Questo sito utilizza cookie per migliorare la tua esperienza di navigazione e rispetta la tua privacy in ottemperanza al Regolamento UE 2016/679 (GDPR)

                                                                                                             

Sabato 8 giugno il Teatro Studio Uno di Roma ospita lo spettacolo di Giorgia Mazzucato, Gesù aveva l’erre moscia, che racconta con leggerezza e la dose di estro e fantasia che contraddistingue l’attrice padovana la vita e la personalità del figlio di Dio. Incontriamo Giorgia per farci raccontare il suo spettacolo, che cerca di avvicinare una figura mitica al pubblico più eterogeneo: credenti ma non solo. “Gesù aveva l’erre moscia affronta il tema delle religioni dal punto di vista di Gesù, come personaggio storico ma soprattutto nel suo lato più umano. Mi sono messa nei suoi panni e ho immaginato lo sforzo che deve comportare fare un miracolo: non è mica una cosa da niente! Uno può anche dare di stomaco dopo uno sforzo simile”.

Non l’avevamo mai vista in questo modo, in effetti. Eppure l’umanità di Cristo è un concetto cardine della religione cristiana. “Se è uomo, questo vuol dire che ha anche i sentimenti dell’uomo: immagina che ti svegli e sai che devi salvare il mondo, deve essere una bella pressione da avere addosso. L’erre moscia serve a renderlo umano, e cosa migliore di un difetto di pronuncia? Nello spettacolo lui si relaziona con molte religioni, buddhismo, induismo, per arrivare a capire che, in sostanza, stanno dicendo tutti la stessa cosa. Anche per quanto riguarda il concetto di amore, di sacrificio: lui si è fatto ammazzare per noi e noi facciamo quello che facciamo”. In effetti, Gesù non deve essere proprio fiero di noi. Ma in quanto uomo, forse capisce meglio di chiunque altro lo sforzo che facciamo, nonostante tutto. “Penso sia bello rappresentare Gesù come un po’ impacciato, il tuo migliore amico. Scherza, gioca, cerca di capire le cose, va persino in Erasmus, questa nazione immaginaria in cui conosce tutti i figli delle divinità, Little Buddha, Gianfucio... Ti ci affezioni, anche se poi sai che la cosa non andrà a finire benissimo”.

Per fare questo spettacolo Giorgia si è esposta in prima persona davanti a inspiegabili tentativi di boicottaggio. “Quando ho fatto Gesù aveva l’erre moscia per la prima volta me l’hanno censurato. Dovevo debuttare in un teatro gestito dai religiosi, era tutto pronto da mesi, a cinque giorni dalla replica mi arriva questa mail in cui mi dicevano che il titolo andava cambiato. Ho parlato con questa persona, che mi ha detto che era offensivo dire che Gesù aveva l’erre moscia. Allora le persone che hanno un difetto di pronuncia come dovrebbero sentirsi? Mi sono resa disponibile a inviargli il copione, spiegandogli che era uno spettacolo che rappresentava il lato umano di Gesù. Lui mi ha detto una cosa a mio avviso gravissima, anche per me che non sono credente: “Noi non vogliamo vedere il lato umano di Gesù”. Mi hanno proprio imposto di cambiare il titolo, pena la messa in scena. Ho detto di no”.

Un atteggiamento, pensiamo, figlio di quella scuola di libertà di pensiero appresa dai grandi Dario Fo e Franca Rame. Ma Giorgia minimizza: “Non penso che il mio sia stato un gesto eroico. Devi essere convinto di quello che fai, se no come puoi pretendere che gli altri lo siano? Questo spettacolo per fortuna ha cominciato a girare, e sono venute anche un sacco di persone molto credenti, che erano contentissime. Alcune vecchiette mi hanno detto addirittura “non vediamo l’ora di andare a messa!”.

