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La presenza esile eppure mastodontica di Giorgia Mazzucato riempie il piccolo palco del Teatro Studio Uno, ad altezza d’uomo, dando l’impressione di poterla toccare se appena si allungasse il braccio. Lei è a tratti con noi e in un altro luogo, sospesa tra un passato lontanissimo (esattamente 2019 anni fa) e un presente che echeggia cronache inquietanti di ignoranza, razzismo e brutture musicali. Gesù aveva l’erre moscia, spettacolo andato in scena sabato 8 giugno, parla di Gesù portandolo ora in prima persona, figura timida ma amichevole, resa simpatica da un buffo difetto di pronuncia, ora attraverso il personaggio forte e carismatico di Maria Maddalena.
La storia che Giorgia Mazzucato ricama intorno all’inflazionato tema della giovinezza di Cristo e al suo rapporto speciale con Maria Maddalena, donna troppo forte per l’epoca per essere ricordata come una figura fondamentale dai Vangeli e relegata al ruolo di prostituta, vede il figlio di Dio comportarsi esattamente come farebbe un ragazzo qualunque nel 2019. Gioca con gli amici da bambino, impara a sputare dalla sveglia e intraprendente Maria, perde simpaticamente il controllo dei suoi miracoli, va addirittura in Erasmus.
Lì conoscerà altri figli di divinità, da cui imparerà che la parola di Dio è una sola: amore, ci sono solo tanti modi per dirlo. Fino alla fine Gesù sarà un burlone, un uomo semplice, schiacciato sotto il peso delle sue responsabilità: ma che con coraggio e semplicità si metterà in gioco per salvare il mondo. Dai suoi interventi in risposta ai commenti di Maria Maddalena sull’attualità del mondo, non sembra che sia servito a qualcosa. Ma Gesù sembra ben disposto a non lasciarsi abbattere e chissà, potrebbe anche decidere di tornare.
Giorgia Mazzucato fa propria la figura, apparentemente ingombrante, di Cristo e lo rende umano, troppo umano. La sua umanità è tenera, suscita empatia, forse più nei non fedeli che nei credenti più integralisti: lo spettacolo, alla sua prima, ha incontrato una forte opposizione da parte delle istituzioni religiose. Eppure il messaggio che Gesù era, probabilmente, uno di noi, che faceva gli scherzi, baciava la ragazza che gli piaceva e che alzava un po’ il gomito alle nozze di Cana è tanto semplice e quasi banale da risultare straordinario, rivoluzionario, se portato sul palco.
Il quadro che emerge da questo monologo è una riflessione amara eppure divertita dei nostri tempi: nella scena in cui Maria Maddalena, tornata sulla Terra per scrivere il suo Vangelo, fa zapping in tv, riesce a condensare con brevi estratti di telegiornali, tormentoni estivi e slogan politici un quadro desolante del nostro paese. Il giudizio però non arriva, l’intenzione dell’attrice è far riflettere, non indicare un cammino da seguire, e in questo lo spettacolo risulta perfettamente in linea con il messaggio del suo principale ispiratore. Un messaggio forse troppo radicale per poter essere accettato da tutte le categorie di spettatori (il suicidio della Maddalena dopo l’uccisione di Giuda mette alla prova anche il cattolico più aperto di mente), ma proprio per questo più coraggioso. La recitazione di Giorgia è maniacale, non lascia margine all’errore, pare quasi di sentire il suo cervello contare le battute per stare al passo con la musica. Ed è, allo stesso tempo, coinvolgente, passionale, travolgente e un pugno nello stomaco. Sinceramente, spietatamente divertente.

