto duraturo, mentale e interiore: un teatro edibile, masticabile per tutti i pubblici, un teatro edificante, dalle fondamenta stabili.
Sinisi che, a differenza degli ultimi lavori come regista non vediamo mai in scena (ricordiamo “Miseria e Nobiltà”, “Sei personaggi”, “La masseria delle allodole”, “I Promessi Sposi”), non vuole raccontare ciò che già sappiamo su Leonardo, ma decide di fissarlo nel tempo, il suo e il nostro, attualissimo; non vuole raccontare ciò che già conosciamo sul Cenacolo, non si serve di immagini già viste o facili proiezioni ma costruisce la propria idea del capolavoro di Leonardo, il proprio Cenacolo 3.0 con una lettura contemporanea, pop, estrema e visionaria, capace di dare spazio alle tante interpretazioni; così come svariati sono gli sguardi che ci arrivano dal palco e che, sequenza cenacolo2.jpgdopo sequenza, come un’autopsia, entrano a sviscerare e zoomare, mettere sotto la lente d’ingrandimento in maniera caleidoscopica i diversi aspetti dell’opera, esaltandola, ampliandola, espandendola.
Il suo personale Cenacolo è strutturato in due direzioni che possono sembrare in netta contrapposizione e agli antipodi; la prima, la più grande ed eclatante, viaggia per sottrazione: ci toglie dallo sguardo l’opera che campeggia in alto sul fondale della scena, coperta da un telo (come fosse un cadavere da coprire o un pudore vergognoso) che ne mostra i contorni riconoscibili ma mai totalmente visibili, in manutenzione perenne, ma la immaginiamo tutto il tempo, desiderandola come provetti voyeur privi di imbarazzo. La seconda linea guida, abbagliante e cromaticamente vivace, si muove per addizione: 12 i personaggi, 12 i quadri, 12 i movimenti, 12 le riprese + 1 che si susseguono rivelandoci dettagli personali e storici che ruotano attorno all’affresco. C’è il professore saccente ed entusiastico, l’addetta in tailleur e cappellino fucsia che ci accompagna per tutto il percorso – un po’ hostess svampita un po’ sexy valletta da ring; ci sono gli studenti d’arte e le truppe napoleoniche, gli addetti alle pulizie e le monache, le puttane e i danzatori; c’è l’artista sulle nuvole che curerà il restauro e la sua manager esasperata, Donato da Montorfano e la sua Crocifissione all’ombra del famoso pasto.
Affascinante il ritmo dei movimenti iniziali, un impulso elettrico, enfatico ed energetico da flash mob, un’esplosività, narrativa e fisica. Tutti si muovono dentro e fuori il quadro in una struttura simmetrica e speculare, come davanti a uno specchio in un rimando cenacolo-vinciano-1.jpgcontinuo di azioni e reazioni. Simmetrie che ritroviamo anche nelle coreografie (parte molto incisiva e pregnante dell’intera pièce) che aprono e chiudono lo spettacolo attraverso una somma (un’altra) di movimenti significativi: gli attori/personaggi assumono la posa degli apostoli raffigurati e da lì prende vita l’intera finzione scenica (ci ha ricordato la pellicola “Una notte al museo” dove statue e animali imbalsamati prendono vita quando se ne vanno i visitatori), come se fosse l’idea del dipinto stesso a respirare, a dare voce, corpo e azione al teatro. La nuvola che racchiude la famosa cena, plumbea e minacciosa sopra gli attori, pare una cappa gravida e colma pronta a rompersi come un palloncino estivo, a scoppiare esondando, annaffiandoci di colori e senso, quelli che ha a disposizione la tavolozza di Sinisi.
L’autore cenacolo4.jpgmantiene il suo fidato cast (con l’aggiunta di qualche giovane interprete di cui sentiremo parlare) ormai rodato e vincente (su tutti Stefania Medri sprintosa e Stefano Braschi esperto condottiero), lasciando ai suoi interpreti solidi ampi margini di manovra e una libertà espressiva contagiosa e dinamica. Riesce così a dipingere il proprio affresco sfacciato e insolente, uno spettacolo complesso che pompa sangue e adrenalina nelle vene, spiazzante (come il finale), illuminato, cerebrale ma emotivamente coinvolgente, uno spettacolo totale costruito in un equilibrio perfetto tra corpo, parola, immagine e suono. Un terremoto emotivo per una platea abituata fino a due anni fa a drammaturgie molto lontane: l’effetto è tellurico, disarmante.

Giulia Focardi 23/07/2019

Foto: Donato Puccioni

Mercoledì, 17 Luglio 2019 11:45

Che mondo sarebbe senza l'attore?

FIRENZE – Che strano tipo è l'attore. Un tipo che diventa un topos. Se ne sta da solo, spesso, a raccontare vicende personali o fatti secolari a sconosciuti nascosti nel buio che, in un mondo dove tutto è già stato detto e visto, si aspettano sempre quel qualcosa in più, quel quid che scaldi i loro pensieri, la loro quotidianità, il loro domani annoiato.

