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MILANO – Edimburgo, teatralmente parlando, è a Milano. La Fabbrica del Vapore ha in sé l'anima dell'artigianato, l'odore di mattone e ferro, quel piglio di mani e idee, quel fare che nasce nella testa e si sviluppa grazie a uomini e donne di buona volontà. La fucina è IT, il vulcano è IT, la fornace è IT (utilissimo e ben fatto il libretto per orientarsi nel mare magnum delle proposte) dove nascono gli attori e le compagnie, i testi e le messinscene di domani. Futuro presente. Il colore è il giallo: grano, sole, birra. Venti minuti, piccoli morsi per capire dove stiamo andando, i temi dei giovani, quello che si muove nel sottobosco delle proposte, delle promesse. Fiori che nascono sull'asfalto e nel deserto e che sbocceranno. Sono maratone, si entra e si esce, fuori il itbannersole cocente, dentro il buio tra queste volte ampie, i soffitti alti che danno respiro e possibilità di movimento ai sogni, alle speranze. E ne abbiamo trovata di fertilità, di novità, di guizzi, di lampi, di ponti, di gesti da ricordare, sottolineare, sottoscrivere, esaltare. Dieci ne abbiamo visti, di quattro parleremo. Già il manifesto evidenzia un animale ibrido e mitologico, sorta di Chimera, dal carattere roccioso del rinoceronte, caterpillar che non si ferma davanti alle difficoltà nella savana, e dalla spinta leggera e al contempo potente della balena. Un animale impossibile, come fare teatro in questo Paese. Ma c'è qualcuno che lo fa e con buoni risultati. Come il calabrone nel motto di Einstein.
itheartCi siamo affacciati alla stanza dove gli Snaporaz hanno allestito l'inquietante “Heartbreak Hotel”, per uno spettatore alla volta, dal sapore kubrickiano, con tocchi di Lynch, spruzzate di Hitchcook, e un fondo che ci ha ricordato “A sangue freddo” di Truman Capote. Un racconto che viene sciorinato attraverso il muro in cartongesso verso il quale siamo, come da piccoli in castigo, con la faccia rivolta. Siamo all'angolo, dietro è possibile che si muova qualcosa nell'ombra, nel buio. La narrazione-cronaca è quella di un serial killer; la psicologia del superstite sfora dalla radio, esce dal telefono. A terra ci sono tarocchi sparsi e la sensazione è quella di essere proprio sulla scena di un crimine, dentro le pieghe del male descritto, in quell'angolo di normalità, da carta da parati floreale e borghesuccia con i suoi ghirigori da seguire con il dito, in rilievo e lisci, le medicine sul comò, e tu stai lì, imbambolato, immerso nella grande dicotomia tra perdono o vendetta. Sono l'assassino o la giuria? Il condannato o la vittima? Incuriosente.
Da seguire assolutamente nel suo sviluppo è “In.Ter.Nos” dei Carolina Reaper, progetto in tre fasi, autonome e correlate dove un filo sottileitinter di malessere malcelato e uno strato sottile di soffocamento, straniamento, spaesamento. Un'indagine, potremmo dire banalmente, ma è molto di più; è uno scavare dentro le nostre paure, dentro i meandri di quel possibile che cerchiamo di allontanare in ogni modo ma che sta lì, come gufo sulla spalla, come avvoltoio in attesa dell'ultimo volo in picchiata. Al centro una “principessa”, bionda come lo devono essere le altezze reali di bellezza. Una sorta di modella stile Madonna in evidente stato di shock. La drammaturgia di Livia Castiglioni riesce pian piano, docilmente, ad instradarci nel sentiero dei passi pericolosi dove l'innocenza si tramuta in colpa, l'ingenuità in dramma, la pulizia in marcio. Siamo fatti di doppifondi ai quali attingere come pozzo d'acqua limpida o fango imputridito. Bravi, abili ed efficaci i tre sulla scena: Silvia Giulia Mendola, la starlette ossessiva, Elena Scalet e Francesco Meola, agenti alla “X files”. Mettetelo nel paniere delle scelte per la prossima stagione.
italchemicoAltro piccolo stralcio che ci ha colpito è “Per le ragioni degli altri” (Alchemico Tre) dove risulta ancora più lucente l'interpretazione di Michele Di Giacomo (che qui firma anche regia e adattamento da Pirandello), sempre più in palla e in vena, ad ogni nuovo lavoro ancora più convincente. Il filo che morde il freno è l'insoddisfazione, la molla che punge arrugginita è la desolazione sentimentale, la mancanza di empatia, l'assenza di comprensione. In questo buco nero, in questa infelicità diffusa che prende alla bocca dello stomaco, un uomo è diviso tra la mogliettina carina ma acida (Giorgia Coco), le sue voglie di scrittore (ci ha ricordato la biografia di Kafka) e un figlio avuto da una prostituta (Federica Fabiani, qui molto Maria Nazionale, carattere e “tigna”). Gli obblighi si sommano alle responsabilità, la cattiveria scappa da tutti i pori, nella frustrazione, nell'accettazione passiva che lacera e brucia. Non esiste più amore, resiste solo recriminazione e voglia di vendetta, acidità in tutte le forme possibili e declinabili per cadere e sprofondare sempre più in fondo a questo vortice turbinoso senza vie d'uscita. Da seguirne gli sviluppi.
L'ansia da prestazione sembra che sia uno dei cardini fondamentali dell'essere giovani oggi. E le compagnie di IT lo hanno tirato fuori e fattoitamor2 presente. Anche se sul versante brillante gli Amor Vacui con il loro “Domani mi alzo presto” ci portano nelle pieghe piagate della burocrazia che uccide i buoni propositi, in quell'ammasso di carte bollate e certificati, password e timbri che ingolfano prima la mente, che tarpano ambizioni, che infarciscono la mente di tanti ragazzi lasciati tra cellulare e divano, abbandonati tra pc e tv a passare il tempo fin quando non sarà troppo tardi. Sembra quasi che il mondo fin qui costruito abbia riservato alle giovani generazioni degli asili nido perenni per una forma di controllo e instupidimento continuo, una bolla di sapone che calma e placa come un placebo, come un antidolorifico che toglie il sintomo ma non il tumore sottostante. E il bubbone sta esplodendo. In “Domani mi alzo presto” (Andrea Bellacicco sugli scudi) il bando post universitario, il provino d'attore come la tesi diventano dei mostri giganteschi, scogli insuperabili, paure che si autoalimentano mangiandosi i giorni, la freschezza, la vitalità per creare nuovi zombie insoddisfatti e senza futuro. Una finta allegria vuota. Complimenti.

Tommaso Chimenti 10/06/2017

CASTROVILLARI – Ci sono festival che chiudono e festival che raggiungono la maggiore età. Primavera dei Teatri compie diciotto anni. E li festeggia riaprendo una sala, il Teatro Vittoria, chiuso per un incendio da trenta anni, e adesso riconsegnato alla città. Castrovillari è sempre la stessa, il centro saldo delle operazioni è ancora la sua Fortezza, mentre il monte Pollino dietro gonfia il petto e all’ora del tramonto fa ombra, s’incupisce sereno e placido. Quest’anno la squadra di calcio della città è retrocessa. Nessuna paura, qui si tifa Juventus. Il vento scende sul corso che taglia e in discesa arriva fino all’Osteria della Torre Infame. Infame perché lì stavano i condannati a morte in attesa dell’esecuzione. In-fame perché, se ne hai, te la puoi togliere gettandoti in pasto agli “Spaghetti al Fuoco di Bacco”, piccanti e cotti nel vino, i “Maccaruni a firrittu del pastore”, con la ricotta, i “cancariddi arrustuti” (peperoni secchi fritti), le “patane mblacchiate” castro1(patate e peperoni). O puoi provare “cucurriddi e mirlingiane” (zucchine e melanzane), lasciarti tentare dalla “saburizza” (salsiccia piccante, e che te lo dico a fare). Nduja patrimonio dell’Umanità. Il palato schiocca, la lingua s’attorciglia in questo scioglilingua.

