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BOLOGNA – Negli ultimi anni, nel teatro italiano, sono state diverse le riscritture del “Riccardo III” shakespeariano, da quella monstre stile Famiglia Addams e zombie con zeppe ai piedi di Alessandro Gassmann a quella monologante e intimista, personalissima, di Michele Sinisi imbrattato di sangue. E cambia anche il lessico, la grammatica del titolo: fu “RIII” con il figlio di Vittorio, è, oggi, “Riccardo3” con questo nuovo tentativo, pienamente riuscito, di Francesco Niccolini per la regia e l'interpretazione di Vetrano-Randisi (prod. Ert + Arca Azzurra). Già perché quel numero, arabo e non romano, la dice lunga su quello che andremo ad esplorare. Tre come i personaggi, tre come un esponenziale moltiplicatore, alla terza, inteso come il piano della realtà, quello del testo seicentesco e Riccardo3 foto di Luca Del Pia (1) Vetrano, Randisi, Moschella.jpgquello della follia.

Questo Riccardo ha barlumi beckettiani, con la sedia a rotelle-trono che ci riporta a “Finale di partita”, come rimandi pirandelliani, più corposi e densi, pensando all'“Enrico IV”, mentre l'immagine nella locandina ritroviamo questi cappottoni (senza testa come si confà ad ogni Maria Antonietta) che subito ci conducono alle scene di Remondi & Caporossi. Riferimenti millimetrici, spaziature compatte, calibrature a piombo per un'opera pulita, coerente, ferrea senza essere rigida, con una sua anima e tempra, carattere e ferocia. Questo Riccardo ha abiti contemporanei, non siamo alla corte del sanguinario Re inglese ma all'interno di un ospedale psichiatrico. A guardar bene, a fare il conto, l'elenco oggettistico presenta undici finestre, due porte, una panchina, ci sono dieci teschi (come la squadra antagonista) in una teca, il fondale è verde come un prato e la piece dura 90 minuti. Siamo di fronte non tanto ad una partita di calcio, gli elementi elencati la descrivono formalmente, ma ad un play, ad un gioco, ad un'invenzione, ad una trasposizione del reale nel suo recinto di regole altre come dentro ad un match con un nemico-avversario.

Riccardo3 foto di Luca Del Pia (3) - Vetrano, Randisi, Moschella.jpgCome se gli infermieri prendessero, di volta in volta, le sembianze di regine e scudieri, di ciambellani e consiglieri. Se la scena (di Mela Dell'Erba; pochi oggetti funzionali e simbolici e ben usati e uno spazio tutto da correre ed esplorare) è un dispositivo perfetto, esteticamente e cromaticamente (con le mura divise tra un bianco, in alto, e un verde acido, sotto, e la sedia a rotelle rosso sangue, la bandiera italiana, e la nostra situazione attuale, risalta colpendoci come un sonoro schiaffo), il suono, di graticole e sbarre che si chiudono ad ogni scena, è una ghigliottina che si abbatte furiosa a tagliare e sezionare, segmentare e tranciare, spezzare e dividere di netto con un rumore di spostamento d'aria da rabbrividire, le luci (di Max Mugnai) sono affilate e appuntite, precise e nette.

Enzo Vetrano (sempre più somigliante a Lindsay Kemp, ma con più tempra e tenacia) è il solo dei tre interpreti sulla scena ad impersonare unRiccardo3 foto di Luca Del Pia (4) - Vetrano, Randisi, Moschella.jpg solo personaggio: è un Riccardo limaccioso e famelico ma anche ironico (fortunatamente ci sono stati risparmiati il braccio offeso o la gamba strascicata o la gobba, che sarebbero stati inutilmente naturalistici) al quale Vetrano, con tormento, ansia e tic, dona intensità, insistenza, convinzione, una statura da stratega, e monologhi tremanti, sconvolti dagli incubi, come quella volgarità sboccata, quel livore bestiale e scurrile che ce lo fa apparire quotidiano, fresco di periferia, simpatica canaglia da slang. Parteggiamo anche per la sua lucida follia, per il suo architettare la morte contro la morte, aggrovigliato nel suo gioco senza fine, nel suo pozzo senza fondo di odio, di omicidi (in alcuni dialoghi del Bardo sembra di risentire la veemenza barbara del caso Cucchi, le torture subite da Giulio Regeni o le intercettazioni del recente complotto Khashoggi), di astio nei confronti di tutto quello che gli si muove attorno, di tutto ciò che è vivo e sano.

Riccardo3 foto di Luca Del Pia (5) Enzo Vetrano.jpgStefano Randisi e Giovanni Moschella danno corpo ad una serie fluttuante di caratteri che si affacciano in questa agorà squadrata, rettangolo da Alda Merini o Dino Campana che diviene liberazione, confessione e ricostruzione dei fatti. Il manicomio è un tourbillon, sanguigno e calcolato, di entrate in scena, di punteggiature e puntinismi a pettinare la corolla centrale, sono apparizioni-incarnazioni Clarence e Hastings, sono epifanie Re Edoardo e la vedova Anna, sono miraggi “questi fantasmi” eduardiani Margherita e due scagnozzi alla Men in Black, sono spettri Buckingham e Lord Rivers e Stanley. Un congegno ad orologeria che, come un metronomo, anche se la destinazione finale è conosciuta, lascia sulle spine, in piedi sulla graticola, e sorprende la fantasia, la curiosità, la linearità del dispositivo che esalta questi tre atomi imprevedibili che all'interno di quest'aia, scarna e e dai gesti misurati e fermi, compassati e freddi quanto viscerali e magmatici, confliggono e s'alleano, si attraggono e si repellono, s'odiano e s'annientano. Appena terminato si ricomincerebbe a rivederlo volentieri.

