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Nella quantità esorbitante di streaming, di dirette facebook, di drammatizzazioni dal divano di casa in pigiama o vestaglia con le luci al neon che in quest'ultimo periodo fioccavano e proliferavano, abbiamo scelto quella di Sergio Aguirre per la potenza del linguaggio, la miscelazione dei testi, l'impronta urgente, la presa diretta tra le parole e il suono, tra il senso e il significato, tra la carne che si andava toccando e l'intimità che veniva scossa, morsa, strattonata. Sono tra quelli che “il teatro non si fa online” e che “il pubblico deve essere vero, reale, tangibile” altrimenti non si può chiamare “spettacolo dal vivo”. Certo, tutto vero. D'accordo. Ma alcuni tentativi, come questo, travalicano il mezzo e arrivano comunque con una verità di spada sventrando l'oggi nella sua contemporaneità scavallando secoli e mettendo in scena sostanza viva, pulsante. E' una messa in discussione sul momento che stiamo vivendo, formale e temporale, una clausura che genera mostri asmatici e asfittici, anemici e ansiosi ma è sempre una presa di posizione forte, dura, a petto in fuori, una dimostrazione che la pandemia non schiaccia, non assorbe, non vanifica, non appiattisce tutte le energie, tutta la voglia, tutto lo sprizzare e il bisogno d'arte, di farla e di riceverla.38841186_1971056892954376_7227950159781429248_n.jpg

Voglio la Luna – Kaligola 1” (primo studio) è un lupo che geme al satellite senza luce propria di crateri butterati, è un urlo al destino, è un gorilla che si batte i pugni sul petto nella foresta ma è anche un grido, una richiesta, una mancanza, un SOS lanciato in mare aperto e un invito ad entrare nel suo mondo, ora accogliente adesso pressante infine corrosivo e corrucciato, è un lamento increspato di risa amare e tragiche ma anche una dichiarazione d'intenti, è una tromba squillante e un rullo di tamburi, è un armiamoci e partiamo, è un respiro nell'orecchio come una scrosciante pioggia torrenziale di fine agosto, carezza che ferisce e sconquasso, clangore di catene e velluto, è un'immersione in apnea dentro il limbo, è un affacciarsi sul baratro e vedersi specchiati nel fondo del bicchiere. Da Camus, “Caligola”, “Lo Straniero” e “Il Mito di Sisifo”, aggiungendoci sprazzi di “Macbeth” e tocchi dell'“Aspettando Godot”. Camus, Shakespeare, Beckett, lo spleen, la tragedia e la sospensione dell'attesa. Il tutto realizzato in solitudine dal 26 al 30 aprile in piena quarantena Covid-19.

Non solo teatroIMG-20200511-WA0028.jpg ma a tratti una vera e propria pellicola: giacca di pelle in stile Matrix e una fuga nei garage come incipit che trabocca e frigge, sbrana, addenta, s'addentra. Una performance da vedere ma anche da ascoltare. Atmosfere cupe pece da Mad Max. Un Caligola che è prigioniero, che vorrebbe rompere le catene che lo tengono legato a quel luogo, a quella condizione-situazione, a quella costrizione; ti parla, ti guarda e ti guarda dentro, in questo tunnel fisico e corporeo ma anche metaforico ed etereo, ti scava fino in fondo, è magnetico e calamitico, dai respiri pastosi e violenti, spessi e densi. “Ho sete d'impossibile” ci dice e tutto vibra, tocca corde profonde ime. Il suo microfono e il registratore (così come la banana) ci ricordano quello beckettiano dell'“Ultimo nastro di Krapp”.

Voglio far diminuire il dolore” ti strazia. Lo senti vicino nei suoi silenzi così pesanti, catacombe e chiavi, lucchetti e sferragliamenti da Caronte. Aguirre-Caligola ti scruta fino in fondo, dittatoriale senza far prigionieri, non è consolatorio, va dritto al punto, non chiede permesso. Dentro il cunicolo dell'esistenza, nel buco del travaglio, nel gorgo del tempo che ci sradica gaddiano e materico, sudato e partecipato, si affaccia dal suo vulcano distopico, dalle cavità del suo ego, dalla fenditura dell'anima sfibrata, dalla fessura della sua latitanza, dall'orifizio del suo disincanto, un 47332_106378926088858_2450893_n.jpgmessaggio cinico squisitamente politico, nel suo senso più alto, ed incastonato in questi tempi di repressione fisica e di contrazione economica, privata e personale. Trasognante e trasformista esce dalla finestra del suo mondo per affacciarsi al nostro così simili in questo momento; è un viaggio nel buio, un percorso frastagliato ad ostacoli, una matassa aggrovigliata di nodi, un incubo da sciogliere con l'alba, se mai arriverà. E' come un diario di bordo. Ci parla di solitudine, “Non posso accontentarmi di ricordi” sibila come un missile, è 15349782_1315228191870586_5883530472902519084_n.jpguna protesta, una ribellione soffocata: ti chiede da che parte stai, senza scorciatoie. Ci parla di vita e della condizione umana sempre compressa e contratta, parcheggiata. E' un vuoto incolmabile l'esistenza. “L'errore di tutti gli uomini è di non credere abbastanza nel teatro” ci ammonisce severo. Come non dargli ragione. L'unico rimedio è fuggire da noi stessi anche se fuori, facendoci capolino, fa paura. Sperando di vederlo dal vivo, su un palcoscenico con il pubblico in platea ad agognare nuove parole, ad immaginare ombre vive, a nutrirsi in un'altra dimensione.

Tommaso Chimenti

FIRENZE - Era tanto che non lo facevo. Tre mesi. Tre lunghi mesi d'astinenza. Anche se questo piccolo contatto mi ha lasciato ancora più fame di prima, ancora più voglia di prima. Novanta giorni senza uno spettacolo teatrale, senza un teatro, senza una recensione. Da starci male. Ieri l'ho fatto ed è stato come, mera illusione, tornare non tanto alla normalità quanto a respirare quell'aria familiare dell'altro che, con parole e formule e gesti e parole sue, scandaglia il tuo animo lì pronto, aperto ad accogliere il diverso. Ho visto teatro, oltre che nell'edificio-teatro, in infinite modalità, dalla strada ai castelli, le torri, le piazze, nei parchi, gli scantinati, sui fiumi, le case private ma non sono riuscito, in questi due mesi, ad abituarmi alle riprese video, agli streaming, alle letture casalinghe, alle drammatizzazioni in salotto. Il teatro senza la magia del teatro, senza il buio, senza il patto tra platea e palco, quel silenzioso e tacito accordo per il quale ognuno conosce il proprio ruolo e il proprio spazio e si dedica all'altro, recitando o ascoltando, se al teatro togli quella polvere, quel non detto, tutto quello che sta tra le righe, rimane forse il mestiere, la voce, poco più. La tecnologia poi non aiuta quell'artigianalità intrinseca nel fare e nel fruire lo spettacolo dal vivo. La distanza e la non-fisicità del momento dilata il significato e lo fa diventare uno dei tanti contenuti che passano, che affollano senza sfamare, che riempiono senza incuriosire.Bosetti.jpg

Ma, come dicevo, sono tornato a teatro, o meglio a respirare, in minima parte, quell'atmosfera: l'attesa, il mistero, la scoperta di un insospettabile sipario. Chi meglio dei Cuocolo/Bosetti, che hanno fatto spettacoli in case private come nella loro, in metro, camminando per le vie, insomma in ogni luogo possibile tranne che su un palco e in teatro, poteva meglio incarnare il teatro in queste settimane magre (e lo saranno anche i mesi a venire; il teatro purtroppo, come il cinema, per gli ambienti chiusi, sarà uno degli ultimi comparti a poter ripartire; salterà anche la stagione prossima visto che ci hanno già preannunciato che ci sarà sicuramente una seconda ondata del virus nel prossimo autunno?), in questo periodo dove gli attori arrancano imbrigliati nei loro domicili senza poter lavorare e il pubblico, gli appassionati, sentono di aver perso una fetta considerevole della loro vita senza il rito della visione del palcoscenico. Avevo già assistito ad una performance simile, sempre a cura del gruppo piemontese, una decina d'anni fa al Teatro Magnolfi a Prato: “Theatre on a line” (prod. Teatro di Dioniso, stavolta organizzato dal Teatro della Tosse di Genova).

