Questo sito utilizza cookie per migliorare la tua esperienza di navigazione e rispetta la tua privacy in ottemperanza al Regolamento UE 2016/679 (GDPR)

                                                                                                             

Venerdì, 24 Gennaio 2020 14:55

"Rusina": storia di donne calabresi di tempra

ROMA – Negli ultimi decenni c'è stata una riscoperta delle lingue del Sud Italia. Non chiamiamole semplicemente dialetti. Il Napoletano da Eduardo e Scarpetta passando per Ruccello e recentemente Mimmo Borrelli, il Siciliano con Emma Dante, Scimone e Sframeli, Vincenzo Pirrotta, Rosario Palazzolo e Davide Enia. Mancava all'appello la Calabria. Grazie a Primavera dei Teatri, festival ventennale di Castrovillari, da una parte, che ha fatto fiorire una generazione in loco, ed ai Krypton dei Fratelli Cauteruccio, cosentini ma di base a Firenze (memorabile il loro “Finale di partita” tradotto), molti artisti calabresi sono saliti alla ribalta e ci hanno mostrato questa lingua affascinante e misteriosa, appuntita e acuminata, difficile e incantatrice: ecco appunto Scena Verticale, Angelo Colosimo, Rosario Mastrota, Ernesto Orrico. Ecco che in questo elenco spunta anche Rossella Pugliese, tosta e intensa interprete, oltre che autrice, del monologo “Rusina” (prod. Teatro Segreto e Deneb) dove alla dolcezza 960X960.jpgdell'argomento trattato, sua nonna, fanno da contraltare le sue parole acide, sanguigne, acute, quasi acerbe. Ci vuole un po' per entrare dentro le parole ruvide del suo mondo, quel mondo che la Pugliese riesce a tratteggiare e delineare nel passaggio-sdoppiamento autobiografico con l'ava in un cortocircuito nel quale Rossella presta corpo e voce all'anziana parente e interloquisce, nella finzione scenica, con la se stessa bambina. Certamente non è una lingua che al primo ascolto ti accoglie, non ti coccola, non è melliflua né accomodante, ma anzi è diretta, colpisce sfrontata senza carezze inutili.

Un inciso: “Rusina” è andato in scena all'interno della rassegna “Lo spazio del racconto” al Teatro Brancaccino, il ridotto del Brancaccio. Qui, da ottobre a maggio, si alterneranno ben ventuno spettacoli per una proposta di monologhi o per due attori, che vede nomi importanti come Ninni Bruschetta o Anna Della Rosa, Galatea Ranzi, Rossana Casale.

La DSF7528.jpgPugliese (vista ultimamente nell'“Edipo a Colono” per la regia di Tuminas e in “Patrizio vs Oliva” affiancando il grande ex campione di boxe in scena) ci apre le porte della sua memoria in una confessione che trova nella struttura che l'accompagna un altro personaggio, flessibile e alchemicamente malleabile, che con pochi tocchi e aggiustamenti dona, insieme all'uso sapiente delle luci (di Nadia Baldi), nuove atmosfere e situazioni ai quadri affrontati. E' una sorta di teca dove l'attrice si appoggia, si arrampica plastica circense, quasi cabina telefonica londinese dalla quale far uscire, come in uno show di burlesque, sinuosamente ed eroticamente le gambe, diventa armadio delle meraviglie (ricorda quello della pellicola “Le Cronache di Narnia”) e sipario di marionette, porta, casa e finestra, mansarda, cella, adesso tirando fuori la testa alla maniera di Antonio Rezza, ora è televisione dove poter guardare le storie patinate di “Beautiful”, diventa bagno e spogliatoio, alcova fino ad impersonare suo marito e ballarci insieme volteggiando. E la lingua ora si fa musica, con inserti ilari, adesso è baionetta tragica e battaglia, ora è armonia ora è un corpo a corpo senza esclusione di colpi, senza fare prigionieri: qui le parole sono materia e carne, fortemente legate a doppio filo alla realtà, alle cose, parole concrete, consistenti, dense, sillabe solide, compatte, resistenti, robuste, inscalfibili, pesanti.RUSINA7.jpg

Ci racconta una famiglia del Sud di quelle matriarcali, i valori saldi, quel Piccolo Mondo antico arcaico che non c'è più, vite dure, difficoltose. Ed anche la RUSINA88.jpgsomiglianza, con l'uso del trucco, in qualche modo a Frida Kahlo, metaforicamente ci porta verso quelle figure, certamente lontane dal poter essere considerate “femministe”, che però hanno lottato perché le loro esistenze non fossero schiacciate dalle consuetudini, dalla famiglia di provenienza, dai maschi, dalla religione: una lotta continua, strenua, senza mai poter abbassare la guardia, sfiancante. Donne che hanno combattuto per quel briciolo di libertà che si sono faticosamente ritagliate. Già dal nome, non Rosa che sa di candido e delicato ma “Rusina” (spettacolo vincitore di “Martelive” e selezionato per il prossimo Torino Fringe) che gratta sul palato come un coltello arrugginito, che graffia, che stride, che punge onomatopeico. “Rusina” è il passaggio, naturale e familiare, di testimone tra una nonna che ci lascia e se ne va, e una nipote che parte dalla Calabria per inseguire i suoi sogni: in definitiva Rossella è il prolungamento di Rusina e in questo spettacolo vivono e convivono insieme.

Tommaso Chimenti 24/01/2020

TORINO – Nel 2018 le donne vittime di femminicidio in Italia sono state 142 (dati Eures). Dal 2000 ad oggi, in questi venti anni, oltre 3200: un massacro, una strage, un'ecatombe, un disastro, un martirio, un attentato. Non va certo meglio in Europa: nel 2016 l'Italia registrava un tasso di omicidi con donne vittime pari a 0.5 ogni 100.000 persone. Uno dei livelli più bassi, e non è che ci sia da festeggiare, un amaro primato: la GB arrivava a 0.9, la Francia a 1, la Germania a 1.1. Non c'è da gioire. La cronaca, ogni giorno, ci riporta alla cruda realtà, come uno schiaffo, da Nord a Sud, tocca tutti i ceti sociali. E' per questo che il tema, spinoso e scivoloso (si può cadere nel banale come nel cronachistico) va affrontato con delicatezza. In “Scene di violenza coniugale” (prod. Teatro Stabile di Torino, Teatro di Dioniso, Pav) molte inesattezze, dimenticanze, superficialità hanno intaccato la visione, indebolito l'argomento, non centrato il focus. Mancanze a partire dal testo di Gerard Watkins (traduzione di Monica Capuani) attore e drammaturgo inglese naturalizzato francese. Tanti i dubbi e le incertezze che abbiamo incontrato. A partire dal titolo: quel “coniugale” 3_SCENE_Malanchino_Troisi_Serra_Corradino_Cipolletta_ph_Manuela_Giusto-800x540.jpgvisto che le due coppie in questione, una di giovani scalcinati (ventenni?), l'altra di adulti (quarantenni?) non sono sposate. Scricchiolamenti, fraintendimenti.

Siamo a pochi passi dal Teatro Carignano, aspettiamo fuori da un elegante portone di un elegante palazzo nel centro elegante di Torino: vengono a prenderci come invitati ad un ballo, ad una festa, ad un ricevimento. La sala (solo per quaranta spettatori alla volta) sembra essere fuori rotta rispetto alle parole del testo che ci porta nel 14esimo arrondissement (a proposito, la traduzione poteva cercare una trasposizione in una metropoli non meglio identificata del nostro Paese, dire “siamo nel quattordicesimo” confonde, allontana), una sala formale di stucchi dorati, specchi, Scene-di-violenza-coniugale-modus-verona.pngcaminetti e parquet: sembra di stare alla corte di Luigi XIV e non in un appartamento e per giunta di periferia. Già la location spiazza, destabilizza, non trova appigli né corrispondenze, lascia sospesi, interdetti.

