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BOLOGNA – Del Teatrino Giullare abbiamo sempre apprezzato lo stile artigianale, le idee feconde, le ombre fervide, le costruzioni di giochi scenici illuminanti e disarmanti nell'incastro obliquo tra attori e manichini fino a perdersi gli uni negli altri, fino a scambiarsi e confondersi, in quel sottile filo di fondo giocoso e inquietante che faceva delle loro messinscene parentesi cult originali nella drammaturgia italiana contemporanea. Fin dall'esplosivo ed eccezionale, e ancora ricordato e menzionato nei foyer, “Finale di partita” da Beckett, una partitura ritmata e ridotta, che la esaltava, su una scacchiera, passando per “Alla meta” di Bernhard o l'oscuro pinteriano “La stanza” (mentre “Le amanti” della Jelinek e “Coco” ci lasciarono dubbiosi), il duo Giullare (da Sasso Marconi) hanno costruito uno stile riconoscibile, incarnando una cifra solida personale. L'attesa per questo “Menelao”, testo (fragile e non convincente) di Davide Carnevali e produzione Ert Fondazione, era tanta, spettacolo inserito anche nel prossimo festival “Vie”. L'ironia però, possiamo dirlo, non è per loro il miglior terreno di battaglia sul quale argomentare, muoversi, lasciar correre le loro visioni, le loro ombre, la loro dimensione onirica.menelao_fb.jpg

Il progetto nasce e si dipana dalla domanda esistenziale centrale dell'uomo che ha tutto, appunto Menelao, fulgido, potente, vittorioso, amato da una donna bellissima, ricco, eppure insoddisfatto cronico, sente che gli manca qualcosa ma non sa decodificarla. “Ha tutto ed è infelice e non sa perché” e “Cerca di risolvere un problema che non esiste” ed è proprio il non aver più niente da prendere e conquistare che lo prosciuga, lo azzera, lo svuota, senza più orizzonti né obbiettivi da raggiungere, è un corpo che non freme più, corazza senza un'anima che gli vibri dentro. Se l'incipit è altamente interessante e lascia aperte finestre e lancia possibilità, riflessioni filosofiche e digressioni, non altrettanto si può dire sulla messinscena che da un lato prevede manichini e pupazzi di dimensioni mignon e in questo lo spazio (il ridotto dell'Arena del Sole) non aiuta affatto: siamo troppo lontani per apprezzarne movimenti e sfumature e tutto si perde in un indistinto fondale; dall'altro le vocine infantili che accompagnano i personaggi, quasi da teatro ragazzi didascalico e sottolineante, ci allontanano dalla dimensione mitologica e ovattata e da quell'attacco così poderoso, energico, tragico.

Il MENELAO-765x510.jpgconflitto senza soluzione tra la domanda perno e quello che avviene successivamente sulla scena è palese con inutili inserti contemporanei, il telefono, i giornali, l'analista, la pistola, che ci portano altrove o con un linguaggio che strizza l'occhio al gergo giovanile di strada con svariate interlocuzioni slang volgari che stonano, ridicolizzano i personaggi facendone banali e buffe macchiette da beffa, da risatina sottobanco semiseria. Tre i piani che si sovrappongono, tre i palchi accatastatimg_0872-e1549097350550.jpg piramidali: la testa di Zeus (sembra la bocca della verità) dalla quale esce l'Idea-carillon, quello centrale con i burattini, e la teca sottostante, camera da letto-bara dove Menelao si ritrova con Elena scivolando in un dialogo-match battutistico alla Sandra e Raimondo desolante che solletica la pancia ma lascia assenti e svuotati. Ecco, si può dire che questo “Menelao” cerca più la risata facile che il senso ultimo, è più propenso e concentrato nel voler divertire ad ogni costo, senza riuscirci, e con ogni mezzo scontato, che a perseguire l'essenza profonda del canovaccio iniziale lavico. Ottimi i giochi di luce che però non risollevano il torpore acido e la delusione amara che sa di involuzione. Beckett, Bernhard e Pinter si confacevano maggiormente alle loro dinamiche, alla loro ricerca intima, a tutto quell'immaginario che riescono a creare, a materializzare che qui, purtroppo, esce schiacciato e compromesso, da una scrittura penalizzante, da un “contemporaneo” stucchevole che affossa e appesantisce. Ne usciamo perplessi.

Tommaso Chimenti 20/02/2019

Si sono concluse ieri al Teatro Studio Uno le repliche de Il Barbiere di Siviglia, spettacolo portato in scena dal 14 al 17 febbraio, ispirato alla lirica di Gioacchino Rossini e Cesare Sterbini, seconda parte dell’interessante progetto de “I Tre Barba”: Lorenzo De Liberato, Alessio Esposito e Lorenzo Garufo, dedicato alla rilettura in prosa dei libretti delle più celebri opere liriche del settecento. Dopo un Così fan tutte caratterizzato dalla contaminazione di trap, new melodico e trap, realizzano una versione satirica e meta-teatrale dell’opera buffa più celebre di Rossini. Il barbiere di Siviglia 1

Il loro percorso all’interno del mondo della lirica vuole travalicare la veste ufficiale attribuita al genere rendendo l’intrattenimento fresco e divertente, alla portata di un pubblico vasto e non elitario, abbattendo l’aura antica che da sempre la contraddistingue. Scegliendo una forma ludica di analisi svolgono un lavoro che esprime un altro aspetto dell’opera lirica, che è proprio del gioco.
Il loro obiettivo è avvicinare le persone ai grandi capolavori operistici, lavorandone i contenuti e trasformando le versione originale in una riduzione efficace, caratterizzata da un grande ritmo e soprattutto da un’immensa ironia. I Tre Barba si cimentano nel riarrangiamento delle arie più famose, tutte eseguite a cappella e senza l’uso di strumenti musicali, tra cui le celebri Largo al factotum e La calunnia, mescolando la loro esibizione ad intermezzi propri della musica pop e a citazioni nostalgiche dello swing; passano dai Queen a Fred Buscaglione.