Lingua che è incipit e soglia, sosta e prolungamento, scivolamento e consonanza, caduta e risalita nel lavoro di Giuseppe Cutino, regia, e Sabrina Petyx, drammaturgia. “Lingua di cane” ci porta al “Cuore di cane” di Bulgakov. Pezzi, muscoli, organi. Son quelli che ci vogliono per sopravvivere, per tentare almeno di farlo. È anche un cercare di parlare di un fenomeno, quello dei migranti, sul quale in questi ultimi anni, anche e soprattutto in teatro, si è detto tutto ma sempre, o nella quasi totalità dei casi, in maniera diretta, dritto per dritto, raccontando l’orrore. Però, lo sappiamo, il teatro ha bisogno della metafora, del simbolico, del detto tra le righe, senza riproporre la cronaca, senza rincorrere la realtà che è molto più potente di qualsiasi racconto. A meno che non si scelga un’altra strada. Quella di una poesia cruda (certo la retorica è a tratti inevitabile) che coinvolge, spinge, sposta, dilania, riprende, recupera, porta in superficie sensazioni e situazioni, perfino corpi. E sono questi corpi (i siciliani della Compagnia dell’Arpa; in sei frontalmente emmadantescamente) ammessi a questa messa di ammassi di stracci, abiti galleggianti come fiori di loto in uno stagno, che non salvano ma affossano, pesanti d’acqua imbrigliano, s’attorcigliano agli arti impedendoti il nuoto e la risalita.
castrocaneBoccheggiano, i respiri si fanno profondi e intensi e sempre più la lingua vira verso un ennese stretto, i loro movimenti sono onde che sbattono sulla battigia, riflussi in un andare e tornare di fiordi e gorgoglii che forma curve della schiena e di polmoni, una danza macabra come un elastico che prende la rincorsa, si schianta e ritorna al suo posto. Un teatro fisico la cui portata s’ingigantisce, monta come panna, suda in questi frammenti che tolgono il fiato, affannano l’esofago in questa lotta feroce per la sopravvivenza. È un vortice quello che fluttua di vestiti e cenci che sanno di cimitero, Diluvio Universale e Olocausto, che sa di gioco crudele e fisarmoniche, come uscire da un bozzolo e nuovamente proteggersi come fa il riccio o l’armadillo, si annidano e si rannicchiano in un cantato-nenia-urla-preghiera soul e porosa. Vengono alla mente la “Venere degli stracci” di Pistoletto ma anche “L’Isola dei morti” di Bocklin e per finire il continente di rifiuti e plastica che staziona e s’amplia nell’Oceano Indiano. Le domande escono senza trovare riparo né soddisfazione, la barca è alla deriva (la loro reale? Noi, l’Europa metaforica?). La morte peggiore non è il decesso ma la sparizione. Se sei disperso, e non classificato come morto, non puoi attingere al senso di colpa, alla pietas, alla consacrazione, alle lacrime, alla perdita, alle cerimonie, ai fazzoletti, all’indignazione. Lo sapevano bene i generali argentini.

C’è un amore per la P, la lettera, nei titoli del gruppo veronese, Leone d’argento ’16 alla Biennale di Venezia, Babilonia Teatri. Sicastrobab parte da “Popstar”, passando per “Pinocchio”, “Purgatorio” e arrivando a quest’ultimo nato “Pedigree”. Che la P è anche l’iniziale di Padre che è centrale nel loro discorso scenico dove è proprio l’assenza del genitore maschio a farsi presenza ingombrante fino ad essere ossessione, tarlo, domanda strisciante che riempie le giornate e i pensieri di una vita. Un ragazzo ormai uomo (ritorna la forza espressiva di Enrico Castellani, vigoroso senza essere tragico) va a ritroso, indietro a scoprire i perché di quel buco nero che lo cinge e stringe. Cresciuto, e molto amato, da due madri, ha sempre sentito un vuoto incolmabile. Il padre biologico ha donato il suo sperma in una banca del seme per l’egoismo delle due donne che l’hanno sì ben cresciuto ma anche privato della sfera maschile utile, necessaria, fondamentale. L’indagine, scandita dalle musiche sdolcinate e ammiccanti, sensuali e pelviche (il gesto della penetrazione che manca a due donne), di Elvis, fa capolino sulla famiglia e sulla discriminazione paesana, sui giudizi provinciali sulle coppie di fatto.
Ma non è qui, comunque la si pensi, che i Babilonia si soffermano. Il salto è andare indietro, a quella mancanza paterna di questo genitore-milite ignoto, fumoso e allo stesso tempo onnipresente. Perché, indubbiamente, anche se il genitore mancante non ha potuto influire sull’educazione e sull’atteggiamento, sul DNA e sui tratti fisici quello sì. Quella del ragazzo è una “vendetta” lontana e distante: ogni anno per Natale organizza una cena, irreale, che riempie d’attesa tutti gli altri giorni dell’anno, con gli altri “figli” biologici dello stesso padre sparsi per il globo. Ed è questo senso della famiglia che forse lo lega maggiormente rispetto al rapporto con le due donne. Il sangue, seppur inspiegabile, pulsa più dell’affetto, per quanto grande sia. E sempre per vendetta diventa a sua volta donatore, mettendosi nella stessa condizione del padre. Il padre (ma anche la madre in caso di due uomini che allevano figli), come figura simbolica, è necessaria, non solo a livello biologico; non si può estrapolare e censurare, cancellare e nascondere la sua presenza terrena, materiale, costante. Padre e madre non possono chiamarsi semplicemente “genitore 1” e “genitore 2”. Con buona pace dei vendoliani.

