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MODENA – La scena è sgombra, pulita, larga. Ha già in sé i codici interiori di questa narrazione rarefatta, sbocconcellata, addentata e poi attesa sul bordo, tra il dietro il velatino (che si colora tenue) e davanti alla platea che rimane lì complice ed esclusa, vorrebbe ma non può. La nuova creazione ad orologeria di Deflorian-Tagliarini prende le mosse, l'incipit, la cornice, soprattutto è un pretesto (c'è chi dice che il pretesto sia già testo) da “Deserto rosso”, pellicola di Michelangelo Antonioni. A differenza degli ultimi loro lavori visti, “Reality”, tratto dalla notizia di cronaca della signora che annotava ogni suo più minimo gesto e azione quotidiana su dei diari, o “Ce ne andiamo per non darvi altre preoccupazioni”, dalla crisi greca passando per un suicidio di anziani che non ce la facevano più a (sopra)vivere, qui in “Quasi niente” (prod. Teatro di Roma, Metastasio, ERT) è la finzione il motore trainante, e non la realtà, è la celluloide l'innesto e la miccia. E questo, soprattutto all'inizio, tiene più QUASI-NIENTE_ph-Claudia-Pajewski_LR-6099.jpglontani, più distanti, sicuramente meno coinvolti emotivamente. Ma è questo “niente”, per nulla sollevato o addolcito da quel “quasi” che paradossalmente peggiora la situazione facendo cadere il sostantivo nello stallo tremendo immutabile, che lentamente entra di sottecchi, come sotterfugio, strisciante si fa strada nelle pieghe dell'ascolto e tutto ammanta, conquista inarrestabile, attanaglia caviglie e stomaco, ci fa sentire impotenti, soprattutto vicini a quella depressione che aumenta ma mai fino alla disperazione devastante ma rimanendo in quel limbo fastidioso come un sibilo, insopportabile come un acufene che non permette la definitiva discesa agli inferi e quindi la risalita e la rivoluzione.

Quel star male ma mai così male da poter prendere in mano la propria vita e ribaltarla ma anzi trascinarsi nelle cose che ci conoscono, nelle azioni abitudinarie, come se ci potessero salvare dall'oblio, nelle ripetitività del consolatorio, nel chiuso delle nostre quattro mura senza la voglia di scambiarsi (l'altro fa sempre paura e crea disordine nel meticoloso castello di carta innalzato a barriera), di misurarsi, di confondersi, di prendersi responsabilità, di instillarci nuovi dubbi. In questo piano, come detto diviso in due, tutto è delicato e raffinato, delicato e pastello, hopperiano per costruzione, lineare per definizione, dove tutto sta al suo posto ma è e rimane e non vive, non muta, non prende forme. Al massimo viene spostato, che siano mobili o persone.

QUASI-NIENTE_ph-Claudia-Pajewski_LR-6407.jpgCinque persone, cinque personaggi, che poi in definitiva sono cinque momenti di vita, visti dalla sponda maschile come da quella femminile (la depressione non ha generi, la depressione non è classista né sessista né razzista), cinque età, la trentenne, la quarantenne, il quarantenne, il cinquantenne, la sessantenne, cinque specchi e caleidoscopi di quella che fu la Giuliana del film, la grande Monica Vitti. Ma il cinema si confonde con le persone e con le personalità degli attori creando e modellando questa lingua d'asfalto calda, pare immobile, di silenzi che aggrediscono e staticità irrevocabili, di pause strazianti che tolgono il respiro. “Non ce la faccio più” è il refrain ma non si sa bene di che cosa non ce la facciamo più queste cinque figure e soprattutto non hanno armi per difendersi, non hanno più linfa da mettere in campo per deviare i colpi, per incassare o per offendere e rispondere a loro volta (“Se sia più nobile tollerare le percosse di una sorte oltraggiosa, o levarci a combattere tutte le nostre pene e risolutamente finirle? Morire, dormire, null’altro. E con il sonno dar termine agli affanni dell’animo e alle altre infinite miserie che sono l’eredità della carne”, Amleto docet).

Monica Piseddu, non la accomuna soltanto il nome con la Vitti, è, come al solito, strepitosa nel suo essere misurata, nel dare voce alla marginalità con quella levità soave per niente bonaria, mentre abbiamo finito gli aggettivi per il duo Deflorian – Tagliarini, artisti che plasmano la materia (sempre più “francesi”), ma anche i silenzi, i non detti flebili e tutto quello che sta, invisibile intangibile muto, in cielo e terra (ritorniamo a Shakespeare). Complementari i due innesti, Benno Steinegger che dà fisicità e presenza, e Francesca Cuttica, voce di velluto appuntito traQUASI-NIENTE_ph-Claudia-Pajewski_LR-6421.jpg Nada, Cristina Donà e Mara Redeghieri degli Ustmamò. Questo non è un dramma ma è molto drammatico, è un Purgatorio di melassa che, nella sua fissità e fermezza, non permette alcun passaggio al livello superiore, al Paradiso, alla serenità. E' l'ansia (tra Francis Bacon e Pollock ma al rallentatore) la protagonista principale, è il sentirsi sempre fuorigioco, incapaci di affrontare le piccole sfide della vita, di riuscire ad avere un pensiero lucido sull'oggi, su se stessi e sul posto che occupiamo nel mondo, sulle priorità.

“Quasi niente” mette a nudo il fango che t'impasta e ti tira a fondo e quando te ne sei accorto ormai sei troppo immerso nel tunnel, hai perduto la strada, non vedi più la luce e tutto è lontanissimo, tutto inafferrabile, desolatamente distante e la fatica si fa sentire e ti rassegni ad un altro giorno ancora così, un altro e poi un altro ancora. Niente soddisfa più, niente ha un senso: “Se potessimo vivere la vita come le sequenze al cinema” si dicono, per avere una direzione certa, una guida in questo mare sconfinato di scelte che poi ti lascia immobile, stranito, straniato, debole, inerme, disarmato, senza filtri, senza pelle (D'Alatri), in mezzo al Deserto, che sia Rosso o di altre sfumature. Il vuoto avanza e non lo puoi fermare perché è un nemico che sa come seminarti tra ossessioni e disagi vari, sogni di disastri e distruzioni.

QUASI-NIENTE_ph-Claudia-Pajewski_LR-6478.jpgE' un soffio amaro, una carezza ruvida e sottile, una richiesta d'aiuto muta, un abbraccio senza forza, è “Quasi niente” che sembra meglio del niente ma che invece rimane alibi all'isolamento: “Quando non sono malata mi sento poco interessante, non mi percepisco”. La serenità vista come una tregua: “Ho solo sotterrato tutto sotto un grande Fare”. Come sventolare una bandiera bianca ad un nemico che però porti e curi e culli dentro. Sono tutti Giuliana, siamo tutti Giuliana. Prima o poi, a flash, a strascichi, a lampi, ad intermittenza o quotidianamente. Non riusciamo ad abituarci all'idea di noi, all'idea del troppo tempo a disposizione, all'idea della fine. Tutto questo ci uccide.

Tommaso Chimenti 29/11/2018

Foto: Claudia Pajewski

TORINO – “La violenza è l'ultimo rifugio degli incapaci” (Isaac Asimov).

“Nessuno, di fronte alle donne, è più arrogante, aggressivo e sdegnoso dell’uomo malsicuro della propria virilità” (Simone de Beauvoir).

La donna è ancora oggi fatta schiava, resa prigioniera, dalla famiglia, dalle regole sociali, da chi dovrebbe e dice di amarla, è usata e abusata, fatta merce di scambio, moneta di baratto, rapita, violentata, messa in condizioni di non potersi difendere, schiacciata, relegata ai margini, sottopagata, sfruttata come macchina sessuale o contenitore per sfornare figli. Sembra che poco sia cambiato dai tempi della pietra e della clava. E tutto questo lo si può raccontare con i dati, tristi e crudi, della realtà oggettiva e raccapricciante che ogni giorno ci sgomenta a qualsiasi latitudine, oppure attraverso la g_1513079307.jpgmetafora, l'ossimoro, il paradosso grottesco della critica sotto forma di patina che, paradossalmente, arriva in maniera molto più potente e sconvolge in profondità. A questo secondo ramo intellettuale, che strisciante si fa strada e serpeggia fino ad esplodere dentro le teste di chi ascolta, fa sicuramente riferimento l'acume, la puntualità e la precisione della penna di Alan Bennett che aveva vergato una serie di monologhi per la televisione inglese (in Italia qualcosa aveva riportato Anna Marchesini) e che qui con “Talking Heads”, (in prima assoluta, prod. Teatro di Dioniso, Progetto Goldstein, Pierfrancesco Pisani; niente a che vedere con la band di David Byrne, in italiano “Le logorroiche”, donne costrette a parlare da sole per mancanza di dialogo), sono stati tradotti e forgiati dalla lingua e dallo sguardo registico di Valter Malosti tagliati su misura per le movenze misurate e composte di una superba, camaleontica, intensa Michela Cescon (carriera divisa tra teatro, Premio Duse, Ubu, ANCT, Le Maschere, e cinema, David di Donatello, Nastro d'argento, Globo d'oro) che li ha fatti propri, se li è cuciti addosso.