Soli sul palco interpretano tutti i ruoli, pochi oggetti di scena e nessun cambio di costume, uno sfondamento continuo della barriera che coinvolge il pubblico e trascina in una comicità semplice ma esilarante. Le gesta del Conte d’Almaviva, aiutato dal barbiere Figaro per conquistare la bella Rosina, non si trasformano solo in un classico gioco degli equivoci, ma diventano un concentrato di auto-ironia in cui i tre attori sono i primi ad ammettere che nessuno di loro è all’altezza del testo originale evitando di prendersi troppo sul serio, quando in realtà regalano una performance eccezionale. Il Barbiere di Siviglia 2

Grazie ad una sede come il Teatro Studio Uno, nel cuore del quartiere di Torpignattara a Roma e “casa del teatro indipendente”, nonché grande luogo di incontro per esperienze diverse e pubblici variegati, i Tre Barba riescono ad arrivare a tutti (lo testimonia una prima fila piena di bambini che non smettono di ridere) attualizzando un’opera lirica rappresentata per la prima volta nel 1816 e permettendo a tutti di entrare in contatto con la musica e la storia, lasciando la perfezione interpretativa e il rigore di un certo teatro alle messe in scena ufficiali.

 

Silvia Pezzopane

18/02/2019

Photo credits: Luisa Fabriziani

ROMA - Eccentrico e raffinato, amante dei piaceri e della modernità, figura geniale per le sue doti poetiche e letterarie ma allo stesso tempo detestabile per gli atteggiamenti kitsch e spesso sopra le righe: Gabriele D’Annunzio è ancora oggi un personaggio che non lascia indifferenti e che suscita, nel bene e nel male, un costante interesse rivolto sia alla sua brillante produzione artistica sia alla sua intrigante vita privata. Non sorprende dunque che la Compagnia dei Masnadieri abbia voluto rendergli omaggio con lo spettacolo D’Annunzio mondano, scritto da Maricla Boggio e con la regia di Jacopo Bezzi, in scena allo Spazio 18b dal 5 al 17 febbraio.
Nella Roma umbertina degli anni Ottanta dell’Ottocento, tra i salotti della borghesia rampante e dell’aristocrazia in declino si aggira un giovane ma già spregiudicato D’Annunzio – interpretato con elegante portamento da Massimo Roberto Beato –, sempre pronto a divenire testimone, complice o persino protagonista di qualche tresca amorosa. In un contesto decadente e votato al più sfrenato edonismo, il futuro Vate si pone come efficace anello di congiunzione tra le tante storie che si intrecciano e si susseguono l’una con l’altra e che finiscono per comporre un variegato, spassoso e a tratti nostalgico tableau vivant di un’epoca eclettica e segnata da forti mutamenti sociali e culturali.
Annunziomondano2Ispirandosi alle cronache romane riportate da D’Annunzio sulle colonne del giornale «La Tribuna» tra il 1884 e il 1888, puntualmente firmate con bizzarri pseudonimi tra cui quello di “Duca Minimo”, Maricla Boggio restituisce con il suo testo un ritratto accurato del protagonista e un quadro autentico di quella dimensione mondana, grottesca e maliziosa, confezionando una vivida galleria di personaggi che, tra amori, equivoci e inganni, riescono a conquistare lo spettatore con le loro avventure sentimentali. Alla bontà della scrittura si affianca la briosa regia di Jacopo Bezzi, che sfodera diverse trovate tanto semplici quanto ricche di inventiva – dall’affascinante apertura dello spettacolo all’ingegnoso intermezzo della gita notturna in carrozza – e che ricorre a una scenografia caratterizzata da pochi ma simbolici elementi chiave – tra cui un classico separé, un tappeto damascato e un grammofono gracchiante che scandisce i vari passaggi narrativi al suono di musiche figlie di un tempo lontano. Un ulteriore valore aggiunto è poi costituito dai bellissimi ed elaborati costumi di scena curati da Silvana Biagini e perfezionati con il supporto attivo di tutto il cast e della direzione artistica dello stesso Bezzi.
Annunziomondano3Infine, a proposito del cast, risulta doveroso citare il fondamentale contributo alla buona riuscita dell’opera dato dai quattro attori a cui si unisce, nella seconda metà dello spettacolo, un quinto inatteso e gustoso personaggio per una breve ma a suo modo memorabile comparsata. Massimo Roberto Beato porta in scena un D’Annunzio compiaciuto, magnetico e appassionato; ma non da meno sono le figure interpretate da Elisa Rocca, Alberto Melone e Sofia Chiappini, quest’ultima particolarmente abile nel muoversi con disinvoltura dal ruolo di seducente Venere a quello di ingenua e non troppo sveglia fanciulla della vecchia aristocrazia romana.
Opera caleidoscopica, divertente e sorprendente, D’Annunzio mondano ha il merito di saper condurre lo spettatore con il giusto tocco di ironia in una realtà decadente fatta di passioni, tradimenti, pizzi e damaschi, gettando però al contempo un acuto sguardo sul nostro presente in cui, a ben vedere, sopravvivono gli stessi vizi e le medesime ipocrisie.

Francesco Biselli 13/02/2019

(Foto di scena: Luca Tizzano)

BOLOGNA – “La cosa più pericolosa da fare è rimanere immobili” (William Burroughs).

“La vita è come andare in bicicletta. Per mantenere l'equilibrio devi muoverti” (Albert Einstein).

