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Ramona vive in un piccolo paesino georgiano, Rioni. Sogna di vivere felicemente insieme al marito Ermon, lontano da casa per lavoro. Per lunghi anni rimangono distanti l’una dall’altro. Un giorno, alcuni rappresentanti di un circo itinerante arrivano a Rioni e chiedono aiuto a Ramona per raggiungere una città termale dove gli artisti devono esibirsi inderogabilmente. Qui, Ramona rivedrà il suo Ermon, purtroppo durante una tragica circostanza… Questa è la trama dello spettacolo “Ramona” del Gabriadze Theatre, andato in scena dal 05 all’08 luglio al Teatro San Simone, nell’ambito del 61° Festival di Spoleto. Un semplice e drammatica storia d’amore, come tante ne sono solitamente proposte in ambito cinematografico e teatrale, se non fosse che a rendere tutto più magico e affascinante è il fatto che gli attori sono delle marionette e la protagonista non è una fanciulla, ma una tenera locomotiva a vapore.553678005072018124124

Per chi non lo conoscesse, il Gabriadze Theatre è una delle istituzioni culturali più importanti e amate della Georgia. Riconosciuto come uno dei migliori teatri di figura al mondo da pubblico e critica internazionali, il Gabriadze ha sede a Tbilisi ed è stato fondato nel 1981 da Rezo Gabriadze, eclettico artista georgiano, il quale forgia personalmente ogni singola marionetta in legno della sua straordinaria compagnia. Regista, drammaturgo, scrittore, pittore, scultore: Rezo ha scelto di rivolgere tutta la sua abilità creativa e il suo cuore a un teatro che gli ha permesso di poter evadere dall’asfissiante chiusura intellettuale vigente circa 40 anni fa in Unione Sovietica.

553678005072018124041Muovendo fili e animando suggestivi personaggi, Gabriadze ha conquistato, con passione e fantasia, platee di ogni età e lingua, immaginando storie ricche di umorismo e velate di malinconia, legate anche al suo vissuto e alla memoria georgiana, lasciando superare i confini, geografici e culturali, del suo Paese ad un modo di narrare favole diverso da quello tradizionalmente occidentale, dove anche la morte o la tragedia amorosa sono affrontante o si concludono con poesia e dolcezza. Racconti che, proprio per la loro commovente sensibilità, hanno attraversato la mente e l’animo di tutti gli spettatori che hanno assistito, almeno una volta, ad uno spettacolo del Gabriadze Theatre, al di là di apparenti limiti linguistici, ogni volta facilmente superati da appositi sopratitoli.
Non ha fatto eccezione neanche il pubblico del San Simone, tanto che molti adulti e bambini presenti ad ogni replica, hanno applaudito, divertiti e emozionati, la soave e delicata favola di “Ramona”, in cui nostalgia, ironia e tenerezza si amalgamo in un perfetto gioco di immagini, ombre e musiche, fino a svanire lentamente, come in un sogno, in una nuvola di fumo bianco. Neanche ci si rende conto che legno, colla e stoffa hanno preso il posto di carne, ossa e pelle: le marionette di Gabriadze sono così “umanamente vive”, che persino le voci registrate degli attori sembrano nascere da quei pupazzi. Plauso necessario, dunque, alla maestria dei marionettisti, reali cuori e anime dei personaggi di “Ramona”.

Chiara Ragosta, 08/07/2018

In principio tutto tace. Molte religioni o teorie metafisiche partono da questo assunto: all’origine vi è silenzio, giudicato come reale assenza di rumore. Ciò non significa che non vi sia possibilità di suono: basta una scintilla, un necessario atto della mente e il silenzio diventa parola. E la parola, il discorso è movimento, in primis del pensiero. Così, all’inizio di “Giudizio, Possibilità, Essere” di Romeo Castellucci, presentato il 30 giugno al Festival di Spoleto, vi è il silenzio dell’universo che si fa suono: attraverso delle diapositive, gli spettatori vengono messi a conoscenza che un buco nero appartenente alla Galassia di Perseo, circondato da gas, pare che emetta delle onde sonore, le quali potrebbero rappresentare il suono melodico dello stesso buco. Suono non udibile dall’orecchio umano, ma che uno scienziato ha provato a riprodurre con dei software.553679301072018130331