Il titolo è rimasto lo stesso ma le condizioni ambientali sono estremamente mutate dando a questa pièce contorni reali, contingenti, pressanti. La reclusione, la solitudine, la lontananza ha fatto sì che per molti di noi i pochi contatti con l'esterno fossero tv e computer mentre per quanto riguarda l'interazione sociale l'unico mezzo, per sentire e confrontarsi con parenti e amici, fosse appunto il telefono, la voce, non gli occhi ma soltanto il tono, le parole nel mezzo il filtro della “cornetta” dello smartphone. Una pièce scritta e concepita proprio per toccare le profondità dello spettatore che in quel caso abbandonava il senso della vista (non c'era niente da vedere se non una stanza all'interno di uno spazio) per affinarne altri: la memoria, il ricordo, la nostalgia e tutto quello che semplici oggetti lì a portata di mano potevano suscitare. In questo caso, visto che la scrivania non poteva essere la stessa per tutti, il canovaccio è cambiato e anche radicalmente. Roberta Bosetti.jpgE' rimasta l'attesa, l'orario preciso al quale dover comporre un numero sconosciuto, la fibrillazione del non sapere che cosa aspettarsi, il confronto uno a uno (come spesso capita negli spettacoli di Renato Cuocolo e Roberta Bosetti) che può solleticare come paralizzare, può eccitare come bloccare. Perché qui lo spettacolo si fa in due proprio se l'interazione procede, se all'azione segue una reazione, se c'è un reale, effettivo scambio di idee, se la partecipazione è sentita.

Ho composto il numero, dall'altra parte la voce di Roberta, sempre indimenticabile e presente, che è calda ed emozionante, che è erotismo ma anche confessore, che è amica e amante in un distacco che non c'è di barriere azzerate, di frontiere aperte, che riesce con pochissime parole a convincerti ad entrare nella sua modalità, in una comfort zone, in un alveolo, in una parentesi dove ogni scambio resterà, dove ogni racconto cadrà, in una intimità che come sarà creata dai due protagonisti (attrice e spettatore) morirà appena la conversazione finirà. Puoi sfruttare il tuo tempo, hai a disposizione un ascolto nuovo, dall'altra parte una figura non giudicante, puoi aprirti finalmente, puoi dire. Come si fa con gli sconosciuti anche se qui, paradossalmente, si è ancora più liberi proprio perché non esiste la dimensione visiva a guardare, scrutare. Solo una voce lontana che ci porta nel mondo dei C/B fatto di sogni che presto si trasformano in incubi, il buio, le carezze oscure, il bosco, il perdersi. E il testo prende pieghe reali, collegate al momento che stiamo vivendo, all'oggi fatto soltanto di distanziamento sociale, di mancanza di contatti, di abbracci, di possibilità di spostamenti. C'è quell'imbarazzo, quella dolce, tediosa sospensione.

Mi dice: “Chiudi gli occhi” e sembra di mettere l'orecchio su una conchiglia e sentire il mare che gorgoglia lontano ma che sembra di poterlo afferrare, tenere, prendere. Anche il silenzio risuona impressionante quando la parola si esaurisce e rimani in ascolto di un niente denso. La sua voce scivola su questo tappeto di nulla che sono state queste otto settimane da gettare nel dimenticatoio, la sua voce è uno squillo pacato, un richiamo fermo ma morbido, una chiamata, un risveglio. Sono stato a teatro, non ero proprio a teatro, ma che cos'è teatro e cosa non lo è? Per mezz'ora mi è sembrato di chiudere le palpebre e avere davanti una voce che rapiva la mia concentrazione e la mia attenzione per condurmi in altre stanze della mente, in altri palazzi della fantasia, in altri corridoi dell'esistenza. Non sono stato a teatro ma è stato comunque un assaggio, un tornare a provare a camminare, un mettere il piede nell'acqua del mare per sentire se è troppo fredda, un tastare il terreno per vedere se è possibile ancora correre, un tentativo per capire quanto ti è mancato, quanto ne vorresti ancora, di quante parole ti sei inaridito, di quante storie sei mancante, Foto spettacolo 2.jpgdi quanto ti è stato sottratto, della voglia che non si placa, dell'inutilità dello scorrere del tempo senza l'arte (e gli artisti) che ci possono accompagnare nella nostra ricerca, senza coloro che toccano la materia e la traducono in ascolto, senza quelli che oggi chiamano i lavoratori dello spettacolo.

E' incalcolabile e inquantificabile la perdita di ognuno di noi per ogni teatro chiuso, per ogni spettacolo saltato e per tutti quelli che salteranno, sarà una sconfitta ogni attore e attrice che dopo questo periodo non potrà più fare il suo lavoro (stare su un palco non è soltanto un lavoro), sarà una sciagura ogni compagnia che dovrà sparire. In gioco c'è la consapevolezza dell'essere cittadino, della polis, la formazione, l'informazione, l'abbeverarsi senza sentirsi mai sazi. Il teatro manca a tutti anche a coloro che ancora non sanno che gli sta mancando. Se ne accorgeranno.

Tommaso Chimenti 05/05/2020

Gli Emirati Arabi Uniti sono, nell’immaginario comune, il Golfo Persico e il deserto; i cammelli e il petrolio; la scintillante Dubai, con la sua continua espansione a macchia d’olio (a ottobre dovrebbe iniziare l’Expo se la situazione legata al Coronavirus migliorerà) e i grattacieli che si battono per record di altezza da un anno all’altro (è adesso in costruzione la Iconic Tower di Calatrava, che diventerà a fine 2020 l’edificio più alto del mondo con i suoi 1330 metri), capace di attirare turisti e investitori da tutto il mondo; o la capitale Abu Dhabi, sede di una delle moschee più importanti al mondo e della “succursale araba” del Louvre (le due maggiori attrazioni della città). fuj2.png
È in questo sfarzoso clamore, in questa bolla lucente che l’emirato di Fujairah trova lentamente spazio, al di fuori del turismo internazionale di massa, facendo crescere i propri beni culturali con intelligenza e una visione futura aperta anche agli altri linguaggi e alle arti provenienti da tutto il mondo. Raggiungere questo angolo di terra esotico, incastonato tra le due parti dell’Oman e affacciato sull’Oceano Indiano (l’unico dei sette Emirati), richiede quasi due ore di auto da Dubai, tra strade dritte e veloci che attraversano terre bruciate e montagne. Ti aspetteresti il deserto, invece trovi rocce, un mare selvaggio e un vento che soffia quasi di continuo.

Qui nasce il Fujairah International Arts Festival (diretto dal virtuoso e dinamico Mohammed Saif Al Afkham), al quale siamo stati invitati a fine febbraio 2020, un festival che intendere creare un ponte ideale tra la cultura araba e l’Occidente, soprattutto quello teatrale (“Fujairah brings us togheter” è stato il leit motiv che ha caratterizzato tutta la rassegna). La terza edizione del festival (ha cadenza biennale) si compone ad oggi di due parti, due programmi che hanno diversa natura ma che ben si bilanciano e completano per numero di spettacoli e focus: la prima, di matrice musicale, ha visto alcune stelle della musica moderna e pop araba animare il maestoso palcoscenico centrale allestito nella capitale Fujairah, con due performance giornaliere per tutta la settimana della rassegna (20-28 febbraio); qui abbiamo assistito alla cerimonia di inaugurazione del festival, un vero e proprio musical con un imponente corpo di ballo, performer e celebri cantanti (non sono mancati i fuochi d’artificio) che hanno ben saputo raccontare la nascita degli Emirati Arabi Uniti e, nello specifico, le bellezze dell’Emirato che ci ha accolto.
Ma ciò che ci fuj3.jpgha interessato e riguardato da vicino è stato il “Monodrama Festival”, l’altra parte della grande kermesse internazionale, un festival nel festival che esiste da molti più anni (quella del 2020 era la decima edizione) e che, gettando uno sguardo soprattutto alla drammaturgia europea e asiatica, ha facilitato quel processo di apertura e dialogo con le altre parti del mondo di cui oggi si vedono i primi risultati.
Il Monodrama (termine che in Italia non viene utilizzato e che va a definire nello specifico le pièce drammatizzate per un solo attore) ha coinvolto l’intera cittadina di Dibba (a un’ora di auto da Fujairah) con i due teatri-centri culturali posti l’uno di fronte all’altro, una piccola sala allestita per gli incontri con gli attori a fine di ogni spettacolo (attività interessante e ben pensata) e, soprattutto, un vero e proprio raccolto villaggio del festival con poltroncine, sedie e divani a fronte del contenuto palco per le performance all’aperto, circondati da un assaggio di mondo arabo: bancarelle con artigianato locale fatto dalle donne del posto - tutte con il volto debitamente coperto dal boregheh, una sorta di maschera metallica a celare occhi e bocca – così come una serie di piatti tipici, soprattutto dolci, che venivano offerti insieme al caffè turco, al the, al latte aromatizzato allo zenzero o al timo. Un ambiente informale e rilassato, vero punto di forza del festival, che ha permesso anche ai molti ospiti internazionali (oltre 40 operatori provenienti da diverse parti del mondo tra cui Germania, Inghilterra, Spagna, Stati Uniti, Mongolia, India, Filippine, Russia, Armenia, Giappone solo per citarne alcuni) di costruire una piccola rete fatta di comunicazione, conoscenze e confronto.
Il Monodrama Festival ha presentato una media di due spettacoli al giorno (tutti della durata massima di un’ora) a cui si sono aggiunte altrettante performance all’aperto con canti e balli folkloristici (quasi tutti di provenienza araba). Per una mancata comprensione del testo non parleremo degli spettacoli in lingua araba, abbiamo visto pièce di attori provenienti dalla Tunisia, Egitto, Bahrain, Algeria, Palestina, Iraq, dagli stessi Emirati; l’assenza dei sottotitoli è stata penalizzante e certamente una buona pratica da rivedere per le prossime edizioni della manifestazione. Abbiamo deciso quindi di concentrarci sui tre spettacoli che hanno lasciato un segno positivo nella nostra personale memoria del festival; menzioniamo comunque la presenza di molti spettacoli internazionali (Grecia, Russia, Filippine oltre a quelli di cui parleremo) che hanno offerto una panoramica sfaccettata delle più diverse produzioni di monodrama estere.