Giulia Zennaro, 09/06/2019

ROMA - Un macabro gioco, un desiderio profondo e a lungo immaginato, gesti rituali, ossessioni e psicosi. Questi sono gli elementi che caratterizzano l’opera "Le Serve", testo di Jean Genet, in scena dal 17 al 20 gennaio presso il Teatro "Studio Uno" di Roma. Adattamento e regia sono frutto della prima collaborazione fra Michele Eburnea e Caterina Dazzi, allievi dell’Accademia Nazionale d’Arte Drammatica “Silvio d’Amico”, capaci di interpretare il testo, spogliarlo della sua costruzione tradizionale e offrire al pubblico un lavoro innovativo e ottimamente elaborato. L’adattamento, ricco di novità, mantiene fermo l’obiettivo originario di Genet, ossia offrire la rappresentazione di un’emarginazione sociale, quella delle serve, che esiste unicamente nella relazione con il potere, la padrona, in parte amata e in parte odiata. Un contrasto di sentimenti che porta le protagoniste a vivere in uno stato di psicosi, palesato nell’inquietante e ciclico gioco di fantasia che le spinge a inscenare continuamente l’omicidio della padrona.

LE SERVE foto di Federica Di Benedetto 2 minLo spettacolo prende vita da un fatto di cronaca nera avvenuto nella Francia del 1933, quando le sorelle Papin decisero di uccidere con cruda violenza la donna di cui erano la servitù. Il testo di Genet vuole rappresentare l’antefatto a questa drammatica vicenda, portando in scena il desiderio e infine il fallito tentativo delle serve di liberare la propria esistenza dall’ingombrante figura della “Signora”. Talmente ingombrante che i giovani registi decidono di eliminarla dalla scena, lasciando sul palco le serve, sole e inespresse senza di lei. È il gioco a evocarne la presenza. La Signora è assente ma esiste attraverso le serve stesse, attraverso il loro continuo scambio di ruoli ed il loro macabro rituale, esasperato, quasi fosse la prova di una recita destinata a restare inespressa.

Il palco è spoglio, pochi gli oggetti presenti; il momento è imprecisato ed ininfluente ai fini della rappresentazione, inserito in un luogo definito unicamente dal contesto; i costumi ridotti al minimo, la luce appena accennata. Un adattamento che racconta una paranoica, passionale e alienante interazione fra Claire e Solange (le serve), rese folli dalla contrastante ossessione nei confronti della padrona.
La scena è conquistata dall’interpretazione di Sara Mafodda, Mersila Sokoli e dello stesso Michele Eburnea, attori dell’Accademia Nazionale d’Arte Drammatica “Silvio d’Amico”, i quali presentano al pubblico un significativo e paradossale rapporto a tre. A loro è affidato il compito di accompagnare lo spettatore nella complessa psiche delle due serve, fatta di personalità diverse, multiple, i cui confini sono spesso confusi e indefiniti, alternandosi sul palco con carica espressiva, una gestualità marcata e la naturale fisicità dei corpi nascosti unicamente da un’umile vestaglia bianca.

LE SERVE foto di Federica Di Benedetto 4 minEburnea e Dazzi decidono dunque di osare, di offrire una nuova interpretazione al conflitto interno delle due serve di Genet. Un conflitto che è metafora di una lotta di classe incontrovertibile. Un tragico binomio fra giusto e sbagliato, fra realtà e finzione, fra essere e apparire. Vivere e morire. Sul palco prendono forma la rabbia, le insicurezze, le speranze e le paure delle protagoniste, il tutto grazie a una palpabile complicità fra gli attori, capaci di portare la platea all’interno dell’intimità delle due domestiche. Il loro gioco travolge il pubblico, lo inquieta, lo confonde. Una pièce sperimentale, originale nella sua messa in scena, capace di fondere tradizione e innovazione, rendendo il testo stesso parte dell’ineluttabile conflitto che è chiamato a esprimere.

Lorenzo Bartolini 18-01-2019

Foto: Federica Di Benedetto

 

Dai verdi pascoli della sua (immaginaria) terra, in fuga da un padre imprenditore che incomprensibilmente non approva il suo amore per la magia, è giunto nei teatri italiani Il Mega Mago del Maggikistan. Dopo il successo in sala raccolto al Roma Comic Off 2018, l’eccentrico, esilarante, affascinante Mega Mago, accompagnato dalla fedele assistente Felafel, promette di far divertire, in un nuovo unico, scoppiettante atto a suon di gag e battute brillanti, anche il pubblico del Teatro Studio Uno, dal 25 al 28 ottobre. Ad interpretarlo c’è sempre Luca Laviano, affiancato sul palco da Elisabetta Girodo Angelin e Dimitri D’Urbano, e alla regia da Riccardo Maggi. Recensito ha incontrato i quattro artisti, i quali hanno raccontato qualcosa in più di questo personaggio e della loro prima collaborazione insieme.

