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MILANO – Come sta la danza contemporanea italiana? Com'è la sua salute? Per quello che abbiamo visto nella due giorni dello “ShowCase” all'interno di Dance Haus, non l'abbiamo trovata agonizzante ma nemmeno in forma splendida, con alcune esili punte, molti stereotipi da rivedere, varie ingenuità, qualche guizzo isolato, comunque distante da quello che possiamo vedere a livello europeo. C'è uno scarto visibile, palese, indubbio. Non siamo a Berlino, a Bruxelles o in Olanda questo è chiaro: il gap si sente. Quattro strutture, per il secondo anno, DanceHauspiù, Centro Nazionale di Produzione della danza, e le compagnie Fattoria Vittadini, Naturalis Labor e Déjà Donné, si sono consociate per dar vita ad un fruttuoso scambio di visioni tra scena, operatori, programmatori e giornalisti. Intanto lo spazio della Dance Haus, in via Tertulliano (chi non c'è stato ci passi gli si aprirà un mondo), è un'ex fabbrica composta da più strutture dove si dipanano sale prove, spazi polifunzionali dove convivono il teatro, la danza (hanno sede anche i Kataklò) , le scuole di formazione, l'hip hop: una cittadella dove, una volta varcato il cancello, si respira arte e libertà d'espressione, murales, freschezza e gioventù.44317999_334995137285081_2269259554807010923_n.jpg

Dopo l'uscita della sezione danza da NEXT, la vetrina del teatro e delle performance lombarde sostenuta da Cariplo, Dance Haus, quarto centro produttivo italiano dopo Virgilio Sieni, Compagnia Zappalà e Aterballetto, si è assunta l'onere e l'onore di portare avanti la mostra e la valorizzazione dei lavori della contemporanea. Quel che abbiamo notato, e che qui sottolineiamo, è che spesso il gesto e il movimento non sono a supporto di un'idea forte di base e rimangono così chiusi, enigmatici e criptici, senza riuscire a comunicare intenzioni e prospettive, tecnicismi fini a se stessi che non riescono a passare un'urgenza, a testimoniare una posizione contenutistica.

Tra i tanti pezzi visti 59915546_1252899094860531_554075498795871493_n.jpgsiamo rimasti favorevolmente colpiti da uno dei pochi spettacoli dove fosse presente una scenografia, un impianto presente e pregnante con il quale i danzatori e performer potessero dialogare e interagire, il potente “Glicemia500” (alla lettura del titolo ci è venuta subito alla mente la canzone medicalizzata “Paracetamolo” di Calcutta) del duo Nux che mette in scena il passaggio, il cambiamento in tutte le sue forme variegate e variopinte, i vari momenti dove dal possibile tracollo si passa al volo e viceversa, le catarsi, i mutamenti abissali. Una struttura granitica e megalitica (quasi un dolmen neolitico) campeggia in mezzo alla scena, sembra una tenda-parallelepipedo oblungo, quasi un vulcano giallo zolfo (o un Yellow Submarine dalla cui garitta tirar fuori la testa e scrutare il paesaggio sottostante) scivoloso e storto dove al suo interno, come Winnie nel beckettiano “Giorni Felici”, sta e spunta a più riprese una donna che è quasi un bruco nudo, un verme che ha paura ad uscire dall'ovatta, un uccellino che ha timore di lasciare il proprio caldo e sicuro nido e spiccare il primo salvifico volo. Le gambe non gli reggono, la muscolatura non è allenata, ma c'è una figura accanto a lei, un uomo nero, pare una figura cupa e intimorente della Marvel, che però si rivelerà tutt'altro che malvagio e maligno. Anzi l'aiuta, la sostiene, la tira su, le insegna, come un vero Pigmalione e Guru, i passi, le mosse, la tiene, lei che è sempre in perenne bilico tra la caduta e il librarsi.

