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CHIANCIANO TERME – Qualche giorno fa abbiamo trattato, raccontato e scritto del lavoro di Andrea Kaemmerle che tra Bientina, Casciana Terme, Volterra e Utopia, dislocata su tutto il litorale tirrenico, ha creato, con fatica, sudore e impresa, un suo pool d'attività che va allargandosi. Un parallelo può essere costituito attorno alla figura di Manfredi Rutelli che tra Chianciano Terme, dove ha la direzione del Teatro Caos, Monticchiello con il Teatro Povero, ultimi due edizioni alla drammaturgia e regia condivisa, Montalcino, con la direzione del Teatro degli Astrusi, e Chiusi dove al Festival è regista della produzione annuale, ha costruito il suo raggio d'azione, il suo solido spazio dove creare, progettare, organizzare. Che a Chianciano prima ci si andava soltanto per le terme (le rinnovate, 9695_manfredi-rutelli.jpgampie, comode Theia, con due piscine interne ed altrettante esterne con temperature a 33 e 36 gradi: relax garantito e assicurato), adesso è possibile abbinarvi un intrattenimento serale di qualità per completare la vacanza o il week end. Dicevamo figure simili (Kaemmerle e Rutelli; si spera che presto o tardi realizzino un progetto comune) che si rimboccano le maniche con un lavoro maniacale e artigianale, partendo dal basso, con poche risorse ma tante idee.

Una lst.jpgdi queste è la novità “Quizas, Quizas, Quizas” (testo e regia di Rutelli, produzione LST) che prende le mosse dal motivetto omonimo, qui diventato refrain che ritorna prepotente e assillante, canzone cubana che ha avuto illustri e innumerevoli cover dal '47, anno della composizione, ad oggi. Sta tutto qui, tra le pieghe del testo della canzone: “Stai perdendo tempo, pensando, pensando a ciò che più desideri, fino a quando, fino a quando? E così passano i giorni ed io mi dispero e tu rispondi Chissà, Chissà, Chissà”. E' in questo stallo, in questo immobilismo esasperante, in questo precario equilibrio claudicante che si sviluppa la vicenda che apre molte riflessioni sull'oggi, sulla situazione sociale contemporanea come sui suoi riflessi esistenziali che toccano tutti. Tutto può essere visto nella sua accezione reale come in quella metaforica, come una medaglia dalle due facce egualmente ed equanimemente parallela: una donna rimane bloccata in un ascensore.

Non è semplicemente una donna: è una cinquantenne che ha perso il lavoro e che adesso sta andando ad un colloquio di lavoro con un'agenzia interinale per essere “ricollocata” nel mondo del lavoro. Non soltanto: la donna è separata ed ha una figlia alla quale ha dato tutto e davanti alla quale non si è mai fatta vedere debole, una figlia che vuole aiutare a non fare i suoi stessi errori e sostenerla per farle raggiungere i suoi obbiettivi e desideri, cercando quella felicità, lavorativa e personale, che lei stessa ha messo in secondo piano prima per la famiglia e successivamente proprio per la ragazza. I rimpianti diventano un “chissà”, in questo vago futuro che le si prospetta davanti, nebuloso, confuso, incerto, fatto di vedremo, mai solido, mai duraturo, sul quale è impossibile fare affidamento, mettere le basi per un domani migliore. In qualche modo, perché monologo d'attrice e per la tematica di fondo, la perdita dell'occupazione, ci ha ricordato “Gli ultimi saranno i primi” del compianto Mattia Torre che portò, prima in teatro e poi al cinema, una superba Paola Cortellesi.QUIZAS-19-0102.jpg

La donna sospesa, letteralmente, in questa scatola, appesa a cavi d'acciaio, si confessa al pubblico in un monologo a cuore aperto dove passa in rassegna la propria vita e soprattutto i fallimenti in questa situazione di claustrofobia e costrizione che le ricorda la sua stessa esistenza fatta di infiniti obblighi, una rincorsa continua con il fiatone senza mai potersi rilassare, sempre stanca, senza mai un grazie, una pacca sulla spalla, un aiuto, un incoraggiamento. A “farle compagnia” in questa piccola, ennesima sventura, appaiono, in audio attraverso l'interfono, il custode del palazzo, un pompiere, il consulente del lavoro, altri uomini che non la capiscono, che non colgono il punto, che travisano, che non ascoltano le sue esigenze, che ironizzano, drammatizzano, sottovalutano nell'incomprensione più assoluta.

Nel testo di Rutelli, ben bilanciato tra un'ironia rassegnata e un realismo amaro, si fa riferimento a licenziamenti all'interno di un'azienda di calze, e la mente non può che volare alla vicenda Omsa. La precarietà nella vita di Anna (questo il nome assunto dall'attrice Cristina Aubry che si porta con forza sulle spalle il peso di un monologo non semplice) è condensata in questa situazione grottesca, sospesa a metri d'altezza dentro una scatola di latta dalla quale non può fuggire e dove anche i ricordi, del marito, della madre, fanno soltanto male e riaprono vecchie ferite mai rimarginate: “Cosa cambia se esco?”, si chiede in presa all'insoddisfazione più Progetto-senza-titolo-1.pngcompleta, mentre problemi, preoccupazioni, pensieri si sono mangiati l'entusiasmo per questa possibile, tentata nuova rinascita. I suoi ricordi sono un continuo Sliding Doors (ritornano le porte che a volte si aprono spalancando scenari, altre, come in questo caso, si chiudono, emarginandoti) sulle possibilità-opportunità, sulle infinite occasioni perdute. Adesso appare tutto troppo tardi: “Non ho più vie d'uscita”, sconsolata, quando anche la rabbia sembra passata, “Non so neanche se voglio uscire da qui”, lancia sul piatto svuotata. Ma non tutto è perduto, chissà, chissà, chissà...Perché non è finita fin quando non è veramente finita.

Tommaso Chimenti 03/12/2019

CASCIANA TERME – Ventidue anni di “Utopia del Buongusto” e quattordici del Teatro delle Sfide di Bientina, alle quali, qualche anno fa, si è aggiunto il Teatro Verdi di Casciana Terme, ribattezzato, in omaggio a Carlo Monni, “Giuseppe fu Carlo, Oste” per renderlo meno celebrativo e più terreno, e due edizioni, biennali, del “VolterraTeatro”. Insomma il panorama e il ventaglio di possibilità che offre Andrea Kaemmerle va sempre più allargandosi. Non cede di un millimetro, anzi rilancia. E come esiste la tempesta perfetta ecco, a detta proprio del direttore artistico prolifico e grande giocatore di tennis, la “Perfetta Stagione, dove ogni scelta e ogni desiderio, finalmente, è caduto a puntino, ha trovato una sua strada e collocazione, un suo naturale sbocco”. Le stagioni di Bientina e Casciana si riassumono nel cartellone condiviso chiamato Teatro Liquido dove gli abitanti del pisano possono tranquillamente scegliere la destinazione che è più vicina tra il piccolo e caldo Teatro Kaemmerle-Monni.jpgdelle Sfide e il rinnovato e presidenziale Teatro Verdi. Tanti i titoli programmati, tanto lo sforzo produttivo e organizzativo per i Guascone Teatro, lo stesso Kaemmerle e Adelaide Vitolo. La linea è sempre quella di un teatro brillante che faccia riflettere, commedie con gusto e brio ma mai scontate e banali, con un occhio al sociale, al contemporaneo, ben ancorate al nostro vivere, attori, monologhi, storie da portarsi a casa, personaggi da ricordarsi.

Da inizio dicembre a fine maggio, sei mesi pieni e intensi, oltre quaranta spettacoli diversi tra i quali spiccano “Angeli a terra” con Dio e tre angeli fallaci, imperfetti, sbagliati, un po' incapaci e inadatti, il concerto di Nada (8 dic), il ritorno di Riccardo Goretti (12 dic) con “Io sono partito”, con Massimo Bonechi, storia di un uomo che ha intrecciato la propria esistenza, fin dalla nascita, con il PCI. A gennaio ecco “Odore di chiuso” (18-19) produzione del Teatro Dante-Monni di Campi Bisenzio, tratto dal volume omonimo di Marco Malvaldi, quello dei Delitti del Barlume, con Sergio Forconi, mentre il 30 un'altra chicca tutta da seguire sarà “Fake club” con Stefano Santomauro, scritta assieme a Francesco Niccolini, pluripremiato Paolo_Hendel_1.jpgdrammaturgo e scrittore.

A febbraio saremo rapiti da “Toscanacci”, con Goretti, Kaemmerle e Paolo Hendel (il 7), mentre l'8 “La maratona di New York” porterà sul palco l'ex olimpionica di salto in lungo Fiona May e Luisa Cattaneo. Il 15 e 16 il trasformista e imitatore livornese Dario Ballantini renderà omaggio a sette personaggi culto ideati e portati in scena oltre un secolo fa da Petrolini. A marzo faremo una full immersion nella vita di straordinaria forza e tenacia e nelle opere di Frida Kahlo (il 14), ad aprile (il 4) potremmo farci un frullato salutare e concentrato delle “Opere complete di William Shakespeare in 90 minuti”, quasi una partita di calcio dove verranno riassunte e compattate commedie e tragedie del Bardo.santomauro-2.jpg

A maggio chiusura con i fuochi d'artificio con quattro appuntamenti superlusso: il 10 la novità “Stramilly” con Adelaide Vitolo tra ricordi, canzone e sciantose, il 17 “La strana razza Festival”, dedicato a Carlo Monni, rassegna di cortometraggi, il 23 i Gogmagog, da Scandicci una formazione che ha rappresentato il meglio del teatro contemporaneo e di ricerca toscano, con “Scherzo ma non troppo”, ed a chiudere (il 30) un evergreen, una ripresa perché era ingiusto che in molti non lo avessero mai visto, “La febbre”con Kaemmerle che lo rievoca e lo ripristina a quasi trent'anni dalla prima volta, un testo frizzante, corrosivo, urticante e scoppiettante, solo per trenta spettatori in un luogo particolare, meta ancora sconosciuta. L'ennesima sorpresa di questa stagione “perfetta”. Bientina e Casciana Terme, gli abitanti e le amministrazioni, devono essere grati e sentirsi fortunati di avere il capocomico Andrea Kaemmerle che fa vivere i teatri, riempie i cartelloni, riesce a portare nel pisano nomi, divertimento, pensiero con lungimiranza e intelligenza.

