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MILANO – Come sta la danza contemporanea italiana? Com'è la sua salute? Per quello che abbiamo visto nella due giorni dello “ShowCase” all'interno di Dance Haus, non l'abbiamo trovata agonizzante ma nemmeno in forma splendida, con alcune esili punte, molti stereotipi da rivedere, varie ingenuità, qualche guizzo isolato, comunque distante da quello che possiamo vedere a livello europeo. C'è uno scarto visibile, palese, indubbio. Non siamo a Berlino, a Bruxelles o in Olanda questo è chiaro: il gap si sente. Quattro strutture, per il secondo anno, DanceHauspiù, Centro Nazionale di Produzione della danza, e le compagnie Fattoria Vittadini, Naturalis Labor e Déjà Donné, si sono consociate per dar vita ad un fruttuoso scambio di visioni tra scena, operatori, programmatori e giornalisti. Intanto lo spazio della Dance Haus, in via Tertulliano (chi non c'è stato ci passi gli si aprirà un mondo), è un'ex fabbrica composta da più strutture dove si dipanano sale prove, spazi polifunzionali dove convivono il teatro, la danza (hanno sede anche i Kataklò) , le scuole di formazione, l'hip hop: una cittadella dove, una volta varcato il cancello, si respira arte e libertà d'espressione, murales, freschezza e gioventù.44317999_334995137285081_2269259554807010923_n.jpg

Dopo l'uscita della sezione danza da NEXT, la vetrina del teatro e delle performance lombarde sostenuta da Cariplo, Dance Haus, quarto centro produttivo italiano dopo Virgilio Sieni, Compagnia Zappalà e Aterballetto, si è assunta l'onere e l'onore di portare avanti la mostra e la valorizzazione dei lavori della contemporanea. Quel che abbiamo notato, e che qui sottolineiamo, è che spesso il gesto e il movimento non sono a supporto di un'idea forte di base e rimangono così chiusi, enigmatici e criptici, senza riuscire a comunicare intenzioni e prospettive, tecnicismi fini a se stessi che non riescono a passare un'urgenza, a testimoniare una posizione contenutistica.

Tra i tanti pezzi visti 59915546_1252899094860531_554075498795871493_n.jpgsiamo rimasti favorevolmente colpiti da uno dei pochi spettacoli dove fosse presente una scenografia, un impianto presente e pregnante con il quale i danzatori e performer potessero dialogare e interagire, il potente “Glicemia500” (alla lettura del titolo ci è venuta subito alla mente la canzone medicalizzata “Paracetamolo” di Calcutta) del duo Nux che mette in scena il passaggio, il cambiamento in tutte le sue forme variegate e variopinte, i vari momenti dove dal possibile tracollo si passa al volo e viceversa, le catarsi, i mutamenti abissali. Una struttura granitica e megalitica (quasi un dolmen neolitico) campeggia in mezzo alla scena, sembra una tenda-parallelepipedo oblungo, quasi un vulcano giallo zolfo (o un Yellow Submarine dalla cui garitta tirar fuori la testa e scrutare il paesaggio sottostante) scivoloso e storto dove al suo interno, come Winnie nel beckettiano “Giorni Felici”, sta e spunta a più riprese una donna che è quasi un bruco nudo, un verme che ha paura ad uscire dall'ovatta, un uccellino che ha timore di lasciare il proprio caldo e sicuro nido e spiccare il primo salvifico volo. Le gambe non gli reggono, la muscolatura non è allenata, ma c'è una figura accanto a lei, un uomo nero, pare una figura cupa e intimorente della Marvel, che però si rivelerà tutt'altro che malvagio e maligno. Anzi l'aiuta, la sostiene, la tira su, le insegna, come un vero Pigmalione e Guru, i passi, le mosse, la tiene, lei che è sempre in perenne bilico tra la caduta e il librarsi.

La figura pece ha il volto scuro annerito otelliano, una tunica da derviscio rotante, un rigore monacale nei gesti biblici, la muove come un burattino. E' qui che il corso delle cose muta radicalmente e assistiamo ad un vero e proprio transfert osmotico tra la figura femminile nuda (grande controllo del corpo, forza e precisione) e questo monaco rigido: se l'uno si spoglia delle proprie vesti, e perde certezze e sicurezze, l'altra si veste dei suoi abiti (vediamo la costruzione di un nuovo personaggio assimilabile al Frankenstein), gli pulisce la faccia e lo lascia senza scudo, senza corazza, senza armi, liscio, puro e lindo da tutto quel nero che lo imbrattava e sedava. Adesso è la figura maschile che ha perso la forza (come Sansone con il taglio dei capelli) e che striscia come un millepiedi invertebrato e molle. Sembra l'ascesa della farfalla da bozzolo a crisalide e infiniti ritorni, reincarnazioni, rivoluzioni, rinascite, il baco che germoglia, fiorisce in un qualcosa di elegante, leggero, sospeso, dai colori accesi bellissimi.60675344_2389188661126929_6800784948869668659_n.jpg

Una segnalazione doverosa anche per “Lakota” di Annalì Rainoldi dove un corpo struscia imbustato nel suo vello prima che diventi la copertura di uno scheletro di tenda indiana con la danzatrice che si fa capanno, che diventa casa, che è contenuto e contenitore, significato e significante, ospite e struttura ospitante, chi è sia protetto sia la cosa ci protegge. Interessante anche “Vanitas” di Fattoria Vittadini che ruota attorno, metaforicamente e letteralmente, ad un fascio di luce dal quale proviene una voce simil Alexa o Siri, un totem fallico che si erge verso l'alto e che ci spiega la vita, il suo passaggio allo stato IS_VANITAS_Neon01-2.jpgdi morte, con tutti i particolari anatomici puntigliosi medici e gli stravolgimenti fisici che subisce il corpo umano, per poi ritornare in vita, resuscitare a nuova luce in un'armonica parabola dalla vita alla vita. I danzatori come lancette impazzite camminano e corrono attorno al palo fluorescente e parlante (sembra la macchina Kit di Supercar), defibrillano a terra, lasciano che la linfa vitale scorra, ritorni energia, si liberi, adesso sembrano aggrovigliarsi come linee di dna attorno al loro centro e perno: la morte è soltanto un aspetto della vita, per questo non ha senso averne timore.

Tommaso Chimenti 12/06/2019

CASTROVILLARI – Non è un caso se il festival “Primavera dei Teatri” termina la sua corsa ogni anno il 2 giugno, data simbolica, Festa della Repubblica, unione ideale di tutto lo Stivale tricolore, momento alto anche per l'intero movimento teatrale nostrano. A Castrovillari, in questo spicchio di Calabria che guarda la Basilicata ed è equidistante dal Mar Tirreno come dallo Ionio, dove l'odore di salmastro è lontano mentre sono molto più pregnanti e pressanti gli aromi della montagna, il Pollino che attira sempre nuvole gravide e scure, il teatro ha cambiato l'intorno, il paese che in questa settimana, a cavallo tra fine maggio e inizio giugno, si raccoglie e sgomita per seguire i tre spettacoli al giorno, le performance, i laboratori, le conferenze che il gruppo Scena Verticale ogni anno, con attenzione, mette in piedi. Venti anni. Due grandi ics campeggiano sul manifesto del 2019 con un funambolo in equilibrio a districarsi tra la caduta e la corda. La ics, la croce che ci riporta anche alle Elezioni Europee che proprio in quei giorni sono andate in scena. La pioggia è stata sicuramente una delle protagoniste meno attese e mal volute ma non ha rovinato i piani. Il Fuoco di Bacco, la pasta piccante cotta nel vino rosso, servita da Nicola e Pasquale all'Osteria della Torre Infame davanti al Castello Aragonese, anche quest'anno è stata citata, ringraziata, elogiata, 2019-0-26 PDT Contro la liberta  DIVINA MANIA foto Angelo Maggio P1510809.jpgricordata, fotografata, divenendo un simbolo stretto a doppio filo al Festival della Triade, Settimio Pisano-Dario De Luca (che debuttava a Cosenza sulle rive del fiume in un progetto speciale site specific che sarà presente anche al Napoli Italia)-Saverio La Ruina, grandi professionisti e grandi persone. Elezioni Europee che qui hanno avuto il loro riflesso nei testi, due catalani e uno tedesco, collegati al bellissimo progetto Fabulamundi che Primavera accoglie da un paio d'anni: prendere testi di autori del Vecchio Continente e farli dialogare con giovani compagnie emergenti calabresi; un interessante modo di mischiare le carte, far esplodere energie, rompere gli schemi e vedere come nuovi germi e virus riescano a crescere, espandersi, fiorire.