C'è l'attore riflessivo e quello saggio, sagace, acuto,

c'è l'attore che ti mette in difficoltà e quello che ti accarezza Massimo-Popolizio-Grande.jpge liscia,

c'è l'attore gutturale, diaframmatico, flemmatico, esofageo, baritonale,

c'è l'attore affabulatore e quello fisico, muscolare,

c'è l'attore energico e quello energetico come Gatorade,

c'è l'attore diesel che si autoalimentaFrancesco Acquaroli.jpg e monta,

c'è l'attore one man show, il mattatore che uccide testo e compagni in scena,

c'è l'attore che cerca il corpo a corpo con la platea, la istiga, la fustiga, la aizza,

c'è l'attore che cerca conforto e chi il confronto,

c'è l'attore che brama l'applauso e il consenso ad ogni costo, e si sente ad ogni passaggio,

c'è l'attore insicuro e quello arrogante, che tiene testa,

c'è l'attore che ti guarda negli occhi e ti spoglia con le retine,

c'è l'attore che ti dice quello che ti aspetti che ti dica, e sei contento così,

c'è l'attore che ti ribalta le convinzioni, che ti mette in discussione,

c'è l'attore che rimette in circolo il pensiero consolidato e quello in cui credevi fermamente,

c'è l'attore che si fa amare, c'è quello che dice di amarti,

c'è l'attore che si fa ricordare nel tempo,

c'è l'attore che te lo porti dietro come amico, come santino, come protettore nella tasca,

c'è l'attore che usa i silenzi e quello logorroico che teme le pause,

c'è l'attore che pare essere lì per caso,

c'è l'attore Gifuni.jpgche ha mestiere e c'è quello che fa un mestiere, e si capisce subito la differenza,

c'è l'attore che ha una missione,

c'è l'attore che ha capito che ha una grande responsabilità,

c'è l'attore fintamente timido,

c'è l'attore nato per fare la spalla e quello nato per essere protagonista,

c'è l'attore che gli ribolle il mercurio vivo nelle vene,

c'è l'attore che non riesce a stare fermo, scosso da mille aghi elettrici,

c'è l'attore che brulica di brividi e riesce a passarli al pubblico,

c'è l'attore che ti fa sentire piccolo e indifeso, piccolo e sperso, piccolo e naufrago,

c'è l'attore che è Pifferaio magico e Guru e Mangiafoco,

c'è l'attore che gode al battimani finale e quelli, pochi per fortuna, che se ne escono di scena senza rientrare,

c'è l'attore convinto e quello convincente,

c'è l'attore che ti guarda, che guarda proprio te, che le sue parole le dice proprio a te e tu pensi di avere un feeling particolare perché le vostre pupille si sono incrociate un attimo e tu lo hai visto bene che ti guardava e lui, forse, invece, aveva un riflettore proprio puntato addosso ed era abbagliato e guardava nel vuoto,

c'è l'attore che si apre e ti racconta la sua vita anche se sta recitando l'Amleto,

c'è l'attore che ha bisogno di essere compreso e quello che vuol essere preso,

c'è l'attore dal quale vuoi onestà e quello al quale crederai incondizionatamente,

c'è l'attore che potrebbe raccontarti che all'Inferno c'è fresco e giuseppe-battiston.jpglo seguiresti,

c'è l'attore che se si presentasse alle elezioni lo voteresti senza guardare il partito che rappresenta,

c'è l'attore che vorresti invitare a cena,

c'è l'attore che vorresti come amico e poterlo chiamare di notte,

c'è l'attore dal quale ti senti rappresentato e nel quale ti identifichi,

c'è l'attore che vorresti come testimone di nozze e quello al quale non presenteresti mai la tua compagna,

c'è l'attore con il quale sarebbe bello andare a bere qualcosa una sera e ascoltarne tutti gli aneddoti.

Menomale che c'è l'attore, senza come Herlitzka.jpgfaremo?

Dovremmo solo ringraziarli, attori e ovviamente attrici, per quello che la maggior parte di noi non riesce ad essere né a fare: essere al centro dell'attenzione, avere qualcosa da dire e, addirittura, essere ascoltati.

Tommaso Chimenti 17/07/2019

FIRENZE – Si può riuscire a parlare di temi scottanti, attuali, moderni, profondi e pesanti come la depressione, il licenziamento, l'allontanamento dai figli, anche facendo, e molto, ridere e sorridere. Con una patina di risate si riesce ad andare più a fondo e a far sedimentare quel velo necessario, per comprendere meglio, per immedesimarsi, per calarsi nell'amara situazione di moltissime famiglie dei giorni nostri. Il Teatro di Rifredi sembra aver azzeccato ancora una volta questa formula, un altro cavallo di battaglia che ha il surplus di portare il teatro in spazi non convenzionali. Dopo le infinite stagioni, sempre sold out, de “L'ultimo harem”, con questo “Walking Therapie” siamo sicuri di essere davanti ad un altro crack, un nuovo possibile cult fiorentino, una nuova piece-cofanetto pieno di sorprese che non può far altro che migliorare, accrescersi esponenzialmente, alimentarsi. Secondo anno di questo esperimento che Giancarlo Mordini e Angelo Savelli videro ad Avignone2 LOW - Walking Thérapie-2.jpg (scritto dai belgi Nicolas Buysse, Fabrice Murgia, Fabio Zenoni) ed al quale hanno cambiato forma e connotati spostando l'azione dal camminare alla famigerata tramvia, croce e delizia dei fiorentini.