Tommaso Chimenti

Martedì, 19 Novembre 2019 09:04

Gli otto spettacoli migliori di Next 2019

MILANO – Sarebbe bello (utile e funzionale) se ogni regione o macroregione (inteso come accorpamento) potesse offrire ognuna ad inizio della stagione la sua “Next”, ovvero la vetrina dei migliori progetti di quello che vedremo, delle produzioni che verranno. Certo alle spalle ci vorrebbe una banca come Cariplo che finanzi l'operazione. Sta di fatto che da anni Next per tre giorni è il centro nevralgico del teatro italiano; lì si fanno incontri tra operatori, si scorgono nuove compagnie, c'è un fermento e una vivacità concentrata tra le sale e i foyer difficilmente rintracciabile in altre simili occasioni. Anche quest'anno una gioiosa maratona ci ha portato a vivisezionare i ventidue progetti (tutti vincitori, una commissione ad hoc stabiliva la reale entità del premio di produzione o, se il lavoro ha già debuttato, di sostegno alla distribuzione) da venti minuti l'uno, una full immersion con varie sorprese, come sempre, e tante conferme. Due giorni per scegliersi, e segnalare sul taccuino del critico, quali produzioni seguire nella stagione appena iniziata, le opere che ci hanno incuriosito, quelle imperfette ma che presentavano un germe, uno snodo, uno spiraglio tutto da evolversi. Next è elettrico, è sprint, è glamour, è fresco. Anche quest'anno tra Elfo Puccini e Franco Parenti. Faremo dei piccoli spot rispetto a quelle piece che, in qualche modo, ci abbiamo stuzzicato, Tradimenti.jpegtoccato, smosso, scosso, spostato. Cominciamo con due lavori che hanno debuttato proprio in questi giorni: “Tradimenti”, produzione Elsinor, e “Gioventù senza”, a cura dei Filodrammatici.

Per quanto riguarda il regista pugliese Michele Sinisi, che da qualche anno fa coppia fissa con il Sala Fontana, stavolta, per quello che abbiamo potuto vedere in questo gustoso assaggio pinteriano, non ha fatto sfoggio, il testo non lo permetteva, di colori, azioni debordanti, fantasia proiettata, invenzioni sceniche, suo marchio di fabbrica stimolante. Ma, al di là dell'incrocio-scontro dei tre personaggi in scena che si tradiscono credendo che gli altri non sappiano quando tutto il gioco è palese, svelato e fintamente celato e nascosto coperto da tabù e vergogna, dal ludibrio del proibito, è questo grande pannello, come il cruciverbone di “Non è la Rai” di Enrica Bonaccorti (ricordate “Eternit”?), con le parole e le frasi che si illuminano, strumento efficace per delineare l'azione, il luogo e il tempo, semplice meccanismo (ci ha ricordato le opere luminescenti di Mario Merz) che diventa esplosivo, chiaro, lampante, metafisico e concreto. Alla fine dei 20 minuti se ne esce con la voglia di vederlo tutto perché, come sempre, Sinisi ha una marcia in più nelle vene, ha quell'acceleratore che tocca la pancia come la testa, scardina al tempo stesso budella e cervello. Gioventù senza.pngLa gioia e il piacere dello stare a teatro. E non è da tutti.

Stavolta Bruno Fornasari firma soltanto la drammaturgia di questo nuovo testo, “Gioventù senza” (regia di Emiliano Bronzino) tratto dall'omonimo di Odon von Horvath. Fornasari e i Filodrammatici sono sempre sul pezzo dell'attualità con un respiro ampio e profondo sul contemporaneo, pori, occhi, orecchie, cuore aperti a cogliere le sfumature del tempo, le pieghe, i movimenti ed a metterli su carta e in scena. Hitler è padrone della Germania e le sue idee hanno pervaso la società e soprattutto le scuole, le nuove generazioni: un professore (Tommaso Amadio sempre autorevole sul palcoscenico) tenta di perseguire il dubbio, la ragione, il punto interrogativo ma sarà messo alla berlina e disarcionato dalla classe: la dittatura della maggioranza, il silenzio-assenso della massa di pavidi. Con dieci (bravi) attori provenienti dalla loro scuola-fucina.

Lo Straniero” del Teatro I ci ha colpito per la messinscena di pochi elementi scenici ma catalizzanti. La drammaturgia (di Francesca Garolla) parte, ovviamente, da Camus ma se ne discosta, anzi potrebbe essere un sequel, un post che riassume le vicende e crea un ponte versolo-straniero.jpg il non detto. Se Woody Neri è convincente e spiazzante tra follia e lucidità, è la gru (manovrata con abilità e quasi carezzata con dolcezza dal regista Renzo Martinelli) con un faro sopra che, cinematograficamente, illumina e segue, quasi fosse un drone agganciato al suo bersaglio mobile, l'imputato protagonista. Una “giraffa”, quasi canna da pesca per andare a stanarlo, che diventa violino da grattugiare e arpa da solcare e pizzicare. Se le luci intorno fossero state spente, l'effetto sarebbe stato ancor più catartico e se, attaccato alla luce che colava dall'alto, vi fosse stata anche una telecamera che riprendeva e proiettava un'altra visione della scena, l'impianto sarebbe stato ancora più invasivo e straniante.

Coloratissimo icabaret-delle-piccole-cose.jpgl testo (anche la regia) di Filippo Timi, “Cabaret delle piccole cose”, targato Franco Parenti, debordante di lazzi, frizzi e paillette. Dieci personaggi, tutti con il naso di Pinocchio (Collodi tira sempre più) che impersonano altrettanti oggetti minimi delle nostre case, i rifiuti messi nei cassetti, gli scarti, le cose non più nuove o sorpassate o obsolete. Il gusto di Timi è visibile nei costumi eccentrici come nelle sonorità come nell'uso del linguaggio, nella scelta delle musiche come nel gancio sensibile e accorato: c'è il dialetto napoletano, il siciliano (la più brava) con eco emmadantesco durante un funerale frizzante, il rubinetto romano che “piange”, il toscano rustico della candelina, l'abatjour mal funzionante, lo specchio ed altre suppellettili casalinghe. La sensazione che rimane però è quella del “numero”, della gag sospesa tra lacrima cercata, risata inseguita con colpo ad effetto sulla coda.

Minimalista e giocato sulle pause e sui silenzi che tutto avvolgono è “Come Out! Stonewall Revolution” (prod. Triennale Milano Teatro), toccante affresco della lotta per i diritti Lgbt nella New York del '69. Se dietro sul fondale passano immagini in bianco e nero dell'epoca,Stonewall.jpg su una poltrona il protagonista racconta i due piani della vicenda, vicino e lontano, la storia piccola, la sua, e quella con la esse maiuscola, i cambiamenti personali e quelli epocali. Un monologo intimo, misurato, quasi sussurrato (il giovane attore è incisivo e soffice, caparbio e dolce), abile a districarsi nel non-detto, nelle sospensioni, in equilibrio in un tempo che sosta tra l'attesa e la sorpresa. Lui, che avrebbe voluto essere lì in mezzo alla guerriglia, ai cortei per rivendicare i propri diritti, che invece è tornato a casa, in una casa che non lo ha mai capito né accettato in quanto omosessuale, perché sua nonna, l'unica che lo ha supportato, sta morendo. E rimane lì impotente tra la voglia di ribellarsi e la realtà che lo zittisce, tra il desiderio di tornare nella Grande Mela e quella piccola provincia bigotta che lo trattiene come colla a sé.

Doppio filone anche per “Il rumore del silenzio” (prod. Teatro della Cooperativa) con due mostri sacri viventi del teatro di narrazione: Laura Curino e Renato Sarti. Se la prima ci racconta di Piazza Fontana e dell'anarchico Giuseppe Pinelli, dall'altra parte Sarti ci porta nella sua Milano, Il rumore del silenzio.jpgnei suoi ricordi, nella sua memoria, in quegli stessi luoghi, visti con i suoi occhi più giovani di cinquant'anni, scenario della bomba alla Banca dell'Agricoltura. Ma non solo: da una parte c'è la morte, il passato (nei fumetti solidi) dall'altra la vita, la gioventù, le case di ringhiera, la bicicletta, gli amori, tutta la vita davanti. In questa frizione tra il bianco e nero della Storia e i colori del presente ci sentiamo fortunati a poter sentire ancora Sarti farci vivere attraverso le sue parole quegli anni. Uno spettacolo che vale decine di volumi sugli anni '70.

