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Quando sei un giovane bianco e vuoi farti strada nella Detroit criminale dei ghetti neri non passi di certo inosservato. Né alle gang che ti affibbiano il soprannome più ovvio (White Boy Rick) né alla polizia che cerca di farti cantare. Divisa tra questi due mondi si consuma la caduta senza ascesa del quattordicenne Richard Wershe Jr, il trafficante d'armi che ha scontato la pena più lunga per crimini non violenti nello Stato del Michigan, nonché il più giovane informatore nella storia dell'FBI. whiteboyrick

Poteva una storia vera di questa portata, come non perdono mai occasione di sottolineare i distributori, sfuggire all'industria hollywoodiana? Ovviamente no. La sceneggiatura scritta nel 2015 tratta dal bestseller dello stesso Wershe, l'ingaggio del nome di richiamo (Matthew McConaughey) e la macchina da soldi pronta a partire. Ma non è andata così, c'è stato un intoppo: per tre anni lo script è finito nella black list degli aborti cinematografici, quella dei film che non vedranno mai la luce, destinati a rimanere parole morte sulla carta. Poi la sceneggiatura è stata riscritta da Weiss, Silver e Kloves e il progetto è passato nelle mani di Darren Aronofsky – stavolta nelle vesti del produttore – che ha affidato la regia al francese Yann Demange, fattosi notare per '71, thriller che riesce a far convivere l'anima di genere con la scorza dura del realismo. 

Siamo nella Detroit anni '80 devastata dal crack, e non dalla cocaine richiamata furbescamente dal titolo italiano per attirare i nostalgici di Scarface o dei cloni alla Blow. Mentre Reagan si impegna nella sua personale guerra alla droga, la war on drugs che attira facili consensi marginalizzando gli emarginati, i ragazzi diventano padri per caso, si curano degli AK47, ne sanno riconoscere la provenienza, li truccano e li rivendono al mercato nero. Rick è uno di loro, nato perdente nella shithole – ci si riferisce sempre così a Detroit – la latrina a stelle e strisce dove il sogno americano rimarrà sempre un incubo.

Lo sguardo di Demange indugia sui primi piani del volto innocente di White Boy Rick, alternandoli a tremolanti piani sequenza che si aggirano nel sottobosco corrotto e degradato della Motor City, inferno a luci rosse e blu senza uscite di emergenza. In bilico tra il biopic e il crime movie, Cocaine non riesce a trovare la strada che faccia convivere i due generi: ne risulta una narrazione poliziesca depotenziata e una tragedia umana priva di pathos che tocca il punto più basso nell'anticlimax finale, quando le didascalie prendono maldestramente il posto delle immagini. Possiamo ricavarne due conferme: se una sceneggiatura finisce nella black list, è bene che rimanga lì; Demange conosce bene i trucchi del mestiere ed è un regista da tenere d'occhio.

Alessandro Ottaviani – 4/03/2018

Fonte immagini: comingsoon.it

Negli ultimi anni molti registi italiani hanno dedicato i loro ultimi lavori a Ettore Scola, scomparso ormai tre anni fa. Ultimo maestro della commedia all’italiana a lasciarci, assieme allo storico sodale Furio Scarpelli ha influenzato se non benedetto le carriere di alcuni tra i più brillanti autori contemporanei, dall’erede Paolo Virzì passando per Francesco Bruni e Francesca Archibugi fino a Pif. Anche “La notte è piccola per noi – Director’s cut” (dal 14 marzo al cinema con Distribuzione Indipendente, che lo porta in sala a qualche anno dalle riprese) è dedicato al cineasta di Trevico, ma qui il legame è ancora più intimo, una questione di famiglia: Gianfrancesco Lazotti, regista e sceneggiatore, è il genero di Scola, avendone sposato la figlia Paola, qui anche aiuto regia. Sono i genitori di Tommaso, che interpretava Fellini nel congedo di Scola, “Che strano chiamarsi Federico!”.