Ci hanno 2019-05-27 PDT semi stivalaccio teatro  foto angelo maggio DSC06142.jpgcolpito le maschere di “Semi” di Stivalaccio Teatro, i puppets della premiata “La Classe”, l'ironia grottesca dei sette quadri di “Contro la Libertà” della compagnia Divina Mania, la scena e la crudeltà de “La ragione del terrore” dei Koreja. Dopo la loro cavalcata-maratona tutta agita dentro le pieghe della Commedia dell'Arte, i veneti Stivalaccio utilizzano le maschere, uscendo dai testi della tradizione, e indagando la contemporaneità, l'ambientalismo (sarebbe certamente piaciuto anche a Greta) e l'ecologismo mischiati con quella sana follia che li caratterizza. All'interno della Banca dei Semi in Norvegia (luogo reale dove effettivamente sono conservati decine di migliaia di semi di piante) due soldati, nel classico scontro tra efficiente e stolto, ruoli che si ribaltano inevitabilmente, sono messi sotto attacco da terroristi. Il tema è alto e le finestre aperte sono molteplici come l'idea di futuro e di evoluzione della specie che semioticamente (appunto) la parola “semi” contiene: il seme che può essere quello vegetale come quello dell'uomo funzionale per la procreazione. Tra un colonnello dal sapor garibaldino, una recluta cialtrona, echi di Isis e Pussy Riot, spot alla Pulp Fiction, “Semi” è una girandola leggera e onesta di divertimento con più di un rimando alla politica sotto una coltre di risate, di baruffe chiozzotte dove spicca anche un mix tra Mara Venier e Barbara D'Urso, il vero luogo ormai dove si fanno i processi, dove si direziona il pubblico, dove si espongono teorie e dove, purtroppo, si allevano adepti istupiditi da tanta propaganda spacciata per intrattenimento. Un salto di qualità per Stivalaccio.2019-05-29 la classe iacozzilli-crampi  foto angelo maggio DSC07850.jpg

Non era affatto semplice trasformare il testo di Esteve Soler, “Contro la Libertà”, suddiviso in sette scene, una drammaturgia che si prestava più facilmente per una versione cinematografica (che l'autore catalano ha effettivamente realizzato proprio quest'anno) che per un passaggio teatrale. Invece Mauro Lamanna, Gianmarco Saurino e Elena Ferrantini (giovani, carini e molto occupati), i tre giovani attori di Divina Mania, hanno ampiamente superato le aspettative e conquistato tutti. Sette differenti quadri spostati in una società distopica non così lontana dalla nostra attuale, un testo duro, violento, cinico, crudele, drammatico e allo stesso tempo grottesco, assurdo, sarcastico, diabolico. Hanno risolto il dilemma costruendo una struttura che riuscisse a contenere tutte e sette le situazioni, irriverenti, caustiche, tremende, una gabbia sullo sfondo (di Andrea Simonetti), una costruzione pulita, fusion, minimalista e lineare supportata con tocchi di luce eleganti (Luca Annaratone) e musiche pirotecniche e decisive (Samuele Cestola). Un testo che parte da un “contro”, quindi un movimento verso qualcosa fuori di noi, che invece ci parla e vuole insistere sulle nostre debolezze, i nostri demoni, il fascismo che alberga in ognuno di noi, anche senza accorgersene. Nel primo una madre e un figlio sono alla frontiera, lei nel Primo Mondo, lui invece è un migrante e sono collegati da un grosso cordone ombelicale, nel secondo due sposi sono all'altare pronti per il fatidico sì quando alla sposa sorgono dubbi spiazzanti, nel terzo in una situazione di guerra i soldati sono più propensi alla realtà virtuale che si agita nei loro telefonini, il quarto ha dei rimandi a Fahrenheit 451, il quinto è un colpo allo stomaco e vede protagonisti una coppia e un bambino, nel sesto c'è una ditta clandestina dentro un guardaroba e nel settimo si vendono degli appartamenti con delle presenze per qualcuno inquietanti per altri, ormai, purtroppo, normali. I nostri sette peccati capitali quotidiani.

Arrivato 2019-05-29 la classe iacozzilli-crampi  foto angelo maggio DSC08169.jpgqui con un grande carico di aspettative “La Classe” ha confermato la sua bontà e qualità giocando sul doppio binario, e creando la necessaria tensione emotiva (alla fine standing ovation), da una parte dei puppets, infantili e morbidi e teneri, e dall'altra con l'inserto dei racconti, in presa diretta, interviste ai ragazzi, oggi adulti, compagni di classe alle elementari della regista Fabiana Iacozzilli. E' una storia di dolore e sopraffazione, di sadismo e prevaricazioni quella che la Iacozzilli dopo oltre trent'anni riesce catarticamente a mettere in scena togliendosi un peso, respirando. Deve essere stato un trauma enorme portarselo dietro per tutti questi anni. E' una confessione, un teatro di denuncia che ci pone davanti alla questione dei “maestri”. La tesi che ne fuoriesce è che nella vita servono anche i brutti ricordi e tutto entra nel grande calderone della crescita ma soprattutto che servono i maestri che essi siano buoni o cattivi. La suora in questione, protagonista con i suoi metodi a dir poco militareschi di punizioni corporali e sevizie psicologiche, ha in qualche modo, questo si evince dalle parole della stessa regista romana, forgiato la passione per il teatro della stessa ma non solo, ha anche instillato in lei l'amore per il perfezionismo, l'alzare sempre più l'asticella, il mai accontentarsi e, dall'altro lato, la poca propensione alla maternità. La scena, banchi che si muovono in coreografie, e una lavagna, con questi pupazzi dai grandi occhi spauriti (recentemente Premio “In-box” a Siena) è già di per sé un capolavoro, così come i movimenti che gli attori-aiutanti in nero compiono danzando attorno a cartelle mignon, a penne micro, ad occhiali minuscoli. 2019-05-29 la classe iacozzilli-crampi  foto angelo maggio DSC08267.jpgAleggia, già dal titolo, la lezione kantoriana, soprattutto quando, sul finale, la stessa regista, discende dalla platea e con qualche tocco fa scattare brividi e commozione. Il pupazzo interagisce con l'uomo cercando in lui salvezza e conforto ai colpi, alle derisioni, chiede un po' d'amore. “La classe” è, giustamente, il vero eclatante caso teatrale dell'anno.

Il testo di Michele Santeramo sembra scritto proprio pensando a Matera, alla capitale europea della cultura di quest'anno, con le sue grotte trasformate in spa, con la sua sofferenza di qualche decennio fa tramutata in ristoranti stellati e b&b di lusso. Partiamo dalla scena che è d'impatto, quasi fosse un'onda pronta a rompersi, gli attori surfer in equilibrio precario e noi impreparati ad accogliere la potenza della violenza trasmessa senza fine. Perché, ci dice l'autore pugliese (lo spettacolo è prodotto dai Koreja leccesi), esiste sempre una “Ragione del terrore” (regia di Salvatore Tramacere), un incipit, un prima dopo il quale tutto è andato a valanga, prendendo velocità impossibile da fermare. Dicevamo la scena 2019-05-28 la ragione del terrore teatro koreja michele santeramo foto angelo maggio DSC07110.jpg(di Bruno Soriano) è una casa colorata (ossimoro delle vicende cupe e buie), anzi uno spicchio di abitazione, quasi da elfi, da Puffi, un connubio tra Escher e De Chirico, dove tutto è storto, triangolare, da fiaba noir, una casa delle bambole montata senza le istruzioni dell'Ikea, dove tutto è in discesa pericolosa, obliqua, diagonale, squilibrato, scivoloso verso il basso, verso gli istinti più animali e infimi. Michele Cipriani dà voce (uno, assieme a “La Classe”, dei vincitori morali di Primavera: perché non istituire un premio collegato al festival?) a questo disgraziato punito dalla sorte, dalla Storia, dal corso degli eventi, senza rivalsa, senza rivincita, senza possibilità di cambiare il corso delle cose. E dicevamo anche di Matera, all'inizio di questo ragionamento; già perché gli appuntamenti lucani artistici di quest'anno si basavano tutti attorno alla parola “Vergogna” proprio perché Togliatti così aveva definito la condizione nella quale erano stati abbandonati, fino agli anni '60 inoltrati, gli abitanti di quella valle. Cipriani è carnale, sanguigno, è una palla infuocata lanciata a tutta velocità, ci mette tutto se stesso nel rendere e restituire la vita di quest'ultimo, che non può, fin dalla nascita, andare che male, senza redenzione, senza alcuna gioia, né amore né vittoria. Come la struttura è inquietante e cadente così il racconto che si fa livido, atroce, violento (la moglie, sempre silente, è Maria Rosaria Ponzetta nel suo mutismo gonfio, goffo, carico di sofferenza indicibile); e si sente tutta la povertà, la miseria, ricorda Hansel e Gretel, l'insoddisfazione, la rassegnazione, la rabbia, la morte, arriva in soccorso anche “Dogville”. Il Sud, ancora una volta, è la materia sviscerata, con perizia e cura, da Santeramo, quasi un'autopsia su un cadavere malconcio.