Tommaso Chimenti 05/06/2017

CASTROVILLARI – Ci sono locandine che rimangono impresse nel cuore e negli occhi per la potenza e l’acume che esprimono a distanza di anni. La locandina, per uno spettacolo o per una rassegna, non è solo l’emblema e il frontman dell’intero progetto, non deve riassumere il plot ma passare l’essenza, il punteruolo che ne sta alla base, il pungolo e lo stimolo, il perché che scardina, la riflessione con il sorriso, il dettaglio prima nascosto e adesso evidente. Una locandina è per sempre, fotografa un momento storico, ne imprime le perplessità, i vigori, le istanze, è un concentrato di freschezza e presente, è un’immediata ondata che ti immerge nella catarsi della pièce o del festival. Una locandina deve riuscire, con piccoli tocchi, a delineare il vortice di pdt16energie che stanno alla base della costruzione, dell’ideazione, del fermento che sbatte e gorgoglia nel momento della creazione. E ci sono locandine più riuscite di altre. In questi diciotto anni il festival “Primavera dei Teatri” ci ha sempre abituato a manifesti irriverenti e pensanti, carichi e depositari di una sostanza impalpabile, quella stessa materia che, ad ogni nuovo sguardo, rilascia nuove sensazioni e atmosfere, fornisce nuove parole a scandagliare quella patina di colori e facce, movimenti e gesti arroccati in un rettangolo incorniciato e appeso. Hanno profondità le ideazioni concettuali del trio La Ruina-Pisano-De Luca.
Lo scorso anno avevamo una ragazza sovrappeso, abbastanza hopperiana, che sembrava uscita da qualche pellicola di mafia americana, di protezionismo, una sorta di Marilyn gonfiata, che guarda il vuoto tra rassegnazione e leggera noia. Le gambe un po’ discoste ma senza alcun atteggiamento sessuale né alcun riferimento sensuale, e questo divano dietro, nel suo arancione acceso, che sta, immobile come la giovane signora, in attesa. Andiamo a ritroso.
Pdt14Nel 2015 una bella bambina borghese tutta in ghingheri da festa, come fosse una damigella da matrimonio, offriva una banana, senza alcun timore, ad un gigantesco gorilla; lui sì che era spaventato, seduto accanto a lei sul sofà. C’era scarto e spostamento, quella banana così gialla, e lasciva anche e fallica, passata dalle mani dell’innocenza a quelle delle forza bruta, ribaltando i piani, le aspettative, il consueto modo di pensare.
Pinteriana quella del ’14, con una festa di compleanno andata, evidentemente, a finire male. L’invitato principale, che forse ha festeggiato in solitudine, ha la testa, come colto da malore, infilata dentro la torta a più strati; c’è un solo cappellino e neanche il gusto di un alcolico: solo succo. Ti stringe il cuore.
Nel 2013 un altro essere sovrappeso: un uomo calvo (nessun riferimento mussoliniano, tranquilli) con una sdraio alle sue spalle, guarda una nube minacciosa chepdt13 avanza. Sembra sia scoppiato qualcosa: la terza guerra mondiale, i missili della Corea del Nord, o “soltanto” i fumi cancerogeni dell’Ilva. Sembra che aspetti che questo getto di polvere e detriti, quasi una tromba d’aria calda, lo investa; non scappa, non si muove, accetta asceticamente il suo destino, senza paura: quel che sarà, sarà.
Eccoci al 2012 con un Babbo Natale depresso nonostante la giovane età, in mutande rosse, proprio perché, unica volta, il festival per problemi di finanziamenti era stato forzatamente posticipato a novembre. Un BN senza gioia, le spalle in avanti, curvo, in un clima di festa posticcio, senza enfasi, senza gioia.
Ancora catastrofi nel 2011. Ma non lo possiamo mai derubricare a pessimismo: è sano realismo. Un uomo, in un interno borghese, d’antan con la carta da parati demodè, senza rinunciare a giacca e cravatta, indossa pdt12una maschera a gas. Anche lui si sta preparando all’imminente sconosciuto, ma ben poco roseo, domani.
Nel 2010 uno dei più iconoclasti e irriverenti cartelloni di PdT: una banana che, una volta sbucciata, al suo interno, presenta un grosso peperoncino,pdt11 prodotto tipico calabrese, simbolo e icona caratteriale dei suoi abitanti: la focosità. I riferimenti fallici, ovviamente, si sprecano, ma quel verde del gambo, il rosso del peperone, il bianco dell’interno del frutto, rendono una bandiera italica fondata sull’estro del piccante, sulla legnosità del picciolo, sulla durezza e l’allappante esotico; siamo, anche, un mix di queste caratteristiche.
Scendiamo ancora più giù nel tempo. Nell’edizione 2008 un’inquietante bambola rosso fuoco, dal sapore di Stephen King o che rievocava le nenie di infantili di Dario Argento, ci guardava con fare sorpreso e allo stesso tempo allarmato e preoccupante. Qualcosa stava arrivando, qualcosa stava cambiando. E qua con il passato ci fermiamo.

pdtl17Quest’anno invece la scelta è caduta su un uomo accartocciato su se stesso - potrebbe essere l’Otto del 18 (le edizioni del festival) - appoggiato sul fondo di una piscina a identificare l’infinito ma rannicchiato a protezione, come a non voler sentire quello che arriva e avviene fuori da quel guscio amniotico, placenta ovattante; mentre le gambe sopra (l’Uno), presumibilmente di una ragazza, spinneggiano verso l’alto fuggono, se ne vanno, in cerca di salvezza, volano o più facilmente, potremmo essere sott’acqua, risalgono a prendere aria. Il cielo è sempre più blu. Se riesci a tornare in superficie.

Tommaso Chimenti 03/06/2017

MODENA – “Gli autobus portano a spasso quella luce fioca, randagi come cani li ho visti traballare davanti a vecchie fermate, dimenticate negli angoli di periferia, davanti a moto rubate e buttate come questa sotto casa mia” (Luca Carboni, “Gli autobus di notte”).
Portare la periferia al centro. O meglio spostare il centro in periferia. O ancora far si che non si parli più, con una visione dicotomica e contrapposta, con scala valoriale annessa e giudicante, di centro, salottiero-culturale-borghese, e periferia, lontana-disagiata-distante-problematica. Le visioni di “Periferico festival” sono più un percorso che va ad insistere durante tutto l'arco dell'anno e che esplodono nei tre giorni di fine maggio in un'esposizione di lavori non prettamente, classicamente e canonicamente parlando, teatrali. Il gruppo Amigdala (in anatomia è parteperiferico1 del cervello che gestisce le emozioni e in particolar modo la paura), con la capofila Federica Rocchi, ha messo in piedi un'impalcatura che, dopo anni di itineranza e viandanza tra varie zone dell'hinterland modenese (qui si parla di lambrusco, Vasco, Ferrari, Pavarotti e aceto balsamico), ha trovato la sua sede, #ovestlab, per mettere a frutto le proprie idee di riqualificazione e nuova vita dell'ex Villaggio Artigiano di questa parte di città che tira verso Reggio, tagliata dalla Via Emilia. Qui vicino, pochi giorni fa, la sede dell'associazione di destra “La Terra dei Padri” è stata dolosamente incendiata. Hanno eliminato i binari della ferrovia lasciando però la massicciata di pietre che divide in due la zona. “La periferia è una fabbrica di idee, è la città del futuro” (Renzo Piano).
Più che una rassegna teatrale, o di arti performative, si tratta, o si cerca di fare, di ragionare e scandagliare attorno al tema dell'urbanizzazione, del recupero di una certa architettura abbandonata, del riappropriarsi di spazi abbandonati e lasciati ammassati e accatastati in disuso senza alcuna nuova specifica qualifica. La situazione non è prettamente di degrado; non la identifichiamo così. periferico2Nemmeno la possiamo bollare come pericolosa. Passiamo tra i fabbricati chiusi di un artigianato che o si è spostato, o nel tempo è fallito perché non è riuscito a stare al passo con le trasformazioni imposte dalla globalizzazione divenendo ben presto obsoleto, scaduto, vecchio, scartabile. Ad annusare le rovine che un tempo producevano reddito ci si sente leggermente svuotati, nella perdita, tra la ruggine, le sterpaglie, le scritte, gli alberi sparuti e spauriti, i mattoni sbrecciati, le serrande, i bandoni, gli stabilimenti con dita di polvere sopra, i tubi, le ragnatele, i calcinacci. Non ci sono panchine, non ci sono marciapiedi.
“Sei un fiore che è cresciuto sull'asfalto e sul cemento” (Jovanotti, “Serenata rap”).
Parola d'ordine: dare ai luoghi una seconda possibilità, una nuova vita. E il concetto di per sé è ecologista: non costruiamo ancora ma riutilizziamo, cambiandogli destinazione d'uso, il cemento che abbiamo colato nei decenni precedenti. Tanti cancelli, pezzi rotti, ferraglie, bombole, barili addentrandoci in questo paesaggio urbano e umano, in questa morfologia del territorio sospesa, in attesa di una nuova linfa o dell'eutanasia definitiva. Vince l'ex: ex industriale, ex artigiano, ex commerciale, ex agricolo. Ci sono però spazi da riempire con processi partecipativi che possono diventare laboratori permanenti urbani aperti, virtuosi e positivi. Può nascere un'idea diversa di città: spazio degli uomini e non dei luoghi, senza cedere alla nostalgia, senza musealizzare i quartieri mummificandoli. L'organizzazione proposta non è verticistica né gerarchica ma orizzontale, creando un borgo responsabile che non si senta più ai margini néperiferico3 geograficamente né umanamente. Casermoni ed erbacce ai lati di un asfalto sbucciato, offeso e ferito. Come piantare dei semi per far nascere qualcosa in un territorio apparentemente morto, con pochi abitanti, questa è la missione di Amigdala. Ed infatti si parla di paesaggio e di orizzonti. Di coraggio e avanguardia.
Questo viaggio nel Villaggio Artigiano modenese ci ha ricordato la bella esperienza fiorentina di qualche stagione passata di Virgilio Sieni e del suo “Oltrarno Atelier Festival”, carovane di piccoli gruppi che, religiosamente laici e scopritori silenziosi, si recavano nelle varie botteghe fallite in Santo Spirito o in San Frediano, luoghi storicamente popolari della città sull'Arno, per assistere e seguire brevi piece di danza contemporanea proprio all'interno, e intorno ai materiali di quella minuscola fabbrica di saperi e polveri, di decenni di gesti millenari fatti da mani e polpastrelli sapienti. Qui il motore che muove la macchina è un po' diverso, più concettuale, anche se i suoi abitanti si sono prestati concretamente a donare vari loro racconti autobiografici con passeggiate, aperture di case private e industrie a conduzione familiare. Il senso con il quale se ne esce è più sociologico e antropologico che artistico, anche se il programma era infarcito di attimi, periferico4momenti e appuntamenti che avevano tale parvenza e costruzione. Esperimenti che hanno cassato, escluso, divelto la fase attoriale, sminuendo l'aspetto di “spettacolo dal vivo” con qualche presunzione da architetti che vogliono insegnare il mestiere ai teatranti (OHT) con in scena filmati, voci registrate e oggetti che si muovono meccanicamente (come dire: l'attore non è utile, serve soltanto la mente, installativa), impianto riprodotto anche dai Muta Imago con la loro versione di Bartleby, romanzo breve di Melville ancora capace di aprire finestre di pensiero potenti, ridotta ad un filmato con lettura da audiolibro, il ché, a nostro avviso, non giustifica il rito collettivo nel buio e nel caldo di un hangar, più cinema che palcoscenico. Forse, avanziamo il nostro dubbio, questa popolazione aveva, o avrebbe avuto, bisogno anche di qualcosa di meno sperimentale e criptico vista anche l'età media di chi qui è rimasto a vivere. Così l'esperienza ci è sembrata scollata dal contesto, quasi una forzatura.
Invece è valsa l'esplorazione “La disobbedienza dell'acqua” degli stessi Amigdala (molto bravi a comunicare il loro festival), per la carica emotiva di magia e mistero, di cupezza al pian terreno e di paradisiaca luce usciti dal garage-budello interrato per infine riveder le stelle in un brillante e luccicante primo piano costellato e cosparso da centinaia di bottiglie contenenti messaggi, poesie, parole da lasciar macerare nel liquido. Bottiglie come un campo di battaglia o un cimitero, campi seminati o croci. Per altoparlanti imbuti. L'acqua disobbedisce perché il ruscello scende e travolge. Come la vita, come le idee. Chissà cosa rimane in questa periferia dopo la luce accesa di questi tre giorni di rassegna. Qualche seme germoglierà?