La compagnia Eco di Fondo continua a stupirci per la sua sensibilità, per la ricerca di temi etici, per quella pulizia di pensiero che sta alla base del loro lavoro. Se con “Sirenetta” si affrontava l'argomento dell'estetica collegata alle giovani generazioni e al bullismo, stavolta con quest'“Antigone” moderna ci immergiamo nel caso Cucchi (Giulia Viana sempre tosta), ma potrebbe essere anche Regeni o Aldrovandi o Uva o ancora forzando un po' la mano Khashoggi, perdite inspiegabili. Un cerchio di terra al centro (elementi e luci molto efficaci) e la storia che si sposta su più piani, il prima, il dopo la tragedia, il dialogo tra questa sorella e un fratello ormai soltanto spirito, l'autopsia disarmante che atterrisce, i flashback e quel muro di gomma dove rimbalzi senza trovare giustizia né pace.

Lo spettacolo più divertente e scanzonato è stato sicuramente la scrittura collettiva “M8 Prossima Fermata Milano” (prod. Animanera; testo composito di Davide Carnevali, Magdalena M8 Prossima Fermata Milano.jpgBarile, Carlo Guasconi, Pablo Solari, Camilla Mattiuzzo) con l'esplosivo e scintillante one man show (in questi 20 minuti, nel proseguo della piece interverranno altri personaggi) Fabrizio Lombardo nella sua stand up comedy irriverente, urticante, debordante, varietà per presentare vari progetti visionari per le Olimpiadi 2026 tra Milano e Cortina. E' anche un'analisi sulla Milano di oggi, sui suoi meandri, al sua collettività in perenne movimento e cambiamento: ne esce un affresco pittorico idealista impossibile e fanciullesco come chiudere tutta Milano al traffico e riaprire tutti i corsi d'acqua e renderli navigabili, le chiatte trainate da ippopotami, al reintroduzione della nebbia, la grande caccia al tesoro per ritrovare le zampe dei piccioni monchi e zoppi. Finisce e ne vorremmo sapere ancora, come andrà a finire, dove andrà a finire Milano, la vera capitale d'Italia.

Tommaso Chimenti 19/11/2019

MILANO – Per gli amanti del teatro Milano è il Paradiso; dove ti giri rimbalzano cartelloni colorati con date e nomi, titoli e registi. Impossibile non essere bulimico, impossibile poterli vedere tutti anche facendo i salti mortali e gli incastri da tetris. Se Milano è il Bengodi, è il Paese dei Balocchi per chi si ciba di pane e palco, l'Elfo è una delle sue massime espressioni. Qui, in qualsiasi periodo dell'anno, ti puoi affacciare nel suo foyer, sempre affollato, e scegliere tra le tre sale o farti anche delle piccole maratone giornaliere entrando e uscendo da differenti visioni: qualunque cosa si scelga, si cade bene, la qualità è garantita. E così abbiamo fatto, siamo entrati ed uscite prima ci siamo tuffati tra registri di classe e cattedre con “La lingua langue” e successivamente ci siamo buttati tra la terra rossa e le palline gialle di “Open”.lalingualangue-phLailaPozzo-690x460.jpg

Partiamo dal testo di Francesco Frongia con in scena il vulcanico ed eclettico, pirotecnico e sulfureo Nicola Stravalaci, un vero portento di dialettica, una mitragliatrice micidiale, arguto professore adesso generale alla “Full Metal Jacket” adesso maestra di danza di “Fame” tra ingiurie e sproloqui per vivacizzare la sua platea (i suoi alunni) di asini pinocchieschi. Una vera e propria interrogazione interattiva e partecipata (e molto impaurita: i traumi scolastici non ci abbandonano mai). Niente a che vedere con “La Classe morta” di Kantor. La sua, soprattutto il pungente ed intelligente testo di Frongia, ci porta nella deriva dei nostri tempi, nel declino iniziato con gli sms e concluso miserabilmente con whatsapp. Non sappiamo più scrivere ma qual che è peggio è che gli errori più madornali non sono più visti e percepiti come tali perché “tanto basta capirsi” e se non hai messo l'acca oppure hai scritto “qual è” con l'apostrofo non è importante. Se pensiamo male, scriviamo male e soprattutto viviamo male, diceva Nanni Moretti.Ntfi_13062019_Open_lamiastoria_foto_di_SalvatorePastore_L0A5340.jpg Oggi pare un'offesa, soprattutto tra i ragazzi, coniugare decentemente un verbo intransitivo o usare correttamente un condizionale o addirittura una consecutio temporum; sei visto come un sobillatore, un collaborazionista. E poi gli inglesismi a storpiare la nostra bella lingua secolare sostituendola con termini più efficaci certamente ma freddi e senza linfa. Nei suoi stivali da cavallerizzo, con il suo scudiscio segnala errori, con la sua grande matita appuntita (minaccia di farne un clistere per gli asini), Stravalaci è colorato e virtuoso, è il poliziotto cattivo, il professore arcigno fissato con i participi passati, l'uso degli articoli, un po' scienziato un po' Superquark. E poi ancora l'uso delle virgole o l'abuso dei punti esclamativi, o quello improprio dei superlativi, le doppie zeta. In video appare l'onorevole Razzi e abbinare il suo cognome a quell'aggettivo, lo so, fa accapponare la pelle. Come contraltare ecco Modugno e Pasolini. L'italiano è in continuo movimento e mutazione, non uccidiamolo prima del tempo, non gli pratichiamo l'eutanasia, non diamogli il colpo di grazia: la lingua langue dove il congiuntivo duole.

Proprio nei giorni nei quali il diciottenne Sinner, cognome altoatesino ma italiano, vinceva proprio a Milano il Next Gen, il torneo più importante a livello mondiale per le future generazioni di campioni con la racchetta, sempre all'Elfo andava in scena la vita del campione Andrè Agassi riassunta nella bellissima autobiografia “Open”. Testo meraviglioso, scritto da un Premio Pulitzer che ha affiancato il tennista, nel quale, più del tennis, emergono le dinamiche familiari soprattutto con il padre immigrato iraniano e portiere in un albergo a Las Vegas innamorato pazzo di set ed ace tanto da forgiare in prima persona con allenamenti massacranti fin dalla tenerissima età i suoi figli per dargli un futuro migliore, più ricco e più agiato di quello che aveva potuto garantire lui. La storia è emozionante, commovente, toccante, Ntfi_13062019_Open_lamiastoria_foto_di_SalvatorePastore_L0A5399.jpgla resa della compagnia Invisibile Kollettivo ha avuto alti e bassi. Intanto il muoversi sulla scena con il libro in mano allontanava la platea e non permetteva di lasciarsi andare pienamente al flusso delle vicende. In seconda battuta, la bella trovata di mettere al posto del volto dei cinque attori in scena un cartone con la faccia del tennista americano all'inizio è sembrava un escamotage azzeccato, quando però lo stesso effetto si è ripetuto per tutto l'arco della performance allora è sopraggiunta l'assuefazione e una certa stanchezza nei confronti del mezzo scenico. Passiamo ai costumi: se mi racconti la vita di un tennista puoi anche indossare abiti quotidiani, se invece nel mezzo del racconto vuoi cimentarti in battute da fondo campo, in top spin o discese a rete o serve and volley allora forse i tacchi non sono la cosa più indicata. Così come i movimenti: se hai l'ardire di mimare i gesti di un campione di net e lungo linea, di rovesci a due mani e smash forse quei movimenti devi saperli riprodurre invece di saltare come se dovessi schiacciare a pallavolo o danzare a corpo libero come libellule. Infine il telo centrale, quel velo spiegazzato che, se da una parte ha risolto scenicamente molte situazioni, dall'altra è stato abusato ed il sapore finale che ne è scaturito è stato leggermente amatoriale: il velatino per le proiezioni delle partite, il velo per le ombre, per i sogni contorti e gli incubi, il telo sempre troppo azionato, invasivo. Belle le scelte musicali da “Purple rain” di Prince, “My way” e “That's life” di The Voice. Sottotono rispetto alla materia incandescente che avevano tra le mani.

Al Franco Parenti invece vanno in scena gli Oyes con il loro nuovo "Schianto". Stefano Cordella sa scrivere per il teatro, la sua scrittura è un machete nella foresta, creando questi mondi paralleli, visionari, altri, debordanti, infarciti da dialoghi serrati, crudi di slang, sanguinosi di borgata che colano rabbia, cinismo, quell'acido gelo che nasconde la voglia di una carezza. Potremmo paragonare le sue drammaturgie, per lucidità e sprint, assonanze e slanci, a Carrozzeria SCHIANTO_Compagnia-Oyes.jpgOrfeo o a Bruno Fornasari dei Filodrammatici milanesi. Parliamo a ragion veduta dopo aver visto, nel tempo, “Vania” e “Io non sono un gabbiano”. Su “Schianto” (che vedemmo in fase di studio due estati fa a “Inequilibrio” a Castiglioncello) il quadro leggermente s'incrina, il vetro (come quello che riempie la scena e il fondale, pare un castello di ghiaccio come questi cuori resi duri e glaciali dal corso delle loro esistenze di solitudini) si frammenta e si crepa. Da una parte respira un'idea forte, dall'altra si ha la sensazione di aggiunte, di una eccedenza di particolari e storie che s'intersecano; se alcune parti sono troppo colme di elementi, altre avrebbero avuto bisogno di una maggiore analisi. Il gruppo degli Oyes (sempre intensi e in parte Dario Merlini, Francesca Gemma, Umberto Terruso e Fabio Zulli) comunque, dal punto di vista attoriale, regge l'urto ed ha la garra necessaria ad affrontare con grinta e tenacia questi testi dirompenti che fioriscono sul conflitto. Sta tutto nel titolo: “Schianto” appunto: un uomo solo per scelta e cinico manager ha appena saputo di avere un tumore sale su un taxi con un autista logorroico ignorante, sessista e razzista che sta per avere un figlio. schianto-cover-768x432.jpgLa frizione tra i due è naturale e logica e l'incidente con una figura mitologica e ibrida come uno strano essere che potrebbe somigliare ad un canguro (i rimandi a Lynch o Cronenberg si palesano). Forse sono già morti nel botto e si trovano in una sorta di limbo delle anime. Fin qui tutto scorre sul filo delicato di una poetica che taglia e di un'agguerrita dialettica aspra che cozzano creando una bolla di sospeso, irriverente e sorprendente che spiazza e affascina. Poi però, e qui sta l'assommarsi, l'accatastarsi di personaggi ed eventi, arriva un ragazzo travestito da Robin, che vuole salvare il mondo anche senza Batman, e una cantante mistress in latex disinibita e uno strano squallido bar nel bel mezzo del niente. Se prima ci poteva essere un equilibrio tra il credibile e l'incredibile, tra il plausibile e l'onirico, adesso, dopo le aggiunte, si ha la sensazione che la barra del discorso si sia un po' perduta alla ricerca del colpo ad effetto, della stravaganza allucinata, del tocco spiazzante che susciti un altro, ennesimo wow. E' quando la cantante prende la parola dal palco del locale che qualcosa si spezza e s'infrange e il patto tra platea e scena s'inceppa rendendo la visione non incredibile ma poco credibile, al netto della nostra mai richiesta di realismo e naturalismo.