 

Foto di Angelo Maggio

Tommaso Chimenti 03/06/2019

TORINO – Alcune città, quando piove, possono risultare più tristi di altre. Del “Cielo su Torino che sembra muoversi al mio fianco” ce ne hanno già parlato a sufficienza i Subsonica ai tempi della fioritura dei Murazzi. Ma a Torino non ci si annoia mai: puoi respirare l'aroma di caffè nel Museo Lavazza, sentire i rombi in quello dell'Automobile, inalare la Storia con la maiuscola nel Museo Egizio, farti ispirare dal MAO dove in questo periodo scorre un'interessante abbinamento e rapporto tra Islam e l'acqua, commuoverti davanti alle fotografie sgranate dei campioni senza tempo del Grande Torino, proprio in questi giorni scoccavano i 70 anni dalla tragedia di Superga, oppure immergerti nei colori di Steve McCurry ed i suoi scatti da mondi lontani pieni di vita, di libri, di storie e di parole da leggere. Il Fringe di Torino arriva alla sua sesta edizione e si posiziona prima, quasi in un continuum tra la fine delle stagioni, del Festival delle Colline. I Fringe da noi non hanno attecchito come si pensava; dall'esperienza di quello di Edimburgo, che fa numeri e businness, molte città hanno voluto provarne gli effetti e l'ebbrezza: ci vengono in mente Roma, Spoleto o l'Apulia, e l'esperienza di Torino sembra essere quella che si è meglio strutturata e imposta nel panorama nazionale.

Il clima rimane off e giovane, il che è limite e ricchezza, limite perché si resta sempre nell'“emergente”, quasi emergenziale, ricchezza per l'entusiasmo che si crea attorno. Importante la scelta del Fringe torinese, diretto con sorriso e piglio da Cecilia Bozzolini, di utilizzare otto spazi non teatrali, locali, centri culturali, pub, dislocati nelle zone più diverse della città della Mole, dalla Barriera di Milano ai Magazzini sul Po, da Piazza Statuto a Piazza Castello: fermento, vita. Sui trecento progetti arrivati ne sono stati selezionati 27 che sono andati in scena nelle due settimane del festival per nove repliche complessive (una bella vetrina o un bel rodaggio). Gli spettatori avevano a disposizione tre spettacoli a sera nello stesso spazio, molto comodo e funzionale per una piccola maratona quotidiana dentro le pieghe del nostro teatro. La parola d'ordine di quest'anno è stata #fridom, il simbolo, onirico e leggermente pessimista, un dodo, bell'uccello piumoso, nostalgicamente estinto, non un bell'augurio per il teatro off. Non è mancata certamente la qualità però sono mancati i premi (miglior performance, miglior spettacolo, miglior testo), le giurie, tecnica e popolare, per poter valorizzare al meglio (anche il marketing è importante) gli spettacoli e il Fringe stesso durante l'anno. Il Fringe di Torino 2019, almeno per quanto ci riguarda, parla al maschile: già perché abbiamo riapprezzato o scoperto grandi interpreti carismatici, potenti, che sono riusciti a catalizzare l'attenzione con la forza delle loro parole, convinti, decisi, ammalianti, affascinanti animali da palcoscenico (e mai bestie di scena).Angelo Colosimo.jpg

Animali sì perché due dei quattro spettacoli che abbiamo selezionato parlavano di porci, o suini o maiali, a seconda dell'accezione che vogliamo dare al sostantivo che può essere declinato adesso in termini culinari-gastronomici, ora igienici, o ancora moralistici. Tra il reale e il metaforico sta la narrazione intensa di Angelo Colosimo (si mangia la scena) che ci porta tra le pieghe della sua martoriata Calabria con “Simu e Puarcu” (che chiude la trilogia con “Bestie rare” e “L'Agnello di Dio”) dove la lingua tagliente dello stivale della Magna Grecia è appuntito come un coltello per smembrare, tagliare, incidere, scuoiare. Colosimo governa questa lingua musicale e rude insieme, tra filastrocche in rima dalle quali farsi coccolare e cullare e l'arrogante e ispida sensazione di Far West dove vince la legge del più forte. Il macellaio ci racconta come sgozza i maiali, ai quali comunque vuole bene, il lavoro sporco, ma fatto con passione e dedizione quasi una missione, ma è tutto (nei cliché del meridionale simpaticamente esondante, ciarliero, di catene spesse al collo con la croce da baciare, i santi da reclamare e venerare, gli occhiali a specchio, la camicia colorata che fa subito spiaggia e calura) un rimando a sparizioni, a corpi nascosti e sezionati, ad un altro tipo di macellazione, certamente con meno amore e cura rispetto a quella animale.

Un racconto (ci ha ricordato le fiabe per niente consolatorie dei Fratelli Grimm) intriso di sangue che ci porta ad una storia vera, quella di Santino Panzanella scomparso e dissolto dalla ndrangheta e i cui presunti assassini sono stati prima arrestati e poi rilasciati per insufficienza di prove: una storia tutta italiana, una storia sbagliata. Colosimo (una recitazione carica e viscerale che ci ha portato con la memoria a “Roccu u Stortu” del conterraneo Fulvio Cauteruccio o “Acido fenico” dei leccesi Koreja o ancora “Kitsch Hamlet” oppure “U Tingutu” entrambi di Scena Verticale di Castrovillari) ha grande energia nel passare dalla dimensione (con un buon contributo di luci e sonoro) dello scannatoio a quella delinquenziale mantenendo un equilibrio sottile ora ironico adesso freddo ma sempre neutrale e naturale seguendo la logica mafiosa del segno della croce e dei barili d'acido, del santo da portare in processione e della brutalità nell'eliminare, o dissolvere ancora peggio, un nemico: quando il teatro serve per andare in direzione ostinata e contraria.

Ancora maiali Martorelli.jpgnella digressione di Fabrizio Martorelli, attore di razza, che, con “Peppa Pig prende coscienza di essere un suino” di Davide Carnevali, ci porta dentro ad un dialogo che oscilla tra il filosofico e l'economico con la figlia ancora piccola e sullo sfondo il mondo dei cartoni animati ed il marketing e le simbologie che queste instillano e inculcano nei bambini, potenziali consumatori. La narrazione ha molti step e varie fasi; si passa appunto dal neoliberismo e dalla lotta di classe al porcello dei cartoon che professa, contraddicendo la realtà, il “migliore dei mondi possibili”, passando per la CIA, Guantanamo, fino alla trita rivendicazione del teatro sul sistema teatrale e le lamentazioni contro i grandi Stabili che gestiscono il potere, per poi arrivare, dopo molti piani e molte, troppe, storie affastellate, dopo un po' se ne perde la cognizione divenendo complesso, ad una critica al mondo mercimonio dell'arte contemporanea. Il tema è molto interessante e l'incipit deflagrante, Martorelli ha lucidità ed è un trascinatore allo stato puro, adrenalinico, un'asciugatura di rimandi e salti e prospettive gioverebbe a tutto l'impianto che, comunque, nel suo complesso risulta godibile, anche se perdendo di leggerezza si fa serioso e non più pungente ma solo grave, ma potrebbe diventare esplosivo.

E' una contraddizione in termini la piece “Un'ora di niente” di Paolo Faroni che, all'opposto, sono sessanta minuti scanditi da verità allarmanti, cinismo urticante, grande umanità, racconti autobiografici privati il tutto miscelato da un sarcasmo pungente, esilarante, ficcante, urticante. Da solo sul palco, tiene le redini, affossa il pubblico in un corpo a corpo dove sempre esce vincitore con una dialettica intelligente e una costruzione drammaturgica che tocca i rapporti interpersonali e sentimentali ma anche l'autostima, il teatro, il sesso, in un tourbillon vorticoso, in uno Zibaldone dove si miscelano Natura e Anima con battute al vetriolo, “Il teatro è come un cane, il calore di qualcuno senza lo sbattimento di dover stare ad ascoltarlo”, con stilettate velenose: “Esiste una sola religione: l'erotismo. Tutte le altre infatti tentano di combatterlo”: deliziosamente spassoso, talmente insensibile da nascondere il bisogno di un abbraccio, quello del pubblico.Paolo Faroni.jpg