Come nasce l’idea di questo spettacolo?

L.L.: Il progetto originario è di Elisabetta, Riccardo e mio. Questo spettacolo prende le mosse da uno sketch di strada che abbiamo messo su noi tre l’estate scorsa. Le idee sulla storia e sui personaggi sono di tutti, anche di Dimitri, il quale è stato coinvolto in seguito. Quando abbiamo deciso di portare il Mega Mago in un teatro, ho raccolto i nostri spunti e le nostre intuizioni e ho messo tutto su carta, curando in particolare la struttura del testo e i dialoghi. Ma questo personaggio mi è entrato talmente dentro che, in fin dei conti, su qualsiasi proposta, l’ultima parola spettava a me.

Dalla strada al palcoscenico teatrale, dunque. Cosa vi ha convinto?

L.L.: Il Mega Mago è un personaggio così carismatico, con un background prepotente che spiccava e voleva emergere: pensavamo meritasse di avere più spazio.

D.D’U.: Era giusto esprimere in teatro il potenziale che dimostrava di avere.

R.M.: Nel momento in cui è stata accennata una bozza di trama, ci siamo resi conto che poteva essere pensato come spettacolo e non come un semplice corto.42179573 715342662176954 6495786084104929280 n

Quali ispirazioni avete avuto? Nello spettacolo si possono rintracciare battute che si rifanno a Boris (serie televisiva italiana, prodotta dal 2007 al 2010, che mostrava il dietro le quinte di un set televisivo), o ai Boiler (trio comico formato da Federico Basso, Gianni Cinelli e Davide Paniate, che a Zelig portava spesso lo sketch dei “finti giornalisti”), ad esempio.

L.L.: Ci siamo chiesti semplicemente il Mega Mago chi fosse: così è nata la famiglia del Mega Mago. Sarà che sono un “terrone” emigrato a Roma, ma mi piaceva anche il tema del viaggio, del sogno da inseguire. Infine, ci siamo resi conto che sarebbe stato opportuno anche un antagonista. Per quanto riguarda le gag e le battute, io definisco il Mega Mago uno spettacolo di cui non puoi fare la parodia. Tutti gli attori, durante le prove di una rappresentazione, che sia quella più divertente o la più drammatica del mondo, fanno una “scimmiottatura”, per giocare e smorzare la tensione. Del Mega Mago non si può, perché tutte le arguzie o le canzonature che ci venivano spontaneamente, le abbiamo inserite nella sceneggiatura. Quegli omaggi, o i rimandi a cose note, derivano proprio da ciò. Sfido chiunque a fare la parodia del nostro spettacolo. Abbiamo inserito ciò che da pubblico o da addetto ai lavori, si ha sempre sulla punta della lingua ma non si ha il coraggio di fare.

R.M.: Alla battuta menzionata da Boris ci tengo personalmente. Perché è la mia preferita degli ultimi dieci anni: c’è chi cita l’Amleto, io cito Boris.

Chi è il regista?

L.L.: Riccardo ha curato la regia dello sketch di strada. Ma poiché, come dicevo prima, sono molto legato al mio personaggio, in comune abbiamo deciso di essere i co-registi per lo spettacolo a teatro.

E per Riccardo Maggi cosa significa avere a che fare con un co-regista che è anche l’attore principale?

R.M.: Sicuramente è un’esperienza positiva, dato che sono abituato ad essere sempre da solo alla conduzione di uno spettacolo. È stato un esperimento riuscito e sono molto contento di ciò. Il Mega Mago nasce come lavoro corale e, quindi, è giusto che ognuno porti il suo contributo: io, semplicemente, sto “fuori” dal palco, curo quelle piccolissime specificità, un’azione scenica un po’ più precisa ad esempio, e fornisco un primo sguardo esterno. Non mi azzardo a fare la regia totale perché sarebbe togliere qualcosa al lavoro di tutti. Luca ha più l’idea della scena in generale, io invece, da fuori, consiglio dove aggiustare il tiro.