Giulia Zennaro, 07/06/2019

 

MILANO – I testi di Bruno Fornasari sono piccole pietre miliari scagliate nel dibattito contemporaneo, ogni volta un argomento scandagliato fin nelle sue viscere più intime, potrebbe essere una conferenza tematica, nei suoi antri più nascosti e poco affrontati cercando un contraddittorio attraverso l'uso dei personaggi. Il suo alter ego in scena e attore-feticcio, Tommaso Amadio, dice che quello del regista milanese, direttore assieme a lui del Teatro dei Filodrammatici, è un “teatro brechtiano”. Ha ragione, in toto. Qualcuno accusa l'autore di “N.e.r.d.s.” come de “La prova” di essere “freddo”. Non è né freddezza né gelidità ma calcolo sì in una drammaturgia che ti porta esattamente dove ha deciso che la riflessione vada e punti, ti prende per mano, è corposa, robusta e muscolare nel mettere sul piatto varie strade fino a farti imboccare, senza per questo dare giudizi di valore o gerarchie, spontaneamente quella che, dall'alto, ha pensato.

c967e52171fd1f3b645b47588992fd9f_XL.jpgE torna spesso la parola “cinismo” ma non è nemmeno questa la definizione giusta, è più che altro un raziocinio, pieno di logica, attorno ad un tema utilizzando gli strumenti degli attori per esplicare i differenti punti di vista e facendoli collidere tra di loro. I suoi testi sono macchine ad orologeria, si incastrano alla perfezione tutti i meccanismi e gli ingranaggi di battute e dialoghi serrati dove la concitazione monta, così come il pensiero, si architetta, si inalbera, si inquieta, cerca il suo opposto per affrontarlo a viso aperto, in campo aperto, mettendo in risalto, al di là di ogni dogmatismo precostituito, di ogni assioma digerito senza dubbio, le problematicità di un ragionamento, i punti interrogativi, le virgole nelle arton56810.jpgquali sei inciampato. E' un procedimento filosofico che a step porta avanti un grande lungo pensiero distillato e frazionato nei tanti suoi interpreti, spezzettato e sbocconcellato nelle figure che compongono il suo mosaico, il suo quadro dove tutto è calibrato, questa composizione nella quale è bello lasciarsi andare e cullare, portare fino alla riva.

Certamente anche “La scuola delle scimmie” (prod. Filodrammatici, visto al Teatro Elfo Puccini) sprizza d'intelligenza e di acume, come sempre le sue drammaturgie sono molto riconoscibili, hanno uno stile anglosassone, ironia british e grande velocità, ci pone davanti non tanto alla stupidità degli altri quanto alle nostre sacche di conservatorismo, di bigottismo, di reazionarietà che vivono in ognuno di noi. Fornasari non mette mai in ridicolo i personaggi dei quali ha bisogno per mostrare la sua tesi ma gli dona pari dignità di esistenza. Ci sono le fazioni, le squadre, è la tensione scenica che fa scatenare il conflitto dialettico, il fuoco alimenta e sposta la razionalità di una società che non si muove mai linearmente ma a strappi, ad elastico e ha continuamente bisogno, per non inaridirsi come una fonte ormai secca, di qualcuno che rimetta in discussione anche i suoi valori più accettati e condivisi e creduti inalienabili.2213_vanessaporta.jpg

Nella “Scuola delle scimmie” (cast come sempre d'eccezione con un amalgama che se perde il ritmo affievolisce la resa concettuale dello scontro) sono due le dimensioni temporali che vengono ad incastrarsi, senza incagliarsi, a sovrapporsi, a interpolarsi, in un gioco di rimandi tra il 1925 (vicenda reale) e il 2015 come a dire che l'uomo può anche andare su Marte ma rimane sempre lo stesso e ciclicamente (vedi i terrapiattisti o il convegno a Verona sulla famiglia) ritorna prepotente sugli stessi nodi. Da una parte, nella scena novecentesca, un professore in un piccolo paese di uno Stato contadino e rurale statunitense che ha cercato di insegnare ai suoi studenti che discendiamo, secondo la lezione darwinista, dalle scimmie e non siamo il frutto dello sputo di Dio sul fango mentre ci modellava a sua immagine e somiglianza. Dall'altra, nel filone del Duemila, un altro professore al quale, in collisione con la preside, viene chiesto di occuparsi soltanto della sua materia, scienze biologiche, e non fare “politica” né religione quando in realtà ha soltanto immesso dei virus e dei geni di riflessione nei suoi ragazzi.