Importante l'indagine, durata quattro anni, di Gianni Spezzano (lo abbiamo visto in nella serie Gomorra) e Adriano Pantaleo (anima del Nest di San Giovanni a Teduccio a Napoli) sul mondo degli ultrà di calcio. “Non plus ultras” è un viaggio dentro le dinamiche, le strategie, le tecniche, le psicologie, le famiglie e tutto il non detto, e il non conosciuto, dentro quel terreno fatto di fratellanza, violenza, rapporti, intrighi, intrecci borderline a cavallo tra legalità e illecito, fede, odio, vicinanza. In una scena costruita con file di seggiolini da curva e manichini con maglie colorate ai lati e una croce in alto a santificare le feste e a benedire il campo, Pantaleo è un abile trasformista che presta corpo e voce a varie figure che aleggiano, sostano, gravitano attorno a quell'universo così romanzato da chi c'è dentro, così avversato da chi ne sta fuori. C'è ironia e freschezza, così come amarezza nel percorso evidenziato di teatro.it-Adriano-Pantaleo.jpgCiro che diventa ultrà per amore. Quasi come fosse una dipendenza, una malattia, un virus che si attacca e si appiccica addosso e non ti lascia più attanagliandoti perché ti dà una scansione della settimana, qualcosa per cui combattere, credere, forse anche morire, un'identità forte in un oggi labile e incerto, mellifluo e liquido. Pantaleo sale e scende dalla struttura, si lancia, si scapicolla, suona, canta, urla, intona i cori da stadio: ora è nei panni di Ciro poi diventa lo zio Salvatore filosofo, l'agognata fidanzata Susanna infine Biagio il Mohicano, il capo dei capi. Ma ci racconta una cerchia di figure, dai soprannomi coloriti: Chardonnay, Megabyte, Lupin, che ci fanno sorridere (a tratti è irresistibile) e ci aprono una finestra (suonando tanti campanelli da reception, gong come sul ring, piccoli tonfi come battiti del cuore) su un terreno troppo spesso, semplicisticamente, bollato soltanto come aggressivo e rude: certo ci sono le risse, le trasferte, l'adrenalina, la ferocia atavica contro le forze dell'ordine ma anche la trasmissione di valori, l'orgoglio, il rispetto di una città. Non dà giudizi, solo punti di vista, da vedere: ogni maledetta domenica.

Da segnalare assolutamente “Sul divano” della Compagnia PerNoi, in un interno degradato da Cinico Tv, claustrofobico e spiegazzato, due fratelli (sono venuti in mente anche Scimone e Sframeli, anche se qui manca ancora quello stato di grazia e sospensione ma il climax è quello) bevono birra e giocano a calcio con una palla di carta. Si sono rinchiusi, rifugiati dopo un grave lutto, quasi hikikomori, e non vogliono più uscire perché lì dentro si sentono al sicuro, perché lì dentro tutto è rimasto uguale e non può far male. Divano e birra, birra e divano e tante bottiglie vuote come cadaveri delle possibilità che non hanno scelto, Sul divano.jpgcome le teste dell'Isola di Pasqua per guardare orizzonti lontani che hanno deciso di non percorrere chiudendosi dentro il guscio di un salotto spoglio d'affetti. Il tema della perdita e della difficile gestione del lutto striscia anche se l'atmosfera pazientemente costruita viene fatta virare, poteva essere giocata meglio, sull'ironia lasciando un po' d'amaro in bocca per quello che poteva essere. Il tempo, però, è dalla loro parte.

Favolosi e funambolici i Three Dots Company (i tre puntini, quelli di sospensione, quelli del non detto, quelli che lasciano sempre uno spazio per l'immaginazione e la fantasia...) che con “Mimes” ci hanno regalato divertimento puro legato però alla riflessione, mai banale o scontata, sul teatro nel suo continuo dialogo tra realtà e finzione, come sulla vita, sul prendesi sul serio, sul gioco dell'esistenza. Se due dei tre mimi usano in scena tutte le tecniche ci ci si aspetta da un mimo con i guanti e la faccia bianchi, lo specchio e appunto il mimare gesti, azioni e oggetti che effettivamente Mimes.jpgnon sono presenti, il terzo, cinico e spietato, mette in luce le falle del loro piccolo mondo, scopre le carte delle loro convinzioni. Ecco che una banana, reale e non solamente fatta immaginare, o una scala, diventano oggetti-grimaldello, feticci-piedi di porco (ritorna magistralmente il suino-refrain) per comprendere il reale, scatenando un'ironia incontenibile, una stimolazione intellettiva delicata, semplice ed esplosiva al tempo stesso: una fenomenale allegoria.

Tommaso Chimenti 19/05/2019

Una schiera di spose, disposte su un lato della sala e rigorosamente vestite di bianco, accolgono il pubblico del teatro Marconi di Roma per la prima di "Tu non mi farai del male", spettacolo scritto da Rosa A. Menduni e Roberto De Giorgi e dedicato a Pippa Bacca, la giovane artista performativa tragicamente scomparsa il 31 marzo 2008.

Tra le braccia le spose stringono dei cartelli con sopra riportati una serie di valori – fratellanza, condivisione, solidarietà – che esprimono il senso di quel progetto, Spose in viaggio, intrapreso insieme a una compagna l’8 marzo 2008, giornata internazionale della donna, e mai portato a termine. La performance prevedeva un tragitto interamente in autostop da Milano a Gerusalemme attraverso undici paesi toccati dalla guerra, undici come i veli degli abiti nuziali indossati per tutto il tempo dalle due; lo scopo fondamentale del viaggio doveva essere quello di lanciare un messaggio universale di pace e fiducia nell’umanità con la scelta simbolica di affidarsi a degli sconosciuti per i vari spostamenti. Ma purtroppo, dopo essersi separata dall’amica a Istanbul con l’obiettivo di ricongiungersi poi a Beirut, Pippa fu violentata e uccisa da un uomo che le aveva dato un passaggio nei pressi della cittadina di Gebze.Pippa Bacca 02
Lo spettacolo ha inizio proprio dall’ultima stazione, in «una strada deserta dove tutto sembra surreale», e rievoca a ritroso le tappe e le ragioni profonde di questo cammino, oltre a mettere in luce gli aspetti, a volte sorprendenti e altre volte contraddittori, della straordinaria personalità di Pippa. In uno scenario quasi beckettiano, seduta ai margini di una strada su un ceppo rovesciato, la protagonista – un’intensa Caterina Gramaglia – attende il suo Godot, un’utopica conciliazione tra arte e vita che sappia redimere l’umanità. Nel corso di questa attesa entrano ed escono di scena una serie di figure sospese tra passato e presente e tra l’innato idealismo di Pippa e la cruda realtà del mondo circostante: il confronto che ne scaturisce lascia emergere al massimo grado la natura eterea e naïf della protagonista, proiettata con un candido e coraggioso ottimismo verso un altrove che trascenda la malvagità dell’uomo. Una delle componenti più efficaci della drammaturgia risulta essere proprio il contrasto della ragazza con quelle presenze che faticano a intendere il senso del suo viaggio e che cercano di riportarla coi piedi su una terra per lei sin troppo arida: presenze come la cinica e pragmatica “fata” vestita di verde o come l’unica figura maschile dell’intero spettacolo, un viaggiatore che si mostra gentile, disponibile e interessato alle sorti di Pippa ma che appare incapace di condividerne fino in fondo il destino. Tutta giocata sui flashback è poi la peculiare dialettica tra la protagonista e la sua partner, il cui rapporto ondeggia ambiguamente tra complicità affettiva e conflittualità artistica e che rispecchia in parte le sensazioni contrastanti dello spettatore di fronte alla radicalità del disegno etico ed estetico di Pippa.Pippa Bacca 03
La regia di Tiziana Sensi si mantiene in perfetto equilibrio tra l’oggettività della cronaca e le astrazioni soggettive operate dalla fantasia e dalla memoria della protagonista. In quest’ottica risulta estremamente funzionale il pregevole lavoro di mescolanza tra luci fredde e calde e, ancora di più, l’uso poetico di un separé trasparente come elemento scenico per restituire la simultaneità dei differenti piani temporali. Infine, in questa congerie di simbolismi, appare centrale il colore verde, segno cromatico ricorrente e delicata metafora della creatività della performer.
Lo spettacolo si rivela come un sincero, toccante e coinvolto omaggio all’arte e alla persona di Pippa, solo a tratti indebolito dal didascalismo di alcune battute, presenti in particolare nei dialoghi con la sopracitata figura maschile. Tali sbavature sono comunque irrilevanti dinnanzi all’efficacia con cui vengono risolti i momenti di maggior tensione drammatica: su tutti spicca il tragico epilogo dove viene scelto di non dare un volto all’assassino, trasformandolo in un’autentica allegoria del Male, e di non rappresentare in scena il martirio della protagonista, evitando così qualsiasi facile sensazionalismo.
Opera di forte impegno civile, Tu non mi farai del male può essere riassunta nel suo senso più profondo e nella sua urgenza poetica e politica con una delle frasi più emblematiche pronunciate da Pippa: «L’arte per me, per gli altri, è un modo per diventare persone migliori».

