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SAN MINIATO - “Mi hanno sepolto, ma quello che non sapevano, è che io sono un seme” (Wangari Maathai).
Il silenzio degli innocenti. E' passato un secolo, cent'anni di solitudine, e ancora il cosiddetto “Primo Mondo” non si è messo d'accordo per certificare le atroci barbarie commesse su un popolo, gli Armeni.Come se mettere nero su bianco e sottoscrivere un termine, da più parti negato, “genocidio”, possa o meno alleviare sofferenze, sminuire morti e diaspora, far tornare indietro il ticchettio del tempo. Da37395417_1898062387160435_8487930256886333440_o.jpg una parte l'Impero Ottomano, di religione musulmana, dall'altra gli armeni, cristiani. Un milione e mezzo di decessi, di assassinii, se non è genocidio questo, se questo è un uomo. Cento anni e ancora la questione scotta e brucia (il recente scontro proprio sul tema tra Erdogan, padrone della Turchia, e Papa Bergoglio) e alla quale la scrittrice Antonia Arslan ha tentato di dare il suo contributo, dall'interno, raccontandoci “La masseria delle allodole”, una sorta di notte dei cristalli che andava a scardinare e frantumare la convivenza dei popoli e delle culture nella Turchia dell'inizio del secolo scorso. E dopo il trattamento cinematografico dei Fratelli Taviani adesso è il regista Michele Sinisi a dare voce alla scena grazie al Dramma Popolare in quel solco consolidato di classico e contemporaneo.

Già nel recente passato, in teatro, siamo stati testimoni di altre documentazioni artistiche sul genocidio armeno, dal “7th sense” coreografia di Angela Torriani Evangelisti per Versiliadanza a “La bastarda di Istanbul” di Elif Şafak con Serra Yilmaz produzione Pupi e Fresedde o ancora il vibrante “Armine, sisters” dei polacchi Teatr Zar, visto all'interno di “Fabbrica Europa” alla Stazione Leopolda fiorentina. Sinisi, partito agli esordi dal minimalismo del Teatro Minimo di Andria quando faceva coppia con Michele Santeramo, nelle ultime stagioni ha infilato una serie (sempre 37398826_1898064330493574_3604489240890572800_o.jpgsostenuto da Elsinor Centro di Produzione teatrale) di grandi regie, produttivamente impegnative, corpose, piene (stavolta quattordici attori in scena). L'impianto attoriale è quello collaudato e che ha ben funzionato in “Miseria e Nobiltà” e che ha retto l'urto ne “I Promessi Sposi”. La sfida con “La masseria delle allodole” era notevole, partire dal romanzo senza riproporlo, soppesare la pellicola tradendola con un linguaggio a più piani, sfaccettato, come un caleidoscopio che declina sentimenti, passaggi, atmosfere, miscelando temporalità, zoomando ora su un quadro, adesso potenziando una scena.

Che poi “masseria” è molto simile come assonanza (non etimologicamente) a “massacro” e queste due anime, così lontane e qui così vicine, hanno stessa cittadinanza sul grande palco in Piazza del Duomo; in un andamento armonico e altalenante, anche disturbante, che tiene sulla corda e frigge, ci accompagna in una scena casalinga, un interno di festa familiare di stampo bucolico, con scherzi e screzi, rincorse e progetti per il futuro buttate su un tavolo da Ultima Cena leonardiana (le scene sono di Federico Biancalani, colorate e barocche, nell'accezione positiva del termine, spunta un barbecue e una scultura ad albero di vassoi e abiti che sembrano impiccati) ora predisposto per il banchetto adesso ripiano da obitorio, autopsia o sudario di morte. Per contrasto e frattura dalla serenità all'angoscia, dentro una violenza acida, arida, nera, buia37412568_1898063997160274_4339443451876605952_o.jpg come la cieca foga discriminante, annientante, distruttiva del Potere nei confronti delle minoranze. Sinisi (coadiuvato nella drammaturgia dalla fidata penna di Francesco Asselta) ha le redini del play e usa e sfrutta e dirige (sempre in scena kantorianamente, silente s'aggira) e ha in pugno saldamente la situazione piena di rimandi, di segni contemporanei, di affreschi, citazioni e tocchi, destabilizzanti e divertenti: i video, le foto tra i protagonisti, i microfoni, la presa diretta con la “giraffa” come se stessero girando un reality, la voce roca e sensuale di Roberto Latini, Aznavour, Antony and the Johnsons, corsi di cucina come se fossero a Masterchef o La prova del cuoco, Romeo e Giulietta miscelato con Lady Gaga in un frullatore spietato che pungola, tiene lo spettatore attivo e partecipativo e non può lasciare indifferenti.

La festa della domenica schiamazzante dove i sorrisi si sprecano (l'esperienza di Stefano Braschi emerge) mentre dall'altra il nero cupo pece del generale che impartisce ordini duri e senza empatia (buona prova, statica ma vigorosa, dell'infortunato, ingessato al piede, Ciro Masella tra Crudelia Demon e l'istruttore di “Full metal jacket”) al colonnello (Marco Cacciola energico e febbrile; ci sono venute in mente le ballate “La guerra di Piero” di De Andrè e “Il mio nemico” di Daniele Silvestri), l'unico che ha ripensamenti, dubbi, sensi di colpa, domande laceranti. Da sottolineare la voce di Adele Tirante con l'aria “Lascia ch'io pianga” da palpiti mentre dall'altra parte i militari (con caschi da celerini, la mente va inevitabilmente al tristemente celebre G8 genovese ma anche a pellicole cult come “I Guerrieri della notte”, “Funny Games” o “Arancia 37575253_1898060237160650_5956649787309686784_o.jpgmeccanica”) narrano la ferocia bruta, le torture e le brutture perpetrate in un contrasto che fa fremere e tremare tra una Pietà michelangiolesca e l'immagine-foto simbolo di Aylan, il bimbo siriano trovato annegato su una spiaggia. Lascia il segno anche Gianni D'Addario nel suo monologo sgrammaticato, dislessico, gramelot intenso e drammatico, sentito e vivo, grondante e toccante (ci ha riportato alla mente l'emigrante Ametrano in “Bianco, Rosso e Verdone” nel suo sfogo quando torna al paese per votare). Lo specchietto per le allodole è una trappola dalla quale il povero uccello, che canta, che fa poesia e che dona bellezza, non riesce a scappare.

“La masseria delle allodole” dall'omonimo romanzo di Antonia Arslan. Produzione: Elsinor Centro Produzione teatrale, Arca Azzurra Teatro, Fondazione Istituto Dramma Popolare; elaborazione drammaturgica Francesco M. Asselta e Michele Sinisi; scene Federico Biancalani; costumi Elisa Zammarchi; luci Federcio Biancalani e Michele Sinisi; aiuto regia Nicolò Valandro; regia Michele Sinisi; con: Stefano Braschi, Marco Cacciola, Gianni d'Addario, Marisa Grimaldo, Giulia Eugeni, Arsen Khachatryan, Ciro Masella, Stefania Medri, Giuditta Mingucci, Donato Paternoster, Roberta Rosignoli, Michele Sinisi, Adele Tirante.
Visto a San Miniato il 25 luglio 2018.