Per certi versi l’ultimo film di Lazotti somiglia a proprio a “Ballando ballando” di Scola, l’epopea senza dialoghi lunga venticinque anni di storia francese tutta dentro una sala da ballo. In questo caso l’azione è chiusa in una balera romana, l’unità di tempo ha la durata di una serata fino alla chiusura del locale. Mentre la band (Thony con gli Stag) suona alcune famosissime canzoni del repertorio italiano, da “Bandiera gialla” a “Gente come noi” fino a “Tanz Bambolina” e “24.000 baci”, sfilano avventori abituali o occasionali, sotto gli occhi di una giovane quanto saggia cameriera dai modi spicci (Cristiana Capotondi). Ecco allora un ragazzo in attesa di conoscere la donna con cui si è dato un appuntamento al buio per chat, un pugile alcolista diventato improvvisamente religioso che vuole riconquistare la sua ex, una coppia che festeggia l’anniversario con i figlioletti, quattro professoresse che festeggiano la promozione a preside di una di loro, un carabiniere che non riesce a provarci con la più bella della pista, una signora in attesa dell’amore perduto, due eleganti anziani gelosi.

una scena del film

Sono solo alcune maschere di una galleria affollatissima, pezzi di un microcosmo fuori dal tempo, una parata di volti, caratteri, bozzetti che racconta un cinema non c’è più da decenni, davvero debitore all’immaginario di Scola e Scarpelli nel catalogo ai limiti del fumetto (d'altronde i due iniziarono disegnando per il "Marc'Aurelio" e mai smisero di ragionare per immagini caricaturali). Che grandi facce quelle di Giselda Volodi, Teresa Mannino, Michela Andreozzi, Tommaso Lazotti, Rino Rodio, per tacere degli anonimi ballerini, fino agli incantevoli Philippe Leroy e Alessandra Panaro, già povera ma bella che torna al cinema dopo quarant’anni di assenza. Tutti vestiti da Massimo Cantini Parrini, che spinge verso il versante buffo.

La musica incede incessante, chiamata a puntellare, sottolineare, accompagnare i piccoli frammenti esistenziale di un gruppo disomogeneo che balla per alienarsi da una vita forse un po’ troppo banale (un tecnico caldaista, una professoressa sempliciotta, una mamma in cerca d’avventure) o per esorcizzare qualcosa di doloroso o represso (un ladro incapace di cambiare mentalità, gli anziani che disprezzano la vecchiaia e cercano di sfuggire a forza di nostalgiche schermaglie, almeno tre o quattro feriti a morte dall’amore).

Ballando ballando inevitabilmente sul ciglio della malinconia, avanzi di balera al calare della notte quando i pensieri si fanno meno concilianti e il coraggio si mischia a qualche bicchiere di troppo. Non tutto torna, al netto della fluidità data dal montaggio di Pier Damiano Benghi, non tutti i personaggi sembrano emanciparsi dall’impressione di un mancato reale approfondimento, qualcosa pare mancare nel complesso. Eppure, accumulando situazioni dentro una situazione claustrofobica, è una commedia (all’)italiana che non solo ha la consapevolezza delle sue radici ma costeggia il lato spettrale dell’umorismo accogliendo un inquieto senso della fine.

Lorenzo Ciofani 27-02-2019

Che il ritorno di Suburra fosse in grande stile lo avevamo capito fin da subito. È bastato guardare Aureliano nei trailer, completamente trasformato fisicamente e interiormente dall’uccisione della sua donna da parte della sorella. Il re della Suburra è solo come un cane. Il dolore lo sprofonda in un abisso dal quale solo la vendetta può toglierlo. E Aureliano cerca la vendetta, ma per perseguirla, perché non sia solo una fantasia, ha bisogno dei suoi vecchi amici. E di farsene di nuovi. Perché così funziona a Roma: non ci sono amici veri, ma per ottenere qualcosa non puoi prescindere dalle amicizie. Si creano nuove alleanze, in questa seconda stagione, i personaggi lavorano febbrilmente a questo per tutto il tempo. Servono a costruire l’impalcatura di questa seconda stagione, a edificare lo stato dentro lo Stato che Aureliano e i suoi amici sognano.

Uno stato che soddisfi tutte le loro fantasie: vendetta, potere, libertà, denaro. Per ottenerle non si risparmia niente: anche le tragedie degli ultimi, dei dimenticati, dei profughi che diventano merce di scambio, terreno di trattativa. Samurai vuole che siano sgomberati da Ostia per costruire il suo porto, Cinaglia cavalca l’onda dell’insoddisfazione e balla prima con la sinistra e poi con la destra, Aureliano vuole vedere Samurai distrutto, Spadino lotta per avere credibilità nella sua famiglia, Gabriele oscilla tra responsabilità e corruzione.
Mette radici molto profonde nella nostra attualità, questa seconda stagione di Suburra. Va a toccare nervi scoperti, ferite ancora aperte, e ci getta sale sopra, impedendo al sangue di fermarsi.
I nostri antieroi imparano che, per fronteggiare un nemico comune, devono mettersi insieme. Soprattutto se quel nemico è Samurai, un villain che da solo vale quanto decine di antagonisti visti negli ultimi anni. Le premesse per un’esplosione in grande stile c'erano tutte, fin dalla prima stagione. Un continuo balletto di potere, favori, corteggiamenti interessati, sangue. 