Piero Baiamonte
Francesco Biselli
Emanuele Bucci
Maria Vittoria Guaraldi

10/05/2019

Dal 2 al 5 maggio è andato in scena in prima nazionale, al Teatro Spazio 18b di Roma, “Signorotte”, la tragicommedia scritta e diretta da Massimo Odierna, e intepretata da Viviana Altieri, Elisabetta Mandalari e Sara Putignano della compagnia Bluteatro. Terzo episodio di Disalogy - la trilogia del disagio, quella di “Signorotte” è una drammaturgia pop, accessibile tanto agli addetti ai lavori come a chi non frequenta abitualmente i teatri: tre amiche ultracinquantenni si incontrano dopo anni in occasione del funerale del marito di una di loro.
Ci siamo fatti una chiacchierata con Massimo Odierna sul disagio della nostra generazione, sull'importanza di sapere chi siamo per capire dove andiamo e sulle contraddizioni che danno motore alla vita e alle sue storie.

Signorotte è uno spettacolo tragico ma anche molto divertente. È un po' la tua marca stilistica raccontare la crisi in maniera grottesca.

Fin dalle mie prime operazioni drammaturgiche ho sempre cercato di restituire qualcosa di estremamente ironico ma mai comico fine a sé stesso. La tristezza e la paura possono tradursi in ironia e cinismo, fino all'eccesso. Cerco di raccontare due facce della stessa medaglia allo stesso tempo. Quando l'operazione riesce è gratificante, vuol dire che la strada è quella giusta.

Signorotte fa parte della Trilogia del Disagio. Qual è la tua definizione di disagio?

Per me il disagio è la contraddizione, tutto ciò che ha a che fare con l'imprevedibilità della vita (certe cose estremamente poetiche possono nascondere il marcio, altre estremamente basse possono celare qualcosa di poetico, alto, o spensierato) e il non risolto della psicologia umana (tutto ciò che presenta crepe: le ossessioni, le nevrosi, le nostre paure). Oltre a questo, è anche un modo per raccontare una cifra stilistica e drammaturgica: all'interno delle mie storie inserisco tutto ciò che ha a che fare col disagio dei giorni nostri, le contraddizioni dei nostri tempi, senza mai però cadere nel teatro sociale. Non mi piace parlare del problema sociale fine a sé stesso. Nel disagio c'è la vera benzina per raccontare qualcosa: quando tutto è lineare, risolto c'è poco da raccontare. Non ho la pretesa di dare risposte né punti di vista definitivi, le mie storie non hanno moralismi né interpretazioni univoche. Mi piace mettere insieme degli elementi contraddittori e vedere l'effetto che fa.

In effetti abbiamo tanto da raccontare oggi. Anche se ogni epoca è contraddittoria a suo modo, forse la nostra è particolarmente contraddittoria, come è proprio di tutte le epoche di transizione.

È vero che ogni epoca non è mai risolta, mai serena. Noi siamo bravissimi a dire che oggi è sempre peggio di ieri. In realtà il peggio c'è sempre stato, e per fortuna anche il meglio. Ovviamente noi viviamo questo tempo e rispondiamo ai problemi di questo periodo storico, di questa generazione. I tempi che stiamo vivendo sono molto spaesanti al punto che non riusciamo a vedere cosa c'è al di là del nostro presente. Il presente oggi non è più soltanto una filosofia di vita – “vivi il momento, perché oggi siamo vivi e domani chissà”, ma è diventato una condanna. Il futuro lo possiamo immaginare, costruire, però non è così facile proiettarsi in un futuro. Prima, in qualche modo, il futuro poteva darti una certa “tutela”.

Il disagio della nostra generazione sta nel non avere la certezza che, dopo anni di fatica, quell'accumulo di impegno in qualche modo verrà ripagato.

Esatto, oggi investiamo tante energie nel nostro lavoro ma non sempre ogni mattoncino ti aiuterà a costruire il prossimo. Oggi più che mai dobbiamo avere tanta forza di volontà e tanta fiducia in noi stessi: dobbiamo accettare questo presente caotico, prendere il bello che questo caos ci offre e cercare di trasformarlo, senza proiettarci troppo nel futuro né farci mangiare dai fantasmi del passato. Dobbiamo giungere a un compromesso con questo disagio.

SignorotteIn che modo le tre Signorotte incarnano questo bisogno/difficoltà di trovare un posto nel mondo? Perché la scelta di tre personaggi femminili?

È la prima volta che ho scritto un testo pensando da subito a chi lo avrebbe interpretato. Per Posso lasciare il mio spazzolino da te?, Toy Boy [gli altri due spettacoli della stessa Trilogia] e per altri testi sono partito da un'idea, ho cominciato a scrivere e poi ho pensato agli interpreti. Stavolta invece ho dedicato Signorotte a tre amiche e colleghe attrici che stimo tanto e conosco da anni, cucendogli addosso la drammaturgia. Viviana (Ida), Elisabetta (Beta) e Sara (Ada) sono amiche da anni anche nella vita, dunque il tema del ritrovo tra amiche era perfetto per loro. In più sentivo l'esigenza di raccontare il mondo femminile con dietro l'ombra del maschile. Stavo attraversando un periodo di “mal d'amore”, di “disagio amoroso”, appunto, in seguito alla fine di una storia importante. Avevo capito di aver sottovalutato questa relazione, di averla data per scontato. Mi sono dunque ritrovato a gettare su questo testo, inconsciamente, una sorta di espiazione di colpa, finendo a parlare del femminile, sì, ma dal punto di vista di una persona ferita, ovviamente traslandolo in chiave creativa. Così è nata questa tragicommedia, in cui le protagoniste sono donne ma dietro di loro c'è la mano maschile, l'ombra del maschio.

Cosa intendi per “ombra del maschio”?

Intendo “i danni” che l'uomo commette nei confronti della donna. Ho preso tutto il bagaglio emotivo che stavo vivendo in quel momento, trasformando la mia esperienza in una storia il più possibile oggettiva, universale – non credo sia interessante portare in scena le storie personali così come sono.

Come autore, non hai la pretesa di insegnare nulla. Racconti le tue storie e spetterà poi allo spettatore scegliere se identificarsi nei tuoi personaggi, emozionarsi o ridere di loro. Ciononostante, la messa in scena richiede responsabilità.

Quando crei un mondo, una storia e dirigi degli attori, quello che dicono dipende da te, il che è molto adrenalinico, mi diverte. Quando il pubblico assiste a qualcosa che tu hai creato, per me è commovente, è un grandissimo atto d'amore. Al tempo stesso comporta anche una grandissima responsabilità. Mai pensare che il pubblico si beva tutto o che voglia semplicemente staccare il cervello per due ore: il pubblico è fondamentale, per questo pretendo molto dal mio lavoro e da quello dei miei attori. Devi lavorare in maniera onesta, essere sempre rigoroso, attento e professionale anche nelle cose più piccole. La necessità di comunicare è importantissima, non puoi cercare di vendere “fuffa”. In ogni caso sono ancora alla ricerca. Per chi ha visto più di un mio spettacolo, il mio stile è già chiaramente riconoscibile, ma io non so ancora cosa sia in realtà. Diventare troppo padrone della mia creatività forse sarebbe anche noioso. Mi piace invece quando le storie iniziano a prendere il sopravvento, quando i dialoghi prendono vie tutte loro. È una specie di piccolo dono che io devo ascoltare, e non mi devo imporre su quello che devo fare, mi devo lasciar sorprendere.

Qual è secondo te il compito dell'artista oggi? Cos'ha da dire al pubblico?

Io non mi definisco un artista. Sono un attore che scrive delle cose, le mette insieme e cerca di renderle il più possibile comunicative. Posso reputarmi un giovane drammaturgo che dà vita a delle scritture di scena. Non so qual è il compito dell'artista. Sicuramente se qualcuno ha qualcosa da dire è giusto che si esponga. Se non hai nulla da dire, diventa pura vanità, narcisismo, che pure ci può stare, la vanità è interessante come motore. Se hai un'urgenza, una necessità, un impulso, un daimon che ti guida e ti induce a fare delle cose, vai. Ma se non si ha nulla da dire è giusto che ci si raccolga nel silenzio. A me piace anche starmene in silenzio. Quando non avrò più nulla da dire non dirò nulla.

RonconiCosa ne pensi dell'ambiente teatrale romano? Quali difficoltà hai incontrato e quanto bisogna scendere a compromessi per starci dentro?

