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Non c’è forse luogo più adatto ad accogliere il “Sogno di una notte di mezza estate” di Shakespeare del Globe Theatre di Roma. La più nota delle commedie del Bardo, infatti, prende vita al confine tra la città – Atene – e il bosco, in cui il sovrannaturale incontra l’umano, dove la notte sbiadisce il confine netto tra realtà e irrealtà tanto da consentire l’apparizione di fate, folletti e delle innumerevoli creature che popolano il bosco. Gli elementi di fondo dell’opera, poi, sono già elencati nel titolo della stessa: alla notte e al sogno, si aggiunge il solstizio d’estate, il momento di passaggio dalla stagione primaverile a quella estiva, contrassegnata in varie culture e Paesi da riti e feste connesse alla fertilità. Tre, come è noto, sono i mondi – e almeno altrettanti i livelli di lettura – che caratterizzano l’opera shakespeariana: quello reale del duca di Atene Teseo e della futura sposa Ippolita, quello incantato del bosco popolato da ogni sorta di creatura, e quello degli attori popolani che, nell’amata tradizione elisabettiana del play within the play, provano nel bosco la Lamentevolissima commedia e la crudelissima morte di Piramo e Tisbe, tutta da ridere. 

Sogno 1

Il Sogno in scena al Globe è di provato successo e si ripete ormai da tredici anni. La regia di Riccardo Cavallo, oggi scomparso, accompagna ancora lo spettacolo. Grande spazio qui, forse troppo, viene dato al versante comico vero e proprio: la strampalata e inesperta compagnia di attori che prova la commedia di Piramo e Tisbe compie numerose incursioni sulla scena e il quintetto di attori dalla parlata partenopea, capitanati dal bravo Marco Simeoli, diverte e conquista il pubblico. Ad unire il mondo naturale e quello fantastico è il succo di viola del pensiero che Puck, interpretato da Fabio Grossi, stilla sulle ciglia di Lisandro attivando la serie di malintesi tra i quattro amanti ateniesi che sarà lo stesso folletto a dover risolvere, su ordine di Oberon. Lo stesso succo, poi, consente a Titania di innamorarsi di Bottom, che ha subito intanto una metamorfosi asinina. La sua passione per l’uomo-bestia è il lato più oscuro dell’eros rappresentato nel dramma. Buona la prova dei quattro amanti ateniesi, così come quella di Titania e Oberon, interpretato da Carlo Ragone che sorprende il pubblico anche cantando. La musica, infatti, gioca un ruolo fondamentale nella messinscena: la luna che osserva quieta la fuga nel bosco e segue dall’altro gli intrecci del dramma prende vita attraverso la Casta Diva di Bellini, più volte accennata con buona pace dei puristi. Sogno 2


Scarna la scenografia – come d’altra parte lo era nel teatro elisabettiano – ma d’effetto, allestita da Silvia Caringi e Omar Toni e buoni i costumi confezionati da Manola Romagnoli. In Sogno, che non prevede parti singole da protagonista, è la buona prova corale a fare la differenza. Qui è il riso, o meglio il sorriso, a vincere sul pianto e lo stesso Shakespeare sorride della sua storia nel finale tramite Bottom, che riprese le sue sembianze umane non è in grado di spiegare cosa gli sia successo e fornisce una chiave di lettura dell’opera affermando: «Ho avuto una visione incredibile…un sogno tale che nessun essere umano può dire che razza di sogno era». La stessa idea che fornisce la voce di Oberon fuori campo, quando riprendendo le parole dello spiritello Ariel della Tempesta afferma: «Noi siamo fatti della stessa sostanza dei sogni e la nostra breve vita è circondata da un sonno».

Pasquale Pota 15-07-2019

Nato nel 2017 da un’idea di Gabriele Russo, in occasione del “Glob(e)al Shakespeare”, ed insignito del premio dall’Associazione Nazionale Critici di Teatro come miglior progetto speciale, Tito/Giulio Cesare ha debuttato a marzo al Teatro Bellini di Napoli, per poi andare in scena dal 7 al 12 maggio al Teatro Argentina di Roma. Lo spettacolo è strutturato in due atti distinti, ciascuno dei quali incentrato su una delle due figure storiche trattate e curato da un proprio drammaturgo e regista: il testo di Tito è stato scritto da Michele Santeramo per la regia di Gabriele Russo; Fabrizio Sinisi, invece, firma Giulio Cesare, per la regia di Andrea De Rosa.