Tommaso Chimenti 30/10/2018

Foto: Luca Del Pia

AOSTA – Guardi l'Arco e ti assale tutta la romanità pur essendo a centinaia di chilometri dal Colosseo. Dopotutto questa era la porta della penisola dopo le Alpi. Poi alzi lo sguardo e ti ritrovi immerso tra le vette innevate. Aosta è contrazione di Augusta Praetoria il suo antico nome dalla sua fondazione duemila anni fa (nel 25 d.c.). E subito affiora Carducci: “la vecchia Aosta di cesaree mura ammantellata, che nel varco alpino eleva sopra i barbari manieri l’arco di Augusto”. Poco più di 30.000 abitanti, tranquillità, stupore di fronte ai resti del Teatro Romano, meraviglia quando scendiamo nelle fondamenta della città camminando sotto il criptoportico, natura che punteggia e puntella l'opera umana. La Francia a un passo, la Svizzera sopra. Un piccolo Paradiso (poco più di 130.000 abitanti l'intera regione a statuto speciale; hanno ancora un senso dopo 150 anni dall'Unità d'Italia?) dove la qualità della vita è alta e dove sembra tutto funzionare bene. L'eccezione è sul versante teatrale dove esiste solo il Teatro Splendor che catalizza tutto il pubblico con i suoi 500 posti con grandi spettacoli “commerciali”. Quello che manca a queste latitudini, parlando con gli operatori della zona e con le poche compagnie presenti sul territorio, è una vera attenzione per il contemporaneo. Cerca di porre rimedio e mettere un cerotto alla situazione da tre anni a questa parte Marco Augusto Chenevier, danzatore e coreografo del gruppo Teatro Instabile (adesso vive a Parigi), con l'ideazione e la programmazione del festival “T-Danse” in un ambiente “affamato” di arte, di cultura, di visioni, territorio vergine e giovane pieno di slancio e risorse, di fermento e passioni tutte da accendere. La risposta del pubblico è eccellente, accalcatosi nelle sale della colorata Cittadella dei Giovani.43142958_10209730366294289_2464224510983798784_n.jpg
Tre le proposte che abbiamo estratto dal cilindro per raccontare il T-Danse 2018, rassegna che unisce la danza alla tecnologia. Partiamo da una nota dolente, la performance della tedesca Alexandra Zierle, nata sotto i migliori auspici, in un'aura di mistero che incuriosiva e affascinava e che poi, nella realtà dei fatti, si è liquefatta e sbriciolata (e lo stesso discorso vale per l'ex compagno e artista Paul Carter presente in cartellone). La performance poggiava su basi solide: tre spettatori in un viaggio intimo assieme all'artista, un tavolo all'ora del tè e un blocco di latte da sciogliere a suon di cucchiaini di liquido bollente per far affiorare dal ghiaccio bianco sporco oggetti nascosti nel profondo del nostro inconscio e cristallizzati sotto la nostra coltre gelata dei sentimenti. In teoria. La pratica, come molte volte accade, si è squagliata, stavolta è proprio il caso di dirlo. Ogni performance doveva durare venti minuti ma il primo gruppo (del quale facevo parte) non è riuscito, non per scarsa volontà ma per la durezza e spessore del ghiaccio dell'elemento, a sciogliere il blocco. Bastava fare delle prove in precedenza e notare che, forse, il latte (uno spreco comunque i 50 litri utilizzati; la Zierle parlava molto di ecologia come base della propria etica del lavoro; in un'altra performance ha bruciato della plastica, delle scarpe, con fumo inquinante) non era il liquido giusto per sciogliersi versandoci sopra del tè. Gli oggetti che ognuno dei partecipanti ha trovato nel suo personale solido non sono stati minimamente discussi e affrontati e analizzati, non è stato chiesto a nessuno di confrontarsi sul materiale ritrovato, cercare un asse, un legame, un cordone ombelicale con la propria autobiografia. Tutto è sembrato essere fatto senza particolare cura, con superficialità, approssimativo e casuale. L'intimità dei gesti avrebbero dovuto creare un ambiente riparato e caldo, un involucro sacro per un rito privato dove poter aprirsi e raccontarsi, la luce fredda al neon non aiutava (le candele sarebbero state perfette), i fotografi attorno e soprattutto l'inutile diretta facebook con due telecamere facevano da filtro alla spontaneità e allo scorrere fluido delle emozioni. E' mancata l'interazione con l'artista, gelida come il latte, e l'incontro con l'oggetto, non eravamo alla ricerca di cose personali sepolte, recondite e celate ma solamente piccoli scalpellini dilettanti e amatoriali a menare il ghiaccio con cucchiai e forchette: un'occasione persa travestita da arte.
Ciak-Figure-da-Grandi-2017-1.pngLa sorpresa positiva sono stati i “7-8 chili”, compagnia ascolana che prende il nome dal peso medio della testa umana. Nel loro divertente “Ciak” passa la storia della filmografia mondiale con i suoi tormentoni, le frasi memorabili in trenta minuti a nastro continuo, come rullo compressore. L'interessante è certamente lo svelamento, come in un “Rumori fuori scena”, di tutto il lavoro che sta dietro una produzione cinematografica. In questo caso low budget. Se l'uno stava sotto allo schermo con i suoi oggetti e macchinerie e una piccola telecamera, l'altra si muoveva in fondo al palco, creando, solamente con l'uso della prospettiva, un incastro tra attrice e i piccoli oggetti in cartonato che il regista utilizzava per un incrocio che sul grande schermo parodizzava, grazie anche all'intervento delle sigle e dei jingle, il grande cinema d'autore. Erano proprio le sbavature, gli errori, i difetti, le sfocature a dare quel senso di umano e fallace, teatrale e artigianale, proprio in contrapposizione alle megaproduzioni di celluloide. La carne ed ossa miscelata con l'oggettistica per ricreare, in un clima comunque leggero e solare, ora Shining o Profondo Rosso come Thelma e Louise o La febbre del sabato sera, generava uno stato di eccitazione da caccia al tesoro che ha mandato in fibrillazione la platea attenta a cogliere le citazioni, a dissacrare i mostri e i divi del cinema. Passano da Nuti a Thomas Millian come Servillo e Fellini, Totò o Clint Eastwood, Sordi e44461464_10209730367374316_697257145590087680_n.jpg Ghostbusters, La storia infinita o Lo Squalo, gli immancabili 2001 odissea nello spazio e Melies. La carrellata è infinita, i salti logici carpiati, i passaggi velocissimi come flash. Gli effetti speciali sono banditi. In qualche modo ci ha ricordato “Cinema Paradiso” di Michelangelo Campanale. Giulia Capriotti sulla scena è sgraziata e controtempo, fuori fase e indifesa, deliziosa nel suo essere sconfitta e delicatamente fuori fuoco. “Sei solo chiacchiere e distintivo” rimane una delle frasi più cool.
1K9A8096_Overload∏Filipe-Ferreira_medium.jpgArriviamo ai Sotterraneo, un gruppo che, nel tempo, ha saputo, con schiena dritta e tanto lavoro, costruirsi un percorso riconoscibile, stimabile, con scelte mai scontate né semplici, con produzioni sempre di qualità, con alle spalle tanto studio, ricerca e impegno. Anche quando hanno avuto delle defezioni la compagnia fiorentina ha saputo rinsaldarsi attorno al suo leader pensatore Daniele Villa e sperimentare, diventare un modello, imporre una cifra, uno stile particolare, amato, soprattutto intelligente e mai banale. Pop ma con guizzo. Con “Overload” entrano nel campo dell'attenzione dell'uomo moderno sempre messa in discussione e fatta vacillare dalla tecnologia, dai social network, dalle notifiche che arrivano a distoglierti da ciò che stai facendo, pensando, leggendo e portandoti in altri mondi paralleli per una fruizione superficiale e nozionistica del reale. L'escamotage di mettere sul palco David Foster Wallace e tutto il suo immaginario (Claudio Cirri fenomenale) è appunto un gancio semantico ma quello che più ci è interessato è stato il dispositivo per il quale, mentre Wallace fa il suo monologo, il pubblico ha il potere (come avere a disposizione un telecomando per fare uno zapping compulsivo) di “zittire” e silenziare lo scrittore suicida e fare apparire altri pop up, aprire altre finestre, premere su nuove app, cliccare su altri link. La riflessione di Villa e soci (tra i fondatori dei Sotterraneo anche Sara Bonaventura, sempre ironica e lucida) è quella verso la quale ci instradano prima, ci provocano poi e nella quale alla fine ci fanno cadere. Preparano la trappola per la platea che inciampa. La loro tesi è che l'uomo del Terzo Millennio non mantiene l'attenzione per più di una manciata di secondi sullo stesso argomento: il nodo qui è Wallace che viene però interrotto nel suo flusso di coscienza da pulsanti azionati dagli spettatori. Quando appare un cartello con una freccia, lo switch, se anche solo uno spettatore si alza in piedi la scena cambia ed entrano personaggi multiforme: Miss Universo e un pilota Ferrari, ballerine hip hop e tenniste, un pollo e Bansky, Babbo Natale e1K9A8223_Overload©Filipe-Ferreira.jpg un giocatore di football, un pescatore, un gladiatore romano (in questi ruoli Marco D'Agostin, Lorenza Guerrini, Daniele Pennati pronti, in palla e in ritmo). La platea quindi perde concentrazione e ha sempre bisogno di nuovi stimoli, di una nuova entrata, di una ulteriore carica di adrenalina, di vivere in uno stato di eccitazione permanente. Se la parte di Wallace-Cirri è introspettiva, riflessiva, calma e pacata, l'ingresso da dietro le quinte è una botta di adrenalina, con musica sparata e corse. E' la carica, lo schiaffo, lo scuotimento che la gente cerca, il rumore, il colore, una ventata di vita e di freschezza giovane. Nella replica di Aosta il pubblico ha azionato ed attivato tutte le possibili scelte, alzandosi sempre, ma Overload è una piece composita che cambia di volta in volta grazie, o purtroppo, all'interazione con e degli spettatori. La multiple choice è un'opportunità, se però è scelta sempre e comunque in maniera compulsiva diventa droga. I Sotterraneo sono Google che ci spinge a cliccare altre finestre. C'è sempre qualcos'altro da guardare oltre la nostra siepe. Una piece che è un inno alla lentezza, alla disconnessione, al silenzio. Uno spettacolo che ha dentro, come una matrioska, come una scatola, tanti altri spettacoli a seconda delle scelte, a seconda dei bivi presi. Come la vita.

Tommaso Chimenti 23/10/2018

CLUJ – La Romania, teatralmente parlando, è una grande Nazione. I drammaturghi, e di qualità, spuntano come funghi, le nuove generazioni fioccano accompagnando la vecchia guardia, ogni città ha i suoi festival estivi, per non parlare di Bucarest vero centro culturale fiorente del Paese. La grande tradizione dell'Est si è innestata sia nel lavoro dinamico e inflessibile degli attori sia nella percezione, nella voglia e passione degli spettatori che affollano (sempre tutti sold out, anche per i prezzi popolari per andare incontro alle tasche dei fruitori) i teatri, che siano quelli istituzionali da mille posti sia quelli non convenzionali, gli studio, gli off, che stanno nascendo per le piccole produzioni. Un'ottantina i teatri municipali, ai quali aggiungere il Teatro di lingua tedesca a Timisoara e il Teatro Ungherese di Cluj, sei i Teatri Nazionali, la capitale Bucarest, Timisoara, Iasi, Targu-mures, Craiova e Cluj, più Sibiu che ha lo status “di interesse nazionale”. Scelta, varietà, possibilità, fermento, fuoco acceso. Ottava edizione per l'“Intalnirile Internationale de la Cluj” (nel nord del Paese, città universitaria con il 30% di cittadini di lingua ungherese, piccola ma vivace) che quest'anno è stato totalmente monopolizzato dalla drammaturgia di casa visto l'anniversario tondo (1918-2018) della fondazione dello Stato. La Romania è nella comunità europea ma non ha rinunciato alla sua moneta, il Leu. Proprio nei giorni scorsi qui è fallito il referendum contro le nozze gay per insufficienza di affluenza alle urne.Angajare de clovn - foto (3).jpg

L'idea che ne scaturisce è quella di una grande ricchezza e varietà, con alcune ingenuità, ma di fondo si percepisce l'immenso amore e propensione, tensione e intenzione, verso la scena; per i rumeni è un bene primario e una necessità andare a teatro, vedere, guardare, gustarsi le storie, le parole e le perenni e sentite “standing ovation” finali stanno a testimoniare questo feeling, questo innamoramento tra chi fa teatro e chi lo guarda. Altro fattore da sottolineare è l'immensa dedizione e instancabilità attoriale; abbiamo visto recitare gli stessi attori della compagnia stabile ininterrottamente per giorni consecutivi, anche due spettacoli diversi al giorno, con una lena, una potenza, una forza straordinarie, senza mai perdere un colpo, senza un cedimento, un tentennamento, una fiacchezza, con un'intensità commovente, con una carica di rara bellezza e pulizia scenica. Se in Italia uno spettacolo debutta ha poi la sua tournée, se va bene, e gli attori sono impegnati in questo lavoro per mesi tra produzione e repliche, qui invece gli attori ogni sera mettono in scena una piece diversa, nel corso dell'anno, tutti gli anni, tra quelle in repertorio e, ogni tanto, mentre le repliche serali vanno in scena, provano e mettono in atto nuove produzioni. A ciclo continuo. Un aspetto che a prima vista sembra inaridire e frustrare il ruolo dell'attore che perde la sua parte emozionale e creativa cedendola al mestiere. Ma, visti dal vivo, non è affatto così: gli attori di Cluj sono dei veri mostri di bravura sui quali ci soffermeremo più avanti.