Non abbiamo neanche capito perché la regista (Elena Serra) ci accompagni uno ad uno a dei posti da lei assegnati (facendosi personaggio), cercando il migliore per ogni persona del pubblico, come se questo avesse un fine cosa che poi, con lo scorrimento della piece, notiamo e comprendiamo che non ne ha alcuno. Perché questa pantomima, che necessariamente avrebbe dovuto implicare una conseguenza un effetto di tale scelta? Misteri.

I quattro attori (Roberto Corradino esperto, Clio Cipolletta interessante nel suo fare ansiogeno, Aron Tewelde combattivo, Annamaria Troisi accurata, bravi ed impegnati ma dai decibel troppo forzati, sempre sopra le righe, dalla recitazione eccessiva, affettata ed esagerata se non proprio esasperata anche quando non servirebbe) dialogano cercando una sponda nel pubblico, raccontando alla platea, occhi negli occhi, ed anche questo fa uscire dal pathos del momento, toglie dall'immersione dello spettatore dentro la storia che si sta sviluppando sul palco: appare una recita, qualcosa che sa di finzione, di replica, l'hic e il nunc si perdono tra sguardi complici, alla ricerca di una relazione visiva che fa perdere potenza alle parole dette; in qualche modo “ci si crede” meno, si esce dal patto sottaciuto e intimo tra attori e pubblico. SCENEDIVIOLENZA1.jpgInteressante è il ping pong emotivo tra le due coppie che, nella stessa stanza, con entrate ed uscite angoscianti (il crash in audio tra una scena e l'altra è didascalico), si intescambiano vivendo situazioni simili in ambiti spaziali e temporali differenti.

Altro misunderstanding è l'incrocio tra le due coppie, la malandata e scalcagnata giovane e la borghese matura, che visitano lo stesso appartamento, gigantesco ma periferico appunto, incontrandosi e proponendo entrambi, quindi punto di scontro e frizione tra le due fazioni, la documentazione per accaparrarselo. Ulteriore cortocircuito è il fatto che la casa da affittare possa essere motivo di contesa sia di uno spacciatore-malavitoso di borgata, vestito malandato con una tuta da ginnastica, che di un fotografo-imprenditore, si cambia più volte d'abito con camicie alla moda, elemento che ci fa capire che ha disponibilità economiche. Ma non è tutto: le due coppie si incontrano nell'unione delle ascisse di tempo e spazio, nello stesso luogo fisico, con la regista che, dopo aver accompagnato gli spettatori alla loro seduta diventa agente immobiliare, senza che questo momento, che appare centrale e cardine per lo sviluppo della narrazione successiva, abbia alcuna conseguenza, non muti assolutamente alcuna vicenda o azione nella seconda parte. Ogni oggetto, ogni azione proposta in ogni quadro dovrebbe avere, a cascata, delle ripercussioni all'interno della scena stessa altrimenti sono inutili e fuorviano lo spettatore verso elementi futili e superflui. Ed ancora un perché: perché la nostra Caronte o Virgilio, la regista che diviene anche agente immobiliare, si presenta con una piccola pancia da donna incinta di qualche mese, senza che questo elemento, anch'esso visivamente molto potente, perché implica altre riflessioni, porti alcun stravolgimento, nessuna idea, nessun risvolto? Scene messe lì, che se ne vanno come sono arrivate, come parentesi senza alcun nesso o senso pregnante.

La SCENEDIVIOLENZA2.jpgquestione più antipatica invece deriva proprio dalla drammaturgia comunque caotica e confusionaria: sembra che Watkins non abbia molto rispetto per la figura femminile da una parte e dall'altra quasi giustifichi certi atteggiamenti deviati maschili. Tratteggia la donna della coppia più esperta come una instabile, con due figli da altrettanti uomini (bambini che non vivono sotto il suo stesso tetto), sempre alterata e fuori misura mentre, all'interno della coppia più giovane, disegna il ragazzo come un “drogato” quindi come se lo scusasse e lo discolpasse delle sue azioni perché, appunto, alterato dall'uso di sostanze e psicotico: la violenza diventa posticcia, manierata.

Questi sono casi limite, certamente non riesce a fotografare la realtà, la “normalità” delle violenze domestiche subite da migliaia di donne quotidianamente. Tutto questo fino alla confessione finale, al messaggio conclusivo delle due donne (vengono fuori altri elementi come un “ferro da calza infilato in un orecchio” e degli “scarafaggi”: cosa c'entra buttare sul piatto altri cip lanciati senza analisi?) che sa molto di ramanzina, di rimprovero, di sgridata. Fintamente emotivo, tanto che risulta freddo e asettico. E' la deriva del teatro “civile”: non basta parlare di argomenti toccanti per riuscire a toccare gli spettatori e le loro menti, non basta parlare di femminicidio per fare un buon servizio alla società; a teatro ci vuole altro.

Tommaso Chimenti 22/01/2020

Foto: Manuela Giusto e Ruggero Lerda

NAPOLI - La lingua di Annibale Ruccello è materica, attuale, viva. È un napoletano essenziale che affonda un piede nella tradizione di Scarpetta e di Eduardo per poi superarla, spiccare il volo in avanti verso una contemporaneità vivida e pulsante e farsi presente, il nostro presente, quartiere, basso e popolo. È una lingua che gratta, aspra e ruvida, ma che, al tempo stesso, accarezza e addomestica, ci alliscia e ci prepara all’inevitabile turbamento e alla riflessione. È una lingua che va a creare immagini sulla scena, così come ci ha dato dimostrazione la regista Nadia Baldi che ha raccolto l’opera più celebre di Ruccello, “Ferdinando”, rispettandone questo fermento, linguistico e fisico, e rendendone una personale visione onirica, mferdinando1.jpgetaforica e dal grande ritmo (prod. Teatro Segreto; è stato in scena al Ridotto del Teatro Bellini fino al 5 gennaio).
Quattro attori, quattro personaggi, quattro quadri, quattro precisi momenti temporali scandiscono la messa in scena che si svolge tutta nell’arco del 1870, dentro le mura di una villa in cui vivono la baronessa Donna Clotilde e sua cugina Donna Gesualda. Due donne chiuse tra le mura di una casa e tra le mura della propria condizione esistenziale: la prima è ipocondriaca, bloccata in una infermità più d’animo che fisica, riluttante la modernità che avanza dopo la deposizione dei Borboni, la nuova situazione politica, il re sabaudo e la lingua italiana; la seconda è zitella, costretta a accudire e sorvegliare la nobile allettata per sentirsi riconosciuto un minimo spazio nel mondo, dipendente da una relazione torbida con l’unico uomo che frequenta la casa, il parroco Don Catellino. A destabilizzare gli statici equilibri interiori ed esterni dei tre sarà l’improvviso arrivo di Ferdinando, presunto lontano nipote della baronessa, rimasto orfano e solo.