Dopo anni lontano dalla patria e dalla famiglia, il generale Tito fa ritorno a casa. Marco Andronico, suo fratello, lo aspetta per annunciargli la nomina ad imperatore. Questo è il volere del popolo, a discapito dei principi Bastiano e Saturnino, legittimi eredi al trono. 811ebeb995a22870e562dc4cc35a49b1 XL
Tito, stanco di lotte decennali, rifiuta: desidera solo la normalità. Ma è una prospettiva irrealizzabile perché un nuovo campo di battaglia, il più decisivo e sanguinario, avrà luogo proprio all’interno delle mura di casa. Come trofeo di guerra, il generale ha portato con sé la regina del paese sconfitto, assieme ai figli e allo schiavo-amante. I figli di Tito chiedono vendetta a nome dei propri fratelli persi in battaglia, invocando la morte di uno dei prigionieri. A essere orrendamente trucidato sarà il figlio più piccolo, “il migliore perché quello con più futuro”: sarà la miccia di una inevitabile escalation di omicidi compiuti per vendetta, che porterà alla decimazione dei personaggi. Tito è, tra le opere Shakespeariane, la più cruenta: la volontà degli autori è porre lo spettatore di fronte ad una esasperante condizione di violenza. La scena dell’abuso di Lavinia e le varie esecuzioni sono caratterizzate da una fortissima componente splatter che sembra ribaltare la condizione del pubblico da semplice spettatore a complice passivo e silenzioso. Il colore rosso che timbra il corpo dei colpevoli è un espediente di forte impatto visivo che evoca il sangue versato in sacrificio. A scandire il ritmo della narrazione concorrono anche la musica, i costumi e le luci, in un alternarsi di pathos e amari sorrisi.

Giulio Cesare 1Fabrizio Sinisi opta per una lettura politica del testo shakespeariano, che è stato modificato in modo da ridurne il numero dei personaggi, preservando tuttavia i ruoli più adatti alla trasmissione del messaggio. È una trovata finalizzata ad una precisa riflessione sul ruolo dello Stato e delle figure che lo caratterizzano. Cesare perde la propria individualità per divenire l’immagine rappresentativa della res publica. Intanto Bruto, Cassio e Casca portano sulla scena tre visioni alternative del potere. Antonio, che fino a quel momento era rimasto sullo sfondo, ad evocare un ideale lavoro di sepoltura del corpo di Cesare, guadagna la scena, afferrando un radiomicrofono e rivolgendosi alla platea con atteggiamento da moderno entertainer. Si compie così un radicale cambio di tono dello spettacolo, che da epico assume contorni pop, nei quali riecheggia lo stile di Mario Martone, con cui De Rosa ha spesso collaborato.

Tito/Giulio Cesare costituisce un esperimento di riscrittura innovativa dell’opera classica, capace di rileggere in chiave contemporanea un testo classico ed universale, compiendo un’efficace analisi della società attuale e dei suoi risvolti socio-economici.

12/05/2019
Francesco Caselli, Federica Cucci, Lorenzo Ciofani, Valeria De Bacco, Silvia Piccoli, Noemi Riccitelli

Torna al Teatro Bellini di Napoli la rilettura di Tito Andronico e Giulio Cesare di Shakespeare operata da Michele Santeramo con regia di Gabriele Russo, nel primo caso, e da Fabrizio Sinisi con regia di Andrea De Rosa nel secondo. Due tragedie, o meglio un tentativo di tragedia e un’opera compiuta del Bardo, riportate in scena con l’intento di dimostrare la sua genialità e attualità quando si parla di potere, anche a distanza di cinque secoli. Il Tito Andronico è il primo tentativo di tragedia di Shakespeare, di gran lunga superato dalle opere successive. Il forte influsso senecano che caratterizza l’opera fa sì che l’orrore sovrasti irrimediabilmente il terrore in una catena di delitti raccapriccianti ed eccessivi, vera e propria rappresentazione splatter ante litteram, particolarmente apprezzata dagli spettatori del tempo. Non basta l’assassinio da parte di Tito del figlio minore della regina dei Goti Tamora: la donna, infatti, attua la sua vendetta tramite i suoi due figli, che uccidono il primogenito del generale e abusano di sua figlia Lavinia, lasciandola morente senza lingua e con le mani amputate. Con quegli stessi moncherini sanguinanti, poi, Lavinia traccerà nella sabbia i nomi dei suoi aggressori, che saranno a loro volta uccisi. Una catena di delitti infernale, che la riscrittura di Santeramo non manca di sottolineare con una certa ironia. La brama di potere, simboleggiata da una corona sospesa al centro del palco, è il motore trainante dell’opera, che si sofferma piuttosto sulle conseguenza del suo raggiungimento spesso brutale. Tito Giulio Cesare 1


Ed è proprio questo il tema di fondo che unisce la prima riscrittura shakespeariana a quella di Sinisi e De Rosa: il raggiungimento del potere, tema di fondo di tutte le histories del Bardo, è eviscerato attraverso le riflessioni di Bruto, Cassio e Casca, tre cospiratori dell’assassinio di Cesare. Il corpo del tiranno è posto al centro del palcoscenico, in attesa di essere sepolto da Antonio, che intanto si domanda cosa possa venire dopo Cesare. L’impianto scenico, ideato da Francesco Esposito, accomuna le due rappresentazioni con piccole modifiche. Le prime file della platea del Teatro Bellini risultano smantellate per far spazio ad un lungo palcoscenico che sembra voler inglobare il pubblico secondo quell’idea partecipativa del teatro elisabettiano, in cui gli spettatori più ricchi potevano occupare persino il palcoscenico. Un sistema di botole consente agli attori di sfruttare lo spazio sottostante il palco, mentre le quinte risultano quasi inutilizzate nel Tito Andronico, i cui attori occupano i lati dello spazio scenico in una sorta di coro che assiste e commenta ciò che vede. Assai discutibile appare invece la soluzione di Sinisi e De Rosa di mettere in musica la battaglia di Filippi nel finale del Giulio Cesare, una guerra che si immagina combattuta a colpi di bombe e gas letali per i nemici. Tito Giulio Cesare 2


Tito/Giulio Cesare nasce nell’ambito del progetto “Glob(e)al Shakespeare” presentato al Teatro Bellini nel giugno 2017 durante la decima edizione del Napoli Teatro Festival. In scena nel primo atto Roberto Caccioppoli, Antimo Casertano, Fabrizio Ferracane, Martina Galletta; nel secondo, invece, Nicola Ciaffoni, Daniele Russo, Rosario Tedesco, Isacco Venturini.