Tra tutti, a nostro parere, ha spiccato il volo “At home with Will Shakespeare” dell’esperto e magnetico attore inglese Pip Utton, capace, in questo spettacolo, di creare Pip-Utton-Will-Shakespeare_a899a98a8dbdaa5d41c8feeb2501e281.jpgun incantevole ritratto umano del grande drammaturgo. Shakespeare fa spazio a William in questa scena densa di sentimenti, paure, desideri, ricordi, amori, aspettative, delle sfumature che non immaginiamo; i personaggi delle sue opere diventano lo specchio delle persone che hanno caratterizzato la sua vita e viceversa in un continuo rimando tra vita e dramma che qui si mescola sapientemente e ci ammalia. Il piccolo teatro di Dibba si trasforma per una sera nel magico Globe londinese e gli spettatori viaggiano sul filo di una dimensione temporale inaspettata, oscillando tra il 2020 e la fine del 1500, immergendosi nella narrazione come fossero realmente ospiti a casa del Bardo.
Utton manipola con delicatezza e piglio la scena, la adatta con sicurezza alla sua messinscena, scende in una platea che diventa l’universo dei suoi personaggi e, al tempo stesso, l’universo di un pubblico eterno. La sua è una interpretazione vibrante, ironica, coinvolgente, che ha saputo restituirci con pulizia e essenzialità un testo originale e creativo. Lo spettacolo certamente più apprezzato anche dal pubblico locale.

Altra messinscena di grande spessore artistico e drammaturgico è stato “Buddha In The Attic” della lituana Birute Mar, tratto dal romanzo omonimo di Julie Otsuka.birute-manilla-3.jpg L’aspetto forse più importante di questo spettacolo è stato quello di portare alla luce la storia sconosciuta ai più delle donne giapponesi che, all’inizio del secolo scorso, partivano per gli Stati Uniti per sposare degli uomini connazionali emigrati in precedenza, visti soltanto in fotografia, di solito false, e che dopo Pearl Harbor sono state vittime di discriminazioni e vessazioni e di una deportazione di massa. Erano le cosiddette “spose in fotografia”, vittime della loro stessa illusione di una vita migliore, di un sogno infranto da subito.
“Buddha In The Attic” è un racconto corale, un racconto umano e spietato, fatto di memoria, di polvere e salsedine che l’attrice, creando un ossimorico contrasto, rende con delicatezza e precisione il testo asciutto, privo di compiacimento, scarno e lirico al tempo stesso.
Birute Mar diventa la voce di una pluralità di esperienze e reazioni, di un “noi” sconosciuto, ne diventa anche il corpo, leggero e esile. L’uso del corpo, dei movimenti cadenzati e lenti (ci ha ricordato la tradizione del giapponese Teatro nō), controllati ma potenti è infatti fondamentale nel tratteggiare le vite costrette, prima, e distrutte poi di queste donne, la tenerezza, la vergogna, la paura, la disperazione dettata dall’odio e dall’emarginazione, il senso di abbandono.
Un gioiello raro di minuta bellezza.

Concludiamo il nostro personale podio con “Untouched” della compagnia Inter Act Art proveniente dallo Sri Lanka; uno spettacolo che merita certamente una menzione sia per le differenze etniche e religiose in cui è nato sia per il tema delicato che affronta: matrimonio in crisi, tradimento, divorzio, tentativo di emancipazione della donna, questioni impossibili da sostenere in una società come quella dove opera e vive il gruppo teatrale.
Una Donna, un Uomo e l’Amante di lei, il gioco a tre è classico e in certi passaggi forse anche un po’scontato: la protagonista (l’attrice in scena) sogna una vita diversa e un amore che la coinvolga e la travolga mentre il marito, un medico impegnato e spesso lontano, la trascura e la mette in secondo piano. L’arrivo di un paziente del marito nella loro casa stravolgerà tutto e le farà conoscere i lati belli ma anche quelli oscuri e distruttivi di un amore passionale. Untouched.jpg
La storia la conosciamo e, forse, la prevediamo anche un po’, infatti nonostante la scrittura sia lineare e sostanzialmente scorrevole, una volta messa in scena pecca un po’ di ingenuità, diventa facile anticipare le mosse e l’epilogo di alcune situazioni; inoltre l’uso di voci fuori campo a rappresentare i due personaggi maschili rallenta e a volte appesantisce la narrazione.
Nonostante queste leggerezze, l’attrice è stata convincente e incisiva nel tratteggiare l’esistenza altalenante del suo personaggio grazie anche a una buona padronanza del linguaggio del corpo e a una giusta credibilità scenica; ma ciò che ci ha colpito maggiormente è stata la costruzione di una scenografia di grande impatto sia estetico che di significato: tre piccoli igloo coperti da una rete sono il mondo in cui vive la donna, in cui si muove, in cui danza, immagina, sogna. Dentro è la casa, il matrimonio, sotto la rete che tutto copre e protegge al tempo stesso, che trattiene e opprime, la nostra protagonista vive una quotidianità sì rassicurante ma che a lungo andare la schiaccia, le toglie il respiro, mortifica la sua femminilità. Fuori, invece, in una dimensione da conoscere, scopre l’amore carnale, una realtà sconosciuta e certamente meno pacata e tranquilla ma che la libera. Dentro implode, fuori esplode. La rete diventa il diaframma della protagonista, il livello dei respiri, il limite delle sue prigionie (anche la relazione con l’amante lo diventerà), il vincolo al sacramento e alla sua condizione di donna (emozionante, in questo senso, l’immagine finale).
Uno spettacolo genuino e contemporaneo.

Lancia il tuo cuore davanti a te, e corri a raggiungerlo” recita un proverbio arabo e noi sembra adeguato nel definire in poche parole il senso e la volontà che hanno mosso il Fujairah International Arts Festival nel costruire coraggiosamente un ponte verso il futuro. Le tradizioni qui ci sono e ne sentiamo tutto il peso ma la spinta verso l’esterno, l’apertura e il richiamo verso la bellezza della diversità, linguaggi sconosciuti e realtà nuove da conoscere hanno saputo lanciare il cuore ancora più lontano.