“Nato ai bordi di periferia dove i tram non vanno avanti più, dove l'aria è popolare è più facile sognare che guardare in faccia la realtà” (Eros Ramazzotti, “Adesso tu”).

Tommaso Chimenti 28/05/2017

REGGIO EMILIA – Tre cosine interessanti, al di là della formula della Relatività, abusata, le ha pur dette Albert Einstein: una era quella di Dio e dei dadi, ma il gioco d'azzardo non fa per noi, la seconda, fuochino fuochino, è quella del calabrone che non dovrebbe volare perché troppo panciuto e le sue ali così piccole e deboli; la terza è quella che ci interessa e che cade come il parmigiano sui tortelli verdi (dopotutto siamo in terra emiliana): “Quando le api scompariranno dalla faccia della terra, agli uomini non resteranno che pochi anni di vita”. Siamo legati a doppio filo a questi piccoli insetti laboriosi, simbolo dell'alacrità e dell'operosità, ma anche di quel sentimento che mette davanti all'individualismo e al personalismo il concetto di collettività. Come a dire, se estrapoliamo e riportiamo l'esempio all'umanità, che l'uomo terminerà la sua corsa sul binario morto dell'esistenza quando finiranno le storie, il passaggio orale, il racconto, la parola, le leggende, la fiaba, la comunicazione fatta di frasi e sillabe e occhi che brillano ad articolarle ed altri che s'illuminano ad ascoltarle. “Noi siamo le api dell’Universo. Raccogliamo senza sosta il miele del visibile per accumularlo nel grande alveare d’oro dell’invisibile” (Rainer Maria Rilke).1alv
L'Alveare delle Storie”, ideato dai tipi del Teatro dell'Orsa (gli instancabili Monica Morini e Bernardino Bonzani), costruttori e inventori di “Reggionarra” (per dieci giorni Reggio Emilia diventa la città per eccellenza dell'affabulazione e dei canta e cuntastorie) è un gioco semplice, un impianto lineare, un impatto artistico che miscela un grande teatro all'italiana (in questo caso il Valli) infarcendolo di piccoli gruppi che si annidano, scavano e scovano, sgattaiolano alla ricerca, palchetto dopo palchetto, dei loro narratori ai quali sono stati assegnati. Come carbonari. Un format che potrebbe essere ripreso (il successo è assicurato) in ogni città o comune; entrare nella pancia di un teatro vuoto, nella sua penombra pensosa mentre, si crede, che non sia in scena e in atto uno spettacolo, o almeno non nella versione classica, nella divisione platea-palcoscenico. “L’uomo non è destinato a far parte di un gregge come un animale domestico, ma di un alveare come le api” (Emmanuel Kant).
Si entra in un mondo altro, in una dimensione parallela dove i suoni sono ovattati e le parole hanno un'anima, un sentire, anche un odore e un profumo, una cantilena e una musicalità, una nenia e un'armonia di fondo ci guidano. Trentacinque angeli bianchi, colombi o fantasmi, spiriti o accompagnatori incorporei aleggiano tra gli stucchi dorati e i velluti rossi, i lampadari accesi con la luce bassa, i chiaroscuri che producono ombre magiche o terribilmente paurose. Delle domande vengono gettate nell'agorà; sono interrogativi esistenziali che vanno a scardinare la quarta parete dell'attore e del pubblico. Qui stiamo a contatto di gomiti e ginocchia. Te le dicono piano, passando, senza soffermarsi, quasi fosse una casualità, una fortuita coincidenza (e in questo il play somiglia alle architetture sceniche di Enrique Vargas e del suo Teatros de los Sentidos): 2alvQuante scarpe hai consumato per arrivare fin qua?”, sussurrano lasciando le porte della percezione aperte, quasi spalancate, “Ti fidi della tua storia?”, mormorano ponendoti davanti ad un bilancio, ad un bivio interiore. Siamo nelle mani di tanti Virgilio candidi, di altrettanti Cicerone immacolati e lattei. Ci affidiamo. Le voci di questi guerrieri di pace sono soffuse, leggere, si appoggiano fresche. Potrebbero essere vestali dai passi teneri e soffici come pazienti manicomiali nei loro canti a formare una patina densa, una cappa che spalma e plasma, attorniati dalle loro campanelle come imbonitori o domatori di serpenti, pifferai magici. “Sono una piccola ape furibonda” (Alda Merini).
Una ventina di palchetti sono illuminati al chiarore di un faro fioco, quasi lampara in mezzo al mare. Ovviamente i pesci, con la bocca aperta, siamo noi. Come su una zattera in mezzo a questo mare placido, navighiamo a vista. Se gettiamo l'occhio oltre il nostro porto sicuro, affacciandoci vediamo altre luci fiammeggiare da altri palchi, altre voci che raccontano altre fiabe millenarie, altre api che tessono storie, altre api che hanno assolutamente bisogno di quelle stesse parole che parlano di principesse e incantesimi, di Mito e profezie. È un cicaleggio continuo (la drammaturgia sonora è a cura di Antonella Talamonti), un chiacchiericcio come tappeto sonoro, a volte una parola rimbomba, si sentono rime in questo formicaio. Siamo Hansel e Gretel dentro la casa della strega, siamo Jona dentro la balena, siamo Pinocchio dentro il pescecane: felicemente indifesi. Ogni palco è una sospensione temporale, una parentesi dove aedi cerei e spirituali snocciolano storie come fossero piselli sgranati, le sbucciano come fave fresche, le pelano come patate spugnose. Queste voci calde e corroboranti ti entrano dentro, sbattono nelle orecchie, ciottolano sotto lo sterno. Suoni ed emozioni. Storie di vita e di3alv morte. Gentilezza e memoria. Saggezza e pazienza, rispetto e attesa. Scintillanti come piccoli fuochi in loop. Tra le ombre si racconta di sogni e di forza di volontà. Siamo dentro un grande carillon tra questi gironi celestiali, ci aggiriamo tra questi budelli, in questo intestino che ci dona intimità e profondità. Siamo talpe a scavare fino al cuore della terra, fin dentro le viscere del discorso immateriale e immortale che ha intrapreso l'Uomo fin dai suoi primi bagliori e barlumi. “Vola come una farfalla, pungi come un'ape” (Muhammad Alì).
4alvNe usciamo, sputati come l'omonimo protagonista di “Essere John Malkovich”, con alcuni grandi e semplici insegnamenti: quello di guardare con estrema curiosità dietro le cose e le persone, il non fermarsi alla prima occhiata o alla prima impressione, il cercare strade non battute, l'aspirare ad altri punti di vista. Dai palchetti muoviamo la nostra transumanza al palco in un serpeggiare; adesso guardiamo l'alveare illuminato con altre storie che prendono possesso, che scivolano dalle bocche, che s'intrufolano in altre orecchie. Sentiamo stralci delle favole che abbiamo sentito. In questo ribaltamento, nel vedere nel buio quelli che eravamo e che siamo stati fino a pochi minuti prima, ci viene in soccorso un'altalena che pende vuota, la fanciullezza, la spensieratezza, l'infanzia quando anche i sogni sono reali, ma anche lo slancio e il dondolarsi, il guardarsi ora i piedi e la terra, il vedere adesso il cielo sopra di noi. L'altalena è un ponte, un arco per fare un salto da ciò che eravamo a ciò che vogliamo essere. L'“Alveare” è il bisbiglio della placenta della mamma, è la poesia di una carezza di mani familiari, è il fiore che nasce in uno sguardo profondo. Ci sono più cose tra cielo e terra di quante ne sogni la tua filosofia. Parole sante. Parole come miele. “C’è un'ape che se posa su un bottone de rosa: lo succhia e se ne va...Tutto sommato, la felicità è una piccola cosa” (Trilussa, “Felicità”).