Due attori (si compenetrano Luca Avagliano e Gregory Eve), ma anche improvvisatori sempre con le antenne aperte sul reale, su tutto quello che gli si muove attorno e grandi perfomer, che si incastrano alla perfezione, fisicamente (uno alto e uno basso, uno magro e uno rotondo), ed emotivamente, sempre pronti ad usare quello che accade in maniera contingente per trasformarlo in gag, per usarlo ad uso e consumo di una narrazione-canovaccio ma che prende spunto e gioca ogni sera con gli incontri casuali e fortuiti che si materializzano sul cammino delle decine di persone con le cuffie che loro conducono, come Pifferai magici, dalla fermata di Rifredi a quella di Scandicci. Siamo, nell'accezione dello spettacolo, un gruppo di persone “che stanno male”, in terapia come suggerisce il titolo, intervenute “ad un seminario sull'accettazione del dolore”. Molti inglesismi, tanta cialtroneria, frasi fatte e condivisione, abbracci per non sentirsi soli, per “espellere lo stress”, gestire le nostre paure. L'equilibrio del gioco è la grande sint76-walking-thérapie-1.jpgonia tra le due figure, caratteri agli antipodi, tra il sicuro e serio guru e il suo aiutante-adepto che sta imparando le tecniche di convincimento e si sta risollevando (ma questo lo capiamo mano a mano che il racconto entra nel vivo) da una difficile e drammatica situazione personale che lo ha azzerato ed annientato.

Nelle cuffie (come nel recente spettacolo “Underground” del duo Cucolo/Bosetti al Napoli Teatro Festival; qui con più unione d'intenti tra conducente e platea in movimento) i due ci danno ordini e informazioni con i divertenti incastri di piccoli litigi sotterranei e lievemente impercettibili a contraddirsi, a non far emergere la verità, a camuffare il nostro percorso, fuori nella città e di consapevolezza dentro noi stessi. La parte più esilarante prende corpo nelle numerose fermate della tramvia e nel consueto saliscendi cittadino serale: partono canzoni nazional-popolari, Nicola Di Bari, Ivan Graziani, Eugenio Finardi, Renato Zero, e veniamo incitati (impossibile resistere a dar sfogo all'ugola sanremese che è dentro ognuno di noi) a cantare e lasciarci andare mentre gli altri passeggeri ci guardano stupiti e una cappa d'ilarità contagiosa si spande tra le sediole azzurre e grigie e la voce metallica che avverte della fermata successiva. Il dolore e l'infelicità, ovvero come combatterli, rimangono sullo sfondo, così come la depressione, malattia dei nostri tempi insoddisfatti; siamo naufraghi e cerchiamo 582833-thumb-full-720-2018_0714_walking_therapie_rifre.jpguna meta o un mentore che ci indichi la strada maestra partendo dal presupposto, qui in modo faceto e ilare, che “nessuno di noi sta bene” e che “tutti abbiamo un grumo di dolore”. Vero, verissimo. Forse ne ridiamo per esorcizzare questo triste assioma. Un giorno di dolore che uno ha, direbbe Ligabue.

Tra storielle, citazioni, filastrocche, rime, canzoncine, esercizi, prese di coscienza, formule di autoconvincimento arriviamo a Scandicci dove inizia (va leggermente asciugato) un altro spettacolo: ognuno segue i due “scienziati” alla ricerca della felicità e nella sperimentazione sul campo dell'analisi dell'infelicità altrui, studiando gli altri esseri umani che stanno bivaccando (non sono felici neanche loro, fingono serenità in famiglia) Walking_TheErapie_5_-_-MR.jpgtra cemento, asfalto, qualche gelato annoiato, bambini ululanti, palloni stanchi, le luci brutte dei neon. Il disagio che i due cercano di combattere e ostacolare è proprio quello del quale hanno sofferto: fragilità, timidezze, ansie, vergogne, imbarazzi, drammi esistenziali. Se Gregory Eve è il grande burattinaio che tesse e trama e muove come una pedina l'altro “dottore”, Luca Avagliano è un Caparezza (si lancia anche in un pezzo hip hop ben ritmato e orecchiabile) esondante, energetico, spumeggiante. Si può vedere e prendere “Walking Therapie” come uno spettacolo comico (lo è, e molto) ma senza dimenticare i grandi insegnamenti disseminati nel testo e tra le pieghe delle schermaglie tra i due. Uno spettacolo che non può far altro che decollare con nuove repliche.

Tommaso Chimenti 15/07/2019

CASTIGLIONCELLO – Il Castello Pasquini rimane sempre baluardo, sta imperioso sulla collina con i merli a creare ombre, a prendere il vento, con il dragone di rame sull'angolo a scandagliare il mare. La sera una grande proiezione illumina con scritte e logo il lato b della struttura finto medievale e dalla pineta la visione è estiva, festivaliera, frizzante e nostalgica insieme. Rimane nell'aria quella polvere di stelle di non-detto, ai margini di un bosco da favola dove perdersi tra rami e siepi, dove pungersi, dove diventare grandi. Il clima è sereno, e non parlo di quello meteorologico, l'atmosfera pacata: una delle più belle edizioni degli ultimi anni di “Inequilibrio” (ancora per la direzione della ditta Fumarola-Masi), più matura, con artisti consolidati, scelte curate, grande attenzione, molte proposte quotidiane, parole di senso. Le ore passano placide a Castiglioncello tra un tuffo dal cemento e una passeggiata lungo mare, tra le bancarelle di libri scontati, qualche pittore che tratteggia la sua tela, un gelato rischiaratore, le panchine che gettano l'occhio agli scogli, qualche vela che solca i riflessi al largo. C'è un'aria d'antan che non stona affatto, basta coglierla, accoglierla, respirarla nei passi attenuati, in questo andamento lento che ci spinge, assolati, qui dove tutto scorre uguale a se stesso, dove la sua ricchezza sta proprio in questo immobilismo che rassicura, che ristora, che conforta.Sarteanesi-Bosi-foto-di-Antonio-Ficai-8.jpg

Lentezza e stallo, cappa e indolenza che abbiamo riscontrato nel toccante “Bella Bestia” (prod. Officine della Cultura, sostegno di Armunia e Kilowatt) dove, fin dal titolo, si gioca ossimoricamente tra due caratteri che tentano di affossarsi a vicenda, già sprofondati nelle loro grame vicende personali senza trovare un appiglio per salvarsi, una mano alla quale aggrapparsi per tornare a boccheggiare in superficie. Due attrici (cariche, dense, riescono a toccare gli organi interni in un'altalena di up & down) che si incastrano alla perfezione, Francesca Sarteanesi, che fa della freddezza diretta uno stile che taglia a fette la scena, e Luisa Bosi, cinicamente tenace, pugnace che va dritta al punto. Donne con la d maiuscola. Dentro questo interno cupo, pare un inverno del nostro scontento, e ovattato in un cotone doloroso e dolorante, grondante miserie e recriminazioni, escluse, emarginate o autorecluse, l'ansia e il malessere la fanno da padrone autoalimentando le paure dell'una e la sfrontata verità schiaffata in faccia dell'altra.