Giulia Focardi

Mi manca il teatro
mi manca quando si spengono le luci
mi manca la prima battuta dell'attore
mi manca l'odore delle sedie
mi manca il loro rumore quando scricchiolano
mi manca il vicino di poltrona che sbuffa
mi mancano anche i cellulari accesi
mi mancano i colpi di tosseteatro 3.jpeg
mi mancano le caramelle scartate e le suonerie che trillano
mi mancano gli applausi alla fine
mi manca la commozione
mi manca il foyer che pullula e tintinna
mi mancano le strette di mano
mi manca la maschera che ti strappa il biglietto e ti sorride
mi mancano gli occhi dell'attore che mi indagano
mi manca quando la parola si fa corpo
mi mancano i respiri dell'attore, le pause che mi accolgono, le sospensioni che mi prendono
mi manca l'odore del palco
mi mancano le luci che ti abbagliano
mi manca la continua lotta tra il buio e la luce
mi manca il momento in cui comincia e non sai dove ti porterà
mi manca stare al buio con degli sconosciuti, tutti concentrati su qualcosa che sta accadendo davanti ai nostri occhi
mi manca il qui e ora
mi manca il senso di comunità
mi manca il coinvolgimento
mi manca il parlarne dopo, nei giorni a seguire
mi mancano le domande, le riflessioni che il teatro fa rimbalzare nella mia vita
mi manca l'odore del pubblico
mi mancano i cappotti sulle gambe
mi manca quell'attimo esatto quando sta per cominciare lo spettacolo, il preciso momento quando la vita si ferma, quando la vita s'accende
mi teatro 4.jpgmancano le energie sotterranee, le vibrazioni nascoste che riescono a fluire invisibili dalla scena alla platea
mi manca l'urto deflagrante dell'essere compresenti all'accadere
mi manca una parte di me
mi manca l'appuntamento, come con un amante che si allontana
mi manca l'urgenza, l'adrenalina, il silenzio
mi mancano i sorrisi e le lacrime
mi manca l'imperfezione, la scintilla d'umanità, lo stare assieme
mi manca l'incontro e lo scontro,
senza teatro mi manca la vista
mi manca il permettermi di uscirne trasformato
mi manca la comunanza e la vicinanza
mi manca il dimenticarmi di me e l'immergermi completamente
mi manca l'impossibile che il teatro rende possibile
mi manca il teatro come scusa, come pretesto e come funzione
senza teatro mi manca il miracolo di sentirsi vivi
mi manca il teatro e ho fame, e ho sete
mi manca il noi
mi manca la catarsi, il rito laico collettivo che ogni volta prende forma
mi manca l'immaginare guardando, il pensare vedendo
mi manca la magia e la semplicità dell'artigianalità
mi manca il vuoto che si riempie
mi manca il contatto, gli sguardi,
mi manca l'ariateatro.jpg
mi manca il Teatro, con la maiuscola, perché è la cosa che si avvicina di più alla Vita
mi manca la carne esposta, la lezione senza veli, l'audacia del rischio,
mi manca lo stare, insieme e separati allo stesso tempo
mi manca la cerimonia
mi mancano le chiacchiere inutili attorno al teatro
mi manca l'eccitazione dell'inizio
mi manca la vita rappresentata
mi manca la gioia della rivolta
mi manca il teatro. Tutto.

Mi manca il luogo fisico del teatro,
mi manca chi lo fa, chi lo abita, chi assiste. Tutto quel mondo che gli gira intorno.

Grazie a tutti coloro che hanno risposto alla mia domanda: “Che cosa ti manca del teatro?”. Perché il teatro è di chi lo coglie, è di chi ne ha bisogno, il teatro sono le persone che lo frequentano, che lo vivono, che lo amano.

“Il teatro è uno squalo, vive finché si muove” (Riccardo Ventrella, parafrasando “Io e Annie”).

Tommaso Chimenti

MILANO – Federico Aldrovandi, Giuseppe Uva, Giulio Regeni, Giuseppe Pinelli, Stefano Cucchi, Jamal Khashoggi, Patrick George Zaky, Aldo Bianzino, Niki Aprile Gatti, Stefano Brunetti, Riccardo Rasman, Marcello Lonzi, Carmelo Castro. Non è una formazione calcistica ma solo alcuni casi (i più eclatanti mediaticamente, chissà quanti ce ne sono nascosti e celati tra le pieghe delle carte processuali o insabbiati dalla burocrazia) di cittadini, rei o meno, che, entrati in caserme o questure con le proprie gambe, ne sono usciti su una barella pronti per l'obitorio. Quello Stato che, proprio perché sei in stato di fermo e di custodia, dovrebbe “proteggerti” all'interno delle mura sicure della Legge. Proprio su una storia analoga alle vicende di casa nostra succitate, “tratto da una storia vera” che è capitata, capita e capiterà a qualsiasi latitudine (in questa lista potremmo metterci anche Gesù), il regista Bruno Fornasari (al quale piace mettere le mani nei bubboni roventi della nostra società e al quale le drammaturgie semplici e facili proprio non interessano) ha tradotto e diretto il testo “S.U.S.” che qui da noi è diventato “Sospetti”. Testo della fine degli anni '70 dell'autore, scrittore e giornalista inglese maxresdefault (1).jpgBarrie Keeffe (da poco scomparso), e che i Filodrammatici già misero in scena nel 2011.

Ma i tempi sono rimasti comunque difficili e il pezzo è e resta necessario per molti aspetti. Le persone, i cittadini si sentono insicuri e un giro di vite da parte delle forze dell'Ordine è sempre preso con più di un sollievo: metteteci la grande affluenza di persone che non hanno niente che arrivano da Paesi del Terzo Mondo ed alle quali viene dato tutto (il che crea squilibrio e disordine sociale), mettiamoci il buonismo strisciante per il quale il far rispettare le regole e le leggi sia fascista e di destra, mettiamoci il garantismo infinito e a volte esasperante, allora sembra che il comune cittadino (onesto) non abbia più armi per difendersi e speri sempre nella Polizia non tanto per avere giustizia, ordine, pulizia e rispetto delle regole né tanto meno vendetta, ma per poter vedere garantiti i propri diritti. In molte città italiane l'insicurezza è palpabile e il comune cittadino è senza scudi di fronte all'illegalità e alla microcriminalità, non sa come difendersi: il pensiero che però esistano le forze di polizia che, forse anche con il cosiddetto “lavoro sporco”, compiano indagini in quella parentesi di sottobosco, è un dato che da una parte rasserena e dall'altro protegge e salva in termini pratici.

Un giamaicano-inglese viene arrestato senza una prova certa, soltanto con una serie di indizi (razzisti?) a suo carico. Viene condotto in questura in compagnia di due poliziotti: vogliono che confessi l'omicidio della moglie trovata insanguinata in casa mentre lui era al pub. Non c'è solo questo: c'è degrado, c'è il sussidio che questa famiglia ottiene ogni mese, c'è un'illegalità di fondo, tre figli e un quarto in arrivo tutti a carico dello Stato e delle tasse dei contribuenti, c'è anche il senso di sconfitta e impotenza delle istituzioni e dei cittadini, la stanchezza verso questi grandi ed ampi strati della società che non fanno niente per migliorare, legalmente, la propria situazione ma attendono il reddito di cittadinanza o l'espediente che può capitare per racimolare qualche soldo, spesso in maniera non così onesta.

Il maxresdefault.jpgtema è: può la Polizia, ne ha facoltà e dovere, di fermare e portare in un luogo sicuro per un interrogatorio persone sospette? “S.U.S.” infatti significa Suspect Under Suspicion, un sospetto che è oggetto di sospetto, un sospetto preventivo (che molte volte è fondamentale) senza aspettare di arrivare al crimine e al reato ma cercando, navigando a vista nelle acqua sporche e fangose della criminalità, di proteggere e intercettare prima i possibili autori di delitti e infrazioni. Per far questo ci vogliono poliziotti e investigatori svegli e vigili e non ingabbiati dai lacci e laccioli delle carte bollate e della burocrazia. L'abuso di potere è sempre paventato. Ovviamente, dall'altro lato, una persona in stato di fermo non può e non deve assolutamente rischiare l'incolumità fisica (figuriamoci il decesso) durante un interrogatorio. Il confine è labile, il terreno scivoloso. Forse la società civile vuole essere sicura senza sapere che cosa avviene nel retrobottega dell'intelligence, negli scantinati della giustizia, nei bassifondi della ricerca dei colpevoli. Perché, parliamoci chiaro, la guerra è impari tra le forze dell'Ordine (e quindi gli onesti cittadini) e le organizzazioni criminali, compresa la microcriminalità che crea insicurezza e paura sociale. I cittadini chiedono il rispetto delle leggi e la certezza della pena ma spesso, quando la polizia riesce a prendere i colpevoli, i giudici li rimettono in libertà il giorno dopo. Da una parte c'è chi ha tutto da perdere e dall'altra chi non ha niente da perdere.

Basta guardare i dati delle carceri italiane (numeri e statistiche al 31 gennaio 2020, fonte: giustizia.it): sui quasi 61.000 ospiti delle carceri italiane, 20.000 sono stranieri tra i quali spicca il 12% dall'Albania, il 18.5% dal Marocco, il 10% dalla Tunisia, il 12% dalla Romania, l'8.5% dalla Nigeria. Se gli stranieri in Italia sono 5 milioni e 200 mila (dati del 2019) dobbiamo fare una semplice equazione: ovvero un terzo del totale dei carcerati proviene da un dodicesimo della popolazione totale. Lo squilibrio è evidente, salta agli occhi. Quindi, come nel caso della piece, la Suspect under Suspicion, in vigore in Gran Bretagna negli anni '70-'80, era una norma preventiva per proteggere la maggioranza dei cittadini.