L’opera di Ruccello è un inno all’ambivalenza, al senso di smarrimento proprio di un’epoca di passaggio com’era quella in cui viene ambientata la storia, dove il Regno delleferdinando3.jpg Due Sicilie lascia il posto al regno di un’Italia ancora sconosciuta, che spaventa e a una classe sociale ancora silente ma in crescita, la borghesia (una borghesia arrampicatrice che Ferdinando impersona perfettamente). C’è un fermento che ribolle ed è pronto ad esplodere e a sotterrare le ceneri di una società passata, arroccata sulla nobiltà e su un dialetto chiuso, arcaico, quasi gutturale e caricaturale.
Nadia Baldi dipinge un affresco dal ritmo incalzante e crescente che, se nel primo atto, gode di un clima comico, quasi grottesco, e di un tempo circolare come la nenia silenziosa delle preghiere di Gesualda, nel secondo atto muta in maniera netta verso il drammatico destino dei quattro, l’atmosfera si fa aspra, dolorosa e, nonostante l’apparente apertura e il cambiamento emotivo dei personaggi, diventa ancora più claustrofobica. Le figure si trasformano, nei pensieri, nei sentimenti ma anche nelle stesse sembianze, grazie a un meticoloso lavoro degli attori sui corpi (possiamo parlare di drammaturgia dei corpi) e sulle anime dei protagonisti. Quest’ultimi ricalcano la natura del momento ferdinando4.jpgstorico e la enfatizzano con un gioco di contrasti evidente sia nella dinamica delle coppie che all’interno dei singoli. Cambiano i ritmi che regolano i ruoli e i pesi di potere tra di essi, e contemporaneamente il peso interiore che ognuno di loro è costretto a portare. È una vera e propria metamorfosi innescata dall’arrivo di Ferdinando e impossibile da controllare che porterà al ribaltamento di tutti gli equilibri incancreniti.

La baronessa da vittima del suo stesso immobilismo, quasi Gattopardesca, bianca e pallida, come la grande veste che la ancora al letto, diventerà una “zia” seducente e passionale, incantata dall’energia di una vita nuova, mentre Donna Gesualda, la bizzocca repressa, vestita di nero, dimessa, apparentemente virginale e vittima diventerà la carnefice dei suoi stessi approfittatori (Gea Martire e Chiara Baffi, esplosive e catartiche, danno vita a un botta e risposta sulfureo e frizzante); Don Catello (un Fulvio Cauteruccio intenso e di polso, fa valere tutta la sua esperienza sul palscoscenico) dapprima servizievole e attento curato, si dimostrerà vizioso, ipocrita e libertino, vittima alla fine dei suoi stessi peccati capitali. A generare questi mutamenti sarà proprio il protagonista Ferdinando (fresco e dinamico Francesco Roccasecca), personaggio ambiguo, angelico e diabolico allo stesso tempo, portatore di energia e di nuova linfa vitale ma, contempornaemtne, di morte e dolore.
A rendere perfetto ferdinando5.jpge di immediata comprensione questo meccanismo fatto di contrasti e di elementi complementari risultano essenziali anche la complessa scenografia di Luigi Ferrigno, in cui tutto si muove e tutto si trasforma e niente è ciò che sembra, come il letto sulla scena che diventa letto-alcova, letto-casa, letto-tabù, letto-prigione e letto-patologia e la invade totalizzandola o le numerose sedie che come pezzi di lego vanno a creare nuovi scarti semantici, divenendo trono, giaciglio, patibolo; e i costumi di Carlo Poggioli, abile a riportare il ritmo di luci ed ombre, di bagliori e tenebre, con il bianco e il nero delle vesti a dividersi scena e personaggi. Gli opposti si attraggono, è vero, ma spesso, come in questo caso, si distruggono.
“Ferdinando” è un testo dalla forma classica ma che prende le distanze dal teatro tradizionale grazie alla struttura moderna dei suoi personaggi nei quali riusciamo comunque a trovare delle somiglianze con le nostre esistenze composte da “opposti sentimentali”. La versione della Baldi ne mantiene intatto il cuore drammaturgico e ce la rende come un’opera sull’essere ciclico dell’umanità, comica e tragica al tempo stesso, malinconica e brillante, costellata da una moltitudine di solitudini affette tutte dalla medesima malattia: la vita.

Giulia Focardi

FIRENZE – “Tu da che parte stai? Stai dalla parte di chi ruba nei supermercati o di chi li ha costruiti rubando?” (Francesco De Gregori, “Chi ruba nei supermercati?”)

Auchan, Coop, Esselunga, Carrefour, Conad, Crai, Despar, Eurospin, Lidl, Metro, Sigma, Pam, Penny, Unes, GDO, Famila, Panorama, Md, Emmezeta, Billa. E sicuramente ne stiamo dimenticando qualcuno. Sono solamente alcuni dei marchi e dei brand di supermercati che invadono le nostre città, con i colori, le luci, le offerte, le promozioni. Store, Iper, discount. I dati del 2018 ci dicono che sul territorio nazionale i punti food al dettaglio erano quasi ventiseimila. Oggi, a due anni da questa indagine, saranno anche aumentati. Quindi l'esperimento di musical moderno di “Supermarket”, caramellato con patina scherzosa e leggera, poggia le basi su un oggetto pressante e presente nella nostra economia, nella gestione-organizzazione del tempo di ogni individuo e famiglia, persistente nel nostro quotidiano tra spot in tv, volantinaggio nella cassetta della posta e la famigerata spesa con tanto di carrello sferragliante da colmare fino all'orlo.Q7B5921.jpg

“Spendere è molto più americano di pensare”. (Andy Warhol)

Il supermercato come emblema del consumismo, simbolo del capitalismo, bandiera dello spreco. Il carrello riempito poi (di cibi che non cucineremo, che scadranno, che forse nemmeno ci piacciono) ci fa sentire bene psicologicamente, ci fa sentire appagati. Il supermercato visto come grande microcosmo di indagine sociale e antropologica dove le nostre pulsioni entrano in contatto, dove il cibo, e il suo accaparramento, ci fa regredire allo stadio primordiale.

“Relatività: nei supermercati tre per due non fa sei”. (Fulvio Fiori, Umorismo Zen”)

Come detto, l'idea di questo “Supermarket” (lavoro cult della scorsa stagione, prod. Elsinor) comincia molto bene sfibrandosi con l'andare, con lo sciorinamento delle canzoni (sempre molto simili se non proprio ridondanti), con l'avanzamento delle storie che dentro questo fabbricato prendono corpo. Molte vite, molte anime si agitano davanti alla cassiera ma ogni piccolo Vaso di Pandora viene aperto senza poi una giusta e degna conclusione, lasciandoci in un coitus interruptus che non ci fa gridare “Wow” ma ci fa, al massimo, aggiungere un “Carino” che poco sposta e muove. rfegrgr.JPGMa, ripetiamo, c'erano tutte le carte in tavola perché il prodotto bucasse veramente e facesse davvero centro.

“Un tempo creavano civiltà. Adesso costruiamo ipermercati”. (Bill Bryson, “Una città o l'altra”)

Una decina di canzoni, divertenti, ironiche, pungenti, con coreografie stoppate e bloccate (ci ha ricordato il gioco infantile dell'“1, 2, 3 stella”), su questo mondo che ben ci raffigura, un affresco perfetto della nostra società. C'è la riflessione sul fatto che ci sia poca gente e che siamo stati fortunati, per poi accorgerci che la folla sta arrivando e che tutti, come noi, abbiano pensato a fare la “spesa intelligente”, c'è la domanda amletica davanti allo scaffale o con il prodotto in mano “Lo prendo oppure no?" che ci tormenta e attanaglia, c'è l'immancabile coda alla cassa e il numerino da prendere per il banco dei prodotti freschi, c'è la promessa, l'impegno e il buon proposito per il futuro che “stavolta non farò scadere niente”. Un arcobaleno di figure affollano il capannone con i prodotti lucenti: la coppia con lui premuroso, l'attrice disoccupata, il single che ci prova con tutte in fila alla cassa, la signora impellicciata, quello contro il PD che ci ha ricordato John Goodman ne “Il Grande Lebowski”, lo sportivo attento alla linea, l'ingenuo titubante.