D.D’U.: Per farla breve, Riccardo mette ordine alle “sparate” di Luca.

Com’è andata la vostra esperienza al Comic Off 2018 di Roma?

E.G.A.: È stato un banco di prova, per testare il rapporto con il pubblico. Ci ha permesso di sviluppare lo spettacolo e giungere ad un punto (dopo la “pillola” di luglio al Teatro Studio Uno nell’ambito della rassegna Tutto in 12 minuti, ndr).

L.L.: A dirla tutta, se avessimo avuto più tempo per leggere dettagliatamente il bando del Comic Off, probabilmente non avremmo aderito, poiché non rispecchiava in pieno il tipo di lavoro che stavamo facendo. Siamo tutti soddisfatti del riscontro positivo ottenuto dal pubblico, questo sì. Ma delle personalità legate all’ambito teatrale non è venuto nessuno, a parte il critico assegnato come di consuetudine e il direttore artistico del Teatro Petrolini. Per una rassegna dedicata al teatro comico, ci saremmo aspettati una giuria di qualità, che guardasse con obiettività tutti gli spettacoli prima di candidare e/o premiare i partecipanti. Cosa che, non solo a noi, ma anche ad altre compagnie, non è parso ci fosse.

Per voi il Teatro è più viaggio o più magia?

L.L.: Il Teatro è un viaggio in un tunnel quantico magico. Va bene come risposta? (ride, ndr)

D.D’U.: Il Teatro è come un palazzo in cui c’è una stanza. E dentro questa stanza si porta il risultato di un viaggio che, non fermandosi esclusivamente ad un atto professionale, viene arricchito in diretta di quelli che possono essere imprevisti, novità o proposte. Che poi sono quelle cose che compongono una certa parte magica. Non so se sono stato chiaro. Ad ogni modo, il Teatro è quello spazio dentro cui si raggiunge il compimento di un percorso, di un viaggio, nel quale avviene la magia.

42200814 715343182176902 1333119872577568768 nTutta questa affinità tra voi dove nasce? Non siete una compagnia stabile…

R.M.: Probabilmente proprio dal fatto che non ci siamo messi a tavolino a porci quelle domande che si fanno tutte le compagnie, come ad esempio a quali risultati arrivare e in quanto tempo, a chi assegnare quello o questo ruolo, cosa si deve fare e quando… É il primo progetto a cui ci dedichiamo tutti e quattro congiuntamente, quindi si è trattato di creare un gruppo in itinere, dove piano piano ognuno ha trovato la sua strada, arrivando a collaborare bene insieme agli altri. Non avevamo uno schema predefinito a cui riferirci, ma abbiamo lavorato direttamente sulla pratica, che forse è la cosa migliore in questi casi.

Nello spettacolo utilizzate una commistione di linguaggi: non c’è solo quello teatrale, ma fate leva anche su uno più televisivo e cinematografico. Come mai questa scelta?

L.L.: Nel momento in cui il Mega Mago ha avuto un background, è nata anche la sua infanzia e quindi l’allevamento delle vacche da latte del Maggikistan. C’era bisogno di creare uno spot, una cosa stucchevole con delle musiche molto rassicuranti. Avevamo l’esigenza di comunicare questo tipo di informazione al pubblico in maniera veloce, quindi ho pensato di farne un trailer e di proiettarlo in teatro. Il linguaggio cinematografico è entrato, così, di prepotenza nello spettacolo. Da spettatore non amo molto il video in teatro, ma solo se non è perfettamente integrato nella storia. Non c’è una presa di posizione aprioristica comunque. Con il Mega Mago non voglio dare nessun contributo significativo al Teatro – ma se così fosse, ben venga. È uno di quelli spettacoli che fanno ridere il pubblico e dove anche chi è in scena si svaga, uno di quelli che anche i nostri colleghi vorrebbero fare per divertirsi. E questa era la mia ambizione.