Pasquale Pota 26/03/2019

Un sogno nella notte di mezzestate, in scena dal 15 al 22 di novembre al Teatro Studio “Eleonora Duse” di Roma, è un’opera grande, in due sensi. Innanzitutto, letteralmente: non taglia, non accorcia, non comprime, mantiene i tempi e la struttura del capostipite, il testo shakespeariano non a caso tra i più rappresentati dell’autore. E poi nel senso figurato: nei suoi oltre 120 minuti di spettacolo supera ripetutamente le aspettative di uno spettacolo ambizioso, fedele e al contempo declinato nell’attualità, producendo una pozione, un farmaco dagli effetti allucinogeni, sì, ma anche benefici.
Quando si avvicina a una messa in scena di William Shakespeare, i sentimenti del pubblico sono dei più disparati: dalla speranza di assistere a qualcosa di nuovo, allo scetticismo e al timore che, nel disperato tentativo di ricerca, lo spirito originario si sia disperso del tutto. Per questo il percorso di Tommaso Capodanno, regista diplomando, con questo saggio, dell’Accademia Nazionale d’Arte drammatica “Silvio d’Amico”, è pregevole. Il testo, curato nella traduzione (coraggiosa) curata dallo stesso Capodanno insieme a Matilde D’Accardi, è abbondante ma, grazie a una dieta registica minimale attentissima ai dettagli, risalta leggero. Nei versi corre una musicalità sotterranea, nascosta in bella vista: frequenti le parole in rima, quasi mai accentate dal parlato, molto più vicino alla spontaneità che a qualsiasi metrica. Si ha quindi una percezione vaga, ma consistente, della poesia, che ben si addice tanto a un autore sacro quanto alla sua opera dissacrante.
La regia, che non invade gesti e parole, si manifesta visionaria nella capacità di riempire una scena spoglia di personaggi solidi, sfaccettati nella loro schiettezza, con pochi ma significativi costumi (a cura di Graziella Pepe e Alessia Gentile) e tanto simbolismo. Togliersi le scarpe col tacco equivale all’abbandono della civiltà ateniese, verso la follia senza legge né morale del bosco. Le maschere sono tali dentro il palco, ancor prima che fuori. L’imbroglio, lo scambio di ruoli e generi sessuali è reale, non reso necessario dall’avvicendarsi dei tanti attori (14) ma da scelte che approfondiscono l’interpretazione della trama. Il principio metateatrale, sprezzante e autoironico nel finale di Piramo e Tisbe, è applicato a tutto lo spettacolo, per giunta su più strati. Assistiamo perciò a scene stranianti dal fortissimo potenziale immaginifico: rave orgiastici nel bosco, danze d’accoppiamento, riti scambisti e, infine, l’alba del risveglio, dello svelamento e del rivestirsi, senza che niente risulti di troppo.
Domata quindi la bestia della rilettura di un classico, il regista capitalizza il tutto con la performance maiuscola dei suoi interpreti, tutti puntuali alla sillaba, nonostante il peso del “sogno” ricada anche sulle loro spalle. Lacrime, risate, paure e desideri sono evocati con stratagemmi estremamente esigenti, come le metamorfosi del “Chiappo” di Domenico Luca o il Puck “gemellare” di Aaron Tewelde e Nicoletta Cefaly, dall’inquietante e incredibile recitazione all’unisono. Da menzionare anche le luci di Camilla Piccioni, capaci di scolpire dal buio atmosfere deliranti o da brivido, secondo necessità.
Un sogno nella notte di mezzestate” si rivela quindi una ricetta complessa, stratificata, audace e di grande responsabilità, che riesce a saziare anche il palato più esigente con la ricchezza del suo gusto, cui convergono i suoi tanti e tali ingredienti. Non era facile immaginare uno Shakespeare così, e ora non è facile dimenticarlo.