Michela Cescon 01.jpgDue i monologhi che insieme compongono questo dittico in solitaria che si svolge dentro una casa stramba, impossibile e stralunata, una struttura lisergica sghemba come fosse una visione sotto LSD, o ancora un'abitazione distorta e deformata dall'acido o dai funghi allucinogeni. Alle sue spalle una porta (ci ha ricordato il settimo piano e mezzo di “Essere John Malkovich”), che in prospettiva diventa tunnel angusto e claustrofobico, cupo e agghiacciante, tra saliscendi alla Escher, che pare il buco di Alice che qui, dopo la caduta, si è ritrovata nell'Incubo senza Meraviglie. Una casa (senza bambole) scomoda (tiriamo in ballo anche De Chirico e l'inquietudine di Bosch, per la scena di Nicolas Bovey) come i matrimoni e le relazioni nelle quali queste donne sono prigioniere, legate a doppia mandata senza possibilità di liberazione, intristite, costrette, braccate come fa il cacciatore con la preda. In questa stanza (funzionali e drammaturgicamente essenziali e necessarie le luci che trasformano l'atmosfera emotiva e la carica sentimentale del quadro, di Alessandro Barbieri) la Cescon sui tacchi sembra scivolare sul pavimento obliquo e storto, rimanendo in un equilibrio precario, fisico e metaforico, sul filo dello schianto, attenta come ogni donna deve essere in questo mondo di sguardi e inseguitori.

Composte, concentrate, stabili, fisse, i due personaggi della Cescon vivono in quelle periferie ordinate con giardino e steccato, fatte di chiusure e censure, basate su rapporti pieni di formalità e maldicenze, di finzione e invidia, di tutta quella melassa ipocrita sparsa, di vocine stridule e pseudo bon ton freddo. La carta da parati e la poltrona, in stile vintage, con i fiori sbiaditi (parallelo con le donne che si sono lasciate inaridire e ingrigire dalla pochezza maschile) fanno da contraltare e frizione e grattugia alle luci sparate accecanti e trasognanti, i gesti educatamente affettati e gentilmente manierati e pastellati entrano in conflitto con storie viziose e vagamente perverse. Il borghesume perbenista, il tè come imprescindibile costume a scandire la giornata, prende il sopravvento, il conformismo dilagante ammanta tutti gli occhi giudicanti e si spande a macchia d'olio lasciando liberi soltanto nella menzogna, nell'estrema riservatezza, nel segreto, nel tabù da non svelare nemmeno a se stessi, nel vaso di Pandora personale.Michela-Cescon.jpg

Ogni famiglia è infelice a modo suo”, potremmo dire prendendo in prestito Tolstoj. La prima donna ha un fratello a casa colpito da ictus e comincia ad intrattenere una relazione, fatta di scarpe e massaggi ai piedi (cosa ritenuta feticista, sporca, allusiva, conturbante, pruriginosa dalle persone intorno), col podologo. Sono storie di liberazione, di catene che si rompono, di argini che tracimano, di ribellione e rivoluzione. Se nel primo caso la nostra protagonista portava addosso i segni di una vita piatta e sfortunata, l'aver dovuto lasciare il lavoro per la malattia del fratello e la conseguente reclusione e frustrazione, nel secondo invece tutto, all'apparenza, sembra andare a gonfie vele in una cornice dall'esterno soddisfacente: una bella casa in un quartiere residenziale, nessun problema economico tanto che i due coniugi hanno deciso di svernare a Marbella in Spagna, un'unione d'intenti e comunanza di prospettive. Tutto questo quadro cristallino a poco a poco si sfalda e va in frantumi, il mondo perfetto nel quale la seconda protagonista si è convinta di vivere è basato su piedistalli molto fragili, di infelicità diffuse, di mancanza di attenzioni e cure.

TORINO ASTRA1.jpgE' sempre l'ironia l'arma migliore di Bennett per arrivare a pungere cuore e cervello e la Cescon, quasi dentro lo scafandro dei sentimenti negati, riesce, come scultura dentro il blocco di marmo vergine, a far passare malinconie e debolezze, desolate disperazioni di una provincia statica di siepi ordinate che implode (basti pensare alle nostre Erba, Cogne, Novi Ligure, Brembate), mondi bidimensionali glaciali e ingannevoli senza sentimenti né profondità, di queste case benestanti dove nessuno sa, né si immagina nel più completo menefreghismo, che cosa possa accadere dentro le quattro mura dei dirimpettai. Il racconto si tinge di thriller ma è la scoperta che farà questa moglie sul proprio compagno (impegnato a giocare a golf) la cosa più dilaniante e imbarazzante da poter sopportare, impossibile da digerire. La Cescon regge perfettamente i cambi di registro, dallo svampito al dolce, monta, cova sotto la cenere pronta all'esplosione, sembra tenere, anche fisicamente impostata, tutto dentro, dal rassegnato fino al monologo finale pasionario commovente: “Le donne sono come le piante, hanno bisogno di luce per sbocciare e fiorire, non di ombra”. La casa rimane il posto meno sicuro per le donne.

Tommaso Chimenti 24/11/2018

Mercoledì, 21 Novembre 2018 14:21

Le migliori sette produzioni di Next 2018

MILANO – L'importanza di Next, la vetrina del teatro lombardo, è che puoi gustare e vedere e assaggiare stralci (20 minuti) delle produzioni che verranno. Tutti i teatri lombardi, Milano ovviamente la fa da padrona, mostrano alcune parti delle novità che dovranno debuttare, da bando, entro il maggio dell'anno successivo. Il clima è un bel momento di unificazione, di scambi, di visione del lavoro altrui per una due giorni che fa da collante senza competizioni. Anche se una commissione giudicatrice stabilirà quanto premio di produzione assegnare ad ognuna delle opere scelte, finanziate dalla Regione Lombardia e dalla Fondazione Cariplo. Next è il teatro che verrà, ma il futuro, come sempre, è già qui. In questi momenti di condivisione già si può capire dove sta andando la stagione e cosa ci interesserà maggiormente seguire durante l'anno, insomma un giusto annusare l'aria, un modello che potrebbe essere esportabile ad altre regioni. Sui ventisei progetti scelti, tredici al giorno, una vera e propria maratona visiva, sono sette le pièce sulle quali ci siamo soffermati e che meriteranno certamente uno sguardo più approfondito quando debutteranno. Ed anche allora ci saremo per confermare o meno questo nostro primo giudizio positivo. Quindi segnatevi i titoli e cercateli, i boccioli diverranno fiori, si apriranno in tutta la loro forza e poesia, potenza e profondità.Atir.jpeg

L'Atir di Serena Sinigaglia è una garanzia di quel mix di intrattenimento alto, commozione, riflessione sull'oggi: “Aldilà di tutto” (supervisione di Arturo Cirillo) ci parla di malattia, di morte, di come sopravvivere senza farsi schiacciare dalle brutte notizie, di depressione. E ci mette di fronte, per chi ancora non le conoscesse, a due grandi interpreti, che qui collimano perfettamente, la forza di Chiara Stoppa e la delicatezza, tra lo svampito e l'indecisione all'ennesima potenza, della meravigliosa Valentina Picello (ci ha fatto venire in mente come movenze Angela Finocchiaro), ora nervosa adesso paranoica, spassosa e piacevole quanto paurosa, puntualmente sopra le righe per delineare questo nostro tempo fatto di up and down, di paure straordinarie e di eccezionali eccessi, comica nel dramma, senza mai scivolare né scadere nel ridicolo e nel grottesco.

Sul fronte brillante il Teatro Binario 7 ci porta in un interno durante la notte di Capodanno, una di quelle serate dove tutto può accadere, dove tutto è lecito, anche non sapere che cosa è successo. Un gioco da tavolo dà il titolo a questo “Sognando la Kamchatka” (ndr. foto di copertina), pensando a quella penisoletta inutile e periferica che a Risiko significava la vittoria schiacciante sugli avversari e parafrasando quel “California dreaming” delle Mamas and Papas che evocava altri desideri, altre speranze. Qualche maschio contemporaneo, deluso, frustrato, lasciato dalla fidanzata, bambini cresciuti, bugiardi, irresponsabili, soprattutto soli, traditori, si ritrovano a casa di uno di loro (emerge Marco Ripoldi); la notte è uno sfacelo tanto che la mattina l'appartamento è distrutto e uno di loro giace senza vita. Nessuno si ricorda niente. Ci ha molto ricordato la pellicola “Una notte da leoni”.