2414_vanessaporta.jpgLe scene si spostano l'una dentro l'altra con l'ausilio di pareti semoventi che sembrano aprire e chiudere a soffietto i quadri, come si può aprire e chiudere il cervello a qualcosa che non capiamo ma tentando di comprenderlo o trincerandoci dietro veti difensivi e teorie complottiste. Sono milioni tutt'oggi le famiglie negli Stati Uniti che fanno studiare a casa con un precettore (la parola fa pensare a Leopardi...) i propri figli proprio perché alla scuola pubblica insegnano l'evoluzionismo darwiniano al posto del creazionismo. Quasi fossimo dentro un “Ritorno al Passato”. In qualche modo ci sono dei nessi anche con “L'ora di ricevimento” di Stefano Massini. Ma l'intento di Fornasari e soci è cercare punti di contatto e punti di rottura, capire le falle, le crepe, insinuare dubbi e germi di implosione senza aggressività. Infatti, anche i personaggi che sono in antitesi con il pensiero moderno e contemporaneo non vengono mai descritti, né additati né fatti oggetto di epiteti, con pennellate negative o con tratti abietti. Non ci sono buoni e cattivi, ma c'è chi vuole ancora pensare e chi forse è stato ammansito e addomesticato tanto da impigrirsi e adagiarsi sulla soluzione più semplice, più conforme, più conservatrice.

Purtroppo oggi, con la regola dell'uno vale uno (Margherita Hack o un cittadino medio possono parlare parimenti di astrofisica) e i social 2.0 (tutti possono rispondere su qualsiasi argomento, anche senza averne i requisiti e le competenze, a chiunque altro anche ad un esperto del settore in questione) hanno creato enormi danni. A questo aggiungiamoci le fake news e gli algoritmi dei social network che ci fanno sempre vedere e seguire quello nel quale già crediamo, a forza di like e pollici, alimentando e rafforzando giorno dopo giorno la nostra idea ed escludendo il pensiero contrapposto.

In scena vediamo un grande albero della vita (non quello dell'Expo; ci ha ricordato maggiormente “Il diario di Eva” di Mark Twain con una punta della serie tv “13”) mantecato con 1920x560_LA-SCUOLA-DELLE-SCIMMIE.jpgWelcome to the jungle” dei Guns N' Roses a tambureggiare. Tra un velocissimo cambio di scena e l'altro, con non dei bui ma delle penombre quasi a voler sottolineare un continuum e un passaggio osmotico tra le dimensioni, tanti gorilla (alla mente ecco quelli di Antonio Latella in “Veronika Voss” o quella di Francesco Gabbani al Festival di Sanremo del 2017 con “Occidentali's Karma”) spostano oggetti e allestiscono (le scene sono di Erika Carretta). Fede cieca o dubbio, fanatismo o domande, Bibbia o Scienza, Inquisizione o Progressismo, Credere o Capire, trasformare la gente in scimmie ammaestrate o pensare che discendiamo dalle stesse?

Si maxresdefault.jpgride, e molto, di noi, delle nostre fragilità, delle nostre debolezze, della nostra finitezza: Tommaso Amadio, il professore di oggi, mette nelle sue scene sempre carattere e quello sguardo che apre, con la sua recitazione sfrontata, ora alle dinamiche d'intrattenimento sarcastico adesso a quelle più concettuali, sorprendente Giancarlo Previati nel doppio ruolo di zio ruvido e diretto ma franco e tagliente e di padre ora ferreo adesso ambiguo, il giovane Luigi Aquilino, il prof novecentesco capace di pathos e puntiglio, una sicurezza Sara Bertelà dirigente scolastica arcigna e severa, determinato Emanuele Arrigazzi nel doppio ruolo, personaggi agli antipodi, il giornalista dissacrante e assennato e il padre della studentessa bieco e violento, senza dimenticare la brava e sprint Camilla Pistorello, allieva provocante e provocatoria e fidanzata compressa nelle regole sociali e patriarcali, e l'elettrica e accesa Silvia Lorenzo, artista e compagna del professore dei giorni nostri. La frase: “Si può dire il mio Dio, il tuo Dio, ma non si può dire la mia Scienza, la tua Scienza”.