“Entriamo in un supermercato convinti di scegliere. È da anni che non scegliamo più, ci fanno scegliere tra cose tutte identiche”. (Beppe Grillo, “Tutto il Grillo che conta”)

Ed assieme a queste situazioni ed a questi personaggi, immancabili sono anche i prodotti bio, i nazi-vegani, le gallette, la soia, il tofu, e soprattutto la voce, Supermarket-1.jpgcome deus ex machina, che dall'alto ci informa, ci dirige, ci instrada, qui grottescamente e assurdamente (ci ha ricordato la voce fuori campo ne “Ci scusiamo per il disagio” de Gli Omini), verso cibarie ed opportunità, sconti miracolosi e proposte imperdibili. Ne viene fuori un caos brillante e spumeggiante che ci mette davanti l'immagine di come siamo, e di come ci trasformiamo, con un carrello in mano in mezzo a tanti altri come noi affannati, indaffarati, affamati, famelici, assatanati alla ricerca del miglior rapporto prezzo/qualità, toccando la frutta per carpirne i segreti e la freschezza, scansando come in Formula Uno i clienti più lenti, andando in fuga per trovare la cassa libera, controllando gli zuccheri contenuti negli alimenti, senza farsi fregare dal prezzo al chilo della merce. Anzi, sono i carrelli (che ci ricordano la libertà dello skateboard come il monopattino) ad essere mancati iconograficamente, sarebbero stati utili se non proprio necessari ed avrebbero dato brio e slancio come oggetto-simulacro-feticcio (l'immaginario dei cestelli metallici con le ruote era forte e prepotente nei Ricci/Forte: in “Imitationofdeath” come in “Troia's Discount”).

“Una vita spesa a fare la spesa”. (Leo Longanesi)

Supermarket-teatro-bella-storia.jpgInguaribilmente grotteschi ci aggiriamo, come giaguari nella foresta, alla ricerca dell'opportunità, del prezzo in saldo, del 3 per 2. Il ritratto che meglio funziona, nella sua drammaticità, sempre sotto il velo dell'ironia, è quello della cassiera, frustrata, insoddisfatta della sua routine fatta di turni 24h 7/7 sempre pronta a scattare quando la voce cattiva dagli autoparlanti la riporta alla sua gogna, la sedia alla cassa, ferma, fissa, intrappolata, come carcerata senza una vita fuori da quelle quattro mura, lontano dai codici a barre dei prodotti: “Tutta la vita è scontata, non è giusto il prezzo”. “Supermarket” è una Grande Abbuffata con la sua forma allegra che nasconde molte denunce al nostro mondo così sviluppato e civilizzato: il precariato con i suoi ricatti, la fretta, la spesa compulsiva per riempire altri vuoti, la bulimia dei rapporti, la mancanza di affettività, l'aggressività crescente, il grande malumore che serpeggia. Per questo “Supermarket” propone una bella idea di fondo ma non la sviluppa a pieno, quanto avrebbe potuto: il finale arriva un po' a sorpresa tranciando molte storie aperte e si ha la netta sensazione che qualcosa non sia stato detto, che manchi quel quid che ci avrebbe fatto sobbalzare dalla poltroncina, quel lampo, soprattutto sul fronte musicale abbastanza piatto e monocorde, che avrebbe potuto esaltare questo esperimento, purtroppo riuscito soltanto a metà, che ci ha lasciato con il gusto di ciò che poteva essere, non osando fino in fondo, fermandosi sulla superficie.

Tommaso Chimenti 19/01/2020

FIRENZE – Precursore malizioso, innovatore licenzioso, pioniere esuberante, sperimentatore esagerato, riformatore aggressivo, rottamatore ante litteram. La comicità, italiana e non, deve molto all'opera, alle invenzioni, alla faccia, alle parole di Ettore Petrolini, nato a fine '800, calcatore di scene a cavallo tra le due Grandi Guerre, il Ventennio del Fascismo. Cabarettista, mattatore, one man show, ogni definizione gli stava stretta, sta di fatto che ha inventato un linguaggio, un modo di stare in scena, di portare i suoi “tormentoni”, personaggi stralunati. Tutti i comici, come detto, gli devono qualcosa. E la storia di Dario Ballantini (qui accompagnato alla fisarmonica dalle atmosfere retro' di Marcello Fiorini), abile trasformista conosciuto al grande pubblico per le sue infinite imitazioni a Striscia la Notizia (da Valentino a Valentino Rossi, da Vespa a Morandi, da Maroni a Renzi, solo per citarne alcuni nella sua carrellata variopinta), si intreccia, per caso, per racconti familiari, per storia, per volontà e passione a quella dell'attore romano.Ballantini&Petrolini 2470 ®Pino Le Pera.jpg

L'omaggio “Ballantini & Petrolini” è una lectio, con tanto di leggio sul boccascena inframezzata con le figure e le macchiette che hanno animato e caratterizzato la carriera di Petrolini (scomparso a poco più di cinquant'anni per problemi cardiaci): l'artista livornese, con cambio a vista in una sorta di camerino con specchio e luci da varietà, con pochi tocchi d'abito e di cerone, interpreta e si cala ora in “Giggi er Bullo” adesso nella “Sonnambula abruzzese”, poi in “Salamini” fino a “Nerone” (nel quale molti ci videro Benito Mussolini), passando per “Amleto” con la sua parodia del teatro classico, cantando “Tanto pe' cantà” (portata al successo molti anni dopo da Nino Manfredi), arrivando a “Fortunello”, sfociando nell'iconico “Gastone”, quasi Penguin di Batman, dove regna l'autoironia, e esaltandosi nel “Pagliaccio del circo”. Un grande ventaglio, utile, per non dimenticare da dove arriva la comicità attuale: a Petrolini infatti, ci spiega l'attore livornese (anche grande pittore, fino al 31 gennaio la sua mostra è aperta alla Galleria d'arte La Fonderia con l'esposizione “Esistenze Inafferrabili”) nel suo fare bilanciata tra un'autobiografia tutta graffiante labronica e pagine di critica e giornali dell'epoca, tra la sua soggettività e ricordi dell'epoca, devono molti generazioni e generazioni dei creatori della risata nostrana: da Gigi Proietti a Enrico Montesano, da Pino Caruso ad appunto Manfredi fino a Carlo Verdone (l'astrologa) e Alberto Sordi.

Non solo Roma però, il suo repertorio e la sua arte anticipatrice ed ancora contemporanea è stata “saccheggiata” a piene mani. E' stato uno sdoganatore rivoluzionario e sotto la scorza del “Teatro demenziale” c'era una critica al sistema, al Palazzo, al Potere, al Teatro ufficiale, polveroso e formale. Aveva inventato quel mix tra teatro e falsa magia (che portano in scena oggi il Mago Forrest o Raul Cremona), quella demenzialità fatta di slogan e freddure non-sense e frasi ripetute alla Franco e Ciccio, l'atemporalità delle ambientazioni delle sue maschere (alla Mel Brooks), sforando nella canzone, così nello stornello. Sfuggiva ad ogni categoria, era fuori, era oltre, era altro, fuori classifica: campione di surrealismo, avanguardista del grottesco, anticipatore del futurismo.

Battute folgoranti, Ballantini&Petrolini 2192 ®Pino Le Pera.jpgbrucianti, al fulmicotone, roventi, urticanti, affilate, raffinate o gravi, ciniche, stilettate cattive, senza riguardi, tanto che all'ennesimo premio fascista, ritirandolo dal palco disse: “Me ne fregio” incosciente e sfrontato. Vite vissute come un'eterna avventura, cariche di aneddoti come quella di Ballantini comunicatore ed “erede” artistico del genio Petrolini, riconosciuto anche dalla famiglia del grande attore romano come suo tramandatore accertato.