Tommaso Chimenti 15/11/2019

ROMA – Dopo averlo visto nelle vesti carnascialesche e viscerali dei Sonetti shakespeariani, dopo averlo ammirato in un Moliere colorato e raffinato, stavolta applaudiamo un Valter Malosti poliedrico, sempre più artista a 360 gradi, capace di cambi di registro, di sterzate, di intuizioni, di piccole grandi magie sceniche. In “Se questo è un uomo” (che in prima battuta era stato affidato a Paolo Pierobon che ha lasciato la “patata bollente” a 25 giorni dal debutto: un bravo a Malosti anche per aver preso la nave a quel punto della rotta), sempre terreno scivoloso con la retorica e la didattica e la didascalia sempre pronte a fare capolino, il direttore del Tpe di Torino (che lo produce assieme al Teatro Stabile di Torino e al Teatro di Roma) è riuscito, con una recitazione neutrale e che non lasciava adito né respiro a convenzioni né a facili commozioni, a far passare, nel suo quasi completo immobilismo, un dolore feroce, uno strazio silenzioso, lasciare ferite sotterranee.02-Valter-Malosti-ph-Tommaso-Le-Pera-1920x1278.jpg

Il suo è un teatro sempre curato all'estremo, denso di contenuti ma pulito in immagini che rimangono impresse anche molto oltre la fine della rappresentazione; qui l'uso delle proiezioni che dialogano perfettamente con il protagonista (1h 40' di monologo, mai stancante o fiacco, mai cede o tentenna), la scena (efficace di Margherita Palli) con il pavimento sconnesso e obliquo come un paesaggio lunare spettrale di crateri, come le vite degli ebrei dopo le Leggi Razziali, il coro (le bocche proiettate ci portano alla memoria “Non io” di Samuel Beckett) con i madrigali che trascinano con religiosità aulica e spirito febbrile, i due performer, usati con il contagocce, una danzatrice e un attore zombiesco, che intervengono a piccole dosi, come satelliti che danno ancora più risalto al pianeta centrale. Comunque non si tratta di un one man show anche se tutto ruota attorno al carisma e alla luce che emana Malosti/Levi fermo in mezzo alla scena nel suo cappotto, con la valigia, lì sospeso, abbandonato nel vuoto attorno e con tutto quel buio, soprattutto quando la casa alle sue spalle si alza dopo l'entrata nel lager, quel nero devastante, violento, crudele e brutale che dietro di lui vuole aggredirlo, tenta di mangiarselo, vuole inghiottirselo, vuole trascinare anche noi, succhiandoci dalla platea, come una calamita bulimica che attrae ogni materia che le gravita attorno.

Il progetto di Malosti è alto, inconsueto e impegnativo a cento anni dalla nascita del torinese Primo Levi (31 luglio 1919), tre gli appuntamenti ideati con altrettanti campioni della scena contemporanea nostrana: Pierobon, appunto in prima battuta, in “Se questo è un uomo”, Luigi Lo Cascio con “Il Sistema Periodico”, Fabrizio Gifuni in “I sommersi e i salvati”. La neve scorre sul velatino sul boccascena e, una volta caduto a terra, forma una sorta di fangoso appicicaticcio composto che sa di melma, di sporco, di quel laido incrostato che pervade i giorni nel campo di concentramento. Il suo è un racconto, il lento scivolamento nell'abisso, anzi in quell'Inferno che si fa parallelo, in audio, con quello dantesco. Il ritmo, nel suo incedere lineare e senza strappi, nella sua “normalità” di concatenazione degli eventi senza pathos03-Valter-Malosti-ph-Tommaso-Le-Pera-1920x1278.jpg (dona ancora più freddo alle ossa), è un cammino claudicante, una perdita, una discesa tra queste scale di grigi, sfumature di morte, con questi riflettori (le luci affilate sono di Cesare Accetta) che da più parti colpiscono, accecano, incartano Malosti come un interrogatorio al sapore di chiavistelli, al crudo rumore di ghigliottina. Malosti qui non è Levi, ma è Levi che racconta di se stesso in una triangolazione che restituisce gravità e distanza, un occhio esterno che allontana e rende la visuale più nitida sull'impianto. Un grande lavoro composito pulito.

Tante scolaresche (il tema si presta) e nessun fiato, nessuna distrazione, nessun bisbiglio: la luce oscura che arriva dal palco è talmente potente che annichilisce, ti rende esangue, prosciuga, congela, immobilizza, affascina, deglutisce come un imbuto, tira come un cono d'ombra, risucchia come sabbie mobili. E basta leggere Levi, e basta sentire Malosti per capire, anche a distanza di anni, quanto abbaglianti e incresciose fossero le inesattezze e gli errori grossolani e marcati disseminati all'interno della pellicola Premio Oscar “La vita è bella”: le baracche dei prigionieri in muratura con il pavimento, invece erano di legno con il fango a terra, il bambino che rimane con il padre, invece venivano separati e gassati subito, i teschi messi a piramide, invece c'erano i forni crematori per “farli passare per il camino”, gli americani che arrivano in Polonia con i carri armati a distribuire cioccolata e chewing gum (come accadde a Napoli, Malaparte docet), invece erano stati i russi CARIGNANO_12-Valter-Malosti-ph-Tommaso-Le-Pera_800_532.jpga liberare i campi. Inaccettabili stravolgimenti della Storia.

Valter Malosti conosce i meccanismi del teatro, le sue pieghe e al contempo non usa strategie, ruffianerie, sotterfugi, rimanendo minimalista pur nella somma che mai risulta debordante, anzi tutto è centellinato, misurato, millimetrico, ben calibrato. Inoltre, seppure tutto il testo sia concentrato su di lui e nelle sue mani e gravi sulle sue spalle larghe, mai si ha la sensazione del mattatore che “uccide” il testo e se lo mastichi per il puro gusto dell'applauso (abbiamo molti esempi in Italia di tale nefasto modo di stare in scena).

Il suo teatro.it-se-questo-e-un-uomo02-Valter-Malosti-ph-Tommaso-Le-Pera.jpgscorrere è ansiogeno in una calma apparentemente gelida che non ti concede vie di fuga né attimi dove poter stare tranquillo affossato sulla tua poltroncina, ogni incipit è uno spillo che ti costringe ad aprire gli occhi, ti mette a nudo in questa “demolizione di un uomo”, e ti senti piccolo, e ti senti vulnerabile, e ti senti indifeso e impotente, ingabbiato, “la presenza cattiva del filo spinato” la senti sulla pelle come brivido irto, sei solo, offeso, tramortito, senza speranza. Testo straziante e ancora necessario. E c'è quasi vergogna alla fine ad applaudire, perché il battere le mani è gioia o liberazione e in questo caso non ci può essere né l'una né l'altra. Se questo è Malosti lo vogliamo vedere altre dieci, cento, mille volte.

Tommaso Chimenti 10/11/2019

Foto: Tommaso Le Pera

PADOVA – Ormai la comunicazione moderna è talmente abbagliante sul momento, catalizza l'attenzione attraverso i media, i social network in maniera tanto invasiva da scemare in pochi giorni. Una luce potentissima che porta una luce flebile e spesso frivola buona per un tweet, un po' di commozione dal divano, un like svogliato e stanco e assonnato dalla scrivania. E poi? Rimangono i danni, rimangono gli abitanti sul territorio, rimangono i detriti, le macerie, fisiche e morali. E così è successo con la Tempesta Vaia nel Nord Italia dell'ottobre 2018, le immagini raccapriccianti di distese infinite di alberi travolti, smembrati, divelti come cerini da una terra prima arida e poi gonfia di pioggia. La comunicazione, dicevamo, è talmente insistente e pervasiva nei primi giorni e talmente 21-DaQuiAllaLunaGiorgioSangati04112019-4686.jpgpotente e violenta, occupando tutti i canali d'informazione che, necessariamente, dopo poco ha bisogno di altra carne fresca da spolpare, di nuovi casi, nuove tragedie, vicine o lontane, nuovi sensazionalismi da sparare in prima pagina o in apertura di tg. Gioco forza il dramma precedente finisce sotto la polvere, nell'oblio, nel dimenticatoio. Tutto diventa talmente preponderante e importante, tutto è sparato e strillato a decibel sempre più alti che la nostra concentrazione, interesse e memoria rimuovono, accantonano un po' per difesa e un po' perché tutto il bombardamento si somma e diviene una matassa indistinta di rovine e fatichiamo a ricordarci quando, dove, chi, cosa e a rimettere i pezzi a posto. La tragedia del Vaia è solamente di un anno fa e, come dice il testo di Matteo Righetto, al di là delle Dolomiti se lo scorderanno presto. Vero, anzi verissimo. E' quello che è successo. da sx_Sangati, Gobbo, Pagliei, Carcano, Righetto, Pennacchi, Beltotto, Ongaro.JPGNon se ne parla più. Altre tragedie in questi ultimi 365 giorni si sono affacciate, altri disastri, altre urgenze, tra la realtà e il bisogno dei media di riaccendere, con la paura e lo scandalo e lo stupore (creando spesso l'effetto contrario: l'assuefazione), il focolaio delle notizie da vendere.