Tommaso Chimenti 26/07/2018

LISBONA – Trentacinque anni di festival, quarant'anni della compagnia che lo organizza. Numeri tondi e importanti per il Festival de Almada, quello spicchio di terra collegato a Lisbona dal grande ponte in ferro rosso. Il Ponte e la statua del Cristo Redentore, i simboli di questa parte che s'affaccia sulla foce del Tejo e guarda l'oceano, grande e misterioso, lì ad un passo. Portogallo è il bacalau, è il pasteis de nata, è, inevitabilmente, Cristiano Ronaldo. Ma anche le maioliche azul che rivestono, dentro e fuori, le chiese, è la Chiesa del convento do Charmo che ha perso il tetto nel terremoto di36866233_10209226287372631_6506777403631599616_n.jpg metà '700 (ricorda San Galgano, l'abbazia vicino alla spada nella roccia), è indiscutibilmente il fado, i tram che s'inerpicano sulle vie in salita. Fascino e tradizione. Lisbona è Belem con la sua fortezza sull'acqua, con il monumento ai Padri delle Scoperte che si protende nel mare alla ricerca di nuove terre. E Almada sembra tuffarsi nel cuore di Lisbona. Non chiamatela periferia. Qui la Companhia de Teatro de Almada, diretta dal regista Rodrigo Francisco, mette in piedi, ogni anno dal 4 al 18 luglio, una rassegna internazionale con i grandi nomi del teatro; quest'anno, solo per citarne alcuni, Pippo Delbono, la Needcompany di Jan Lauwers, la Familie Floz, Spregelburd e Paolo Magelli. Gruppi provenienti dal Belgio come dalla Francia, dalla Croazia e dal Messico, Italia e Spagna, Slovenia e Germania, un'atmosfera multiculturale piena, vivace, frizzante.

28mar13-459.jpgHa una patina da Fratelli Coen l'“Arizona” dei messicani Teatro de Babel, testo smaccatamente anti-Trump, polemico con l'arma dell'ironia (facile), pungolo alle politiche migratori e anti-immigrazione che stanno sconvolgendo l'attualità, dal muro ai confini con il Messico ai barconi verso l'Italia, ai respingimenti in Ungheria. Ormai la politica interna degli Stati più sviluppati è la politica estera. Qui tutto è ipercolorato, acceso come un fumetto, volutamente, forzatamente spinto verso la tesi che gli statunitensi sia tutti dei bifolchi gringo con la camicia a scacchi e il fucile pronto a sparare mentre i messicani (o chi proviene dal Sud del mondo) sia buono, bravo, pacifico e non solo voglia venire in un altro Paese ma, arrogantemente, non chiede permesso ma pretende il libero passaggio, forse anche una casa e un'occupazione. La critica sociale verso le politiche di frontiera del governo Trump (il muro non lo ha fatto, quello che già c'è è dell'epoca di Clinton) avrebbe avuto senso e sostanza se fosse stata fatta dall'interno, ovvero dal una compagnia statunitense non certo da una messicana. Ma torniamo al teatro. Gli Stati Uniti sono un posto xenofobo, abitato da trogloditi che a male pena connettono concetti e parole. Semplificazioni. Tutto è parodia, sullo sfondo un confine che è metà fisico e altrettanto metaforico. In video le centinaia di persone che ogni notte scavalcano le recinzioni e in audio l'inno a stelle e strisce: la platea si scalda, tutti contro gli “invasori” americani, tutti con i jeans e cenando al MacDonald's. Altra facile speculazione l'uomo (ricorda il personaggio di Crozza Napalm51) è un bovaro ignorante mentre la moglie (le donne, si sa, sono sempre un passo avanti agli energumeni maschili), pur nei suoi dubbi e nelle sue incertezze, è più sensibile e aperta, progressista e possibilista. Il pic nic sulla frontiera è assurdo. Si sentono i profumi del “Grande Lebowsky” come gli afrori da “Breaking Bad”. I messicani del Teatro de Babel ci dicono che gli americani guardano con il binocolo un nemico che non esiste (infatti i due coniugi non scovano nemmeno un erede dei Maya intendo a passare il confine clandestinamente) ma è dentro di loro, alberga nelle loro coscienze sporche. C'è un sibilo che ci porta all'“Aspettando Godot”, ad un qualcosa che deve accadere ma che proprio nel momento giusto ritarda, tentenna, si stoppa, un coitus interruptus. Marito e moglie scrutano la platea, siamo noi i nemici, i messicani in un mix da musical campagnolo tracoloniapenal_04.png “La casa nella prateria” e il nostro Mulino Bianco, l'immancabile Bibbia e nel naso quel senso da Far West. Nel finale, pulp e splatter, la ridicolizzazione degli U.S.A. raggiunge il suo acme. Peccato che esistano ancora i confini, gli Stati, i passaporti, le leggi, i governi.

Da una frontiera da eludere ad una reale impossibile da oltrepassare una volta varcato il cancello: la prigione. I portoghesi del Teatro do Bairro hanno ricreato quel velo di angoscia claustrofobica del quale è impregnata “Colonia penal” di Genet riuscendo a rendere e restituire tutto il peso chiuso, tutto quello strato di impossibilità e rapporti deviati che scaturiscono dietro le sbarre, tutti i poteri e le subalternità da subire, le scale gerarchiche alle quali essere sottomesso. Ricorda le performance dei Living Theatre. Gli aguzzini hanno cappelli da Pinocchi, la ghigliottina sta in primo piano a ricordare la fine, la conclusione mentre le pareti semoventi si aprono o si richiudono, diventano un angolo ottuso o acuto come ventagli, come un incubo sotto il quale essere schiacciato senza via d'uscita in questa penombra, reale e dell'anima, che tutto ammanta come una lingua di catrame, in questo lager dalle sintonie fragili, in questo campo di concentramento allucinato senza scampo.

zapiranje_ljubezni-01-v.jpgInfine il “Final do amor” di Pascal Rambert a cura degli sloveni Mini Teater, un Lui e una Lei che si fronteggiano in monologhi lunghissimi, scagliandosi, scannandosi, insultandosi, tentando di amarsi odiandosi. In una scena vuota, svuotata e arida come il loro rapporto giunto al capolinea, si urlano in faccia come gatti randagi, vorrebbero andarsene ma ritornano perché hanno bisogno del nemico di una vita. Tanto sono immobili, fissi, statici, verticali nella loro postura, tanto i loro gargarismi vocali e il loro profluvio di parole azzanna l'altra, lo travolge, lo inonda, lo spazza come cascata, come valanga, come alluvione di rancore e di tutto quel non detto che adesso esonda, travalica, non riesce a rimanere negli argini. Sembrano Marina Abramovich e l'ex marito Ulay nella celebre performance “The Artist is Present”. Vanno a folate, attacchi e rinculi, reprimende e scuse, singhiozzi tremanti e accuse solide, una guerra, meglio una guerriglia dove avvicinarsi e ritirarsi a fisarmonica in un flusso di parole da apnea, una sfida, una mitragliatrice che spara critiche e denunce, mancanze e insoddisfazioni da “C'eravamo tanto amati”, una danza di morte, un ballo per rinascere.