Tra i molti spettacoli che abbiamo avuto modo di seguire abbiamo scelto di raccontare alcuni di quelli che sono andati in scena in piccoli spazi collaterali, l'Euphorion Studio come il Reactor o il Caragiale Hall, luoghi dove si respira lo stesso fiato degli attori, a pochi centimetri da loro, dove si può vedere la fatica e apprezzare maggiormente il loro grande sforzo e ruolo sociale, sentire il loro strabiliante talento. Ci ha colpito “Old Clown wanted” del prolifico Matei Visniec, racconto surreale e colorato dove la vecchiaia dell'attore si miscela ai casting del talent, strizzando l'occhio ad un omaggio al teatro italiano (i personaggi si chiamano Filippo, Niccolò e Peppino), non dimenticando le migrazioni, le valigie con una stoccata alla vicina Ungheria di Orban e le sue frontiere serrate a doppia mandata blindata Scrisori de pe front - foto Alexandru Rădulescu (2).jpg(“L'Europa è chiusa per noi”). Sono clown clochard che hanno perso tutto e che si fanno la “guerra tra poveri”, attendendo una chiamata da parte del loro Godot di turno. Sono infelici tra le tante palline colorate rotolate a terra ma immobili come pianeti di un sistema solare ormai cronicizzato e ancorato. Recitano in tutte le lingue europee come a dirci che sono (siamo) tutti sulla stessa barca nella metafora tra gli attori e l'umanità in un carillon triste di marionette vintage e scalcinate che nessuno vuole più. Prima volevano entrare ad ogni costo e adesso non possono più uscirne, è l'avvilita parabola dell'oggi: “Essere o non essere un clown, questa è la domanda”. Vibrante nella sua leggerezza di facciata.

Se i tre clown un sorriso lo strappano nelle “Letters from the front” la cosa risulta proprio impossibile. Il marchingegno messo in piedi da Ionut Caras ha tre piani di snodo, il primo è stato quello di miscelare reali lettere spedite dalle trincee della Prima, della Seconda Guerra Mondiale come dall'Afghanistan, il secondo quello di mettersi, e mettere noi spettatori, attorno ad un tavolo quasi fosse un pranzo in famiglia o anche, purtroppo, un'ultima cena di carni mandate al macello, il terzo è quello del “gioco” con soldatini di plastica (ci ha ricordato “Kamp” degli olandesi Hotel Modern) ad ingolfare e abitare il tavolo, a esemplificare una guerra planetaria fatta dai potenti sulle spalle dei popoli, un grande Risiko dove chi vince non è mai la povera gente. Come a dirci che ogni guerra, in ogni dimensione temporale, dagli albori dell'uomo a Guerre Stellari, dalla clava al mitra, procura lo stesso dolore e ferite e squallore e miseria in chi va e in chi resta, che l'uomo sarà l'unica razza animale che si autodistruggerà con le proprie mani. Questo “Letters” ha un sapore di perrottiana memoria. Siamo nellaScrisori de pe front - foto Alexandru Rădulescu (4).jpg penombra, a lume di candela come in un bunker, nascosti, braccati. Nelle parole dei soldati traspare la normalità dell'atrocità. E il monumento al Milite Ignoto è l'ennesima ipocrisia di un sistema che prima ti spedisce al fronte e poi si ripulisce la coscienza con un po' di bronzo ad imbruttire una piazza di periferia. Con i ceri accesi siamo immersi in un rito, una cerimonia funebre. Nelle loro righe c'è rassegnazione e fatalismo, accettazione di un nuovo sistema di regole e valori: guerra fa ancora rima con merda.

Anche “Emigrants” viaggia sul filo della nostalgia e della malinconia come sul binario della claustrofobia. Tra un tavolaccio, sedie di fortuna, letti da accampamento, sporcizia, tubi e degrado, fisico, umano, ambientale, i due emigranti del titolo, vivono (sopravvivono) in questo scantinato di fortuna. Uno non vuole perdere la dignità, legge, scrive, ascolta musica classica, per cenare anche con una scatoletta di tonno mette la tovaglia, l'altro vive alla giornata, forse è un ladruncolo, non paga l'affitto, non ha imparato la lingua del Paese che li ospita. Il loro è un odi et amo continuo, risate e violenze, complicità e brindisi come pugni e rincorse sudate. Esce fuori la solitudine, deborda una tristezza infinita del vuoto che hanno, entrambi per versi diversi, nel cuore e verso il futuro. Sono simili anche se ci sembrano così distanti, non hanno Emigrantii - foto (3).jpgpiù possibilità o nessuno al mondo, possono solo andare avanti e non tornare indietro. Se il primo ci appare come “pasoliniano”, ovvero un intellettuale che sta a fianco alla miseria umana per capirla e descriverla nel suo romanzo della vita, che non ha comunque cominciato e che mai completerà, l'altro fa tenerezza per la sua ignoranza e superficialità, per il suo analfabetismo e impossibilità. Sono due facce della stessa medaglia, hanno bisogno l'uno dell'altro, si cercano come il ferro con la calamita e poi si repellono e si allontanano. Si raccontano tra sogni piccoli e meschinità quotidiane, entrambi sconfitti, entrambi di un'infelicità cosmica. Sono topi incastrati nella trappola del capitalismo, impantanati nel miraggio di una vita migliore, nell'illusione del “volere è potere”.

Un ultimo accenno a questi fantastici interpreti di elevata caratura, infaticabili, inarrestabili, che ci hanno fatto gridare al miracolo. Su tutti Matei Rotaru, splendido soprattutto in “Emigrants”, carisma e presenza da vendere, ma anche gli eccezionali Ionut Caras e Cristian Grosu, ammirato in “On the sensation of resilience when treading on dead bodies” di Visniec (bellissimo titolo e miglior spettacolo di questa edizione del festival), il potente Radu Largeanu, magnifico protagonista di “Love stories ai first sight”, l'esperto Ioan Isaiu, la statuaria Patricia Brad, meravigliosa Cantatrice Calva, l'interessantissima e plastica coreografa di “Rambuku”, Andrea Gavriliu. Romania mia, Romania in fiore.

Tommaso Chimenti 17/10/2018

GENOVA – “Quando guardi a lungo nell'abisso, l'abisso ti guarda dentro” (Friedrich Nietzsche).

C'è un filo conduttore, neanche troppo sotterraneo ma eloquente e lampante, nei quattro lavori, colorati, esplosivi, pieni, ricchi, nei quali hanno intrecciato i loro saperi il regista Emanuele Conte e la coreografa Michela Lucenti per questa unione artistica che dona sempre nuovi frutti succosi densi di polpa da scarnificare, da scandagliare, da mordere. Questo fil rouge infuoca e scalda, riempie di segni, è frizzante come un serpente sottoterra, fa tremare e friggere. Partiamo da “Orfeo Rave”, magica notte colma e abbagliante, passando per il diabolico “Inferno#5”, continuando con il luciferino “IlAXTO 2018_artisti-in-piazza_pennabilli-festival_ph_stefano-scheda_15 (1).jpg Maestro e Margherita” e arrivando a questo nuovo “Axto” (che apre la stagione '18-'19 della Tosse, in scena fino al 30 settembre) due sembrano essere i capisaldi e i pilastri delle scelte che stanno alla base delle evoluzioni sceniche: l'amore e la morte: “Di che cosa dovrebbe parlare l'uomo?”, confessa Conte davanti alla sua “prescinseua”, il caglio acido a metà tra yogurt e ricotta. In effetti le grandi domande dell'uomo, da quello di Neanderthal a quello tecnologico che andrà su Marte, erano, sono e saranno sempre le stesse, il lottare sapendo della sconfitta imminente, il fallimento contro il Tempo invincibile, il cercare delle soluzioni, degli antidoti, delle medicine alla paura della fine, dell'ignoto, dell'oblio, del buio perenne.

AXTO 2018_artisti-in-piazza_pennabilli-festival_ph_stefano-scheda_15 (2).jpgAmore e morte, eros e thanatos, indissolubilmente legati, l'uno che insegue l'altro, l'uno come lenitivo e cura battiatesca al secondo. La malinconia e la nostalgia pervadono la scena cupa, ora rancorosa adesso rassegnata, sublime come uno schiaffo, leggera come un soffio sul collo, pesante come doccia di cumuli di sabbia. Le creazioni della ditta Conte/Lucenti sono esperienze visive, olfattive, tattili, immersioni in apnea che trascendono l'essere spettatore passivo e inerme e inerte; siamo dentro l'esistenza, la nostra vita e dobbiamo aprire gli occhi, annusare l'aria, cogliere ogni particolare, aspirare, sentire, odorare, prendere, carpire, accogliere, essere spugne pronte, farsi colpire retine, stomaco, cuore, cervello.

Il tutto è cosparso di dannunziano e impregnato da una religiosità laica e musicale che non dà soluzioni ma cerca ambiti, crea mondi, apreAXTO - foto Donato Aquaro generale-FFA_4501.jpg riflessioni. E' il caso di questo “Axto” (Durrenmatt ci viene in soccorso) che all'inizio ci ingoia e ci fagocita, prima di sputarci e vomitarci sul palco, in un labirinto-pertugio di stanze e cunicoli, di passaggi e feritoie ferenti dove passare, soffermarsi in una sorta di zoo-safari nel voyeurismo-ricerca del diverso per accorgerci delle estreme somiglianze e similitudini e assonanze con le nostre misere e borghesi esistenze. Una macchina complessa e mastodontica quella messa in moto e in atto (la firma è sempre quella immaginifica di Conte) che, tra accatastamenti e moltitudini, riesce, nel tanto nel molto nel troppo, a creare quella patina di universo rarefatto, di sogni distorto psichedelico dove lo spettatore cade a capofitto (l'esempio più calzante è sempre l'Alice di Carroll) perdendosi. In questa via crucis terrena e malata si incontra un transessuale brechtiano, un hikikomori, i ragazzi che hanno deciso di rimanere chiusi nella loro stanza connessi con il mondo soltanto virtualmente, letti sfatti, occhi senza più ricerca né felicità: solitudini, isole abbandonate alla deriva dei continenti.