Visite.jpgSi stringe il cuore davanti alle “Visite” dei Gordi (prod. Franco Parenti) che abbinano un teatro fatto di piccoli grandi gesti simbolici ad un'immensa delicatezza e commozione miscelando il tempo che fu da giovani con il presente da anziani, rallentati, pieni di acciacchi, dimenticanze, debolezze. I due piani temporali si sommano, si aggrovigliano, si intersecano tra queste facce allegre e frivole e spensierate con tutta la vita davanti e queste maschere (di Ilaria Ariemme) rugose e prossime all'addio. La musica alta ed eccessiva di certi party tra alcool e baci rubati fanno da contraltare ai piccoli passi strusciati, alle cose perdute, ai lunghi silenzi della terza età: la vita è un soffio, ma i respiri continuano a risuonare nelle stanze che li hanno abitati.Sinisi.jpg

Squadra che vince non si cambia, e allora Elsinor si affida al team, capitanato da Michele Sinisi, che negli ultimi anni ha sfornato “Miseria e Nobiltà”, “I Promessi Sposi” e “La masseria delle allodole” e che adesso si getta a capofitto nel “Sei personaggi” pirandelliano. I lavori di Sinisi e Asselta hanno sempre nel caos controllato il loro punto di forza e perno sul quale tutta la struttura di testo e attoriale ruota, s'impenna, si ribalta. Ed è una festa del teatro (sicuramente i 20 minuti più esplosivi di questo Next), una sarabanda di video e musica, arrivi e risse, una diretta facebook, recensioni lette, una banda che suona l'hip hop e David Bowie. In tutto questo teatro nel teatro nel teatro con gli attori che interpretano se stessi ma anche i “personaggi”, in questo carnevale inaspettato e imprevedibile si perde la rotta, ci si trova felicemente naufraghi, dispersi, rapiti. La curiosità sarà quella che ad ogni replica saliranno sul palco attori colleghi che metteranno la maschera di se stessi. Così per complicare ulteriormente, gioiosamente, i vari piani: la realtà è già teatro, il teatro è là fuori.

Queen Lear.jpgDolcemente tempestose sono le Nina's Drag Queen che trasformano il “Re Lear” shakespeariano in “Queen LiaR” (prod. Teatro Carcano) attualizzando la vicenda e portandola, ovviamente al femminile, en travestì, nei loro costumi eccessivi e luccicosi, ad un oggi tutto nostrano. Tre sorelle e una madre anziana (in coppia di fatto con una vicina) il tutto infarcito di frasi delle canzoni pop anni '80 che abbiamo tutti tatuate nel nostro dna, ritornelli strazianti e sdolcinati, rime iperboliche e desideri inaccessibili e sopra ogni cosa questo amore contro tutto e contro tutti. Le due sorelle più grandi che professano, ma soltanto a parole, il loro grande amore per la madre, la terza viene rinnegata perché non riesce ad arrivare alle vette dialettiche delle sorelle esagerate e menzognere. Ed eccoci a far rimbalzare La Cura e cantare “Insieme a te non ci sto più”; con Gloria Gaynor Shakespeare duetta alla perfezione.

Sempre interessanti e intelligenti sono le riflessioni, mai provocazioni, di Bruno Fornasari e Tommaso Amadio ed anche stavolta hannoLa prova - Filodrammatici.png mostrato tutta la loro cifra e carica con il nuovo “La Prova” (prod. Filodrammatici). Proprio nel bel mezzo del #metoo, il movimento femminista sollevato da Asia Argento, il regista e l'attore milanesi sono i primi maschi, etero, a prendere posizione attraverso l'arte e vedere il processo, i suoi estremi, le sue derive, le sue problematiche, invece di fermarsi alle accuse, di puntare il dito ed incolpare che sembra diventato lo sport preferito dai leoni da tastiera che, per invidia e molto spesso per insoddisfazione e frustrazione, vogliono vedere tutti gli altri, giustificando invece sempre se stessi, dietro le sbarre e puniti. Una donna sostiene che il capo le ha messo una mano sulla spalla, una spalla nuda di un vestito da sera scollato. C'è chi dice che non è niente e chi vede il gesto come aggressivo, una vera e propria prevaricazione e violenza sessuale. Perché ormai la diffamazione fa già processo ed è già di per sé condanna. Il bello, il brutto semmai, è che è l'uomo a dover produrre “La prova” della sua innocenza, una prova per sconfessare la calunnia accusatrice, una prova forse impossibile da mostrare: povero maschio etero sei diventato la minaccia di questo mondo che ci vuole asettici, privi di relazioni: castrando l'uomo le donne saranno più contente?

Ufilippo-renda.jpgno dei mali del nostro contorto tempo sono le “Fake” news, quelle notizie false che girano sul web e sui social network che mutano la percezione del reale e che, se diventano virali, cambiano la realtà in maniera indissolubile sostituendo la verità con altre interpretazioni che spesso hanno secondi fini, soprattutto politici. Il discrimine ormai su che cosa è reale e cosa non lo è è nebuloso e alquanto difficile da poter determinare. L'uomo non può non credere a niente, a qualcosa deve affidarsi, di qualcosa deve fidarsi. Ma se la televisione è di parte, i giornali parziali e partigiani, il web è prezzolato e finanziato da editori che hanno i loro interessi, la vita per il cittadino medio diventa impossibile. Il testo di Valeria Cavalli e Filippo Renda (anche in scena e in regia; prod. Manifatture Teatrali Milanesi) mette in scena una storia vera (vera?, non è dato saperlo): un'intervista ad una donna che ha vinto una somma spaventosa al jackpot nazionale e che ha stracciato il suo biglietto perché quella cifra l'ha spaventata e avrebbe cambiato per sempre la sua semplice grama esistenza. La signora, dalla vita grigia, ha anche scritto la sua esperienza sui social venendo aggredita, anche minacciata pesantemente, perché oggi rifiutare 40 milioni di euro con la fame e la povertà, o la voglia di lusso indotta proprio dai social, che c'è in giro è sembrato un affronto incolmabile. Una fredda intervista con questa piccola segretaria dove il pubblico sarà interattivo: che cos'è la verità? Quello a cui crediamo.
Sette come i vizi capitali, sette come le meraviglie, sette come i nani, sette come il teatro che verrà. Voglio vedere come andrà a finire, cantava il Vasco che andava al massimo.

Tommaso Chimenti 21/11/2018

 