La figura pece ha il volto scuro annerito otelliano, una tunica da derviscio rotante, un rigore monacale nei gesti biblici, la muove come un burattino. E' qui che il corso delle cose muta radicalmente e assistiamo ad un vero e proprio transfert osmotico tra la figura femminile nuda (grande controllo del corpo, forza e precisione) e questo monaco rigido: se l'uno si spoglia delle proprie vesti, e perde certezze e sicurezze, l'altra si veste dei suoi abiti (vediamo la costruzione di un nuovo personaggio assimilabile al Frankenstein), gli pulisce la faccia e lo lascia senza scudo, senza corazza, senza armi, liscio, puro e lindo da tutto quel nero che lo imbrattava e sedava. Adesso è la figura maschile che ha perso la forza (come Sansone con il taglio dei capelli) e che striscia come un millepiedi invertebrato e molle. Sembra l'ascesa della farfalla da bozzolo a crisalide e infiniti ritorni, reincarnazioni, rivoluzioni, rinascite, il baco che germoglia, fiorisce in un qualcosa di elegante, leggero, sospeso, dai colori accesi bellissimi.60675344_2389188661126929_6800784948869668659_n.jpg

Una segnalazione doverosa anche per “Lakota” di Annalì Rainoldi dove un corpo struscia imbustato nel suo vello prima che diventi la copertura di uno scheletro di tenda indiana con la danzatrice che si fa capanno, che diventa casa, che è contenuto e contenitore, significato e significante, ospite e struttura ospitante, chi è sia protetto sia la cosa ci protegge. Interessante anche “Vanitas” di Fattoria Vittadini che ruota attorno, metaforicamente e letteralmente, ad un fascio di luce dal quale proviene una voce simil Alexa o Siri, un totem fallico che si erge verso l'alto e che ci spiega la vita, il suo passaggio allo stato IS_VANITAS_Neon01-2.jpgdi morte, con tutti i particolari anatomici puntigliosi medici e gli stravolgimenti fisici che subisce il corpo umano, per poi ritornare in vita, resuscitare a nuova luce in un'armonica parabola dalla vita alla vita. I danzatori come lancette impazzite camminano e corrono attorno al palo fluorescente e parlante (sembra la macchina Kit di Supercar), defibrillano a terra, lasciano che la linfa vitale scorra, ritorni energia, si liberi, adesso sembrano aggrovigliarsi come linee di dna attorno al loro centro e perno: la morte è soltanto un aspetto della vita, per questo non ha senso averne timore.

Tommaso Chimenti 12/06/2019

BRESCIA – Immaginatevi un gruppo terroristico che riesuma e prende in ostaggio il cadavere di Carlo Lorenzini, in arte Collodi, lo riempie di esplosivo e lo fa saltare in aria. L'immagine è forte ma fa capire la portata della deflagrazione dall'interno e dell'implosione del classico Pinocchio nelle mani politicamente scorrette degli Animali Celesti, compagnia toscana schietta. Sono brutti, sporchi e cattivi, ci giocano, non hanno paura a entrare nella materia con una lingua brutale, dura che randella senza carezze, senza ruffianerie, senza strizzate d'occhio estetiche, ma netta, decisa, a tratti irritante, assolutamente non consolatoria, sicuramente debordante di segni, di parole, di scene, a lampi, a flash che scaturiscono come scatole cinesi, nuove parentesi che si aprono lasciandoci sospesi, interdetti, abbandonati al largo delle metafore, immersi nella marea dei dettagli.sandro-fra-2-e1476278198365-800x540.jpg

La definiscono, appena entrati, una “cerimonia” e tale è con i suoi officianti, una Fata Turchina strepitosa e il regista Alessandro Garzella che assume molte forme, il suo altare che è una lettiga dove si dorme, come vorrebbe fare Amleto, dove si muore, come farebbe Ofelia, dove si fa sesso. Già perché questo “Pinocchio nel Paese dei Lucignoli” (ha anche molti lati “politici” contemporanei) è molto carnale, viscerale, sudato, tattile e concreto di mani, di bocche, di lingue, di strofinamenti, di abbeverarsi ai seni caravaggesco. Garzella, fino a qualche anno fa direttore del Teatro di Cascina, ha trovato a Brescia (questo debutto al Festival “Metamorfosi”) uno spazio di comprensione e inclusione. Dallo scorso anno, nel Parco di San Rossore, in provincia di Pisa, ha attivato anche una rassegna settembrina, “Altre visioni” nel bosco di Coltano.