Si deve sempre scendere a compromessi, la vita stessa è un compromesso. Questo settore ti mette di fronte a tante possibilità, che puoi scegliere in base alla tua indole. Ci sono attori che puntano alla notorietà, e se hanno questa urgenza va bene, è giusto. Ci sono quelli a cui non importa immischiarsi nella vita mondana dello spettacolo, intrattenendo relazioni e cercando ingaggi lavorativi, ma preferiscono mandare avanti una ricerca individuale, a discapito della stabilità economica o del successo. Io sono a Roma da diversi anni, ho studiato all'Accademia Silvio d'Amico, ho lavorato con Ronconi... ho fatto un certo tipo di teatro abbastanza “alto”, che mi ha dato tanto. Essendo un ragazzo di periferia di Napoli, senza velleità artistiche di un certo livello, mi sono ritrovato invece all'interno di un ambiente istituzionale riconosciuto. Poi la mia natura mi porta a stare anche nei sottoscala, a contatto con l'”artigianato quotidiano”. La comunità romana è molto contaminata e frammentaria: c'è di tutto e devi saperti confrontare con tutto. Sto per dire una frase alla Osho [ride], ma se sai chi sei, cosa vuoi fare e cosa vuoi dare come attore, regista, performer, autore, puoi aiutarti a orientarti all'interno di un panorama molto vasto e variegato. Se sei centrato, radicato, se hai un minimo di “struttura” e sai cosa ti piace fare, cosa puoi dare e che direzione vuoi seguire, se conosci il tuo “richiamo” puoi evitare di perderti, in un mondo in cui puoi facilmente andare a finire dove ti sbattono gli altri in base a quello che cercano in quel momento.

Hai già in serbo qualche nuovo progetto cui dedicarti dopo il debutto di Signorotte?

Ho intenzione di programmare altre date per i tre spettacoli di Disalogy, sia come trilogia completa che singolarmente. Continuerò a collaborare con la Scuola del Teatro dell'Orologio, in veste di docente di improvvisazione e scrittura creativa e dirigo anche un corso serale di recitazione presso il teatro Agorà e sto lavorando al saggio finale.  Con la compagnia Bluteatro, composta dai miei amici della d'Amico, ci occuperemodurante l'estate del corso propedeutico ai provini delle Accademie. Come attore, quest'anno ho partecipato a diversi spettacoli – Il Colore del Sole, tratto dall'opera di Andrea Camilleri e diretto da Cristian Taraborrelli, e Fram(m)enti, frutto di un progetto su Kurtág per l'opera kafka-fragmente, diretto anche questo da Taraborrelli – che mi piacerebbe riportare in scena. Cercherò poi di dedicarmi a nuove scritture, a nuove storie.

Sara Marrone, 08/05/2019

SESTO FIORENTINO – La forza e la potenza del nuovo circo, o circo contemporaneo, sta nel creare un doppio binario di ascolto; se da una parte emergono i “numeri” e le evoluzioni artistiche ed acrobatiche degli interpreti, classiche del circo (senza animali), dall'altra, di fondo, si sviluppa una storia, un plot, una drammaturgia sulla quale si agganciano le varie performance dei protagonisti. Quindi non più soltanto una scena dopo l'altra ma un continuum di flash circensi legati alla narrazione. Due binari per soddisfare anche due tipi di pubblico presenti: i bambini, più propensi a godere, a bocca aperta e naso all'insù, del gesto, e gli adulti accompagnatori che, oltre al momento fisico, riescono ad apprezzare anche quello contenutistico e di senso. E i MadgaClan, giovane gruppo ma già esperto, sono tra i migliori in questo tipo di nuova filosofia e concezione circense che dà molto spazio alla scrittura e al teatro. E' il caso del nuovo “Emisfero” che ha “abitato” un parco cittadino di Sesto Fiorentino per tre settimane; abitato proprio in senso letterale con lo chapiteau blu ad incorniciare le nuvole scure di questo maggio e le roulotte della compagnia che ha fatto suo il parco, lo ha vissuto creando un'atmosfera magica (nonostante il tempo novembrino moltissime le presenze delle famiglie ad affollare il tendone) di lucine da varietà e pop corn, i colori pastello sfocati, l'aria vintage nostalgica che fa tornare tutti indietro nel tempo come fosse una fotografia seppiata e ingiallita.02-MagdaClan-Circo-Emisfero-Nicola-Zolin__web.jpg

“Emisfero” ha due accezioni: è una parte del globo terrestre come esiste quello cerebrale. Siamo di fronte ad un mondo che mischia la realtà e il sogno, sogno che a tratti diviene incubo, per poi trasformare nuovamente la vita reale dei protagonisti. Un Re (perché c'è sempre un Re nelle storie d'avventura) e la sua corte, un Sire (il cervello stesso) sempre annoiato e distratto, un Signore dittatoriale che ha tutto e non si rende conto della fortuna che ha e che dà tutto per scontato, considerando i suoi giullari (sinapsi e neuroni) come arredamento o oggettistica da utilizzare invece che vederli come validi collaboratori. Una favola anche sul cambiamento, sul ravvedersi, sul mutare opinione, sul tornare sui propri passi e capire che avevamo sbagliato in precedenza, chiedendo scusa non tanto a parole quanto nei fatti. Il Re, che si muove in hoverboard tra gimkane e zigzagate ardimentose, ci ha fatto venire in mente quello cantato da Dario Fo come la Regina scontrosa di Alice nel Paese delle Meraviglie, Gargamella con i Puffi (lotta e dipendenza reciproca) o, per salire di livello, Riccardo III o Macbeth, per finire con il patafisico Ubu Re.

Addirittura, raffinato tocco che apre e chiude la piece, escono da sotto un tavolo le mani dell'autore, ignoto e nascosto, che battono a macchina le parole che andranno a comporre la storia, il drammaturgo che fa vivere e aziona, attraverso la sua creatività e fantasia, i personaggi nati dalla sua immaginazione, finti in quanto pensati, reali proprio perché portati alla luce dal suo inchiostro. E' anche uno spettacolo sul liberarsi, dalle forme, dai preconcetti, sul rompere le catene dei ruoli e delle regole prefissate da altri, con questo Re che, dopo essere caduto nella ragnatela del sogno, ridestandosi, cambia atteggiamento verso le “persone” che lo circondano sentendosi finalmente sollevato, amato, capito e più felice perché ha attorno amici e non sudditi, fidati assistenti e non schiavi. Una costruzione ricca e profonda, di fatica fisica ed equilibrismi complicati, che è riuscita a ben coniugare corpo, muscoli e, appunto, cervello.

03-MagdaClan-Circo-Emisfero-Nicola-Zolin__web.jpg“Emisfero”
Regia : MagdaClan Circo
Interpreti e co-autori: Giulio Lanfranco, Davide De Bardi, Sorisi Daniele, Tiphaine Rochais, Lucas Elias, Elena Bosco, Achille Zoni, Antonio Petitto, Veronica Maria Canale.
Equipe tecnica: Giorgio Benotto, François Neveu, Meron Celentano; occhio esterno: Petr Forman, Roberto Olivan, Alessandro Maida; cura: Annalisa Bonvicini; disegno luci: Giorgio Benotto

Visione scenografica e proiezioni: Andrea Avoledo e Giovanni Iafrate; Costumi: Giorgia Russo; Allestimento: Andrea Avoledo e Elisabetta Maniga; Produzione: MagdaClan Circo, con il sostegno di: MiBAC, Ministero dei Beni e Attività Culturali, CIRQUEON Praga, Bunker Torino, Blukippe ginnastica – Padova. Coproduzione: FLIC Scuola di Circo, Dinamico Festival, La Corte Ospitale – Teatro Herberia residenze 2018.
Visto a Sesto Fiorentino, il 5 maggio 2018

Tommaso Chimenti 06/05/2018

Foto di Nicola Zolin

Dal 2 al 5 maggio, in prima nazionale assoluta allo Spazio 18b, debutta “Signorotte”, spettacolo scritto e diretto da Massimo Odierna e interpretato da Viviana Altieri, Elisabetta Mandalari e Sara Putignano. Una tragicommedia che affronta il disagio e la miseria, la ricerca di un posto nel mondo, le nevrosi ed i vizi umani, focalizzando l'attenzione sulle contraddizioni moderne e sulla brutalità dell'uomo. Il giorno dopo la prima abbiamo incontrato Viviana Altieri:

Viviana, puoi raccontarci le emozioni della prima?

"Prima di debuttare, nonostante tu sia preparato e cerchi di fare del training per rilassarti, sei sempre molto teso. Appena entri in scena e le luci si spengono, lo vivi come un momento di blackout. Io, Sara ed Elisabetta eravamo molto emozionate, ma anche felici di fare questo gioco insieme, come se dovessimo fare bungee jumping".

Avete studiato tutte e tre all'Accademia Nazionale d'Arte Drammatica "Silvio d'Amico".

"Sì, eravamo compagne di classe, anche con Massimo (Odierna). Dopo il diploma abbiamo iniziato un percorso di collaborazione lavorativa, fondando la compagnia BluTeatro, che è stata il perno che ci ha tenuti insieme".