AXTO foto Donato Aquaro generale-FFA_4339.jpgE questa prima sfera introduttiva, che liscia ruvidamente e scartavetra come lingua impastata d'asfalto, è il preludio, l'ouverture che apre e irrompe nella performance teatrale vera e propria in questo ring dove è regina la terra e il sudore, dove la tragedia del Minotauro si diffonde e dipana, in questa operetta rock di suoni cupi vibranti e canti gutturali pastosi e arcigni. L'arena socchiude l'idea del torero e della fiera ma soprattutto quella del rodeo dove cavalcare un'idea, il destino, il futuro, essere disarcionati dalla morte. L'inferno di cui si parla qui non è nell'Aldilà ma è tangibile e terreno e soprattutto terrestre. E ci accomuna tutti. E' l'indifferenza, la diversità o il sentirsi tali, l'emarginazione, l'allontanamento. Ed è in questa battaglia di corpi e sabbia che si alza in volute come colonne di fumo, di fruste e ghigni animaleschi, tra ritmi ancestrali e primitivi (pare un didgeridoo australiano-aborigeno) di bassi che riverberano budella e anima, che esplode la guerra, da una parte per l'abbattimento del mostro, dall'altra per la liberazione dello stesso. Tutto è metafora, tutto è interiorizzato. Ha ragione Haruki Murakami quando sostiene che “ciò che è fuori di te è una proiezione di ciò che è dentro di te, e ciò che è dentro di te è una proiezione del mondo esterno. Perciò spesso, quando ti addentri nel labirinto che sta fuori di te, finisci col penetrare anche nel tuo labirinto interiore. E in molti casi è un’esperienza pericolosa”.

La danza contemporanea di scalciate e rincorse, di passi grotteschi e pastori giotteschi, di questa terra mangiata e fecondata, di questaAXTO foto Donato Aquaro generale-FFA_4557.jpg atmosfera texano-mandriana e buttera, riesce a toccare corde intime di bellezza e carne, di viscere e splendore estetico-visivo. Il cordone ombelicale (che per Freud era il filo di Arianna) di decine di metri attorciglia e divide e segmenta l'agorà e ingabbia e recinge il mostro nel Labirinto di Cnosso seppellendolo. Furia e furore, scontri decisi e combattimenti scagliati, muscoli vigorosi e salti violenti in questo Campo di Marte che sprizza lava e non fa prigionieri. Ognuno è colpevole, dalla madre Pasifae al costruttore Dedalo, hanno fii da scontare, pene da richiedere per la purificazione. E tutti hanno bisogno di un capro espiatorio. La tensione è palpabile, come l'elastico del cordone che soggioga e separa, tensione tra la vita e la morte, tra le catene e la liberazione, in equilibrio tra uccidere o vivere. Non è possibile fare chiarore con una fiammella negli abissi bui dell'animo umano. Chi è l'eroe, Teseo o il Minotauro?

“L'uomo è nello stesso tempo il labirinto e il viandante che si perde” (Grégoire Lacroix).

Tommaso Chimenti 27/09/2018

Foto: Donato Aquaro

RAVENNA – Sarebbe troppo semplice definire il burattino un pezzo di legno inanimato. E sarebbe alquanto sbagliato descrivere il connubio tra il burattinaio e il pupazzo dipingendolo come un uomo e il suo strumento di lavoro. Qui non si tratta di unire carne e sangue al legno. Da quell'innesto nasce la magia, la poesia, qualcosa di difficilmente riproducibile, ne sgorga polvere di stelle in un unico, indissolubile legame tra la pelle, che presta il suo movimento, e la stoffa che si anima, prende vita e colore, assume un'anima, una coscienza, una consapevolezza, diventa un essere a sé stante, con le sue ambizioni e pulsioni, gioie e tensioni. Alchimia, non c'è altra parola per descrivere il filo che lega burattinaio e marionetta, due cose distanti che, sul palco nel momento dello spettacolo, si fondonoAlbert Bagno.jpg senza più riuscire a capire dove comincia l'uno e dove finisce l'altro. In molti modi è declinabile il Teatro di Figura e il “Festival Internazionale Arrivano dal Mare” (titolo di questa edizione: GenerAzioni), rinnovato e rinvigorito dalla Famiglia Monticelli, grande longevità alla 43esima edizione (tra Ravenna, Cervia, Gambettola, Gatteo e Longiano), ce ne ha mostrato le varie sfumature e discipline in un ventaglio di proposte alte e popolari insieme: il filo, il cunto, i piedi, la mano, i disegni animati.

Di solito quando diciamo che una cosa è fatta con i piedi intendiamo che è fatta male anche se con i piedi si danza sulle punte, si corre a perdifiato, si gioca a calcio. I piedi sono libertà, ma nel linguaggio comune sono bistrattati e messi sempre in secondo piano rispetto alle mani. Ad esempio tutti conoscono i nomi delle dita di una mano, mignolo, anulare, medio, indice e pollice, e pochi quelli dei piedi. Eccoli: alluce, illice, trillice, pondulo e mellino. Ma anche con i piedi è possibile fare molto, fare tanto, fare qualcosa di eccezionale come Laura Kibel con il suo sensibile “Va dove ti porta il piede” che riprende, parodiandolo, il successo della Tamaro, mostrandoci quante cose possono diventare alluci e laura-kibel-2.jpgcalcagni. Nessun feticismo. Decine le valige colorate sul palco ed ognuna delle quali contiene mondi e universi di personaggi e spettacoli. La Kibel, vera Maestra e artista di questa particolare branchia che ha un lato acrobatico, da ginnasta e circense, sciorina, facendo diventare i suoi piedi angeli e diavoli, un anziano sul ginocchio, un simpatico toreador spagnolo che lotta con un toro picassiano, che grazie alle note di Besame mucho riesce a trasformare la bandiera di McDonald che gli viene sventolata in faccia in quella del WWF. Spettacolare il parterre di pappagalli e tucani sudamericani come il Pulcinella arrestato dai Carabinieri (come non pensare prima a Pinocchio e poi al “Giudice” di De Andrè?), il direttore d'orchestra dai capelli a pagliaio e le mani gigantesche come il clown a metà strada tra Profondo Rosso, ispirato all'It di Stephen King, e i Simpson, suggerito da Krusty. Un lavoro intelligente.

Piccolo e gentile quanto affascinante e vintage è il mini carrozzone del norvegese Teater Fusentast dove, per quattro spettatori alla volta immersi in una sorta di cannocchiale, al suo interno si svolgono le vicende del “Parisian pillow case”, ovvero il caso del cuscino parigino. E' una storia semplice di amore e nostalgia per le cose vecchie ma che hanno importanza anche se non hanno valore, passando per una critica all'arte contemporanea e alla stupidità delle mode e di come gli esseri umani possano essere influenzabili. Un uomo che, durante un viaggio aDSCN1974.JPG Parigi, perde il suo amato cuscino dal quale, come coperta di Linus, non si separa mai. Un feticcio, sgualcito e usurato, riesce ad attrarre una serie di personaggi per un on the road (6 minuti la durata) di una carrellata di disegni che s'animano e scorrono davanti ai nostri occhi che tornano bambini: il cuscino, quasi una sorta di Forrest Gump che si trova nelle situazioni più disparate, arriva in testa al Primo Ministro in una parata, finendo nelle mani di un clochard che non ne ha mai avuto uno, viene rubato da un gabbiano, barattato al mercato del pesce (qui ci è venuto in mente l'incipit del romanzo “Profumo” di Suskind), sgraffignato da un gatto (senza gabbianella) fino ad arrivare in una galleria d'arte e cambiare la moda parigina. E' la differenza tra prezzo e importanza, tra costo e affettività, ben spiegata dalla poesia “Considero valore” di Erri De Luca.

Ci sono incontri che cambiano la vita o almeno mutano la percezione del reale, delle prospettive, delle priorità. E la marionetta riesce sempre, con la sua plasticità e ingenuità, e rimettere le cose a posto, a rintracciare i fili, far capire le dinamiche, cercare traiettorie più vere. E' la storia di Horacio Peralta, rocambolesca e avventurosa, dall'Argentina passando per Panama, approdando a Parigi, girovagando con la sua valigia di personaggi, ed oggi stanziale a Valencia. Che poi “Il Burattinaio”, il titolo del suo spettacolo che riassume la sua vita artistica e personale, inevitabilmente intrecciate, non può essere stanziale e sedentario in un unico luogo, deve andare, muoversi, ce l'ha nel dna il movimento, a volte appBig_a893b203e2ccb5d6868513563b9ba297.jpgla fuga. Horacio ci parla di amore per la vita, del lasciarsi andare all'oggi, del prendere da ogni casuale incontro, del sapere vedere la fortuna ad ogni bivio, di abbracciare il domani con ottimismo, lui scappato dalla dittatura argentina diretto a Panama con pochi averi. In un continuo palleggiarsi tra la vita reale, i suoi ricordi, le sue memorie, e le figure da lui ideate, che si affacciano sul palco, presentandosi e prendendo forma, ci fa conoscere Maria e Pier due personaggi che Horacio ha fatto vivere lavorando nelle carrozze del metrò nei freddi inverni parigini. E' quest'arte d'arrangiarsi che fa in modo di trovare soluzioni e nuove direzioni, senza mai fermarsi, senza mai abbandonare, senza mai mollare o sentirsi sconfitti o demoralizzati. Ripercorre la sua vita, che è la sua carriera, di personaggi stralunati e teneri come lo scultore o come il dolcissimo mostro peloso, simile ad uno struzzo, che s'imbatte in una sua simile e scatta l'amore a prima vista. Pupazzi che hanno un'anima come il suo “Idiota” scimmiesco e stupido che si ribella al suo creatore e richiede un'autonomia tutta sua, come la “Vecchia” che sta sempre in una scatola e quando esce non ne vuol sapere di rientrarvi, protestando e mettendo in dubbio le facoltà intellettive e “psichiche” del burattinaio in uno sdoppiamento della personalità che apre la porta a molte riflessioni. Infine “La Morte” che ci lascia con quelle che potrebbero essere le parole che meglio riescono a descrivere la vita di Horacio: “Buon viaggio, approfittatene”. Una leggerezza profonda ci pervade, commozione e riso si mischiano.