E' 50810127_2654225617951272_4286995153798823936_n.jpgun Pinocchio deturpato e dilaniato, frammentato e scomposto, putrefatto e destrutturato, fatto a pezzi come carnefice e riassemblato come montatore dell'Ikea, certamente decomposto nel grande filone drammaturgico dove la vita si frantuma nella morte. Alla fine chi è Lucignolo e chi è Pinocchio? Anche la Fata Turchina così angelica non sembra e tira fuori il suo lato burrascoso e oscuro, cupo e nero. Una fiaba ridotta all'osso, all'essenza, pungente, ritmata, corrotta: “la vita è una merda meravigliosa”. Si parla di necrofilia e di questo grande Reality Show Porno Funebre dove tutto è esposto, dove tutto è mercanzia in vendita. Pinocchio (nel 2020 uscirà al cinema la versione di Matteo Garrone) ci parla anche di resurrezione, di rinascita, del cadere e sprofondare e del rialzarsi, di cambiamento.

Se Lucignolo è una Giulia Benetti tosta, di polso e arcigna, e la Fata è una Francesca Mainetti, ad ogni scena sempre più 52523910_580197379113955_5477265108457999944_n.jpgconvincente che miscela cattiveria, eros, tenerezza e fermezza, ora anche in versione giostraia rom, Chiara Pistoia è un perfetto e centrato alter ego di Alessandro Garzella che è sia Pinocchio che Mangiafoco che Geppetto ma anche il Grillo Parlante ma ancora “l'ombra del tuo autore”, sottolineando una riscrittura e gli strumenti a sabotare, a dirottare il romanzo collodiano. I dialoghi sono pece bollente buttata in faccia ma con un sorriso incantatore di serpenti. Per la parte grottesca si potrebbe tentare un parallelismo con l'Ubu roi, mischiato ad un vago sapore dostoevskiano, sempre sul filo dell'apoteosi come della disfatta, dell'esultanza o della tragedia, alternando i sentimenti opposti in un caos ordinato che scuote ad ondate, illuminandosi del buio dell'anima.

55949743_10157319013899548_5665516017560846336_n.jpgUn Pinocchio scomodo e irriverente, di figure dannate e fragili, dove è necessario lasciarsi trasportare, sentire il flusso, che in questo fluire a strappi, gettano sassi come briciole polliciniane: “Nel Paese degli Inganni c'è un Monte dei Pascoli”, attaccano, “Il Paese dei Balocchi è il Bel Paese”, rincarano la dose. Ci sono corruzione e puttane, imbroglioni e somari, c'è il circo e c'è il melodramma, il colore violento e il marcio, l'abbagliante che distrae, il tutto in una crudezza che arriva diretta al cuore del discorso, un'asprezza che sottolinea ma senza estetismi di maniera, utile e necessaria per evidenziare la delicatezza e insicurezza di questi personaggi irrisolti che cercano il loro spazio nel mondo rosi dal dolore, come un tumore che li mangia dentro. Verrebbe da abbracciarli ma, come i cani feriti, morderebbero.

Visto a Brescia, Festival Metamorfosi, il 28 marzo 2019

Tommaso Chimenti 30/03/2019

MILANO – La domanda di fondo appena usciti da questo nuovo, ennesimo “Sei personaggi in cerca d'autore” (qui con l'aggiunta molto criptica e sibillina nel titolo “di Luigi Pirandello”) è se serva rimettere in scena i classici, con una parvenza più esteriore che altro di contemporaneo, senza scardinarne a fondo le radici come, ad esempio, ha fatto, per rottura di schemi, il “Sei. E dunque, perché si fa meraviglia di noi?” di Roberto Latini con uno strepitoso funambolo della scena e performer PierGiuseppe Di Tanno. Negli ultimi lavori alla regia di Michele Sinisi, da quella “Miseria e Nobiltà” che tanti consensi aveva attirato, passando per prove più deboli come “I Promessi Sposi” (sempre produzioni Elsinor), come ne “La masseria delle allodole” (Dramma Popolare di San Miniato) ritroviamo l'ossatura di questo Pirandello, la cifra, una certa modalità di lavoro, colorata, eclettica, accesa. Ma dopo poco l'euforia colorita lascia il posto alla pesantezza e al caos e neanche l'uso di video e telefonini, youtube, google e facebook che dovevano dare quell'impronta di freschezza ma che rimane una verniciata di superficie, riescono a farlo diventare frizzante e sprintoso.LEqkkvfj.jpeg

E un'ora di dramma, tra risse, corse e luce fissa sulla platea, entrate e uscite vorticose, sembra solo essere un lungo preliminare per arrivare agli ultimi cinque minuti dove si contano tre trovate, leggermente disturbanti e moralmente ricattatorie, che però possono avere un senso, un perché “teatrale”. Altre domande nascono: perché avere in scena, sul palco in questo caravanserraglio mirabolante, non eccitante, in questa giostra stancante e ridondante, quindici attori e farne recitare soltanto due (i pur bravi e credibili Ciro Masella e Stefania Medri)? Perché invitare ogni sera un attore o gruppo di attori (alla prima Astorri-Tintinelli e Walter Leonardi), sul finale, per improvvisare alcuni movimenti svogliati e poche parole fiacche per essere copiati dalla compagnia in una sorta di gioco specchio che niente aggiunge?