“Signorotte” è l'ultimo capitolo della cosiddetta trilogia del disagio: cosa pensi delle due opere precedenti e dei parallelismi che le legano a “Signorotte”? viviana altieri 19 copia e1539708057120

"Le tre opere sono accomunate dalla discesa agli inferi dei personaggi. Per la drammaturgia di Massimo sono necessari gli attori: lui scrive per loro, infatti il testo di “Signorotte” è scritto apposta per me, Betta e Sara. Tutti i protagonisti della trilogia sono dei perdenti, hanno difficoltà a stare al mondo, sono degli antieroi che vivono situazioni grottesche. “Signorotte” però si differenzia dagli altri due spettacoli per una diversa visione della donna, di più ampio respiro".

Che tipo di lavoro hai fatto sul tuo personaggio?

"Abbiamo fatto un lavoro di gruppo perché i personaggi a sé stanti non hanno ragione d'essere, non funzionano. È nella dialettica tra di loro che assumono un ruolo: intorno a Ida, il mio personaggio e la leader del gruppo, si sviluppano gli eventi della storia. Ho cercato di capire cosa Massimo avesse visto di me in nel personaggio e credo che dal mio carattere abbia preso la tendenza a trovare delle soluzioni in qualunque momento, nel tentativo, a volte vano, di far stare tutti a proprio agio".

Se dovessi paragonare “Signorotte” ad un'altra opera, anche non teatrale, quale sceglieresti?

"Le tre sorelle di Cechov perché in quei personaggi che abbiamo interpretato all'accademia, ognuna di noi (io, Betta e Sara) si era identificata in determinati tratti caratteriali. Le tre sorelle ambiscono a dei sogni che non realizzeranno mai, dovranno accettare compromessi e rinunce e nuoteranno in un lago di tristezza e disperazione".

Massimo Odierna ha detto che “esiste per tutti un momento di crisi e di disagio nel quale l'individuo si confronta con se stesso. Il disagio è dunque una condizione umana che racchiude in sé malinconia e tristezza, preoccupazione e agitazione”. Cosa ne pensi?

"Ci pensavo in questi giorni. I momenti di crisi e disagio li viviamo male, faremmo di tutto per uscirne, eppure è proprio passandoci attraverso, immaginando questo dolore come un varco, che riusciamo ad andare dall'altra parte. Metterti di fronte a te stesso implica un momento di conoscenza, impari qualcosa di te e del mondo che prima non sapevi. Il dolore è un'opportunità: grazie alla caduta ti elevi perché ogni ferita comporta un'evoluzione".

Le tre protagoniste di “Signorotte” affrontano il dolore e ne escono sconfitte?

"Per tutta la vita si sono trovate in situazioni di disagio che hanno cercato di affrontare. Sono allo stesso tempo vittime e carnefici, vincenti e perdenti. Questa risposta, se siano sconfitte o meno, dipende da ciascuno spettatore. Ieri abbiamo avuto i primi feedback del pubblico: qualcuno ci ha visto una vittoria delle donne, per altri invece è stato un momento di riflessione profonda intorno al fallimento".

Alessandro Ottaviani 5/05/2019

Da venerdì 10 fino a domenica 12 maggio, la compagnia teatrale MADIEL porta in scena allo SPIN TIME LABS di Roma Trapanaterra: un atto unico, una vera e propria “Odissea Mediterannea” per migranti senza barconi.
L’emigrato come un naufrago in terra natìa. Quello che ha conosciuto lo rende estraneo. Quello che sa, e che gli altri non sanno, lo rende più solo. Nóstos; Algía; Nostalgía; dolore del ritorno. Terra sotto le scarpe, ai lati del cuore e sulla punta delle ciglia. Sguardo lontano, pensiero a una zolla che per anni si è vissuta solo con la mente.Trapanaterra 1

In Trapanaterra il fratello che è restato sembra rivolgere precise domande a quello che è tornato, organetto alla mano, alla terra dei padri. Il più piccolo in calosce si districa tra i tubi gorgoglianti della raffineria. Il più grande quello che è “scappato”, è un bohemienne che respira di nuovo l’aria di casa, una casa che forse non c’è più, che è cambiata. Un paese di musica e musicanti dove non si canta e non si balla più, nemmeno ai matrimoni. Si può solo sentire il rumore delle trivelle, la puzza dei gas e il malaffare. Storie d’infanzia, ricordi di famiglia, canti di piazza e bestemmie: è l’ultra-locale che diventa ultra-universale.
Lo spettacolo nasce da un’idea di Dino Lopardo presentata per la prima volta come studio di composizione scenica durante il corso di Drammaturgia dell’Attore tenuto da Rosa Masciopinto per l’AIAD (Accademia di Arte Drammatica del Teatro Quirino di Roma). Successivamente, il progetto è stato sviluppato dall’autore come tesi per il Master in Drammaturgia e Sceneggiatura presso l’Accademia Nazionale d’Arte Drammatica Silvio d’Amico. Selezionato dal Bando Cu.Ra. e sostenuto da I.DRA – Indipendent Drama Residenza e da Elsinor Centro di produzione teatrale di Firenze (Teatro Cantiere Florida), lo spettacolo torna a Roma per la prima volta nella sua versione completa. Itaca portabile, alma mater sconquassata Trapanaterra è una riflessione sul significato di «radice» per chi parte e per chi resta, un’ironica e rabbiosa trattazione dello sfruttamento di una terra. Tutto è impastato nel dialetto, osso delle storie che diventa struttura, come musica. Qualcuno è partito perché altri potessero crescere, perché la terra madre non ha i mezzi per alimentare le speranze di tutti. Ma di chi è il coraggio, di chi resta? O di chi torna?

TRAPANATERRA
di Dino Lopardo
con Dino Lopardo e Mario Russo
Collaborazione drammaturgica Rosa Masciopinto
Musiche Mario Russo
Luci Giovanni Granatina
Assistente di scena Elena Oliva
Scenografia Dino Lopardo e Andrea Cecchini
Produzione MADIEL
Social Media Edoardo Sabatini

Per informazioni o prenotazioni Questo indirizzo email è protetto dagli spambots. È necessario abilitare JavaScript per vederlo. - Questo indirizzo email è protetto dagli spambots. È necessario abilitare JavaScript per vederlo.

U.s.

2/05/2019

ROMA – Dopo la non esaltante visione del superincensato e iperpremiato “Fa'afafine”, per il quale si era gridato al miracolo, al capolavoro e ci si erano spellate le mani (soprattutto certa critica e grazie anche alla pubblicità, evidentemente controproducente, data dalla protesta e dalla raccolta firme per bloccarne la messinscena nelle scuole), ho voluto provare l'ebbrezza del nuovo lavoro di Giuliano Scarpinato per confermare il primo giudizio o se ribaltarlo completamente. E' bello, e interessante e positivo, qualche volta, darsi anche torto, sconfessarsi, mutare le certezze in possibilità, tenere sempre la porta aperta al cambiamento, all'incertezza, al dubbio. Non è capitato, almeno stavolta, almeno in questo caso. Ci siamo dati ragione, abbiamo convalidato la prima impressione.MG_3370-copia.jpg