Sta di fatto che il teatro, forse perché mezzo ed arte più terrena e umana, più artigianale e tattile, in due recenti produzioni ha ricordato la sciagura di fine ottobre scorso: a Siracusa questa estate nella produzione Inda del Teatro Antico gli abeti abbattuti erano la scenografia de “Le Troiane” pensata dall'architetto Stefano Boeri, e in questa nuova produzione del Teatro Stabile Veneto, “Da qui alla Luna”, viscerale, sentita, partecipata. Il titolo fa riferimento alla portata del disastro che pare impalpabile parlando di alberi ma che invece, parlando di numeri diventa ingombrante: se messi uno in fila all'altro i 16 milioni di alberi abbattuti dalla furia della bufera riescono ad arrivare ad una somma di chilometri tali da poter raggiungere dalla Terra la Luna, la Luna dei poeti, la Luna di Pierrot, la Luna di Astolfo, la Luna di Armstrong. Una tragedia di proporzioni bibliche che ha colpito Veneto, Trentino e Friuli Venezia Giulia. In questo “Da qui alla Luna”, commovente e toccante, il regista Giorgio Sangati è riuscito a far dialogare l'affabulatore Andrea Pennacchi, il chitarrista e cantautore Giorgio Gobbo e l'Orchestra di Padova e del Veneto, con oltre trenta elementi, che si è fatta pioggia, uragano, tsunami e ha tratteggiato, sottolineato e non semplicemente accompagnato, tutti i momenti e le fasi del disastro, da quando montava a quando infuriava fino alla devastazione che ha lasciato a terra.45-DaQuiAllaLunaGiorgioSangati04112019-4817.jpg

Un piccolo inciso è necessario sul protagonista, da settembre nel cast di “Propaganda Live” di Zoro: Pennacchi è la risposta a Crozza quando apriva Ballarò, è la risposta a Stefano Massini a Piazza Pulita, è Grillo agli inizi della sua carriera, un po' Albanese, un po' Gnocchi, un po' Natalino Balasso, molto Paolini, ha la pastosità di Chef Rubio, l'imponenza di John Goodman, quella terrenità nostrana ruvida e semplice delle campagne, ha un'anima ironica travestita da tragedia, un telaio sarcastico vestito da cronaca, il tutto immerso nel dialetto feroce veneto, ha quell'aria rude da guerriero celtico, è spigoloso nella sua barba ispida, furibondo, furioso, imbufalito ti sfida selvaggio, il suo modo di stare in scena è crudo, sanguigno, sa di provincia, va dritto al punto, sferzante come una mazzata, duro senza tanti giri di parola, arrabbiato, corposo come un rugbista in mischia, testa bassa e pedalare. Un grande caratterista. I suoi sono sguardi feroci, lampi indagatori, che ti scavano dentro, fulminandoti, addosso, è burbero e brutale ma è anche un possibile Cipputi moderno: “con i Pennacchi e con le armi”, diceva De Andrè nella sua “Bocca di rosa”. Azzeccato.

Ma torniamo all'attualità: “Da qui alla Luna” è un colpo al cuore, un gancio ben assestato alla bocca dello stomaco, entra come un'autopsia dentro le pieghe della sciagura tra documenti, perizie, vita vissuta, lacrime, paura. Una foresta viene divelta, sradicata, mangiata, implosa. E dire che da queste parti, dal Polesine al Vajont, di tragedie, purtroppo, ne hanno sentite, vissute sulla pelle. Tanti ceppi a terra, che arrivano proprio dalle zone colpite, sono la scarna scenografia, magra e macabra di ombre basse come le immagini di quelle montagne adesso brulle e calve dove giacciono ancora i cadaveri di arbusti, linfa e resina non più verticali. Una disgrazia da dover necessariamente urlare anche oltre i confini macroregionali aggrediti dalla forza della Natura (e dalla stupidità umana che ha innescato il surriscaldamento globale e la conseguente tropicalizzazione alla quale viene imputato anche questo evento) per riportare l'attenzione nazionale, quelle “Venezia e Roma”, citate da Pennacchi, che hanno altro a cui pensare, a livello politico e non solo, per occuparsi delle “province”, del contorno, del laterale. Pennacchi, e il testo di Righetto, riescono a farci sentire la fatica, la preoccupazione crescente, la ferita, anche il dolore degli alberi: “Non è ambientalismo da salotto”. Adesso cadono gli alberi, “i prossimi a cadere saremo noi” in un parallelismo purtroppo molto vero.

25-DaQuiAllaLunaGiorgioSangati04112019-4710.jpgL'escamotage per raccontare la vicenda, anzi lo sviluppo e il corso degli eventi che in quella settimana dal 24 ottobre 2018 hanno cambiato radicalmente e per sempre il volto delle nostre montagne, è l'invenzione di tre personaggi, tre età scandite, l'uomo adulto, Silvestro, il bambino, Paolo, l'anziana signora, Agata, tre diversi sentimenti confluiti in un unico grande afflato, un solo respiro prima di grande timore poi di lacrime infine di scossa, rivalsa, rivincita. Possiamo dire che Vaia è stato l'11 settembre ambientale italiano ma in qualche modo sembra sia stato derubricato a qualcosa che interessi soltanto “i montanari”, che non tocchi tutto lo Stivale, tutti gli italiani. Il fumo staziona in aria, in alto a metà tra gli uomini e il cielo, ed è nebbia, è coltre, è mistero in questo thriller con molti cadaveri ma senza l'assassino. Ecco gli incendi, ecco il vento caldo Favonio che secca e prosciuga, ecco in successione venti fortissimi da tifone e piogge torrenziali monsoniche su una terra dura che non accoglie tutta l'acqua scesa e fa saltare come birilli gli abeti. E' un crescere, un aumentare il pathos, il respiro gonfio mentre in alto un faro diventa la Luna che ci guarda tra lo sconsolato e l'impotente. Una Luna che inquadra e impalla Pennacchi e che ci ha fatto trapelare l'immagine della copertina dell'album “Ruttle and Hum” degli U2 nella quale Bono Vox direzionava e da qui alla luna.posato (1 of 7).JPGpuntava un riflettore su The Edge curvo sulla sua chitarra.

Il racconto è denso come fango, è pregno e incessante come melma, è umido di lacrime, ora è una scarica adesso una riflessione sconvolta, ora è senza posa, ora è poesia senza resa, adesso decelera per poi risalire, perforare, trafiggere, solcare: “Una volta gli uomini vivevano con la Natura, ora contro la Natura”. Sembra un inferno di ponti che crollano, tetti che volano, “case scoperchiate e boschi stesi”, strade che cedono, la corrente che salta e gli alberi che cadono come birilli nel bel mezzo di uno strike, come grissini sgretolati, come fuscelli spezzati, come stecchini rotti: un vero massacro ecologico, emotivo, sentimentale, il Giudizio Universale, la Fine del Mondo, uno scenario apocalittico, di zolfo, di marcio, di crollo, di perdita, non solo materiale, di lutto. La Luna indica il progresso dell'uomo, questa Luna invece, questa distanza colmata con gli alberi messi idealmente in una linea ipotetica fino al satellite crivellato di crateri, certifica un regresso. Piacerebbe anche a Greta.

Tommaso Chimenti 08/11/2019

Foto: Serena Pea

MONTEVEGLIO – Pane, Petrolio e Pasolini, inevitabilmente PPP. Da lì non si scappa, da lì non si può fuggire, da lì tutto nasce, tutto torna, tutto muore, tutto resuscita. Il teatro riesce ad unire l’Emilia e la Romagna e gruppi storici come le Ariette, il pane, la terra, il rurale, e le Albe, Ravenna con le sue raffinerie e le piattaforme, le ciminiere e i suoi fumi velenosi. A ferro di cavallo, nel deposito degli attrezzi, qua tra Bologna e Modena guardando Zocca e la Valsamoggia, dopo le repliche romagnole, siamo immersi in una seduta spiritica, di quelle nelle quali, senza nostalgia, si rievocano fatti e situazioni passate ed andate per capire meglio, spiegarselo, il proprio presente. È un’accettazione di ciò che è stato, senz’acredine, senz’astio, senz’odio. È un incontro tra tempi diversi, che poi il tempo, si sa, non è progressivo ma subisce accelerazioni e frenate brusche, è un elastico che adesso si piega e ora si allunga.pane2.jpg

La cucina è al centro per questo nuovo lavoro, il primo condiviso con un’altra compagnia, o, come in questo caso, con un membro storico di un altro gruppo storico (Luigi Dadina): nella definizione-titolo-didascalia “Pane e Petrolio” c’è tutto, è una fotografia perfetta, non manca niente, è un affresco magnetico e immediatamente riconoscibile e comprensibile. Quaranta persone a replica per questa ennesima cena rituale, questa preghiera laica, questa cerimonia religiosamente atea di condivisione, di passaggi, di scambi. Le tre Ariette più Dadina formano un quadrilatero di racconti che si perdono pane7.jpgnelle loro autobiografie, momenti e parole d’infanzia mentre muovono grembiuli e mattarelli, fornelli e tegami, la sfoglia da tirare e taglieri da riempire, tra pentole che sbuffano fumi profumati e nostalgie tenui che ti viene da stringerti. Non ci si sente soli, non ci si sente persi né perduti. Le biografie dei quattro sono lontanissime e diversissime da quelle di tutti noi ma di fondo c’è un qualcosa che ci unisce: c’è la crescita, c’è un mondo che si rimpicciolisce mentre noi cresciamo prima ed invecchiamo dopo, c’è il cambiamento, c’è il tempo che tutto trafuga, modella, cesella, toglie, morde, mangia, storpia. Stefano ci immerge nella sua visuale di una Bologna stretta tra un vivaio e il cimitero, il padre salumiere e comunista come il nonno, la mamma pia.