Il rumore delle ruote che scivolano sui cilindri, rimanendo in perfetto equilibrio dinamico, è il metronomo che fa rima con il battito del cuore, sono le virgole a questo flusso di coscienza che non conoscearrigazzi pause, è il misuratore di fatica e sudore che scansiona l'aria, che rimette in circolo endorfine, è la cadenza dei passi sempre più affrettati dentro il bosco della nostra esistenza, dentro la conoscenza di noi stessi. “Tempi maturi” (prod. Casa degli Alfieri, visto al Teatro delle Moline dell'Ert Fondazione a Bologna) ha una grande scrittura alle spalle e un grande interprete sul palco. Palcoscenico in questo caso è un eufemismo: Emanuele Arrigazzi, ottimo attore (qui performer per un'ora di pedalata sostenuta senza flessioni né cedimenti), è stato anche un buon ciclista dilettante, le sue gambe tradiscono questa sua prima passione, il quadricipite e il vasto mediale non mentono, gonfi, pompano, spingono senza sosta verso un traguardo che si sposta sempre un po' più in là, ad ogni passo.

E' una corsa contro se stessi quella di Arrigazzi (corpose e piene le ombre create sul muro che sembrano altri sé che corrono al suo fianco, superandosi; le luci sono di Fabrizio Visconti) nei panni di un attore-ciclista che ha affrontato la vita per vincerla, per batterla, per combatterla, ma in fondo, e lui lo sa, non ha spinto fino al limite, non ha raschiato il barile, poteva dare di più e l'insoddisfazione, la frustrazione, il malessere deriva anche da questo, da quel quasi, dai tanti forse, dalla mancanza di decisione nei momenti che contavano come uno sprinter in volata sul traguardo.

arrigazzi2Come ne “La Maratona di NY” di Edoardo Erba, dove lì i due protagonisti corrono su un tapis roulant, come ne “Le regola del giuoco del tennis” di Mario Gelardi lo sport è il sottofondo, è l'azione mantra che mordicchia senza essere protagonista, è contesto e pretesto, cornice dentro la quale muoversi in gesti ripetitivi che creano un tappeto dentro il quale accordarsi, accomodarsi scomodi, movimenti che ritornano, che incantano, che trattengono.

La bicicletta qui (grande lo sforzo fisico e la precisione, la dedizione e l'impegno di Arrigazzi) è sia compagno che aguzzino, sia confidente che avvoltoio, amico e sanguisuga che gli toglie le energie migliori. La bicicletta ha l'unica catena che ti rende libero. E' uno spettacolo non tanto sul ciclismo, nemmeno sullo sport, ma è un monologo sulla necessità di fare fatica, fatica come azione quotidiana per ripulirsi dai pensieri, fatica dosata per reggere meglio l'urto con l'oggi, fatica per essere più forti e più stanchi, più pronti e più tenaci. Ipnotizzano i raggi delle ruote che corrono come scorre il tempo sulle nostre rughe. Che poi i tempi non sono mai maturi oppure lo sono quando noi decidiamo di mettere un punto e cominciare a far sì che lo siano realmente invece di trascinarci tra mancate aspirazioni, cocenti delusioni, ambizioni fallite, chili di alibi, sensi di colpa senza prendersi le giuste responsabilità. Siamo noi stessi i primi grandi nostri nemici, ci freniamo, ci mettiamo i bastoni tra le ruote (appunto), ci fermiamo, ci facciamo paura.

“Tempi maturi” ci parla del cambiamento (dall'essere figlio a mettere al mondo un figlio, ad esempio), dei momenti di passaggio che vanno colti come papaveri di campo, di quegli attimi che è importantearrigazzi3 segnalare e selezionare, sottolineare e salvare nella nostra memoria, di tutti quegli scarti dove si percepisce chiaramente che gli ingranaggi hanno scattato all'unisono, di tutti quei crack che dentro di noi prima ci rompono per ricomporci più consapevoli. Ed il testo (scritto con abilità e cura, scelta delle parole e attenzione da Allegra de Mandato) è maschile e mascolino, muscolare e diretto che pare vergato da un uomo e allo stesso tempo presenta quella sensibilità delle cose perdute, dei margini sfuggiti, della non messa a fuoco, dell'impossibilità, della manchevolezza.

Mentre il protagonista corre, ininterrottamente in questo equilibrio precario, nel flusso del racconto di Arrigazzi (attore di razza, sempre concentrato e coriaceo ma anche permeabile alle emozioni che passano dalle parole sudate alle ruote e da queste al nostro ascolto sempre più partecipato: siamo tutti in bici con lui, tifiamo per lui, il nostro antieroe) si inseriscono dei piccoli sottocapitoli, capoversi illuminanti dove è percepibile il cambio di registro, la crescita dell'uomo anche grazie alle sconfitte, sempre mal digerite, alle cadute, mai accettate, ai lutti: si passa dai “Tempi Felici” di un passato recente, e ci sovvengono i giorni di Beckett, che diventano “Tempi Duri”, ci si impantana nei “Tempi Fermi” si arrigazzi4crede che i “Tempi stanno per cambiare”, si passa dagli agognati “Tempi di Guadagni” ai “Tempi Superficiali”, si incrociano i “Tempi d'attesa” pensando che siano ancora “Tempi Acerbi”, ed ancora i “Tempi Difficili” che lasciano il posto ai “Tempi di Confusione”, fin quando, finalmente, i “Tempi sono Maturi”. In questa grande galoppata, in questa cavalcata su quest'asfalto virtuale, passando dal lavoro dell'attore, gli amori leggeri, le piccole grandi prove che la vita ci pone davanti, la bicicletta (potremmo sostituirla con lo sport, la fatica, che è comunque prendersi cura, volersi bene, non lasciarsi scivolare nel torpore dell'oblio, dell'indifferenza) c'è sempre, come confronto con gli altri, termine di paragone, droga sana, palliativo, esigenza, tormento, necessità. Lo sport ti dice chi sei e a che punto sei, ti dice che se hai fatto molto non hai ancora fatto niente perché domani si ricomincia, ti dice che se molli non perdi contro gli altri ma perdi il rispetto di te stesso, ti dice che vincere o perdere vale ma vale di più dare tutto e sentirsi beatamente stanco e soddisfatto perché hai fatto il massimo. “Tempi maturi” è una dose di coraggio, è una spinta a non abbattersi, è un incentivo a pedalare anche quando non ce la fai più, anche quando, soprattutto, la salita si fa più ripida. I tempi sono maturi per vincersi, per battersi, per respirare: commovente.