Una vera lectio magistralis è quella che intavola invece Mimmo Cuticchio, voce imponente tenorile così come la figura che incute rispetto e1-cuticchio.jpg autorevolezza, voce solida gassmaniana, barba da Mangiafoco, è deciso e intenso, ha carisma, potenza, presenza. E' un viaggio il suo a ritroso nelle origini della sua famiglia, nella Sicilia degli anni '50, '60 e '70, ma anche un caleidoscopio per capire l'arte, il teatro, le sue trasformazioni sociali durante il dopoguerra, mentre l'Italia stava cambiando grazie al cinema, alla televisione, al turismo. Siamo in una chiesa, consacrata, ed è affollata come difficilmente lo sono questi luoghi la domenica. Starlo a sentire è una gioia per le orecchie. Un uomo che si è fatto da solo, che ha messo a frutto gli insegnamenti, sul campo, del padre e di un Maestro. Cuticchio, qui senza pupi, nel suo circolare “recitar cantando”, ad occhi chiusi, nella sua armoniosa voce dei carrettieri, ora rude altre enfatica, con quei colpi di spada nell'aria e a terra con il piede da far risvegliare i morti da far rimbombare le pareti e l'anima, la rottura sincopata in apnea delle frasi, ci racconta dei genitori e dei sette fratelli, di una gioventù sul palco, a montarlo, recitarci, dormirci, dei 371 canovacci e trame su Carlo Magno e i Paladini di Francia nei quali il padre aveva suddiviso le gesta eroiche, dei 400 pupi che avevano appesi alle pareti. L'arrivo dei Cuticchio nei paesini, quando cinema e tv non c'erano, era un appuntamento atteso tutto l'anno, come una soap anni '80, come una fiction anni '90, come una serie tv d'oggi. Nelle sue parole c'è la storia del teatro ma anche quella sociologica di un Paese che stava uscendo dalla miseria. Dopo tanto girovagare i Cuticchio tornano a Palermo stanziali perché i pupi non attirano più nei piccoli centri soppiantati dalla televisione ma anche da biliardini, flipper e juke box che attirano i più giovani. Una sconfitta che diventa rinascita e possibilità: a Palermo i Cuticchio attirano i turisti, siamo nei '70, che arrivano da tutto il mondo. Ma i turisti, soprattutto i tour operator, anche se alle origini, chiedono ai pupari di portare in scena sempre lo stesso copione. Il giovane Mimmo invece vuole recuperare la tradizione e non si accontenta dei biglietti garantiti dai turisti. Dopo una lite generazionale con il padre, Mimmo lascia la famiglia e incontra Don Peppino Celano, ultimo cuntista, drammaturgo e costruttore di pupi. I due aedi cominciano un'alleanza, una ditta che vede il giovane Mimmo carpire e “rubare” i segreti della scena a Don Peppino fino all'investitura con lo spadino del '700 (che Cuticchio tutt'oggi usa nei suoi spettacoli) regalatogli proprio dal Maestro che segna il vero e proprio passaggio di consegne. Una fortuna avere la possibilità di stare ad ascoltarlo, la bocca aperta e gli occhi sgranati.

Tommaso Chimenti 24/09/2018

NOTO – Il recente matrimonio dei Ferragnez ha oscurato la bellezza del barocco a Noto. I più ottimisti dicono che l'ha esaltata, i pessimisti, dal loro canto, sostengono che l'ha surclassata. La scalinata e la cattedrale (l'interno non è minimamente paragonabile alla facciata) sono stracolmi di ragazzi a scattarsi fotografie con i cellulari emulando, chiamandosi, facendo pose, ricordando le nozze del rapper e della influencer. Per qualche anno Noto sarà la città dove due famosi personaggi dello showbiz si sposarono. Potere e delirio dei tempi. Qui tutto è placido e lentissimo. Troppo. Uno struscio continuo sul Corso. Noto ha venticinquemila abitanti e sembra che, ogni sera, si riversino per la via principale costellata da bar e ristoranti, souvenir e gelaterie. Un turismo mordi e fuggi che assaggia la mandorla, lecca il gelato al pistacchio. In questo stesso periodo, metà settembre (14-16), tre diversi festival si assommano e si intrecciano insistendo sullo stesso territorio e bacino d'utenza, ma niente è più potente della piazza, della scalinata davanti alla quale si esibiscono artisti di strada portando a sé centinaia di sguardi.41939007_10209572718913203_856207193656000512_n.jpg

Poi c'è anche “Codex”, il festival diretto da Salvatore Tringali che, con difficoltà, ha tentato di portare spettatori a seguire teatro, pellicole e musica. Dopo sei edizioni però una rassegna dovrebbe essersi strutturata maggiormente: la performance tra video e musica è parsa troppo per addetti ai lavori, al concerto degli Uzeda poche persone presenti, il bel video di dieci minuti (di Alessandra Pescetta, tratto dall'esperienza della piece “Horcynus Orca” di Claudio Collovà) ripetuto per due sere, il teatro che ha visto in cartellone spettacoli già “collaudati” come “Due passi sono” di Carullo/Minasi e “Fa'afafine” di Giuliano Scarpinato (figlio del giudice antimafia Roberto) e l'esito della residenza artistica che ha prodotto “Le Baccanti”. Un po' poco; il festival dovrebbe crescere come proposte, come organizzazione, cercare nuovi spazi, nuovi talenti sul territorio, votarsi al contemporaneo, trovare altre vie per riuscire ad intercettare e portare a teatro i ragazzi, inventarsi nuove formule. Il Codex, con tutta la buona volontà e l'impegno degli organizzatori, ci è sembrato un corpo estraneo alla città, distante, non integrato, è su questo che deve essere effettuato il maggior sforzo Carullo-Minasi-8.jpgsul campo, osare maggiormente e tentare altre strade componendo un cartellone che scelga in quale direzione andare e battere quella opzione, altrimenti si rischia di disperdere energie e risorse per un programma non omogeneo che sembra non abbia un'anima e una sua precisa vocazione. Creare una sezione di giovani artisti siciliani poteva essere un'idea, far scoprire, con un lavoro e un'opera di scouting, qualche attore nuovo, qualche voce che non riesce, per svariati motivi, a passare lo Stretto.

Saltando l'ingenuo e lento “Due passi sono” che all'epoca riscosse tanti consensi e riconoscimenti (Ustica, In-box), troppo datato nel tempo per formularne adesso un pensiero e un giudizio, ci siamo concentrati sul provocatorio “Fa'afafine” (premio Eolo, Scenario Infanzia) che ha scatenato ire e prese di posizione barricadere e pasionarie sia dalla parte progressista come da quella conservatrice. Se state leggendo questo pezzo sapete di che cosa si tratta visto il boato scatenato. Campione di polemiche e baruffe da web con genitori accapigliatisi per poter permettere ai loro figli la visione e quelli che invece la volevano proibire e vietare (il bambino in questione, Alex, è uno di quei rari casi di gender fluid, ovvero ragazzi che in età preadolescenziale, non si sentono di appartenere né al sesso maschile né a quello femminile) cosa che ha spinto e pubblicizzato lo spettacolo, senza tutto quel clamore e polverone innescato la piece non avrebbe avuto la stessa visibilità, è invece diventato nodo del contendere, al di là del lato artistico e meramente teatrale, facendone scudo di battaglie, generatore di conflitto, paladino di istanze che qualcuno ha fomentato. E' quello che qualcuno voleva.Faafafine-8.jpg

Ecco le barricate per la libertà d'espressione, contro tutti i fascismi: cose già viste, già sentite. Qualcuno si fa passare per vittima accusando gli altri di essere carnefici. Insomma, le chiacchiere, che nel tempo si sono fatte aggressive (“Ci sono due tipi di fascisti: i fascisti e gli antifascisti”, diceva Ennio Flaiano), hanno trainato una pièce con molte lacune drammaturgiche e punti deboli teatrali, attoriali e scenici ma che improvvisamente si è trovata difensore di aspirazioni. La domanda di fondo era, ed è, se è giusto o meno far vedere ai ragazzi la storia di un bambino, in età da scuola primaria, che un giorno si sente maschio e quello dopo femmina, vestendosi e comportandosi di conseguenza. Forse la libertà sta nel lasciar liberi i genitori di poter giudicare autonomamente e decidere dell'educazione dei propri figli senza gridare alle limitazioni di libertà. Detto della cornice, approfondiamo il quadro che subito ci si è mostrato debole e fragile con questo ragazzino, molto consapevole della sua situazione e condizione (l'attore Michele Degirolamo troppo sopra le righe, fa parodia più che interpretare), ci appare, al di là delle tendenze o gusti o scelte sessuali, problematico e bipolare, portatore di patologie psichiche più che di identità di genere, affetto da disturbi della personalità. La scena ci ha ricordato, omaggio dichiarato o plagio affettuoso, la copertina del libro di Margaret Mazzantini “Venuto al mondo” con letto, cameretta e pesci svolazzanti che qui arriveranno grazie alle proiezioni, immerso in una stanza verde malato.