Le loro biografie si muovono, scorrazzano e aleggiano in quest’arena rettangolare creata all’interno dei tavoli mentre Pasolini è un leggio fermo e statico al centro assieme ad un’edicola votiva, una Madonna ingenua e fiori rossi. Un’Ave Maria (arriveranno anche Battisti e “Il mondo” di Jimmy Fontana) riecheggia a più riprese scandendo le parti dello spettacolo, i gradini più dolorosi, sottolineando i pane3.jpgpassaggi di consegna. Vedi le Ariette e pensi che sia sempre lo stesso spettacolo, sempre lo stesso format e, in qualche modo, sai già cosa aspettarti. Poi, una volta davanti al loro universo dolce e intenso, ti trovi gentilmente travolto dalle loro parole che parlano di campagna e animali, di genitori e ricordi minimi che qui esplodono e riverberano con i nostri e vanno a braccetto con le nostre vite, trovano rifugio e diritto di cittadinanza e ci estrapolano pezzi nascosti dentro, cose che volevamo seppellire, parti che non volevamo raccontarci né riesumare.
Il loro tirare la pasta (alla fine mangeremo dei tortelli di farina di castagne, triangolari come fanno a Ravenna) è un tirare le fila, un rimettere insieme esperienze e tempi, miscelare tutto in un’unica pasta perché siamo tutti, attori e spettatori, nella stessa pasta, della stessa pasta, facciamo parte indissolubilmente del medesimo magma, ci muoviamo, volenti o nolenti, tutti insieme: nessuno si salva da solo. I gesti sono arcaici, di una bellezza limpida, pura, eterna, pacifica e pacificata, sacri, da contemplare nella giusta lentezza, come quando Stefano e Maurizio spadellano sembrano chierichetti che spargono l’incenso in una navata.

Che cos’è il teatro se non condivisione? Luigi ci apre le porte della sua famiglia fatta di lavoro, di fatica, di sudare. Le donne di casa fumavano e bevevano caffè, il padre operaio-paracadutista; Paola ci spiega di sua madre intenta e occupata nella pulizia della casa e suo padre Tommaso. E ci fanno entrare nei loro meandri più profondi e sinceri mentre tagliano il pane e ognuno si sente a casa propria, tra i propri cari, immerso nei propri sogni. pane5.jpgNel momento dei “dialoghi impossibili” di Luigi con la madre e di Paola con il padre ci sono le parole che non sono riusciti a dirsi (ognuno di noi ha chilometri di dialoghi che avrebbe voluto fare ma che sono rimasti inghiottiti, abortiti nell’esofago, deglutiti tra rabbia e lacrime), tutto il non detto sedimentato e raggrumato che è diventato pietra, mattone, muro. Maurizio ci porta alla sua pompa di benzina, il fratellino morto, lui che diventa “il sopravvissuto”. Tutto è delicato e violento, docile e brusco, mite e brutale. La forma è rasserenata, il contenuto spesso ancestrale, di sopraffazioni e poca giustizia. È stato un ritrovarsi antico e un sempre nuovo abbraccio. È importante il loro lavoro, è paneepetrolio1.jpgimportante che ci siano, è importante essere qua. È sempre un gran bel viaggio su chi siamo, su dove viviamo. Menomale che le Ariette ci sono. Se non li avete mai visti è l’ora di venire a trovarli per trovarvi, se li avete già visti tornare è sempre un nuovo inizio. È una veglia, aspettando l’ombra dell’alba di domani. “Solo l’amare, solo il conoscere conta, non l’avere amato, non l’aver conosciuto”, sta tutto qui.

Tommaso Chimenti 02/11/2019

FIRENZE – Di solito la mosca non è il problema ma rappresenta il sintomo, quel campanello d'allarme. La mosca rotea, svolazza, s'accapiglia sulle carogne, sulla decomposizione, sul marcio. La mosca è l'ultimo baluardo di vita dove vita già non c'è più, è l'ultimo fremito, l'ultimo colpo d'ali alla ricerca della carcassa in putrefazione. E l'occhio, e la penna, clinico come fosse un'anatomia dei sentimenti, di Michel Marc Bouchard (più volte rappresentato all'interno di “Intercity” al Teatro della Limonaia, come “Il sentiero dei passi pericolosi”) mette a nudo e scoperchia tutta l'infezione e la corruzione morale all'interno di una famiglia (potremmo essere sospesi tra i Kamamazov e “Il Giardino dei ciliegi”), se così si può chiamare. “Sotto lo sguardo delle mosche”, per la regia di Simone Schinocca e della compagnia torinese Tedacà, sono storie claustrofobiche che s'aggrovigliano, storie psicologiche torve e losche, storie di dipendenze patologiche cupe, storie di vendette fredde, storie dove manca l'ossigeno, dove non ci sono finestre per vedere un panorama che sia un po' più lontano, per constatare una siepe da voler superare.bouchard-web.jpg

E' nell'incipit 1987.jpgche la narrazione si dipana come fossimo in un teatrino e si delineassero e si mettessero in campo e sul tavolo gli oggetti e gli argomenti, come le puntate sul tappeto verde del poker; tre sono gli elementi che guerreggeranno, che si alimenteranno, che entreranno in frizione o si supporteranno: la morte, la sopravvivenza, la noia. Questi sono i motori dell'uomo moderno, ai quali cercare di nascondersi, dai quali tentare di mimetizzarsi per non farsi colpire dal virus: si sopravvive alla morte e si cade nella noia e nella noia si cerca la morte per poi riuscire a ritrovare faticosamente l'equilibrio barcollante della vita che presto tornerà noiosa contribuendo a questo vortice di up & down, di stelle e Fossa delle Marianne che non fa altro che produrre mostri e fantasmi. Bouchard, che si autodefinisce “autore canadese e non soltanto quebecchese”, ci presenta questi spaccati analitici di rapporti raggelanti, dove non scorre sangue ma calcolo, dialoghi come lame glaciali, famiglie spezzate da un odio sotterraneo che prude, frizza come sale sulla ferita, senza sconti, senza salvezza, senza vincitori né vinti. Se ne esce affranti e svuotati, contagiati, senza commiserazione, senza pietà, senza linfa né energie.

C'è un sipario rosso sul fondale come se fossimo in un teatrino di provincia e la vita che da lì a poco sarà messa in campo, nell'agorà salottiera casalinga, nella tavola imbandita di menzogne e recriminazioni, sia soltanto finzione, di ruoli, di vicinanza, di parentela. Un figlio (Elio D'Alessandro) che ha lasciato la casa, dove è tenuto da sempre sotto una campana di vetro, e dove fa ritorno dopo tre giorni di assenza. La sua nuova fidanzata (Valentina Aicardi decisa, sua anche la traduzione) appena incontrata giù in città. La madre del ragazzo che ha nell'armadio lo scheletro dell'eutanasia concessa alla sorella morente e sofferente. Il cugino, vero Joker del play (Andrea Fazzari, il vero protagonista, ha il cinismo calcolatore e il piglio lucido da Iago, è il Diavolo de “Il Maestro e Margherita”) attorno al quale tutto ruota, cambia, prende forma, si anima, si sciupa, deperisce. La matassa sono fili labirintici di sovrastrutture annodate dal tempo che mai perdona ma che tutto ingigantisce, incancrenisce, satura. I torti si sommano, si amplificano cercando punizioni, colpe divenute capitali e mai più amnistiabili.

C'è un lascito biblico del Figliol Prodigo che l'epilogo dell'Ultima Cena, c'è una sorta di richiamo della foresta di Jack London attorno e dentro questa casa feticcio, questa costruzione nobiliare sorta e cresciuta accanto ad una popolazione di 14.000 maiali, allevatori arricchitisi con suini e prosciutti, con spalle e speck, con cotechini e zamponi. Le mosche intanto gravitano sopra attendendo il loro momento sotto-lo-sguardo-mosche-elio-d-alessandro-andrea-fazzari-ph-emanuele-basile.jpgda sciacalli in miniatura, da avvoltoio microscopici per calare come Unni sulle carni macilente e purulente. Si sono arricchiti con i maiali ma di fondo, nel dna, sono rimasti feroci, brutali, animaleschi. Del maiale si mangia tutto ma anche il maiale mangia qualsiasi cosa.74638436_10220603274857609_5134422412099584000_n.jpg

Sono tutti legati da un dolore straziante in una catena di vuoti e mancanze e assenze: il ragazzo (Amleto imprigionato nel castello di Elsinor?) non può stare lontano da quell'abitazione, il cugino non può vivere senza il ragazzo, la madre senza il ragazzo si sente persa, il ragazzo ha grandissimi mal di stomaco come crisi d'astinenza. E' il ricatto la base per le trattative in questa famiglia dove i ruoli sono saltati, dove tutto è labile, dove i contorni si sono sporcati fino a fare poltiglia delle regole sociali, fino a polverizzare convenzioni accertate. La violenza è il filo che li lega tra letame e larve, tra sangue ed escrementi, tra segreti e minacce. Loro sono i maiali, loro sono le mosche: un groppo che grattugia gravido, grave e gracidante.