Tommaso Chimenti 16/07/2018

Per gli spettatori dell’epoca elisabettiana che affollavano il Globe Theatre, il Rose o il Curtain ciò che contava nella rappresentazione teatrale – e nei drammi storici in particolare – era la riuscita della messinscena e la forza con cui gli attori riuscivano a rendere i personaggi, indipendentemente da rivisitazioni più o meno fantasiose che Shakespeare e i drammaturghi elisabettiani talvolta operavano. Questa necessità è viva ancora oggi che gli eventi della storia inglese narrati dal Bardo sono secoli alle spalle degli spettatori: ciò che conta ritrovarvi, dunque, è quella esplorazione di tutte le pieghe dell’animo umano, quella capacità di Shakespeare – e di Dante prima di lui – di analizzare e raccontare i vizi e le virtù degli uomini, ovvero di indagare quello che il poeta fiorentino aveva definito «il gran mare dell’essere» nel primo canto del ParadisoRiccardo II 1


La precisazione appare necessaria alla luce del progetto “Who is the king” di Lino Musella, Andrea Baracco e Paolo Mazzarelli, in anteprima per due serate al Teatro Galleria Toledo nell’ambito del Napoli Teatro Festival, poi al Teatro Franco Parenti di Milano dal 9 ottobre. Il progetto prevede quattro spettacoli che mettano in scena gli otto drammi storici di Shakespeare nel corso di due triennalità, facendo dei primi due episodi l’inizio di un lungo viaggio nelle histories shakespeariane. L’idea di Musella e Mazzarelli – responsabili di regia e drammaturgia, oltre ad essere in scena – nasce dalla considerazione che gli otto drammi storici – esclusi il Re Giovanni e l’Enrico VIII che aprono e chiudono il ciclo – formano un racconto in serie della storia d’Inghilterra dal 1370 al 1490, una vera e propria saga del potere e della smisurata ambizione umana. Shakespeare, insomma, aveva anticipato quel meccanismo oggi esplorato in tutte le sue forme dalla serialità televisiva: il pubblico veniva accompagnato episodio dopo episodio alla scoperta delle grandi storie. I personaggi vengono seguiti nella loro parabola – quasi sempre – discendente: l’acquisizione del potere, la corruzione che questo genera in chi lo detiene, le lotte per mantenerlo fino al passaggio di testimone al protagonista successivo. E così, Enrico IV, il Bolingbroke raccontato nel Riccardo II, viene rappresentato da Shakespeare nell’Enrico IV parte prima, come affatto dissimile dal Riccardo a cui ha usurpato il trono: scosso nell’animo e pentito, costretto a rimandare un viaggio in Terrasanta per chiedere perdono dei suoi peccati. Riccardo II 2


La messinscena pensata da Musella e Mazzarelli, a fronte di buone prove attoriali da parte dello stesso Mazzarelli nei panni di Riccardo II e di Massimo Foschi (Gaunt in Riccardo II e sovrano nell’Enrico IV), manca talvolta di quello spessore che caratterizza l’opera shakespeariana. Ciò che fa di Riccardo II un personaggio notevole è la compresenza in lui di istinti nobili e bassi, il suo essere un letterato e squisito conoscitore delle arti e al contempo tanto ignobile da invocare la morte dello zio Gaunt e da esiliare ingiustamente Mowbray e Bolingbroke, confiscando le terre di quest’ultimo. Il personaggio shakespeariano, la cui vicenda ricorda assai da vicino quella dell’Edoardo II di Marlowe, subisce in scena una vera e propria torsione alla notizia dello sbarco di Bolingbroke sulle coste inglesi, mostrando quella stessa fragilità e quella stanchezza di vivere che sarà propria di Amleto e di gran parte del Novecento. Alla gestione del regno e della crisi politica in atto, Riccardo preferisce l’autocommiserazione e le meditazioni sulla vita e sulla morte: l’incapacità di arrestare gli eventi in corso lo porta ad invocare unicamente l’infallibilità che gli deriverebbe dall’essere un re legittimo, l’Unto del Signore. Se la scelta registica di racchiudere l’intero Riccardo II in poco più di un’ora di spettacolo può essere apprezzabile, assai meno lo è quella di eliminare alcuni passaggi fondamentali dell’opera: la scena della rottura dello specchio dell’atto quarto – che secondo molti costituisce il punto più drammatico della storia – e quella della ritrovata virilità di Riccardo nell’uccidere tre guardie per poi essere ucciso: ne soffre in maniera considerevole la complessità e grandezza del protagonista. E se nella prima parte della rappresentazione il vero senso del dramma shakespeariano sembra latitare, nella seconda parte – quella dell’Enrico IV parte prima – questo è totalmente assente: non convince, infatti, la scelta di operare un cambio repentino di ambientazione – improvvisamente contemporanea – e di toni, laddove all’eloquio prevalentemente lirico di Riccardo si sostituisce un linguaggio eccessivamente basso e volgare. A ciò si aggiunga una regia a tratti imprecisa nel gestire la grande quantità di personaggi presenti: sfugge talvolta il motivo dell’ingresso e uscita di alcuni, così come l’improvvisa ritirata di chi è in secondo piano prima che la scena sia conclusa. Tutto ciò che accade sul palco dovrebbe avere un senso, e in particolare nel teatro di Shakespeare, che nulla lascia al caso o all’incuria.

Pasquale Pota 11/07/2018

Ramona vive in un piccolo paesino georgiano, Rioni. Sogna di vivere felicemente insieme al marito Ermon, lontano da casa per lavoro. Per lunghi anni rimangono distanti l’una dall’altro. Un giorno, alcuni rappresentanti di un circo itinerante arrivano a Rioni e chiedono aiuto a Ramona per raggiungere una città termale dove gli artisti devono esibirsi inderogabilmente. Qui, Ramona rivedrà il suo Ermon, purtroppo durante una tragica circostanza… Questa è la trama dello spettacolo “Ramona” del Gabriadze Theatre, andato in scena dal 05 all’08 luglio al Teatro San Simone, nell’ambito del 61° Festival di Spoleto. Un semplice e drammatica storia d’amore, come tante ne sono solitamente proposte in ambito cinematografico e teatrale, se non fosse che a rendere tutto più magico e affascinante è il fatto che gli attori sono delle marionette e la protagonista non è una fanciulla, ma una tenera locomotiva a vapore.553678005072018124124

Per chi non lo conoscesse, il Gabriadze Theatre è una delle istituzioni culturali più importanti e amate della Georgia. Riconosciuto come uno dei migliori teatri di figura al mondo da pubblico e critica internazionali, il Gabriadze ha sede a Tbilisi ed è stato fondato nel 1981 da Rezo Gabriadze, eclettico artista georgiano, il quale forgia personalmente ogni singola marionetta in legno della sua straordinaria compagnia. Regista, drammaturgo, scrittore, pittore, scultore: Rezo ha scelto di rivolgere tutta la sua abilità creativa e il suo cuore a un teatro che gli ha permesso di poter evadere dall’asfissiante chiusura intellettuale vigente circa 40 anni fa in Unione Sovietica.