Tommaso Chimenti 13/02/2019

Un'immersione in un secolo di grandi cambiamenti, rivoluzioni, ideali e grandi romanzi: è “Ottocento”, lo spettacolo ideato, diretto e interpretato da Elena Bucci e  Marco Sgrossi, andato in scena al Teatro Palladium il 9 e 10 febbraio. I due attori – che in scena sono uniti da una piacevole, palpabile sintonia e ascolto reciproci – approdano in un immaginario palazzo, avvolti in un'atmosfera sospesa, eterea, che a poco a poco si anima di voci e personaggi.

Le loro ombre, di un signore e di una dama europei dell'Ottocento, si avvicinano provenendo da lontano.“Ottocento” racconta ma senza narrare: i due personaggi vengono dal presente per vivere ciò che raccontano, facendosi corpo e voce di personaggi come Emily Dickinson, Baudelaire e le sue dame, la Madame Bovary di Flaubert, la “bambola” ribelle di Ibsen, e ancora i grandi scrittori russi di quel tempo che meglio di tutti sanno ancora parlare saggiamente al nostro tempo: Cechov, Dostoievskij, Tolstoj e la sua tragica eroina Anna Karenina. Incarnano l'essenza della psiche di quelle personalità, divenute mitiche, lo fanno in maniera originale e verosimile, e noi le riconosciamo d'istinto, mentre le vediamo prendere vita sul palco.

“Ottocento”, pur essendo a tutti gli effetti uno spettacolo completo, si offre al pubblico come la presentazione di un lavoro in divenire, un laboratorio delle suggestioni e degli immaginari che questo secolo di contraddizioni suscita negli autori-attori che si muovono, sul palco, nel tempo e nello spazio. Ci sentiamo così di stare a “sbirciare” il loro lavoro sui personaggi, il dispiegarsi della loro linea drammaturgica, entrando in un flusso di visioni che sembrano ricordi di un passato romanzesco e rivoluzionario.
Il disegno luci di Loredana Oddone è ipnotico, riempie di colore e sostanza la scena, è una bussola a orientarci in questo viaggio che segue il tempo surreale del sogno, in questa affollata e variegata galleria di ritratti ricchi di fascino. L'interpretazione di Bucci e Sgrosso è limpida e impeccabile, i due sono abili nel vestire i panni di caratteri molto diversi fra loro, ciascuno con la sua peculiare complessità. “Ottocento”, che è prodotto dal Centro Teatrale Bresciano, è un piacevole cammino attraverso la maniera di ritrarre, raccontare e musicare propria di un secolo sì lontano, ma mosso da ideali estremamente contemporanei.

Sara Marrone 11/02/2019

Foto: Umberto Favretto

FIRENZE – “Accendi un sogno e lascialo bruciare in te” (William Shakespeare).

Cenere siamo e alla cenere torneremo. Ma anche sotto la cenere cova il fuoco. Viene dalla fredda e gelata Norvegia (dove c'è il ghiaccio sta anche la fiamma per potersi riscaldare) questa pièce, “Ceneri”, questo incastro tra burattini, prima in miniatura e poi a grandezza naturale, e la sfera attoriale, questo incrocio tra la marionetta che prende vita e sembra umana e l'uomo che con essa si confronta, parla, interagisce, perdendo entrambi le proprie sembianze originali. Molto interessante il plot (i direttori del Teatro di Rifredi, Mordini e Savelli, li hanno visti ed apprezzati ad Avignone) con due famiglie, due storie parallele, due narrazioni di padre e figlio che si rincorrono, si aggrovigliano fino a tendere l'una nell'altra, fino a guardarsi allo specchio. Due i punti di vista: il pupazzo, mosso nell'ombra da mani veloci e buie tanto da scomparire allo sguardo, e lo scrittore che descrive la scena. Come essere catapultati in una sorta di “Sei personaggi”, al sapore di Ibsen o al gusto di Munch, dove l'autore vivifica e materializza le sue parole e crea le figure che ha appena descritto con l'inchiostro nelle sue pagine.Ceneri©Kristin_Aafløy_Opdan_02_rifredi.jpg

Il conflitto generazionale è il perno sul quale ruota questa doppia vicenda: da una parte la storia di un ragazzo piromane che incendiava case e fattorie, cascine e fienili nel 1978 nel Paese scandinavo (è stato anche pubblicato il romanzo “Prima del fuoco” di Gaute Heivoll, su quegli accadimenti realmente avvenuti, e dal quale è stato tratto il lungometraggio “Pyromaniac”) figlio di un pompiere (la mente vola subito al draghetto Grisù che invece che incendiare voleva fare il vigile del fuoco o a “Fahrenheit 451” da Bradbury passando per Truffaut), dall'altra lo scrittore, con il suo pc sul boccascena, che cozza con il padre rude e ruvido cacciatore di alci. Lo scrittore è nato proprio nei mesi nei quali si svolgevano i fatti e questo (ci pare un po' poco il nesso e il legame non regge molto) sembra unire in qualche modo la sua esistenza indissolubilmente al piromane.