L’uomo vuole udire parlare il silenzio: ecco, quindi, che il volume del suono del buco nero viene alzato fino a far vibrare le casse stesse e, con esse, il cuore e la mente di chi è presente. Vibrazioni ancestrali che intimoriscono ed affascinano, fino a che tutto nuovamente tace e un cast totalmente al femminile entra lentamente in scena, vestito da Carmen Castellucci con abiti che ricordano le comunità amish americane, le più lontane dalle massive intrusioni della civilizzazione avanzata e le più vicine alla concordia con la Natura e i suoi frutti. Le ragazze non sono disposte a comunicare, né a dialogare: si tagliano la lingua, prima di riunirsi in una sorta di circolo iniziatico che ricorda i primi passaggi di un rituale misterico. Il disagio e l’agitazione interiori, a cui Castellucci sottopone costantemente il pubblico, sono già in questi primi minuti molto alti.
553679301072018130400Teatro, etimologicamente, deriva da un verbo greco che significa “guardare, vedere”. Eppure il regista e drammaturgo non vuole solo mostrare: ecco, dunque, che il suo teatro viene portato fuori dagli spazi più “istituzionali”, nella periferia della città del Festival dei Due Mondi, a San Giovanni di Baiano, precisamente in una palestra, anticamente l’elemento più importante del ginnasio, il luogo dove i giovani eseguivano esercizi ginnici, ma anche centro di cultura e istruzione.

Castellucci, che dal 1981 non dà mai nulla per scontato, ancora una volta sfida lo spettatore ponendolo di fronte ad una scelta: seguirlo nella sua attiva riflessione sull’essere umano, o lasciarsi sopraffare da ciò che vede e sente. Nel solco del più autentico “teatro della crudeltà” teorizzato dal drammaturgo e saggista francese Antonin Artaud, lo spettacolo della Societas Raffaello Sanzio procede per un replicare con bassa ricerca di espressività interpretativa un testo a memoria, fino quasi a renderlo superfluo, a lasciarlo scomparire o recitare da una riproduzione amplificata. Non è l’effettiva rappresentazione de “La morte di Empedocle” del grande poeta tedesco Friedrich Hölderlin (nella traduzione di Cesare Lievi) ciò che davvero rapisce lo sguardo, ma la fusione fra movimento e parola, quest’ultima non necessariamente in sincronia con i gesti: gli esercizi astratti delle attrici somigliano ad una danza perfetta, impenetrabile, elegante, ipnotica, tanto che neanche i canti popolari islandesi e la musica finale composta da Scott Gibbons stavolta riescono a distogliere completamente l’attenzione dello spettatore dalle azioni svolte, passando quasi in secondo piano. Persino quando il cast si riunisce in immobili gruppi separati che ricordano marmoree statue rinascimentali, l’interesse del pubblico è tutto per le interpreti.553679301072018130245

Le ragazze, tra cui spiccano in particolare le quattro protagoniste (Silvia Costa, Laura Dondoli, Irene Petris, Alice Torriani) che a turno si scambiano il ruolo del filosofo agrigentino, si fanno medium, mezzi attraverso cui far giungere un messaggio. Armate e pronte per una rivoluzione, scarse di risorse e esibendo una bandiera americana sudista (qui simbolo delle “cause perse”), le attrici eseguono la parabola di Empedocle così come prevista dalle tre stesure di Hölderlin, giungendo al “sacrificio” finale e rinascendo nude in quel ginnasio che le condurrà verso una nuova rivelazione, senza però consolazione o pietà di sorta. Ritornano, come Empedocle, a quella Natura che svela la finitezza dell’Uomo, in quanto Essere dai poteri conoscitivi limitati, il quale deve servirsi sia dei sensi (gesti), sia della ragione (parola) per comprendere ciò che egli chiama Vita.
Una tragedia colta, leggermente utopista, schietta, aspra, non smorzata o raddolcita da ricercati coinvolgimenti emotivi: il provocatore Castellucci ancora una volta va a segno.

Chiara Ragosta, 05/07/2018

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