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MILANO – “Il padre di oggi non sa dire qual è il senso ultimo della vita ma è capace di mostrare, attraverso la testimonianza della propria vita, che la vita può avere un senso”. (Massimo Recalcati)

La famiglia è allo sfascio, le derive del femminismo hanno creato danni irreparabili ad un'istituzione già agonizzante ma della quale adesso se ne sente la mancanza, battuta fin dalle fondamenta e adesso colata a picco come un colosso dai piedi d'argilla. Ad essere messo in discussione è tutto l'impianto sul quale si basa la nostra società occidentale. Se mater certa est, non si può dire per il padre, l'uomo. Anzi adesso per venire al mondo, o per creare un nucleo familiare, la figura maschile non serve neanche. Prendiamo la maternità surrogata. Il padre diventa così, sempre più, mero strumento00xy sorpassato però dalla tecnologia e dagli studi scientifici. Il padre è stato retrocesso a spermatozoo prima, a fornitore di alimenti poi. Il padre si sente così, dopo la nascita del figlio, di troppo, di peso a questa nuova coppia formatasi, madre-figlio, in un triangolo pericoloso dove lui raffigura il lato debole, l'angolo minoritario. Si va a perdere la carica e la spinta paternalista, quella cioè del rifiuto, dei no (da contravvenire), dell'autorità con la quale confrontarsi e scontrarsi. Il padre diventa così un soprammobile, da sostituire, con poca voce in capitolo, estromissibile, emarginabile, fa arredamento finché può. Se però il padre non dà regole ai figli per non contraddirli (i genitori danno ragione ai figli anche nei casi di scontro con altri tipi di autorità, vedi i professori) quando sono in famiglia, e successivamente, se la coppia si sfascia, vengono rimpiazzati da un altro uomo che non potrà dare regole ferme e salde a figli non suoi.

Il tema è complesso perché negli ultimi anni si è sempre e solo guardato l'argomento dal punto di vista delle madri-mogli con il padre che, visto che “non partorisce con dolore”, ha meno appigli sui quali dibattere, meno punti a suo favore. Sembra che essere uomo e padre sia più una condanna, una condizione di serie b, rispetto alla madre che ti ha messo al mondo, nel sangue, che ti ha passato il cibo attraverso il cordone ombelicale, che ti ha fatto sentire, e per nove mesi, il respiro, la sua voce e il battito del cuore. L'uomo resterà sempre indietro di quei nove 000xymesi e la forbice si allargherà con il tempo, dall'allattamento in avanti, soprattutto nell'età infantile. Però non gli si può fare una colpa a questo pover'uomo, dimesso e dimenticato, di non poter procreare con il proprio utero mancante. Dopo Dio, è morto anche il Padre.

Detto questo, formulate le nostre ipotesi e ragionamenti ci viene in soccorso una bella e intensa operazione, meglio progetto, coordinato dal regista e attore monologante in scena Emiliano Brioschi, che ha ideato questo “XY” commissionando a tre talenti della nostra scrittura drammaturgica tre brevi testi, componendoli sul palco con potenza, sulla figura del padre e sulla paternità. XY sono appunto i cromosomi del maschio, mentre XX quelli della madre. I tre nomi sono Renata Ciaravino (milanese, della Bovisa ci tiene a specificare, abbiamo assistito qualche anno fa al suo edificante “Potevo essere io” con Arianna Scommegna), Giuseppe Massa (palermitano, corroboranti “Sutta scupa”, “Chi ha paura delle badanti?”) e Cristian Ceresoli (autore del noto “La Merda” che spopola da anni). Tre scritture differenti, tre pigli, tre affondi, tre angolature, tre visioni per un mosaico disperato e poco speranzoso, drammatico e ironico a tratti, dove si tocca con mano il terreno scivoloso e lo sconsolato tentativo di questi uomini di un riconoscimento sociale, di un ruolo, schiacciati all'ombra delle madri, in un angolo, quasi in castigo, come se dovessero scontare secoli o millenni di patriarcato. Brioschi dà voce e corpo alle tre istanze, è trasformista e densamente rock, un vero e proprio leader, front man viscerale e profondo, un uomo sdrucito messo alle strette, spalle al muro senza tanto orizzonte davanti da poter osservare. Tre testi autonomi ma cuciti osmoticamente tra ombrelli da set fotografico e manichini (e con uno straordinario uso delle luci a cementare, di Claudine Castay) con abilità ed empatia in un affresco che dipinge l'uomo, il maschio alfa, il padre come naufrago in un sistema che cambia troppo velocemente e con il quale, contro il quale non sa prendere le giuste contromisure lasciandosi travolgere. Ulisse non esiste più ma in giro ci sono tanti Telemaco alla ricerca disperata di questa figura che si è voluto, scientificamente e politicamente, abbattere, eliminare, mettere in cantina e data per superata, obsoleta.002

In “Buddy Love” della Ciaravino, il figlio è visto come la zavorra ai sogni di quest'uomo, stanco, disilluso, sfibrato, insoddisfatto, il figlio come scudo e alibi da una parte, come problema, incaglio alla felicità dall'altro, limite invalicabile, muro che non permette di raggiungere i propri desideri, la propria affermazione. Buddy è un tastierista e il bambino (in tutti e tre il bimbo-figlio non ha voce, è silente ma è come se ogni suo respiro s'amplificasse assordante, despota nelle scelte di questi due adulti che “tiene in ostaggio” nella sua dittatura naturale che tutto vuole e tutto prosciuga) dorme dietro in macchina che, come in un road movie, nella grande avventura della vita, accompagna il padre, evidentemente contro la sua volontà, come bagaglio pesante che rallenta e fa inciampare. Non è colpa del figlio, non è colpa del padre. Si sentono, quasi si potrebbe mordere da quanto è spessa questa coltre, devastazione e abbattimento, depressione e sconforto, dell'essere triturati in un sistema senza più vie di fuga, senza più scappatoie o uscite: cane alla catena. Una volta che si è padri lo si è per sempre. E molti non sono pronti, e non è un fatto di essere responsabili o essere adolescenziali o essere afflitti dalla Sindrome di Peter Pan, e non lo saranno mai. Forse anche poco aiutati dalle donne al loro fianco o dalle avversità sociali, in primis la carenza di lavoro e il precariato, che certamente non aiutano la serenità. La Ciaravino ha il grande dono di un'ironia secca che ti culla fino al cambio di registro che ti coglie sempre impreparato e intontito, perché ridi e dopo averlo fatto ti trovi a vergognarti dell'aver sorriso in una sorta di continuo senso di colpa. Questo padre è, come tutti noi, un uomo medio, un gregario, uno sparring partner, certamente non un supereroe e come tale si muove tra mille difficoltà, sentendosi sempre in difetto, sempre in deficit e per questo si lacera dentro e muore sempre un po' di più perdendo autostima e quella del figlio che in lui non riesce a vedere un esempio da seguire ma solo un uomo che non ha avuto il coraggio di prendere la vita per le corna, un rammollito pieno di rimpianti che ha messo i sogni in una discarica, morendo ogni giorno di più tra la periferia frustrata dell'anima e il provincialismo del cuore.

003Nell'avvolgente “Valentina” di Massa è il gran snocciolamento di nomi (per il futuro nascituro) a farci cadere nella cantilena, in quella patina di allegria e spensieratezza pre-parto che coglie tutte le coppie in attesa. Man mano che si scivola nel testo ci si rende conto che c'è un'unica voce a dichiarare, a sentenziare nella sua finta felicità, a spiegare e articolare. E' la voce della madre; il padre, trattato alla stregua di un inseminatore, è un qualcosa che deve solo asserire e acconsentire, il suo silenzio è preso per assenso e non per perplessità o dubbio. A lui viene chiesto di fare la sua parte primordiale, quella primitiva e di essere, anche, contento e felice. Ma nessuno chiede mai ai padri se sia arrivato il loro momento biologico, se sia scattato il loro tic tac interiore. Quando questo padre mangia, divora letteralmente avidamente quasi fagocitandola animalescamente, un'arancia, con il succo che esplode e si spande, sembra di vedere una bocca di bestia che dilania una pancia di mamma, estinguendola. Ci sono donne che arrivano alla gravidanza per riempire dei vuoti esistenziali mentre l'uomo pare implodere come schiacciato da questa nuova vita che lo annienta, lo soffoca.