Andrea Giovalè
16/11/2018

Dal prossimo giovedì 15 novembre in scena al Teatro Studio "Eleonora Duse" di Roma una tra le opere più conosciute, di successo e sfaccettate di William Shakespeare: per la regia dell’allievo regista Tommaso Capodanno, diplomando all’Accademia Nazionale d’Arte drammatica “Silvio d’Amico”, “Un sogno nella notte di mezzestate” resterà in scena fino al successivo 22 novembre.
Proprio per le sue molte sfaccettature, il celebre “Sogno” è stato riletto e reinterpretato innumerevoli volte da altrettanti autori e attori protagonisti del teatro. Ciononostante, ancora oggi non fatica a donare punti di vista attuali e, più che moderni, contemporanei. Nelle parole del regista, “Lo spettacolo diventa un urlo contro le imposizioni e le finte regole, contro il potere maschile e maschilista. Shakespeare è un profondo conoscitore dell’animo umano e, anche a distanza di secoli, questa sua favola può essere una perfetta riproduzione della nostra modernità e di attuali necessità”.
Lo spettacolo, d’altronde, non è ricco soltanto di significati, ma anche di voci. Ben 14 saranno i giovani attori dell’Accademia a prendere parte al gioco di ruoli, tranelli, menzogne, desideri, incantesimi, scherzetti e verità: Matteo Berardinelli, Maria Chiara Bisceglia, Nicoletta Cefaly, Simone Chiacchiararelli, Carolina Ellero, Marco Fasciana, Lorenzo Guadalupi, Domenico Luca, Marco Valerio Montesano, Tommaso Paolucci, Francesco Vittorio Pellegrino, Francesco Pietrella, Rebecca Sisti, Aron Tewelde.
Tutti protagonisti, pochi costumi, tante maschere e nessuna scena, questi gli indizi di una regia che intende esaltare la spettacolarità, nel vero senso della parola, del testo shakespeariano. Questo l’obiettivo del saggio di diploma di Tommaso Capodanno (occupatosi anche della traduzione dall’originale, insieme a Matilde D’Accardi), accoglierci in un bosco magico che ha il sapore di rave party, parlare diversi linguaggi scenici e oltrepassare i confini stessi del teatro. Ancora nelle sue parole: “Tra sessualità e delirio onirico, come in una favola orgiastica, “Un sogno nella notte di Mezzestate” è un inno alla libertà, alla femminilità. Un inno alla vita.
Appuntamento al Teatro Studio “Eleonora Duse” di Roma, in Via Vittoria 6, tutti i giorni dal 15 al 22 novembre, sempre alle ore 20 tranne la domenica, alle ore 18. Ingresso gratuito con prenotazione obbligatoria, al numero 334 1835543.

Andrea Giovalè
12/11/2018

Su un’isola imprecisata – forse del Mar Mediterraneo – lontana da ogni rotta e senza nome, Prospero e sua figlia Miranda vivono esiliati dopo che Antonio, fratello di Prospero, ha usurpato il suo ducato di Milano con l’aiuto di Alonso, Re di Napoli e suo amico. L’isola deserta, luogo quanto mai simbolico, era popolata prima dell’arrivo del ramingo duca di Milano solo dal mostruoso Calibano e dallo spirito Ariel, lì imprigionato. Lo spazio ridotto dell’isola è luogo della mente, ma anche dello spazio teatrale – giacché coincidono – e rifugio estremo da un mondo in cui non ci si riconosce più: «e noi tutti abbiamo ritrovato noi stessi quando nessuno era ormai più se stesso» avrà modo di dire Gonzalo, consigliere anziano del re. Su quest’isola Prospero ha tentato, umanisticamente e faustianamente – il suo nome è non a caso la traduzione del latino Faustus, nome dell’eroe di Marlowe – di imporre la propria cultura e il proprio potere, schiavizzando il solo abitante umano dell’isola, Calibano, e lo spirito Ariel. Shakespeare, dunque, affronta nella sua Tempesta anche la questione morale relativa al nascente colonialismo – che avrebbe raggiunto il suo picco durante l’Età vittoriana – oltre che trattare tutti i temi magici già presenti in Sogno di una notte di mezza estate, il racconto dell’innamoramento e della tenebra insondabile che si nasconde nel cuore dell’uomo. 1


Daniele Salvo si imbarca nell’impresa di portare in scena una delle opere più note del Bardo, complessa – come tutte le sue maggiori – e ricca di suggestioni. Il suo Prospero è Ugo Pagliai, uno dei pilastri del teatro italiano, che regge perfettamente il suo ruolo dall’inizio alla fine dello spettacolo. Lo accompagnano Melania Giglio, nel ruolo di Ariel, Valentina Marziali – la figlia Miranda –, Carlo Valli, Martino Duane e Tommaso Cardarelli, rispettivamente nelle parti di Antonio, il Re di Napoli e suo figlio. A scene ben orchestrate e di grande effetto – come i numerosi ingressi di attori dalla platea e la celebre tempesta iniziale – ne seguono alcune di minore impatto, come le parti comiche talvolta inutilmente forzate: il trio comico di Mimmo Mignemi, Marco Simeoli e Gianluigi Fogacci – ovvero Stefano, Trinculo e Calibano – diverte il pubblico ma pare forzare eccessivamente e inutilmente la comicità sottile dell’opera. E se Rabelais affermava che «rider soprattutto è cosa umana», le scene comiche dello spettacolo, care a Shakespeare e ai suoi contemporanei che vedevano il riso e il pianto come mai completamente scindibili, confermano anche quanto sia più difficile suscitare il riso che il pianto. 2