Hanno talmente tanti timori che lì dentro, almeno lì dentro, loro sconfitta e unico recinto dove poter essere libere, possono sfogarsi per rimanere ancorate, senza possibilità di redenzione o vendetta o rilancio o reazione, alle se stesse che conoscono, nella sofferenza accertata, nel disagio conclamato, assediate da statue di dobermann (ad ogni buio aumentano, quasi fosse la sequenza di Fibonacci) che, impassibili, le guardano, non sapendo se sono lì per proteggerle oppure per non farle uscire dal loro guscio che magistralmente si sono costruite a forza di fango e silenzi, di attese e treni perduti. Da un lato un male depressivo a confronto, in contrasto con un male inequivocabile dettato da cartelle cliniche e radiografie: Sarteanesi-Bosi-foto-di-Antonio-Ficai-17-1200x800.jpgqual è il più forte, il più vero, il più compassionevole? Quale quello che realmente ha più diritto di cittadinanza e di espressione? I giochi dell'immedesimazione dell'una per esorcizzare scene e personaggi della vita dell'altra sono al tempo stesso spassosi e lancinanti. Due interpreti beckettiane (hanno abiti a fiori ma appassiti; ci ha ricordato i testi di Armando Pirozzi) con inserti reali di chat vocali esilaranti e ridicole che ci portano sul terreno di che cosa cerchiamo nelle nostre solitudini fatte di tastiere e di sesso come antidoto all'infelicità. Il comico del tragico, il dramma del sorriso inopportuno: “Io ho un tumore”, “Io invece ho una cena” si lanciano. Siamo tutti troppo tesi ad ascoltarci che non sentiamo più gli altri: “Non è una questione di tempo. E' una questione di tempo perso”. L'indifferenza disperata le ha frastornate, irrigidite, trasformate, colpite, inginocchiate; la triste e cruda verità sbattuta come uno schiaffo può essere antidoto o annientamento: la bestia, fintamente bella solo quando ti assuefai al suo morso, è sempre lì in agguato: teatro che scuote.

Se l'insoddisfazione prende alla gola come ossigeno che manca forse non è il caso di cambiare situazione o città o Stato ma proprio pianeta, anche se, nella maggior parte dei casi i guai continuano a (in)seguirci perché ce li portiamo dentro come ferite o cicatrici. ph-Francesco-Tassara-2436.jpgLa soluzione, fallace ed errata, potrebbe essere “Vieni su Marte” (prod. VQM, Gli Scarti, sostegno Officina Teatro, Kilowatt, Asini Bardasci, 20Chiavi, Mibact, Siae), un invito per cercare quel cambiamento che non è stato possibile affrontare nella nostra esistenza terrena e dove abbiamo finora fallito sul globo terracqueo forse sarà possibile centrare l'obbiettivo della conquista della felicità sopra un altro corpo celeste. L'idea, magistralmente teatralmente messa in scena dai Vico Quarto Mazzini (lontani dal non fortunato “Little Europa”), parte dal progetto reale di costruire una colonia permanente su Marte. Chi voleva poteva spedire un video di presentazione ed elencare le sue qualità, propensioni e ambizioni per essere scelti per andare a vivere e procreare sul pianeta rosso. Arrivarono oltre 200 mila candidature che intermezzano la narrazione dei VQM fatta di quadri tanto angoscianti quanto grotteschi, tanto divertenti quanto iperbolici, quadri dove Michele Altamura e Gabriele Paolocà, straordinari interpreti con grinta da vendere, dietro un velatino angosciante, si trasformano in psichiatra Vieni-su-marte-ph-Francesco-Tassara-2668-1160x773.jpgnapoletano e concreto e marziano dolcissimo, aulico e poetico “dipingendo stelle”, in due bifolchi razzisti, in un professore precario mandato ad insegnare ai figli dei muratori che stanno costruendo come forsennati case ed edifici per la colonizzazione di Marte. La voglia di fuga declinata in più sfaccettate versioni, uno spettacolo necessario per capirci meglio, per frugare la nostra paura della morte, per scovare il nostro germe che ci fa pensare al passato per migliorare il nostro futuro non riuscendo a vivere serenamente il presente con la costante spada di Damocle sul collo della fine, più o meno imminente: teatro di qualità.