Altamente angosciante è il terzo (ma non ci sono stacchi violenti, è un continuum che scivola senza fratture), “La pratica del dolore” di Ceresoli, che vira (troppo) allo splatter e al crime, con un medico che ha perso il figlio e che, per rivalsa e vendetta, pratica e induce aborti non richiesti a pazienti in visita di controllo provocando lo stesso dolore da lui provato. “Se un figlio senza padre si chiama orfano, come si chiama un padre che non ha più il figlio”?004

Una donna non potrà mai assorbire in sé la figura femminile e quella maschile, la femmina e il maschio, la madre e il padre. La biologia e millenni di evoluzione stanno lì a certificarlo. Il padre è utile e fondamentale prima nel concepimento e durante tutta la crescita del nuovo individuo. Brioschi è un fuoco adrenalinico in un corpo a corpo con il pubblico, è completo, convinto e convincente nel tratteggiare quest'umanità colma di debolezze, incerta, indecisa, frammentata, senza aiuti, nel disegnare questi padri abbandonati a se stessi, alle loro miserie quotidiane. Una bella intenzione originale, tre penne attente, un attore solido per un tema tutto da scartavetrare. Senza paure, senza buonismi.

“La funzione simbolica del padre è appunto nell’unire il desiderio alla Legge attraverso un processo di conciliazione. Questa unione avviene non solamente attraverso la coercizione autoritaria, ma soprattutto offrendo una sponda al desiderio debordante. Il compito del padre è trasmettere il desiderio da una generazione all'altra, è permettere l'eredità”. (Massimo Recalcati)

REGGIO EMILIA – Sono le storie i fili che ci tengono legati, come gli aquiloni, alla terra, quel suolo che ci sarà lieve, un giorno, e che altre volte ci fa sentire pesanti, al netto della forza di gravità. Sono le parole che ci fanno uomini, ci rendono passaggi fondamentali di sapere e portatori sani di sapienza, trasmettitori di memoria, connettori di sguardi. E questo lo ha capito bene “Reggionarra” in un susseguirsi di tre giorni dove la città del Tricolore ribolle di piccole grandi, semplici e genuine, mai naif, iniziative che hanno al centro due capisaldi: l'uomo e le sue narrazioni. Che cosa siamo in definitiva senza la parola, quella stessa che si fa essere incarnazione di valori e parabole, leggende e fiabe, arcani e nostalgie ma anche di insegnamenti e conoscenza. C'è chi racconta, mai spiegI lettini delle storie (4).jpga pedantemente, ma c'è, e ci deve essere, chi ascolta in uno scambio continuo, in osmosi, di pensiero e attesa, agognando il passaggio successivo. Le parole, quelle buone che non danno soluzioni precostituite e preconfigurate, ma quelle che scardinano, che spostano, che spingono un po' più in là, che aiutano, che sostengono, che fanno riflettere, che aprono porte e finestre, che mai chiudono, parole che accolgono e includono, che abbracciano e scaldano, che riempiono, che pongono domande, pungolano. Feticcio e iconografia per le storie è quel “C'era una volta” candido da nonna e lenzuolo, quel rimboccare le coperte verso l'età adulta per insegnare non che i draghi non esistono ma che i draghi, quotidianamente, grandi o piccoli che siano, si possono sconfiggere, con la tenacia, la coerenza, la costanza. Il drago è la nostra paura e si può battere soltanto affrontandolo: la fiaba è il primo passo verso la consapevolezza di quel bambino che un giorno sarà adulto. O forse gli adulti non smettono mai di essere bambini.

Da questo “sogno” nasce l'ideazione curata, sempre con attenzione e delicatezza, dal Teatro dell'Orsa (i reggiani Bernardino Bonzani e Monica Morini), i leggeri ed eterei, trasognanti come pan di zucchero e spirituali come lievito, “Lettini delle storie”. Si entra nel loro mondo incantato, in punta di piedi, silenziosi, rispettosi, nel loro immaginario fiabesco, religiosamente laico e profano, che, in un attimo, ti riporta indietro nel tempo quando la nonna o la mamma ti raccontavano una favola, forse sempre la stessa e che volevi ascoltare, per consolidarla, per consuetudine ma anche in maniera consolatoria, ogni sera per provare il piacere della paura e il timore che potesse cambiare il finale. I lettini sanno sempre un po' Monica Morini e Bernardino Bonzani.JPGdi Freud e psicanalisi, di racconto intimo e parole personali, incantate e chiuse in una parentesi, un dialogo profondo tra il narratore e l'ascoltatore. All'interno dell'inquietante Galleria Parmeggiani, tra bauli e armature, vasi e lance da collezionisti che rimbalzano nelle epoche e nei secoli, dove la Storia la senti presente, pressante e pesante, ecco gli angeli in bianco (i tanti giovani narratori che arrivano per l'occasione da tutta Italia formati dall'Orsa e da Antonietta Talamonti), cadaverico o celestiale, che ti conducono per mano, con leggerezza infinita e sfioramenti che abbattono la quarta parete, alla tua postazione, al tuo incontro uno ad uno, occhi negli occhi. E' un rito con le sue formule e i suoi dogmi: ti devi lasciare andare. Si ritorna indietro nel tempo, a ritroso, piacevolmente, ci si lascia cullare, coccolare accoccolati tra queste parole soffuse e lievi che incantano dolci, che scendono quasi a coprire le palpebre o le lacrime.Monica Morini e Bernardino Bonzani (2).JPG

Importante e fondamentale è l'incrocio degli occhi, saldo che non si abbassa mai, e il tatto e contatto, le mani, le dita, i polpastrelli, nei piccoli gesti che fanno casa e rifugio, salvezza e famiglia, forse placenta e posizione fetale, sicuramente riparo. Qui non può succedenti niente, sei al sicuro. Il tuo lettino, vicino ma non troppo ad altri lettini, è lì che ti aspetta. Ti devi togliere le scarpe, lasciare la tua anagrafe fuori da quelle lenzuola immacolate di latte, abbandonare la tua biografia e fare un salto carpiato al te bambino, quello che voleva succhiare ogni parola distillata per rincuorarsi, rinfrancarsi, crescere faticosamente un po' di più ogni sera. Le parole cadono come fiocchi di neve, il tono è basso, tutto è confortevole sdraiati sotto la zanzariera del lettuccio a baldacchino: la coperta è bianca, il cuscino è bianco, l'abito leggero della vestale è bianco. Sei invaso dall'abbacinante bagliore di tutta questa purezza che cozza con la penombra intorno, quella Storia che, attraverso gli oggetti in esposizione tra teche e vetrine, esprime guerra e sangue, battaglie e morte.

I lettini delle storie.jpgHanno costruito un piccolo universo fragile fatto di carezze e sorrisi, di lievità, friabile e amorevole. Sei immerso, per mezz'ora, in un sogno fanciullo e puro, in un'aurea sospesa: è una fortuna esserci. E senti la tua storia (“La Bella e la bestia” uguale per tutti) e ne percepisci pezzi e parti che arrivano e provengono dai lettini vicini, come echi precedenti, il passato che ci accomuna, come riverberi di ciò che stiamo per vivere, il futuro che ci attende. E' una lezione da imparare la gentilezza, la calma, la pazienza, una lezione mai da dimenticare, sempre da alimentare, sempre da foraggiare non tanto a parole quanto con l'esempio. Il Teatro dell'Orsa, come la sua stella di riferimento, indica la strada maestra, la luce da seguire per non perdersi, senza forzature, senza pressioni: la dolcezza dell'incanto, la grazia del sussurro possono salvare il mondo.