L’ottimo impianto scenografico, ideato da Alessandro Chiti, permette di riprodurre perfettamente la tempesta iniziale e si adatta alle numerose necessità dello spettacolo. L’isola che Calibano, nel linguaggio stranamente poetico che Shakespeare dona a lui, rozzo e deforme abitante dell’isola, definisce «piena di rumori, di suoni e di dolci melodie» si anima grazie al corpo di ballo e alla presenza di Ariel spirito che, come il Puck di Sogno, è quasi impalpabile tanto rapido e leggero – «tu che non sei che aria» gli sussurra Prospero – ha qui piuttosto qualcosa del Gollum dell’universo tolkieniano. La musica, curata per lo spettacolo da Marco Podda, pervade La Tempesta dall’inizio alla fine ed è impersonata proprio da Ariel, signore della danza e del canto. Ma nonostante la sua dolcezza, la morale è piuttosto amara: se Antonio non ha avuto esitazioni nell’esiliare suo fratello, legittimo duca di Milano, e Stefano non esita quando istigato da Calibano ad uccidere Prospero per impadronirsi dell’isola, allora si può legittimamente affermare che ogni personaggio in talune circostanze può arrivare a ferire o ad uccidere: i meandri dell’animo umano sono ancora una volta insondabili, come già rivelato da Amleto o da Macbeth. Nel finale, l’incantesimo si spezza: Prospero si rivolge agli spettatori con alcuni dei versi più celebri di tutto il teatro shakespeariano, con quello che secondo molti costituisce il commiato di Shakespeare dalle scene e, forse, la sua intera interpretazione del teatro: «Questi attori, come ti avevo detto, erano solo fantasmi e si sono sciolti in aria sottile…noi siano fatti della stessa sostanza dei sogni e la nostra piccola vita è cinta di sonno».

    Pasquale Pota 07-10-2018

Per gli spettatori dell’epoca elisabettiana che affollavano il Globe Theatre, il Rose o il Curtain ciò che contava nella rappresentazione teatrale – e nei drammi storici in particolare – era la riuscita della messinscena e la forza con cui gli attori riuscivano a rendere i personaggi, indipendentemente da rivisitazioni più o meno fantasiose che Shakespeare e i drammaturghi elisabettiani talvolta operavano. Questa necessità è viva ancora oggi che gli eventi della storia inglese narrati dal Bardo sono secoli alle spalle degli spettatori: ciò che conta ritrovarvi, dunque, è quella esplorazione di tutte le pieghe dell’animo umano, quella capacità di Shakespeare – e di Dante prima di lui – di analizzare e raccontare i vizi e le virtù degli uomini, ovvero di indagare quello che il poeta fiorentino aveva definito «il gran mare dell’essere» nel primo canto del ParadisoRiccardo II 1


La precisazione appare necessaria alla luce del progetto “Who is the king” di Lino Musella, Andrea Baracco e Paolo Mazzarelli, in anteprima per due serate al Teatro Galleria Toledo nell’ambito del Napoli Teatro Festival, poi al Teatro Franco Parenti di Milano dal 9 ottobre. Il progetto prevede quattro spettacoli che mettano in scena gli otto drammi storici di Shakespeare nel corso di due triennalità, facendo dei primi due episodi l’inizio di un lungo viaggio nelle histories shakespeariane. L’idea di Musella e Mazzarelli – responsabili di regia e drammaturgia, oltre ad essere in scena – nasce dalla considerazione che gli otto drammi storici – esclusi il Re Giovanni e l’Enrico VIII che aprono e chiudono il ciclo – formano un racconto in serie della storia d’Inghilterra dal 1370 al 1490, una vera e propria saga del potere e della smisurata ambizione umana. Shakespeare, insomma, aveva anticipato quel meccanismo oggi esplorato in tutte le sue forme dalla serialità televisiva: il pubblico veniva accompagnato episodio dopo episodio alla scoperta delle grandi storie. I personaggi vengono seguiti nella loro parabola – quasi sempre – discendente: l’acquisizione del potere, la corruzione che questo genera in chi lo detiene, le lotte per mantenerlo fino al passaggio di testimone al protagonista successivo. E così, Enrico IV, il Bolingbroke raccontato nel Riccardo II, viene rappresentato da Shakespeare nell’Enrico IV parte prima, come affatto dissimile dal Riccardo a cui ha usurpato il trono: scosso nell’animo e pentito, costretto a rimandare un viaggio in Terrasanta per chiedere perdono dei suoi peccati. Riccardo II 2


La messinscena pensata da Musella e Mazzarelli, a fronte di buone prove attoriali da parte dello stesso Mazzarelli nei panni di Riccardo II e di Massimo Foschi (Gaunt in Riccardo II e sovrano nell’Enrico IV), manca talvolta di quello spessore che caratterizza l’opera shakespeariana. Ciò che fa di Riccardo II un personaggio notevole è la compresenza in lui di istinti nobili e bassi, il suo essere un letterato e squisito conoscitore delle arti e al contempo tanto ignobile da invocare la morte dello zio Gaunt e da esiliare ingiustamente Mowbray e Bolingbroke, confiscando le terre di quest’ultimo. Il personaggio shakespeariano, la cui vicenda ricorda assai da vicino quella dell’Edoardo II di Marlowe, subisce in scena una vera e propria torsione alla notizia dello sbarco di Bolingbroke sulle coste inglesi, mostrando quella stessa fragilità e quella stanchezza di vivere che sarà propria di Amleto e di gran parte del Novecento. Alla gestione del regno e della crisi politica in atto, Riccardo preferisce l’autocommiserazione e le meditazioni sulla vita e sulla morte: l’incapacità di arrestare gli eventi in corso lo porta ad invocare unicamente l’infallibilità che gli deriverebbe dall’essere un re legittimo, l’Unto del Signore. Se la scelta registica di racchiudere l’intero Riccardo II in poco più di un’ora di spettacolo può essere apprezzabile, assai meno lo è quella di eliminare alcuni passaggi fondamentali dell’opera: la scena della rottura dello specchio dell’atto quarto – che secondo molti costituisce il punto più drammatico della storia – e quella della ritrovata virilità di Riccardo nell’uccidere tre guardie per poi essere ucciso: ne soffre in maniera considerevole la complessità e grandezza del protagonista. E se nella prima parte della rappresentazione il vero senso del dramma shakespeariano sembra latitare, nella seconda parte – quella dell’Enrico IV parte prima – questo è totalmente assente: non convince, infatti, la scelta di operare un cambio repentino di ambientazione – improvvisamente contemporanea – e di toni, laddove all’eloquio prevalentemente lirico di Riccardo si sostituisce un linguaggio eccessivamente basso e volgare. A ciò si aggiunga una regia a tratti imprecisa nel gestire la grande quantità di personaggi presenti: sfugge talvolta il motivo dell’ingresso e uscita di alcuni, così come l’improvvisa ritirata di chi è in secondo piano prima che la scena sia conclusa. Tutto ciò che accade sul palco dovrebbe avere un senso, e in particolare nel teatro di Shakespeare, che nulla lascia al caso o all’incuria.