Al Teatro di Rifredi (scopritori di teatro internazionale d'alta qualità) abbiamo avuto modo negli anni di assistere a meravigliosi spettacoli senza parole che esplodeva di senso in perfetto equilibrio tra una grande maestria teatrale e artigianale immersi in contenuti profondi; pensiamo alla Familie Floz o ai Kulunka. Certo in quel caso erano le maschere le protagoniste a differenza dei burattini di questo “Ceneri”. Manca qualcosa, la storia è debole, forse un fuoco di fondo, quel quid che poteva legare esponenzialmente le due famiglie, le due infelicità dei figli e la loro protesta nei confronti del padre, il primo che incendia e distrugge contro il genitore che bagna e seda la scintilla, il secondo tentando di elevarsi e cercare soddisfazione in un lavoro di concetto e intellettuale sconfessando il machismo patriarcale. Ma il parallelismo non tiene, dopo un po' si scioglie e si sfalda, l'amalgama non regge, il collante mostra le crepe. E' molto forzato, o non è spiegato a sufficienza, o mancano degli anelli di congiunzione. “I roghi non illuminano le tenebre” (Stanislaw Jerzy Lec).

La ffanchon_bilbille_.jpg__454x266_q95_crop_upscale.jpgigura del piromane (a grandezza naturale ricorda molto l'autoritratto di Van Gogh) si amplifica e diventa ora la coscienza, ora il Grillo Parlante adesso un Lucignolo nei confronti dello scrittore in un dialogo continuo tra se stesso e le sue paure, timori, angosce, dubbi, incubi (il lupo gigantesco che s'issa alle sue spalle). Semmai possiamo trovare un punto di congiunzione tra i due figli tentando di elaborare la psicologia di fondo che li muove: la vendetta, il senso di ribellione, l'opposizione che nel primo caso diventa distruttrice e nella seconda invece si fa positiva e promotrice. Ma entrambi vogliono affermazione e richiedono attenzione, vogliono battere i genitori, il primo sfidandolo sul suo terreno, pungendolo nell'orgoglio, il secondo provando a riuscire in un mestiere agli antipodi del padre. “Non si può asciugare l’acqua con l’acqua, non si può spegnere il fuoco con il fuoco, quindi non si può combattere il male con il male” (Lev Tolstoj).

C'è una guerriglia sotterranea, il primo la affronta direttamente, il secondo cercando una strada diversa. Tutti e due cercano consenso: lo scrittore attraverso l'egoticità e l'autorefenzialità del proprio nome sul volume stampato, il piromane attraverso le fiamme che lo ergono a deus ex machina, a fautore di luce, a creatore di distruzione e morte, quasi il Dio del Vecchio Testamento. La marionetta diventa l'alter ego del letterato, la sua parte più buia e più cattiva, in un trasfert junghiano che ha il sapore di Psycho. Qui i pupazzi si fanno a grandezza naturale come le loro fattezze incredibilmente vicine, e scambiabili, con quelle umane. Ma non basta a far scattare la fiammella. Si sente che l'ingranaggio non è stato reso così comprensibile.

“Dentro di noi abbiamo un lupo buono e un lupo cattivo. Tra i due vincerà quello che nutrirai di più” (Motto Cherokee).

Tommaso Chimenti 10/02/2019

PISA – “Povera patria schiacciata dagli abusi del potere di gente infame che non sa cos'è il pudore, si credono potenti e gli va bene quello che fanno e tutto gli appartiene” (Franco Battiato, “Povera Patria”).

“La notizia è quella cosa che qualcuno, da qualche parte, non vuole sia pubblicata. Tutto il resto è pubblicità” (Lord Northcliff).

Purtroppo vanno fatti anche i conti macabri: negli ultimi dieci anni una stima dice che sono stati uccisi nel mondo 702 giornalisti e 348 sono in carcere. Abbiamo ancora negli occhi il nostro Giulio Regeni, ucciso per le sue inchieste sui sindacati egiziani, la strage nella redazione di Charlie Hebdo a Parigi o la giornalista maltese Daphne Caruana Galizia fatta saltare insieme alla sua macchina per i suoi articoli o Anna Politkovskaja, la giornalista russa freddata per le sue inchieste sulla Cecenia, o del recente caso di Jamal Khashoggi. Senza scordare gli indimenticati Ilaria AlpiGiancarlo Siani, Mauro4.csilvia lelli 211117 0498 Rostagno, Peppino Impastato, Pippo Fava, Mino Pecorelli e chissà quanti altri. Per non parlare della scorta a Roberto Saviano o quella, appena tolta (che scelleratezza!), a Sandro Ruotolo. Ma oggi ci sono altri 19 colleghi sottoposti a dispositivi di protezione mentre sono 167 le misure di vigilanza adottate a tutela di rappresentanti degli organi di informazione e sono stati 90 gli episodi di intimidazione registrati nel 2017 (fonte giornalistitalia.it). Insomma fare il giornalista era e resta, a qualsiasi latitudine, un mestiere pericoloso. “Se la libertà di stampa significa qualcosa, significa il diritto di dire alla gente ciò che non vuol sentirsi dire” (George Orwell).