Tommaso Chimenti 21/05/2018

PESCARA – “Così tante scarpe e solo due piedi” (Sarah Jessica Parker, “Sex and the City”)

“Mi riconosci ho le scarpe piene di passi, la faccia piena di schiaffi, il cuore pieno di battiti e gli occhi pieni di te” (Jovanotti, “Le tasche piene di sassi”)

Pescara è inevitabilmente D'Annunzio ma anche un mix tra Ennio Flaiano, Andrea Pazienza di striscio, e irrimediabilmente Zeman. Tutti personaggi che giocavano attaccando. Il lungomare non ha sutor1niente da invidiare a quello di Reggio Calabria o Viareggio, di Rimini o Bari. Abruzzo fa rima indissolubilmente con arrosticini. Qui si è formata la compagnia Teatro Immediato che ha un passato solido e per mettere invece il futuro a fuoco avrebbe bisogno di uno spazio produttivo dove poter far esplodere le tante idee del duo Vincenzo Mambella, alla drammaturgia, Edoardo Oliva, regia e attore. Hanno appena concluso, con il nuovo “Sutor”, la trilogia “Destini e Destinazioni” e già ne hanno in cantiere un'altra per il prossimo triennio: la “Trilogia degli uomini illustri” tutta votata alla Germania: Bach, Federico II, e la coppia Hitler-Wittgenstein.

Molti rimandi, incroci, somme e nodi tra i tre testi dei “Destini”; innanzitutto l'idea metafisica e metaforica della fine che tutto sovrasta e ammanta e protegge, che è limite ma anche visione, salto, tuffo, ignoto, in seconda battuta il concetto terreno e materico della salvaguardia, del recupero, del racconto e della narrazione degli antichi mestieri contadini che vanno perdendosi. Se infatti in “Gyneceo” le donne fanno il sugo di pomodoro, se in “Caprò” è l'arte dello zappatore in primo piano, qui in “Sutor” sono due ciabattini sulla soglia della bottega a farci entrare nei loro sogni-speranze, nei loro panni, dentro le loro scarpe. Oliva, per entrare pienamente nella parte, ha realmente preso “lezioni” ed è andato a servizio da uno degli ultimi mastri calzolaio di Pescara, Aurelio Bucci, per prenderne mosse e modalità, manualità e destrezza (come già fece Daniel Day Lewis, in quel caso a Firenze). Davanti alla porta del loro nero negozio, con le ante che si aprono e già iconograficamente spuntano delle ali immaginarie (l'ottima e calzante scena di Francesco Vitelli), i due fratelli (e qui ritorna il filone di “Caprò”) si raccontano, il primo (Oliva, deciso e muscolare) più concreto e sanguigno, il secondo (Mambella, serafico) saggio e attendista. “Sutor”, il titolo, non deriva dal verbo sutor2suturare, anche se, anche qui, si parla sempre di ferite da rimarginare, punti da mettere alle esistenze, lembi e storie da riannodare, capi di discorsi lasciati a metà da riavvolgere, o mettere fine, chiarire con una cicatrice, dare un segno forte e indelebile sulla pelle.

Il titolo viene dalla frase latina “Sutor ne ultra crepidam” attribuita a Plinio, letteralmente “che il ciabattino non vada oltre le scarpe”. Come dire: ad ognuno il suo. I due sulla soglia, mentre sbattono, martellano, assestano colpi alle tomaie o inchiodano il cuoio, manualmente esercitano un lavoro umile ma le loro parole, con il loro vocabolario e la loro esperienza di calli e polpastrelli, punta a quell'Aldilà che li riempie di domande. E più l'incedere della drammaturgia solca il tempo, più quest'ambito che ci era parso a una prima vista tangibile e reale perde i suoi contorni e si fa limbo, distorcendosi, appannandosi, sgranando i contorni come guardare il sole ad occhi stretti, come piangere mentre stai nuotando. Ma la leva, lo snodo e lo sfocio cruciale sono le scarpe che si girano in mano, che toccano con gesti sicuri, carezze e colpi, quelle lampade d'Aladino affusolate che permetteranno passi e gambe, cavalcate e corse, movimento e curiosità, viaggi e visioni, sguardi e altrove. Che poi, negli incidenti stradali, le prime cose che saltano dai piedi delle vittime sono proprio le scarpe.sutor3

Sembra che i due fratelli forgino i piedi per poter camminare sulla Terra o avventurarsi nel dopovita, come fossero le alette alle caviglie di Mercurio. E le porte dietro la loro postazione sono sagomate e tempestate di modelli in legno, forme per nuove calzature. Quelle rappresentano i “21 grammi” delle anime che i due scarnificano e ripuliscono prima dell'ultimo viaggio. Come un togliere, un pulirsi i piedi sullo zerbino prima di entrare in punta. Tra confidenze e confessioni, i due lavorano mentre i proprietari delle scarpe non arrivano a ritirarle: rimangono i calchi in quell'anticamera. I due sono il contrario delle mitologiche Parche che tagliavano il filo della vita; il loro motto è invece “tutto si aggiusta”, come chirurghi che riacciuffano le esistenze, riprendono i lacci, annodano, fanno fiocchi, stringono per non perdere. Un ultimo disperato tentativo di riacchiappare la vita. Suturandola.

“Ci vogliono scarpe buone pane e fortuna e così sia, ma soprattutto ci vuole coraggio a trascinare le nostre suole da una terra che ci odia ad un'altra che non ci vuole” (Ivano Fossati, “Pane e coraggio”)

“Sutor”, visto al Teatro Marrucino, Chieti, il 3 maggio 2018

Tommaso Chimenti 08/05/2018

MODENA – E' uno scenario post-apocalittico beckettiano quello che da una parte ci liscia di canzonette, immergendoci nella melassa di una comicità di facciata e dall'altro ci traumatizza nella tragicità squallida di un mondo sporco, ruvido, brechtiano quello che si apre (è proprio il caso di dirlo in questa piazza-(m)agone-aia-agorà) ne “Li buffoni” (produzione Ert) diretti, digeriti e ammodernati da Nanni Garella attorno al canovaccio seicentesco di Margherita Costa. Testo attuale, si dirà. Ancor più attualizzato da inserti (la rima baciata fa miracoli) di gramelot sgrammaticato che pare suonato e invece punge di fioretto e si esalta nel corpo a corpo. Già, i corpi. Perché è di quelli che si tratta quando si è persa la dignità e raschiando il barile non si trovano nemmeno gli spiccioli né le briciole, né il barlume né la speranza. Giorno dopo giorno, il futuro può essere pensato soltanto di ventiquattrore in ventiquattro e i sogni hanno le gambe cortissime.Li-buffoni-foto-Luca-Del-Pia-6.jpg

Effettivamente siamo in una corte con il suo Re, le sue dame, i suoi vassalli e valvassori, ossequiosi ignoranti lacchè e servitori instupiditi dalla fame. Sono (siamo) tutti “Li buffoni”, ognuno ad additare l'altro di qualche moraleggiante pecca senza vedere lo sfacelo, la distruzione, l'oblio e l'obbrobrio occorso nel proprio giardino. Garella ben riesce nell'inserire armonicamente i “suoi” attori, che potremmo definire “basagliani” (la Compagnia Arte e Salute), che offrono una prova di cori e controcanti ammirevoli, con i tempi classici del musical o meglio della sceneggiata partenopea; in quest'ultimo dettaglio lo potremmo avvicinare, a tratti, alle pellicole “Tano da morire” di Roberta Torre o al più recente “Ammore e malavita” dei Manetti Bros. I colori sgargianti missoniani dei contendenti che a morsi e a colpi di lingua, come “cani di bancata” emmadanteschi, ma meno feroci, fanno da contraltare al grigiore che attorno cresce in questa scena dove tutto fiorisce orizzontale, dove spuntano come funghi dopo una pioggia amazzonica e torrenziale (forse proprio quella che ha raso al suolo sentimenti e umanità) secchi e tubi, lamiere e amianto, carrelli e frigo dismessi, copertoni e bidoni e queste costruzioni che hanno addosso l'atmosfera e il sapore delle torri di Kiefer, I Sette Palazzi Celesti esposti permanentemente all'Hangar Bicocca milanese.