Tommaso Chimenti 28/10/2019

Venti titoli distribuiti in sette mesi dal 25 ottobre 2019 al 10 maggio 2020 per un totale di 23 repliche, oltre a due eventi straordinari. Questi i numeri principali della terza edizione di TeatrExma, la stagione teatrale organizzata dal Teatro dallarmadio con la direzione artistica di Fabio Marceddu anima, con Antonello Murgia, della compagnia cagliaritana. Un cartellone ricco e articolato, prodotto in collaborazione con il Consorzio Camù che presenta una prima nazionale e cinque prime regionali, confermandosi un punto di riferimento nel panorama del teatro italiano. Una rassegna che, anche in questa edizione, vedrà sul palco generi diversi che vanno dal comico al tragico, passando per spettacoli musicali e di danza. Tutti gli spettacoli saranno ospitati all’EXMA di Cagliari in via San Lucifero 71.

Una novità di questa terza edizione è rappresentata da due eventi speciali.Conferenza Stampa TeatrExma 1


Sabato 4 gennaio alle 18.00, Peppino Mazzotta, in compagnia del Teatro dallarmadio presenta per la prima volta in Sardegna il libro Muori cornuto scritto con il giornalista Arcangelo Badolato, in cui si racconta, in forma letteraria e teatrale, la storia di Giuseppe Zangara, il calabrese che tentò di uccidere il presidente degli Stati Uniti Franklyn Delano Roosevelt e ferì mortalmente il sindaco di Chicago Anton Cermak. La sua vicenda è ricostruita in questo volume sulla base del diario che il condannato scrisse nei giorni di detenzione. L’intento della pubblicazione è di far conoscere la figura di questo “ribelle” che interpreta il disagio profondo di milioni di persone che, nel secolo scorso, hanno subito soprusi e ingiustizie sociali.


Sabato 8 febbraio alle 10,30 sarà la volta di L'arte che verrà un dialogo fra operatori e artisti organizzato dal Consorzio Camù e dal Teatro dallarmadio in collaborazione con Sardegna Film Commission.
È il primo passo verso un dialogo costante e necessario fra artisti e operatori che vuol essere, in un futuro imminente, una sorta di Stati generali dell'arte.Operatori e artisti che si muovono nel territorio regionale introdurranno le linee guide secondo le regole dello speed date. Il tema è la relazione dell'arte e degli artisti con altri operatori, verso il futuro: 5 minuti per raccontare ciò che saremo e come ci piacerebbe operare. Il resto secondo lo stesso schema: un microfono aperto per il pubblico di operatori e un moderatore, con un timer, per dialogare, confrontarsi, e mettere nuove energie per scambi di idee alla ricerca di nuove relazioni e contaminazioni. L’incontro, moderato da Fabio Marceddu, vede la partecipazione di Simona Campus, direttrice artistica di EXMA, Nevina Satta direttrice generale di Sardegna Film Commission, Linda Di Pietro manager culturale di Sa Manifattura, Monica Scanu direttrice IED Cagliari, Pamela La Dogana professoressa associata di Storia dell’arte contemporanea all’Università di Cagliari, Antonello Murgia presidente del Teatro dallarmadio; Giampaolo Marras, responsabile marketing territoriale di Sardex, Moreno Solinas coreografo e Iuri Piroddi cofondatore della compagnia Rossolevante.

IL PROGRAMMA completo della stagione è disponibile qui http://www.exmacagliari.com/rassegna-teatrexma-stagione-2019-2020/

Per partecipare agli spettacoli è necessario prenotare ai numeri 3397102534 - 3405332685 o via mail scrivendo a Questo indirizzo email è protetto dagli spambots. È necessario abilitare JavaScript per vederlo.

Le prenotazioni, gestite direttamente dal Teatro dallarmadio sono aperte a partire da 15 giorni prima rispetto alla data dello spettacolo e solo nei seguenti orari: dalle 9.00 alle 13.00 e dalle 15.00 alle 18.00. I biglietti prenotati potranno essere ritirati solo il giorno dello spettacolo, mezz'ora prima dell'evento, presso il foyer della Sala Conferenze dell’EXMA.

U.s. 25/10/2019

 

Il Pierrot Festival di Stara Zagora, in Bulgaria (l’undicesima edizione è stata in scena dal 24 al 29 settembre) è stato una scoperta e una conferma al tempo stesso. Una scoperta perché in questa cittadina, la sesta in Bulgaria per numero di abitanti, in cui le tracce dell’Impero Romano sono fulcro e attrazione (splendidi i resti dell’anfiteatro e della antica strada), la celebre rassegna di teatro di figura per adulti, organizzata e prodotta dallo State Puppet Theatre, è un motore trainante per lo sviluppo della cultura bulgara dentro e fuori il paese: oltre venti spettacoli (di cui dieci in concorso), tre teatri coinvolti, altrettanti spazi usati nel centro della città, performance interattive, concerti, mostre, presentazioni di libri e studi, sale sempre piene, anche di domenica mattina, e animate soprattutto dai giovani. Tanti giovani, tantissimi, fuori e dentro dal teatro, che si occupano di teatro a 360°, giovani attori, giovani autori, giovani registi, giovani critici. Il teatro, in questa parte dell’Europa, fa parte di una genetica che si tramanda di generazione in generazione con ferrea volontà e disciplina.IMGP8292.jpg
Una conferma, invece, per quanto riguarda il teatro di figura tout court, genere che si dimostra un terreno fertile e di incontro per un pubblico adulto, un terreno creativo, composto da tanti tasselli diversi che attingono alle varie forme teatrali. Teatro di puppets, certo, ma che non si limita solo alla gestualità della marionetta o del burattino, alla manualità dell’attore o al sapiente uso della maschera ma anche, e soprattutto, teatro di parola, teatro di narrazione, documentaristico, drammatico, distopico.
Il Pierrot Festival ha offerto una visione a 360° del teatro di figura e non solo con produzioni bulgare e internazionali (italiane, statunitensi, giapponesi, polacche, serbe) che ci hanno colpito per la differenziazione delle pièce e per l’alto livello qualitativo che abbiamo riscontrato in tutta la settimana di programmazione.
Nel nostro personale percorso all’interno della rassegna (dove eravamo anche coinvolti nella giuria internazionale che ha assegnato i vari premi previsti, sei in totale sui sette, dal momento che quello per la “Sperimentazione e nuove forme” non è stato conferito) vi segnaliamo cinque spettacoli che hanno catturato la nostra attenzione per profondità, precisione dell’esecuzione e originalità della narrazione.

Iniziamo connose.jpg il parlare dei due spettacoli che si sono divisi i premi: “Nose”, della compagnia Teatro 199 Valentin Stoychev di Sofia, e “On the wolf’s trail” dei serbi dello Youth Theater, entrambi adattamenti di due testi celebri come il “Naso” di Gogol e “Il richiamo della foresta” di Jack London.
La compagnia bulgara – premiati i due attori Polina Hristova e Georgi Spasov rispettivamente come miglior attrice e miglior attore – diretta da Veselka Kuncheva si è misurata con il testo del drammaturgo russo in modo potente e di grande impatto scenico, andando a esaltare tutti i lati ironici e assurdi propri della narrazione attraverso una prova attoriale importante, fatta anche di grande fisicità e l’ottima trasposizione in maschera degli aspetti cardine del Naso: l’identità e la perdita della stessa, i rapporti e le gerarchie sociali, l’opinione comune, l’omologazione.
Sono proprio le maschere su cui si reggono i nasi, di varie dimensioni, alcuni enormi, che fortificano la scelta registica di porre l’attenzione sulla dimensione dell’assurdo, grottesco e surreale del racconto; il tutto viene rafforzato da una costruzione della scena pulita e efficace, nose2.jpgcon un blocco unico che diventa banco degli imputati, ambiente domestico, teatro, sogno, ufficio amministrativo, archivio di nasi e dalla prova superlativa dei due attori (hanno ritmo e grande interplay) che scelgono di riportare la vicenda del funzionario Kovalev con una recitazione volutamente “sopra le righe”, con inserti comici e, allo stesso tempo, di seria riflessione: il protagonista (encomiabile Polina Hristova) è alla disperata ricerca del naso perduto, una disperazione che viene trasformata in scena in rabbia “deforme” e forte solitudine.
Ne esce uno spettacolo perfettamente costruito, efficace, brillante, intelligente e profondo, simbolo di un teatro di figura immaginifico e di grande resa scenica grazie ai grandi nasi e alle maschere ben fatte che ci restituiscono il senso di omologazione e di assenza di identità propria della società descritta da Gogol.