E il “Va Pensiero” (prod. ERT fondazione e Ravenna Teatro) del Teatro delle Albe (spettacolo che si incastona nella recente presa di posizione e di teatro di denuncia della ditta Martinelli-Montanari da “Pantani” passando per “Vita agli arresti di Aung San Suu Kyi”; abbiamo amato maggiormente i loro “Sterminio”, “Stranieri” o “I Polacchi”, “detto Moliere” e ancora “Rumore di acque”) prende le mosse, nel titolo, dai nostalgici versi “Oh mia patria sì bella e perduta”. E' una vicenda piccola e semplice, di provincia e di periferia, che però ha riacceso, a livello nazionale, i riflettori sulle mafie che fanno affari nei centri del Nord e che, per pigrizia, per quieto vivere e noncuranza, non vengono non solo debellati ma nemmeno curati fino a che il territorio ne risulta corrotto, marcio fin nelle fondamenta. E' la storia vera di un piccolo grande uomo, Donato Ungaro (presente alla replica pisana al Teatro Verdi diretto da Silvano Patacca) che di mestiere faceva il vigile urbano ma svolgeva anche, con puntigliosità e meticolosità, quello del reporter. La sua è una storia (in quindici anni ha vinto cinque processi, lo hanno licenziato, ha dovuto cambiare domicilio, adesso guida i bus, ha ricevuto e riceve tutt'oggi minacce di morte come in passato buste con proiettili) piccola ma dimostra come anche un solo uomo, se retto e con la schiena dritta, con la sua onestà intellettuale e senza piegarsi di fronte ai poteri forti, possa cambiare il corso delle cose, possa far emergere quelle verità nascoste che fa comodo, a tutti, tenere sotto il tappeto. “Un vero giornalista non deve niente a chi governa il suo paese. Egli deve tutto al suo Paese” (Vermont Royster).

ED img12345063Il vigile urbano Ungaro (la dote fondamentale di ogni giornalista dovrebbe essere quella di essere vigile) con i suoi articoli ha denunciato il sistema malavitoso a Brescello, comune poi sciolto per mafia, e gli interessi tra amministrazione e clan della ndrangheta che facevano accordi e affari, chiedevano il pizzo, cambiavano a piacimento i piani regolatori, costruivano case abusive, interravano rifiuti tossici, o volevano costruire centrali elettriche. Un solo uomo (lasciato solo; per fortuna può ancora raccontare le sue vicende, è molto attivo soprattutto nelle scuole) con la sua curiosità, fermezza e taccuino (“La penna è più potente della spada”) ha smascherato le collusioni tra politica e mafie, grazie alle sue scoperte ha fatto aprire processi, alle quali sono seguite condanne svelando quello che forse era sotto gli occhi di tutti (nella piece gli abitanti di Brescello, il paese reggiano dove si svolgevano le vicende di Peppone e Don Camillo sono ossessionati e danno la caccia alle nutrie, l'unica vera reale minaccia per loro) ma talmente abbagliante da risultare, ormai, normali. La scusa più semplice è che “le cose ormai vanno così”, si volge la faccia da un'altra parte facendo finta di non aver visto, non aver sentito. “Il nostro ruolo non è quello di essere per o contro; è di girare la penna nella piaga” (Albert Londres).

Storia vera e interessante e quindi un grande plauso alle Albe e al regista Marco Martinelli che l'ha fatta sua e portata alla luce, donandole quellaMarco Martinelli visibilità utile per salvare gli avvenimenti dall'oblio e il suo protagonista. Donato Ungaro è a tutti gli effetti un eroe del nostro tempo (seguite il suo blog donatoungaro.it). Per quanto riguarda la messinscena invece se da una parte i quadri soffrono di troppo realismo, togliendo il necessario filtro dell'artificio teatrale essenziale su un palcoscenico, facendocelo assomigliare ad una serie di eventi concatenati, descritti e riportati ai quali manca quella sana dose di finzione scenica. Il “teatro” si sente e arriva, nel secondo tempo, con il pulsante e toccante monologo di Ermanna Montanari (anche quest'anno maxresdefaultPremio Ubu) e negli innesti del coro che appare e sparisce in dissolvenza sul fondale (in ogni città un coro del territorio), per il resto appare più come una soap non aiutata dalle sottolineature e didascalie delle varie stanze-location dove le azioni si svolgono: l'ufficio del sindaco, la gelateria chiusa per mafia, lo studio dell'avvocato, i bagni dell'autogrill, che rendono la narrazione poco fluida, molto cadenzata, sicuramente temporalmente troppo estesa (tra gli attori segnaliamo l'efficace Ernesto Orrico nella parte del capo clan Dragone). Spettacolo non perfettamente riuscito però necessario e altamente politico che rincuora e rinfranca come le parole commosse finali di uno schivo Donato Ungaro: “Ho fatto solo il mio dovere”.

“Non ho paura delle parole dei violenti ma del silenzi degli onesti” (Don Puglisi).

“Il compito di un dottore è guarire i pazienti, il compito di un cantante è cantare. L’unico dovere di un giornalista è scrivere quello che vede”. (Anna Politkovskaja).

Tommaso Chimenti 04/02/2019

Lo scorso 31 gennaio si sono concluse le repliche previste al Teatro India del secondo episodio della Trilogia sull'Identità ideata e diretta da Liv Ferracchiati. “Stabat Mater” ci fa entrare nella vita di Andrea, un giovane scrittore in piena crisi dei trent'anni, quella fastidiosa fase in cui vorremmo rompere con la protezione di mamma e papà per ritagliarci finalmente il nostro spazio, mentre abbiamo la nausea al solo pensiero di farlo per davvero. Andrea (Alice Raffaeli) vive senza troppa consapevolezza il passaggio alla vita adulta, che ai trent'anni s'impone d'improvviso come un obbligo sociale, trasformandosi in ansia somatizzata. Che ti piaccia o no devi crescere, e mentre i genitori ti impongono quest'imperativo categorico, al tempo stesso si attaccano a te come bambini capricciosi. La mamma di Andrea (Laura Marinoni, in video), con il suo viso e la sua voce è sempre presente sulla scena, la sua presenza è invadente e rassicurante.