553678005072018124041Muovendo fili e animando suggestivi personaggi, Gabriadze ha conquistato, con passione e fantasia, platee di ogni età e lingua, immaginando storie ricche di umorismo e velate di malinconia, legate anche al suo vissuto e alla memoria georgiana, lasciando superare i confini, geografici e culturali, del suo Paese ad un modo di narrare favole diverso da quello tradizionalmente occidentale, dove anche la morte o la tragedia amorosa sono affrontante o si concludono con poesia e dolcezza. Racconti che, proprio per la loro commovente sensibilità, hanno attraversato la mente e l’animo di tutti gli spettatori che hanno assistito, almeno una volta, ad uno spettacolo del Gabriadze Theatre, al di là di apparenti limiti linguistici, ogni volta facilmente superati da appositi sopratitoli.
Non ha fatto eccezione neanche il pubblico del San Simone, tanto che molti adulti e bambini presenti ad ogni replica, hanno applaudito, divertiti e emozionati, la soave e delicata favola di “Ramona”, in cui nostalgia, ironia e tenerezza si amalgamo in un perfetto gioco di immagini, ombre e musiche, fino a svanire lentamente, come in un sogno, in una nuvola di fumo bianco. Neanche ci si rende conto che legno, colla e stoffa hanno preso il posto di carne, ossa e pelle: le marionette di Gabriadze sono così “umanamente vive”, che persino le voci registrate degli attori sembrano nascere da quei pupazzi. Plauso necessario, dunque, alla maestria dei marionettisti, reali cuori e anime dei personaggi di “Ramona”.

Chiara Ragosta, 08/07/2018

In principio tutto tace. Molte religioni o teorie metafisiche partono da questo assunto: all’origine vi è silenzio, giudicato come reale assenza di rumore. Ciò non significa che non vi sia possibilità di suono: basta una scintilla, un necessario atto della mente e il silenzio diventa parola. E la parola, il discorso è movimento, in primis del pensiero. Così, all’inizio di “Giudizio, Possibilità, Essere” di Romeo Castellucci, presentato il 30 giugno al Festival di Spoleto, vi è il silenzio dell’universo che si fa suono: attraverso delle diapositive, gli spettatori vengono messi a conoscenza che un buco nero appartenente alla Galassia di Perseo, circondato da gas, pare che emetta delle onde sonore, le quali potrebbero rappresentare il suono melodico dello stesso buco. Suono non udibile dall’orecchio umano, ma che uno scienziato ha provato a riprodurre con dei software.553679301072018130331

L’uomo vuole udire parlare il silenzio: ecco, quindi, che il volume del suono del buco nero viene alzato fino a far vibrare le casse stesse e, con esse, il cuore e la mente di chi è presente. Vibrazioni ancestrali che intimoriscono ed affascinano, fino a che tutto nuovamente tace e un cast totalmente al femminile entra lentamente in scena, vestito da Carmen Castellucci con abiti che ricordano le comunità amish americane, le più lontane dalle massive intrusioni della civilizzazione avanzata e le più vicine alla concordia con la Natura e i suoi frutti. Le ragazze non sono disposte a comunicare, né a dialogare: si tagliano la lingua, prima di riunirsi in una sorta di circolo iniziatico che ricorda i primi passaggi di un rituale misterico. Il disagio e l’agitazione interiori, a cui Castellucci sottopone costantemente il pubblico, sono già in questi primi minuti molto alti.
553679301072018130400Teatro, etimologicamente, deriva da un verbo greco che significa “guardare, vedere”. Eppure il regista e drammaturgo non vuole solo mostrare: ecco, dunque, che il suo teatro viene portato fuori dagli spazi più “istituzionali”, nella periferia della città del Festival dei Due Mondi, a San Giovanni di Baiano, precisamente in una palestra, anticamente l’elemento più importante del ginnasio, il luogo dove i giovani eseguivano esercizi ginnici, ma anche centro di cultura e istruzione.

Castellucci, che dal 1981 non dà mai nulla per scontato, ancora una volta sfida lo spettatore ponendolo di fronte ad una scelta: seguirlo nella sua attiva riflessione sull’essere umano, o lasciarsi sopraffare da ciò che vede e sente. Nel solco del più autentico “teatro della crudeltà” teorizzato dal drammaturgo e saggista francese Antonin Artaud, lo spettacolo della Societas Raffaello Sanzio procede per un replicare con bassa ricerca di espressività interpretativa un testo a memoria, fino quasi a renderlo superfluo, a lasciarlo scomparire o recitare da una riproduzione amplificata. Non è l’effettiva rappresentazione de “La morte di Empedocle” del grande poeta tedesco Friedrich Hölderlin (nella traduzione di Cesare Lievi) ciò che davvero rapisce lo sguardo, ma la fusione fra movimento e parola, quest’ultima non necessariamente in sincronia con i gesti: gli esercizi astratti delle attrici somigliano ad una danza perfetta, impenetrabile, elegante, ipnotica, tanto che neanche i canti popolari islandesi e la musica finale composta da Scott Gibbons stavolta riescono a distogliere completamente l’attenzione dello spettatore dalle azioni svolte, passando quasi in secondo piano. Persino quando il cast si riunisce in immobili gruppi separati che ricordano marmoree statue rinascimentali, l’interesse del pubblico è tutto per le interpreti.553679301072018130245

Le ragazze, tra cui spiccano in particolare le quattro protagoniste (Silvia Costa, Laura Dondoli, Irene Petris, Alice Torriani) che a turno si scambiano il ruolo del filosofo agrigentino, si fanno medium, mezzi attraverso cui far giungere un messaggio. Armate e pronte per una rivoluzione, scarse di risorse e esibendo una bandiera americana sudista (qui simbolo delle “cause perse”), le attrici eseguono la parabola di Empedocle così come prevista dalle tre stesure di Hölderlin, giungendo al “sacrificio” finale e rinascendo nude in quel ginnasio che le condurrà verso una nuova rivelazione, senza però consolazione o pietà di sorta. Ritornano, come Empedocle, a quella Natura che svela la finitezza dell’Uomo, in quanto Essere dai poteri conoscitivi limitati, il quale deve servirsi sia dei sensi (gesti), sia della ragione (parola) per comprendere ciò che egli chiama Vita.
Una tragedia colta, leggermente utopista, schietta, aspra, non smorzata o raddolcita da ricercati coinvolgimenti emotivi: il provocatore Castellucci ancora una volta va a segno.