D.D’U.: Ci siamo permessi di lavorare, al di là della recitazione effettiva, anche con le proiezioni, con momenti di coreografia e di danza pura, esclusivamente perché Riccardo dal banco di regia ce l’ha permesso. Non c’è la voglia di dare una linea o andare contro un percorso che sta facendo il Teatro in questo momento.

R.M.: Da regista e autore di altri testi, mi piace sia la commedia che la tragedia, lavori con video o senza, scenografie e costumi elaborati o essenziali, ma non mi pongo domande su come il teatro si stia evolvendo ora. Cerco di fare quello che mi piace e che spero piacerà al pubblico.

E.G.A.: Abbiamo genuinamente giocato, insomma.

Quanta improvvisazione c’è sul palco?

R.M.: Durante la prima serata (al Teatro Petrolini, ndr), sicuramente c’è stata più capacità di improvvisazione, perché è uno spettacolo difficile, pur essendo divertente per il pubblico e per gli attori. È molto orchestrato, è una macchina. Già durante la seconda serata insieme, qualcosa è cambiato e siamo riusciti a regolare meglio, tra i due atti, le energie di ciascuno. È uno spettacolo che va assestandosi.

L.L.: In generale, noi tutti dobbiamo stare attenti a non improvvisare troppo. Soprattutto Dimitri ed io che, conoscendoci da anni, siamo molto complementari in scena.

D.D’U.: Dovremmo cercare di non divertirci troppo noi a discapito del pubblico, intende.

Che rapporto avete con la magia? Ci credete?

D.D’U.: Beh, lo spettacolo è piaciuto. Quindi penso proprio di sì. (ridono, ndr) Battute a parte, io credo alla magia del Mega Mago. Non è necessaria una magia canonica, intesa come reale, fatta di poteri sovrannaturali, per affezionarsi a colui che potrebbe apparire un imbroglione a tutti gli effetti. L’incantesimo che fa è proprio questo: non essere realmente magico, ma essere amato ancor di più di quanto sarebbe un vero mago. Se questa è la magia, allora io ci credo.

L.L.: Io mi sono fatto questa domanda la seconda sera del Roma Comic Off. In sala c’erano tanti bambini, anche abbastanza piccoli. Pensavo che non avrebbero retto un’ora e mezza circa di spettacolo. E invece alcuni di loro volevano vedere di nuovo il Mago alla fine. Perciò anche io credo nella magia che ha creato il Mega Mago. È ingenuo, semplice, un cialtrone probabilmente, ma lui ci crede: come i bambini che candidamente credono che qualsiasi cosa possa diventare magico.

Potete parlarci anche degli altri personaggi?

E.G.A.: Io interpreto Felafel, l’assistente del Mega Mago. E ovviamente credo ciecamente a lui e alla sua magia. Come i miei colleghi, anche io mi diverto molto sul palco. Credo, inoltre, che senza Felafel non esisterebbe il Mega Mago, perché lei è la prima che crede in lui. Ah, e anche io sento le voci nel lobo dell’orecchio sinistro. (ride, ndr)

D.D’U.: Io invece mi sono abbastanza annoiato ad interpretare tutti gli altri personaggi. (ridono, ndr) Scherzo, ovviamente. Sono molto contento, dal punto di vista attoriale, di aver avuto la possibilità di fare un grande numero di ruoli all’interno dello stesso spettacolo. Ho raggiunto questo gruppo dopo gli altri e l’idea era che io potessi completare un cerchio. Ma ci siamo fatti prendere la mano e i personaggi sono diventati sempre di più, sia nello spettacolo dal vivo, sia tra quelli che si vedono nei video. Il Mega Mago dal Maggikistan 25 28 ottobre Teatro Studio Uno foro2

Chi vorreste veder seduto tra il pubblico?

E.G.A.: Sue Ellen, ovviamente! (personaggio immaginario della famosa serie tv statunitense anni Ottanta Dallas, interpretata da Linda Gray, ndr). Chiunque ne abbia voglia. E mia madre.

D.D’U.: Molti direttori di molti teatri. E tutti quelli che non sono ancora venuti.

L.L.: Non ci ho mai pensato davvero. Il premier?