All'interno di questa questura due rappresentanti delle forze dell'Ordine, il cosiddetto “poliziotto buono” (Emanuele Arrigazzi, efficace e cinico, severo e rassicurante, lucido) SOSPETTI.jpge il “poliziotto cattivo” (Umberto Terruso, quello che si “sporca le mani”, diretto e muscolare: formano un bel duo affiatato con ritmo in un'alternanza di ruoli e cambi di registro repentini) interrogano il sospettato numero uno per la morte di una donna, il marito (Tommaso Amadio con dreadlocks, il lato debole del triangolo sulla scena, sempre credibile e pieno, in parte, immerso). Certamente non stiamo trattando di Lombroso né di razzismo come invece l'autore vuole farci intendere in maniera politicamente scorretta e strumentalizzando la vicenda: in questo caso, anche se la legge S.U.S. dava adito e diritto di poter fermare qualsiasi possibile sospetto senza alcuna chiara incriminazione, viene condotto in caserma il coniuge, pronta e certa risposta (certo la più facile e semplicistica, ma si parte sempre da quella) alla gravità e alla contingenza accaduta (e la cosa appare plausibile: nella maggior parte dei casi di femminicidio l'autore del delitto è il coniuge o il compagno). Ma è anche una notte particolare, una notte elettorale dove la destra potrà portare via molti seggi alla sinistra (ci ha teatro.it-sospetti-SUS-.jpgricordato la notte tra il 20 e 21 luglio 2001 a Genova per il G8) e la Polizia, continuamente vessata (per pochi euro al mese) da migliaia di ladri, spacciatori, scippatori, sente in quella notte che il vento sta cambiando e ha una rivalsa: “E' arrivato il tempo che torniamo a fare i poliziotti e non gli infermieri”.

Certo c'è cattiveria e zero empatia da parte dei due investigatori nei confronti dell'accusato (che finisce, innocente, dentro un incubo kafkiano nel quale è preda impotente) ma è comprensibile e capibile. L'atmosfera è dura e crudele, cruenta e fredda, piena di pregiudizi, provocazioni e atteggiamenti persecutori. La sua libertà è limitata ma perché c'è un caso di forza maggiore e in quei casi la Polizia usa le sue “armi”, e le maniere forti, per arrivare (questo non dovrebbe travalicare) alla scoperta della verità nei tempi più rapidi possibili. Le regie di Fornasari ti mettono sempre con le spalle al muro e ti dicono/chiedono, scuotendoti, di prendere posizione, di essere attivo e dire e sostenere da che parte stai. Un teatro che divide, un pugno nello stomaco che però fa prendere coscienza e rende minimamente più consapevoli gli spettatori. In questo caso, meglio chiamarli cittadini. Tra giusto esercizio del potere ed abuso di potere a volte la distanza è brevissima.

Tommaso Chimenti

PADOVA – Tenerezza e frustrazione, impotenza e pietà sono i sentimenti che si alternano tra le righe, tra le scene, tra le battute e le parole, calde e ciniche, vicine e così gelide, di “Morte di un commesso viaggiatore”. Grandi registi e grandi interpreti hanno affrontato, fin dal 1949 (fu Premio Pulitzer per la drammaturgia), data del debutto, questo grande affresco americano portatore di valori e carico di riflessioni, antropologiche, sociali e politiche: da Elia Kazan, primo regista, a, in Italia, Luchino Visconti, così come grandi attori hanno condiviso corpo e voce con quella del protagonista, Willy Loman, da Paolo Stoppa a Tino Buazzelli, da Enrico Maria Salerno a Umberto Orsini, da Eros Pagni fino a questo miracoloso Alessandro Haber.51va5-Aw.jpeg

Da Arthur Miller, qui tradotto da Masolino D'Amico, per la regia hopperiana di Leo Muscato (prod. Teatro Stabile del Veneto, Goldenart, Teatro Stabile Bolzano), “Morte di un commesso” è una continua ferita aperta che non accenna a rimarginarsi, imputridita, calcificata, sedimentata ma ancora capace di aprire tagli e squarci nella carne corrosa dal sale sparso sopra come zucchero a velo su una torta della domenica. E' la famiglia l'alveolo, l'antro che ci forma, ci piega e ci piaga, che ci modella e plasma, che ci tiene su dritti ma che ci schiaccia, che ci eleva ma che può anche comprimerci tra i tanti scheletri nell'armadio, metterci nel buio, confinarci a ruoli e personaggi e non comprenderci come persone. Nella famiglia sta l'incipit e la conclusione, la potenzialità dell'individuo e il suo ripiegamento in carcassa, l'afflosciarsi su se stesso, l'implodere tra sensi di colpa e impossibilità ad essere quello che altri avrebbero voluto che fossimo. E' in questo solco, potente e lancinante, abrasivo e ferente, in questa bolla di sapone acida e porosa, che si sviluppa questo canto tragico esposto all'esplosione dei sentimenti più acuti ed accesi, passando dalla gioia sconfinata alla tristezza più iraconda, dall'esaltazione più effimera e acerba alla depressione più arcigna. E' un'altalena dai grandi sbalzi, montagne russe che destabilizzano e non lasciano appigli né punti di riferimento per potersi salvare dai graffi, dalle lacrime.

Un d0TnZwKw.jpeguomo e la sua famiglia, tutto quello che ha e tutto quello che ha fatto, che è riuscito a mettere al mondo. Il sogno americano che si sfalda e si sfascia sotto ai suoi occhi, il volere è potere che si sgretola, si macera, si tritura diventando polvere, parole e chiacchiere, slogan buoni per colpire ma che non hanno solidità. Il vecchio venditore (un Haber gigantesco che riesce a far passare, in un incredibile stato di grazia, quell'irraccontabile senso di spaesamento) che non riesce più a vendere, deluso, colpito, affranto, distrutto, disfatto, stanco con il mondo là fuori che è cambiato senza che se ne accorgesse, quel mondo che non lo riconosce più, quel mondo che gli ha tolto la dignità di un ruolo sociale. E come in uno specchio questa condizione verso gli altri intorno viene rispecchiata anche all'interno del suo nucleo, quel suo nido che ha sempre creduto potesse essere ovatta e paracadute ai drammi che accadevano fuori dalla porta di casa. Un uomo annullato, arreso e sconfitto, frustrato e insoddisfatto, che ha riposto le sue speranze di grandezza nei due figli, uno donnaiolo, l'altro “fallito” girovago irrequieto in una società getimage.jpgdove per avere successo ed essere felice come persona devi necessariamente fare soldi, primeggiare, comandare. Sono gli anni '50 americani, quelli di Happy Days, quelli della casetta con il giardino e la macchina parcheggiata fuori, quelli del boom dopo le Grandi Guerre Mondiali ma che, come contrappasso e come girandola, tornano come metafora a susseguirsi nei decenni di costruzione di un modello e di disgregamento nelle generazioni successive. Viene in mente anche, con i dovuti distinguo, anche “Pastorale americana” di Philip Roth: una generazione che vuole passare i suoi valori acquisiti con fatica ad una prole che protesta per avere una sua identità ed autonomia.

Si sente tangibile il peso rancido della sconfitta, esistenziale quanto lavorativa, di questa felicità scambiata per il conto in banca, della domanda se sia più nobile lavorare per vivere o vivere per lavorare. Il padre si racconta, per autoconvincersi, una storia fatta di successi e trionfi, soldi e soddisfazioni, un'autorappresentazione del reale che non trova fondamento nella realtà, purtroppo scalcinata e traballante. Un padre “bipolare” che passa dall'autocommiserazione all'autoesaltazione, che si dà forza attraverso le bugie che si è sempre detto. E' un uomo irrisolto, squallido, piccolo, misero e miserabile, una nullità, vuoto, arido, umiliato, triste, grigio come i suoi abiti, che non riesce a reagire, in cerca di perdono dopo una vita-Purgatorio fatta di impossibilità, di preoccupazioni, di agitazioni, di palpitazioni quotidiane, che confonde i piani miscelando verità e false illusioni, quello che è accaduto e quello che avrebbe voluto fosse accaduto.

In questo nucleo, padre, madre e due figli, c'è una guerriglia più lacerante e distruttiva, che è quella tra il capofamiglia e il primogenito (Alberto Onofrietti ha il phisique du role di Biff, ed esprime impotenza e rassegnazione, dannazione e consapevolezza, passione e compassione), quello che poteva rialzare le sorti della famiglia, farla balzare alle cronache, ambire all'agognato successo, al riconoscimento sociale, alla ricchezza, quello che avrebbe potuto, tramite lo sport nazionale, il football, far fare quello scatto e scarto in avanti raggiungendo quel sogno americano attraverso il merito e le qualità individuali. Ma i dettagli, spesso, dividono chi ce l'ha fatta e chi al limite può aggregarsi ad ingrassare le grandi fila degli scontenti, dei secondi, del quasi, del forse: in una certa realtà o sei leader o vieni hN-2LDGA.jpegschiacciato. Ed è come se il commesso viaggiatore, vivendo perennemente nel passato, nel ricordo di quello che avrebbe potuto essere e non è stato, rinfacciasse al figlio le possibilità gettate al vento, le occasioni stracciate e buttate via, scartate come carta di caramella.