Pasquale Pota 11/07/2018

«Vi piacerebbe essere svegliati durante un sogno?» chiede la voce che raccomanda di spegnere i cellulari ad inizio spettacolo, ma è quasi un incubo quello in cui si viene precipitati nei primi momenti della rappresentazione: luci bianche e blu piovono sul pubblico mentre tutti i personaggi corrono giù dal palco e una di loro – Ippolita – viene trainata su attraverso una corda. Il forte impatto visivo è completato dalle poche note da nenia che si trasformano in musica rock. È bene dirlo subito: le interpretazioni troppo ardite dell’opera di Shakespeare quasi mai risultano convincenti, e corrono spesso il rischio di perdere di vista il testo già di per sé perfetto. E invece, la rappresentazione pensata da Terza Generazione - Cantiere Teatrale Flegreo per la regia di Michele Schiano di Cola riesce a cogliere il senso dell’opera shakespeariana facendone emergere la sua vera natura: quella di commedia. È proprio il riso, infatti, in Sogno di una notte di mezza estate, a collegare il mondo umano a quello naturale e alle creature fantastiche che popolano la selva, oltre alla metamorfosi asinina subita da Bottom a causa di Puck, antica figura del folklore nordico, qui vero e proprio deus ex machina della storia. compagnia


Shakespeare dà ulteriore energia al versante comico dell’opera attraverso la recita messa su da Bottom e compagni per allietare le nozze di Teseo e Ippolita che fanno da sfondo agli avvenimenti. La messinscena di Cantiere Teatrale Flegreo pone particolare attenzione all’allestimento comico della Lamentevolissima commedia e la crudelissima morte di Piramo e Tisbe, che risulta la parte meglio architettata e riuscita dello spettacolo: perfetti Pako Ioffredo e Luigi Bignone nei panni dei comicissimi Piramo e Tisbe. La commedia, tra le più note di Shakespeare, presenta già nel titolo alcuni dei suoi elementi fondamentali: il sogno, lo stato tra realtà e irrealtà, la notte, ovvero il momento in cui tutto assume forme alterate, e il passaggio alla stagione estiva, accompagnato in numerose civiltà da riti connessi alla fertilità. Il bosco, poi, luogo del dionisiaco e dell’onirico è contrapposto alla corte, ovvero l’apollineo e la razionalità, due piani contrapposti della narrazione; terzo piano è proprio quello del racconto del mondo degli artigiani, dell’arte: l’intento di Shakespeare è quello di rappresentare uno spaccato sociale del tempo, quello dei mestieranti e attori, attraverso la pratica del play within the play cara agli elisabettiani. puck


L’allestimento è calato, secondo le dichiarazione dello stesso regista, in un contemporaneo non naturalistico e si domanda quale possa essere il significato oggi di fate e folletti, del bosco o del conflitto tra apollineo e dionisiaco. La difficoltà del comprendere lo scarto all’interno della rappresentazione diretta da Schiano di Cola sta proprio nella capacità del Bardo di trattare temi e argomenti che riguardano l’uomo elisabettiano quanto quello del XX secolo, tanto che alcune delle istanze poste dai personaggi shakespeariani sono valide ancora oggi. La messinscena del Cantiere Teatrale Flegreo gioca, poi, su alcuni capovolgimenti: il più evidente e riuscito, quello di un Puck in scena con bastone e occhiali da non vedente e privo di quella velocità e prontezza tipici del folletto shakespeariano. Nel finale, forse, la chiave di interpretazione più convincente dell’opera: Botton cerca di spiegare al pubblico il sogno che ha vissuto, il momento della sua trasformazione in asino, e non vi riesce: un sogno che supera ogni capacità per un uomo di poterlo raccontare.