Tutto zTxBD2jM.jpegl'ingranaggio sul quale si è puntato, quello spot Realtà/Finzione, nemmeno fosse un quiz a premi, che non riesce a passare, a varcare la quarta parete, a bucare la nostra curiosità, viene messo in secondo piano da un lungo piano sequenza che annichilisce la platea tra continui ingressi che svuotano assommando. Siamo stuzzicati dalla pellicola a cura di Francesco Asselta che nascerà dalla pièce. L'incedere è faticoso. Il leggere una recensione, inventata e fake, deridendo il lavoro della critica, su un lavoro precedente del regista pugliese, come il citare nel foglio di sala la reazione del pubblico alla prima dei “Sei personaggi” del 1921 al Valle di Roma, che attaccò il drammaturgo siciliano al grido di “Manicomio! Manicomio!”, sembrano abili tentativi presuntuosi di mettere le mani avanti preventivamente su possibili dubbi che verranno, trincerandosi dietro una possibile nuova avanguardia e additando gli eventuali dissensi come vecchie, polverose prese di posizione stantie, che non hanno compreso il nuovo (nuovo?) che avanza. Ma le due reazioni, la prima indignata perché colta alla sprovvista e quella d'oggi, freddezza e distacco, sono molto differenti: il tempo di Freud, Pirandello e della psicanalisi è passato, superato, archiviato e si sentono tutti i cento anni del testo.eHrCrUCF.jpeg

Nel finale si scorge uno spiraglio, una parvenza di luce con, dicevamo, tre ganci, facili ma di sostanza. Li abbiamo chiamati “ricattatori” perché non concedono spazio, indicano la via giusta, non lasciano possibilità di pensiero, ti tengono in ostaggio di una commozione-costrizione. Ma almeno qualcosa si muove: appaiono due giganti (soltanto le gambe che si slanciano per metri fino alla graticcia, ai piedi hanno delle All Star da Ciclope; bellissime, come sempre, le scene di Federico Biancalani) che stanno per copulare e rappresentano il “Padre” nell'atto di penetrare la “Figliastra” prostituta nella casa chiusa di Madame Pace; in video una bambina galleggia in mare (presumibilmente il Mediterraneo; oggi tutto il teatro italiano parla di migrazioni) è la “Bambina” del dramma pirandelliano che annega nella vasca; infine vengono portati tre contenitori con dentro l'urlo di una donna dopo la scomparsa del figlio, è la “Madre” che grida la sua disperazione dopo la scomparsa della “Bambina” come del “Giovinetto” suicidatosi. Confidiamo nel prossimo progetto estivo di Michele Sinisi (rimane un sognatore con grandi qualità) su Leonardo da Vinci.

Tommaso Chimenti 20/03/2019

Foto: Luca Del Pia

ImQU5aJr.jpegSEI PERSONAGGI IN CERCA D'AUTORE DI LUIGI PIRANDELLO
Di Luigi Pirandello

Drammaturgia: Francesco M. Asselta, Michele Sinisi
Regia e adattamento: Michele Sinisi
Con: Stefano Braschi, Marco Cacciola, Gianni D'Addario, Giulia Eugeni, Marisa Grimaldo, Ciro Masella, Stefania Medri, Giuditta Mingucci, Donato Paternoster, Michele Sinisi, Adele Tirante.
Aiuto regista in scena: Nicolò Valandro
Scene: Federico Biancalani
Assistente alle scene: Elisa Zammarchi
Direzione tecnica: Rossano Siragusano
Produzione: Elsinor Centro di Produzione Teatrale