Rime, slanci, barzellette con quel gusto acido, insolente, testardo come deve essere l'ironia, il sarcasmo, la risata scorretta, che altrimenti non vale: “C'era scritto formaggio da grattare e io me lo so fregato”; la maga che confessa: “Posso leggere l'Avvenire e pure il Corriere della Sera”. Serafico, appuntito, ficcante: “Un tizio mi indica una cancellata ma come fa ad esserci se l'hanno cancellata?”, “Mio figlio cammina già da due mesi” “A quest'ora sarà arrivato a Torino”. Battute senza tempo, fresche, non datate: “Mi sono accorto che Ballantini&Petrolini 2437 ®Pino Le Pera.jpgl'Italia non ama i suoi uomini più patriottici: per le strade ho letto Via Cavour, Via Mazzini, Via Garibaldi”; “Ho fatto uno scherzetto alle Ferrovie dello Stato: ho fatto un biglietto andata e ritorno per Roma ma non sono tornato”. Caustico, cinico nel suo linguaggio destrutturato che in qualche modo aveva anticipato il rap o quanto meno assimilabile al punk rock elettronico di Alberto Camerini.

“Mi chiamo Gastone ma mia mamma mi chiama Tone per risparmiare il Gas”; “Mi dia nome e cognome” “Ah bella se lo do a lei io domani come mi chiamo?”. Contemporaneo: “Non si vive di solo pane, ci vuole anche la cocaina”. “Fine dicitore”, “Fantasista”, ogni definizione è una limitazione. Se Petrolini è stato il Dio della comicità, Ballantini ne è certamente il suo Profeta. W Petrolini, W Ballantini.

Tommaso Chimenti 17/01/2020

Foto: Pino Le Pera

FIRENZE – Finalmente abbiamo visto Filippo Timi in un monologo. La critica che sempre gli avevamo mosso era quella di utilizzare un testo, che fosse Shakespeare o Ibsen, per tirare fuori le sue tematiche, il suo modo di stare in scena, “uccidendo” così la drammaturgia, che diveniva soltanto pretesto, e gli attori al suo fianco, schiacciati dalla sua forza. Timi qui invece è uno “Skianto”, performer a tutto tondo con quel suo modo poetico e vivace, verace e tagliente di raccontare, di portarti fino alle lacrime per poi, sul più bello, lasciarti lì sospeso ed immergerti in una bolla psichedelica e trash, rosa e svolazzante. E' la sua cifra: la ricerca della carezza, della condivisione, dell'apertura con il cuore in mano per poi, quasi accorgendosi di aver fatto trasparire troppo o di essersi troppo lasciato andare, rientrare nei ranghi a lui più congeniali, il video, la canzonatura, il perugino stretto e ruvido che non consola ma ferisce le orecchie, le canzoni trasformate, i balletti, gli immancabili Queen, Lady Gaga, Britney Spears, David Bowie, Elton John. Il suo show (accompagnato dal bravissimo Salvatore Langella al piano che “traduce” le hit in napoletano rivestendole 1 LOW Skianto - Filippo Timi.jpgdi un altro abito ancora più denso, vicino e struggente) sono delle montagne russe esistenziali, emozionali, sentimentali, ti porta in cima alla rupe e poi giù negli abissi ed è vero in entrambi i casi: ti scuote, ti muove, crea empatia, vicinanza, solidarietà con questo brutto anatroccolo nel suo percorso-passaggio doloroso prima di diventare cigno.

“Skianto” è la storia, pinocchiesca (c'è anche il naso; omaggio a Carmelo Bene), di una morte, di ciò che era prima, prima della sua resurrezione e rinascita, che ogni fine è un inizio. E lui, partendo dalla provincia della provincia, Ponte San Giovanni, alle porte di Perugia, sa cosa è stata la fatica di emergere, di uscire da una realtà piccola e misera e claustrofobica. E' la storia di un bambino che non riesce, metaforicamente, a parlare, ad esprimere le proprie emozioni, chiuso in un mondo suo che lo schiaccia e lo inaridisce. Timi è appeso nella sua tutina bianca spermatozoica da astronauta (ci ha ricordato la pellicola “Gravity” con George Clooney) e fa capriole da trapezista consumato ed evoluzioni tra luci e palle stroboscopiche, un canestro e il fondale a pois: “Siamo tutti marziani” come a sottolineare la diversità di ognuno di noi e la non omologazione. “Life is now2 LOW Skianto - Filippo Timi.jpgè il ritornello che chiude i capoversi tragici e drammatici, e cozza (l'inglese ha sempre quel sapore di futuro e progresso, quel gusto di pulito che appiattisce le differenze linguistiche, regionali e geografiche) con il suo umbro strascicante che sa di terra, materico e duro, che sa di tradizioni, di un tempo lontano. L'intimo lascia il posto allo psichedelico, il retrospettivo si discioglie nel conturbante, il racconto toccante e commovente scivola nello scoppiettante sfrenato, il profondo tramuta nel delirio scatenato, euforico, esondante, il dramma e la disco, lacrime e sorrisi, up & down. Non ci sono vie di mezzo. E' una confessione, uno sfogo, un vomito sconsolato. Si piange e si balla.

Puoi togliere Timi da Ponte San Giovanni ma non potrai mai togliere Ponte San Giovanni da Timi, parafrasando Ibrahimovic e il suo “ghetto”. Legato a fili come un burattino, la sua (quella del protagonista; c'è sempre molto di autobiografico anche se romanzato) è una 3 LOW Skianto - Filippo Timi.jpglunga lenta presa di coscienza del proprio corpo, dell'intorno, fino alla liberazione. Accettazione, emarginazione, isolamento, identità: chi sono, chi ero, chi sono diventato, chi sono voluto diventare con estrema fatica, lavoro, sudore. La storia di Timi è una rivincita, è un esempio, deve essere trascinante, è per questo che è così amato ad ogni latitudine, perché, sotto il trucco o le paillettes, i pattini a rotelle o i jingle anni '80, sotto questa patina che è più una difesa colorata, il pubblico ha capito quanto è vero, quanto si conceda, quanto ogni sera si metta in gioco, in ogni replica generosa, quanto, catarticamente, ogni sera sia unica in quell'impasto di hic et nunc che non lascia spazio al mestierante ma lascia posto all'uomo (a tutti noi), con le sue piccolezze, con la sua polvere di stelle. Timi ci dimostra che è possibile farcela, pur partendo dalla provincia, pur senza possibilità, pur con ogni sorta di difficoltà: il pubblico lo ha adottato e, al netto delle canzonature, del non prendersi mai troppo sul serio, Filippo è diventato paladino, vessillo, bandiera di questa grande voglia e desiderio di essere amati e abbracciati senza la paura di ammetterlo. Dovremmo preservarlo, proteggerlo, come uno degli ultimi panda.