Faafafine3 kxXF U43280474918858FlD 1224x916Corriere Web SezioniQuesto nostro Alex i giorni pari è femmina mentre i dispari è maschio. Cosa c'è di che scandalizzarsi? E in questo suo vizio e capriccio, in questa sua particolare presa di posizione, i genitori, nella finzione teatrale s'intende, avallando queste stranezze, non fanno il bene del figlio anzi anche loro si travestono come fosse Carnevale. I genitori sono due cartoni animati senza carattere né nerbo, chiusi fuori dalla stanza del figlio che non apre e che si rifiuta di andare a scuola. Il figlio sembra il padre, i due genitori i figli che non sanno cosa fare, incerti e indecisi. Genitori, la rovina di molti figli, che non accettano nemmeno il confronto con la scuola né con altri genitori che si lamentano dei comportamenti del ragazzo, genitori ansiosi, titubanti, balbuzienti, timidi, senza polso, che si inginocchiano e genuflettono alle bizzarrie del ragazzino non mostrando alcuna autorità né autorevolezza, schiacciati da questo “alieno”, che non hanno minimamente il controllo della situazione. Genitori ostaggio e bullizzati dal loro piccolo cucciolo d'uomo.

Ma la storia si incentra, ovviamente, sul ragazzo e sulla sua famiglia mentre esiste un'altra vittima della vicenda, scientificamente estromessa dalla comprensione e dall'empatia: Elliott, un compagno di classe, che non è nemmeno amico di Alex ma del quale quest'ultimo si è innamorato ed al quale riserva molte, troppe attenzioni morbose fino a stalkerarlo e molestarlo continuamente. Del ragazzino “non problematico”, che comunque non vuole più andare a scuola perché preso di mira dagli attestati insistenti d'amore e d'affetto non richiesti da parte di Alex, non se ne parla perché non fa notizia, la sua storia non è strappalacrime, non crea pathos. Il maschio bianco, etero, cattolico, di qualsiasi età, è la minaccia, il campo di battaglia, il capro espiatorio, il totem da abbattere, lui deve essere comprensivo verso tutte le minoranze senza renderci conto che, di fatto, sta diventando esso stesso una minoranza da tutelare, un essere vivente in via d'estinzione. Se l'intento era raccontare il cosiddetto “gender fluid” la cosa non è riuscita. Dopo aver sentito e letto di tante polemiche strumentalizzate e parziali, settarie e partigiane, aver visto lo spettacolo ha sgonfiato il palloncino delle attese. Quanto fanno male i premi dati per partito preso e faziosità.

Tommaso Chimenti 18/09/2018

SOLOMEO – “Se il diavolo non esiste ma l'ha creato l'uomo, credo che egli l'abbia creato a propria immagine e somiglianza” (Fedor Dostoevskij).

La sfida, vinta, era riuscire a condensare le oltre trecento corpose pagine di Bulgakov e soprattutto i tre piani narrativi spazio temporali de “Il Maestro e Margherita” concentrando in un'unica struttura, tanto solida e stabile e granitica quanto flessibile e comoda, le storie intrecciate, le vicende aggrovigliate, le trame intessute. La squadra messa al servizio del regista Andrea Baracco (grande cura dei dettagli eSessione senza titolo19172 copia kJJI U3010631572488CH 1224x916Corriere Web Sezioni 593x443 precisione puntigliosa come un metronomo) da parte del Teatro Stabile dell'Umbria (la produzione ha avuto base al Teatro Cucinelli di Solomeo, così come il debutto e la prima parte di repliche), con la fuoriclasse Letizia Russo alla drammaturgia (per un testo divenuto una miscela perfetta di classico e contemporaneo, fruibile, scorrevole, godibile all'ascolto), funziona eccome.

39510025_260547874578014_8282781891317202944_n.jpgMa ecco, la struttura sulla quale poggia a perno e ruota tutto l'ensemble (undici attori ben amalgamati e coesi attorno alla star Michele Riondino, recentemente passato dal Festival del Cinema di Venezia in qualità di “padrino” e reduce dalla polemica social con Salvini) nella sua semplicità di passaggi e porte e botole, di comparse e scomparse, di andate e ritorni, ha reso possibile i continui cambi di scenario, di quadri, di status, di climax rendendo il tutto agile e fluido, ben oliato. Tre pareti che chiudevano claustrofobicamente e manicomialmente i personaggi dentro le loro parentesi esistenziali, in questa arena-agorà, all'interno dei loro mondi senza futuro e senza speranza, compartimenti stagni impenetrabili, tre mura adornate di abbozzi e messaggi (alla mente è sovvenuto il “Moby Dick” di Latella come la versione italiana del “Copenhagen” di Frayn) che sembrano inespugnabili, carceri, fisiche e mentali, ad ingabbiare sogni e prospettive, tre pannelli solcati di segni e geroglifici, di disegni primordiali come di scritte ed incisioni dal sapore preistorico tanto da ricordare le caverne dei primi uomini sulla Terra, a rammentarci il Tempo passato e l'Eterno a venire, il complesso circuito della clessidra che tutti ci coglie, ci carezza, e alla fine ci prende.

Dicevamo tre piani letterari: l'amore tra il drammaturgo (Francesco Bonomo sempre rigoroso e di grande affidamento, anche nelle vesti di un Ponzio Pilato molto umano e dubbioso) e la giovane fanciulla (Federica Rosellini arguta e acuta), l'apparizione e la discesa (o risalita nel mondo dei vivi) del Diavolo tra i mortali, e il processo a Gesù, tre livelli a superarsi, ad incastrarsi, a sommarsi e questo grande armadio che ingloba e sputa i contendenti, che fagocita e inghiotte e li vomita nuovamente nel flusso (in questo senso il pensiero è andato alla pellicola “Essere John02_180831_guido_mencari_solomeo_il_maestro_e_margherita-190_PRESSB-770x470.jpg Malkovich”). L'affascinante Riondino è Woland, un Lucifero (molto meglio che diavolo) mefistofelico e zolfino molto Joker, faccia di cerone e labbra rossissime, claudicante come Jack lo Squartatore, portatore di luce e conoscenza, quasi un clown satanico e malvagio dalla risata isterica a sottolineare le verità che gli uomini hanno timore ad ammettere a se stessi.

La regia infarcisce le scene (non è assolutamente un difetto, anzi) di segni e rimandi tra inquietudine ed atmosfere fuligginose londinesi, fumi vulcanici misteriosi, passione e violenza: il telo rosso che ondivago racchiude il calvario del Golgota, una corda melliflua che fluttua ad indicare il mare, l'altalena che è un volo spiccato. Se Riondino è magnetico e Bonomo (tiene testa al primattore) è preparato ed esperto e la Rosellini fresca, sono da citare anche, nell'alto livello complessivo della compagnia, Alessandro Pezzali, compunto, elegante, misurato ed eccessivo allo stesso tempo, aiutante di Satana, e l'attore polacco Oskar Winiarski, icona perfetta di Jeshua. Il Dio degli uomini è il Diavolo, che rivendica: “E' anche mio il mondo”. Come dargli torto.

01_180831_guido_mencari_solomeo_il_maestro_e_margherita-826_pressb2.jpg“Il Diavolo è un ottimista se crede di poter peggiorare gli uomini” (Karl Kraus).

“Il Maestro e Margherita” di Michail Bulgakov, riscrittura Letizia Russo, regia Andrea Baracco, con Michele Riondino nel ruolo di Woland, e Francesco Bonomo (Maestro/Ponzio Pilato), Federica Rosellini (Margherita) e con Giordano Agrusta, Carolina Balucani, Caterina Fiocchetti, Michele Nani, Alessandro Pezzali, Francesco Bolo Rossini, Diego Sepe, Oskar Winiarski, scene e costumi Marta Crisolini Malatesta, luci Simone De Angelis, musiche originali Giacomo Vezzani, fotografie Guido Mencari. Produzione Teatro Stabile dell'Umbria con il contributo speciale della Brunello Cucinelli Spa in occasione dei 40 anni di attività dell’impresa. Visto al Teatro Cucinelli, Solomeo, Perugia, il 9 settembre 2018.

Tommaso Chimenti 12/09/2018

SAN CASCIANO – “Intanto sul monte del Calvario smontavano le Croci, e ci nasceva un centro commerciale e due fiori che gridavano feroci” (Mannarino, “L'ultimo giorno dell'umanità”).

Adriano Miliani non ha scelto un giorno casuale per mettere in scena il suo nuovo esperimento “La Giostra dell'Umanità”. L'11 settembre si porta dietro sentimenti e sensazioni ormai radicate in noi miliani4.jpgoccidentali, pensieri, rabbia, sconforto, paura certamente. Homo homini lupus. L'uomo è l'unica razza animale sul pianeta Terra in grado di autodistruggersi, di disintegrarsi, nessun altra specie avrebbe questo ardire, questa voglia e volontà. Lo sosteneva anche Albert Einstein: “L'uomo ha scoperto la bomba atomica, però nessun topo al mondo costruirebbe una trappola per topi”.

E questa “Giostra” itinerante è una Via crucis, non a caso ha dieci stazioni di penitenza, passione e riflessione, per un viaggio intimo dentro i budelli del teatro e dentro noi stessi, per dieci spettatori alla volta. La parola giostra richiama la fiera, il luna park, i colori, i suoni della festa, le luci che abbagliano i sorrisi dei bambini, quella girandola di grida e schiamazzi alla ricerca di un nuovo gioco da provare. Qui è l'ossimoro della deriva dell'uomo, è il veleno, è il contrasto, la frizione, la rottura, quello che avrebbe potuto essere e che invece l'uomo ha intossicato, sporcato, fatto marcire.

milliani1.jpgEra Bukowski a dire che “La gente è il grande spettacolo del mondo. E non si paga neanche il biglietto”. A volte è uno show comico, altre tragico, molto spesso tragicomico. Ed è in questo solco che Miliani persegue la sua poetica, colorata e frizzante, sciogliendoti con un sorriso e raggelandoti subito dopo, in una continua altalena, un otto volante di emozioni, ora il caldo, il rassicurante, il familiare e immediatamente dopo il freddo della morte, dell'indifferenza, della mancanza di empatia. L'umanità che non ha umanità. Gli uomini non più umani ma calcolatori, aguzzini, boia, assassini per un pezzo di pane. La compagnia Jack and Joe mette sul piatto tutta la fragilità dell'essere umano, i suoi vizi, le sue contraddizioni, le sue debolezze, la sua ricerca di salvezza in un sistema che non ha vie d'uscita; è questa sua condizione di sconfitto che ne fa un potenziale killer del suo simile.