Tommaso Chimenti 21/05/2017

MODENA - “Il carcere è pieno di momenti morti”, dice l'ispettrice. Vero, verissimo. E non solo quelli. La voce di Vincenzo Pirrotta, calda e fresca, generosa e arricciolata, riesce a scalfire i muri, abbattere le distanze su questo palco improvvisato. Siamo a “Trasparenze”, il festival a cura del Teatro dei Venti e diretto da Stefano Tè. Tutto è più chiaro. Dentro il penitenziario le parole in palermitano hanno più corpo, sono diventate più tangibili e vere. Più vive, sgomitano, sgattaiolano, fuggono. Ci ha ricordato la potenza di Mimmo Borrelli, la musica di Davide Enia, la magia di Mimmo Cuticchio. Un'ode a Palermo, alle lampare, ai picciotti, ai “carcerati, ai pescatori e agli innamorati”. La sua voce fa drammaturgia, è personaggio e ruolo, cifra distintiva.
La sua voce è mare schiumoso,
è vernice ruvida
è sale sulle ferite e limone strizzato negli occhi
è roca come il fischio del treno,pirrotta2
è armonia scomoda e scomposta
è lingua che va a toccare la carie,
è rap ritmato e mimato,
è odore di zagara in fiore,
è luce che infiamma
è spine senza rose,
è onde e Etna, cantilena frizzante
è blues piangente
è lamento gridato pregante
è vento d'alto mare che spettina e pulisce,
è battaglia onomatopeica
è parole taglienti che feriscono,
è guglia che s'arrampica, è foga che si danna,
è schiena sudata e piagata,
è carne
è specchio deformante
è lava che fuma minacciosa
è una maglietta attillata che stringe e strizza
è nodo
è ago
è inno a gola piena
è una carezza con le mani sporche di grasso
pirrotta3è rugiada e colla
è carrarmato che calpesta
è pozzanghera di fango
è sentiero sterrato
è cascata che punisce
è frustate sui polmoni
è bolgia senza regole
è un sorpasso sulla destra
è “e che te lo dico a fare
è la gru dello sfasciacarrozze che scoperchia le auto da demolire
è la sveglia che spezza il tepore del piumone invernale
è eco che fracassa
è sollevazione popolare
è urla dopo un gol alla Favorita
è mescal che frigge l'esofago
è centrifuga brutale
è la corda spessa che fruscia di salmastro nella tonnara
è asfalto scalcinato
è erba medicinale
è malva e polpo
è mentolo aspirato forte
è zenzero e paprika
è una balla di fieno che rotola in campagna
è una storta alla caviglia in discesa
è sabbia lanciata in faccia
è pane caldo
è un tombino newyorkese che sputa vapore
è rughe attorno agli occhi
è crepa nelle mura del castellopirrotta4
è una scritta sul muro che ti fa fermare a leggerla, rileggerla e leggerla ancora
è gramigna dal profumo di lavanda e menta
è la prima boccata di sigaretta e il primo sorso di birra
è morso di pitbull
è il rumore del bosco quando tutto tace
è il clac del lucchetto
è un cambio di marcia in salita
è un colpo di tosse improvviso
è laccio emostatico a bloccare il flusso sanguigno
è buccia scivolosa
è naufragar m'è dolce in questo mare
è un tatuaggio che fa male ogni volta che lo guardi
è fuga per la vittoria
è scala a chiocciola
è criniera di cavallo che scalcia
è un sorriso sdentato d'anziano
è guinzaglio che strozza
è fune che impicca
è sapone che unge e santifica
è saliva che salva
è una maratona con i tacchi a spillo
è maionese acidula
è sanpietrino sformato e sfondato
è maiolica fresca
è caffè amaro
è grido di perdita
è urlo di scoperta
è allarme d'invasione
è buio da averci paura
è barba ispida
è schiena china a raccogliere pomodori
è formaggio fuso sull'hamburger
è tavolino da bar che traballa
è lamiera che sbatte
è tamburo da corteo
è canto in processione
è pistoni incandescenti
è sterzata in curva
è ballo di San Vito e prurito da varicella
è i muscoli del capitano
è tappo che salta per la pressione
è inversione a U in autostrada
la sua voce è malattia e cura.