Tommaso Chimenti 16/01/2020

MILANO – Dopo le tre figure paterne racchiuse nel drammatico “In nome del Padre”, Mario Perrotta, abbonato ai trittici ed alle trilogie (piacciono molto anche anche a critica e pubblico, sanno di un fil rouge non interrotto, di un ragionamento da poter continuare nel tempo) attacca anche il ruolo della Madre, la afferra, la morde, la azzanna, senza lasciare prigionieri. Se il Padre era tragico, qui, con “Della Madre” (prod. TSBolzano, Piccionaia) siamo nel campo del tragico-comico, di quel riso isterico grottesco che lascia l'amaro in bocca. Azzeccatissima e di forte impatto visivo la scena, composta da due elementi invasivi, opere d'arte contemporanea, inglobanti l'occhio, accerchianti nel loro essere tondeggianti, cosmici e “mammici” per definizione: potrebbero essere due enormi seni bianco latte, ma anche due gonne dentro le quali, come Winnie dei beckettiani “Giorni Felici”, se ne stanno le due donne protagoniste, topos della Nonna (o Grande Madre) e della Madre. Due missili, due capanne protettive, due mondi come se fossero stati estrapolati dal “Piccolo Principe”, due verande da camping osmotiche, due igloo che ci hanno ricordato quelli di Mario Merz (un paio di stagioni fa, proprio a Milano, all'Hangar Bicocca, andava in scena una sua mostra retrospettiva ed esaustiva sull'argomento). Queste cupole tanto proteggono dall'esterno quanto asfissiano all'interno, chiudono in relazioni problematiche, senza aria, senza scampo, senza fuga né mobilità, né azione. Infatti le due, che si azzuffano dialetticamente impossibilitate allo scontro fisico proprio perché bloccate nel loro tumulo, quasi fossero dentro sabbie mobili, sono ancorate e possono soltanto usate contro l'altra le armi della minaccia, del risentimento, soprattutto del senso di colpa: “la gente dà buoni consigli se non può dare cattivo esempio”.it_della-madre-luigi-burroni-6-850_original.jpg

Ma c'è anche, ovviamente, un terzo elemento focale attorno al quale tutto ruota, s'argomenta, s'avviluppa: la figlia. Ancora femmina, un terzo gradino rosa di questa scala evolutiva. La Grande Madre, la Figlia e la figlia della figlia. Oppure: la Nonna (lo stesso Perrotta, di spessore), la Figlia-Madre (Paola Roscioli, tempra aulica, lirica) e la Nipote (Yasmin Karam in ombra con videoproiezioni, fa capolino con una mano-cannocchiale come da dentro un sommergibile, “e guardo il mondo da un oblò, mi annoio un po'”). A cascata, discendenza di Eva. E in questo mondo distopico futuro (si muovono sincopati, come robot, le due hanno giacchette bianche da Star Trek), da navicelle nello spazio dove ormai si è perso il contatto fisico (forse anche per procreare: il maschio non esiste e quando è chiamato in causa lo si fa per la sua assenza, o per offenderlo e denigrarlo, definito nella migliore delle ipotesi “inutile”), la figlia piccola, la nipotina, pur essendo già grande, preadolescente, naviga e fluttua, danza e nuota come una sirena, in questa campana di vetro, pancia calda e marsupio avvolgente, placenta acquacea, liquida e amniotica, miracolo della scienza del futuro, potendo passare senza problemi dall'utero materno a quello nonnesco. E qui scatta il cortocircuito, affettivo, sentimentale, semiotico, analitico.

Si scontrano due mondi opposti di educazione e sulle spalle della piccola si scarnifica una guerra di nervi tra Madre e Nonna. Vincerà l'anziana, la capofamiglia che detterà le regole sia alla figlia sia sul come portare avanti la vita della nipote. Le due, in perenni scintille, ci raccontano i loro Giorni Felici (eufemismo), incastrate senza via d'uscita, senza spiragli di domani. Un giorno anche la piccola diventerà madre avrà il suo seno gigantesco, il suo utero a forma di igloo dove poter recintare i suoi cuccioli e le proprie paure. La madre tiene saldo il cordone ombelicale della figlia, e lo strattona e ne fa cappio, allo stesso modo fa la Nonna, ingombrante e dittatoriale, con la propria figlia, richiamandola all'ordine, punendola, frustandola, tenendola in scacco, al lazo, costringendola nel suo cerchio. Potrebbero essere due Dee che si accapigliano sulla sorte degli uomini sottostanti dentro le loro bolle-mondi, dentro le loro vesciche-globi “giocando a dadi” con l'universo.

Questo it_della-madre-incontro-850_original.jpgil lato tragico mentre il comico, esasperato e spinto, è principalmente racchiuso in whatsapp, esilarante, tra le mamme (le temute chat di classe) con consigli, esperimenti, dialoghi tra suggestioni, scaramanzie, superstizioni, sui vaccini come sui comportamenti da tenere, la meningite, l'autismo, il diabete infantile. La madre è senza autorità e sia la Nonna che la figlia se ne approfittano. La donna di mezzo (è troppo grande per essere considerata ancora piccola, è troppo giovane per sentirsi madre), schiacciata tra le altre due figure in maniera ricattatoria, è oggi fragile, non ha strumenti, è in balia, terrorizzata, spaesata tra mille comunicazioni e suggerimenti da seguire, naufraga in una realtà che cambia forma velocemente e nella quale è spaesata tra gli insegnamenti rigidi che ha avuto e le libertà che vorrebbe concedere ai figli trattati come coetanei, amici ai quali non dire mai di no: una parabola del nostro tempo.

Anche stavolta Mario Perrotta (c'è la consulenza di Massimo Recalcati) è stato abile, brillante e illuminato, nel creare un affresco che tutti tocca con le armi più pure del teatro: la sintesi, il tentativo d'analisi del fenomeno, la non ricerca delle soluzioni, il non cadere nella dicotomia del giusto e dello sbagliato, il non schierarsi, il rimanere in bilanciamento tra la realtà dei nostri giorni e quell'esagerazione-inasprimento-esasperazione dei comportamenti per ridere, a denti stretti, di noi che ancora ci dichiariamo esseri evoluti, animali pensanti.

Tommaso Chimenti 10/01/2020

FIRENZE – Dopo aver scritto “Odore di mare” e “Odore di Marsiglia” era impossibile fare a meno di Andrea Kaemmerle per questo “Odore di chiuso” (prod. Teatrodante Carlo Monni) tratto dall'omonimo romanzo di Marco Malvaldi. Già al tempo della trasposizione, sempre al Teatro di Rifredi, della “Briscola in cinque”, altro testo dell'autore pisano divenuto celebre per “I delitti del Barlume” (su Sky), avevamo capito che se le sue storie possono reggere su carta, con molti dubbi, e tengono botta sul piccolo schermo grazie a qualche piccola trovata, in teatro è davvero difficile che possano trovare una collocazione: l'ironia è flebile, la scrittura incerta, i dialoghi tentennanti, la suspense assente, il giallo mancante. Non abbiamo mai capito il successo editoriale di Malvaldi ma forse il problema è nostro, forse la sua fama è data proprio dalla semplicità, dalla leggerezza, dai suoi personaggi strampalati tratteggiati in allegria. Il mistero e l'omicidio, così come la ricerca del colpevole, sono faccende totalmente secondarie. Infatti dopo poco ci si scorda di dover capire chi ha commesso il reato.OdorediChiuso_rifredi.jpg

In mezzo ad armature in stile Stibbert (la casa-museo dell'antiquario-collezionista inglese è a pochi passi dal teatro dei Pupi e Fresedde, da poco insigniti del Premio Ubu speciale) un tavolo molto ingombrante, che blocca l'azione, riempie la scena: ci sono una famiglia di aristocratici al verde, un poeta, un usuraio, varia servitù e una sorta di commissario improvvisato, tipo Miss Marple o la Signora Fletcher o appunto i quattro vecchietti arzilli del Barlume (niente di nuovo sotto il Sole, dunque), nella persona del cuoco Pellegrino Artusi. Kaemmerle qui sfoggia il suo emiliano-romagnolo (a metà tra la Zocca di Vasco e la Tavullia di Valentino Rossi) che già gli ha portato fortuna nell'affrescare uno dei suoi più riusciti monologhi, quell'“Uomo tigre” colorato che commuove e stringe, nostalgico, tenero, cinico da balera e feroce da autogrill.