E dopo la disperazione e l'insoddisfazione ecco l'incomprensione eclatante e abbagliante nel confronto genitori-figli che esplode in tutta la sua violenza nel “Padre nostro” (prod. Babilonia, Corte Ospitale, Operaestate Veneto) dei Babilonia Teatri andato in scena in mezzo agli scogli alle prime luci del giorno tra pozzanghere di lacrime create dal mare dove poter annegare, rocce appuntite Babilonia-Teatri-Inequilibrio-22-foto-di-Antonio-Ficai-15.jpgcome dialoghi incandescenti, scene tattili di corpi che si cercano, si tengono, si spingono, si scontrano senza incontro, si hanno, si mangiano, si mordono, si muovono come astronauti in punta di piedi su questo paesaggio lunare tagliente come fossero massi frastagliati lavici. Due adolescenti e un padre (anche Mario Perrotta si è soffermato sulla figura nel suo ultimo “In nome del padre”) duro, reazionario, urlante indicazioni e ordini e doveri e obblighi senza empatia, autoritario, dittatoriale, soldatesco, militaresco, manesco, contro (la madre grande assente, neanche nominata). Una visione del genitore maschio un po' datata, vecchio stampo quando oggi i padri sono dimessi, attenti al politicamente corretto, impantanati se dover dare un'educazione fatta anche di rifiuti e no decisi o dire sempre di sì. Cos'è rimasto del padre in tempi di inseminazione artificiale, di adozione da parte delle coppie dello stesso sesso, di uteri in affitto e di genitore 1 e genitore 2?

Stavolta i Babilonia, Enrico Castellani e Valeria Raimondi, non sono in scena: hanno scelto invece un padre con i suoi due figli, Maurizio, Olga e Zeno Babilonia-Teatri-Inequilibrio-22-foto-di-Antonio-Ficai-16.jpgBercini in un saliscendi di emozioni, una liturgia laica di carezze e mano pesante, di battesimo quasi ad annegare fino alla spoliazione da parte dei figli del padre che rimane come un verme sulla riva ormai depotenziato e fragile, annientato come uno straccio mentre Tom Waits gracchia e raschia. Un padre di quelli che non ce ne sono più, con sigaro, birra e fucile, una fotografia di qualche decennio e generazione fa dedito alle percosse e alle botte, condito con zero dialogo. I figli che uccidono, metaforicamente, il padre puntandogli addosso carabine giocattolo, vomitandogli addosso disprezzo e astio, vendetta e punizioni in una vera e propria esecuzione da Safari. E' un j'accuse arrabbiato, un processo, “Caro padre ti scrivo, così mi distraggo un po'”, una lettera d'addio, un funerale quando, ormai indebolito nel corpo e nella mente, gli mettono il pigiama d'ordinanza da ospizio e, forse perdonandolo nel passaggio di consegne, lo invitano a fare il grande balzo, un tuffo nel blu dipinto di blu, perché il dolore della perdita azzera il passato: teatro di forte impatto.

Infine non possiamo non citare un attore che ci ha mosso, spostato e sollecitato, Eugenio Mastrandrea, visto nelle vesti della nobildonna nella “Contessa tra i sessi” tratto da Palazzeschi in un ruolo pieno di charme e tensione in versione Conchita Wurst pasoliniana, che ci ha ricordato la lucidità e la consapevolezza di Luca Marinelli: una grande presenza scenica. Castiglioncello vale sempre, ancora, una messa.

Tommaso Chimenti 10/07/2019

Foto "Bella Bestia" e "Padre nostro": Antonio Ficai;
Foto "Vieni su Marte": Francesco Tassara

FIRENZE – “È ben difficile, in geografia come in morale, capire il mondo senza uscire di casa propria”. (Voltaire)
Che il teatro sia un viaggio è indubbio, che il teatro conduca in zone ancora non esplorate è assodato, che il teatro sia un mezzo per viaggiare con l'immaginazione, con il pensiero, con la fantasia è accertato. Ma ci sono delle occasioni nelle quali i due momenti, il teatro e il viaggio, si sommano, si danno manforte, diventano un'unica cosa. Stiamo parlando dei suggestivi e curiosi spettacoli teatrali messi in scena sui mezzi, automobili, tram, treni, pullman, autobus, furgoni, effettivamente viaggianti. Lo spettacolo stesso assume quel carattere particolare, quell'atmosfera di gita verso luoghi sconosciuti, questo andare fuori per le strade, per la conoscenza degli occhi, e questo andare dentro noi stessi, per la conoscenza della mente e della memoria: un viaggio a doppia dimensione che esplora lontano e 05-FURAMOBIL-600x405.jpgvicinissimo allo stesso tempo, che zooma la luna come l'anima, un cannocchiale con doppie lenti per ingrandire sia ciò che è distante sia quello che è troppo piccolo sotto il nostro sterno. Tanti sono gli esempi in questo senso partendo dai “Vagoni vaganti” di Andrea Kaemmerle che, all'interno di “Utopia del Buongusto”, la sua corposa e allegra rassegna estiva sul litorale tirrenico toscano, porta gli spettatori sulla funicolare di Montenero, a Livorno, facendoci credere, dopo poco diventa credibilissimo, di essere sulla mitica Transiberiana accompagnati da una guida del posto tra malinconie, nostalgie, vodka.

Pochi giorni fa abbiamo visto l'ultimo lavoro dei Cuocolo/Bosetti al Napoli Teatro Festival, “Underground” nel quale Roberta si faceva pifferaia magica e si portava dietro venti topolini-spettatori che, cuffie in testa, avevano prima camminato dai Quartieri Spagnoli per poi addentrarsi nel budello di 76-walking-thérapie-1.jpgscale mobili della metro scavata sotto la città di Pulcinella, entrando a Toledo e scendendo a Rio Alto mentre attorno gli altri, tanti, viaggiatori quotidiani della metro partenopea si chiedevano che cosa succedesse, chi eravamo e che esperimento si stesse compiendo proprio sotto i loro occhi, mentre noi, cuffie illuminate di blu alle orecchie, ci sentivamo guardati, osservati, ammirati, invidiati, e sentivamo il racconto, alternando autobiografia, la loro cifra stilistica, e fascinazioni che il luogo non-luogo emanava. Metropolitana anche per il grande burattinaio argentino Horacio Peralta che nella subway parigina, non appena arrivato nella capitale francese negli anni '80, faceva i suoi spettacoli, anche per via del tempo inclemente e del freddo della capitale francese fuori per strada, inventando e improvvisando personaggi presi dalla realtà, in quel grande calderone di umanità che passava lì sotto, bastava una tenda nera tra palo e palo e il sipario e i “camerini” prendevano forma.