Tommaso Chimenti 05/04/2019

Venerdì, 25 Maggio 2018 11:21

Il fanatismo miete sempre nuovi "Martiri"

MILANO – Siamo sempre a rimproverare i giovani che non hanno ideali, che non hanno sogni né desideri, che non si impegnano nel civile, che non hanno idee politiche, che pensano soltanto ai testi fumosi della musica trap e allo smartphone. E poi, appena ne troviamo uno che si imbatte, si butta e si infervora su un tema, abbracciando completamente un argomento e una causa, allora il nostro paternalismo e protezionismo ci fa saltare sulla sedia se quest'ideale non si confà a ciò che avremmo pensato che un adolescente potesse seguire. Mi spiego. Grazie al testo “Martiri”, che è tedesco si sente per formazione, durezza, piglio, di Marius von Mayenburg, il regista Bruno Fornasari, grande conoscitore della drammaturgia europea e scopritore di nuove riflessioni e scritture in giro per il martiri1Vecchio Continente, ci porta dentro un terreno a lui caro, quello dell'ambiguità religiosa, del dogma, della dittatura culturale, dell'autoritarismo delle istituzioni che limitano, ingabbiano, schedano le libertà. La sua è una battaglia, anche politica e politicamente scorretta, fatta per aprire e ampliare il pensiero, scatenare il dibattito non soltanto in una forma sterile di provocazione (a Fornasari non interessa) ma instillando a piccole dosi, a gocce di veleno, quei germi per generare pensiero ora vedendoci da una parte adesso dall'altra, ora salvando e perdonando l'uno, adesso condannandoci. E' un processo difficile il rimettere in discussione le nostre certezze statuarie della nostra società occidentale.

Qui, in “Martiri” (che è un perfetto continuum della “Scuola delle scimmie”, scritto da Fornasari, che ha debuttato a gennaio scorso), il “nemico” è tutto interiore; nessun scontro di culture e nessuna guerra di religione, anche se è proprio di religione (in senso stretto ma anche in senso lato) che si parla. Un adolescente, appena passato dal mondo dell'infanzia alla scuola superiore, uno che secondo gli adulti dovrebbe fare come i suoi compagni, un po' instupiditi un po' vuoti perdendosi in giochi e trastulli, comincia a leggere l'Antico Testamento e a trovarci dentro risposte chiare e soluzioni lampanti, inizia a spulciare versetti e a riconoscere tra quelle righe regole certe e ferree, la giustizia e la giustezza per incasellare questo mondo che sta andando alla deriva, che si sta liquefacendo nella lascivia, nella dissoluzione, nel peccato. E' qui messo in discussione il martirifornasarimondo degli adulti che non sanno reagire dando un'alternativa alla radicalizzazione cristiana, aggressiva e violenta, del ragazzo ma scendono sullo stesso piano di accuse e veti autoritari. Lo sfondo rosso è sempre presente e pulsante perché i cambiamenti e le rivoluzioni hanno sempre bisogno di sangue fresco e le idee si cibano e si abbeverano come Dracula ad un cocktail.

Da questo testo nel 2016 è stata tratta una pellicola russa, presentata anche a Cannes, con il titolo “Parola di Dio”. Ma se i russi ammantano e dispensano tutto di dramma insolubile, Fornasari applica la sua ricetta (con un manipolo di ottimi attori diplomati alla scuola dei Filodrammatici, veramente pronti) che in questi anni ha ben funzionato nel loro teatro vicino alla Scala: un testo solido ha bisogno, per entrare più in profondità nel midollo, di quell'ironia scanzonata e di quegli incastri e incroci di senso tra il leggero sorriso e il punto di domanda che dentro nasce come fungo dopo una pioggia battente. In questo i balletti e le coreografie, le canzoni pop (non poteva mancare Jesus Christ Superstar o la hit sanremese di Gabbani con le teste di scimmie), danno il giusto (di)stacco e risalto alle scene, fermando e confermando, esaltando e imprimendo in uno scorrimento drammaturgico che suggestiona e spiazza, sorprende e incuriosisce senza mai perdersi nella ripetizione né nella scontatezza.

