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FIRENZE – “Accendi un sogno e lascialo bruciare in te” (William Shakespeare).

Cenere siamo e alla cenere torneremo. Ma anche sotto la cenere cova il fuoco. Viene dalla fredda e gelata Norvegia (dove c'è il ghiaccio sta anche la fiamma per potersi riscaldare) questa pièce, “Ceneri”, questo incastro tra burattini, prima in miniatura e poi a grandezza naturale, e la sfera attoriale, questo incrocio tra la marionetta che prende vita e sembra umana e l'uomo che con essa si confronta, parla, interagisce, perdendo entrambi le proprie sembianze originali. Molto interessante il plot (i direttori del Teatro di Rifredi, Mordini e Savelli, li hanno visti ed apprezzati ad Avignone) con due famiglie, due storie parallele, due narrazioni di padre e figlio che si rincorrono, si aggrovigliano fino a tendere l'una nell'altra, fino a guardarsi allo specchio. Due i punti di vista: il pupazzo, mosso nell'ombra da mani veloci e buie tanto da scomparire allo sguardo, e lo scrittore che descrive la scena. Come essere catapultati in una sorta di “Sei personaggi”, al sapore di Ibsen o al gusto di Munch, dove l'autore vivifica e materializza le sue parole e crea le figure che ha appena descritto con l'inchiostro nelle sue pagine.Ceneri©Kristin_Aafløy_Opdan_02_rifredi.jpg

Il conflitto generazionale è il perno sul quale ruota questa doppia vicenda: da una parte la storia di un ragazzo piromane che incendiava case e fattorie, cascine e fienili nel 1978 nel Paese scandinavo (è stato anche pubblicato il romanzo “Prima del fuoco” di Gaute Heivoll, su quegli accadimenti realmente avvenuti, e dal quale è stato tratto il lungometraggio “Pyromaniac”) figlio di un pompiere (la mente vola subito al draghetto Grisù che invece che incendiare voleva fare il vigile del fuoco o a “Fahrenheit 451” da Bradbury passando per Truffaut), dall'altra lo scrittore, con il suo pc sul boccascena, che cozza con il padre rude e ruvido cacciatore di alci. Lo scrittore è nato proprio nei mesi nei quali si svolgevano i fatti e questo (ci pare un po' poco il nesso e il legame non regge molto) sembra unire in qualche modo la sua esistenza indissolubilmente al piromane.

Al Teatro di Rifredi (scopritori di teatro internazionale d'alta qualità) abbiamo avuto modo negli anni di assistere a meravigliosi spettacoli senza parole che esplodeva di senso in perfetto equilibrio tra una grande maestria teatrale e artigianale immersi in contenuti profondi; pensiamo alla Familie Floz o ai Kulunka. Certo in quel caso erano le maschere le protagoniste a differenza dei burattini di questo “Ceneri”. Manca qualcosa, la storia è debole, forse un fuoco di fondo, quel quid che poteva legare esponenzialmente le due famiglie, le due infelicità dei figli e la loro protesta nei confronti del padre, il primo che incendia e distrugge contro il genitore che bagna e seda la scintilla, il secondo tentando di elevarsi e cercare soddisfazione in un lavoro di concetto e intellettuale sconfessando il machismo patriarcale. Ma il parallelismo non tiene, dopo un po' si scioglie e si sfalda, l'amalgama non regge, il collante mostra le crepe. E' molto forzato, o non è spiegato a sufficienza, o mancano degli anelli di congiunzione. “I roghi non illuminano le tenebre” (Stanislaw Jerzy Lec).

La ffanchon_bilbille_.jpg__454x266_q95_crop_upscale.jpgigura del piromane (a grandezza naturale ricorda molto l'autoritratto di Van Gogh) si amplifica e diventa ora la coscienza, ora il Grillo Parlante adesso un Lucignolo nei confronti dello scrittore in un dialogo continuo tra se stesso e le sue paure, timori, angosce, dubbi, incubi (il lupo gigantesco che s'issa alle sue spalle). Semmai possiamo trovare un punto di congiunzione tra i due figli tentando di elaborare la psicologia di fondo che li muove: la vendetta, il senso di ribellione, l'opposizione che nel primo caso diventa distruttrice e nella seconda invece si fa positiva e promotrice. Ma entrambi vogliono affermazione e richiedono attenzione, vogliono battere i genitori, il primo sfidandolo sul suo terreno, pungendolo nell'orgoglio, il secondo provando a riuscire in un mestiere agli antipodi del padre. “Non si può asciugare l’acqua con l’acqua, non si può spegnere il fuoco con il fuoco, quindi non si può combattere il male con il male” (Lev Tolstoj).

C'è una guerriglia sotterranea, il primo la affronta direttamente, il secondo cercando una strada diversa. Tutti e due cercano consenso: lo scrittore attraverso l'egoticità e l'autorefenzialità del proprio nome sul volume stampato, il piromane attraverso le fiamme che lo ergono a deus ex machina, a fautore di luce, a creatore di distruzione e morte, quasi il Dio del Vecchio Testamento. La marionetta diventa l'alter ego del letterato, la sua parte più buia e più cattiva, in un trasfert junghiano che ha il sapore di Psycho. Qui i pupazzi si fanno a grandezza naturale come le loro fattezze incredibilmente vicine, e scambiabili, con quelle umane. Ma non basta a far scattare la fiammella. Si sente che l'ingranaggio non è stato reso così comprensibile.