SIENA – Artemisia Gentileschi è sempre un personaggio d'attualità, portatrice, suo malgrado, della lotta impari nei secoli delle donne nei confronti dell'arroganza, della violenza e del sopruso dei maschi. Il regista Altero Borghi (abbiamo apprezzato in questi anni i suoi spettacoli all'interno della Casa circondariale di Siena con i detenuti) ne ha immaginato un ipotetico passaggio traghettato, metaforico e simbolico, in questo “Il viaggio di Artemisia” (prod. Sobborghi; in un Teatro dei Rozzi colmo), un momento privato che diventa confessione aperta e flusso di coscienza della pittrice verso e contro gli uomini che hanno affollato la sua vita, distruggendola, in special modo il padre Orazio e il suo aguzzino e bieco violentatore Agostino Tassi. Un viaggio dove i colori sul fondale la fanno da padrone con cambi cromatici che ci portano nella tavolozza del pittore per descrivere e delineare il mondo e i sentimenti della donna.artemisia-gentileschi-giuditta-oloferne.png

Artemisia (sempre utile e necessario parlarne), ed è questo il nodo focale del testo di Paola Presciuttini, si chiede a gran voce, e con malinconia e tristezza, se sia diventata famosa più per il processo che ha subito, in conseguenza dello stupro, che per le sue doti artistiche. E di questo se ne duole e si rammarica. Come a dire che una donna può essere finalmente riconosciuta nella propria professione e capacità e competenze soltanto se le accade qualcos'altro (di solito pruriginoso e licenzioso, oggi diremmo gossip) che esula dal suo mestiere e impegno. Ma è un cane che si morde la coda, senza soluzione. Artemisia (le presta corpo e voce Serena Cesarini Sforza; recitazione enfatica da rivedere e asciugare; gli altri attori sono: Claudio Ceccarelli, il padre; Ahmed Alshaafi - Castore; Silvano Borselli - Galileo Galilei; Marco Bonucci è il giudice; Lorenzo Vanni è Agostino Tassi; Abdallah Ateeya è il musico) rievoca, portandoli sul palco, gli uomini che l'hanno fatta soffrire, in primis il suo stupratore e in seconda battuta, ma forse in maniera ancora più angosciosa proprio perché imperdonabile visto il rapporto di sangue, il genitore che, questa la sua accusa, denuncia e accusa chi ha abusato della figlia solo per un contenzioso di merce e quadri sottratti mettendo ancor più alla gogna la dignità della ragazza (siamo agli inizi del 1600 e la ragazza promettente pittrice subisce violenza quando di anni ne ha diciotto).

Il-viaggio-di-Artemisia_prima-nazionale_6-marzo.jpgArtemisia (prossima replica il 12 marzo all'Affratellamento di Firenze) rimprovera il padre di averla lasciata sola, in qualche modo abbandonata, in questa battaglia, inscenata non tanto per l'onore della figlia ma quanto per quello del casato paterno, del cognome. Infatti dopo il processo, Orazio Gentileschi e il Tassi continueranno a frequentarsi, collaborare e lavorare insieme, e questo Artemisia proprio non lo può digerire. Artemisia rimane un'anima in pena, naufraga in questo mare di vessazioni, scombussolata, mai definitivamente emancipata né libera, ed è ancora una figura centrale, suo malgrado, del femminismo ante litteram, simbolo della violenza sulle donne in ogni epoca, ad ogni latitudine, emblema di un 8 marzo che troppo spesso si confonde con mimosa e spogliarellisti. Qui Artemisia (il progetto luci e video sono di Damiano Magliozzi) è descritta come progressista e votata e desiderosa di futuro, promotrice di un cambiamento culturale, di un avanzamento civile nei rapporti e nelle relazioni, sempre dubbiosa se le committenze che le arrivano sono in qualche modo riparatrici del torto subito o effettivamente riguardanti il suo talento.