Pasquale Pota 14/06/2018

E' andato in scena al Teatro Verdi fino al 13 maggio l’acclamato musica “Romeo & Giulietta. Ama e salva il mondo”, prodotto da David e Clemente Zard e diretto da Giuliano Peparini con le sorprendenti coreografie di Veronica Peparini e i vivaci costumi di Frédéric Olivier, vincitori del premio Oscar del Musical nel 2015. Sul palco Giulia Luzi nei panni di Giulietta, Davide Merlini come Romeo, Luca Giacomelli Ferrarini, Riccardo Maccaferri e Gianluca Merolli nei ruoli di Mercuzio, Benvolio e Tebaldo. È il dramma di Shakespeare messo in musica a favore di una fruizione contemporanea che diffonda un classico immortale tra i giovani appassionati delle arti performative, dal teatro alla musica. romeo giulietta3 minAlta qualità nel canto e nella danza resa grazie a un espediente vincente, quello di scegliere talentuosi cantanti/attori e dividerli da quello che è il corpo di ballo. Ognuno porta in scena la propria specialità contribuendo a un risultato finale che lascia senza parole. Oltre alle cristalline e potenti voci dei protagonisti, ma anche dell’intero cast, portatore di una perizia tecnica non scontata, è sorprendente la voce rock di Luca Giacomelli Ferrarini, interprete di un Mercuzio ancor più trasgressivo e affascinante. Una nuova frontiera nel mondo del musical che incrementa il proprio repertorio fatto di titoli come “Tutti insieme appassionatamente”, “La febbre del sabato sera” e “Grease” per aprirsi a produzioni inedite, segno di un genere non esaurito ma in continuo rinnovamento. I versi del noto drammaturgo inglese passano dalla poesia alla musica; il costumista adotta la moda del Cinque-Seicento per trasformarla, plasmarla e avvicinarla al gusto contemporaneo aggiungendo jeans, tulle ed effetti vedo/non vedo che rivelano tatuaggi e fisici statuari. La scenografia è minimal ma animata da proiezioni video: tre pannelli girevoli sullo sfondo, porte laterali su due piani che fungono da quinte e da balcone, una quarta parete come porta che si apre e si chiude mostrando e celando lo spazio scenico. Le coreografie sono l’apoteosi della modern dance con elementi presi dalle danze di strada come la break dance.Romeo giulietta musical1 min

Danzatori e acrobati rappresentano le fazioni rivali dei Montecchi e dei Capuleti, un gruppo soprattutto maschile che mette in danza la lotta, la trasgressione, l’odio e l’amicizia. Il versante femminile è specchio e moltiplicazione della personalità di Giulietta, ora ingenua, ora ribelle e grintosa, ora presunto fantasma. Un’ondata di novità firmata in primis da Veronica Peparini che, come afferma la protagonista Giulia Luzi si è superata in questo rivisitato allestimento del musical. La grinta si veste di colori nuovi soprattutto nella scena della festa che da una parte riprende la vivacità del film di Baz Luhrmann “Romeo + Giulietta”, dall’altra rimanda a un’esuberanza che è propria di “The Rocky Horror Show”. Burattini e automi dominati da chi è al potere, abbigliati in modo stravagante e capaci di un coraggio inedito e che tuttavia non sembra essere farina del loro sacco. La drammaturgia è fedele all’originale shakespeariano ma i costumi e i movimenti, oltre alle canzoni in stile pop che ricordano un po’ la colonna sonora di “Notre Dame de Paris” firmata Riccardo Cocciante, catapultano la storia in un colorato presente e avvicinandola al pubblico contemporaneo. Quest’ultimo rilegge “Romeo e Giulietta” in modo inedito, ritrovando nel plot argomenti che caratterizzano la nostra attualità: l’odio per quello che crediamo sia diverso da noi, il pericolo dell’ira, l’omosessualità, la violenza sulle donne. I tempi sono cambiati ma questi pregiudizi ormai arcaici infestano il nostro quotidiano con irruenza invisibile e ormai immotivata. Per citare Virgilio, l’amore vince su tutto: con spirito didascalico e toni etici, si insegna che l’amore è la chiave di risoluzione; se non riesce a risolvere i conflitti di una generazione di vecchi conservatori, lascia una luce di speranza.

Benedetta Colasanti 14/05/2018

Martedì, 29 Agosto 2017 06:40

Romeo e Giulietta non riescono a resuscitare

SANTA MARIA A MONTE – “Oh, che sarà, che sarà che vive nell'idea di questi amanti, che cantano i poeti più deliranti, che giurano i profeti ubriacati, che sta sul cammino dei mutilati e nella fantasia degli infelici, che sta nel dai-e-dai delle meretrici nel piano derelitto dei banditi”. (Ivano Fossati, “Che sarà”)