Il buio del Teatro Niccolini ci affascina e ci accoglie, come utero materno ci ingloba, ci fa spazio dentro di sé in quest'inquietudine diffusa, in questo brivido che corre leggero. Dieci piccoli indiani alla scoperta, vagando nel buio dell'animo umano pece. Un interno familiare, lui che fa le bolle di sapone, lei che lo ama, i due si baciano, lui che la rassicura: “Andrà tutto bene”, poi si allontanano e nel buio lo sparo del femminicidio. L'insoddisfazione, la frustrazione, la depressione. Dalle carezze al colpo allo stomaco, e ti senti stordito dalla gentilezza prima, da tutto quel gelo che ti cola addosso poi e ti impantana. Ci consegnano delle bambole zuppe, infradiciate, gocciolanti (di lacrime), ci fanno muovere in fila indiana e dopo, nel buio, ci dicono di farle cadere. Quando una flebile luce si accende, in una piccola pozzanghera tanti bambolotti galleggiano ricordandoci Aylan, il bambino siriano con la maglietta rossa annegato sulla spiaggia di Bodrum. Ti senti carnefice, in prima linea, chiamato in causa, accusato, forse, additato. Ma siamo tutti colpevoli perché, come diceva Freud “l'umanità ha sempre barattato un po' di felicità per un po' di sicurezza”?miliani3.jpg

Ecco che appare la giostra che dà il titolo alla piece: sopra vi ruotano dei manichini, piccoli fantocci con un abito bianco. Non fatichiamo a capire che sono spose bambine (come avviene tutt'oggi dalla Turchia a tutto il Medio Oriente quotidianamente) in attesa del marito-padrone che letteralmente le compra tra abusi, pedofilia, violenze d'ogni tipo, umiliazioni d'ogni grado. Ci sentiamo sporchi, complici di un sistema che, giocoforza, anche resistendo o ribellandoci, avalliamo e foraggiamo, alimentiamo. Un obeso (del Primo Mondo) che continua a ingozzarsi (teatralmente la scena più cool tra luci e chiaroscuri con questo sacco che si gonfia a dismisura) e accanto, girato l'angolo, un uomo che, per pochi spiccioli, spaccherà, fino alla sua morte, pietre (sono salite alla mente le fotografie di Salgado sulla Sierra Pelada) ed al quale l'istruzione è stata negata. Il calvario prosegue, leggero da una parte, accogliente e lisciante con violinista e un presentatore sorridente, fustigante dall'altro. Adesso siamo noi i viandanti del mare, i migranti, tra schizzi d'acqua e vento in faccia, bonaccia e onde; seduti al buio, immersi nei suoni dello sciabordio della schiuma, appena una luce rischiara la nostra miliani2.jpgnotte, davanti a noi uno specchio ondeggia e ci rimanda le nostre facce stupite: siamo noi i migranti, i possibili futuri immigrati. Fino alla lettura finale della Dichiarazione Universale dei Diritti Umani, praticamente in decine di Paesi carta straccia e lettera morta scritta a tavolino, utopia aleatoria, interrotta bruscamente dalla realtà che entra a piedi uniti, urlando, spegnendo la recita, facendo calare il sipario, ammutolendo e zittendo l'uomo che voleva parlare dei diritti inalienabili dei suoi simili. E' l'Umanità, bellezza.

“A volte penso che Dio, nel creare l'umanità, abbia leggermente sopravvalutato le proprie capacità” (Oscar Wilde).

“La Giostra dell'Umanità”, ideazione e regia Adriano Miliani, con Adriano Miliani, Marco Borgheresi, Samuel Osman, Sergio Licatalosi e Mirella Lampertico, e l'amichevole partecipazione del clown di Sandro Picchianti, il violino di Roberto Cecchetti e l’oste Gianni Traversini. Visto al Teatro Niccolini, San Casciano, l'11 settembre 2018.

Tommaso Chimenti 12/09/2018

BORGOTARO - “Che preferisci rimanere qua nella provincia denuclearizzata a sei chilometri di curve dalla vita”, cantava qualche anno fa in “Coccodrilli” il Bersani cantante. Qui invece siamo a dodici chilometri dalla civiltà, da Borgotaro, immersi nel bosco, tra La Spezia e Parma, in quel cuneo che fa intersezione tra Toscana, Emilia e Liguria. Lassù sorge Granara o meglio il Villaggio Ecologico, un pugno di case in pietra e legno rimesse a posto da un gruppo di pionieri, per lo più milanesi, che cercavano all'inizio degli anni '90 un terreno vergine all'aria aperta, in campagna, in una zona incontaminata per vivere, abitare per lunghi periodi, staccare dalla città, dalla metropoli d'asfalto, smog e cemento. Qui, a fianco delle numerose attività che costellano l'esperienza di Granara (tutti fannogranara1.jpg tutto, tutti si prestano, fanno volontariato, aiutano, collaborano), è nato sedici anni fa anche un festival di teatro con laboratori annessi. Non è la classica rassegna estiva mordi e fuggi, qui si sposa l'idea di fondo, la condivisione, l'unione, la vicinanza a certe idee. Spuntano le prime trecce rasta, il falò a chiudere le serate, la colazione, il pranzo e la cena tutti insieme, i tanti bambini che giocano scalzi e polverosi e fuligginosi e dickensiani ma felici e sorridenti. Non può mancare il campo da calcio, le tende posizionate nel grande pratone pasoliniano, il tendone da circo bianco e rosso e l'insegna che la notte s'illumina.

Il villaggio è autosufficiente, c'è addirittura un biolago, una sorta di piscina, più a valle il Taro forma delle conche, delle grandi pozze dove potersi rinfrescare. Infinite farfalle bianche a perdita d'occhio svolazzano. Ad una prima occhiata potremmo definire gli strani abitanti di questa comunità “figli dei fiori” o hippie. Le cicale nel pomeriggio ammazzano qualsiasi forma dialettica umana. L'inquinamento luminoso qui non ha cittadinanza. Senza scarpe comode (meglio se hai le Birkenstock) e una torcia sei un uomo perduto, e soprattutto perso. Le querce segnano la via, il cibo è strettamente vegetariano, mentre l'acqua gassata è stata bandita. Luoghi da elfi e streghe, da lupi e fate. Dopo svariati tornanti sullo sterrato, da lasciarci la coppa dell'olio, si arriva ad un dosso dal quale si ha la panoramica del campo verde (dove nascono speranze) con lo chapiteau sul fondale di questa fotografia che riempie le retine. Granara è un'utopia che si è fatta realtà, un manipolo di persone che è cresciuto numericamente e che adesso è consolidato.

granara2.jpgIl titolo di quest'anno (dal 30 luglio al 5 agosto) è “Esposti”. Interessanti, per differenti motivi, le due pièce che siamo riusciti ad intercettare. Da una parte “Todi is a small town in the centre of Italy” di Liv Ferracchiati, lavoro ospitato anche nella scorsa Biennale Teatro, che discute e ragiona, con l'abusato metodo delle interviste a comuni cittadini per sostenere la tesi fondante del pezzo, sulla provincia, sulla grettezza del provincialismo, sul borghesume delle nostre città d'arte. Si parte dalla tesi, è palpabile, concreta, tangibile, che Todi, ma potremmo sostituire la cittadina umbra con un altro splendido paese del Belpaese, sia chiusa, bigotta, curiosa, morbosa, intellettualmente arida, culturalmente bassa, rimasta ancorata alle sue bellezze del territorio senza essersi evoluta. Esterofilia pura che, con l'andare avanti dello spettacolo, mira a picconare alla base la tradizione in nome di un'imprecisata libertà di costumi. I quattro performer, su un fondale bianco come fossero gli inquisiti de I Soliti Sospetti, raccontano la loro normalità noiosa, squallida e monotona mentre in video passano interviste a passanti che si dichiarano soddisfatti, che non abiterebbero mai da nessun'altra parte del mondo, che Todi sia unica, insostituibile, affascinante, a misura d'uomo, perfetta per le loro scarpe. E invece che cosa si vuole dimostrare? Che questa sia la patina, la carta velina mentre sotto cova il dissenso o almeno si vuol far credere che gli abitanti della città (ma è termine di paragone e metafora per l'Italia intera), a proposito si chiamano “tuderti”, siano vagamente ignoranti, che non riescano a vedere oltre la punta del proprio naso, che soprattutto si accontentino. E' il classico gioco al massacro, il vedere l'erba del vicino sempre più verde, abbattendo qualsiasi patriottismo e campanilismo, volendo che sia la globalizzazione a pareggiare le differenze e uniformare le città e i suoi abitanti. Il fatto che “tutti si conoscono” è qui visto come un punto sfavorevole e deleterio mentre viene lodatagranara3.jpg l'indifferenza delle grandi metropoli dove il silenzio e la solitudine inglobano tutto e tutti. Todi, ma ripeto l'Italia cattolica e tradizionalista, viene tacciata di pesantezza e arretratezza chiosando con “Se fosse disabitata sarebbe un Paradiso”. Un brutto affresco italico.