Fondamentale per tratteggiare la figura dei tre uomini, testosteronici e decisionisti, è il ruolo della madre (Alvia Reale toccante che gioca sui toni dei silenzi, dei non detti, sulla sottrazione, sul respiro in levare, sul togliere) che, in definitiva, tiene insieme i pezzi della famiglia, fa da collante, seppur sfiduciata e senza speranza, riesce sempre a tenere botta, a non lasciarsi cadere ed andare alla depressione, mantenendo la calma pur nell'ansia, senza mai dare o aggiungere altre preoccupazioni a quel gruppo che ha coltivato, condiviso, cresciuto, tirato su e che adesso non è bastone della vecchiaia, non è supporto o aiuto: vite bruciate e arenati nel pensiero di quello che sarebbe stato, caduti nelle sabbie mobili senza aver reagito.

Se Haber-Willy è Ulisse, ormai vecchio e improduttivo, Reale-Linda è Penelope che vuole tenere, faticosamenteocG35N3g.jpeg nell'apparente facciata di felicità finta dei sorrisi falsi, insieme tutti i pezzi di questa famiglia che si racconta bugie per sopravvivere a se stessa, nel postporre e rimandare i problemi senza mai affrontarli. Ma potremmo trovare anche una parabola-metafora legata a Collodi con Willy che potrebbe essere un Pinocchio ingenuo, Linda la Fatina, i due figli, Biff e Happy il Gatto e la Volpe. “Morte di un commesso viaggiatore” è un gorgo, una spirale, ed è come se ci dicesse che i nodi vengono al pettine, che tutto scorre ma tutto torna, che si raccolgono i frutti se si è ben seminato, che non bisogna pensare, con rancore straziante autopunendosi, ai treni persi, che le grandi aspettative generano grandi delusioni e fallimenti, che le domande inevase ritornano con ancora più forza dirompente, che i quesiti non affrontati nel passato torneranno, se non presi di petto, a rabbuiare il presente ed il futuro quando ormai sarà impossibile cambiare il corso ed il destino delle cose, che l'ipocrisia (“Non ci siamo mai detti la verità in questa casa”, “Sono anni che ci raccontiamo bugie”) distrugge e demolisce, che le colpe dei padri ricadono sui figli come quelle dei figli cadono sui genitori. Non c'è commiserazione.

Tommaso Chimenti

Mercoledì, 05 Febbraio 2020 19:23

"Saul", Gionata, David: ed io tra di voi

GENOVA – E' un gioco di incastri pericolosi, di relazioni adesso segrete ora palesi, quelle che intercorrono tra questi tre personaggi, tutti al maschile, tre lati dello stesso triangolo, tre spigoli, tre angoli dello stesso poligono. Saul, il Re, Gionata, il Figlio, David, il consigliere (potrebbe essere lo Spirito Santo) creano impasto e separazione, si uniscono e si allontanano, si amalgamano per poi prendere le distanze, si abbracciano per poi dichiararsi guerra, come atomi che prima si attraggono per infine respingersi. Un “Saul” molto giovane e contemporaneo, quasi un concerto, questa produzione del Teatro della Tosse (insieme ad Arca Azzurra e Teatro I, in collaborazione con Amat) e che ha ottenuto la menzione speciale alla Biennale di Venezia 2018 all'interno 1660647532HOME.jpgdel concorso per registi under 30.

La regia di Giovanni Ortoleva (cura anche la drammaturgia insieme a Riccardo Favaro) va nettamente in questa direzione, rinfrescando, ripulendo, creando una patina moderna e godibile ad un classico senza tempo: Re Saul delegittimato ed attorniato dal Figlio Gionata, suo punching ball preferito, viene calmato dal giovane David (Alessandro Bandini eclettico, spumeggiante: sentirete ancora parlare molto di lui, è il vero protagonista del terzetto) che diviene l'ago della bilancia, adesso si sposta e diventa indispensabile per il Padre, ora pende e si flette verso la grande amicizia con il Figlio. Si parla di possesso, di gelosia, di voglia di avere, di desiderio e bramosia. Si parla di viscere e carne, di sentimenti forti in un magma esplosivo e vivido che ha a che fare con l'amore, con l'affetto ma anche con l'avidità, con la cupidigia, con la smania, invidia e gelosia, con l'irrefrenabile ingordigia, che si miscela con l'impazienza, con l'ansia, con l'insoddisfazione, con la concitazione, con l'esasperazione: “Ogni uomo uccide le cose che ama o ne viene ucciso”. E' un testo tattile e materico che lo puoi toccare, le cui frasi le potresti mordere, i cui dialoghi sono solidi e marmorei.

Saul (Marco Cacciola sempre una sicurezza d'esperienza) è un regnante sul viale del tramonto, se ne sta in panciolle ma senza riposare, accappatoio e birra a guardarsi vecchi film mentre Gionata è il figlio schiacciato dalla gigantesca figura paterna, al quale non sa rispondere e dal quale viene immancabilmente vessato ed umiliato per la sua inferiorità. A rompere questo ménage, ormai cristallizzato e fisso nel tempo, questo rapporto malato tra sadico e masochista, arriva a gamba tesa a spezzare questo delicato equilibrio David che fronteggia il primo, facendolo innamorare, e carezza il secondo, facendolo capitolare. Per interesse, per passione o per natura, sta di fatto che David capisce di che cosa hanno bisogno entrambi gli antagonisti proponendo loro quello che non hanno mai avuto: i rifiuti a Saul, gli abbracci amorevoli a Gionata. Peccato però che si forzi troppo la mano sul rapporto omosessuale dei tre, o meglio di David con Padre e Figlio (Federico Gariglio1754605503.jpg puntuale, accorto e necessario anche nei ruoli di narratore e cucitore tra le scene, voce fuori campo e regista sul palcoscenico), sminuendo da una parte e limitando dall'altra la potenza della riflessione facendo apparire David come un arrampicatore sociale che attraverso affetto mercenario e sesso spiccio riesca a raggiungere le vette del successo e non per talento o meriti particolari se non, appunto, doti fisiche e approcci ambigui.

Il dramma (bergmaniano per l'introspezione e bernhardiano per intenzione ed atmosfere) è tutto spostato dalla Bibbia ai giorni nostri con il Monarca che diventa un celebre cantante ormai cinico, duro, misogino, “imbruttito” dall'esistenza, burbero e ruvido, il Figlio è un paroliere senza talento apprensivo e ansioso e David (che da giocattolo nelle mani del suo mecenate-pigmalione si trasforma in protagonista) vuole sfondare, riuscendoci, nel mondo della musica. La regia è colma di tanti segnali importanti e frizzanti: gli stacchi tra una scena e l'altra sono lunghi bui dal rumore assordante come se dentro i protagonisti si stesse per rompere qualcosa, come se imminente fosse il crack, la valanga che comincia la sua discesa, l'iceberg che si stacca e provoca lo tsunami.

Si parla di passaggio generazionale, di vecchiaia e testimone che dovrebbe correre dalla mano degli anziani saggi a quelle dei giovani: argomento molto attuale in questa società dove gli anziani ormai non muoiono più, lavorano finsaul-3.jpgo a tardi, hanno in mano le finanze dei Paesi, percepiscono la pensione (cosa che i giovani d'oggi non sapranno nemmeno che cosa sia), prendono il Viagra inventandosi la Quarta Età allungando e sostituendo la Terza, scatenando così una guerra tra l'Anziano che ha le possibilità ma blocca il flusso dei giovani verso il benessere e la realizzazione, e i Ragazzi ai quali rimane soltanto la protesta, la forza dei muscoli freschi che però gli si può ritorcere contro sottolineando la brutalità e non le istanze reali. Le coreografie ed il tappeto sonoro, che si fa rave techno industriale tamburellante e ritmante, danno quella giusta patina che avvicina le nuove generazioni di pubblico perché sulla scena si parla di loro, del loro fermento, del loro vulcano che non trova crateri dove esplodere, delle loro implosioni autoreferenziali, delle loro depressioni autoinflitte, della sensazione costante di sconfitta prima ancora di essere scesi nell'arena, di quella insoddisfazione che ne blocca molti, di quello strato di negatività e pessimismo che li pone in uno stallo, nelle sabbie mobili, nel fango senza stimoli: David è qui per dimostrare che Saul si può battere e buttare giù dal trono. Le fiabe (come le leggende, come il teatro) non insegnano che i draghi (le problematicità e gli ostacoli dell'esistenza) non esistono, le fiabe insegnano che i draghi si possono sconfiggere. “Saul”, in questo, è una bella lezione.