Tommaso Chimenti 13/05/2017

Lunedì, 08 Maggio 2017 06:34

"Per un pelo" non mi hanno arrestato

VALENCIA - Dal parrucchiere, tra le chiacchiere inutili e frivole, i giornaletti scandalistici e gossippari, sotto il caldo del casco per la permanente, nascono le confessioni, anche quelle più imbarazzanti, più nascoste, più segrete. Amori, tradimenti e, perché no, delitti. Tra una limatura di unghie e i capelli cotonati, tra uno shampoo schiumoso e un balsamo morbidissimo, tra una piega e un taglio, tra forbici, pettini e phon può scapparci il morto, può capitare un omicidio.
È quello che succede nel colorato “Pels Pels” (a firma del drammaturgo tedesco Paul Portner; visto al Teatro Talia di Valencia) dove in un negozio di parrucchiere si ritrovano lo stereotipo del pels1proprietario omosessuale (fa un po’ “Vizietto”), l’aiutante shampista (somiglia a Amy Winehouse), un antiquario e una ricca signora anziana. A completare il quadro due poliziotti, commissario e ispettore, ovviamente come nei gialli che si rispettino, a indagare, scavare a fondo, fare domande, cercare di trovare il colpevole. Ma qui siamo di fronte ad un noir interattivo dove nella prima parte si mettono sul piatto i caratteri dei personaggi e le domande pungenti degli uomini in divisa, mentre nella seconda trance è proprio il pubblico, la platea stessa che si trasforma in un detective con la possibilità di fare domande in un vero e proprio interrogatorio senza pause ai diretti interessati sulla scena. Agatha Christie e Simenon, Derrick e Kojak, deduzioni e brividi. Sembra di essere immersi in uno di quei fumetti con le storie a bivio, a scelta multipla, dove si è “padroni” del destino della pièce ed abbiamo il potere di spostare l’ago della bilancia, di far pendere verso l’arresto il personaggio che ci ha convinto meno e quello che non è stato capace di provare, anche con la simpatia l’esuberanza e l’effervescenza, la sua innocenza.
pels3In spagnolo sarebbe “Per los pelos”, per un pelo, dicono le varie figure in scena se sono scampate all’arresto e alla gogna della platea. Si buca la quarta parete ed eccoci anche noi protagonisti, ognuno con la sua perplessità e punto interrogativo da dover essere soddisfatto, ognuno con i propri crucci e passaggi che non ha ben capito nella costruzione degli accadimenti e vuole vederci più chiaro stuzzicando i sei sul palco. E il bello è che l’assassino (visto che esistono più finali pronti all’uso) è scelto democraticamente dal pubblico per alzata di mano. I quattro si mettono in fila come ne “I Soliti Sospetti” e gli pels4spettatori votano chi, secondo loro, possa essere il colpevole e possa aver commesso l’efferata uccisione della nota pianista che abita al piano di sopra. Chi la voleva morta per invidia, chi perché suonava tutto il giorno, chi per la sua invadenza, chi per le sue finanze. Tutti hanno un movente potenziale. Qualcuno potrebbe essere, o essere stato, amante di un altro personaggio in campo, si ipotizzano storie lesbiche e pesa come un macigno la grossa eredità dell’artista.
L’interrogatorio è la parte più divertente; gli attori sul boccascena rispondono piccati e scontrosi alle accuse che gli vengono mosse oppure adulano chi li scagiona, s’infiammano per chi li mette al primo posto sul banco degli imputati e indiziati principali, mandano baci ed esultano se li salvano, offendono e s’arrabbiano, minacciando di scendere tra le file della platea, se lo spettatore li inchioda alle proprie responsabilità. Ne nascono (a seconda delle repliche, se il pubblico è preparato alla “battaglia” dialettica e se è stato attento ai particolari ed ai dettagli disseminati durante il racconto) delle belle lotte con improvvisazioni sul palco, grande verve e freschezza che rende il gioco godibile, veloce, frizzante.
Dopo le votazioni e il conteggio susseguente il personaggio che in quella replica ha ottenuto più alzate di mano fa la sua ultima arringa-confessione e dove spiega il perché la maggioranza, di quella sera, ha avuto ragione. Sei piccoli indiani.

Tommaso Chimenti 08/05/2017

PARMA – “L'anima non è mai disabile” (Sabrina Tosi Cambini)
Il teatro nasce dove ci sono delle ferite” (Jacques Copeau)

Durante il nazismo i primi ad essere eliminati erano coloro che non rispettavano i codici e i parametri, sopratutto fisici ma anche psichici, dell'ariano, del superuomo capace di grandi imprese: Lenz1malati mentali, storpi, chi era affetto da tare o malformazioni, chi non poteva essere abile alla leva e alla battaglia, chi presentava disturbi o ritardi di qualsiasi genere, chi era affetto da gravi patologie. Tutti quelli che venivano considerati zavorre e pesi per la società, che non avrebbero potuto difendere la patria erano i primi a venir gassati, ad essere silenziati per sempre. Come la rupe di Sparta con l'intento di “ripulire” la società e creare quella razza pura e perfetta per la conservazione della specie germanica. “Aktion T4”, il programma nazista di eutanasia per sopprimere tutti coloro che presentavano sintomi ed erano affetti da malattie inguaribili e portatori di handicap mentali, è il titolo dell'ultimo lavoro dei Lenz di Parma. Alcuni anni fa un'altra compagnia teatrale emiliana, il Teatro dell'Argine bolognese, portò in scena “Tiergartenstrasse 4”, l'abbreviazione di T4, la via e il civico di Berlino dove venivano condotti gli studi, gli esperimenti e le condanne. Per il Reich infatti era lo Stato, e non l'individuo, che doveva decidere sulla vita e sullo morte del cittadino.
Lenz2Era inevitabile (perfetto il timing di questa nuova produzione, attorno al 25 aprile e collegato a doppio filo al tema della Resistenza) che prima o poi il gruppo, capitanato da Maria Federica Maestri e Francesco Pititto e che dalla sua formazione, trentadue anni di attività sul campo, lavora con “attori sensibili” (come, tra gli altri, in Italia: Alessandro Fantechi e Le Isole Comprese Teatro, Nerval Teatro, Antonio Viganò, Alessandro Garzella e la sua Animali Celesti, i Babilonia Teatri, Pippo Delbono; sul tema è appena stato edito da Cue Press il volume a cura di Andrea PorchedduChe c'è da guardare?”), non si imbattesse in quest'angolo brutale, in questa deriva dell'animo umano, in quest'atroce parentesi (definito “Olocausto minore”), inquesto particolare dettaglio della storia recente dell'Uomo moderno. Si stima che il progetto nazista mise a morte 200.000 uomini e donne. I Lenz con “Aktion” (in scena Barbara Voghera, Carlotta Spaggiari, Alessia Dell'Imperio, Tommaso Sementa e Giacomo Rastelli) attuano un importante scarto di riflessione mettendo al centro della scena, come è loro consuetudine e metodo di lavoro, persone (i loro attori) affette da varie patologie che evocano e orgogliosamente esprimono, nelle tutine adamitiche nere da atleti delle Olimpiadi berlinesi, a gran voce fiera e roboante, stralci di quella politica macabra e folle. Il contrasto è forte e prende testa e stomaco.
In un contesto di colonne - la solennità, la grandiosità e la pomposità dell'antica Roma o dell'antica Grecia o di una Pompei disfatta - rotte e decadute, spezzate e in declino, in uno stato d'abbandono, cadute in rovina, i protagonisti rialzano questi dettagli dell'antichità, riportandoli a nuova vita. Le colonne intarsiate danneggiate e deteriorate, come le persone portatrici di handicap, nell'ottica assurda delle SS, si rimettono in piedi, ritrovano l'erezione, il modo di stare su ed ergersi e camminare. I Lenz, e i loro attori che ogni volta si mettono in gioco personalmente donando quello strato di pathos e veridicità, pur nella finzione scenica, ci pongono di fronte non alla soluzione, non alla risoluzione delle domande ma al punto interrogativo, ci lasciano nello spiazzo del pensiero, nella radura della scelta, ci presentano ciò che è stato e quello che potrebbe essere senza mai instradare, senza mai prendere il sopravvento sullo spirito critico dello spettatore, della platea, senza mai dividere il Bene dal Male.
Lenz3Quelli che neanche un secolo fa sarebbero stati identificati con la dicitura di “pazienti incurabili”, seguendo canoni più che altro estetici o funzionali, ciLenz5 dimostrano non solo che sono capaci, ma che possono dare emozioni, creare arte, suscitare dibattito, spostare intenzioni e convinzioni con la loro presenza mai passiva, con il loro intervento. Vedendoli in scena, bravi, all'altezza, pronti, adeguati, svegli, attivi, ogni forma di pregiudizio e di “pulizia genetica” decade, si polverizza, si vaporizza e s'incenerisce, diventa vento e suono scadente di chiacchiere. Corpi che una genetica deformata, squilibrata, dissennata avrebbe definito “imperfetti” e “disadattati” sono artefici di momenti armoniosi, come quando, con mantello in stile Superman con la bandiera dove campeggia la svastica, l'attore sta sul piedistallo come quei monumenti statuari dai muscoli guizzanti e pompati, lisci e morbidi allo stesso tempo, lineari e invidiabili.
La vita rimane per ogni individuo, per ogni essere vivente, una sofferenza. Siamo tutti “persone prive di futuro e senza speranza”, come il regime hitleriano identificava i portatori di handicap. Chissà come Leni Riefenstahl, la regista del Fuhrer e della grande kermesse dei cinque cerchi olimpici nel '36, avrebbe ritratto e tratteggiato, con l'ausilio delle sue telecamere, ad esempio, le Paraolimpiadi moderne. “Credo che le persone disabili dovrebbero concentrarsi sulle cose che il loro handicap non impedisce di fare e non rammaricarsi di quelle che non possono fare” (Stephen Hawking).