Con Gli Omini invece, nel loro “Progetto T”, gli spettatori presero un treno regionale per raggiungere una località sull'Appennino pistoiese e da lì, i finestroni erano la platea, osservare le scene sulla banchina e ascoltare l'audio sparato dai megafoni, quelli che solitamente ci avvertono dei ritardi e blaterano “Ci scusiamo per il disagio” mentre sotto i tabelloni la gente bestemmia tutti i santi.Bus-Theatre-1-960x675.jpg

Lo scorso anno a “Trasparenze”, il festival modenese ideato dal Teatro dei Venti di Stefano Tè, andò in scena un vero e proprio trasbordo di clandestini nella performance “El viatge de la vergonya” dei catalani Nafrat Collectif dove i migranti percossi, spinti, prostrati, accatastati, ammassati, sballottati come merce eravamo proprio noi del pubblico che in quel momento, dietro il cassone del furgone ci siamo immediatamente resi conto, solamente per un'ora, dei patimenti, del dramma e delle sofferenze subite realmente, per giorni, per mesi, per anni, da chi compie questi viaggi della speranza, dell'illusione.

Una ventina d'anni fa invece al “VolterraTeatro” la Fura dels Baus (quando era ancora la Fura storica che non strizzava l'occhio al mainstream e non era pseudoprovocatoria e fintamente scioccante come adesso) aveva creato una serie di ingranaggi postindustriali chiamato “Furamobil”, una sorta medea-2-2-1-990x660.jpgdi scheletro di autobus a due piani con varie postazioni dove persone scelte da guardiani bondage di catene e pelle, tra il pubblico sottostante adorante e urlante, faticavano con braccia e gambe per spingere, come in una simil mega dinamo (più fai forza e più la macchina si muove), il carrozzone mentre, al contempo, sparavano sui malcapitati sotto farina, acqua, chicchi di frumento, piume di gallina, in un impasto che tutto appiccicava e sporcava: la metafora tra chi sta sopra e governa il Sistema e chi dal basso non può salire sul carro del vincitore e può solo agognare, seguire con la lingua fuori, sperare un giorno di essere chiamato per montare su e “sparare” sui deboli della quale schiera non fa più parte.

Amerika” di Kafka si presta molto a questa idea del viaggio costretto e coatto, forzato. Infatti, nel tempo, abbiamo ritrovato nella memoria ben due messinscena-deportazioni: quella di Giorgio Barberio Corsetti ad inizio anni 2000 inscenata sopra un treno in direzione Bovisa e quella, della quale fui, purtroppo e mio malgrado, partecipe e testimone, di Claudio Ascoli e dei suoi Chille de la Balanza. PD_36_File_001-copia.jpgQui, una volta terminata la prima parte teatrale indoor frontale, il pubblico, senza nessuna costrizione, veniva invitato a salire su un autobus per continuare il “viaggio” dello spettacolo mischiati tra gli attori della compagnia che continuano a vestire i panni dei ruoli della drammaturgia. Un autobus di linea della compagnia del trasporto pubblico fiorentino che sfreccia per i viali di circonvallazione della città di Dante senza alcuna fermata, senza sosta, e gira e gira e sterza e curva e continua ad andare fin quando qualcuno, dopo essere passati per svariate volte, come un Gran Premio di Formula Uno, dagli stessi punti, ed essendosi fatta un'ora un po' tarda nella notte fiorentina estiva, non comincia a protestare e a chiedere spiegazioni e il perché di questo viaggio senza fine, senza meta. Vicino all'ex tribunale, dietro Palazzo Vecchio, veniamo fatti scendere e il bus riparte a tutta velocità tornando a Campo di Marte dove ha sede l'ex manicomio che ospitò anche Dino Campana. La distanza tra Piazza della Signoria e San Salvi è pari a circa tre chilometri. E' tardi e, anche se è estate, la temperatura sta scendendo, ci sentiamo abbandonati, i taxi sono tutti affollati dalle modelle di Pitti, la Polizia che qualcuno ha provveduto a chiamare non può far niente perché il viaggio è stato volontario e non imposto. Ci sono bambini che piangono, un anziano si sente male perché gli mancano delle medicine che avrebbe dovuto prendere ad un determinato orario. Qualcuno riesce ad arrivare a San Salvi e trova Ascoli piazzato su una seggiolina in mezzo alla piazzetta pronto e preparato a ricevere gli insulti (parole sue) che gli pioveranno, giustamente, addosso come grandine. Quando si scherza sulla pelle del pubblico, quando si prende troppo sul serio il teatro che dovrebbe essere finzione.

Intenso fu il “Medea in tangenziale” (gira ancora, cercatelo) del Teatro dei Borgia con Elena Cotugno che si trasforma in una prostituta che racconta, con accento dell'Est, il suo dramma, la sua miseria, quella di essere stata condotta in Italia per prostituirsi, sfruttata da clan che minacciano la sua famiglia in patria, venduta al miglior offerente, svenduta ogni sera in strada, ai bordi (bordelli) di periferia. Pochi spettatori e lei dietro un furgone scassato, tutti insieme a sentire la strada sotto gli ammortizzatori sfondati fin quando passiamo e ci fermiamo proprio in una zona dove è attivo il mercato del sesso; lì, teatro e verità, finzione e realtà esplodono e si moltiplicano in un cortocircuito che fa male.