Chiara Ragosta, 05/07/2018

Nel piccolo teatro naturale di Pietrelcina, cittadina sede di ben tre eventi del Napoli Teatro Festival 2018, un palcoscenico immerso nella natura e nell’oscurità della notte ospita il reading ideato da Luca Zingaretti e da Giuseppe Cesaro, che mettono insieme testi tratti dal libro biblico e riflessioni sulla natura umana. La scenografia è semplice: un pianoforte a coda per l’accompagnamento musicale originale di Arturo Annecchino e una tela su cui viene proiettata una foto della nostra galassia catturata dalla sonda Voyager 1. È così che inizia la riflessione di Zingaretti: la Terra è appena visibile all’interno dei miliardi di stelle visibili, l’uomo è insignificante di fronte a tutto ciò, e così le differenze che ci separano e ci dividono. «Cosa avrebbe scritto Leopardi se avesse visto la Terra fotografata dalla Voyager 1?» incalza dopo aver letto un passo dell’Infinito, poesia che Leopardi scrisse appena ventenne. E ancora, «cosa rende noi uomini “primi” e non “ultimi” nell’infinità di galassie e pianeti che ci circondano?» si domanda dopo aver letto il noto passo del Vangelo di Matteo. Pietrelcina


La lettura pensata da Zingaretti e Cesaro tenta di dare una risposta ad alcune di queste domande in maniera chiara: ciò che differenzia e rende unico l’uomo rispetto a tutto il resto è la poesia, quella di Leopardi o di Rilke – di cui legge frammenti –, quella che conosce chi ha visto la Cappella Sistina, o chi si è trovato di fronte ad un’opera di Giotto, Michelangelo, Fidia, Van Gogh, Monet o Picasso; quella intrinseca nella danza di Nureyev o nella musica di Ella Fitzgerald e nella voce di Maria Callas. Ma Zingaretti dice di più: la poesia non è nella luna e nelle stelle – che pure hanno ispirato generazioni di poeti – è nell’anima dell’uomo e dà voce alla verità. Ciò che conta, dunque, non è l’infinito di Leopardi, ma ciò che dentro Leopardi fa sì che un ragazzino di vent’anni possa pensare e scrivere “L’infinito”. Il percorso ideato dall’attore romano, poi, finisce per esplorare la relazione dell’essere umano con la divinità attraverso la tragica richiesta di risposte che l’essere umano rivolge a Dio: da quest’unico elemento sarebbe possibile trarre una quantità di testimonianze nella letteratura e nel teatro di tutti i tempi, dalle tragedie greche fino a Shakespeare. La considerazione, infine, che la poesia è donna – basti pensare all’origine greca del termine – permette all’attore di compiere una digressione sulla più stringente attualità e sulle tragiche notizie di cronaca che si susseguono negli ultimi anni. Zingaretti

Pasquale Pota 05/07/2018

CASTIGLIONCELLO – Sul prato, guardando gli scogli dove fecero il bagno Sordi, Mastroianni e Fellini (non credo contemporaneamente) c'è una statua di un uomo accovacciato. Sotto si apre il golfo azzurro, in lontananza la Corsica, le grandi navi che solcano l'orizzonte smerciando nafta. Quest'uomo, appollaiato su se stesso, ad una prima occhiata sembra che legga. Da più vicino pare che stia sfogliando il suo tablet. Ma se gli giri dietro capisci che invece dipinge. Ecco Inequilibrio, il festival che tocca le ventuno candeline diretto da Angela Fumarola e Fabio Masi, non è mai ciò che ti aspetti castiglioncello2che sia, è ciò che è ma anche quello che dovrebbe essere, ha più sfaccettature, sfumature, punti di vista, angolazioni possibili, interpretazioni. Sempre nel solco della sua storia, sempre un po' diverso, spostando soglia e asticella in quel continuum di qualità e ricerca, di coerenza e passione, di rigore senza presunzione, con un occhio al passato e il cannocchiale posto sul futuro. Già la locandina (di Guido Bartoli) mostra un angelo, un bell'angelo femmina, con ali posticce da acrobata, le mani attorno ai fianchi larghi, la schiena nuda, le piume che svolazzano, le fasciature alle ferite di qualche caduta precedente, senza che questi piccoli traumi l'abbiano fermata, stoppata, bloccata. Immagine migliore non ci poteva essere per fotografare il Castello Pasquini e il drago che lo protegge. Spettacoli piccoli per pubblici intimi, sale affrescate, gomito a gomito, coscia a coscia, stretti nell'abbraccio delle parole. Quattro belle scoperte, quattro pepite lucenti, quattro bagliori a scaldare l'estate.

castiglioncello3Ormai una conferma gli Oyes dopo le loro personali rivisitazioni e reinterpretazioni di Vanja e del Gabbiano eccoli in questo “Schianto”, frutto della residenza proprio a Castiglioncello, che parte, nell'intento del regista Stefano Cordella, dal Koltes della “Solitudine dei campi di cotone”. L'altalena è la dicotomia tra desiderio e fallimento, tra ciò che si vorrebbe avere e invece la cruda realtà che ci mostra la sostanza, e le conseguenze dei nostri errori. Si sente il cigolio del benpensantismo di Bernhard, il catastrofismo di Durrenmatt ma spunta anche il cinema con Taxi Driver o Collateral con Tom Cruise in un'atmosfera prettamente lynchana con sfoghi alla Trainspotting. La scrittura potrebbe ricordare gli ultimi Carrozzeria Orfeo. Il fondale è un grande vetro infranto, l'incidente e le vite dei protagonisti che stanno andando verso l'inevitabile crash. Due uomini si incontrano: uno è il cliente mansueto (Dario Merlini, ricorda l'interprete folle di “Una notte da leoni”), l'altro il tassista (Umberto Terruso convincente, deciso) logorroico, straripante, sovreccitato. Hanno vite da farsi perdonare, colpe da scontare e nessuno a cui raccontarle. Ma la notte è giovane e porta consigli (di solito cattivi) nelle vesti di un canguro investito che li scruta e li giudica con lo sguardo e con il silenzio, una ragazza/demone (Francesca Gemma, gran voce) che cerca di riempire i propri vuoti esistenziali con rapporti occasionali, un ragazzo vestito da Robin (Fabio Zulli, dolcezza e ribellione in stile “V per vendetta”). E, come dice Cremonini, “Nessuno vuole essere Robin”. Sembra un incubo, una serata maledetta dove la solitudine è la sola a farti compagnia, dove tutto va come non deve andare, dove tutti cercano una rivoluzione, un cambiamento epocale, quello shock, quello schianto che azzeri tutto.castglioncello5

Stessa aria di crepitio, di quella placidità che potrebbe incrinarsi da un momento all'altro, si allarga come macchia d'olio ne “I giardini di Kensington” che ci portano a Peter Pan ma anche alla citata nel finale Patty Pravo. I due amanti sulla scena (Elisa Pol e Valerio Sirna in sintonia tra teatro e danza) regalano l'inquietudine della fissità, dell'irremovibilità, della fermezza, con quelle mosse tenui e statiche che pare di essere dentro un quadro di Hopper. Quella calma, quella quiete stantia di questo claustrofobico appartamento nasconde una pentola a pressione. L'aria thrilling è sempre pronta ad esplodere. Non dialogano, fanno due monologhi, si parlano ma non si rispondono, non si comprendono, non ne hanno nessuna intenzione in questa armonia artefatta che mette agitazione e brividi.