Tommaso Chimenti

MILANO – Chi corre e chi tesse, chi va e chi resta, chi viaggia e chi sta, chi esiste e chi resiste. Si possono riassumere così i due caratteri compresi e contesi nell'Odissea, da una parte Ulisse, guerriero e navigatore, dall'altra Penelope, regina nella reggia di Itaca ad aspettare il suo ritorno. Scheggia impazzita e porto sicuro. Ma questo “Itaca per sempre”, tratto dal volume di Luigi Malerba (prod. Trentospettacoli) mette in campo (è proprio un terreno di guerriglia quello che ci si para davanti) lo scontro tra i due generi, il maschile, l'androgino, il testosteronico, e il femminino, l'accogliente placenta, la donna, madre e moglie e amante. Una visione certamente valida fino a qualche decennio fa, l'avventuriero e la stanzialità, il coraggio dell'andare in terre sconosciute e la sedentarietà familiare. E' in questo binomio disarmonico che si muovono i due contendenti e avversari sulla scena che sono e rimangono in lotta aperta dietro il loroitaca_manuelagiusto6-e1554189700573.jpg velo-scrigno formale di accettazione dell'altrui pensiero: Ulisse arriva da Marte mentre Penelope da Venere e i due mondi cozzano e non possono allinearsi se non per brevi momenti. La Pace come parentesi alla Battaglia perenne tra i sessi.

Ulisse (Woody Neri dalla recitazione muscolare, dall'impatto deciso e diretto), tatuato come Braccio di Ferro, a metà tra Uomo Vitruviano e Ibrahimovic, come un marinaio delle poesie di Coleridge, segnato come un pugile da strada, come i cacciatori descritti da Jack London, con venature alla “Cuore di tenebra”, fasciato da un giubbotto di pelle alla Matrix, Penelope (Maura Pettorruso, leggermente schiacciata dalla fisicità prorompente di Neri), nella sua tunica da vestale, fanno le scintille 53781548_2061823927188210_7495665409895432192_o_2061823923854877-1030x677.jpgattorno, intorno, facendo lo slalom a nove teche (scena positiva e accattivante di Luca Brinchi e Daniele Spanò), acquari nei quali abbeverarsi, infilarci le mani come fosse un parto, bere come ad una fonte, mimare annegamenti, viaggi. L'uno contemporaneo, l'altra antica e classica: due universi lontani che non si incontreranno mai. All'interno di queste scatole di vetro aperte, senza pesci senza vita, sul fondo oggetti iconici: una barchetta, scarpe, una gabbia, bottiglie, collane, cose sommerse, incastonate sotto l'acqua in attesa di riemergere, di tornare alla luce, di essere riesumate con il loro carico potente di storie. Dagli oggetti, infatti, se premuti sul fondale con forza, escono bolle d'ossigeno, aria intrappolata, respiro contratto, vita pronta a tornare in superficie e tenuta relegata e affossata per troppo tempo, fuoco sotto la cenere in versione liquida. Forse ci si poteva concentrare maggiormente, nel buio cupo della scena, sulle luci, sui riflessi e sui riverberi che qualche faretto avrebbe potuto dare, in termini di atmosfere e chiaroscuri, se posizionati sotto e lateralmente rispetto ai box ricolmi di acqua.

Qui, per la regia frizzante e funzionale di Andrea Baracco, il ritorno di Ulisse non appare affatto come una festa, come il coronamento di un abbraccio spezzato troppo tempo prima, anzi. Pare proprio che tra i due si riaprano vecchie ferite messe in disparte dalla lontananza che cura i problemi e fa ricordare soltanto gli aspetti positivi senza considerare i dubbi della quotidianità. L'incontro tra i due qui non è incanto ma è riemersione di tutte le problematiche (della coppia e della frizione tra i generi) e Ulisse, appena tornato, ha soltanto voglia di tornare ad essere se stesso e tornare a fare quello che più gli è riuscito meglio: non fuggire ma cercarsi, attraverso la spada, altre54070283_2061823250521611_4259502801849155584_o_2061823243854945-1030x719.jpg terre, nuovi incontri. Ad Itaca, forse, non è mai stato felice, chiuso e rinchiuso all'interno di quelle quattro mura spesse a guardare il mare, là dove le cose accadevano o potevano avverarsi. Il rientro alla vita familiare il Condottiero lo vede, lo sente, lo percepisce, lo subisce come un fallimento, come una sconfitta: è andato, ha visto, ha fatto, si è messo in gioco. E per cosa poi? Per tornare al punto di partenza, in questo gioco dell'oca che lo ha comunque visto perdente. Grazie Itaca-per-Sempre (1).jpgal viaggio, ai suoi venti anni pericolosi tra marosi e tempeste d'ogni sorta, si è trovato, ha capito finalmente chi egli sia e che cosa realmente voglia intimamente e adesso, quando tutto sembra concluso, si sente un leone in gabbia. Ulisse ha perso la sua libertà di essere umano, quel pungolo esistenziale necessario e quando soffoca, annega e uccide la piccola nave in legno, come un bambino giocando in vasca, tenendola stretta, in pugno; lì uccide se stesso, si suicida, si rende infelice e il liquido degli acquari diventa lacrime non di gioia per il ritorno tanto atteso ed agognato ma di rimpianto e sofferenza. Il “per sempre” del titolo, infatti, sa molto di prigionia, di condanna, di fine pena mai.

Tommaso Chimenti

Foto: Manuela Giusto

Venerdì, 24 Gennaio 2020 14:55

"Rusina": storia di donne calabresi di tempra

ROMA – Negli ultimi decenni c'è stata una riscoperta delle lingue del Sud Italia. Non chiamiamole semplicemente dialetti. Il Napoletano da Eduardo e Scarpetta passando per Ruccello e recentemente Mimmo Borrelli, il Siciliano con Emma Dante, Scimone e Sframeli, Vincenzo Pirrotta, Rosario Palazzolo e Davide Enia. Mancava all'appello la Calabria. Grazie a Primavera dei Teatri, festival ventennale di Castrovillari, da una parte, che ha fatto fiorire una generazione in loco, ed ai Krypton dei Fratelli Cauteruccio, cosentini ma di base a Firenze (memorabile il loro “Finale di partita” tradotto), molti artisti calabresi sono saliti alla ribalta e ci hanno mostrato questa lingua affascinante e misteriosa, appuntita e acuminata, difficile e incantatrice: ecco appunto Scena Verticale, Angelo Colosimo, Rosario Mastrota, Ernesto Orrico. Ecco che in questo elenco spunta anche Rossella Pugliese, tosta e intensa interprete, oltre che autrice, del monologo “Rusina” (prod. Teatro Segreto e Deneb) dove alla dolcezza 960X960.jpgdell'argomento trattato, sua nonna, fanno da contraltare le sue parole acide, sanguigne, acute, quasi acerbe. Ci vuole un po' per entrare dentro le parole ruvide del suo mondo, quel mondo che la Pugliese riesce a tratteggiare e delineare nel passaggio-sdoppiamento autobiografico con l'ava in un cortocircuito nel quale Rossella presta corpo e voce all'anziana parente e interloquisce, nella finzione scenica, con la se stessa bambina. Certamente non è una lingua che al primo ascolto ti accoglie, non ti coccola, non è melliflua né accomodante, ma anzi è diretta, colpisce sfrontata senza carezze inutili.

Un inciso: “Rusina” è andato in scena all'interno della rassegna “Lo spazio del racconto” al Teatro Brancaccino, il ridotto del Brancaccio. Qui, da ottobre a maggio, si alterneranno ben ventuno spettacoli per una proposta di monologhi o per due attori, che vede nomi importanti come Ninni Bruschetta o Anna Della Rosa, Galatea Ranzi, Rossana Casale.

La DSF7528.jpgPugliese (vista ultimamente nell'“Edipo a Colono” per la regia di Tuminas e in “Patrizio vs Oliva” affiancando il grande ex campione di boxe in scena) ci apre le porte della sua memoria in una confessione che trova nella struttura che l'accompagna un altro personaggio, flessibile e alchemicamente malleabile, che con pochi tocchi e aggiustamenti dona, insieme all'uso sapiente delle luci (di Nadia Baldi), nuove atmosfere e situazioni ai quadri affrontati. E' una sorta di teca dove l'attrice si appoggia, si arrampica plastica circense, quasi cabina telefonica londinese dalla quale far uscire, come in uno show di burlesque, sinuosamente ed eroticamente le gambe, diventa armadio delle meraviglie (ricorda quello della pellicola “Le Cronache di Narnia”) e sipario di marionette, porta, casa e finestra, mansarda, cella, adesso tirando fuori la testa alla maniera di Antonio Rezza, ora è televisione dove poter guardare le storie patinate di “Beautiful”, diventa bagno e spogliatoio, alcova fino ad impersonare suo marito e ballarci insieme volteggiando. E la lingua ora si fa musica, con inserti ilari, adesso è baionetta tragica e battaglia, ora è armonia ora è un corpo a corpo senza esclusione di colpi, senza fare prigionieri: qui le parole sono materia e carne, fortemente legate a doppio filo alla realtà, alle cose, parole concrete, consistenti, dense, sillabe solide, compatte, resistenti, robuste, inscalfibili, pesanti.RUSINA7.jpg