Li-buffoni-foto-Luca-Del-Pia-8.jpgI rumori di questi bassifondi gorkiani (o forse sono solo bassi napoletani) sono quelli di una metropolitana, come se tutto questo mondo sommerso e fangoso rimanesse al di sotto degli occhi e degli sguardi, perso, come topi di fogna, sotto grate, sotto tombini, sotto l'altezza dell'olfatto. Un mondo cosparso come zucchero a velo scaduto di tanti Oliver Twist abbandonati, di orfani senza diritti che cercano un padrone al quale leccare la mano. Qui, nel ciarpame d'oggettistica e nelle varie chincaglierie e cineserie sbiadite che si riflettono in queste anime ferite (su tutti il Califfo Romeo, Moreno Rimondi, Nanni Garella, il tedeschino, Nicole Guerzoni, la moglie marocchina Marmut, Valentina Mandruzzato, la russa Ancroia), passano varie umanità in una girandola-sfilata di turchi, croati, marocchini, russi, polacchi, gitani, albanesi ma anche pugliesi, calabresi e napoletani dove anche il più ricco va a caccia di gatti (divertente e con apertura di senso il gatto che nella storpiatura del pugliese diventa “ghetto”) per poter mettere insieme una cena-banchetto luculliano. Tutti stranieri in una terra che evidentemente non li ha voluti, che li ha inglobati, fagocitati e poi sputati e defecati nelle latrine sottoterra.

C'è miseria, senza alcuna nobiltà, prostituzione e degrado, un coltello e un morto come Mackie Messer ben c'insegna. E in questa piazza cheLi-buffoni-foto-Luca-Del-Pia-11.jpg s'affaccia a queste capanne-pisciatoi senza sbocco (ricorda anche la Jungle di Calais) si miscelano le vicende di questi uomini alla deriva tutti con il ricordo nostalgico della loro casa, del loro passato e infanzia intervallate da coreografie pop e musichette leggere da “Una casetta in Canadà” fino a “Simme 'e Napule, paisà” (“Chi ha avuto ha avuto, ha avuto, chi ha dato ha dato, ha dato, scurdammoce 'o passato”), da “Che sarà” (“Paese mio che stai sulla collina”) al “Nabucco” (“Va pensiero”)

Li-buffoni-foto-Luca-Del-Pia-13.jpgSemplicistico parlare di testo e di intenzioni pro immigrazione, facendo un parallelo tra la nostra verso le Americhe nel Novecento o quella interna del Dopoguerra con quelle attuali da Africa e Asia verso le nostre sponde e coste. Qui, partendo da questa base, si va oltre, forse gettando lo sguardo ad un futuro prossimo: gli immigrati qui, ricordano il senso della bellezza, l'estetica, e l'etica, la pulizia delle strade e interiore dei loro Paesi, come se proprio l'Italia, li abbia cambiati, in peggio, li abbia sporcati, corrotti, prostituiti, come se proprio la nostra Italia sia diventata il ricettacolo, lo scolo, il postribolo dell'umanità, quel tappo di sterco che fa gonfiare gli argini durante la piena, quello che deve essere tolto prima dell'esplosione conclusiva, dell'alluvione fatale, dell'esondazione finale. Come una vasca, piena di piranha, che ribolle, alla quale se togli il tappo il gorgo s'ingoia tutto, se lo lasci le dighe non reggono più.

Visto al Teatro delle Passioni, Modena, il 6 marzo 2018

Tommaso Chimenti 07/03/2018

Foto: Luca Del Pia

FIRENZE – Nella colonna vertebrale, nel dna e nelle vene della Chiesa Cattolica scorrono da sempre due anime, contrapposte e antitetiche, convivono, seppur difficilmente, la parte cardinalizia e quella apostolica, quella purpurea e pomposa e quella devota agli ultimi, le scarpine rosse di Prada di Ratzinger e le Mission sparse in Sud America lottando nel fango con i campesinos, gli attici di Bertone e i preti di strada, gli anelli da “baciamo le mani” e la Barbiana di Don Milani, l'opulenza della Cappella Sistina e tutti i Don Puglisi sparsi nel mondo e uccisi per difendere i più deboli, i Borgia e l'8 per mille apostolico.Caffe finale
Non bisogna mai dimenticare che il Papa non è il nonno buono e bonario che ogni tanto si affaccia alla finestra per l'omelia scontata che condanna sempre violenze e guerre sparse nel mondo, attentati e tragedie, ma è a tutti gli effetti un Capo di Stato e che, come tale, guida una nazione, anche se particolare. Bisogna infatti distinguere il numero di abitanti di Città del Vaticano con il numero dei “fedeli” senza sovrapporre il territorio, o la territorialità, con la fede nella religione. Che poi il Vaticano abbia disseminati nel mondo beni, terreni, immobili, monetari tanto da essere uno dei primi Paesi sul globo, questo è tutt'altro discorso.
Lo scontro tra potere temporale e quello spirituale diventa ambiguo, flessibile e vacillante se si parla di Vaticano. Molte le nubi attorno a San Pietro: dagli scandali sessuali insabbiati, soprattutto di carattere pedofilo, la lobby omosessuale che si aggirerebbe tra le sante aule, all'ambiguità dello Ior, la banca del piccolo Stato in Roma. Il Vaticano ha, nel secolo scorso, supportato e sostenuto sia Mussolini come più o meno tutti i dittatori sudamericani, da Pinochet a Videla. Eccoci all'Argentina, al “Mondiale di distrazione di massa”, alle telecronache alzate al massimo per coprire le urla che provenivano dalle fogne di tutti quei “Garage Olimpo” dove si torturavano giovani che da lì a poco sarebbero andati ad infoltire e infittire gli elenchi dei “desaparecidos”, i gol di Kempes e la combine del 6 a 0 al Perù.
Mitri 2012 09 ridUn tango maledetto ballato su pozze di sangue, altro che singing in the rain, i fiumi di denaro ad imbrattare e l'acqua dell'Oceano ad inghiottire ragazzi bendati lanciati dagli aerei, e infine le lacrime, amare e senza giustizia, di chi è restato, le madri di Plaza de Mayo. La Chiesa, quella di Roma, è fondamentale in tutto questo gioco di pedine, rimane sullo sfondo come una nube marcia e sposta, protegge, spinge, aiuta, un po' come la “mano de dios” di Diego Armando Maradona. Da tutto questo magma infuocato di misteri e segreti, nasce e cresce “Ite missa Est” della coppia Andrea Mitri e Mauro Monni (produzione Atto Due/Sine qua non; visto al Teatro delle Spiagge). “Andate, la messa è finita” è un messaggio di pace ma può essere letto anche come un segno di estrema impotenza, un arrendersi, un rassegnarsi senza essere riusciti a dimostrare responsabilità e congetture.
E' un dialogo a due voci, innescato dalla regia essenziale e funzionale di Jean Philippe Pearson, che si incontreranno soltanto nel finale, un doppio binario che mette da una parte il sacro, un prete (Mauro Monni, a tratti didascalico, tra Piero Angela e Carlo Lucarelli, soft ma preciso; a volte è la voce narrante) immerso nelle carte e nei numeri dopati della finanza creativa dello Ior (siamo a cavallo tra i '70 e gli '80) personaggio di fantasia, e il profano, il capitano dell'Argentina mundial Jorge Carrascosa (Andrea Mitri spagnoleggiante, lui che nella vita è stato realmente un calciatore professionista dimenticato, dà calore e linfa, partecipazione e contatto), realmente esistito, fino alle soglie della competizione, dimissionario per protesta contro i generali. Ed è in questo campo minato, in questa frizione, in questa parentesi tra vero e romanzato, che si palleggia, tra luce e buio, una drammaturgia ben orchestrata che va avanti a strappi, ad elastico, cercando di incedere su un terreno fragile, fangoso, pericoloso e scivoloso in una ricostruzione storica che tenta di fare una fotografia, dare un quadro, proiettare un affresco su questo lato oscuro della forza, su questa massa di eventi che messi insieme, uno dopo l'altro, danno il senso del marcio, dello schifo, della vergogna, da rimuovere, da spalare. E se da una parte l'uomo della strada ci racconta, carnale e terreno, di partite e combine, di Passarella e Bertoni e Maradona, che non fu convocato, dall'altro un sacerdote ingenuo e pulito stride nelle stanze dei bottoni in mezzo a tutto quell'ammasso di denaro sporco, guerre finanziate, collusioni, complicità, mani sporche di sangue.
E' un tango triste che ripercorre una fetta di storia d'Italia, una partita che si gioca in trasferta, tra Buenos Aires e il Vaticano. E si affacciano figure e volti che ancora ci fanno rabbrividire e cheFinale a due pronunciamo con il nodo alla gola come fosse l'enunciazione di una formazione dal sapore sinistro e terrificante: Licio GelliMichele SindonaRoberto CalviPaul MarcinkusGiulio Andreotti. Dai Patti Lateranensi, passando per Hitler, lo Ior diventa una potente banca non sottoposta a controlli internazionali. E' in questo solco che esplode la costruzione narrativa, fa crescere il pathos fino quasi a toccare la commozione e le ambiguità, le lacrime e i fascismi, le mani piene d'anelli a braccetto con quelle con i manganelli. Le rouge et le noir, dopotutto. Ma non basta; tutto è impastato, indissolubile: ecco Kissinger e il suo Piano Condor, ovvero il sistemare dittatori voluti dagli USA in ogni Paese del Sudamerica, la scomparsa di Emanuela Orlandi, figlia di un funzionario del Vaticano, la Banda della MaglianaPapa Luciani e la sua morte strana, proprio lui che voleva dismettere lo Ior e auspicava una Chiesa povera. E ancora le BR e il rapimento di Aldo MoroWojtyla e la questione polacca con Solidarnosc, l'assassinio di Ambrosoli, quello che, secondo il nostro Presidente del Consiglio dell'epoca, Andreotti, era “uno che se l'andava cercando”, la guerra delle Malvinas o Falklands, la P2, il delitto Pecorelli. Non possono che non scorrere brividi. Una ricostruzione di pancia (il calciatore) e di testa (il prete), di cuore e di cervello perché ci vogliono entrambi per reggere le brutture, per non soccombere sotto le ingiustizie.
Papa Bergoglio tifa San Lorenzo. E a San Lorenzo cadono le stelle e illuminano il cielo. Sperando che cadano anche tutti i veli che ancora nascondono scomode verità, per far luce finalmente sulle tante pagine buie del nostro passato. L'urlo di “The Great Gig in the Sky” dei Pink Floyd (non a caso del '73) riassume tutta l'impotenza, la frustrazione, il dolore, il nostro essere indifesi. Siamo nudi davanti alla Storia.