Suburra ci dipinge, come nella sua prima stagione, un ritratto impietoso e accurato della nostra società, e di quella variopinta pattumiera che è la città di Roma, popolata da furbetti, ladri e assassini. Una città che è sempre uguale, eppure che cambia di continuo. E in questa seconda stagione vediamo fino a che punto può davvero spingersi il cambiamento, se Suburra ha davvero il coraggio di osare, e di presentarci davanti uno specchio di ciò che siamo. Ora è il momento di rendere reale ciò di cui abbiamo letto sui giornali, e i nostri protagonisti sono pronti. Ma Suburra fa di più, ci mostra il sangue che non vediamo, la morte di cui veniamo a conoscenza da un semplice trafiletto di giornale. In queste otto puntate il destino della Capitale si decide a colpi di pistola, di manganello, a mani nude, lottando come bestie. Molti cadono, nuove alleanze si formano, nuovi personaggi entrano in scena a portare la loro sfumatura di nero, in aggiunta allo strato di bitume corruttivo che avvolge la città.

Non spenderemo mai abbastanza complimenti per lodare Alessandro Borghi (Aureliano Adami) per la sua intensità e bravura assoluta. In questa seconda stagione incarna un Aureliano trasformato, nel quale il dolore ha acceso una sete di sangue che sta imparando a indirizzare. Spendiamo due parole anche per ringraziare Barbara Chichiarelli per la sua Livia, personaggio che avrebbe potuto dare di più, ma che è uscito di scena a testa alta, in un toccante commiato che ricorda molto la scena finale di Dexter.
Ma a nostro avviso è Gabriele (Eduardo Valdarnini) a compiere il percorso evolutivo più interessante. Un percorso che già nella prima stagione l'aveva trasformato da pischello che si prende le pizze in faccia a giovane e rampante poliziotto, che crede di cancellare le macchie del passato mettendosi addosso la divisa. Il flashback su di lui (bellissimi tutti, ottima idea del regista Andrea Molaioli) è forse il più interessante perché ci mostra il seme di quella pazzia che Spadino intravede nel compagno.

La seconda stagione di Suburra svolge in maniera decisamente adrenalinica le premesse psicologiche messe in campo dalla prima. Ci sono mancati i flashback iniziali, che incuriosivano lo spettatore, ma abbiamo apprezzato il fatto che i momenti di tensione e pathos fossero sempre ben dosati e si articolassero coerentemente con lo sviluppo dei personaggi. Una tensione che monta fin dalla prima puntata e che esplode con tutta la sua cruenta potenza nelle ultime due puntate, un vero e proprio bagno di sangue, ma importante per la ridefinizione degli equilibri e per l'immancabile colpo di scena finale. Un colpo di scena che rimette le carte in tavola per una terza stagione che, già lo immaginiamo, sarà ancora più cruenta, machiavellica, adrenalinica di questa.