BOLOGNA – Di cinema a teatro, ultimamente, ne stiamo vedendo anche troppo. Il sistema è inflazionato, certamente abusato oltre il necessario. Abbiamo visto usare la tecnica delle telecamere in presa diretta con le immagini riproiettate su un grande schermo sul palco in molte prove dei Motus, nell'ultima opera di Milo Rau, “The Repetition”, con i 7-8 chili e il loro “Ciak”, gli Hotel Modern in “Kamp”, i Rimini Protokol. Solo per citarne alcuni. Niente di nuovo sotto il sole. Non fa eccezione questo “La maladie de la mort” (da Marguerite Duras per la regia dell'inglese Katie Mitchell, coproduzione italiane di Teatro Stabile di Torino, Teatro di Roma, Ert-Emilia Romagna Teatro e Metastasio di Prato), confusionario mashup tra teatro e cinema, tecnicamente valido anche se protratto fino all'esaurimento e alla consunzione, dove è stata ricreata una stanza d'albergo, con annesso corridoio, dove due attori agiscono e due telecamere con vari operatori, cameraman e assistenti li seguono, li filmano, tra cavi e inquadrature e spostamenti laterali consumati, entrate ed uscite. Quindi, se nel mondo di sotto la camera d'albergo è affollata, sopra, nel grande schermo, è “ripulita” da tutte le figure tecniche e restituita nel film dove questo Lui e questa Lei che si incontrano, a pagamento, non sappiamo se per cercare l'amore, la morte, il sesso, l'eccitazione o tutte queste cose insieme.EuhPvUmg.jpeg
Oltre la stanza d'hotel c'è, di lato, anche una cabina, che sembra di quelle dei traduttori ai convegni: dentro l'attrice Jasmine Trinca che legge. Perché utilizzare un grande nome del cinema italiano per usarla per leggere poche righe? Sembra uno specchietto per le allodole che, di fatto, non dà nessun quid in più alla piece. Come specchietto è il nudo oltremodo esposto ed esibito dall'inizio alla fine. Ma molte sono le cose che non quadrano, che non tornano, che non funzionano. Ad esempio la presa diretta: sullo schermo passano le immagini così come vengono riprese live al piano sottostante (con qualche inserto preregistrato: le scene esterne, la facciata dell'albergo sul mare, la bambina) senza nessun scarto, alcun spostamento o scollamento di senso tra le due azioni.
Tutto molto piatto e lineare, bidimensionale, anche se la regista ci tiene a dirci, pare in maniera perentoria, che sono tre i punti di vista indagati: quello dell'uomo nei confronti della donna, vero, quello della donna verso l'uomo (banalmente sono le inquadrature da due camere differenti una di fronte all'altra) ed un terzo, quello della pellicola, che definisce, erroneamente, “oggettivo”. A parte il fatto che non esiste alcunché di oggettivo, ma certamente, parlando del caso specifico, ciò che vediamo sopra agitarsi sul telo in bianco e nero, è la visione del regista, le sue scelte, la sua idea e come vuol mostrare la narrazione, come vuol spostare il filo del discorso, che impostazione vuole dare, cosa vuole comunicare allo spettatore. Semplicemente il terzo “occhio” oggettivo non esiste a meno che non si arrivi al compromesso fallace che la visione del regista sia oggettiva e non, come crediamo, fortemente soggettiva.
n1o9aoxQ.jpegDetto questo è proprio l'amore malato del romanzo della Duras che qui fa emergere (per la riduzione e l'adattamento di Alice Birch) un uomo patologico, problematico che tenta più volte di uccidere la donna preaccoppiamento (l'uomo in questione sembra sia metafora più generale del maschio). Come se si volesse dimostrare l'arroganza ancestrale e la violenza eterna del maschio sulla donna, la sua insita impotenza bilanciata solo dalla forza e dalla prevaricazione fisica e muscolare fino all'annientamento femminile, un uomo che poi, nei fatti mostrati, è succube, remissivo, perdente, codardo nei confronti della donna che è lì, in quello spazio fisico, per denaro e non certo per passione, piacere o altri sentimenti amorosi. Si ridicolizza il maschio senza riuscire a tracciare un discorso altro, una linea di riflessione nuova per argomentare, approfondire, scandagliare l'argomento. Anzi, da ciò che abbiamo visto, sembra che per la Mitchell il rapporto uomo-donna sia solo foriero e sinonimo di guerra e stupro, non di condivisione d'intenti, sia soltanto un campo di guerra sanguinoso dove qualcuno (ovviamente il lupo mannaro e orco contro Cenerentola e Biancaneve) assale, assalta contro la propria volontà qualcun altro più debole, più indifeso, che alla fine soccombe il tutto immerso nel desiderio di controllo e prevaricazione.wwKtNRIQ.jpeg
Ci sono altri punti di domanda che hanno lasciato perplessi e svuotati e in balia della mancanza di un senso più intimo e profondo: nelle immagini mixate appare un uomo impiccato, il padre della prostituta, suicidatosi. È un particolare inquietante e forte tanto da farne un paragone con l'uomo che sta nudo davanti a lei (entrambi sono affetti dalla “malattia della morte”, così si dice; in generale l'uomo è il responsabile della perdita dell'innocenza della donna) al sapore di incesto. Ma è un dettaglio pesante che carica la scena ma che viene lasciato evaporare, scivolare senza alcun costrutto. Peccato per la Trinca poco utilizzata e per questo cupa, (pen)ombrosa piece che, sempre seguendo le parole della Mitchell, non ha niente del “thriller psicologico” che avrebbe dovuto essere negli intenti. Una visione faziosa dell'incontro-incrocio uomo-donna: che cosa si voleva dimostrare? Ci si aspetta da un momento all'altro che parta “L'odore del sesso” di Ligabue, invece ne viene fuori un porno sgonfiato, come acqua frizzante sgasata.

Tommaso Chimenti 17/11/2018

BOLOGNA – Negli ultimi anni, nel teatro italiano, sono state diverse le riscritture del “Riccardo III” shakespeariano, da quella monstre stile Famiglia Addams e zombie con zeppe ai piedi di Alessandro Gassmann a quella monologante e intimista, personalissima, di Michele Sinisi imbrattato di sangue. E cambia anche il lessico, la grammatica del titolo: fu “RIII” con il figlio di Vittorio, è, oggi, “Riccardo3” con questo nuovo tentativo, pienamente riuscito, di Francesco Niccolini per la regia e l'interpretazione di Vetrano-Randisi (prod. Ert + Arca Azzurra). Già perché quel numero, arabo e non romano, la dice lunga su quello che andremo ad esplorare. Tre come i personaggi, tre come un esponenziale moltiplicatore, alla terza, inteso come il piano della realtà, quello del testo seicentesco e Riccardo3 foto di Luca Del Pia (1) Vetrano, Randisi, Moschella.jpgquello della follia.

Questo Riccardo ha barlumi beckettiani, con la sedia a rotelle-trono che ci riporta a “Finale di partita”, come rimandi pirandelliani, più corposi e densi, pensando all'“Enrico IV”, mentre l'immagine nella locandina ritroviamo questi cappottoni (senza testa come si confà ad ogni Maria Antonietta) che subito ci conducono alle scene di Remondi & Caporossi. Riferimenti millimetrici, spaziature compatte, calibrature a piombo per un'opera pulita, coerente, ferrea senza essere rigida, con una sua anima e tempra, carattere e ferocia. Questo Riccardo ha abiti contemporanei, non siamo alla corte del sanguinario Re inglese ma all'interno di un ospedale psichiatrico. A guardar bene, a fare il conto, l'elenco oggettistico presenta undici finestre, due porte, una panchina, ci sono dieci teschi (come la squadra antagonista) in una teca, il fondale è verde come un prato e la piece dura 90 minuti. Siamo di fronte non tanto ad una partita di calcio, gli elementi elencati la descrivono formalmente, ma ad un play, ad un gioco, ad un'invenzione, ad una trasposizione del reale nel suo recinto di regole altre come dentro ad un match con un nemico-avversario.

Riccardo3 foto di Luca Del Pia (3) - Vetrano, Randisi, Moschella.jpgCome se gli infermieri prendessero, di volta in volta, le sembianze di regine e scudieri, di ciambellani e consiglieri. Se la scena (di Mela Dell'Erba; pochi oggetti funzionali e simbolici e ben usati e uno spazio tutto da correre ed esplorare) è un dispositivo perfetto, esteticamente e cromaticamente (con le mura divise tra un bianco, in alto, e un verde acido, sotto, e la sedia a rotelle rosso sangue, la bandiera italiana, e la nostra situazione attuale, risalta colpendoci come un sonoro schiaffo), il suono, di graticole e sbarre che si chiudono ad ogni scena, è una ghigliottina che si abbatte furiosa a tagliare e sezionare, segmentare e tranciare, spezzare e dividere di netto con un rumore di spostamento d'aria da rabbrividire, le luci (di Max Mugnai) sono affilate e appuntite, precise e nette.

Enzo Vetrano (sempre più somigliante a Lindsay Kemp, ma con più tempra e tenacia) è il solo dei tre interpreti sulla scena ad impersonare unRiccardo3 foto di Luca Del Pia (4) - Vetrano, Randisi, Moschella.jpg solo personaggio: è un Riccardo limaccioso e famelico ma anche ironico (fortunatamente ci sono stati risparmiati il braccio offeso o la gamba strascicata o la gobba, che sarebbero stati inutilmente naturalistici) al quale Vetrano, con tormento, ansia e tic, dona intensità, insistenza, convinzione, una statura da stratega, e monologhi tremanti, sconvolti dagli incubi, come quella volgarità sboccata, quel livore bestiale e scurrile che ce lo fa apparire quotidiano, fresco di periferia, simpatica canaglia da slang. Parteggiamo anche per la sua lucida follia, per il suo architettare la morte contro la morte, aggrovigliato nel suo gioco senza fine, nel suo pozzo senza fondo di odio, di omicidi (in alcuni dialoghi del Bardo sembra di risentire la veemenza barbara del caso Cucchi, le torture subite da Giulio Regeni o le intercettazioni del recente complotto Khashoggi), di astio nei confronti di tutto quello che gli si muove attorno, di tutto ciò che è vivo e sano.