Dio è morto, Marx è morto, ma “Romeo e Giulietta stanno bene”. Potremmo parafrasare così il gigante Woody Allen, ossimorandolo, per immergerci nel nuovo testo dell'impegnatissimo Andreakaem2 Kaemmerle. Un testo che, a scanso di equivoci è doveroso riportare, si porta il peso addosso di un'estate lavorativamente faticosa tra l'organizzazione del festival di Volterra e Utopia del Buongusto, un grave lutto all'interno della compagnia Guascone Teatro e un infortunio al ginocchio occorso ad una delle attrici in scena, subendo, inevitabilmente, contraccolpi, sbilanciamenti, disequilibri, perdita di slancio e brillantezza, scivoloni e cadute. Diciamo che questo R&G non è nato sotto una buona stella. Altri recenti testi kaemmerliani ci avevano fatto gridare con veemenza e inneggiare giubilanti alla sua penna (secondo noi sottovalutata dall’establishment teatrale toscano che nei suoi confronti ha sempre storto il naso), al suo stare in scena con forza e grazia, al grande “mestiere” dell'attore fiorentino prestato a Bientina e Casciana Terme.
Piccoli onesti pamphlet portatori sani d’ironia, malinconia, malessere, voglia di vivere e allo stesso tempo carichi di quel vintage patinato, seppiato, rustico e ruvido che faceva sorridere e riflettere delle nostre crisi, delle nostre sciagure miserabili, del nostro essere così fragili e minuscoli in questa grande giostra che è la vita che non riusciamo mai né a capire né tanto meno a comprendere, pur sforzandoci, e fingendo, soprattutto con noi stessi, di esserne i motori, i padroni e proprietari decisionali, sapendo però, nel nostro intimo, di essere soltanto pedine, pedoni di cartapesta che verranno spazzati via dal tempo, dalla storia, del vorticare compulsivo dell'universo.
kaem0Ci ricordiamo “L'uomo tigre” che graffiava, “Lisciami” che carezzava, “Il tamburo sfondato” antibellico, “Vagoni vaganti” sul viaggio dentro e fuori di noi, “Odore di mare” traballante di onde e nostalgia; piccoli artigianali “capolavori” intimi che abbiamo avuto la fortuna di scoprire e gustare, vedere e assaggiare in queste appena passate notti d’estate utopiche. Non ci sentiamo di inserire l'ultima neonata opera in questa lista, certamente per i problemi contingenti emersi che ne hanno afflitto il difficile parto ma anche perché l’essenza drammaturgica, il nocciolo, la colonna vertebrale, pur partendo da un'idea solida, si è ben presto sfilacciata e sgretolata. Non tutte le ciambelle riescono con il buco. Andrea Kaemmerle funziona meglio nella fase monologante dove, solo in pista, ha tempi giusti, pause perfette, dove con i suoi guizzi controlla l'imponderabile e si lascia andare a piacimento portato dalla corrente delle parole, della platea e della sua gestualità franca. Le altre due figure in questo “Romeo e Giulietta”, appunto Giulietta e la “sposa” (perché questo inserimento?), rimangono compresse, e troppo sospese, indefinite e indecifrabili, attorno alla sua presenza catalizzatrice, nascoste nella sua ombra ingombrante: la prima una Silvia Rubes charlottiana, la seconda un’Anna Dimaggio timburtoniana.
In un limbo – sala d'attesa caotica di un qualche girone infernale (ci ha ricordato gli amanti suicidi danteschi Paolo e Francesca prima di diventare, sul finale, Olindo e Rosa, la coppia assassina di Erba,kaem3 con un accenno ai Renzo e Lucia manzoniani in un potpourri composito dai troppi sapori) stazionano, ma senza lo “star bene” del titolo sia chiaro, i due ragazzini shakespeariani che, evidentemente, non sono morti nella sventurata notte veronese seicentesca di veleno e fraintendimenti. Il plot sembra quasi un castigo, punizione-coazione a ripetere, ogni notte da allora per un tempo infinito, una formula che fa credere loro, più che altro sperare e autoconvincersi, di essere ancora vivi in questa parentesi remota, spazio galleggiante, anfratto nel tempo, dispersi nella loro sterminata e sconfinata “solitudine dei campi di cotone”.
E tra una panchina da innamorati di Peynet (spunta quasi un’iniziale Pietà michelangiolesca con Giulietta-Mary Poppins accasciata), e una cabina telefonica (ve la ricordate la pubblicità con Massimo Lopez della Sip “una telefonata allunga la vita”?) ci accorgiamo che non “stanno affatto bene” come nella pellicola eufemistica e quasi omonima “Stanno tutti bene” di Giuseppe Tornatore con Marcello Mastroianni. Ansiosi, ansiogeni, chiusi, relegati e segregati nella loro finta libertà, nei momenti di lucidità hanno dubbi se essere ancora di questo mondo o essere passati alla sostanza dei sogni. Da un cappotto tirano fuori (è tornato alla mente “Scene da Romeo e Giulietta” di Federico Tiezzi al Fabbricone di Prato di qualche anno fa, dove i due giovani amanti erano felicemente anziani e ancora insieme) una corda, un martello, una pistola, tutti oggetti utilizzabili per la soluzione estrema. Stranamente, però, niente veleno all’orizzonte.
Ma è l’impasto che non funziona pienamente, l'amalgama si fa collosa soprattutto con l’innesto, alquanto forzato, di un terzo personaggio all’interno del classico binomio amoroso: una sposa cadavere (avvicinabile a quella della “Carnezzeria” di Emma Dante), un'Anna Di Maggio che ce la mette tutta ma il suo ricamo appare fin dalle prime battute lontanissimo dall’atmosfera, una sposa irrazionale e bipolare che telefona disperatamente al marito già defunto. Neanche Leonard Cohen, nella ballata conclusiva, riesce a riesumare i due innamorati per eccellenza da questa dimensione parallela, sprofondati nel buco nero, nell’attesa di qualcosa che non accadrà.

Tommaso Chimenti 29/08/2017

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