Giulia Zennaro, 23/2/2018

Paranza è la barca che va a caccia dei pesci piccoli da ingannare con la luce. Nicola, Tyson, Biscottino, Lollipop, O'Russ e Briatò, piscitiell abbagliati dal vuoto di potere lasciato dai clan camorristici, vorrebbero fare la vita agognata da molti quindicenni: vestire di marca, entrare nei privé dei locali, passare interi weekend a farsi le canne e a giocare alla playstation. Tutto questo è a portata di pistola: bastano una manciata di semiautomatiche per conquistare le piazze di spaccio del rione Sanità a Napoli. PARANZA FOTO ARTICOLO
Per dirigire il film tratto dall'omonimo romanzo di Roberto Saviano (La paranza dei bambini) forse non c'era persona più adatta di Claudio Giovannesi, avvezzo alle storie di emarginazione giovanile come Fiore (2016) e Alì ha gli occhi azzurri (2012) e regista di due episodi della serie Gomorra. Il suo sguardo non giudicante, privo di velleità moralistiche, si posa sui volti puliti dei paranzini – primi piani fotografati da un ottimo Daniele Ciprì – e non è inquadrabile in un'ottica soltanto noir, alla Gomorra, ma abbraccia il racconto di formazione, con i suoi riti di iniziazione (il falò con i visi pitturati alla Signore delle mosche), le tappe dolorose della crescita e infine la perdita dell'innocenza.
Il lavoro di casting è durato mesi ed ha coinvolto più di 4000 ragazzini, cercati nei rioni periferici di Napoli. Degli otto protagonisti nessuno di loro si è presentato spontaneamente, sono stati scovati tutti in miezz'a via, sullo scooter o tra le comitive. Si respira infatti l'aria del realismo da strada, quello che necessita dei sottotitoli per farsi comprendere e che fa parte del filone Gomorra-Suburra-Romanzo Criminale, un genere all'italiana (finalmente) che verrebbe da chiamare spaghetti gangster.
la paranza dei bambini 2La paranza dei bambini, al cinema dal 13 febbraio e unico rappresentante nostrano in concorso al Festival di Berlino, si dimostra un più che degno appartenente a questo prolifico genere nel raccontare l'ascesa dei baby padrini con le ore contate. Fino a qui tutto bene, fino a qui tutto bene, fino a qui tutto bene. Il problema non è la caduta, ma l'atterraggio. La didascalia del capolavoro L'odio (La Haine) definisce perfettamente il film di Giovannesi e il suo finale che fa presagire un sequel: Saviano nel 2017 ha scritto Un bacio feroce, il secondo capitolo della Paranza. Si spera che lo spaghetti gangster continui ad attestarsi su questi livelli. Fino a qui tutto bene.

Alessandro Ottaviani – 13/12/2018

Fonte immagini: movieplayer.it

Uscirà il 21 febbraio nelle sale italiane Cold Pursuit, tradotto Un uomo tranquillo (secondo una logica che riduce all’osso il senso di un titolo così emblematico). Il regista è il norvegese Hans Petter Moland, definito il "Ridley Scott della Norvegia", che qui tenta l’esperimento di un remake del suo acclamato thriller norvegese del 2014, In ordine di sparizione, con un cast diverso e il tentativo di americanizzare il suo umorismo glaciale.

Il film racconta la storia di una vendetta spietata da parte di un padre che ha perso suo figlio a causa di un gruppo di surreali narco-trafficanti locali; Nels Coxman, interpretato da Liam Neeson (ultimamente volto ideale per queste caratterizzazioni abbastanza sterili ma traboccanti di violenza) sembra appunto un uomo tranquillo che lavora alla guida di un gigantesco spazzaneve per liberare le strade e che viene eletto Cittadino dell’Anno dai suoi concittadini della località sciistica di Kehoe, in Colorado, dove tutto sembra placido e candido e nulla di male può succedere.unuomotranquillo1

Ma la morte di Kyle innesca un meccanismo, decisamente mal scritto, che porta il bravo Nels a trucidare, risalendo la catena in ordine di importanza, tutti gli spacciatori legati alla perdita del figlio, che a quanto pare era lì per errore e che, a ben vedere, non è che un pretesto trattato in maniera superficiale per riscoprire il passato torbido di Nels, fatto del ricordo di un padre spacciatore e di un fratello ricchissimo ma immischiato in affari loschi (forse lo spinello fumato dalla sua bionda moglie perfetta, Laura Dern, all’inizio poteva essere colto come un didascalico monito della vita scellerata che facevano prima di scegliere la tranquillità familiare).
L’oramai efferato omicida Coxman, che in un’ora e poco più acquista la maestria di un killer consumato nell’uccidere spacciatori con nomi stupidi come Speedo o Santa Claus, arriverà al vertice della droga della città, il Vichingo, giovane businessman che ricorda vagamente un Patrick Bateman ma più controllato, che intanto, all'oscuro dell’esistenza dello spazzaneve vendicativo, ha dato la colpa delle molteplici uccisioni a White Bull, capo indiano con cui malauguratamente si contende le zone di spaccio per colpa di un vecchio accordo- sì, ci sono anche i nativi americani in questa storia, trattati con un misto compatimento becero e luoghi comuni stantii.
Anche White Bull e il Vichingo sono padri, il primo perde suo figlio per mano del secondo, l’altro viene privato della prole per mano di Coxman, che in un maldestro rapimento salva il piccolo, appassionato di musica classica e con una sensibilità da poeta, dal sadismo del padre.