Originale lo spunto che è scaturito dalla penna di Emanuele Aldrovandi, che si è solidificato nella regia di Serena Sinigaglia e ha trovato la carne di Maria Pilar Perez Aspa, del quale già vedemmo un soddisfacente estratto in occasione del “Next” del novembre scorso. Un flusso di coscienza joyciano senza filtri, senza limiti, di quest'attrice, “Isabel Green” che dà il titolo alla drammaturgia, che finalmente riesce nel sogno massimo di ogni attore: vincere l'ambito Oscar, la statuetta magica dorata che ti impone nell'Olimpo delle star. E' un doppio filo, un doppio binario, da una parte la realtà, con i ringraziamenti, dall'altra i pensieri, i dubbi, le amnesie, le titubanze non più dell'attrice ma della donna, della granara4.jpgpersona Isabel. Escono fuori le debolezze, le apparenze perfette che nascondono crepe, i rapporti non idilliaci con il figlio, le dipendenze da pillole per essere sempre perfetta e sorridente, diva irraggiungibile tra un impegno e l'altro, macchina da soldi senza tempo libero, senza interessi, senza sapere in definitiva chi è veramente. Proprio il momento che dovrebbe essere di massima felicità ed emozione è quel crack che rompe gli argini, è la goccia che fa venir giù la diga eretti in anni di duro addestramento al successo, quel successo che ti mangia, che si divora la persona in nome del personaggio pubblico. Ha le visioni e le allucinazioni e vede la se stessa piccola che sognava quella carriera, quel finale. Adesso lì sopra a quel palco è sola con le proprie paure, asserragliata e assediata su quest'isoletta deserta, immobilizzata, paralizzata dalla consapevolezza che tutto quello che aveva inseguito era finto, falso, un cartonato, una parvenza da dare in pasto ai fotografi, ai fan. La Perez Aspa dosa e calibra l'ironia con il dramma feroce, la simpatia depressa con una tristezza esistenziale profonda e atroce senza commiserazione, senza facili miserie fino al soliloquio finale, tutto interiore, confessione fatale contro gli obbiettivi da raggiungere, gli standard da rispettare, le etichette da soddisfare, i tempi assassini imposti dal tritacarne del produci, consuma, crepa, contro il consumismo del tempo, contro la ricerca del successo sociale ad ogni costo barattando la felicità con il denaro o il potere: “Siate sazi, non siate folli” ci urla, ci tocca: “Come ho fatto ad odiare così tanto la cosa che amavo di più?”. Un monito, un insegnamento a misura di Granara. Si viene qua perché i piccoli sogni diventino veri, reali, ecosostenibili, soprattutto non materiali. I sogni materiali si sciupano e non ne resta che l'amaro.

Tommaso Chimenti

SAN PIETROBURGO – Se Londra non può essere paragonata al resto del Regno Unito, se New York non è esemplificativa rispetto agli Stati Uniti, lo stesso possiamo affermare per San Pietroburgo, la città degli architetti italiani, nei confronti della Russia. Un palazzo monumentale dopo l'altro, viali lunghi chilometri che tagliano la metropoli portuale sulla Neva. Ogni italiano arriva in quella che fino all'inizio degli anni '90 era chiamata Leningrado e inevitabilmente non può non pensare a Franco Battiato e ai suoi versi: “L’inverno con la mia generazione, le donne curve sui telai, vicine alle finestre, un giorno sulla Prospettiva Nevskij per caso vi incontrai Igor Stravinskij”. Impossibile non canticchiarla. Il cantautore catanese chiudeva con uno straziante e illuminante “e il mio maestro mi insegnò come Call 2.JPGè difficile trovare l'alba dentro l'imbrunire” alludendo e inneggiando alle notti bianche raccontate anche da Dostoevskij. Parlare di danza contemporanea in Russia, patria della classica e del Bolshoi, poteva sembrare azzardato ma il festival “Open Look” (davvero uno sguardo aperto sul panorama mondiale della disciplina con compagnie invitate da Olanda, Polonia, Israele, Corea, Spagna, Inghilterra; nessuno dall'Italia) dopo venti edizioni, ideato dal gruppo Kannon Dance (direttore Vadim Kasparov e il suo braccio destro Albina Ismailova), ha consolidato il suo ruolo centrale e la sua forza nella diffusione della contemporanea. Platee affollatissime per la quasi totalità riempite da donne e ragazze.

E' un progetto che punta i piedi e s'eleva nell'antropologia e nell'etnologia, nella storia come nella linguistica il “Call of the Origin” dove in un ring di sabbia, la sabbia del passato che si deposita sulle cose, quella polvere sedimentata dal tempo, quella cenere alla quale torneremo, un danzatore-atleta-acrobata snodabile (il formidabile Nurbek Batulla) accompagnato da tre cantore-aedi e tre musicisti, ha rievocato l'alfabeto scomparso della sua regione, cancellato dalla globalizzazione e annientato alla lingua e cultura dominante russa. Il suo è un recupero materico delle tradizioni, della famiglia, del sangue, in mezzo a questo fango stilizzato, a questa arena che diventa ambiente amniotico ed esoterico, magico e biblico, dove far riaffiorare con i gesti di questo corpo scultoreo e marmoreo lettere di una scrittura morta, sepolta sotto i cumuli della Call 3.jpgStoria. I tamburi sono i battiti del cuore, i flauti i respiri del Tempo andato, con i piedi forma cerchi o alza volute di fumo in un rito incantato e stregato (ricorda i dervisci) alla ricerca della lingua degli avi creando un'iconografia in movimento, misurandosi in ideogrammi fisici. Ha un grande controllo del corpo, da arti marziali, in questa sua personale “Alphabet Street” (Prince) e muovendosi e contorcendosi e fluttuando sembra di vederli chiari e nitidi i suoni gutturali tagliando la coltre di nebbia e con i piedi e con le mani riporta in superficie da sotto terra, riesuma e rievoca gli antenati, la loro storia da non dimenticare. La sua è una chiamata, una missione, un fuoco quell'impastare l'arcano mistero di popoli estinti. Se è vero che la Storia la scrivono i più forti, è pur vero che abbiamo, oggi più che mai, un bisogno necessario, fisico, imprescindibile, di (ri)conoscere il nostro passato, le radici.

Dal solo al duo con le sorelle Zhukova, Maria e Elizaveta (in nero adamitico come due Eva Kant), che in “Takeover” intrecciano un dialogo diTake over.JPG vicinanza e potere, di incontro e scontro, di attrazione e repulsione contendendosi una piccola palla stroboscopica ricordandoci due titani che si contendono il predominio sul mondo, giocando con la Terra. Due dee (Yin versus Yang) che, illuminate da una torcia che riverbera i quadratini riflessi come pulviscolo celeste come fosse il puntinismo di Georges Seurat, distendono il loro corpo a corpo, due forze in campo uguali e contrarie che si sovrastano, lottano, duellano, un inseguimento a contendersi il nostro Pianeta: Dio gioca a dadi con l'universo e a farne le spese sono gli uomini.

Di grande impatto, colorato e simbolico, l'opera di Olga PonaCardboard” che unisce il fumetto, connessa alla creazione, alla danza. Tre disegnatori, curvi sui loro tecnigrafi fanno schizzi, prove, tentano di far uscire dalle loro penne nuove idee, nuovi personaggi, nuova linfa. Ma quasi come nel pirandelliano “Sei personaggi in cerca d'autore” è la montagna di carta straccia che sta a fianco a loro, un cumulo di rifiuti che Card 2.JPGci ha ricordato la “Venere degli stracci” di Michelangelo Pistoletto, l'humus che fermenta e fertilizza tutte le idee non andate a buon fine, tutti i disegni abortiti, gli sbagli, i fallimenti, i tentativi caduti nel vuoto. Anche le lampade da tavolo prendono vita come nella “Fantasia” disneyana. I disegnatori sono vestiti in blu, rosso e prugna, hanno occhiali da Harry Potter perché la creazione, qualunque essa sia, ha sempre in sé qualcosa di magico, di miracoloso. Ma è dalla montagna di scarti accartocciati che esce un “mostro” bianco perché non finito, michelangiolescamente parlando, lasciato incompiuto senza colori. Questo essere prende forma, si agita, si anima, si solleva, cerca una paternità, invoca qualcuno che finisca la sua anima, che gli dia rilievo e sostanza e non lo lasci pagina bianca ancora tutta da scrivere, che non lo lasci bozzolo ma lo faccia sbocciare in farfalla. C'è di sottofondo una richiesta di redenzione verso tutte le creazioni che non hanno visto la luce, verso tutti quei figli abortiti: carico, profondo, lirico. Lettura consigliata: “Lettera a un bambino mai nato” di Oriana Fallaci.

Il messaggio è politico e molto forte, propositivo e non arrogante: “Birth of the Phoenix” della compagnia israeliana Vertigo, sotto una cupola aBird.jpg semicerchio che ricorda un osservatorio astronomico che permette di danzare e mostrarsi su 360 gradi, fa esplicitamente rimando e riferimento allo Stato di Israele e al suo popolo, compresso, schiacciato, esiliato, combattuto per secoli da svariate culture e nazioni ma ancora vivo, sovrano, con la testa alta, che rinasce ogni volta più forte dalle sue stesse ceneri e quindi inannientabile, indistruttibile. Dalla sabbia, dove danzano i cinque performer in rosso sangue, rinascono, riemergono, rispuntano dopo infinite cadute e si librano ancora fino al canto finale liberatorio (per pathos ci ha ricordato la colonna sonora di Nicola Piovani della pellicola Oscar “La vita è bella”) malinconicamente felice, velata di una patina di tristezza ma gaudente, ferita ma soddisfatta, piena di vitalità e nostalgia ma sprizzante di quella gioia incontenibile di chi ha lottato per esistere e resistere e che adesso, senza mai abbassare la guardia, sorride al mondo, fiero, sereno, in pace con se stesso e con la Storia.

Tommaso Chimenti 28/08/2018

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