Ancora un tragitto in autobus con la mitica, e ancora ricordata e citata, fenomenale “Tempesta” shakespeariana ideata da Giancarlo Cauteruccio e dai suoi Krypton, era il 2001, mentre è di trent'anni fa, data famigerata del 1989, l'esperienza della rassegna Micro/Macro organizzata dal Teatro delle Briciole con tre spettacoli creati appositamente per tre linee ferroviarie, la Reggio Emilia-Guastalla, la Reggio-Ciano Progetto-T-Associazione-Teatrale-Pistoiese-Gli-Omini-2-foto-Duccio-Burberi.jpgd'Enza e la Reggio-Scandiano; gli spettacoli erano “I miracoli” proprio delle Briciole, “The last train to St. Ann” del Gsa di Fontemaggiore e “L'étrange Mr. Knight” del Theatre de la Mandragore.

Ancora il treno come scenografia in “Donne in guerra” del Teatro Cargo a Genova, per la regia e scrittura di Laura Sicignano, per ripercorrere la storia in un viaggio che riporta il pubblico indietro nella memoria: sono gli anni della seconda guerra mondiale. I binari di una ferrovia a scartamento ridotto: sul treno si ascoltano voci femminili che ricordano un’esistenza segnata da dolore, lutti, sacrifici, disperazione e fame. Spettacolo viaggiante, si chiamava una volta. La partenza dalla stazione Manin, poi verso i boschi delle valli Bisagno, Polcevera e Scrivia. Una linea di 24 chilometri che porta fino a Casella per rivivere sei racconti al femminile; sei storie di donne che incrociano le loro vite segnate in un’Italia del 1944.

A Firenze la tramvia, siamo alla seconda linea cittadina, doveva risolvere i problemi del traffico. Da una parte ha bloccato tutta la città con i lavori in corso per anni per costruirla e rimpicciolito le strade, dall'altra parte sembra sia un servizio utile per tutte quelle persone senza auto, anziani, studenti, immigrati, che prima prendevano l'autobus (i bus comunque circolano ancora). Il Teatro di Rifredi, per il secondo anno consecutivo, ha trasposto lo spettacolo “Walking Therapy” con Gregory Eve e Luca Avagliano sopra appunto la tramvia che i due direttori uomo-cammina-roma.jpgartistici, Giancarlo Mordini e Angelo Savelli, avevano visto ad Avignone itinerante in forma di passeggiata. Gli spettatori, con le cuffie d'ordinanza, 50 a sera, vedranno il paesaggio e il panorama attorno a loro cambiato e camuffato dalle descrizioni del loro Cicerone ex paziente psichiatrico guarito che però, nel corso di questa camminata ha subito una involuzione, un blackout che genera sconnessione dalla realtà e inevitabile ironia.

Una macchina per gli Ilinx con la loro “Machine” nella quale aiutanti cialtroni di Satana hanno infilato cinque persone, vive, per condurle nell'Aldilà, rapiti per essere portati nel luogo dove avverrà lo scambio, aspettando un Godot che, ovviamente, non arriverà con quel mix di leggera paura, sbigottimento, divertimento.

Altre macchine, più d'una in questo caso, per “Teduccio on the road” performance presente all'ultimo Napoli Teatro Festival e ideato dal gruppo Nest a cui fanno riferimento Adriano Pantaleo, Giuseppe Miale di Mauro e Francesco Di Leva. Un viaggio itinerante con le auto che vanno a prendere gli spettatori fino a casa per fare con loro il tragitto fino al Teatro Nest ed è proprio all'interno di questo lasso di tempo che si svolge lo spettacolo. In ogni macchina va in scena un celebre film appunto on the road con un happening finale comune nel cortile. 8 auto e un furgoncino per 27 spettatori ad ogni turno viaggiano dalle loro case fino a San Giovanni a Teduccio, ogni veicolo affronta un adattamento di un film diverso: Furore, The Big Kauna, Blues Brothers, Paura e delirio a Las Vegas tra gli altri. Lo spettacolo viene fatto tutto in auto e lungo il percorso ogni film/auto ha delle fermate in alcuni luoghi dove si svolgono delle scene per poi approdare tutti al Nest.

Ancora binari con Mimmo Borrelli che qualche anno fa ha messo in scena “S.E.P.S.A.” in partenza dalla stazione Cumana di Torregaveta che collega la Costa Flegrea a Napoli, il racconto teatrale della tragica morte di Petru Birladeandu e delle piccole Violetta e Cristina Ebrehmovich. L'acronimo significava “Spettatori all’Esequie di Passeggeri Senz’Anima”e ripercorreva due fatti tragici, messo in scena su due vagoni, per trenta spettatori alla volta. Gli “Spettatori all’Esequie di Passeggeri Senza Anima”, erano “testimoni oculari inermi e silenti che hanno scavalcato le urla imploranti d’aiuto per l’indifferenza dettata dalla paura di poter essere uccisi anche loro in un niente, per niente”.

Se il mezzo di locomozione poi non è in movimento la lista si fa ancora più lunga: per la bicicletta abbiamo scelto Emanuele Arrigazzi che in “Tempi maturi”, bellissima metafora tra la vita, i pedali e il lavoro dell'attore, pedala incessantemente sui rulli da pistard per un'ora consecutiva (se si fermasse cadrebbe), recitando e pestando come se davanti avesse il record dell'ora da abbattere, o ancora ricordiamo “Lisboa” di Pontedera Teatro che da diversi anni solca le strade con undici biciclette nere, (tutte donne al comando) omaggiando il poeta Fernando Pessoa, “creando file, schiere, girotondi e cadute che attraversano e coinvolgono gli spettatori e passanti, proiettandoli in un’epoca senza tempo”.