“Dentro di noi abbiamo un lupo buono e un lupo cattivo. Tra i due vincerà quello che nutrirai di più” (Motto Cherokee).

Tommaso Chimenti 10/02/2019

Scrittore, attore e drammaturgo: Recensito ha intervistato Rosario Galli.

Sei in scena fino al 20 maggio al Teatro dell’Angelo con "Uomini separati". Il titolo dà chiaramente l’idea di quale sia la tematica alla base dello spettacolo, ma certo non fa immaginare che si tratti di commedia…

Infatti il termine commedia è riduttivo. Oggi si usa questo sostantivo in modo indiscriminato e generico. In realtà la sua etimologia ci riporta a un rito antico, un canto per una festa. Ed è proprio questo il mio obiettivo: scrivere un canto, un’ode, per uomini e donne che vivono problemi più o meno seri, che li faccia riflettere sulla loro condizione esistenziale, strappandogli al tempo stesso una risata. Non a caso uno dei miei motti preferiti è castigat ridendo mores.


Si può parlare di un grande ritorno dopo “Uomini sull’orlo di una crisi di nervi”?

In realtà “Uomini” non è mai finito! Continua a essere rappresentato da 24 anni e, per il prossimo a marzo – quando ricorrerà il suo 25° anno –, stiamo già pensando a festeggiare il grande traguardo con un evento, una festa, nonché un allestimento che gira l’Italia dallo scorso ottobre con Federico Perrotta e altri straordinari attori. Non so se “Separati” riuscirà a fare altrettanto, anche se ovviamente me lo auguro.


Immagino non sia stato facile trasportare un tema che - seppur dibattuto molto - di ironico ha ben poco..?

Al contrario, è più facile di quanto sembri. Dico sempre ai miei allievi che ogni tema può essere affrontato in modo ironico. Si tratta di scegliere lo stile e le parole da mettere in bocca ai Personaggi.Rosario Galli e Caterina Shulha


Il sentimento alla base dello spettacolo, però, non è tanto l’amore quanto l’amicizia. Come mai?

«Di tutte le cose più divine e umane, l’amicizia è la più preziosa, la più delicata la più virtuosa. È come l’amore l’amicizia, ha la stessa origine» La risposta sta in questa frase di Luciano Russi, mio Maestro, prematuramente scomparso, un grandissimo uomo, intellettuale, storico, citata dalla protagonista femminile dello spettacolo, una bravissima Caterina Shulha, al suo debutto teatrale - di cui sono orgoglioso.

Quanto è legato all'attualità questo spettacolo?

Quando scrivo racconto storie del mio presente, cercando però di non dare riferimenti storici precisi perché ho la (sciocca) presunzione che i miei testi possano essere rappresentati anche in futuro ed essere ritenuti attuali.

A chi si rivolge lo spettacolo?

A tutte le donne e gli uomini di buona volontà che abbiano desiderio di venire a trascorrere una serata diversa dal solito, lontano dai rumori della banalità quotidiana e dallo spettacolo indegno che la politica ci sta mostrando in questi mesi e in questi ultimi anni, provando per un paio d’ore a ridere di se stessi e a commuoversi e - perché no - anche a riflettere sull’AMORE.

Potremmo avere un’anticipazione delle scelte scenografiche?

Certo. La scena è riempita da scatoloni. Il protagonista - uno strepitoso Paolo Gasparini - ha chiesto ai suoi amici di aiutarlo a fare il trasloco perché appunto si è separato e ha lasciato la casa alla ex moglie. E siccome lui gestisce una libreria ha la casa piena di scatoloni di libri.


Dal punto di vista linguistico, come avete operato nella stesura del copione e nella creazione di battute che potessero essere realistiche ma ironiche?

Questa domanda richiederebbe alcune pagine e molta riflessione. Il problema della lingua - e di conseguenza dello stile - è complesso e richiede attenzione e una certa acribia. Il testo è pieno di sfumature linguistiche che variano secondo il personaggio: ciascuno ha un suo lessico personale.

Parlando un po’ di te, come nasce l’idea di dedicarsi pienamente alla recitazione, dopo o nonostante la Laurea in Scienze politiche?

In realtà non ho scelto la carriera dell’attore ma dello scrittore; recito saltuariamente, solo in certe condizioni; recitare è faticoso ed io sono un seguace di Oblomov.

Che consiglio daresti a un giovane con la passione per la recitazione?

Consigli meglio non darne, è pericoloso. Ma se un giovane contrae il virus del Teatro c’è poco da fare: non provare a combatterlo, ma assecondarlo trovando forme di adattamento ad una realtà virtuale complessa. Però la prima regola è leggere molto e poi avere pazienza, tanta pazienza; e ricordare una frase di Bulgakov che dice “la Vita è fatta di fenomeni complessi; il Teatro è il più complesso di tutti”.

Infine, hai altri progetti nel cassetto da anticiparci?

I cassetti sono pieni di cianfrusaglie che dovrei decidermi a gettare nel cestino e invece mi ostino a tenerli là, dicendo che forse un giorno…Dopo 40 anni di Teatro, Cinema, Televisione, potrei anche decidere di aver detto tutto quello che dovevo e ritirarmi a Ushuaia. Però poi gioco con la mia nipotina di 3 anni, Giulia, e la guardo come improvvisa dei monologhi, e canta e balla, e mi dirige, e allora penso che domani è un altro giorno e forse non tutto è perduto.

 

Virginia Zettin  11/05/2018

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