castiglioncelloTre ragazzi si presentano in mutande. Ci vogliono parlare di “Intimità”. Avevamo già visto gli Amor Vacui in occasione del loro precedente “Domani mi alzo presto”, testo generazionale che, partendo dalle incertezze universitarie sul futuro e sull'esistenza, tra ricerca del lavoro e sogni, tra ironia e facezie semiserie, metteva a nudo i ragazzi di oggi tra colpe dei genitori ed alibi autoalimentati. Questo “Intimità” non si discosta molto da quella traccia: si ride, certo, perché ci tocca o ci ha toccato tutti; l'amore, il sesso, la prima volta, gli imbarazzi. Pare ed appare ad una prima occhiata leggero, semplice, semplicistico ma il modo frontale con cui interagiscono, giocando, con il pubblico, e il discorso che vira sulla crescita, sulla disillusione del diventare “grandi”, sulla perdita dell'innocenza, nel complesso lo rendono non così debole. Potrebbe essere una commedia all'italiana con il belloccio, lo sfigato e la ragazza a scompaginare le carte. Potrebbe essere “Undressed”, la serie tv-quiz con due sconosciuti in intimo si raccontano e si conoscono. I trentenni e il loro disagio: “Giovani, carini e disoccupati” ce ne aveva già parlato anni fa. Aspettiamo il salto di qualità, li attendiamo con qualcosa di più aperto all'oggi.castglioncello7

I testi di Rita Frongia dovrebbero girare maggiormente per i teatri. Tutti dovrebbero avere l'occasione di rimanere sospesi in questi suoi mondi visionari e fragili, fatti di piccole cose, di non sense, di attese beckettiane, di scambi velocissimi e furiosi, di personaggi pennellati e dolci, di questi gesti reiterati e rafforzativi che costruiscono brevi coreografie di mani, di tic, di manie e nevrosi. Universi paralleli microscopici, interni bui, vite al limite, ai margini ma senza lamentevolezze (dentro si scovano i chiaroscuri di “Dogman” di Matteo Garrone), grandi dolori appena accennati, solitudini da far combaciare, gramelot carichi di fantasia. Da qualche parte spunta Eduardo. Due sconosciuti ad un tavolino (delizioso l'incastro tra Francesco Pennacchia e Gianluca Stetur, ruvidi e vividi, cinici, crudi e adorabili, cagionevoli, delicati, puri) e tanta solitudine da mettere sul piatto avaro della vita, quella del titolo, “La vita ha un dente d'oro”, quelle esistenze che mozzicano come cani ma poi vengono bastonati negli angoli. Un testo fatto di silenzi ed enorme poesia (“Non ho mai guardato la nuca di mia madre”), invocano un cane immaginario, un fagiano immaginario, tutto sul filo di un equilibrio instabile, corrosivo, liscio a perdifiato: “Le cose diventano piccole, ma non c'è da avere paura, è la notte”. Ecco, alla paura, i nostri due rispondono con questa parentesi, con questo bisbiglio che riluce nel loro buco nero, senza farsi sopraffare, senza farsi abbattere, perché la vita, anche se ha un dente ingiallito e prezioso, non è il buio ma quanta luce hai negli occhi.

Tommaso Chimenti 02/07/2018

Quando si legge la parola “performance” sul flyer di una drammaturgia teatrale, solitamente, la prima, istintiva reazione è quella di un brivido lungo la schiena. Ci si chiede cosa si dovrà affrontare, quali bizzarrie il teatro avrà, stavolta, in serbo per noi. Ebbene, il flyer di “Quando non so che fare cosa faccio” (andato in scena dal 13 al 23 giugno scorso), di e con Daria Deflorian e Antonio Tagliarini, recita anche, in chiusura, un evocativo e simpatico “si consiglia di indossare scarpe comode”.
Sì, perché si cammina nella suggestiva e al tempo stesso urbana cornice del quartiere Marconi, attorno al Teatro India di Roma. Da una parte il fiume, l’orizzonte, il Gasometro, dall’altra il lungo viale, i negozi, la periferia urbana. Ma andiamo con ordine: si entra nella Sala B del Teatro India, spoglia e profonda, nuda, con Daria Deflorian seduta a distanza dal pubblico. 1Veniamo armati di cuffie bluetooth, con le quali far arrivare la voce sommessa della protagonista fino alle nostre orecchie. Poi si comincia, usciamo dal retro della sala e partiamo per un viaggio, al tempo stesso nella città e nella mente della non-attrice.
Già, perché uno degli obiettivi dello spettacolo è mettere in evidenza cos’è un attore al di fuori del della scena, e di riflesso cos’è il teatro, cosa la recitazione, chi è il pubblico e dove sta il confine (labile) tra palco e realtà. La sovrapposizione dei due è massima, mentre seguiamo Daria a debita distanza lungo le scenografie naturali costruite da Roma: capita di sorpassare una coppia di giovani che litigano, bambini che urlano e calciano un pallone di gommapiuma, di preoccuparsi per qualche goccia di pioggia, di sbirciare fuori dalla vetrina di Tiger, mentre la protagonista solitaria, se solitaria può dirsi per le strade di città, entra, prova qualche strano cappello e commenta, dal vivo, nelle nostre orecchie. Il tutto è condito da brevi riflessioni sull’essere e crescere donna, in bilico tra la scena e la vita, prendendo spunto da aneddoti legati a Stefania Sandrelli e al suo esordio cinematografico in “Io la conoscevo bene” (1965, di Antonio Pietrangeli).
In un percorso in cui tutto sembra casuale, compreso il racconto vocale, forse un po’ troppo spesso abdicato al silenzio, c’è anche spazio per le piccole partecipazioni “scriptate” di Monica Demuru o Ludovica Manzo, a seconda della data, e Francesco Alberici, il cui ruolo non è mai palese prima della rivelazione finale, per i saluti al pubblico. Grande idea, quindi, e costruita con mestiere, quella made in Tagliarini e Deflorian, che potrebbe indubbiamente godere di numerose altre applicazioni. La commistione di storia nelle cuffie e passeggiata in città, infatti, partorisce un’esperienza che meriterebbe di essere provata da chiunque, di solito, rabbrividisca al prospettarsi di misteriose “performance”. Magari al tramonto, con scarpe comode.