Tommaso Chimenti 02/05/2017

Foto: Maria Federica Maestri

FIRENZE – “In occidente non esiste la cultura del perdente, solo l’esaltazione del vincitore. Ma è nella sconfitta che si manifesta la gloria dell’uomo” (Leonard Cohen).
“Conosco un ciclista di Rovigo così sfortunato che quando stava per battere il record dell’ora di Moser è scattata l’ora legale” (Gene Gnocchi).

La Storia, si sa, la fanno i vincenti. Gli ultimi saranno i primi è ormai un vecchio motto ideato per far tacere e silenziare, con la paura dell'Aldilà, le masse povere e ignoranti. Gli ultimi sarannomuzzi ultimi, è questa la triste verità. Ma c'è anche della poesia, della filosofia di vita, del pensiero strutturato in chi, per scelta o, nella maggior parte dei casi, per mancanza di talento o sfortuna, occupa gli ultimi spazi della graduatoria, o chi, peggio ancora, arriva sempre lì, talmente vicino da poter sfiorare la coppa agognata e, all'ultimo tuffo, all'ultimo balzo, all'ultimo tiro, fallisce, perde, arriva secondo, cade nel dimenticatoio, nell'anonimato o peggio nel catalogo di chi non ce l'ha fatta, di chi non ha avuto forza e “palle” per reggere la pressione o precisione per portare a casa il trofeo. Ci sta di perdere, certo, che perdere nella vita è la normalità mentre vincere è l'eccezione. Vince soltanto uno, tutti gli altri ne escono sconfitti. Gli “zeru tituli” che Mourinho imputava, con fierezza e arroganza (l'umiltà non è la qualità migliore della maggior parte dei vincenti, dei quali viene apprezzata anche la spregiudicatezza e la superbia: Ibrahimovic) alle altre squadre in lotta per lo scudetto. “We are the champions, no time for losers” (Queen, “We are the Champions”)
Certo Woodberry diceva che “la sconfitta non è il peggior fallimento. Non aver tentato è il peggior fallimento”. Però Martina Navratilova aveva un'altra visione della faccenda: "Chi dice che vincere o perdere non conta, probabilmente ha perso”. Fallire vuol comunque dire averci provato, ma provare, ormai, nel nostro mondo fatto tutto da sorrisi a mille denti, apparenti, e di gente felice che “racconta dei successi e dei fischi non parlarne mai”, come strimpellava Ron, non basta più. La gente, il pubblico, la platea, l'audience, anche solo di un social network adorano e adulano i primi della lista e denigrano chi non è salito sul gradino più alto del podio. Salire sul carro del vincitore, che da lì le cose, sotto, si vedono più minute e piccole, insignificanti nascoste, confuse nella massa indistinta dei volti che guardano su in alto. “Più su”, volteggiava Renato. “I guai sono come i fogli di carta igienica: ne prendi uno ne vengono dieci” (Woody Allen)
Muzzi1E Andrea Muzzi, storico e solido e navigato comico toscano, passato da Benvenuti a Pieraccioni, sempre coerente alla sua idea di far ridere senza sproloqui né volgarità (tanto in voga in certo cabaret vernacolare), sempre leggero e umile come una carezza, ha creato il suo decalogo (sono anche un po' di più, a dir la verità) sui perdenti, su alcuni sconfitti eclatanti, storie che ai suoi occhi hanno riscosso un motivo, un'esigenza, un'urgenza per essere raccontate. Non la medaglia d'oro ma quella di argento. Se de Coubertin diceva che “l'importante è partecipare”, Boniperti, mostrando le sue strisce sottolineava, che “vincere non è importante, ma è l'unica cosa che conta”. Punti di vista. Giusta anche la riflessione del Dalai Lama: “Quando perdi, non perdere la lezione”, anche se c'è chi della sconfitta ne ha fatto collezioni e non è una grande iniezione di fiducia e di autostima. C'è chi ne ha fatto anche orgoglio come la squadra di calcio dilettantesco l'Excelsior che in quindici anni ha subito 1900 gol e vinto una sola partita. Gli avversari saranno andati, forse, sul lettino dello psicanalista. “L’arte di vincere la si impara nelle sconfitte” (Simón Bolívar)
All'alba perderò” (visto al Teatro Puccini il 27 aprile), parodiando l'ugola di Pavarotti e Puccini, è l'elogio della sconfitta di Muzzi, attraverso casi più o meno celebri, di uomini resi ancora più umani e fallaci e per questo simpatici ai nostri occhi solidali. Dell'aria della Turandot però Muzzi estrapola e si sofferma su quel “tramontate stelle”, perché le star prima o poi cadono e non si può sempre stare in cima alla classifica e se non si comincia ad accettare la sconfitta il tonfo sarà ancora più sonoro e la depressione e la delusione ancor più cocente. Non si vince l'argento ma si è perso soltanto l'oro. E' la dura legge della giungla dove uno solo, nel branco, è il maschio alfa dominatore e inseminatore e gli altri devono fuggire. Ayrton Senna diceva che “arrivare secondo è essere il primo degli sconfitti”. I nomi dopo il primo non hanno cittadinanza, si afflosciano nel tempo, si sciolgono al sole. Ma siamo tutti perdenti, ogni giorno, in ogni momento, è per questo che, nelle rare occasioni in cui capita di vincere, esultiamo a perdifiato come se non ci fosse un domani. “Se qualcosa può andare storto, lo farà” (Legge di Murphy)
Nella semplice ma suggestiva scenografia, fatta di grucce che sembrano tergicristalli sospesi per cacciare via i sogni infranti, paiono oggetti volanti come nella “Fantasia” disneyana, gabbianimuzzi2 con le ali spiegate come i desideri infranti e volati via. Ecco il rigore di Baggio ai mondiali americani, tirato alle stelle. Ci ricordiamo più delle sconfitte, sono quelle che lasciano il brivido, il segno, la lacrima. Lo sconfitto è nel posto sbagliato al momento sbagliato. C'è il samoano lanciatore del peso che ai mondiali di atletica viene segnato nelle batterie dei 100 metri con tutto il suo armamentario di ciccia e muscoli da dover spostare sul lungo rettilineo, c'è il pugile sconfitto sempre alla prima ripresa con decine di ko sulle spalle, la squadra di bob jamaicana, il nuotatore della Nuova Guinea che aveva imparato a nuotare poco prima delle Olimpiadi di Sidney dove partecipò nello stile libero, il Brasile sconfitto in casa per 1 a 7 dalla Germania. “I vincitori sono sempre colpevoli, e va bene. Ma gli sconfitti, è sicuro che siano innocenti?” (Gesualdo Bufalino)
Ci sarebbe stato anche da raccontare del maratoneta Dorando Petri al quale fu tolta la medaglia d'oro nella 42 km alle Olimpiadi di Londra ad inizio secolo scorso perché sorretto dai giudici. Oppure quella del ciclista Franco Bitossi fattosi rimontare nel mondiale del '72 a pochi metri dal traguardo. O l'Inter di Cuper del 5 maggio 2002. O l'Argentina di Messi per due anni consecutivi sconfitta ai rigori, dal meno quotato Cile, in Coppa America. O ancora il Brasile sconfitto dall'Uruguay nei mondiali di calcio del '50 proprio al Maracanà. O l'Atletico Madrid di Simeone, storie di questi ultimi anni, che ha perso due finali di Champion's League, e sempre contro gli odiati rivali cittadini del Real. Chiamalo karma, chiamala malasuerte, chiamala sfiga. “Ho sempre tentato. Ho sempre fallito. Non discutere. Prova ancora. Fallisci ancora. Fallisci meglio” (Samuel Beckett)