Ci racconta una famiglia del Sud di quelle matriarcali, i valori saldi, quel Piccolo Mondo antico arcaico che non c'è più, vite dure, difficoltose. Ed anche la RUSINA88.jpgsomiglianza, con l'uso del trucco, in qualche modo a Frida Kahlo, metaforicamente ci porta verso quelle figure, certamente lontane dal poter essere considerate “femministe”, che però hanno lottato perché le loro esistenze non fossero schiacciate dalle consuetudini, dalla famiglia di provenienza, dai maschi, dalla religione: una lotta continua, strenua, senza mai poter abbassare la guardia, sfiancante. Donne che hanno combattuto per quel briciolo di libertà che si sono faticosamente ritagliate. Già dal nome, non Rosa che sa di candido e delicato ma “Rusina” (spettacolo vincitore di “Martelive” e selezionato per il prossimo Torino Fringe) che gratta sul palato come un coltello arrugginito, che graffia, che stride, che punge onomatopeico. “Rusina” è il passaggio, naturale e familiare, di testimone tra una nonna che ci lascia e se ne va, e una nipote che parte dalla Calabria per inseguire i suoi sogni: in definitiva Rossella è il prolungamento di Rusina e in questo spettacolo vivono e convivono insieme.

Tommaso Chimenti 24/01/2020

TORINO – Nel 2018 le donne vittime di femminicidio in Italia sono state 142 (dati Eures). Dal 2000 ad oggi, in questi venti anni, oltre 3200: un massacro, una strage, un'ecatombe, un disastro, un martirio, un attentato. Non va certo meglio in Europa: nel 2016 l'Italia registrava un tasso di omicidi con donne vittime pari a 0.5 ogni 100.000 persone. Uno dei livelli più bassi, e non è che ci sia da festeggiare, un amaro primato: la GB arrivava a 0.9, la Francia a 1, la Germania a 1.1. Non c'è da gioire. La cronaca, ogni giorno, ci riporta alla cruda realtà, come uno schiaffo, da Nord a Sud, tocca tutti i ceti sociali. E' per questo che il tema, spinoso e scivoloso (si può cadere nel banale come nel cronachistico) va affrontato con delicatezza. In “Scene di violenza coniugale” (prod. Teatro Stabile di Torino, Teatro di Dioniso, Pav) molte inesattezze, dimenticanze, superficialità hanno intaccato la visione, indebolito l'argomento, non centrato il focus. Mancanze a partire dal testo di Gerard Watkins (traduzione di Monica Capuani) attore e drammaturgo inglese naturalizzato francese. Tanti i dubbi e le incertezze che abbiamo incontrato. A partire dal titolo: quel “coniugale” 3_SCENE_Malanchino_Troisi_Serra_Corradino_Cipolletta_ph_Manuela_Giusto-800x540.jpgvisto che le due coppie in questione, una di giovani scalcinati (ventenni?), l'altra di adulti (quarantenni?) non sono sposate. Scricchiolamenti, fraintendimenti.

Siamo a pochi passi dal Teatro Carignano, aspettiamo fuori da un elegante portone di un elegante palazzo nel centro elegante di Torino: vengono a prenderci come invitati ad un ballo, ad una festa, ad un ricevimento. La sala (solo per quaranta spettatori alla volta) sembra essere fuori rotta rispetto alle parole del testo che ci porta nel 14esimo arrondissement (a proposito, la traduzione poteva cercare una trasposizione in una metropoli non meglio identificata del nostro Paese, dire “siamo nel quattordicesimo” confonde, allontana), una sala formale di stucchi dorati, specchi, Scene-di-violenza-coniugale-modus-verona.pngcaminetti e parquet: sembra di stare alla corte di Luigi XIV e non in un appartamento e per giunta di periferia. Già la location spiazza, destabilizza, non trova appigli né corrispondenze, lascia sospesi, interdetti.

Non abbiamo neanche capito perché la regista (Elena Serra) ci accompagni uno ad uno a dei posti da lei assegnati (facendosi personaggio), cercando il migliore per ogni persona del pubblico, come se questo avesse un fine cosa che poi, con lo scorrimento della piece, notiamo e comprendiamo che non ne ha alcuno. Perché questa pantomima, che necessariamente avrebbe dovuto implicare una conseguenza un effetto di tale scelta? Misteri.

I quattro attori (Roberto Corradino esperto, Clio Cipolletta interessante nel suo fare ansiogeno, Aron Tewelde combattivo, Annamaria Troisi accurata, bravi ed impegnati ma dai decibel troppo forzati, sempre sopra le righe, dalla recitazione eccessiva, affettata ed esagerata se non proprio esasperata anche quando non servirebbe) dialogano cercando una sponda nel pubblico, raccontando alla platea, occhi negli occhi, ed anche questo fa uscire dal pathos del momento, toglie dall'immersione dello spettatore dentro la storia che si sta sviluppando sul palco: appare una recita, qualcosa che sa di finzione, di replica, l'hic e il nunc si perdono tra sguardi complici, alla ricerca di una relazione visiva che fa perdere potenza alle parole dette; in qualche modo “ci si crede” meno, si esce dal patto sottaciuto e intimo tra attori e pubblico. SCENEDIVIOLENZA1.jpgInteressante è il ping pong emotivo tra le due coppie che, nella stessa stanza, con entrate ed uscite angoscianti (il crash in audio tra una scena e l'altra è didascalico), si intescambiano vivendo situazioni simili in ambiti spaziali e temporali differenti.

Altro misunderstanding è l'incrocio tra le due coppie, la malandata e scalcagnata giovane e la borghese matura, che visitano lo stesso appartamento, gigantesco ma periferico appunto, incontrandosi e proponendo entrambi, quindi punto di scontro e frizione tra le due fazioni, la documentazione per accaparrarselo. Ulteriore cortocircuito è il fatto che la casa da affittare possa essere motivo di contesa sia di uno spacciatore-malavitoso di borgata, vestito malandato con una tuta da ginnastica, che di un fotografo-imprenditore, si cambia più volte d'abito con camicie alla moda, elemento che ci fa capire che ha disponibilità economiche. Ma non è tutto: le due coppie si incontrano nell'unione delle ascisse di tempo e spazio, nello stesso luogo fisico, con la regista che, dopo aver accompagnato gli spettatori alla loro seduta diventa agente immobiliare, senza che questo momento, che appare centrale e cardine per lo sviluppo della narrazione successiva, abbia alcuna conseguenza, non muti assolutamente alcuna vicenda o azione nella seconda parte. Ogni oggetto, ogni azione proposta in ogni quadro dovrebbe avere, a cascata, delle ripercussioni all'interno della scena stessa altrimenti sono inutili e fuorviano lo spettatore verso elementi futili e superflui. Ed ancora un perché: perché la nostra Caronte o Virgilio, la regista che diviene anche agente immobiliare, si presenta con una piccola pancia da donna incinta di qualche mese, senza che questo elemento, anch'esso visivamente molto potente, perché implica altre riflessioni, porti alcun stravolgimento, nessuna idea, nessun risvolto? Scene messe lì, che se ne vanno come sono arrivate, come parentesi senza alcun nesso o senso pregnante.

La SCENEDIVIOLENZA2.jpgquestione più antipatica invece deriva proprio dalla drammaturgia comunque caotica e confusionaria: sembra che Watkins non abbia molto rispetto per la figura femminile da una parte e dall'altra quasi giustifichi certi atteggiamenti deviati maschili. Tratteggia la donna della coppia più esperta come una instabile, con due figli da altrettanti uomini (bambini che non vivono sotto il suo stesso tetto), sempre alterata e fuori misura mentre, all'interno della coppia più giovane, disegna il ragazzo come un “drogato” quindi come se lo scusasse e lo discolpasse delle sue azioni perché, appunto, alterato dall'uso di sostanze e psicotico: la violenza diventa posticcia, manierata.

Questi sono casi limite, certamente non riesce a fotografare la realtà, la “normalità” delle violenze domestiche subite da migliaia di donne quotidianamente. Tutto questo fino alla confessione finale, al messaggio conclusivo delle due donne (vengono fuori altri elementi come un “ferro da calza infilato in un orecchio” e degli “scarafaggi”: cosa c'entra buttare sul piatto altri cip lanciati senza analisi?) che sa molto di ramanzina, di rimprovero, di sgridata. Fintamente emotivo, tanto che risulta freddo e asettico. E' la deriva del teatro “civile”: non basta parlare di argomenti toccanti per riuscire a toccare gli spettatori e le loro menti, non basta parlare di femminicidio per fare un buon servizio alla società; a teatro ci vuole altro.

Tommaso Chimenti 22/01/2020

Foto: Manuela Giusto e Ruggero Lerda

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