On the wolf’s trail”, nell’adattamento della compagnia di Novi Sad (ha vinto il Gran Premio, il premio per la miglior scenografia e per la miglior regia), è stato un vero e proprio wolf.jpgviaggio nel testo di Jack London. Uno spettacolo che si è distinto per la grande complessità della macchina scenica e per l’abilità degli attori nella manipolazione dei pupazzi, veri e propri protagonisti, con una grande cura per i dettagli tanto da farci immergere nella narrazione in completa empatia con essi; la bravura degli attori è stata, infatti, anche quella di farci percepire il cane Buck come punto focale del racconto e non come semplice marionetta, che, in questo caso, ha perso la mera connotazione di semplice oggetto facendosi corpo, respiro, sguardo.
La pièce si è sviluppata su diversi piani spazio-temporali anche grazie a una scenografia efficace (meritato il premio) che ha trasformato il palco del Teatro dell’Opera di Stara Zagora in un mondo di fantasia tra Oceano e grandi foreste del Nord America e alla costruzione del tappeto sonoro in diretta: la presenza del batterista-narratore onnisciente ha dato ritmo e collante mentre la compagnia ha lavorato con un equilibrio quasi magico, sincronizzando perfettamente suono e movimento ad ogni passaggio; elementi che sono risultati essenziali anche per la trasformazione e il passaggio tra interni ed esterni della narrazione, vere e proprie zoomate cinematografiche che hanno ampliato il nostro immaginario. Tutto ci è sembrato reale: il rumore degli attrezzi, gli alberi, la scoperta dell’oro, il viaggio nella nave così come il dolore, la perdita, l’assenza, il richiamo. wolf2.jpg
Un dramma magistralmente costruito con delicatezza e precisione, adatto quindi a un pubblico anche di bambini, ricco di elementi tecnici e con una profonda attenzione al testo originale, sapientemente riadattato e riscritto.

Tra gli altri spettacoli in concorso che a nostro avviso avrebbero meritato un riconoscimento ricordiamo “Collateral Damage”, progetto bulgaro di Class 5x5 e Azaryan Theater, e “Hamlet” del polacco Adam Walny.

Collateral Damage” è un progetto finanziato dal Fondo Nazionale per la Cultura della Bulgaria attraverso il programma “Debuts” realizzato con il supporto delle compagnie sopracitate e del Fondo bulgaro per le donne.
In questo fulgido esempio di teatro storico infatti le donne sono il fulcro di tutto, della drammaturgia e della scena: la storia è basata sulla vera vicenda di alcune collateral.JPGgiovanissime donne russe che hanno preso parte alla Seconda Guerra Mondiale abbandonando i lavori domestici per raggiungere i soldati al fronte ed è tratta dal romanzo del premio Nobel Svetlana Alexievich, “La guerra non ha un volto di donna”.
Dopo l’invasione dell’Unione Sovietica da parte di Hitler, avvenuta con un colossale impiego di uomini e mezzi, l’esercito sovietico non si arrende e dopo un iniziale sbandamento riesce a riorganizzarsi, dando vita ad un’accanita resistenza. È in questo momento che intervengono le donne, centinaia di migliaia di diciottenni che sacrificano la propria giovinezza e gli studi per soccorrere la patria e i propri compagni. Infermiere, radiotelegrafiste, cuoche, lavandaie, soldati di fanteria, addette alla contraerea, carriste, sminatrici, aviatrici, tiratrici scelte, tutte vestite come uomini, tutte a contatto con il sangue, tutte pronte a rinunciare alla propria femminilità e a mettere a rischio consapevolmente la propria vita.
Svetlana Aleksievic ha raccolto le testimonianze di queste donne dopo 40 anni e Makasima Boeva,collateral2.JPG regista dello spettacolo, ha tratto dal romanzo gli elementi più essenziali di questo dramma russo decidendo di restituirlo al pubblico attraverso sei giovanissime attrici. Il teatro di figura qui è un escamotage per rendere grande un testo sconosciuto ai più, le due grandi marionette usate (il generale e il funzionario) sono funzionali alla narrazione ma non essenziali. L’essenza di questo spettacolo è data, infatti, dalle giovani interpreti che con passione, tecnica impeccabile, fisicità e piena consapevolezza del testo ci portano indietro di oltre 70 anni facendoci percepire tutti i dolori di una guerra che non abbiamo vissuto, se non attraverso la Storia e i racconti. La violenza delle memorie e delle parole si trasforma, nel nostro immaginario, in sangue, perdita, polvere da sparo, mancanze, vite straziate e perdute per sempre perché, anche se alcune di loro sono sopravvissute, una volta tornate a casa sono state ripudiate e non accettate dalle stesse donne che erano rimaste. Uno spettacolo potente e toccante.

L’Amleto s3.pngdi Adam Walny invece ci immerge in una dimensione completamente nuova. E immergere è la parola chiave del nostro ragionamento. L’attore e drammaturgo polacco infatti lavora con le marionette nell’acqua (soluzione originale e mai vista nelle nostre latitudini) e immerge (appunto) i suoi personaggi in grosse e pensati teche trasparenti mosse da un sistema di carrucole con cui viene allestita la scena. Sei personaggi (Polonio, Claudio e Gertrude in un’unica bacheca, Laerte, Ofelia e Rosencrantz) in cinque vetrine, sommersi, boccheggianti, annegati eppure ancora vivi che Walny muove con dinamismo e piccole raffinatezze estetiche che hanno colpito la nostra attenzione (come le bolle che escono dalla bocca delle grandi marionette nell’acqua).
L’unico soggetto al di fuori di questa bagnata realtà è proprio Amleto che in questa rappresentazione ci appare ancora più dannato a trascendente. L’attore, in panni vittoriani, lo manovra e lo fa suo, amplificando le sue ossessioni, le sue paure, spesso sovrapponendosi ad esso in uno scambio continuo tra sogno e realtà, tra visioni e sentimenti, giocando sempre al limite di un filo sottilissimo che spesso ci induce a pensare che i personaggi “annegati” siano tutti frutto dei ricordi di Amleto, della sua follia, messi in vetrina come spettri, a ricordargli per sempre la sua ossessione. La separazione tra il protagonista e gli s4.pngaltri pupi è spiazzante e le due dimensioni in cui si muovono, quella subacquea e quella terrena, sembrano voler sottolineare tutte le imperfezioni del Principe di Danimarca, perso tra i riverberi dello Spirito del Padre, alla ricerca costante di esso e di se stesso ma sempre più solo e isolato, come un pesce fuori dall’acqua.
Uno spettacolo originale, potente, capace di entrare sotto la nostra pelle, dentro la nostra comprensione più profonda nonostante l’handicap della lingua (in polacco senza sottotitoli) che qui, però, non abbiamo minimamente percepito, come solo il grande teatro riesce a fare.

Chiudiamo il nostro resoconto con la messinscena (fuori competizione) che ha suscitato maggior stupore e meraviglia: “The last man”, tratto da “1984” di George Orwell, una delle due produzioni presentate al Pierrot della compagnia organizzatrice, lo State Puppet Theatre di Stara Zagora.
Un’ora e mezzo di teatro distopico, sfolgorante, creativo estremamente contemporaneo e visionario che mette in luce un futuro annichilente e un’umanità ridotta allo stremo con uomini che diventano numeri, perdendo qualsiasi capacità di ragionamento autonomo (pena l’elettroshock) e di coscienza.
Comandati dalla voce del Grande Fratello20190731-AT902137.jpg – un’attrice e soprano che campeggia la scena senza mai scendere tra i comuni mortali, esplosiva e corroborante – i sette personaggi (gli attori sono una squadra perfetta ed estremamente dinamica) diventano meri esecutori di una vita che non hanno scelto, esempio del genere umano lobotomizzato dai mezzi di comunicazione di massa (esemplificativa infatti la scena del grande quiz), dai meri bisogni materiali comandati dall’alto, privato di sentimenti, privato di scelte e quindi privato della capacità di essere unici. L’individualismo cede il passo, in questo mondo furibondo e infernale, alla globalizzazione delle mente, alla depersonalizzazione, ai gesti meccanici ripetuti in serie fino a distorcere la realtà dei fatti. Il tutto attraversato da un mantra, una sorta di nuovo comandamento moderno dettato dal deus-ex-machina invisibile che i protagonisti sono obbligati a ripetere.
La ripetizione dei gesti e delle parole dà il suono e il ritmo allo spettacolo, una struttura circolare (inizia e finisce, infatti, nello stesso modo) come fosse un rosario laico composto da sudore, paure, violenze, fughe, ritorni, uccisioni, che ci trascina sulla scena senza lasciarci scampo.
Gli elementi scenici - la grande impalcatura nel fondale, le scatole che diventano gabbie – gli effetti sonori stranianti, le voci distorte, il tappeto musicale perfettamente equilibrato e l’uso delle luci sapientemente integrato ai fini della comprensione della narrazione rendono questa grande macchina un organismo teatrale perfetto capace di moltiplicare le visioni, le strade della sperimentazione, aprendone di nuove e impreviste. “The last man” è un fermento drammaturgico che difficilmente incontriamo nelle nostre esperienze teatrali, uno 20190728-AT900229.jpgspettacolo essenziale che meriterebbe i palchi di tutto il mondo.

Il Pierrot, nella sua settimana di programmazione e grazie alla sensibilità della direzione artistica, si è dimostrato un festival ampio, ben organizzato, che ha ricevuto plausi unanimi da parte di addetti ai lavori provenienti da tutta Europa (e non solo) e dal pubblico sempre nutrito, e a cui riconosciamo, soprattutto, la capacità di aver posto grande attenzione alle drammaturgie e ai linguaggi contemporanei applicati al teatro di figura, andandosi così a ritagliare certamente un posto sul podio delle migliori rassegne europee sul genere.

Giulia Focardi

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