Gli adulti vogliono realmente che i ragazzi siano liberi ed abbiano un pensiero proprio e originale e non omologato? Dall'intelligente “Martiri” non sembra proprio, anzimartiri2 appare come un'inquietudine continua e sferzante doversi rapportare ad un ragazzo che ha preso la sua vita nelle proprie mani e la sta direzionando, con forza e nettezza certo, verso la strada che vuole seguire, anche contravvenendo alle regole sociali imposte, alle leggi stabilite e in maniera consuetudinaria accettate. Già perché anche la democrazia è la dittatura del 51% e lo Stato non sempre è dalla parte del cittadino. Le parti della Bibbia più cruente e sanguinolente, più splatter e truci e violente, innescano in Benjamin un sentimento di pulizia e chiarezza con regole certe e pene e punizioni ancora più limpide in una semplicistica limitazione della libertà personale. Ma se gli adulti si fermano con il dito puntato a urlare l'errore, tacciando l'alunno di aver passato il segno e contravvenuto alle verità imposte, il giovane si schiera con ancora più forza e convinzione chiudendosi a riccio nel suo sistema rassicurante di dogmi.

Ma il fanatismo religioso e intollerante del ragazzo (Luigi Aquilino, una marcia in più, energico e suadente) innesca tutta un'altra serie di dinamiche tra gli adulti: il preside (Eugenio Fea efficace) che per non avere problemi giustifica il ragazzo e mette all'angolo la professoressa sparring partner, la madre, serenamente isterica (Denise Brambillasca, sveglia), dell'allievo che scarica sull'istituzione-Scuola il compito della formazione del figlio, il professore di ginnastica che vorrebbe risolvere la questione in modi spicci, il parroco (puntuale Daniele Vagnozzi) che vorrebbe utilizzare questa foga per cercare nuovi adepti ad una Chiesa morente, la professoressa di biologia (Gaia Carmagnani, decisa, attenta), l'unica veramente ad avere a cuore l'allievo e che, per questo, tenta, finendo per perdersi, di martirifornasari2comprenderlo ma senza buonismi. Da una parte c'è un giovane che prende alla lettera le Sacre Scritture (come i Testimoni di Geova o gli islamici radicali) su temi come il sesso, la questione femminile, la giustizia, il pudore, la vergogna. Il ragazzo diventa la pietra scagliata nel vetro, l'ago che fa scoppiare il palloncino, il crack inaspettato nel tranquillo tran tran delle generazioni scardinando l'assioma che gli anziani indichino la via e i giovani la seguano, ribellandosi un po' certo, ma sempre incasellati e rimessi in riga da punizioni e ricompense, bastone e carota.

Questo ragazzo ci mette davanti allo specchio quello che siamo diventati, “Il vostro Dio è un hippie” (Simone Previdi, un Dio figo in bianco, guru californiano, carismatico), adulti che si condonano ogni pena, che si abbuonano e perdonano peccati più o meno veniali, che cercano la salvezza nella carne e in un presente fatto di cose materiali. Sarebbe troppo facile vedere, soltanto, nel ragazzo l'ingranaggio che ha deragliato, il mattone uscito male dalla fornace, il folle con idee strampalate da far rigare dritto con le buone o con le cattive. Forse i Martiri siamo tutti noi, consacrati sull'altare di credo finti e squallidi pronti ad interpretare quando ci torna comodo, sempre benevoli e accoglienti verso i nostri errori. La nostra croce sono gli altri con i quali, volenti o nolenti, dobbiamo farci i conti. Chi è davvero fanatico in un mondo dove i matti pensano che i veri pazzi siano sempre gli altri?

Tommaso Chimenti 25/05/2018

Libro della settimana

Facebook

Formazione

Recensito su Twitter

Digital COM