Tommaso Chimenti 24/09/2017

REGGIO EMILIA – Dopo aver visto, dopo essere stati immersi nella fiumana di centinaia di persone che seguivano il corteo teatrale degli “Argonauti” a cura della compagnia reggiana Teatro dell'Orsa, è inevitabile chiedersi dove stia andando il teatro, quali strade stia prendendo e soprattutto che cosa oggi, e sempre più, stia cercando il pubblico. C'è sempre una crescente fame da parte della platea di recuperare gli spazi cittadini, di riappropriarsene attraverso marce non politicizzate e pacifiche, di riconquistare, attraverso la cultura e la parola, terreni e territori, strapparli all'indifferenza e, perché no, anche al degrado, toglierli alle periferie di asfalto e cemento, renderli colorati e vivi. La gente ha sempre più bisogno di unirli, toccarsi, sentirsi parte di un qualcosa più grande del singolo che da solo si perde, cade, Teatro dellOrsa Argonauti foto miprendoemiportovia 4finisce nell'ombra e nell'oblio. Ma è, come tentavamo di spiegarci e di trovare logiche e dinamiche, un ritorno al passato (basti pensare al Living Theatre o all'Odin Teatret), mai tramontato, ad una modalità che da fuori, dalle strade e dalle piazze, è divenuto borghese al chiuso dei tanti teatri e spazi e che adesso sta progressivamente ritornando ad una dimensione corale cittadina dove tutti insieme si va, idealmente abbracciati e mano nella mano, a sentire, discutere in silenzio, prendere parte, dare il nostro appoggio a drammaturgie millenarie ma sempre attuali, sostenere con il corpo, con il numero, con le mani, con il passaggio affollato per una cerimonia tutta laica, per un rito che non ha tempo né fine.
Monica Morini e Bernardino BonzaniCome topolini a sciamare seguendo pifferai magici moderni (simile ad alcune processioni nelle pellicole di Ciprì e Maresco ma anche al “Quarto Stato” di Pellizza da Volpedo) ma imbevuti di parole antiche e arcaiche tra le vie e i parchi di Reggio Emilia dentro una grande avventura, un'esperienza da vivere e sentire, toccare. Così, l'arcano viaggio degli “Argonauti” (curioso come in questo stesso periodo un altro gruppo, il Teatro delle Albe, per giunta della stessa fervida regione, l'Emilia Romagna, abbia deciso di lavorare sullo stesso testo della mitologia greca) diviene, anche con segni facili, ben riconoscibili e semplici, metafora e simbologia degli sbarchi dei migranti, di chi cerca un luogo senza guerra, di chi insegue il suo “vello d'oro”. La compagnia Teatro dell'Orsa (ci hanno ricordato le piece itineranti al Cimitero Monumentale della Futa dell'Archivio Zeta) infatti, capitanata da Bernardino Bonzani e Monica Morini, vincitrice negli anni, tra gli altri, del Premio Scenario Ustica, I Teatri del Sacro e del Premio Cervi, lavora a tempo pieno, con grande lena ed energie, sul sociale attraverso l'arte e il teatro. La loro è una vocazione, una missione e una spinta verso l'altro. Il lavorare nel disagio, cercando di coglierne positività ed opportunità ed occasioni, è la loro colonna portante.
Ecco che in questo “Argonauti”, tra i venti giovani in scena, tutti in bianco candido antico, nove ragazzi provengono dall'Africa con il loro carico diTeatro dellOrsa Argonauti preparativi 2 storie e racconti e ricordi declinati però attraverso i parallelismi con questi versi millenari. Hanno bastoni e lance in mano per battere il tempo e condurci in questa Via Crucis che li/ci porterà alla salvezza, alla Terra Promessa, che diventano cartelli dove affiorano le sagome di navi e barche. Ai dialetti africani si sommano, in un incrocio musicale impastato di contemporaneità, i nostri idiomi del Sud: i nuovi italiani con gli emiliani di seconda generazione in un gramelot caldo che profuma di vita e occhi. E' un esercito, questo, di guerrieri sereni che si fermano davanti a te chiedendoti, e spiazzandoti: “Chi ti ha insegnato che cosa?” e la memoria torna all'infanzia, alla famiglia, a ciò che eravamo in un ponte nostalgico alle nostre origini. Il coro intanto canta a cappella (il contributo di Antonella Talamonti, storica collaboratrice di Giovanna Marini, prosegue felice a vele spiegate), batte i ritmi, coinvolge la platea che, seppur sotto una lieve pioggerella rinfrescante, partecipa di gusto, ci mette del proprio, insegue le vicende di Giasone e Medea, Pelia e la Colchide. I bastoni si fanno remi di natanti a solcare le strade di questo viaggio in stile Mario Perrotta (ricordando le megaperformance dell'autore-attore salentino “Bassa Continua” a Gualtieri e “Versoterra” in Puglia), i carrelli della spesa (e qui la memoria teatrale ci conduce ai Ricci/Forte) si trasformano in cavalli all'attacco con lanci di carta igienica e gli scontri sono partite a ping pong. La grande Festa popolare si conclude con il matrimonio tra Giasone e Medea in un clima di balli e felicità. L'Orsa però si ferma un attimo prima della tragedia che investirà la nipote di Circe e i suoi due figli. Ma questa è un'altra storia. Per adesso teniamoci il buono, i sorrisi, i calici alzati. L'Orsa splende in alto e ci consiglia la rotta.