Se nel primo caso era il gender fluid il tema cardine, un bambino che una mattina si sentiva maschio e il giorno dopo femmina, stavolta, in “Se non sporca il mio pavimento” (prod. Wanderlust + CSS, in collaborazione con Rifredi, Corsia OF, Industria Scenica, Angelo Mai), è una storiaccia da cronaca nera di pochi anni fa con una coppia omosessuale che assassina brutalmente una donna; l'area e l'universo di riferimento sta sempre lì, sospesa in quel preciso ambito. Similare l'ambientazione scenica con la riproposizione di una cameretta, i famigerati video proiettati sul fondale, questa sensazione come di stare sott'acqua, in apnea, aiutata dal suono amniotico e ovattato, da pesci che fluttuano. Potrebbero essere l'uno il continuum dell'altro, ovvero il bambino problematico e viziato di “Fa'afafine”, cresciuto in una famiglia da lui bullizzata e succube e repressa e schiavizzata, che nella tarda adolescenza si trasforma nell'assassino di “Se non sporca il mio pavimento” (da una frase di un testo di Heiner Muller a sottolineare la freddezza, l'indifferenza, l'anaffettività, il glaciale). Ipotesi forzata.
Scarpinato fa sempre riferimento alla realtà, alla cronaca; se nel primo caso la storia era quella di Alex White e del suo nucleo familiare, stavolta è all'omicidio Rosboch (provincia piemontese, 2016) dal quale si prendono le mosse. Un adolescente che vuole tutto e subito, un Lucignolo manipolatore bipolare e isterico che tiene al guinzaglio, attraverso il sesso, un cinquantenne parrucchiere omosessuale (Gabriele Benedetti schiacciato e compresso dal ruolo, lontano dalla sua consueta forza, distante dalle sue corde emerse soprattutto con Fabrizio Arcuri), dal quale si fa fare regali, 20190411_111830.jpge la supplente dalla quale si fa consegnare i risparmi di una vita, oltre 200.000 euro.
Non è ormai più la questione del cosa, ma è sempre il come si affrontano le storie. E non è un dettaglio da poco. Qui tutto sembra andare verso la superficie, l'estetica, la forma, invece che tentare una profondità sul già detto, un'analisi sotto la buccia, una riflessione sotto la scorza. Quasi diventa ai nostri occhi un eroe maledetto, di quelli da dark plot, questo ragazzino allucinato e perennemente rabbioso (Michele Digirolamo, attore feticcio di Scarpinato, sempre sopra le righe) intento a voler spendere soldi non suoi, comprare abiti, ballare sfrenato, mettere la musica ad alta gradazione di decibel, senza mostrare alcuna empatia né pietas verso questa insegnante (Francesca Turrini sottotono, con il freno a mano tirato e impostatissima rispetto a come l'abbiamo ammirata con Carrozzeria Orfeo), sola senza affetti e che vive con la madre (Beatrice Schiros in video, sempre pungente, cinica e arcigna, sue caratteristiche che non molla neanche qui, per fortuna non si è fatta snaturare) alla quale fa da badante, circuita e depredata, illusa, usata, abusata, sfruttata.1077_10573_foto.jpg
Ci sono stereotipi come zucchero a velo e banalità q.b., non mancano (come potrebbero) Madonna e Whitney Houston ritmate e ballabili, e tutto vira, magicamente, sul macchiettistico, diventa un fumettone psichedelico che fa collassare il senso del fatto di cronaca, lo tradisce e lo travisa, sposta l'attenzione, ne trasforma il contenuto in forma, si perde nei dettagli ma soprattutto perde di credibilità. Vince il grottesco, tutto è caricato fino all'iperbole, manierato e barocco e smodato, in questo gusto ipnotico al sapore di un trash avariato, avendo il potere di riuscire a ridicolizzare, nell'ammasso colorato e kitsch, anche feroci e atroci delitti come quello della Rosboch.
Quando si tocca il reale, e soprattutto la cronaca nera, si dovrebbe stare doppiamente attenti a maneggiare con cura il materiale che si ha a disposizione. Tutto trabocca, tracima, deborda fino ad ottenere l'effetto opposto, il boomerang dell'assuefazione, un'enfatizzazione esagerata e sproporzionata che annulla la vera vittima ed esalta il Male.

Tommaso Chimenti 18/04/2019

GENOVA – “Harry Potter” ma senza magie. “Harry a pezzi” con molti brandelli sparsi a terra. “Harry ti presento Sally” ma senza Sally. Forzando l'originale, “A proposito di Harry”. Ci sono due momenti, all'interno dell'anno solare, dove, dati alla mano, aumentano esponenzialmente i delitti tra le quattro mura domestiche, litigi, separazioni, s'impenna la depressione e soprattutto il numero dei suicidi: l'estate, con la punta agostana, diciamo Ferragosto, e il 25 dicembre. Quest'ultimo è da una parte motivo di bilanci, un altro anno è finito e un altro deve iniziare con i soliti buoni propositi che andranno disattesi, la sfera religiosa, che tu sia credente o meno l'atmosfera dell'essere più buoni ci attanaglia facendosi sentire in difetto e perennemente in deficit, e, dulcis in fundo, l'aspetto capitalistico, i regali che, in tempo di disoccupazione e precariato, possono creare non poche notti insonni. C'è chi per le ferie e i regali si indebita, per quell'apparire di facciata, per il controllo sociale che inevitabilmente gli altri, scrutandoci e confrontandosi con noi, attuano, per quella parvenza di felicità che però, purtroppo, non si può comprare.169900-4c3f6ce9f6aa60e4d5189f89cc9fa086-1554710657.jpg

Il Natale ha quella pannellata patinata di festa, di campane, di jingle, di rosso, tutti ci si dovrebbe volere un po' più bene, così dice la pubblicità, ci si dovrebbe ritrovare e abbracciare e baciare. Ma i tempi sono quello che sono tra cinismo, disgregazione delle famiglie, individualismo, insoddisfazioni d'ogni sorta da tagliare a fette. Siamo sempre più soli, un po' per scelta consapevole, un po' per scelta degli altri, chiusi nei nostri loculi a vedere serie tv come forsennati addicted, attaccati ai nostri profili social che ci tengono collegati a tutto il mondo nel vuoto delle nostre stanze silenziose.

Il Natale di Harry” (testo di Steven Berkoff, come attore ha lavorato, tra gli altri, con Kubrick e Antonioni) è il 25 dicembre di tutti noi, anche senza le sue depressioni, con quell'attesa che monta e poi di colpo svanisce, quell'ascesa di ansia che ci lascia, appena trascorso, in un down prima dell'Ultimo dell'Anno altro picco dove ci dobbiamo divertire per forza e nessuno, puntualmente, lo fa. Un uomo chiuso nelle sue poche stanze, con i suoi pochi oggetti di una vita, a fare la conta dei biglietti d'auguri natalizi ricevuti. Perché sono i biglietti (i pollici blu dei like contemporanei) la cartina di tornasole di quanto sei amato e voluto e benvoluto, biglietti ipocriti e pieni di grandi messaggi che però nella realtà si trasformano in silenzi, vuoti, mancanze, assenze.

Sono i Natale Harry - foto Donato Aquaro  HD-_FFA6710.jpgcinque giorni dicembrini che ci dividono dalla nascita di Gesù ed è proprio una libreria in stile Calendario dell'Avvento (e anche una piccola sedia da bambino, perché Harry tale è rimasto) che ci indica il passaggio del tempo su questa scacchiera con un'unica pedina in movimento (proprio Harry) che però è in stallo, è in quella fase (il celebre “finale di partita”) dove nessuno può più vincere e tutto è bloccato, otturato, vano. Lo stallo degli scacchi inevitabilmente ci fa venire alla mente Samuel Beckett e nella regia, colorata che dosa con segni e musiche le malinconie e il sarcasmo, di Elisabetta Carosio ci sono alcuni riferimenti al drammaturgo di Dublino: la telefonata con la madre aprendo il bidone dell'immondizia ricorda appunto il “Finale” con i genitori scheletri che escono dai grandi contenitori, quell'atmosfera perduta da “Giorni felici”, la cassetta che parte con la voce del protagonista di un tempo che ci porta all'“Ultimo nastro di Krapp”.

Enrico Campanati (nei monologhi si esalta)-Harry è dentro i suoi rituali, le sue liturgie, cerca di autoconvincersi che il “Natale sia un giorno come gli altri” ma il primo a non esserne sicuro è proprio lui, si sente un verme, solo in casa, senza amici, senza nessuno da chiamare, senza una famiglia, una compagna, dimenticato, abbandonato alle sue paure. E ci sono dei rumori di fondo, come l'eco della sua voce che ora gracchia, adesso sembra sott'acqua, ora riverbera ora si moltiplica che ci danno la sensazione di essere dentro un'altra dimensione spazio-temporale dove tutto è già accaduto e Harry sta rivivendo, all'infinito, in loop, la sua discesa agli Inferi, il suo scorticarsi senza soluzione né salvezza. Harry (Campanati, positivissimo, gli dà umorismo e sostanza, pienezza e pasta, sensibilità e umanità) è doppio e si divide tra il sé e la sua coscienza (Grillo parlante) che lottano, cozzano, si scontrano, litigano, si zittiscono a vicenda.Natale Harry - foto Donato Aquaro _FFA6676.jpg

Chiuso nel suo limbo, nel suo Purgatorio tutto sommato comodo ma noioso, inutile, Harry non ha niente che lo lega più all'esterno diviso tra uscire e perdersi nel mondo o rintanarsi (come un hikikomori anziano) nella sua abitazione come un “sepolto in casa”, recluso nel suo eremo di ricordi sbiaditi e per niente soddisfacenti: “In alcuni giorni il mio corpo è tutto una gigantesca verruca. E sarebbe tutto da eliminare”. E' un groppo alla gola: “La mia vita è una merda tanto che nessuno ci si vuole avvicinare”. Gli manca il calore di una compagna, si sente invisibile, dentro di sé ha il Grande Freddo, Una Specie di Alaska lo corrode: “Natale è come rimanere in piedi nel gioco della sedia”. Il dolore è compatto, l'infelicità solida, la solitudine pesante, i sensi di colpa gravosi, insopportabili, robusti.

Visto al Teatro della Tosse, Genova, il 9 aprile 2019.

Tommaso Chimenti 12/04/2019

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