Di scuola caravaggesca, Artemisia Gentileschi fu molto di più dello stupro subito; capolavori come Giuditta che decapita Oloferne o CleopatraArtemisia-Gentileschi-Giaele-e-Sisara-1620.-Museo-di-Belle-Arti-di-Budapest.jpg o ancora una Maddalena hanno fatto scuola e forse ricondurli a quell'evento negativo è riduttivo e limitativo. Nel testo poi il ruolo delle due levatrici che durante il processo constatarono e documentarono la situazione e le condizioni intime di Artemisia è stato sostituito con un uomo di chiesa lievemente grottesco. La Gentileschi che una volta lasciata Roma, per Firenze, Napoli e Londra, firmerà i propri lavori con Lomi, il cognome della madre, per interrompere i rapporti anche simbolici con il padre-padrone. Più che lo stupro il cardine di questo “Il viaggio di Artemisia” è l'interrogarsi sul mondo maschilista e sulla negazione del talento delle donne, sempre messe in un angolo, nell'ombra. Nelle “Vite” del Vasari infatti non è presente nemmeno una donna. Un tema ancora, purtroppo, attuale riacceso dal recente #metoo capitanato da Asia Argento. La tesi della Presciuttini e di Borghi è la costante, perenne ricerca di vendetta da parte della Gentileschi in tutta la sua vita e in tutta la sua opera, mentre nella realtà dei fatti le vittime vengono punite due volte, dai delinquenti e dall'opinione pubblica. Nell'incontro-incrocio tra l'arte e la biografia però sembra che l'artista, nel finale, abbia trovato pace e serenità; il suo monito-consiglio: “Nella vita e nella pittura resterà soltanto la luce”.

Tommaso Chimenti 10/03/2019

MILANO – “L'uomo e la donna sono le persone meno adatte a stare insieme” (Massimo Troisi).

Il periodo è buio. Sta tornando il Medioevo e l'Oscurantismo? Soprattutto la Caccia alle Streghe. Il caso Weinstein, sollevato per prima da Asia Argento, quello di Kevin Spacey, quello che ha riguardato, effetto boomerang, la stessa figlia del regista horror, quello che ha toccato Cristiano Ronaldo a Las Vegas, quello che ha investito il regista Fausto Brizzi (proprio suo il film dal titolo “Maschi contro femmine”) poi scagionato, quello che ha toccato Giuseppe Tornatore (accusato da Miriana Trevisan). Negli Stati Uniti già da anni gli uomini non entrano in un'ascensore dove è presente una donna sola per timore di poter essere accusati di comportamenti inappropriati. Al netto del #metoo (nessuno critica il movimento in sé quanto le modalità da pubblica gogna) non sempre e non per forza il lupo cattivo deve essere l'uomo e Cappuccetto Rosso la donna, ed è pur vero che può accadere che le accuse siano prive di fondamento per mettere in difficoltà o alla berlina la persona in questione, per motivi di interesse, di screditamento professionale, per competere nella carriera, per invidia, per farsi pubblicità, per vendetta, per avere puntati addosso i riflettori. Il punto è che i processi la prova© Laila Pozzo-2.jpgdiventano mediatici molto prima che giuridici, sono i media a decretare la sparizione di un personaggio, se conosciuto, il suo accantonamento (per il film “Tutti i soldi del mondo” il regista Ridley Scott ha sostituito Spacey, a riprese ultimate, con Christopher Plummer rifacendogli rigirare tutte le scene dove era presente il protagonista de “I soliti sospetti”; al Premio Oscar è stata anche cancellata la partecipazione nella pellicola “Gore”), l'emarginazione sociale e il marchio a fuoco come appestato, se comune mortale. E' di queste ore la notizia che Lady Gaga abbia autocensurato il suo duetto con il rapper R. Kelly per le accuse nei confronti del cantante da parte di diverse donne.

La la prova© Laila Pozzo-30.jpgcondanna però non può avvenire attraverso la voce del volgo né talk show o interviste televisive. Bisognerebbe che realmente, e non solo sulla carta, esistesse l'innocenza fino a prova contraria. Ecco le parole esemplificative post bufera di Tornatore: “Una mattina ti svegli, apri il giornale o il computer e scopri di essere un mostro, un molestatore, un violentatore. Poi siccome si fa un uso abbastanza sciolto delle parole, diventi uno stupratore. E scopri tutto questo grazie a certi metodi di certi organi di stampa, non tutti fortunatamente, che non seguono delle regole ortodosse. Perché scrivono che sei un assassino senza ricorrere al contraddittorio, poi tu ti difenderai, se vorrai come vorrai, ma intanto il danno è fatto. Questo è un sistema veramente mostruoso ed è inaccettabile”. Alcune accuse infamanti distruggono delle vite e il risarcimento, nei rari casi in cui avviene, non riporta mai indietro il tempo, le energie e la reputazione perdute.
Proprio su queste basi, perché i Filodrammatici milanesi sono sempre sul pezzo dell'attualità e del contemporaneo e non hanno paura a sporcarsi le mani, nasce il nuovo testo di Bruno Fornasari, “La Prova” che tenta di scardinare le modalità, di far emergere e di portare alla luce le crepe e le criticità del nostro mondo che improvvisamente si è risvegliato impaurito delle relazioni umane, bloccato, timoroso, pieno di dubbi e punti interrogativi verso l'altro o altra. Se, come nel caso dello spettacolo in questione, ci sono un uomo e una donna soli in una stanza, può accadere che la parola di lei, che abbia ragione o meno, possa vere più peso di quella dell'uomo. La soluzione non è quella di cercare il colpevole tra le fila degli uomini, in quanto maschi, etero, (se caucasici, meglio) proprio per la loro carica interiore storicizzata di predominio, violenza, sottomissione, colonizzazione, aggressione. E' da combattere la generalizzazione che ci dice che i buoni stanno da una sola parte e i cattivi, necessariamente, dall'altra. E' più facile l'idea dell'orco che una riflessione della nostra società più ampia.la prova© Laila Pozzo-3.jpg