Andrea Giovalè
25/06/2018

MODENA – Partiamo da una curiosità abbastanza lampante: la fiaba è donna, è femmina, è mamma, è nonna, è accogliente. Questo è quello che ho percepito nei miei tre anni, felici, di passaggio al “Festival della Fiaba” di Nicoletta Giberti: donne organizzatrici, donne conferenziere, donne ad accompagnare, donne spettatrici, donne attrici, donne lettrici. Forse non è un caso; e non perché la donna sia sognatrice o trasognante o abbia la testa tra le nuvole ma anzi perché, a differenza dell'uomo più concreto (che a volte travalica nel materiale), la donna ha in sé, ha in serbo quel nascondiglio, quell'antro miracoloso, quello spazio generatore di nuovo, di altro, di diverso. Se niente si crea e niente si distrugge ma tutto si trasforma la donna è l'emblema (al contempo naturale e voluptassovrannaturale) di riuscire a trasformare l'infinitesimale e farlo diventare una persona: più miracoloso di così. La fiaba (alla quinta edizione) non è il buonismo snocciolato, non è la melassa, non è la dolcezza. La fiaba è metafora, trasposizione che chiarisce ancora meglio, se la si ascolta fino in fondo, a quale punto del nostro personalissimo percorso siamo, dove siamo arrivati, chiarifica lampante, rilascia certezze, certamente mette in discussione con la sua aura di infantile e magico, di aleatorio e fumoso, di immateriale e nuvoloso, talmente difficile da afferrare da entrarti sottopelle.

voluptas2L'edizione 2018 si è spostata da Villa Sorra, alle porte di Modena, nel centro della città dell'aceto balsamico e Pavarotti. Poteva essere un azzardo passare dal bosco incantato di lucciole e passi scricchiolanti, di foglie secche e parole sussurrate nel buio ancestrale, dove solo le stelle potevano rischiarare, al muoversi all'interno di un palazzo. Qui la Giberti, vera anima del tutto, e il suo staff composto da donne e ragazze ugualmente agguerrite e sorridenti, ha saputo ricreare un immaginario soffice, una parentesi nel flusso del Tempo, uno scrigno fatto di candele e lumini, di fiammelle e fiaccole, con quell'aria retrò da respirare a pieni polmoni. Il perno di questa edizione è la piece (sempre sold out, come da tradizione pone lo spettatore e gli attori in un rapporto di uno ad uno) “Voluptas”, concept principe e traino focale di tutta la rassegna sul quale si incastonato e si animano, a spirale come un dna colorato e mistico, altri racconti notturni, mostre, conferenze, passaggi, consegne.

C'è una religiosità nell'aria difficile da spiegare, c'è un campanellino, nel suo tintinnare rituale da silenzio, da campanella scolastica, da qualcosa che sta per accadere nell'immediato, nell'imminente da Pifferaio magico, c'è il cammino condiviso di cinque sconosciuti alla volta, che si immergono (ma ognuno per conto proprio), inoltrandosi in questo palazzo, la porticina in legno che s'apre cigolando e mostrando un mondo nascosto, buio, dove solo le poche fiammelle a terra, come piccole mongolfiere capovolte, rischiarano le alte mura e le volte. Un nuovo mondo ci aspetta: qui non esiste il tempo del fuori, i rumori sono rarefatti, ovattati, come essere immersi in un liquido amniotico che insieme protegge ma anche cerca giù a picco, in profondità, butta l'amo dentro la nostra coscienza e psiche, ricordi e nostalgie, passato e voglia di futuro. Tutti abbiamo qualche peso sull'anima, qualcosa da farci perdonare, groppi da sciogliere, massi da frantumare, nuovi percorsi da riconoscere, paura da addomesticare.

Può uno spettacolo teatrale fare tutto questo? No, certo, gli daremo troppe responsabilità, ma, se si entra con cuore puro, con i canali della percezione aperti e pronti a cogliere ed accogliere, qualcosa, piccolo, lento, fragile, comincia a macerare e lavorare, a muovere e spostare, diventa domanda insistente da non dover calpestare, da non insabbiare sotto l'ennesimo tappeto. “Lungo il sentiero non si torna mai indietro, come nella vita” c'è scritto nel foglio di preparazione, dopo il silenzio è padrone e, finalmente, liberati dai rumori della città, delle chiacchiere inutili, della musica superficiale, dei cellulari assordanti e ronzanti, accompagnati per mano da ancelle, ci introducono in questo piccolo grande viaggio dentro noi stessi. Il format è quello di una mini Via Crucis (quest'anno collegata al mondo degli scacchi), un cammino che porta alla conoscenza, alla consapevolezza, al riconoscimento, al disvelamento di meccanismi di difesa, all'elaborazione, per esorcizzarle, di timori e incertezze. Non uno spettacolo ma un'esperienza che tutti dovrebbero poter fare una volta nella vita. Piccoli gesti gentili ci accompagnano.voluptas3

La domanda di quest'anno è chi o cosa ci guida nelle nostre scelte? Il karma, il daimon, il destino o un'intima nostra personale volontà. Quella volontà che dalla sua etimologia è stata traslata nel mondo occidentale-capitalistico-cristiano in qualcosa di faticoso e difficile, di sudore e sofferenza, mentre la voluptas è legata a doppio filo al piacere del fare la cosa stessa, al desiderio di realizzarla, alla voglia di avvicinarsi, di prenderla, di goderne. Non sforzo ma godimento. Siamo in un anfratto, della città, del tempo, di noi stessi; leggerezza, sospensione ci sostengono, ci supportano, ci spingono nei budelli, nei corridoi e soprattutto lungo il perimetro di un grande chiostro dove al centro emerge, maestoso e protettivo, un leccio di centoventi anni che fa da casa e cupola, da cappuccio e da cappello, da ombrello e tetto, proprio al centro di questo giardino nascosto e privato. Il leccio, non un albero a caso: con questo legno ci facevano le croci, questo albero attira i fulmini.

voluptas4Da uno step all'altro, questi attori ti mettono gli occhi negli occhi, ti parlano piano, ti ascoltano, ti indagano dentro con la dolcezza di un tocco, con il flebile passaggio di dita sulle nocche, con un palmo di mano che scivola e guida, ti mettono a contatto con il tuo più profondo io. Ascolti ascoltandoti, ti racconti, ti apri come è difficile fare nel veloce mondo che tutto trafigge e trancia là fuori: c'è chi ti fa scegliere un pezzo di legno, che poi si rivelerà un pezzo di scacchi stilizzato, chi tra ungenti e pozioni, alambicchi arabeggianti e fluidi alchemici, miscele di stregonerie e mortai dove pesta liquidi e polveri, ti lascia un segno simbolico su un braccio, chi batte il tempo incessantemente e ti fa sentire, palpabile, che siamo destinati alla fine e che il tempo non aspetta tempo, che il tempo passa e non ritorna, chi disegna dentro il contorno dell'ombra della tua testa, chi ti fa specchiare nell'acqua in un secchio, chi ti fa giocare a scacchi dove vincere o perdere, come nella vita.