Riccardo3 foto di Luca Del Pia (5) Enzo Vetrano.jpgStefano Randisi e Giovanni Moschella danno corpo ad una serie fluttuante di caratteri che si affacciano in questa agorà squadrata, rettangolo da Alda Merini o Dino Campana che diviene liberazione, confessione e ricostruzione dei fatti. Il manicomio è un tourbillon, sanguigno e calcolato, di entrate in scena, di punteggiature e puntinismi a pettinare la corolla centrale, sono apparizioni-incarnazioni Clarence e Hastings, sono epifanie Re Edoardo e la vedova Anna, sono miraggi “questi fantasmi” eduardiani Margherita e due scagnozzi alla Men in Black, sono spettri Buckingham e Lord Rivers e Stanley. Un congegno ad orologeria che, come un metronomo, anche se la destinazione finale è conosciuta, lascia sulle spine, in piedi sulla graticola, e sorprende la fantasia, la curiosità, la linearità del dispositivo che esalta questi tre atomi imprevedibili che all'interno di quest'aia, scarna e e dai gesti misurati e fermi, compassati e freddi quanto viscerali e magmatici, confliggono e s'alleano, si attraggono e si repellono, s'odiano e s'annientano. Appena terminato si ricomincerebbe a rivederlo volentieri.

Tommaso Chimenti 30/10/2018

Foto: Luca Del Pia

SOLOMEO – “Se il diavolo non esiste ma l'ha creato l'uomo, credo che egli l'abbia creato a propria immagine e somiglianza” (Fedor Dostoevskij).

La sfida, vinta, era riuscire a condensare le oltre trecento corpose pagine di Bulgakov e soprattutto i tre piani narrativi spazio temporali de “Il Maestro e Margherita” concentrando in un'unica struttura, tanto solida e stabile e granitica quanto flessibile e comoda, le storie intrecciate, le vicende aggrovigliate, le trame intessute. La squadra messa al servizio del regista Andrea Baracco (grande cura dei dettagli eSessione senza titolo19172 copia kJJI U3010631572488CH 1224x916Corriere Web Sezioni 593x443 precisione puntigliosa come un metronomo) da parte del Teatro Stabile dell'Umbria (la produzione ha avuto base al Teatro Cucinelli di Solomeo, così come il debutto e la prima parte di repliche), con la fuoriclasse Letizia Russo alla drammaturgia (per un testo divenuto una miscela perfetta di classico e contemporaneo, fruibile, scorrevole, godibile all'ascolto), funziona eccome.

39510025_260547874578014_8282781891317202944_n.jpgMa ecco, la struttura sulla quale poggia a perno e ruota tutto l'ensemble (undici attori ben amalgamati e coesi attorno alla star Michele Riondino, recentemente passato dal Festival del Cinema di Venezia in qualità di “padrino” e reduce dalla polemica social con Salvini) nella sua semplicità di passaggi e porte e botole, di comparse e scomparse, di andate e ritorni, ha reso possibile i continui cambi di scenario, di quadri, di status, di climax rendendo il tutto agile e fluido, ben oliato. Tre pareti che chiudevano claustrofobicamente e manicomialmente i personaggi dentro le loro parentesi esistenziali, in questa arena-agorà, all'interno dei loro mondi senza futuro e senza speranza, compartimenti stagni impenetrabili, tre mura adornate di abbozzi e messaggi (alla mente è sovvenuto il “Moby Dick” di Latella come la versione italiana del “Copenhagen” di Frayn) che sembrano inespugnabili, carceri, fisiche e mentali, ad ingabbiare sogni e prospettive, tre pannelli solcati di segni e geroglifici, di disegni primordiali come di scritte ed incisioni dal sapore preistorico tanto da ricordare le caverne dei primi uomini sulla Terra, a rammentarci il Tempo passato e l'Eterno a venire, il complesso circuito della clessidra che tutti ci coglie, ci carezza, e alla fine ci prende.

Dicevamo tre piani letterari: l'amore tra il drammaturgo (Francesco Bonomo sempre rigoroso e di grande affidamento, anche nelle vesti di un Ponzio Pilato molto umano e dubbioso) e la giovane fanciulla (Federica Rosellini arguta e acuta), l'apparizione e la discesa (o risalita nel mondo dei vivi) del Diavolo tra i mortali, e il processo a Gesù, tre livelli a superarsi, ad incastrarsi, a sommarsi e questo grande armadio che ingloba e sputa i contendenti, che fagocita e inghiotte e li vomita nuovamente nel flusso (in questo senso il pensiero è andato alla pellicola “Essere John02_180831_guido_mencari_solomeo_il_maestro_e_margherita-190_PRESSB-770x470.jpg Malkovich”). L'affascinante Riondino è Woland, un Lucifero (molto meglio che diavolo) mefistofelico e zolfino molto Joker, faccia di cerone e labbra rossissime, claudicante come Jack lo Squartatore, portatore di luce e conoscenza, quasi un clown satanico e malvagio dalla risata isterica a sottolineare le verità che gli uomini hanno timore ad ammettere a se stessi.

La regia infarcisce le scene (non è assolutamente un difetto, anzi) di segni e rimandi tra inquietudine ed atmosfere fuligginose londinesi, fumi vulcanici misteriosi, passione e violenza: il telo rosso che ondivago racchiude il calvario del Golgota, una corda melliflua che fluttua ad indicare il mare, l'altalena che è un volo spiccato. Se Riondino è magnetico e Bonomo (tiene testa al primattore) è preparato ed esperto e la Rosellini fresca, sono da citare anche, nell'alto livello complessivo della compagnia, Alessandro Pezzali, compunto, elegante, misurato ed eccessivo allo stesso tempo, aiutante di Satana, e l'attore polacco Oskar Winiarski, icona perfetta di Jeshua. Il Dio degli uomini è il Diavolo, che rivendica: “E' anche mio il mondo”. Come dargli torto.

01_180831_guido_mencari_solomeo_il_maestro_e_margherita-826_pressb2.jpg“Il Diavolo è un ottimista se crede di poter peggiorare gli uomini” (Karl Kraus).

“Il Maestro e Margherita” di Michail Bulgakov, riscrittura Letizia Russo, regia Andrea Baracco, con Michele Riondino nel ruolo di Woland, e Francesco Bonomo (Maestro/Ponzio Pilato), Federica Rosellini (Margherita) e con Giordano Agrusta, Carolina Balucani, Caterina Fiocchetti, Michele Nani, Alessandro Pezzali, Francesco Bolo Rossini, Diego Sepe, Oskar Winiarski, scene e costumi Marta Crisolini Malatesta, luci Simone De Angelis, musiche originali Giacomo Vezzani, fotografie Guido Mencari. Produzione Teatro Stabile dell'Umbria con il contributo speciale della Brunello Cucinelli Spa in occasione dei 40 anni di attività dell’impresa. Visto al Teatro Cucinelli, Solomeo, Perugia, il 9 settembre 2018.

Tommaso Chimenti 12/09/2018

SAN CASCIANO – “Intanto sul monte del Calvario smontavano le Croci, e ci nasceva un centro commerciale e due fiori che gridavano feroci” (Mannarino, “L'ultimo giorno dell'umanità”).

Adriano Miliani non ha scelto un giorno casuale per mettere in scena il suo nuovo esperimento “La Giostra dell'Umanità”. L'11 settembre si porta dietro sentimenti e sensazioni ormai radicate in noi miliani4.jpgoccidentali, pensieri, rabbia, sconforto, paura certamente. Homo homini lupus. L'uomo è l'unica razza animale sul pianeta Terra in grado di autodistruggersi, di disintegrarsi, nessun altra specie avrebbe questo ardire, questa voglia e volontà. Lo sosteneva anche Albert Einstein: “L'uomo ha scoperto la bomba atomica, però nessun topo al mondo costruirebbe una trappola per topi”.

E questa “Giostra” itinerante è una Via crucis, non a caso ha dieci stazioni di penitenza, passione e riflessione, per un viaggio intimo dentro i budelli del teatro e dentro noi stessi, per dieci spettatori alla volta. La parola giostra richiama la fiera, il luna park, i colori, i suoni della festa, le luci che abbagliano i sorrisi dei bambini, quella girandola di grida e schiamazzi alla ricerca di un nuovo gioco da provare. Qui è l'ossimoro della deriva dell'uomo, è il veleno, è il contrasto, la frizione, la rottura, quello che avrebbe potuto essere e che invece l'uomo ha intossicato, sporcato, fatto marcire.

milliani1.jpgEra Bukowski a dire che “La gente è il grande spettacolo del mondo. E non si paga neanche il biglietto”. A volte è uno show comico, altre tragico, molto spesso tragicomico. Ed è in questo solco che Miliani persegue la sua poetica, colorata e frizzante, sciogliendoti con un sorriso e raggelandoti subito dopo, in una continua altalena, un otto volante di emozioni, ora il caldo, il rassicurante, il familiare e immediatamente dopo il freddo della morte, dell'indifferenza, della mancanza di empatia. L'umanità che non ha umanità. Gli uomini non più umani ma calcolatori, aguzzini, boia, assassini per un pezzo di pane. La compagnia Jack and Joe mette sul piatto tutta la fragilità dell'essere umano, i suoi vizi, le sue contraddizioni, le sue debolezze, la sua ricerca di salvezza in un sistema che non ha vie d'uscita; è questa sua condizione di sconfitto che ne fa un potenziale killer del suo simile.