Fornasari ribalta la faccenda, facendo diventare la pièce un thriller, un'indagine psicologica; sulla scena non siamo in presenza di nessun giudice o avvocato ma una donna, una collaboratrice di questa agenzia pubblicitaria, accusa il capo che la sera precedente ha avuto un comportamento non consono, una “microviolenza”, nello specifico una mano su una spalla, nuda per via della scollatura dell'abito da sera. Se da una parte le rimostranze della donna sembrano eccessive, o pretestuose è l'uomo messo alle strette e schiacciato alle corde, dal socio come dalla nuova compagna che vacillano nel credergli, ed è lui a dover mettere sul tavolo la “Prova”, che ovviamente, la sua parola contro quella della donna, non può produrre né fornire. La donna si trincera dietro al velo “che motivo ho io di mentire” accusandolo senza sconti di misoginia e sessismo. Ma è il ricorso, come in una vera e propria inchiesta d'investigazione della quale la platea diventa “persona informata sui fatti”, all'uso del flash back che ci portano ad altre situazioni e quadri precedenti temporalmente dove sono implicati i quattro personaggi a mostrarci non certo la soluzione ma un altro modo di riflettere sull'accaduto. Il filo tra verità e diffamazione è sottile: “Sentirsi offesi non vuol dire aver ragione”, dice l'accusato.

Se la prova© Laila Pozzo-32.jpgne viene fuori, come pubblico, frastornati perché il tema tocca potenzialmente tutti, al netto di bigottismi e moralismi, se ne esce con più domande di quando siamo entrati. Perché il tema è scottante ed è semplicistico accusare l'uomo in quanto portatore sano di generi violenti e muscolari, machisti e virili. In questo caso il genere conta, le pari opportunità si fanno da parte: “Cerchiamo sempre la conferma da quello che vogliamo sentirci dire”. L'ironia e l'intelligenza di Fornasari, alla scrittura e in regia, coadiuvato dai determinati, energici e affiatati, esplosivi e graffianti Tommaso Amadio, Emanuele Arrigazzi, Orsetta Borghero ed Eleonora Giovanardi (artistica, illuminante ed estetizzante la scena dello yogurt; che nessuno si offenda se i nomi degli attori sono stati scritti prima di quelli delle attrici, è soltanto il rigoroso elenco alfabetico) sta proprio nel riuscire a creare un percorso di pensiero che ci conduce a posizioni e convinzioni opposte, lontanissime, per poi farcene pentire e azzerare tutto, sconvolgere tesi appena costruire, mandare al tappeto certezze e opinioni sui diversi personaggi-topos. Fornasari mischia le carte in tavola senza trovare (non li cerca neppure) colpevoli mostrando quanto sia facile cadere in trappola, quanto sia semplice essere non solo accusati ma anche condannati moralmente e socialmente senza possibilità di difendersi.la prova© Laila Pozzo-9.jpg
Purtroppo la violenza sulle donne non si combatte, come auspicava qualcuno qualche tempo fa in Parlamento, cambiando il genere delle parole che si usano; chiamare una donna ingegnera o assessora non farà calare il numero devastante del fenomeno femminicidio. E nemmeno le “quote rosa” hanno azzerato le differenze, e neanche la dicitura “Genitore 1” e “Genitore 2” ci salverà. Sarà che forse il problema non sta lì?

Tommaso Chimenti 15/01/2018

Foto: Laila Pozzo

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