Le centinaia di fiaccole sembrano anime in questo girone (paradisiaco per riveder le stelle) attorno al grande albero della vita, sembrano un pratovoluptas6 di lucciole in questo mondo separato dal resto, in questa dimensione pacificata dove la musica di pianoforte lieve dai piccoli tocchi si mischia al batter e levare in lontananza del tempo che fugge, ai ticchettii della pioggia battente e dondolante. I sensi sono ampliati, si sente il battito del cuore, il peso della suola che fa pressione sulla terra, si annusano le parole che ti piombano addosso e che parlano proprio a te, di te, e che dentro cominciano a far rumore. Da una parte ti accarezzano dall'altra ti mettono di fronte alle tue paure, passate e future, ai tuoi bui pensieri, e non ti danno soluzioni ma illuminano soltanto le possibili vie da poter intraprendere: le scelte sono comunque sempre personali. Dalla postazione finale, come partoriti nuovamente, come sbucati da questo pertugio in penombra, nuovamente risputati dall'abisso, mangiando ciliege, si scrutano i nuovi spettatori, i loro passi incerti, le loro titubanze incespicando nel loro destino, affannandosi con il loro passato, vagano assorti e inquieti alla ricerca di sé, dell'incontro con le proprie radici. Solide, ma non statiche, come quelle del grande leccio protettivo che ci abbraccia placido. Tra altri centoventi anni lui ci sarà, sarà lì a difendere e riparare altri come noi, entrati scettici e usciti fiduciosi.

Tommaso Chimenti 11/06/2018

BOLOGNA – Ha un che di aulico, mistico e magico l’apparato messo in atto, con una profusione di energie e impegno, oltre che di arti e mestieri, dagli Instabili Vaganti, formazione (potremmo dire duo, Nicola Pianzola da Novara e Anna Dora Dorno da Taranto incontratisi e stabilitisi a Bologna) attivissimi in questi anni, seppur nella giovane età dei due performer, più all’estero che in Italia. Hanno base nella collina vicino alle Ariette, altro duo creativo, sentimentale, affiatato: e forse non è un caso, la campagna da una parte con i suoi silenzi e i viaggi e il cosmopolita che tutto ruota e vortica attorno. E’ proprio il loro essere girovaghi e giramondo che ha fatto sì che in questi dieci anni abbiano intessuto rapporti e relazioni, attraverso spettacoli ma soprattutto workshop in ogni parte del globo, in svariate performazioni 4giugno altre 4zone del mondo: dalla Corea all’India, dal Messico alla Cina, Uruguay e Cile. Proprio in questi giorni è uscito, edito dalla Cue Press, il loro volume “Stracci della memoria” che racchiude il loro polifonico e prolifico percorso fino a questo momento ricco e intenso.
Ed è nella “Celebrazione” che l’anima e lo spirito più profondi degli Instabili viene fuori con tutto il suo bagaglio di respiro e attesa, di quella preghiera laica dell’uomo per l’uomo, quell'andare in profondità fino alla conoscenza ultima del sé, della consapevolezza, del vivere, del sentire l’altro come parte essenziale e integrante di condivisione, di riflesso, di specchio, di unione. Si percepisce, si scandaglia, si morde il tutt’uno che hanno creato in una settimana di lavoro all’interno dell’affascinante Chiesa San Filippo Neri con i performer giunti da tutto il mondo, unione artistica e d’intenti. “La Celebrazione” (ideazione e regia di Anna Dora Dorno) è un canto, un inno alla gioia e alla vita, allo stare, al dialogo come all’introspezione perché non può esistere l’una in assenza dell’altra. L’attesa è quella dei riti pagani che si muove attorno, con forza concentriche a creare vento e armonia, con il movimento fresco di vestali, in bianco, in nero, in rosso, a creare un vortice che sa di mare, di nuove energie immesse in questo spazio dalle volute altissime, dai soffitti scrostati, dagli affreschi, dall’incastro incastonato tra il recupero dell’antico e la valorizzazione dell’intervento conservativo contemporaneo.
performazioni 4giugno altre 7Su un piccolo palchetto rialzato al centro cinque interpreti, cinque lingue, Messico, Italia, India, Corea, Romania, comunicano attraverso l’universalità gutturale di suoni ancestrali che riecheggiano e trovano sponde tra queste mura che sanno di storia, che profumano di vita passata. I drappi rossi avvolgono come fiamme, come abbraccio di mamma, come fasce di sangue dopo una nascita travagliata. Ed è nell’immenso bianco attorno che la centralità di questa piccola piramide umana si esalta ed esplode in un mantra che sale e spiazza, scroscia e s’impenna fino alle vette per poi ridiscendere e infilzare, impilare, impalare gli uditori in un rimando continuo che colpisce occhi, cuore, orecchie. E’ avvolgente, indubbiamente, quest’ora contemplativa che ci accompagna verso le viscere della terra, dentro le pieghe del tempo. Scricchiola il pavimento come un lago fatato ghiacciato che sta per spaccarsi fino a condurci in un’altra dimensione, parallela, sotterranea, sottocutanea. La parte sonora coccola, liscia come una lingua mentre monta la moltitudine in un canto ritmato di piedi a battere e sobbalzare la terra a creare un’immagine di rilievo, solida e compatta, come il "Quarto Stato" di Pellizza da Volpedo, un muro spesso pronto alla corsa d’impatto, a non squagliarsi sotto il sole, un’onda vibrante dove si muovono all’unisono tutti e trenta i performer in un ammasso che dondola, scintilla, scivola, trema.performazioni_4giugno_altre (9).jpg
Siamo davanti ad un matrimonio ma anche ad un canto sofferente, uno sposalizio festoso e il suo contrario funebre, il ritmo della vita e il sacrificio sull’altare, il dolore come lo sprizzo solare: è la vita in tutti i suoi colori. I teli rossi si agitano come arpioni conficcati sul dorso della balena. Sembrano uscire stralci di Mito, Ulisse tra i flutti, Ercole e le sue fatiche, Atlante con il mondo sulle spalle. performazioni_4giugno_altre.jpgUrlano “Pain” ansimando in un afflato carico di meraviglia e il coro gira come dervisci, come zombie attorno al ponte levatoio. Sale la tensione, la scena si scompone e ricompone, ad elastico, trova un suo equilibrio prima di decostruirsi nuovamente in questa fragilità dolce, in questa precarietà strutturata, in questa cantilena-altalena di emozioni, di carezze, di passaggi, di sfioramenti sensuali. Nel loro cammino, spirituale e ateo, tra sacro e profano, c’è spazio per il ricordo, “Remember” ripetuto all’infinito, fino all’assuefazione.
L’eco crea pathos e adrenalina, enfasi e partecipazione; ecco la svedese che sciorina il suo appuntito discorso, la brasiliana che dal pulpito morbidamente incuriosisce, ecco Nicola Pianzola (in questo frangente molto vicino alla recitazione di Pippo Delbono) che traduce “This is the end” dei Doors prima che parta, ecumenica e trasognante, isterica e allucinogena, la voce di Jim Morrison graffiata e graffiante, mai morta, prima del ballo collettivo, orgiastico carnascialesco di braccia levate al cielo ad invocare quel dio, terreno e tattile, concreto e umano, del giusto, della verità, dell’ascolto, della vicinanza: un inno alla vita in tutti i suoi aspetti.

Visto all’Oratorio San Filippo Neri, Bologna, il 5 giugno 2018

Tommaso Chimenti 09/06/2018

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