Tommaso Chimenti 30/04/2017

TRIESTE – “Ancor oggi il tango conserva quel qualcosa di proibito che stimola il desiderio di scoprirlo sempre un po’ di più e quel qualcosa di misterioso che ci ricorda quel che siamo stati o, forse, quel che avremmo voluto essere” (Jorge Louis Borges).
“La mia musica è triste perché il tango è triste. Il tango ha radici tristi e drammatiche, a volte sensuali, conserva un po’ tutto... anche radici religiose. Il tango è triste e drammatico ma mai pessimista” (Astor Piazzolla).

Esiste altra musica, se non il tango, per esplicare ed esemplificare il contatto, ma anche il contagio, la febbre che sale scena dopo scena del “Romeo e Giulietta” shakespeariano? Anche se quattrocento anni fa (il 23 aprileromeo2 1616 moriva il Bardo di Stratford-upon-Avon) il tango, evoluzione oltreoceano del liscio nostrano ballato a sud dell'equatore tra pampa e gaucho, non era ancora stato inventato, quella passione, quei passi, quelle mani addosso, quegli scarti recalcitranti per poi lasciarsi andare e cadere nelle braccia l'uno dell'altro sembrano essere la fotografia postuma di quell'amore giovanile universale mai consumato, schiacciato dall'odio, compresso dalle famiglie, ucciso da diatribe politiche che niente avevano a che fare con la purezza e dolcezza, con la limpidezza e il chiarore di questo sentimento così leggero e così profondo.
“Il tango è un pensiero triste che si balla” (Enrique Santos Discépolo). Luciano Padovani è uno specialista nel portare il tango a teatro, drammatizzandolo, coniugandolo con concetti classici, declinandolo a favore di drammaturgie. Questo è il suo quinto spettacolo dove al centro, e in sottofondo, visibile e come fil rouge, sta imperioso e impetuoso il tango argentino nel quale la forza si mischia alla dolcezza, la sensualità all'impossibilità dell'aversi, gli sguardi e la carnalità si fanno cosa viva e pungente. Sei coppie ad orchestrare tutto il parterre dei personaggi della tragedia, quattro tangueri e otto danzatori contemporanei. Anche questo mix di impostazione da una parte e improvvisazione e rottura degli schemi classici dall'altra, di rigidità e flessuosità, di movimenti certi, fermi, dritti, tenaci che si incastrano con armonie rotonde e gesti scardinati crea un afflato di sorpresa, un respiro incandescente che sovviene e monta ad ogni scena.
romeo3“Il tango è saper camminare abbracciati” (Carlos Gavito). Particolare l'idea del regista e coreografo Padovani (e della sua compagnia vicentina Naturalis Labor) in questo “Romeo y Julieta tango” (visto nel magnifico Teatro Rossetti di Trieste); i Capuleti sono tutti impersonati da donne e ragazze, mentre i Montecchi sono tutti uomini. Gli incontri-scontri, infatti, prendono anche una piega di frizione e onda d'urto tra i sessi, quel cercarsi e non capirsi tra maschi e femmine, quell'averne bisogno e non poter del tutto convivere, quelle diversità che annusiamo e desideriamo con ardore per poi allontanarcene con distacco. Il tango è proprio questo, caldo e freddo che si miscelano per creano spaesamento e brivido. Il campo della pièce si trasforma in una milonga con il bandoneon straziante che fruscia come i piedi sul palco a scandire un tempo che è più dell'anima e del sogno che quello reale del possibile. E' come se il tango ci raccontasse le potenzialità dell'animo umano, l'andare oltre le apparenze per superare l'impossibile. Il tango è forza e fragilità, senza che questi termini vengano necessariamente associati il primo al maschile e il secondo al femminile.
“Il tango dà un passato a chi non ce l’ha e un futuro a chi non lo spera” (Arturo Pérez-Reverte). L'orchestra dal vivo, i quattro di Quartango, riempiono di vita malinconica ogniromeo4 spazio sonoro con feroce dolcezza. Non siamo a Verona, o non vi è niente che ce lo indichi, ma non è presente nessun elemento che ci spinga in una città, luogo o situazione precisa: questo R+J è atemporale e senza indicazione spaziale ma l'unico, gigantesco e imponente, oggetto di scena, che riempie gli occhi con la sua robustezza e solidità, è una porta in legno, alta e spessa e massiccia, che fa da apertura ma anche da balcone con la finestrella che si apre sopra portandoci nel mondo delle fiabe delle principesse che si scioglievano i capelli per far salire gli amati nelle loro stanze protette. Un portone che può aprire il sogno e le braccia della felicità mentre, una volta reclinato al suolo, si fa, purtroppo per i due amanti, bara e tomba, sarcofago pesantissimo che niente e nessuno potrà sollevare. Nel finale, in quella presa fatale, tutte le ballerine e danzatrici sono una Giulietta in rosso muovendosi all'unisono strette nell'abbraccio e delle giravolte di tutti i danzatori-moltiplicazione dei Romeo in camicia bianca. Alcuni amori sono accettati, e pianti e capiti e compresi, solo quando non possono più portare il “cattivo esempio”. Chi non ha vissuto un amore impossibile non ha vissuto l'amore.

“Le gambe s’allacciano, gli sguardi si fondono, i corpi si amalgamano in un firulete e si lasciano incantare. Dando l’impressione che il tango sia un grande abbraccio magico dal quale è difficile liberarsi. Perché in esso c’è qualcosa di provocante, qualcosa di sensuale e, allo stesso tempo, di tremendamente emotivo” (Jorge Louis Borges).

Tommaso Chimenti 25/04/2017

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