Se vogliamo rimanere seduti dentro una roulotte lo spettacolo culto fu sicuramente “Caravankermesse”, prodotto da Isole Comprese Teatro del compianto Alessandro Fantechi, dove, per pochi spettacoli alla volta all'interno ci narravano dell'amore tra un circense (David Batignani) e una trapezista (Natascia Curci) e fuori, sopra, tra oblò e cielo, si sentiva proprio l'acrobata compiere le sue evoluzioni fino al finale scioccante che, dopo tanti sorrisi teneri e risate dolci, spiazzava, coglieva impreparati, lasciava di stucco: un piccolo capolavoro.

Fermi dentro ad autobus abbiamo assistito ai piccoli emozionanti caroselli dei Teatri Mobili, un bus e un camion allestiti a teatri, che ospitano al loro interno spettacoli unici e senza parole per un massimo di 35 spettatori alla volta. Al loro interno si esibiscono Compagnia Girovago e Rondella e la Compagnia Dromosofista. Qui abbiamo visto “Manoviva” dove vanno in scena soltanto le mani e i due protagonisti sono Manin e Manon, mani giocoliere, musiciste, mangiafuoco, funambole. Recentemente al Napoli Teatro Festival abbiamo incrociato il “Bus Theatre”, autobus a due piani dove, accompagnati da un novello Caronte (la figura ritorna), gli spettatori (15 per replica sommati ai 5 performer un po' troppi per i 35 gradi di Napoli a giugno e due ventilatori non bastavano) assistevano a “Vita, morte e oracoli” con vari step passando da un'anziana signora scorbutica-puppet, un illusionista-prestigiatore, letture di tarocchi e suonatrici di violino.

Se poi 29661474607_548e0fa649_h.jpgsono i piedi ad essere protagonisti ci viene alla mente il bel viaggio che un gruppo misto di attori, francesi e italiani, provenienti dal Teatro Metastasio di Prato e dal Theatre Ecole d'Aquitaine, hanno intrapreso nel 2013 per un mese a cavallo di maggio e giugno tra Toscana, da Prato, percorrendo la Via Francigena, Lucca, San Miniato, Gambassi, Certaldo, San Gimignano, Colle Val d'Elsa, Monteriggioni, Siena, San Quirico, Radicofani, fino a Livorno e successivamente la Corsica e da lì in Francia nella regione della Lot-et-Garonne. Si trattava di un vero e proprio spettacolo in viaggio dove nella prima parte della giornata si camminava, recitando e provando la parte che la sera, in piazza o su un palcoscenico di un teatro, sarebbe andata in scena in una sorta di dimostrazioni pubbliche di lavoro. Simone Pacini, che si è fatto eroicamente tutto il cammino, ne ha tratto un interessantissimo libro “Il teatro sulla Francigena” con foto, testi, racconti, suggestioni di un'esperienza irripetibile.

Si può anche fare, e vedere, teatro in barca, che siano piccole imbarcazioni oppure con alberi e vele. Sotto l'Arno, e i suoi ponti, ogni estate il gruppo teatrale Zauberteatro organizza spettacoli sulle vecchie barche dei renaioli spinte non da remi ma da un palo che cerca il fondo per poi spingere il natante. Qui abbiamo visto Massimo Grigò interpretare Galileo o Carlo Monni declamare Dante ma anche, e soprattutto, il bel testo di Manuela Critelli “Come in America” con interpreti d'eccezione come Fabio Mascagni e Silvia Guidi nei panni di una coppia di neosposi travolti dalla furia dell'alluvione del '66. Altra esperienza segnante di teatro marittimo è quella della compagnia Cajka, capitanati dal regista-skipper Francesco Origo, che hanno ideato i Teatridimare con venti anni alle spalle di mare e di palco, miscelati insieme, nel Mediterraneo. La ciurma (sono tutti attori-marinai) arriva nel porto e il suo palcoscenico diventa il ponte della barca mentre gli spettatori stanno sulla banchina. Ma, e sono stato testimone, hanno recitato anche all'interno di una stiva attraccati dentro una grande nave nel porto di Fredrikstad in Norvegia. Adesso stanno veleggiando verso la Grecia.

 

Infine siamo stati protagonisti anche del teatro (più un'esperienza, una performance fatta dagli stessi spettatori con una sola mappa come indicazione) in carrozzina, in sedia a rotelle. Si è trattato di “Missione Roosevelt” dei folli Tony Clifton Circus (vista, fatta in uno “Short Theatre” di qualche anno fa) dove un manipolo di spettatori messi su due ruote, senza mai dover scendere con i piedi a terra, avrebbero dovuto toccare vari punti intorno al Teatro India, attraversare un viale, salire e scendere da marciapiedi, districarsi tra macchine parcheggiate che ostacolavano il passaggio, andare in discesa, entrare in un supermercato, per capire le difficoltà quotidiane di chi lì sopra è costretto a stare: “un’esperienza urbanistica, una performance partecipata in cui il pubblico si trasforma in un piccolo plotone, una gioiosa macchina da guerra”.

“Le radici sono importanti, nella vita di un uomo, ma noi uomini abbiamo le gambe, non le radici, e le gambe sono fatte per andare altrove”. (Pino Cacucci)

Tommaso Chimenti 21/06/2019

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