Il buio del Teatro Niccolini ci affascina e ci accoglie, come utero materno ci ingloba, ci fa spazio dentro di sé in quest'inquietudine diffusa, in questo brivido che corre leggero. Dieci piccoli indiani alla scoperta, vagando nel buio dell'animo umano pece. Un interno familiare, lui che fa le bolle di sapone, lei che lo ama, i due si baciano, lui che la rassicura: “Andrà tutto bene”, poi si allontanano e nel buio lo sparo del femminicidio. L'insoddisfazione, la frustrazione, la depressione. Dalle carezze al colpo allo stomaco, e ti senti stordito dalla gentilezza prima, da tutto quel gelo che ti cola addosso poi e ti impantana. Ci consegnano delle bambole zuppe, infradiciate, gocciolanti (di lacrime), ci fanno muovere in fila indiana e dopo, nel buio, ci dicono di farle cadere. Quando una flebile luce si accende, in una piccola pozzanghera tanti bambolotti galleggiano ricordandoci Aylan, il bambino siriano con la maglietta rossa annegato sulla spiaggia di Bodrum. Ti senti carnefice, in prima linea, chiamato in causa, accusato, forse, additato. Ma siamo tutti colpevoli perché, come diceva Freud “l'umanità ha sempre barattato un po' di felicità per un po' di sicurezza”?miliani3.jpg

Ecco che appare la giostra che dà il titolo alla piece: sopra vi ruotano dei manichini, piccoli fantocci con un abito bianco. Non fatichiamo a capire che sono spose bambine (come avviene tutt'oggi dalla Turchia a tutto il Medio Oriente quotidianamente) in attesa del marito-padrone che letteralmente le compra tra abusi, pedofilia, violenze d'ogni tipo, umiliazioni d'ogni grado. Ci sentiamo sporchi, complici di un sistema che, giocoforza, anche resistendo o ribellandoci, avalliamo e foraggiamo, alimentiamo. Un obeso (del Primo Mondo) che continua a ingozzarsi (teatralmente la scena più cool tra luci e chiaroscuri con questo sacco che si gonfia a dismisura) e accanto, girato l'angolo, un uomo che, per pochi spiccioli, spaccherà, fino alla sua morte, pietre (sono salite alla mente le fotografie di Salgado sulla Sierra Pelada) ed al quale l'istruzione è stata negata. Il calvario prosegue, leggero da una parte, accogliente e lisciante con violinista e un presentatore sorridente, fustigante dall'altro. Adesso siamo noi i viandanti del mare, i migranti, tra schizzi d'acqua e vento in faccia, bonaccia e onde; seduti al buio, immersi nei suoni dello sciabordio della schiuma, appena una luce rischiara la nostra miliani2.jpgnotte, davanti a noi uno specchio ondeggia e ci rimanda le nostre facce stupite: siamo noi i migranti, i possibili futuri immigrati. Fino alla lettura finale della Dichiarazione Universale dei Diritti Umani, praticamente in decine di Paesi carta straccia e lettera morta scritta a tavolino, utopia aleatoria, interrotta bruscamente dalla realtà che entra a piedi uniti, urlando, spegnendo la recita, facendo calare il sipario, ammutolendo e zittendo l'uomo che voleva parlare dei diritti inalienabili dei suoi simili. E' l'Umanità, bellezza.

“A volte penso che Dio, nel creare l'umanità, abbia leggermente sopravvalutato le proprie capacità” (Oscar Wilde).

“La Giostra dell'Umanità”, ideazione e regia Adriano Miliani, con Adriano Miliani, Marco Borgheresi, Samuel Osman, Sergio Licatalosi e Mirella Lampertico, e l'amichevole partecipazione del clown di Sandro Picchianti, il violino di Roberto Cecchetti e l’oste Gianni Traversini. Visto al Teatro Niccolini, San Casciano, l'11 settembre 2018.

Tommaso Chimenti 12/09/2018

CASTIGLIONCELLO – Sul prato, guardando gli scogli dove fecero il bagno Sordi, Mastroianni e Fellini (non credo contemporaneamente) c'è una statua di un uomo accovacciato. Sotto si apre il golfo azzurro, in lontananza la Corsica, le grandi navi che solcano l'orizzonte smerciando nafta. Quest'uomo, appollaiato su se stesso, ad una prima occhiata sembra che legga. Da più vicino pare che stia sfogliando il suo tablet. Ma se gli giri dietro capisci che invece dipinge. Ecco Inequilibrio, il festival che tocca le ventuno candeline diretto da Angela Fumarola e Fabio Masi, non è mai ciò che ti aspetti castiglioncello2che sia, è ciò che è ma anche quello che dovrebbe essere, ha più sfaccettature, sfumature, punti di vista, angolazioni possibili, interpretazioni. Sempre nel solco della sua storia, sempre un po' diverso, spostando soglia e asticella in quel continuum di qualità e ricerca, di coerenza e passione, di rigore senza presunzione, con un occhio al passato e il cannocchiale posto sul futuro. Già la locandina (di Guido Bartoli) mostra un angelo, un bell'angelo femmina, con ali posticce da acrobata, le mani attorno ai fianchi larghi, la schiena nuda, le piume che svolazzano, le fasciature alle ferite di qualche caduta precedente, senza che questi piccoli traumi l'abbiano fermata, stoppata, bloccata. Immagine migliore non ci poteva essere per fotografare il Castello Pasquini e il drago che lo protegge. Spettacoli piccoli per pubblici intimi, sale affrescate, gomito a gomito, coscia a coscia, stretti nell'abbraccio delle parole. Quattro belle scoperte, quattro pepite lucenti, quattro bagliori a scaldare l'estate.

castiglioncello3Ormai una conferma gli Oyes dopo le loro personali rivisitazioni e reinterpretazioni di Vanja e del Gabbiano eccoli in questo “Schianto”, frutto della residenza proprio a Castiglioncello, che parte, nell'intento del regista Stefano Cordella, dal Koltes della “Solitudine dei campi di cotone”. L'altalena è la dicotomia tra desiderio e fallimento, tra ciò che si vorrebbe avere e invece la cruda realtà che ci mostra la sostanza, e le conseguenze dei nostri errori. Si sente il cigolio del benpensantismo di Bernhard, il catastrofismo di Durrenmatt ma spunta anche il cinema con Taxi Driver o Collateral con Tom Cruise in un'atmosfera prettamente lynchana con sfoghi alla Trainspotting. La scrittura potrebbe ricordare gli ultimi Carrozzeria Orfeo. Il fondale è un grande vetro infranto, l'incidente e le vite dei protagonisti che stanno andando verso l'inevitabile crash. Due uomini si incontrano: uno è il cliente mansueto (Dario Merlini, ricorda l'interprete folle di “Una notte da leoni”), l'altro il tassista (Umberto Terruso convincente, deciso) logorroico, straripante, sovreccitato. Hanno vite da farsi perdonare, colpe da scontare e nessuno a cui raccontarle. Ma la notte è giovane e porta consigli (di solito cattivi) nelle vesti di un canguro investito che li scruta e li giudica con lo sguardo e con il silenzio, una ragazza/demone (Francesca Gemma, gran voce) che cerca di riempire i propri vuoti esistenziali con rapporti occasionali, un ragazzo vestito da Robin (Fabio Zulli, dolcezza e ribellione in stile “V per vendetta”). E, come dice Cremonini, “Nessuno vuole essere Robin”. Sembra un incubo, una serata maledetta dove la solitudine è la sola a farti compagnia, dove tutto va come non deve andare, dove tutti cercano una rivoluzione, un cambiamento epocale, quello shock, quello schianto che azzeri tutto.castglioncello5