StabatMaterAndrea sta vivendo una situazione fuori dall'ordinario: sentirsi uomo dentro a un corpo che biologicamente e socialmente è quello di una donna. Andrea ha bisogno di passare per un iter di colloqui psicologici per poter avere il via libera dal giudice e finalmente operarsi. Va allora dall'analista (Chiara Leoncini) ma senza collaborare poi tanto, sfoderando il suo atteggiamento difensivo e le sue giustificazioni poco convincenti. Più che per farsi aiutare, Andrea sembra cercare in lei un'estensione della madre, un'estensione della donna che non riesce ad amare (înterpretata da una brillante Linda Caridi), una carezza alla sua passività di fronte alla vita. Aspetta che qualcun altro lo svegli, ma non vuole svegliarsi.
Stabat Mater” sorprende perché riesce a creare empatia col pubblico parlando di una fetta di società ai margini – i transgender – allo stesso tempo in cui parla di tutti e tutte coloro che si sentono di appartenere alla stessa generazione precaria, incerta e sempre sul punto di esplodere. Liv Ferracchiati, con la sua compagnia, The Baby Walk, ha sondato il tema dell'identità nella sua complessità, senza circoscrivere la ricerca al genere e basta, senza incaponirsi in un focus radicale sul transgenderismo, che avrebbe soltanto avuto l'effetto di parlare a una nicchia – a coloro che vi si identificano direttamente e ai cosiddetti “alleati” che sostengono la loro causa. “Stabat Mater” fa guardare allo specchio tutti e tutte coloro che abbiano sentito almeno una volta le vertigini del cambiamento, il panico della responsabilità affettiva, la paura della transizione. Tutti/e ci trasformiamo di continuo, tutti/e transitiamo verso qualcosa che ci faccia sentire più veri/e, tutti/e cerchiamo la nostra natura. Quella natura con cui Andrea grida e si lascia andare in un'esplosione, quella natura incontenibile, che provoca cataclismi spaventosi, che sconvolge il mondo perché non può restare repressa in un angolo, in silenzio. Quella natura di cui gli essere umani si sono appropriati per addomesticarla, per metterla in gabbia, per rinchiuderla in un anello, simbolo del vincolo alienante eteronormato per eccellenza: il matrimonio che sancisce quale amore sia naturale, sano e quale no. La drammaturgia di “Stabat Mater”, firmata da Greta Cappelletti, è potente nella sua semplicità. Sa educare chi è privo di riferimenti per comprendere il percorso di un transgender e il suo rapporto col resto della società, col sesso e con le relazioni, l'insofferenza di dover di continuo spiegare e giustificare chi si è agli sconosciuti, ai genitori, sul lavoro.
La candidata al Premio Ubu 2018, Alice Raffaeli, tiene la scena con sicurezza e ironia, ma qualche cambio di tono in più l'avrebbe resa più morbida e fluida. Linda Caridi è un'attrice strepitosa, ha un'energia dolce e tenace che ci rapisce. Chiara Leoncini sa farci divertire passando dalla classe al lato più carnale ed esilarante del suo personaggio. Un trio interessante, formato da temperamenti molto diversi fra loro. Peccato per l'acustica non proprio ottimale della Sala A del Teatro India.
Il lavoro di Liv Ferracchiati merita di essere visto, per conoscere un sguardo fresco e differente sulla costruzione dell'identità, sull'ordinario e sullo straordinario che ci caratterizzano. Il 3 febbraio si conclude la Trilogia all'India con “Un Eschimese in Amazzonia”, che replicherà il 12 febbraio al Teatro Bellini di Napoli.

Sara Marrone 02/02/2019

ROMA - Il viaggio è uno dei più nobili e frequentati modelli di narrazione, declinato fin dall’antichità in innumerevoli forme e significati. La scelta di partire verso una meta, magari ignota, può essere dettata da infinite ragioni: per esempio, dal desiderio di ritrovare la propria identità, facendo i conti con la memoria del passato e con le proprie radici culturali. Su coordinate di questo genere si muove La ballata dei babbaluci – dall’eloquente sottotitolo Ovvero il viaggio mancato di un uomo in vasca –, scritto e diretto da Marco Fasciana e in scena al Teatro Studio Eleonora Duse dal 31 gennaio al 7 febbraio.
Babbaluci 2Suddiviso in dodici capitoli (più un epilogo) che scandiscono il passare del tempo, lo spettacolo si presenta già dalle prime battute come una duplice dichiarazione d’amore da parte dell’autore verso il teatro – che nei 70 minuti che compongono l’opera viene esplorato, smontato e contaminato con vivace ingegno – e verso la Sicilia e il suo straordinario patrimonio di cultura popolare. Il viaggio del protagonista si propone come una sorta di odissea “mancata” e i riferimenti all’omonimo poema di Omero non tardano a farsi notare: la materia narrativa appare però sempre fresca e originale grazie a un attento processo di rimescolamento con la tradizione favolistica siciliana. E così, ad affiancare il protagonista nelle sue disavventure, si alternano personaggi come il simpatico servo furbo, l’inquietante guardiano del faro e la seducente regina di carte, figure la cui sopravvivenza sino ai giorni nostri è stata possibile tramite il prezioso lavoro di recupero e conservazione svolto dallo scrittore e antropologo Giuseppe Pitrè nella seconda metà dell’Ottocento. La felice intuizione di fondere la mitologia di Omero con questo variopinto patrimonio folcloristico permette all’opera di innalzarsi su un piano universale, trasmettendo allo spettatore una serie di suggestioni di fortissima efficacia e di immediata ricezione, in grado di sedimentare e crescere poi dopo il termine della visione.
Babbaluci 3Il lavoro di contaminazione non si manifesta solo sul livello dei contenuti ma anche su quello formale. È sufficiente entrare in sala e osservare la scena per capire subito come l’autore abbia voluto far interagire tra loro il teatro e il cinema: il grande telo bianco sullo sfondo diventa, di volta in volta, uno schermo che va ad arricchire la dimensione narrativa e ad aggiungere uno sguardo da un differente e inatteso punto di vista. Inoltre, la presenza evidente, addirittura davanti al palco, di quelli che sono i mezzi scenici utilizzati per creare certe sequenze esplica la volontà di addentrarsi in una sperimentazione metateatrale molto interessante, a suo modo riuscita, che se da un lato provoca un vago senso di straniamento nel pubblico, dall’altro contribuisce ad amplificare il potere immaginifico della storia.
Presentato come saggio di diploma di regia dell’autore, La ballata dei babbaluci è un lavoro che ne mette in mostra tutte le qualità, dalla padronanza delle fonti di riferimento alla capacità di giocare con i codici espressivi con il giusto grado di consapevolezza e di autocontrollo; e, cosa ancor più importante, costituisce un piacevole, divertente e affascinante viaggio, a cavallo tra sogno e realtà, a cui ognuno di noi dovrebbe sentirsi invitato a partecipare.