Tommaso Chimenti 18/09/2017

BOLOGNA – 101 appunti come fossero i piccoli dalmata del celebre cartoon. Sempre di macchie si parla, comunque. Di sbagli, di errori, di tentativi, in sintesi, di vita. Sono tracce sparse, elenchi, righe scelte, pezzi, sprazzi, lampi, flash, carezze e schiaffi, sassi lanciati nelle vetrate della chiesa e pallonate sotto le macchine in corsa. Parole da sottolineare, versi prosaici da tenere lì buoni: arriverà l'occasione per usarli, per farli propri, per “Farsi luogo”, il titolo del pamphlet di Marco Martinelli (50 pp, 4.99 euro, Cue Press), regista, autore, teatrante da sempre collegato al Teatro delle Albe di 01martinelliRavenna, qui, in queste poche ma emblematiche pagine, messosi a nudo, soprattutto uomo con le sue fragilità e insicurezze, con i suoi occhi curiosi e scintillanti, con la lentezza del corpo associata alla grande velocità d'esecuzione di un'intelligenza guizzante che riesce a spostarti, a farti fare uno scarto, un passo alla volta, a spingere senza arroganza né violenza. Le sue parole sono appigli per scalare una montagna, ganci per issarsi fin sopra il promontorio per vedere il panorama della vita, sanno di fatica, odorano di mani e artigianato, di pensieri e pensare, di non smettere mai di credere in quello che stiamo inseguendo. La sua è una piccola grande utopia realizzabile.
E' un uomo sereno, si vede, risolto, si sente, pieno, completo, si percepisce. Ci dice di non inseguire falsi miti e semidei, primi tra tutti il successo e il denaro, miraggi distraenti, ma di essere sempre più noi stessi, di ritrovarci, di sentire intimamente quelle che sono, e ognuno ha i propri, i nostri desideri e priorità. Martinelli ci dice che non esistono strade sbagliate ma che tutte, se convinte e sentite, sono buone e degne da essere perseguite. Che niente cade dall'alto, niente spunta da sotto l'albero del Bengodi né sotto i cavoli, che bisogna, che è necessario fare fatica; fatica nello studiare, fatica nel tentare di capire, fatica nell'imparare, fatica nell'ascoltare. Li chiama “101 movimenti”, ma sono anche motivi e slanci, punti di un decalogo decuplicato da assaporare, morsi che partono dal teatro (“il luogo dove la gioia balbetta sopra le macerie”), il suo recinto preferito, ma che sfociano nell'esistenza quotidiana dell'individuo per poi ritornare alla scena.
02martinelliSi sente l'amore per la vita e l'affetto smisurato per chi lo circonda, la fortuna e i ringraziamenti in questa preghiera laica che sgorga dalla sua voce ora calma, adesso sottolineante, che si ferma e si appoggia a parole-chiave che aprono pareti celate, nascondigli, angoli e fa prendere aria e luce, ci spalanca le finestre di dentro. I suoi “luoghi” sono tanto tangibili quanto astratti e proprio perché fatti di contorni aleatori scivolosi e slittanti, travalicano, oscillano, scintillano, si spostano. Pensi di stare ascoltando parole di teatro, sul teatro e invece ti ritrovi a sentire eco e rimandi alla tua biografia, ad annuire, a sentire quel brivido che appare quando la nostalgia del passato si muove verso il farò del domani. Martinelli punta sulle persone e non sui personaggi.
E' un piacere stare lì ad ascoltarlo in questo circolo ristretto (siamo al Liv di Bologna, spazio gestito dalla compagnia Instabili Vaganti), vicini come03martinelli se le parole potessero scappare. Ripete di “andare a fondo”, di ricercare, di allontanare dalla nostre vite la superficialità, che non vuol dire vivere con pesantezza. Martinelli ride e sorride, eccome, sta qui la grandezza della leggerezza della profondità. La noti nel suo sguardo aperto, mai in difesa sempre pronto al rilancio. Parla di saperi, di lavoro, di “grazia” e “accanimenti”, di cittadinanza. Dice di “lasciare la porta aperta” perché chi vuole possa uscire ma anche perché possano arrivare, simbolico ma anche reale, altre persone attirate, incuriosite da quelle parole lasciate volare nel vento e portate per le stanze, in mezzo alla strada. Le parole, perché le parole sono importanti: “grumo” e “rovello” e “carne”, lettere concatenate che ti entrano dentro, dette piano quasi sussurrate, ed esplodono.
Sembrano termini non rassicuranti ma, proprio perché la vita non lo è, dobbiamo, sempre con quella fatica che è il leit motiv di sottofondo che striscia nella colonna vertebrale del discorso, assumerci responsabilità e crearci e cercarci antidoti alla banalità, alla stupidità, alle facili “trappole” disseminate lungo il cammino che ci portano lontano, in terreni inutili e fangosi, a disperdere energie e sogni. Ci parla di “coraggio” con chiarezza dura e diretta, elemento fondamentale della libertà, ci dice di non avere paura. Trasudano parole di incoraggiamento, di sostegno, di speranza. I buoni maestri sono rari. Abbiamo sempre più bisogno di persone così, come Marco Martinelli. Dobbiamo “farci luogo”, farci carico.