Stessa aria di crepitio, di quella placidità che potrebbe incrinarsi da un momento all'altro, si allarga come macchia d'olio ne “I giardini di Kensington” che ci portano a Peter Pan ma anche alla citata nel finale Patty Pravo. I due amanti sulla scena (Elisa Pol e Valerio Sirna in sintonia tra teatro e danza) regalano l'inquietudine della fissità, dell'irremovibilità, della fermezza, con quelle mosse tenui e statiche che pare di essere dentro un quadro di Hopper. Quella calma, quella quiete stantia di questo claustrofobico appartamento nasconde una pentola a pressione. L'aria thrilling è sempre pronta ad esplodere. Non dialogano, fanno due monologhi, si parlano ma non si rispondono, non si comprendono, non ne hanno nessuna intenzione in questa armonia artefatta che mette agitazione e brividi.

castiglioncelloTre ragazzi si presentano in mutande. Ci vogliono parlare di “Intimità”. Avevamo già visto gli Amor Vacui in occasione del loro precedente “Domani mi alzo presto”, testo generazionale che, partendo dalle incertezze universitarie sul futuro e sull'esistenza, tra ricerca del lavoro e sogni, tra ironia e facezie semiserie, metteva a nudo i ragazzi di oggi tra colpe dei genitori ed alibi autoalimentati. Questo “Intimità” non si discosta molto da quella traccia: si ride, certo, perché ci tocca o ci ha toccato tutti; l'amore, il sesso, la prima volta, gli imbarazzi. Pare ed appare ad una prima occhiata leggero, semplice, semplicistico ma il modo frontale con cui interagiscono, giocando, con il pubblico, e il discorso che vira sulla crescita, sulla disillusione del diventare “grandi”, sulla perdita dell'innocenza, nel complesso lo rendono non così debole. Potrebbe essere una commedia all'italiana con il belloccio, lo sfigato e la ragazza a scompaginare le carte. Potrebbe essere “Undressed”, la serie tv-quiz con due sconosciuti in intimo si raccontano e si conoscono. I trentenni e il loro disagio: “Giovani, carini e disoccupati” ce ne aveva già parlato anni fa. Aspettiamo il salto di qualità, li attendiamo con qualcosa di più aperto all'oggi.castglioncello7

I testi di Rita Frongia dovrebbero girare maggiormente per i teatri. Tutti dovrebbero avere l'occasione di rimanere sospesi in questi suoi mondi visionari e fragili, fatti di piccole cose, di non sense, di attese beckettiane, di scambi velocissimi e furiosi, di personaggi pennellati e dolci, di questi gesti reiterati e rafforzativi che costruiscono brevi coreografie di mani, di tic, di manie e nevrosi. Universi paralleli microscopici, interni bui, vite al limite, ai margini ma senza lamentevolezze (dentro si scovano i chiaroscuri di “Dogman” di Matteo Garrone), grandi dolori appena accennati, solitudini da far combaciare, gramelot carichi di fantasia. Da qualche parte spunta Eduardo. Due sconosciuti ad un tavolino (delizioso l'incastro tra Francesco Pennacchia e Gianluca Stetur, ruvidi e vividi, cinici, crudi e adorabili, cagionevoli, delicati, puri) e tanta solitudine da mettere sul piatto avaro della vita, quella del titolo, “La vita ha un dente d'oro”, quelle esistenze che mozzicano come cani ma poi vengono bastonati negli angoli. Un testo fatto di silenzi ed enorme poesia (“Non ho mai guardato la nuca di mia madre”), invocano un cane immaginario, un fagiano immaginario, tutto sul filo di un equilibrio instabile, corrosivo, liscio a perdifiato: “Le cose diventano piccole, ma non c'è da avere paura, è la notte”. Ecco, alla paura, i nostri due rispondono con questa parentesi, con questo bisbiglio che riluce nel loro buco nero, senza farsi sopraffare, senza farsi abbattere, perché la vita, anche se ha un dente ingiallito e prezioso, non è il buio ma quanta luce hai negli occhi.

Tommaso Chimenti 02/07/2018

BOLOGNA – Ha un che di aulico, mistico e magico l’apparato messo in atto, con una profusione di energie e impegno, oltre che di arti e mestieri, dagli Instabili Vaganti, formazione (potremmo dire duo, Nicola Pianzola da Novara e Anna Dora Dorno da Taranto incontratisi e stabilitisi a Bologna) attivissimi in questi anni, seppur nella giovane età dei due performer, più all’estero che in Italia. Hanno base nella collina vicino alle Ariette, altro duo creativo, sentimentale, affiatato: e forse non è un caso, la campagna da una parte con i suoi silenzi e i viaggi e il cosmopolita che tutto ruota e vortica attorno. E’ proprio il loro essere girovaghi e giramondo che ha fatto sì che in questi dieci anni abbiano intessuto rapporti e relazioni, attraverso spettacoli ma soprattutto workshop in ogni parte del globo, in svariate performazioni 4giugno altre 4zone del mondo: dalla Corea all’India, dal Messico alla Cina, Uruguay e Cile. Proprio in questi giorni è uscito, edito dalla Cue Press, il loro volume “Stracci della memoria” che racchiude il loro polifonico e prolifico percorso fino a questo momento ricco e intenso.
Ed è nella “Celebrazione” che l’anima e lo spirito più profondi degli Instabili viene fuori con tutto il suo bagaglio di respiro e attesa, di quella preghiera laica dell’uomo per l’uomo, quell'andare in profondità fino alla conoscenza ultima del sé, della consapevolezza, del vivere, del sentire l’altro come parte essenziale e integrante di condivisione, di riflesso, di specchio, di unione. Si percepisce, si scandaglia, si morde il tutt’uno che hanno creato in una settimana di lavoro all’interno dell’affascinante Chiesa San Filippo Neri con i performer giunti da tutto il mondo, unione artistica e d’intenti. “La Celebrazione” (ideazione e regia di Anna Dora Dorno) è un canto, un inno alla gioia e alla vita, allo stare, al dialogo come all’introspezione perché non può esistere l’una in assenza dell’altra. L’attesa è quella dei riti pagani che si muove attorno, con forza concentriche a creare vento e armonia, con il movimento fresco di vestali, in bianco, in nero, in rosso, a creare un vortice che sa di mare, di nuove energie immesse in questo spazio dalle volute altissime, dai soffitti scrostati, dagli affreschi, dall’incastro incastonato tra il recupero dell’antico e la valorizzazione dell’intervento conservativo contemporaneo.
performazioni 4giugno altre 7Su un piccolo palchetto rialzato al centro cinque interpreti, cinque lingue, Messico, Italia, India, Corea, Romania, comunicano attraverso l’universalità gutturale di suoni ancestrali che riecheggiano e trovano sponde tra queste mura che sanno di storia, che profumano di vita passata. I drappi rossi avvolgono come fiamme, come abbraccio di mamma, come fasce di sangue dopo una nascita travagliata. Ed è nell’immenso bianco attorno che la centralità di questa piccola piramide umana si esalta ed esplode in un mantra che sale e spiazza, scroscia e s’impenna fino alle vette per poi ridiscendere e infilzare, impilare, impalare gli uditori in un rimando continuo che colpisce occhi, cuore, orecchie. E’ avvolgente, indubbiamente, quest’ora contemplativa che ci accompagna verso le viscere della terra, dentro le pieghe del tempo. Scricchiola il pavimento come un lago fatato ghiacciato che sta per spaccarsi fino a condurci in un’altra dimensione, parallela, sotterranea, sottocutanea. La parte sonora coccola, liscia come una lingua mentre monta la moltitudine in un canto ritmato di piedi a battere e sobbalzare la terra a creare un’immagine di rilievo, solida e compatta, come il "Quarto Stato" di Pellizza da Volpedo, un muro spesso pronto alla corsa d’impatto, a non squagliarsi sotto il sole, un’onda vibrante dove si muovono all’unisono tutti e trenta i performer in un ammasso che dondola, scintilla, scivola, trema.performazioni_4giugno_altre (9).jpg
Siamo davanti ad un matrimonio ma anche ad un canto sofferente, uno sposalizio festoso e il suo contrario funebre, il ritmo della vita e il sacrificio sull’altare, il dolore come lo sprizzo solare: è la vita in tutti i suoi colori. I teli rossi si agitano come arpioni conficcati sul dorso della balena. Sembrano uscire stralci di Mito, Ulisse tra i flutti, Ercole e le sue fatiche, Atlante con il mondo sulle spalle. performazioni_4giugno_altre.jpgUrlano “Pain” ansimando in un afflato carico di meraviglia e il coro gira come dervisci, come zombie attorno al ponte levatoio. Sale la tensione, la scena si scompone e ricompone, ad elastico, trova un suo equilibrio prima di decostruirsi nuovamente in questa fragilità dolce, in questa precarietà strutturata, in questa cantilena-altalena di emozioni, di carezze, di passaggi, di sfioramenti sensuali. Nel loro cammino, spirituale e ateo, tra sacro e profano, c’è spazio per il ricordo, “Remember” ripetuto all’infinito, fino all’assuefazione.
L’eco crea pathos e adrenalina, enfasi e partecipazione; ecco la svedese che sciorina il suo appuntito discorso, la brasiliana che dal pulpito morbidamente incuriosisce, ecco Nicola Pianzola (in questo frangente molto vicino alla recitazione di Pippo Delbono) che traduce “This is the end” dei Doors prima che parta, ecumenica e trasognante, isterica e allucinogena, la voce di Jim Morrison graffiata e graffiante, mai morta, prima del ballo collettivo, orgiastico carnascialesco di braccia levate al cielo ad invocare quel dio, terreno e tattile, concreto e umano, del giusto, della verità, dell’ascolto, della vicinanza: un inno alla vita in tutti i suoi aspetti.