Francesco Biselli  02/02/2019

(Foto di scena: Manuela Giusto)

MILANO – “Le azioni erano mostruose, ma chi le fece era pressoché normale, né demoniaco né mostruoso.” (Hannah Arendt).
Il fumo del sigaro produce spesse e compatte volute nebbiose dove perdersi, dove nascondersi. Nel fumo si possono celare le reali intenzioni, il passato non così esplicito e lampante, le convinzioni vacillanti. E' una partita a scacchi quella che si gioca, furiosamente e dialetticamente, all'interno di questo negozio (ricorda quelli descritti da Philip Roth per rimanere in tema ebraico) tra “Il venditore di sigari” (produzione Manifatture Teatrali Milanesi) e un compratore, il cliente abituale e abitudinario. Potrebbero essere le due figure losche tratteggiate da Koltes in “Nella solitudine dei campi di cotone” anche se qui manca la pericolosità e l'erotismo ma vive e pulsa la macchinazione e l'artificio come la menzogna. Siamo nel '47 e se nella prima parte sembra di stare di fronte ad un tedesco e teatro.it-il-venditore-di-sigari.jpgad un ebreo con l'avanzare delle battute, secche e dure quelle dell'ebreo vittima, accondiscendenti quelle del “teutonico” che ha riconosciuto le sue colpe, si capisce di essere davanti a due differenti modi di intendere l'ebraismo, maniere diverse di affrontare e sopportare il peso della propria stirpe e del proprio pesante passato recente. Siamo di fronte, in una battaglia all'ultima battuta, in uno scontro all'ennesima spiegazione, ad un ebreo che durante le deportazioni era fuggito ed aveva riparato negli Stati Uniti e che è pronto l'indomani per lasciare la Germania e trasferirsi definitivamente in Terra Santa, e ad un ebreo tedesco che durante la Seconda Guerra Mondiale era arruolato con l'esercito di Hitler perpetrando atrocità anche sui propri simili.

La miccia del cerino, e l'odore sulfureo mefistofelico che si spande nell'aria, si infiamma come le accuse e le condanne che i due (Gaetano Callegaro e Francesco Paolo Cosenza, attori esperti e di peso, voci profonde radiofoniche e presenze solide) si scambiano in questo ping pong forsennato di lunghi colpi e di quadri ad effetto che ribaltano le nozioni precedentemente acquisite. Come in un duello da Far West fioccano le critiche e le incriminazioni: ognuno dei due non vede nell'altro il miglior modo di essere ebreo. Carnefice e vittima, boia e vessato si interscambiano, a specchio si frappongono, si sfidano nell'eterna lotta tra oppresso e oppressore. Il testo di Amos Kamil (in Italia messo in scena dal 2010 dal capace regista Alberto Oliva, le efficaci alberto-oliva.jpgscene di cassetti e scheletri nell'armadio a scomparsa sono di Francesca Pedrotti) non ci mette tanto davanti alla questione ebraica nel senso classico dell'Olocausto ma pone più che altro l'interrogativo sull'identità e sul chi siamo e se quello che ci accade attorno muti e trasformi la percezione che noi stessi abbiamo, ovvero se l'identità sia un dato immutabile per nascita e crescita o può crescere e modificarsi, essere cangiante e non precostituita e scolpita e tatuata. L'identità è il dna o il percorso che scegliamo o che siamo riusciti, consapevolmente o meno, a portare a termine?

Ognuno ha la sua storia” si ripetono l'un l'altro non tanto a giustificarsi a vicenda quanto a sottolineare che la verità e la ragione non abita da una sola parte e che la Storia con la esse maiuscola altro non è che l'insieme di piccole, infinitesimali, minime storie personali con la minuscola. Si provocano e si stanano, si annusano, si maledicono e si rispettano odiandosi. Forse sono soltanto colpevoli entrambi, l'uno ha fatto finta di niente ed è stato a guardare senza prendere posizione, senza morire per la causa, l'altro ha salvato solo se stesso fuggendo dalle barbarie. Nessuno dei due, in fondo, ha vissuto come un vero ebreo. Oppure, questo il secondo quesito che ci pone sotto la sua lente d'ingrandimento l'autore Kamil, è l'esterno che connota l'interno, ovvero, in questo caso, sono state le leggi razziali prima e i campi fb724689fdf591b9982252b66ec91f1d_L.jpgdi concentramento poi a determinare l'essere ebreo. Certamente il nazismo ha paradossalmente rafforzato l'ebraismo, l'odio crea sempre una compattezza d'intenti e moltiplica le energie e gli sforzi, e sicuramente ha accelerato il processo di creazione dello Stato Ebraico, chiamato Israele. I due, divisi dalla fiammella, che ricorda le vittime, e separati dalla coltre di fumo che ingloba le loro coscienze, sono due facce della stessa medaglia, racchiusi in questo sogno-incubo, in questa gabbia mentale che non li lascia sereni e non li abbandona nemmeno adesso che la Guerra è finita. Ma la guerra, dentro di loro, infuria più forte di prima, perché i sensi di colpa galoppano, perché, a differenza dei loro conoscenti e familiari, si sono salvati.

Tommaso Chimenti 28/01/2019

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