Tommaso Chimenti 10/09/2017

TORONTO – Possiamo a buon diritto inserire Daniele Bartolini nella lunga schiera di attori, registi o meglio performer che lavorano in quella frangia di teatro intimo, minimo, per pochi spettatori alla volta, se non proprio uno ad uno. Sembra un controsenso. Cade il concetto di teatro come luogo perché qui gli spazi sono gioco forza non convenzionali, decade l'idea di platea, muore il principio della divisione tra scena e fruizione della stessa, di luce sul palco e buio sopra le poltroncine. Tutto è miscelato, impastato e tutto diventa unico sia per chi lo fa, chi lo mette in scena, e chi lo riceve, sente e interagisce. Dicevamo che possiamo inserire Daniele Bartolini, fiorentino ma da cinque anni residente a Toronto dove lavora e dove ha proposto tutte le sue creazioni nei maggiori festival canadesi, in quella lista che ci porta al maestro colombiano Enrique Vargas (ricordiamo il suo “Oracoli” ma anche il nuovo “Il filo di Arianna”), il duo cuneese-australiano Cuocolo-Bosetti, ma anche le L.I.S., il Teatro bartolini02del Lemming o Alessandro Fantechi e le sue Isole Comprese Teatro o ancora, sempre rimanendo in Toscana, Katia Giuliani. Per pochi astanti alla volta era anche il recente “Medea su via Zara”, su un pullmino in tangenziale, del Teatro dei Borgia, come, a piccoli gruppi e nuclei, “L'alveare delle storie” del Teatro dell'Orsa ma anche i Chille de la Balanza fiorentini ne sanno qualcosa.
Fidatevi, buttatevi la prossima volta che incrocerete un cartellone che presenterà una pièce del genere. Sui generis. I rapporti si ribaltano; qui non si può solo ascoltare e rimanere passivi ma dobbiamo agire, rispondere, animare con un coinvolgimento totale dei sensi, dell'intelligenza, giocare le proprie carte in quel limite di paura dell'ignoto, in quel brivido di imprevedibile e non preordinato. Ogni “viaggio” è particolare e unico perché è l'interscambio che rende la miscela, l'amalgama tra i due “contendenti”, un nuovo concentrato di energia.
E Daniele Bartolini, mentre fuori dalla sua finestra in giardino una famiglia di procioni si arrangia nel maneggiare tutto quel che trova, proveniente dalla scuola Krypton a Scandicci, alle porte di Firenze, e allievo di Fulvio Cauteruccio, ha deciso di intraprendere questa via che emoziona e travolge il Canada e dove esperienze del genere non erano attive, divenendo un capostipite di questo modo di fare e restituire teatro. Un teatro artigianale, fatto di mani e soprattutto parole, di contatti ma anche attese che macerano e lacerano, di biglietti scritti, di cose da cercare fuori e dentro di sé. Già perché il teatro per poche persone ti mette sempre con le spalle al muro, fa lavorare la platea, la fa pensare, la fa andare a ritroso nel tempo, a chiedersi, a darsi risposte o solamente a formalizzare domande che aveva eluso, scansato. Non è esagerato chiamare questo modo d'intendere l'arte teatrale come una vera e propria seduta terapeutica mista al play dei ruoli, al gioco dell'infingimento, del personaggio. Si entra spettatori e si esce cambiati, sollevati.
Il suo primo esperimento canadese del genere, che poi ha avuto così successo da essere replicato a Berlino, in India a Nuova Delhi e in Italia al festival “Kilowatt” di Sansepolcro, è stato “The Stranger” che rifletteva la sua condizione di italiano appena arrivato in un Paese così grande, così diverso, così lontano. Un solo spettatore che doveva girare la città per un impegno costante e profondo da parte degli ideatori ma anche da quella degli spettatori: lasciarsi andare, lasciarsi cadere, lanciarsi: “Rifletteva la mia condizione di immigrato d'allora; – racconta – lo spettatore veniva lasciato solo ad un incrocio di strade molto trafficate, affollate e convulse, ha un appuntamento ma non sa con chi. Non conosce colui, o colei, che sta aspettando, non sa bartolini04che contorni abbia, che lineamenti possa avere. Tutto si doveva svolgere in segreto e anche le informazioni erano passate ai partecipanti in maniera “carbonara”. Il pubblico che si immergeva in questo vero e proprio trip veniva spostato e portato ad incontrare varie persone e personaggi e personalità – sembra quasi un film di Lynch, ndr – con incroci in un bar o in uno studio pittorico come in un vagone della metro mettendo lo spettatore nella difficile, ma mai pericolosa, situazione di vivere varie situazioni dove nessuno sembra un attore e dove tutti, in fondo, ogni giorno, lo siamo cambiando pelle a seconda dei vari luoghi o contesti nei quali ci troviamo; ti potevi ritrovare a dover ballare con uno sconosciuto come ad entrare in un appartamento”. L'hamburger al whisky che ha appena cucinato scivola giù facile a grandi morsi.
La sua compagnia si chiama D.L.T., Dopo Lavoro Teatrale. Prima di arrivare a questa indubbia riconoscibilità e competenza nel settore, Bartolini in Italia aveva prodotto “Il grattacielo sullo spillo” partendo dalle lettere dal carcere di Antonio Gramsci, “2941”, la data della scoperta dell'America al contrario, e una “Odissea” interattiva, tra Ulisse e Joyce, questa andata in scena nell'importante panorama del festival “Fabbrica Europa” di Firenze. Nella scorsa stagione è stato il momento di “That Ugly Mess” un vero e proprio viaggio di 72 h, tre giorni a disposizione per ritrovare una persona, una grande e solitaria caccia al tesoro alla scoperta di se stessi, una pièce veramente impegnativa per entrambi i ruoli e realizzata in un villaggio vicino alla cascate del Niagara ed infine “Off Limits Zone” con due spettatori, l'uno ignaro che ve ne fosse un altro sul suo cammino che avesse intrapreso il suo stesso tragitto.bartolini05
E così arriviamo a “The Invisible City” che abbiamo visto sia nella versione italiana che in quella più ampia ed articolata canadese: “La prima parte si svolge al telefono – ci spiega – un attore e cinque sconosciuti collegati ad un'unica chiamata, una conference call a più voci. Il mio attore sta in India e chiede ai partecipanti una loro idea sulla loro città, una visione, una traccia, una fotografia, un ricordo, in una parola sola si parla di “identità”, di “memoria”, del senso di casa ma anche di famiglia e delle cose che ci sono familiari, quindi più vicine, in qualche modo che cosa ci tocca, che cosa è importante per noi, quello che ci rappresenta, quello dal quale ci sentiamo rappresentati al di là della nazionalità, del passaporto, come crediamo che ci descrivano gli altri, come ci descriviamo, il nostro posto nel mondo, qual è il nostro ruolo sociale percepito nel nostro intorno. Ognuno se ne sta sdraiato sul proprio letto, al buio o in penombra, come dallo psicanalista, a casa propria dove ci si sente più protetti e più pronti a lasciarsi andare, con il filtro del telefono e senza la vista a impacciare siamo più aperti a raccontarci senza paure di giudizio proprio per la distanza, il buio facilita l'introspezione e l'andare a pescare ricordi e momenti personali bartolini03profondi. È la seconda parte, il giorno successivo, che dà senso al tutto, perché i cinque partecipanti, che si erano soltanto ascoltati telefonicamente e per i quali ognuno degli altri era soltanto una voce senza volto, finalmente si incontrano e insieme questo piccolo gruppo in un luogo abbandonato rafforza l'unione ed unisce le parole del giorno precedente alla faccia e alle azioni della seconda trance”. Un gioco psicologico che apre porte e tocca corde recondite, che ti mette a nudo se hai voglia di indagarti, di esplorarti, di scrostare molte delle sovrastrutture necessarie per parare tutti i colpi dell'accettazione sociale odierna.
Altro progetto molto interessante, sempre su questo filone, sarà il prossimo “The Apartment”, una produzione in collaborazione con il Teatro Franco Boni di Toronto con lo spettatore, ancora una volta nel suo viaggio in solitaria che viene lasciato per mezz'ora in casa di un immigrato in Canada (la compagnia sta lavorando con iraniani, armeni, siriani) che poi dovrai incontrare. Giù la maschera: il teatro imbellettato e impomatato non fa per Daniele Bartolini. Qui si cerca un'idea altra di verità, si studia l'animo umano, ci si mette alla prova, alle corde, si provoca una reazione. Se nel mondo là fuori tutto è irreggimentato, regolato, inscatolato, ben venga il teatro che ancora riesce a scardinare queste catene, queste formule. C'è più vita vera nella finzione del teatro che nella realtà?

Tommaso Chimenti 05/09/2017

Leggi la recensione di "The Invisible City": http://www.recensito.net/teatro/the-invisible-city-kilowatt-daniele-bartolini.html 

 

 

 

 

 

 

Martedì, 29 Agosto 2017 06:40

Romeo e Giulietta non riescono a resuscitare

SANTA MARIA A MONTE – “Oh, che sarà, che sarà che vive nell'idea di questi amanti, che cantano i poeti più deliranti, che giurano i profeti ubriacati, che sta sul cammino dei mutilati e nella fantasia degli infelici, che sta nel dai-e-dai delle meretrici nel piano derelitto dei banditi”. (Ivano Fossati, “Che sarà”)

Dio è morto, Marx è morto, ma “Romeo e Giulietta stanno bene”. Potremmo parafrasare così il gigante Woody Allen, ossimorandolo, per immergerci nel nuovo testo dell'impegnatissimo Andreakaem2 Kaemmerle. Un testo che, a scanso di equivoci è doveroso riportare, si porta il peso addosso di un'estate lavorativamente faticosa tra l'organizzazione del festival di Volterra e Utopia del Buongusto, un grave lutto all'interno della compagnia Guascone Teatro e un infortunio al ginocchio occorso ad una delle attrici in scena, subendo, inevitabilmente, contraccolpi, sbilanciamenti, disequilibri, perdita di slancio e brillantezza, scivoloni e cadute. Diciamo che questo R&G non è nato sotto una buona stella. Altri recenti testi kaemmerliani ci avevano fatto gridare con veemenza e inneggiare giubilanti alla sua penna (secondo noi sottovalutata dall’establishment teatrale toscano che nei suoi confronti ha sempre storto il naso), al suo stare in scena con forza e grazia, al grande “mestiere” dell'attore fiorentino prestato a Bientina e Casciana Terme.
Piccoli onesti pamphlet portatori sani d’ironia, malinconia, malessere, voglia di vivere e allo stesso tempo carichi di quel vintage patinato, seppiato, rustico e ruvido che faceva sorridere e riflettere delle nostre crisi, delle nostre sciagure miserabili, del nostro essere così fragili e minuscoli in questa grande giostra che è la vita che non riusciamo mai né a capire né tanto meno a comprendere, pur sforzandoci, e fingendo, soprattutto con noi stessi, di esserne i motori, i padroni e proprietari decisionali, sapendo però, nel nostro intimo, di essere soltanto pedine, pedoni di cartapesta che verranno spazzati via dal tempo, dalla storia, del vorticare compulsivo dell'universo.
kaem0Ci ricordiamo “L'uomo tigre” che graffiava, “Lisciami” che carezzava, “Il tamburo sfondato” antibellico, “Vagoni vaganti” sul viaggio dentro e fuori di noi, “Odore di mare” traballante di onde e nostalgia; piccoli artigianali “capolavori” intimi che abbiamo avuto la fortuna di scoprire e gustare, vedere e assaggiare in queste appena passate notti d’estate utopiche. Non ci sentiamo di inserire l'ultima neonata opera in questa lista, certamente per i problemi contingenti emersi che ne hanno afflitto il difficile parto ma anche perché l’essenza drammaturgica, il nocciolo, la colonna vertebrale, pur partendo da un'idea solida, si è ben presto sfilacciata e sgretolata. Non tutte le ciambelle riescono con il buco. Andrea Kaemmerle funziona meglio nella fase monologante dove, solo in pista, ha tempi giusti, pause perfette, dove con i suoi guizzi controlla l'imponderabile e si lascia andare a piacimento portato dalla corrente delle parole, della platea e della sua gestualità franca. Le altre due figure in questo “Romeo e Giulietta”, appunto Giulietta e la “sposa” (perché questo inserimento?), rimangono compresse, e troppo sospese, indefinite e indecifrabili, attorno alla sua presenza catalizzatrice, nascoste nella sua ombra ingombrante: la prima una Silvia Rubes charlottiana, la seconda un’Anna Dimaggio timburtoniana.
In un limbo – sala d'attesa caotica di un qualche girone infernale (ci ha ricordato gli amanti suicidi danteschi Paolo e Francesca prima di diventare, sul finale, Olindo e Rosa, la coppia assassina di Erba,kaem3 con un accenno ai Renzo e Lucia manzoniani in un potpourri composito dai troppi sapori) stazionano, ma senza lo “star bene” del titolo sia chiaro, i due ragazzini shakespeariani che, evidentemente, non sono morti nella sventurata notte veronese seicentesca di veleno e fraintendimenti. Il plot sembra quasi un castigo, punizione-coazione a ripetere, ogni notte da allora per un tempo infinito, una formula che fa credere loro, più che altro sperare e autoconvincersi, di essere ancora vivi in questa parentesi remota, spazio galleggiante, anfratto nel tempo, dispersi nella loro sterminata e sconfinata “solitudine dei campi di cotone”.
E tra una panchina da innamorati di Peynet (spunta quasi un’iniziale Pietà michelangiolesca con Giulietta-Mary Poppins accasciata), e una cabina telefonica (ve la ricordate la pubblicità con Massimo Lopez della Sip “una telefonata allunga la vita”?) ci accorgiamo che non “stanno affatto bene” come nella pellicola eufemistica e quasi omonima “Stanno tutti bene” di Giuseppe Tornatore con Marcello Mastroianni. Ansiosi, ansiogeni, chiusi, relegati e segregati nella loro finta libertà, nei momenti di lucidità hanno dubbi se essere ancora di questo mondo o essere passati alla sostanza dei sogni. Da un cappotto tirano fuori (è tornato alla mente “Scene da Romeo e Giulietta” di Federico Tiezzi al Fabbricone di Prato di qualche anno fa, dove i due giovani amanti erano felicemente anziani e ancora insieme) una corda, un martello, una pistola, tutti oggetti utilizzabili per la soluzione estrema. Stranamente, però, niente veleno all’orizzonte.
Ma è l’impasto che non funziona pienamente, l'amalgama si fa collosa soprattutto con l’innesto, alquanto forzato, di un terzo personaggio all’interno del classico binomio amoroso: una sposa cadavere (avvicinabile a quella della “Carnezzeria” di Emma Dante), un'Anna Di Maggio che ce la mette tutta ma il suo ricamo appare fin dalle prime battute lontanissimo dall’atmosfera, una sposa irrazionale e bipolare che telefona disperatamente al marito già defunto. Neanche Leonard Cohen, nella ballata conclusiva, riesce a riesumare i due innamorati per eccellenza da questa dimensione parallela, sprofondati nel buco nero, nell’attesa di qualcosa che non accadrà.