R.M.: Forse sarà una cosa scontata, ma quanta più gente possibile è la mia risposta. Il mio sogno è che le gag del Mega Mago diventassero un fenomeno di massa.

D.D’U.: Inoltre vorremmo iniziare una tournée come quella descritta nello spettacolo e passare da Sidney, a Dubai, a Prignano sulla Secchia (comune in provincia di Modena, ndr). Anzi, tralasciamo Dubai e Sidney e andiamo direttamente a Prignano.

E.G.A.: Lanciamo un appello a Prignano! 

R.M.: E anche un hashtag: #megamagosullasecchia

Tre aggettivi per descrivere il vostro spettacolo?

D.D’U.: Come direbbe Celeste Turchino di Sinonimi, che passione! (personaggio dello spettacolo, ndr): divertente, simpatico, carino.

L.L.: Colorato, demenziale, saporoso.

E.G.A.: Balneabile, incendiabile, inafferrabile.

R.M.: Necessario, divertente, maggikistano. E chi vuol capire, capisca.

37010657 2152307341719284 4694448620882100224 nProgetti futuri?

E.G.A.: In questo momento stiamo provando un libero adattamento di Hotel Transylvania (film d'animazione americano del 2012, ndr): faremo uno spettacolo per bambini in una scuola ad Halloween. Luca sarà Dracula, mentre io la figlia Mavis e Dimitri farà Jonathan, che diventerà Johnnystein, oltre che Wayne il lupo mannaro e uno zombie travestito da umano. Individualmente farò diversi spettacoli per ragazzi, in particolare con la Nomen Omen (compagnia teatrale nata a Roma nel 2007, che mescola diverse tecniche, come il teatro di figura, clownerie e il teatro d’attore, ndr). E sto frequentando da diverso tempo un corso di circo.

R.M.: Dimitri, Elisabetta ed io porteremo in scena, al Teatro Trastevere dal 27 novembre al 02 dicembre, uno spettacolo inedito che si intitola Il Vangelo di Tijuana. È totalmente opposto al Mega Mago, nel senso che il pubblico potrebbe tornare a casa con il magone.

D.D’U.: Durante il prossimo anno cercherò di concentrarmi su un progetto che vede coinvolta anche Elisabetta e che si chiamerà Ah ah ah. O l’innocenza della follia.

L.L.: In futuro non si esclude neanche un Mega Mago – Il ritorno. Ma per il capitolo Mega Mago salva il Natale siamo in ritardo. Ci prenotiamo per la Pasqua. (ride, ndr) Personalmente continuerò ad insegnare teatro, pedagogia teatrale e a fare laboratori teatrali con spettacoli nelle scuole dell’infanzia.

Quanto ha influito questa esperienza a contatto con i bambini nello spettacolo del Mega Mago?

L.L.: Essere insegnante di teatro per bambini è una cosa che mi viene spontanea, sento di esserci portato. Il linguaggio che uso con i bambini quando faccio lezione, o negli spettacoli a loro dedicati, è simile a quello del Mega Mago. Forse per questo ha funzionato anche con un pubblico molto giovane. I personaggi che creo sono molto colorati, sopra le righe e hanno quel tipo di comicità universale, che arriva ad ogni fascia di età.

Nello spettacolo c’è più ironia o sarcasmo?

TUTTI: Più ironia, sicuramente.

 

C’è qualche genere con cui vi piacerebbe cimentarvi?

L.L.: Il mimo.

D.D’U.: Il black humor. Spero di affrontarlo molto presto. È tra i miei progetti.

R.M.: La satira. Ma ancora non ho trovato l’idea giusta e che non sia di un qualunquismo allucinante.

E.G.A.: Io vorrei riuscire a scrivere degli spettacoli miei, avvicinandomi al mondo del circo. Ho già delle idee.

Potete lasciare, ognuno di voi, un appello ai nostri lettori in stile Mago del Maggikistan?

L.L.: Vienite di teatro a vedere Mega Mago di Maggikistan, se no vi pikkio. Come dice noi a Maggikistan: vi pikkio.