Visto all’Oratorio San Filippo Neri, Bologna, il 5 giugno 2018

Tommaso Chimenti 09/06/2018

Venerdì, 25 Maggio 2018 11:21

Il fanatismo miete sempre nuovi "Martiri"

MILANO – Siamo sempre a rimproverare i giovani che non hanno ideali, che non hanno sogni né desideri, che non si impegnano nel civile, che non hanno idee politiche, che pensano soltanto ai testi fumosi della musica trap e allo smartphone. E poi, appena ne troviamo uno che si imbatte, si butta e si infervora su un tema, abbracciando completamente un argomento e una causa, allora il nostro paternalismo e protezionismo ci fa saltare sulla sedia se quest'ideale non si confà a ciò che avremmo pensato che un adolescente potesse seguire. Mi spiego. Grazie al testo “Martiri”, che è tedesco si sente per formazione, durezza, piglio, di Marius von Mayenburg, il regista Bruno Fornasari, grande conoscitore della drammaturgia europea e scopritore di nuove riflessioni e scritture in giro per il martiri1Vecchio Continente, ci porta dentro un terreno a lui caro, quello dell'ambiguità religiosa, del dogma, della dittatura culturale, dell'autoritarismo delle istituzioni che limitano, ingabbiano, schedano le libertà. La sua è una battaglia, anche politica e politicamente scorretta, fatta per aprire e ampliare il pensiero, scatenare il dibattito non soltanto in una forma sterile di provocazione (a Fornasari non interessa) ma instillando a piccole dosi, a gocce di veleno, quei germi per generare pensiero ora vedendoci da una parte adesso dall'altra, ora salvando e perdonando l'uno, adesso condannandoci. E' un processo difficile il rimettere in discussione le nostre certezze statuarie della nostra società occidentale.

Qui, in “Martiri” (che è un perfetto continuum della “Scuola delle scimmie”, scritto da Fornasari, che ha debuttato a gennaio scorso), il “nemico” è tutto interiore; nessun scontro di culture e nessuna guerra di religione, anche se è proprio di religione (in senso stretto ma anche in senso lato) che si parla. Un adolescente, appena passato dal mondo dell'infanzia alla scuola superiore, uno che secondo gli adulti dovrebbe fare come i suoi compagni, un po' instupiditi un po' vuoti perdendosi in giochi e trastulli, comincia a leggere l'Antico Testamento e a trovarci dentro risposte chiare e soluzioni lampanti, inizia a spulciare versetti e a riconoscere tra quelle righe regole certe e ferree, la giustizia e la giustezza per incasellare questo mondo che sta andando alla deriva, che si sta liquefacendo nella lascivia, nella dissoluzione, nel peccato. E' qui messo in discussione il martirifornasarimondo degli adulti che non sanno reagire dando un'alternativa alla radicalizzazione cristiana, aggressiva e violenta, del ragazzo ma scendono sullo stesso piano di accuse e veti autoritari. Lo sfondo rosso è sempre presente e pulsante perché i cambiamenti e le rivoluzioni hanno sempre bisogno di sangue fresco e le idee si cibano e si abbeverano come Dracula ad un cocktail.

Da questo testo nel 2016 è stata tratta una pellicola russa, presentata anche a Cannes, con il titolo “Parola di Dio”. Ma se i russi ammantano e dispensano tutto di dramma insolubile, Fornasari applica la sua ricetta (con un manipolo di ottimi attori diplomati alla scuola dei Filodrammatici, veramente pronti) che in questi anni ha ben funzionato nel loro teatro vicino alla Scala: un testo solido ha bisogno, per entrare più in profondità nel midollo, di quell'ironia scanzonata e di quegli incastri e incroci di senso tra il leggero sorriso e il punto di domanda che dentro nasce come fungo dopo una pioggia battente. In questo i balletti e le coreografie, le canzoni pop (non poteva mancare Jesus Christ Superstar o la hit sanremese di Gabbani con le teste di scimmie), danno il giusto (di)stacco e risalto alle scene, fermando e confermando, esaltando e imprimendo in uno scorrimento drammaturgico che suggestiona e spiazza, sorprende e incuriosisce senza mai perdersi nella ripetizione né nella scontatezza.

Gli adulti vogliono realmente che i ragazzi siano liberi ed abbiano un pensiero proprio e originale e non omologato? Dall'intelligente “Martiri” non sembra proprio, anzimartiri2 appare come un'inquietudine continua e sferzante doversi rapportare ad un ragazzo che ha preso la sua vita nelle proprie mani e la sta direzionando, con forza e nettezza certo, verso la strada che vuole seguire, anche contravvenendo alle regole sociali imposte, alle leggi stabilite e in maniera consuetudinaria accettate. Già perché anche la democrazia è la dittatura del 51% e lo Stato non sempre è dalla parte del cittadino. Le parti della Bibbia più cruente e sanguinolente, più splatter e truci e violente, innescano in Benjamin un sentimento di pulizia e chiarezza con regole certe e pene e punizioni ancora più limpide in una semplicistica limitazione della libertà personale. Ma se gli adulti si fermano con il dito puntato a urlare l'errore, tacciando l'alunno di aver passato il segno e contravvenuto alle verità imposte, il giovane si schiera con ancora più forza e convinzione chiudendosi a riccio nel suo sistema rassicurante di dogmi.

Ma il fanatismo religioso e intollerante del ragazzo (Luigi Aquilino, una marcia in più, energico e suadente) innesca tutta un'altra serie di dinamiche tra gli adulti: il preside (Eugenio Fea efficace) che per non avere problemi giustifica il ragazzo e mette all'angolo la professoressa sparring partner, la madre, serenamente isterica (Denise Brambillasca, sveglia), dell'allievo che scarica sull'istituzione-Scuola il compito della formazione del figlio, il professore di ginnastica che vorrebbe risolvere la questione in modi spicci, il parroco (puntuale Daniele Vagnozzi) che vorrebbe utilizzare questa foga per cercare nuovi adepti ad una Chiesa morente, la professoressa di biologia (Gaia Carmagnani, decisa, attenta), l'unica veramente ad avere a cuore l'allievo e che, per questo, tenta, finendo per perdersi, di martirifornasari2comprenderlo ma senza buonismi. Da una parte c'è un giovane che prende alla lettera le Sacre Scritture (come i Testimoni di Geova o gli islamici radicali) su temi come il sesso, la questione femminile, la giustizia, il pudore, la vergogna. Il ragazzo diventa la pietra scagliata nel vetro, l'ago che fa scoppiare il palloncino, il crack inaspettato nel tranquillo tran tran delle generazioni scardinando l'assioma che gli anziani indichino la via e i giovani la seguano, ribellandosi un po' certo, ma sempre incasellati e rimessi in riga da punizioni e ricompense, bastone e carota.

Questo ragazzo ci mette davanti allo specchio quello che siamo diventati, “Il vostro Dio è un hippie” (Simone Previdi, un Dio figo in bianco, guru californiano, carismatico), adulti che si condonano ogni pena, che si abbuonano e perdonano peccati più o meno veniali, che cercano la salvezza nella carne e in un presente fatto di cose materiali. Sarebbe troppo facile vedere, soltanto, nel ragazzo l'ingranaggio che ha deragliato, il mattone uscito male dalla fornace, il folle con idee strampalate da far rigare dritto con le buone o con le cattive. Forse i Martiri siamo tutti noi, consacrati sull'altare di credo finti e squallidi pronti ad interpretare quando ci torna comodo, sempre benevoli e accoglienti verso i nostri errori. La nostra croce sono gli altri con i quali, volenti o nolenti, dobbiamo farci i conti. Chi è davvero fanatico in un mondo dove i matti pensano che i veri pazzi siano sempre gli altri?

Tommaso Chimenti 25/05/2018

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