Tommaso Chimenti 29/08/2017

MILANO – Per fortuna che è rimasto ancora qualcuno che certe cose le scrive e successivamente le fa anche dire ai propri attori. Scrivere senza tesi preconcette e preconfezionate da difendere, senza farsi paladino di un'idea. Senza paura, senza dover cedere, senza il timore di uscire allo scoperto, in solitudine, senza l'ansia di essere messo all'indice, nell'angolo, additato come controcorrente solo perché pensante. “Reproduction” (visto in forma di studio al Teatro della Contraddizione, garage artistico, fucina dove campeggia la scritta: “L'arte è una puttana, costa”) è un testo complesso e composito che ha in sé molte anime e un solo comune denominatore: un'intelligenza lontana dai cliché. Si parla di riproducibilità dell'arte ma anche di procreazione, il riprodursi della specie umana. La critica, in forma di protesta pop e sopra le righe, non è velata ma palese e diretta e tutta giocata con stile, estetica, leggerezza, tocchi ironici, spunti salutari,reproduction1 senza prurigine fino all'origine del dibattito che troppo spesso ormai la maggioranza abortisce e aborrisce per l'ansia di scontrarsi con un nuovo dispotismo dilagante, rassegnandosi, dubbiosi ma quieti e muti, di fronte a violente ondate di minoranze fatte percepire (grazie anche a media complici e conniventi, tra questi proprio il teatro che spesso si fa pulpito e comizio per supportare tesi politiche) alla società silente come necessità primaria. La compagnia è quella Phoebe Zeitgeist (pzteatro.org) con Giuseppe Isgrò regia e mente, Francesca Marianna Consonni alla scrittura. Brecht, Pasolini e Fassbinder i punti di riferimento nella loro personale stella dei venti.
In un Eden sintetico con un retrogusto che sa di “Giardino delle vergini suicide”, il prato è di un verde psichedelico (tutto il falso è vero) lo scontro è tra due damigelle e due concezioni di vita: la Signora in rosso, (Francesca Frigoli vagamente Amy Winehouse) che ha sentito l'orologio biologico, il tic tac della gravidanza, e la Dark Lady di ferro algida, autonoma e vamp dura (arriva montando una scopa reproduction2come strega moderna; Chiara Verzola richiama Milva o Ute Lemper, tendente a Oriana Fallaci, cattiva e acida Crudelia Demon) dedita e votata a fare della propria esistenza un'opera d'arte (“Quando stendo i panni allestisco”) senza bisogno di liquefarsi nelle pochezze animalesche, perdersi tra le onde dell'istinto sperperando la ragione: “Avere un figlio è avere qualcuno da rendere infelice”. Un'ora e mezza abbondante nella quale si ha sempre l'impressione del guizzo in un contesto ricercato, luccicante e kitsch, elegante nel suo essere esagerato, ipertrofico ma sensibile.
A gravitare come piccoli pianeti attorno a questi due Soli, come ioni attorno al corpo dell'atomo, tre figure maschili fortemente effeminate (Leprotto, Zebrotto, Conigliotto, harem omosessuale d'immaginario disneyano in magliette a righe come ireproduction3 marinaretti-gondolieri di Jean Paul Gaultier) che, tra lazzi e frizzi, giochi, vocine e schiamazzi, fanno da corollario e coro antico, spalti e fazioni, servi di scena, animali d'accompagnamento, contorno a queste due forze in campo che si scontrano in una battaglia epica, mitologica, fumettistica. Ogni frase è una ferita, ogni passaggio un crampo, ogni perifrasi taglia supportata da una colonna sonora ballabile che va dagli Smiths a Prince, da Marc Almond a Gianna Nannini, da Annie Lennox a David Bowie passando per i Cure.
Certo la veste sartoriale con la quale hanno addobbato la disputa è quella di una parodia favolistica ma le radici di queste parole appuntite sfondano la terra umida di questi tempi dove avere un'opinione propria e non allineata significa essere fastidiosi e scomodi. I tre spalleggiano perfettamente le due Regine agli antipodi nelle loro calzamaglie da Nurejev e stivali da Far West, in bilico tra uno Stregatto molto british e un Bianconiglio cinico e ingenuo. Il bambino che nasce ha le fattezze plasticose di Cicciobello (ci ha ricordato il finale del non riuscito “Darling” dei Ricci/Forte) prima di trasformarsi, con cambio anche di genere (tanto caro al dibattito attuale il gender), in una Barbie (e qui sovvengono i Tony Clifton Circus nel loro distruttivo “Hula Doll”). La marmellata è dannunziana, imburrata con velluti damienhirstiani, con una patina andywarholiana su un letto jeffkoonsiano. Poi lo snodo si focalizza, dopo la disfida tra le due possibilità e scelte femminili, sui nuovi nuclei che vogliono riprodurre un sistema perbenistico che hanno rifiutato e dal quale sono stati rifiutati: la famiglia tradizionale, i figli. Come nell'impastare un hamburger vegan si cerca lo stesso nome, la stessa forma, prendendola in prestito da esempi che si vuol combattere e sconfiggere, di ciò al quale ci opponiamo con forza. “Imitation of life” la chiamavano i R.E.M. I nostri son tempi vuoti e meschini che vanno riempiti con una burocratizzazione del linguaggio, panacea d'ogni male. Da far vedere sia ad Adinolfi che a Vendola. Mettendoli vicini di poltrona. Mano nella mano.

Tommaso Chimenti 14/06/2017

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