E' lui il protagonista, Artusi-Kaemmerle, perno sul quale tutta la commedia (?) ruota, in questa quasi Ultima Cena dove, ovviamente, qualcuno deve lasciarci le penne. La trama è sottile e neanche molto ben congegnata ma a Rifredi, nei giorni a cavallo tra la Fine dell'Anno e la Befana, hanno fatto quasi sempre il tutto esaurito e adesso si apprestano ad una breve tournée tra Campi Bisenzio e Viareggio (nei teatri, Dante-Monni e Jenco, diretti dal regista Andrea Bruno Savelli) e Bientina e Casciana Terme (diretti appunto da Kaemmerle). Detto di Kaemmerle che odore-di-chiuso.jpgtiene i fili della piece con mestiere, sicurezza e capacità di improvvisazione brillante, si salvano Amerigo Fontani, impostato signorotto ottocentesco, e Sergio Forconi, il cognato poeta (tutta Firenze gli vuole bene per le sue interpretazioni a fianco di Pieraccioni o Benigni, è presente anche nell'ultimo “Pinocchio” di Garrone, come nelle pietre miliari “Amici miei”, “Madonna che silenzio c'è stasera”, “Il ciclone”) che nel cuore dei fiorentini ha sostituito l'insostituibile, innarivabile, irraggiungibile Carlo Monni. Da sottolineare il doppio ruolo di Diletta Oculisti, cuoca e governante, unico personaggio che ha ritmo e tempi comici. Da difendere anche la poesiola sull'urinare con rime baciate scanzonate da bettola.

Ma tante, troppe, sono le incongruenze, dai personaggi evocati e però mancanti sulla scena, figure non da poco, il morto e una sospettata dell'omicidio, il cadavere che viene, chissà perché, portato sul tavolo della cucina e lì lasciato durante discussioni e scambi di battute varie, lo stesso cadavere che pare di dimensioni molto minute (ci ha ricordato ET oppure le immagini dell'alieno ritrovato nell'Area 51 statunitense), la canzone finale, “Luna” di Gianni Togni, che piace a tutti ma non ha alcun senso con il dispiegamento delle azioni sceniche.

Tommaso Chimenti

BOLOGNA – Quando si prendono in mano testi come “Nozze” di Elias Canetti, fortemente connotati storicamente e politicamente, o si decide di dargli un taglio appunto di sguardo su un certo passato oppure si sceglie la via del parallelismo tra quell'ieri descritto nella drammaturgia e i nostri giorni. Invece qui, nel “Nozze” (prod. Ert Fondazione) per la regia, traduzione e dramaturg Lino Guanciale, si ha l'impressione che l'operazione sia rimasta in fieri, abbozzata prima, miscelata dopo, rimanendo sospesa senza la fotografia di ciò che era e altrettanto senza 25-NozzeLinoGuanciale ph Serena Pea.jpgla metafora grottesca sull'oggi. Intanto il tempo che, all'inizio, scorre all'indietro, dal nostro 2019 a ritroso, fermandosi fino al 1932, anno della stesura e riferimento temporale dello svolgimento dei fatti. Ma il dato cronologico subito si scontra e fa frizione con alcune (ormai assodate, ridondanti, abusate) frasi ed espressioni che caratterizzano il nostro tempo (“La pacchia è finita” e il rosario baciato e sappiamo a chi sono rivolti questi dettagli). Quindi è proprio la scelta di campo che rimane sospesa, è la sua definizione semantica e intrinseca ad essere confusa ed a confondere.

In questo condominio di varia umanità, che ci ha ricordato quello di “Sterminio” di Schwab ma più annacquato e scolorito, vivono, sopravvivono, si accalcano e si azzannano gruppi familiari tra strategie per la ricerca del proprio benessere anche a danno degli altri. Il mondo là fuori non esiste, esistono solo microcosmi che entrano in conflitto nel grande macrocosmo di questo palazzo colmo di nefandezze spacciate per “normalità”: nipoti che vogliono la morte della nonna (avida) per lucro, un pappagallo isterico, tradimenti alla luce del sole, incesti, figli handicappati abusati, malati terminali. Un grande caravanserraglio di figure urlanti, un “Ubu roi” ma senza quell'ironia amarissima di Jarry.

Due i tratti che ci hanno colpito favorevolmente: questa polvere, che anticipa ed è sintomo di un imminente crollo, un terremoto (del palazzo come della società e della Nazione, forse dell'Umanità) che è in atto e dà i suoi colpi, che imbratta teste e abiti, come una sorta di bambagia calata dal cielo, punizione divina, borotalco che imbianca senza profumare, candida forfora che sporca e lorda, fuliggine grigia che invecchia alla quale nessuno 14b-NozzeLinoGuanciale ph Serena Pea.jpgdà importanza o presta attenzione, infarinati come mummie resuscitate da un altro tempo. Inoltre il modellino del palazzo, all'inizio messo sul boccascena, che è la chiara esposizione in verticale in miniatura della scena che, palco rialzato sul palco, si agita dietro sul piano orizzontale. Una buona idea sarebbe stata quella di tenere il modellino fisso sempre ben visibile (viene accantonato in un angolo dopo poco) per così visualizzare dove, in quale appartamento, si stanno sviluppando le vicende, visti i continui cambi di posizione.

E' il caos a regnare (le voci si accalcano strepitanti), i decibel esondano,5-NozzeLinoGuanciale ph Serena Pea.jpg i costumi perplimono con tre divise naziste (molto didascaliche) e continui Heil Hitler con braccio destro teso. Un grottesco boccaccesco colorato, ritmato, rincorso, sudato del quale però non si capisce bene l'intento: denuncia? Affresco dell'attualità con le sue pericolose derive simili a quelle che furono? La prima parte, quella della presentazione dei personaggi e del condominio, nei confronti della seconda, le “Nozze” appunto, ha certamente più carica, che emerge paradossalmente dalla fissità e dal poco spazio compresso di questo palazzo visto in orizzontale. Il finale è estenuante e non riesce a chiosare né a chiudere, una lenta eutanasia che si/ci sfibra per consunzione.

Tommaso Chimenti

Foto di Serena Pea

UDINE – L'Accademia Nico Pepe da qualche anno si sta dimostrando una scuola teatrale che ben forma e prepara i suoi allievi divenendo, nel panorama nazionale, un punto di riferimento attoriale al livello della Paolo Grassi e dall'Accademia Silvio D'Amico, della scuola del Piccolo o del Teatro Nazionale di Genova o Torino. Dalla scuola di Udine recentemente sono usciti gruppi come i Carrozzeria Orfeo o i Kepler 452 o ancora i VicoQuartoMazzini. In quest'angolo di Friuli le distrazioni sono poche, a differenza delle “tentacolari” Milano e Roma. Il “Premio Giovani Realtà del Teatro”, alla dodicesima edizione, oltre ad essere un concorso e una competizione, è anche un momento a chiusura di un ciclo triennale, un saluto ai diplomati e un benvenuto alle nuove leve: in poche parole una festa che va avanti dalla mattina alla sera con la visione di oltre venti lavori under 35 (quest'anno erano 23, dieci minuti per i monologhi, venti minuti per gli altri) provenienti da tutta Italia.