D.D’U.: Partiamo da Celeste Turchino, che potrebbe dire: Sarei molto felice, contento, entusiasta se tutti voi avrete piacere di venire, di giungere, di farci compagnia a questo spettacolo, a questa messinscena se vogliamo, che è quella del Mega Mago, del Grande Mago dal, del Maggikistan. Mega Papà, invece, direbbe: Se tu non vieni a vedere Mega Mago io ti corco di botte.

E.G.A.: Come assistente Felafel, potrei avvisare tutti che questo spettacolo contiene numeri pericolosi e che bisogna stare attenti perché potrebbe provocare infarto, isteria di massa o tartaro.

R.M.: Io anche ho un personaggio che mi creo nella mia cabina di regia ed è il tecnico subnormale: io vi prega di venì a vedè Mega Mago da Maggikistan pecchè altrimenti lor me corcan de botte come tutte volte che no porta pubblico.

Un’ultima curiosità: sapevate che il Mega Mago è l’inizio di una filastrocca recitata alla trasmissione l’Albero Azzurro?

TUTTI: Assolutamente no, la cosa ci è nuova. Però ora vogliamo sentirla

D.D’U.: Diciamo che quando Luca era piccolo, l’Albero Azzurro era ancora un seme. (ridono, ndr)

Chiara Ragosta 23/10/2018

Chi era Tullio Saba? Un nome tra i molti, moltissimi, appartenenti alla Storia, quella con la S maiuscola. Ma anche la Storia, in fondo, si compone di storie, con la s minuscola. E quali sono quelle che compongono l’identità di Saba? Dove sta, se ne esiste uno, il confine tra la persona e il personaggio? Non è tanto alla ricerca di risposte, ma per sottolineare la forza di queste domande che prima Sergio Atzeni, con il romanzo del 1991, poi Gianfranco Cabiddu, con il film ispirato nel 1997 e oggi Marco Usai, con l’adattamento teatrale, hanno deciso di raccontarci “Il figlio di Bakunìn.
Andato in scena al Teatro Studio Uno di Roma il passato weekend dal 18 al 21 ottobre, l’opera rappresenta subito il nucleo della questione: il trio di attori maschili (Marco Ceccotti, Tiziano Caputo e Piero Grant) esordisce come gruppo di anziani, entusiasti di tentare, senza troppa accuratezza, di risalire a un minimo comun denominatore di memoria. Presto raggiunti da Valeria Romanelli, cui sono delegate le testimonianze femminili, le voci si rivolgono direttamente alla quarta parete. Il pubblico, quindi, diventa il motore immobile dell’inchiesta, il giornalista che va in giro a fare domande su Tullio Saba.
Una ricerca destinata a dare i propri frutti, sì, seppure sovrabbondanti, confusi ove non contraddittori, che solo all’ultimo momento faranno i conti con la sete di verità del giornalista, stavolta quello vero, inconsapevole e refrattario deus ex machina di un labirinto borgesiano di testimonianze. Il circo di storie è animato dai già menzionati quattro attori, alle prese con una pletora di personaggi: conoscenti di Tullio, colleghi minatori, nemici politici, rivali in amore, amanti, amici, ognuno con un proprio frammento da aggiungere all’arazzo, e ansioso di farlo.
Gli interpreti fanno un buon lavoro di diversificazione e moltiplicazione, benché si noti la fisiologica preferenza per alcune voci, nella mischia, più profonde e centrali di altre. Dovendo rinunciare agli strumenti del montaggio letterario e cinematografico, “Il figlio di Bakunìn” teatrale opta per una successione lineare delle varie testimonianze, da quelle sul padre di Saba a quelle sulla sua presunta scomparsa.
La regia colpisce per grande pulizia e lo spettacolo rimane ordinato e chiaro senza rinunciare a diversi scambi tra racconto indiretto e flashback, a volte persino sovrapponendoli. Di contro, il ritmo non è sempre altissimo ma, comunque, sa quando riaddensarsi perché le parole, le storie e la leggenda colpiscano duro. Tutto ciò fino all’epilogo anticlimatico, che non può né vuole dare risposte definitive, dal sapore, a teatro a maggior ragione, marcatamente pirandelliano.

Andrea Giovalè
22/10/2018

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