Quello che più emerge è il grande entusiasmo, l'affiatamento, l'attaccamento, il collante tra docenti e ragazzi, tra insegnanti e allievi, in un clima serio e leggero allo stesso tempo, dove si fa, si realizza ma sempre con il sorriso sulle labbra e una grande consapevolezza sul lavoro intrapreso. Tre le giurie, Artistica, dei Docenti e dei Giornalisti, con altrettanti premi da assegnare, il premio del direttore Claudio De Maglio, quello del Pubblico, quello degli Allievi dell'Accademia, due Menzioni speciali, una Residenza di quindici giorni a cura delle Periferie Artistiche del Lazio Premio19_DallAltraParte.JPGdi Maurizio Repetto e Gloria Sapio. Insomma una grande abbuffata di targhe e riconoscimenti. Abbiamo scelto, sui ventitré visti (selezionati tra i quasi cento arrivati in video), le sette piece che hanno ottenuto il plauso dell'alloro, tutte da vedere e da scoprire.

Partiamo dai due (sì, perché c'è stata una vittoria ex aequo) che si sono spartiti il premio più ambito (3.000 euro, da dividersi), quello della “Giuria Artistica”, della quale chi scrive faceva parte: il riconoscimento più alto del “Premio Giovani Realtà” è andato pari merito a “Dall'altra parte/2+2=?” della compagnia campana Putéca Celidonia ed agli svizzeri de “La Principessa azzurra”. Il filone è quello brillante in entrambi i casi, quel comico che ha un risvolto amaro e sociale. In “Dall'altra parte” (il titolo completo è abbastanza complicato e difficile da ricordare) tre fratelli, ancora allo stadio di embrione e feto nella placenta della madre, collegati tra loro da un cordone ombelicale, che diventa strumento per movimenti e gag da teatro fisico e circo teatro, parlano di noia, attese, speranze nel classico schema delle due fazioni contrapposte (Romolo e Remo...) e di un moderatore, l'ago della bilancia, il più riflessivo e pacato. Ma il parto trigemellare avrà delle complicazioni per un finale amaro e toccante.

PremioNicoPepe_Principessa azzurra.JPGPer quanto riguarda “La Principessa azzurra” (per loro due premi: infatti si è aggiudicata anche la Targa delle preferenze del Pubblico in sala) è luminosa la presenza scenica dell'attrice Saskia Simonet, anche regista insieme a Filippo Capparella, attorno alla quale si muovono questi tre uomini, come satelliti intorno al pianeta, uomini medi che la nostra eroina scaccia e schiaccia con il suo carattere forte e la sua determinazione: il principe tutto impostato e impomatato stile Ken di Barbie, il muscoloso tutto intento a guardarsi i bicipiti e fare volteggi in aria controllando il suo capello fluente biondissimo, il nerd impacciato e goffo. La principessa si salva da sola, anzi se la fa con il Drago. La vasca piena di tulle, con la principessa isterica che cammina sul bordo, è una scena che ci è rimasta impressa. L'italiano “svizzerizzato” della protagonista ha donato alla piece ancora più vivacità semantica, quel suo “mi guardami”, quando chiede attenzioni e amore al principe, una richiesta agguerrita e aggressiva, ripetuto all'infinito, rimbalza e scalda la questione femminile: la donna non deve essere salvata, non la salveranno certo gli uomini, non è più, non lo è mai stata, la “Bambola” di Patty Pravo.

Per la “Giuria dei Giornalisti” (premio di 1.000 euro, intitolato all'attore Omero Antonutti da poco scomparso) ha vinto “Presente!” della compagnia emiliana “Chièdiscena”, affresco giovanile (forse troppo giovanile, si parla delle scuole superiori quando questi ragazzi hanno già passato da un po' i diciotto anni) che porta a galla, ancora una volta, disillusione e mancanza di prospettive delle giovani generazioni tra assuefazione al fallimento e voglia di mollare la presa prima ancora di aver cominciato a lottare. Gli otto in scena (forse è difficile una collocazione distributiva per una compagnia così ampia, visti i tempi di magra del teatro italiano) si muovono bene, coordinati, ritmati (ci hanno ricordato molto collettivi come “L'Amalgama” o i “Controcanto”, questi ultimi hanno vinto “In-box” con il loro ficcante “Sempre domenica” che metteva sul piatto gli stessi temi post adolescenziali tra biografismi e precariatoPremio19_BiancaStella.JPG in qualsiasi settore della vita) e ci fanno riflettere con tocchi leggeri. Interessante la cromia: questo ritorno di sfumature di rosso e nero nelle sedie, nell'abbigliamento che crea un'armonia disturbante, un andamento visivo che frigge e fa pensare.

La Giuria dei Docenti ha decretato invece vincitore (1.000 euro) “Bianca stella/Ballata per piccole cose” (titolo che confonde) di Giulia Lombezzi; qui due solitudini entrano in gioco e in azione, in frizione e in amicizia, la giovane, Michela Caria, e l'anziana, Marzia Gallo perfetta nei movimenti e nelle posture, fisiche e vocali, agée. Anche qui la questione femminile viene prepotentemente a galla con donne, in età diverse, storiche e anagrafiche, che devono continuare a combattere per la loro dignità, e non devono cedere di un millimetro ad una “normalità” diffusa che le vorrebbe sempre un passo indietro all'uomo, nell'ombra, succubi, vittime: le mele che rotolano sanno di Eva e del suo peccato originale: delicato, con una bella scrittura e una altrettanto sicura recitazione.

Premio19_LaMogliePerfetta.JPGTre i monologhi che più hanno scaldato la giornata. “Edip” con Michele Ragno ha vinto la categoria “Monologhi” (500 euro). Ragno ha abbinato una recitazione e uno stare sul palco pieno e maturo, consapevole, ad un testo (di Maria Luisa Maricchiolo) mai scontato né banale che mai scivola su temi patetici familiari o di scontro generazionale e mantiene sempre uno standard alto e ricco di idee, nelle parole, di forma, nel suo riempire la scena con un pathos naturale mai artefatto, con una presenza che colmava il grande palco vuoto e teneva l'attenzione soprattutto nelle pause e nelle sospensioni.

Altro spettacolo “wow” è stato “La moglie perfetta” di e con Giulia Trippetta che ha portato a casa il “Premio degli Allievi” così come una “Menzione Speciale” (la seconda l'ha ottenuta “Porcellina” della compagnia Rusalka Teatro con Caterina Luciani sugli scudi). Poteva essere il side b dello spettacolo “Bianca stella” per la tipologia dell'argomento trattato, nel primo caso più drammatico, qui frizzante ma con venature fortemente malinconiche. La bravissima e completa Trippetta, grande forza e determinazione, bel ritmo e uso del corpo, un mix tra Paola Cortellesi e Virginia Raffaele, ci porta dentro il decalogo di regole (un opuscolo vero e reale),Premio19_Sete_.JPG in vigore fino alla fine degli anni '70 su come essere una brava donna di casa, madre, moglie, amante. Uno di quegli spettacoli che, dopo aver visto 20 minuti, vorresti assolutamente vederne la conclusione, assaporarlo fino in fondo.

Terzo monologo premiato, “Sete” con il mattatore Giorgio Sales, ha vinto il “Premio Speciale” conferito dal Direttore dell'Accademia De Maglio e la “Residenza alle Periferie Artistiche” della Regione Lazio. Sales, capace e sicuro, che qui ci presenta il primo dei cinque personaggi che compongono la piece, in una irritante cadenza berlusconiana, forse demodé, ci racconta, con parole che mai scadono nel trito e nel già sentito (testo lucido di Walter Prete), il desiderio, da dove nasce, come si alimenta, come se ne sta, sotto la cenere di ognuno di noi, pronto a fare capolino, ad azzannare, a mordere, a prendersi tutto, a mangiarci dall'interno e che difficilmente riusciamo a tenere a bada perché siamo come in un deserto e la Sete perenne (di vita, di vittoria) ci attanaglia.

Tommaso Chimenti

Pagina 1 di 12

Libro della settimana

Facebook

Formazione

Recensito su Twitter

Digital COM