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Tre padri e un percorso vendicativo che ammicca ad un certo stile per amatori del genere, fatto di schizzi di sangue sulla neve e fucilate in negozi di abiti da sposa (è tutto rosso su bianco, per non sbagliare). Ogni morte corredata da un epitaffio senza versi compare su schermo nero con tanto di simbologia religiosa, differente a seconda della vittima, tanto per ricordare l’ironia degli intenti registici.
Si parla di un action thriller pervaso da un inconfondibile humor nero, a metà tra Billy Wilder e l’ironia nordica; purtroppo Un uomo tranquillo è un adattamento ripetitivo di un qualcosa già visto, che non solo non fa ridere ma annoia abbastanza (per fortuna il conto dei morti ricorda allo spettatore che la narrazione procede). Molan intendeva realizzare un remake sottile per il pubblico americano, fare un film violento ma contro la violenza, in realtà il risultato è un film violento per far ridere della violenza, che sembra una strada simile ma che si rivela, fastidiosamente, opposta.

 

 

 

 

Silvia Pezzopane

06/02/2019

Photo credits:  © Doane Gregory

qui il link al sito ufficiale e al trailer del film

 

Mercoledì, 06 Febbraio 2019 13:17

"Parlami di te": il nuovo film con Fabrice Luchini

“Parlami di te” (Un Homme presse) è un film diretto da Hervé Mimran e ispirato alla storia vera di Christian Streiff, ex CEO di Airbus e PSA Peugeot e Citroen. Il film ha vinto il Premio del pubblico alla scorsa edizione del Festival France Odeon. 

Alain è un manager potente sempre in corsa contro il tempo. Le sue giornate sono fitte di impegni e prive di distrazioni e tempo per la famiglia. Un giorno viene colpito da un ictus che gli danneggia la memoria e il linguaggio. Grazie a Jeanne, una logopedista in cerca della madre biologica, inizia un percorso di guarigione che lo cambierà anche come persona.
Hervé Mimram costruisce una storia molto lineare e senza soluzioni di regia particolari: usa spesso i primi piani, le figure intere e nell’ultima parte anche campi lunghi e lunghissimi. Il film ruota intorno al protagonista e alla dottoressa senza concentrasi sugli altri personaggi. Alcune parti del racconto rimangono scollate dal resto come per esempio il cammino di Santiago de Compostela, al quale è dedicata una lunga sequenza.
Fabrice Luchini, attore noto soprattutto a teatro e vincitore di un Premio César della Coppa Volpi alla mostra internazionale d’arte cinematografica di Venezia per la migliore interpretazione maschile ne “La corte”, interpreta Alain. Il suo è un personaggio che passa dall’essere un manager che ha tempo solo per riunioni, seminari e il fatturato a una persona che, colpito da una grave malattia, mostra tutta la sua fragilità. Il suo talento viene fuori nell’esprimersi in modo discordante per via dell’ictus e nel suo tornare bambino.

Leila Bekht, dopo il successo di “7 uomini a mollo”, interpreta la dottoressa Jeanne. Il suo personaggio è molto paziente ma non viene potenziato nel corso della narrazione. Il suo ruolo è quello di semplice logopedista e inoltre la sua storia non si intreccia con quella più grande del film. 

Rebecca Marder, giovane attrice francese, interpreta la figlia di Alain. È una brillante studentessa ma il suo ruolo rimane fisso nella classica adolescente che viene trascurata dal padre.
Il film è una storia scontata di una persona che indebolita dalla malattia diventa più buona ed è un modo troppo leggero e divertente di trattare una malattia molto seria: quando si parla di malattie, nello specifico quelle mentali, bisogna avere molta delicatezza e tenere presente anche degli effetti che ricadono su chi sta intorno a chi si ammala. Molti personaggi non vengono inspessiti e occupano un ruolo molto marginale. Inoltre gli avvenimenti assumono caratteristiche molto prevedibili senza colpi di scena e seguendo un binario a tinta unita . La pellicola si configura quindi un comune racconto incentrato solo su un personaggio che non evolve se non nel mostrasi un po’ più gentile del solito. Sarebbe stato interessante descrivere le varie reazioni a cominciare dalla figlia e dalla moglie per poi passare ai collaboratori e così facendo conferendo sapore e colore al film.

Qui disponibile il trailer del film.

Maria Vittoria Guaraldi 05/02/2019

Poiché la Francia può contare su una vera industria cinematografica che il nostro Paese per il momento si sforza solo di immaginare, anche il genere del film per ragazzi ha un’importanza oggi del tutto sconosciuta al cinema italiano, malgrado alcuni recenti quanto modesti tentativi di intercettare il pubblico giovanissimo. Eppure avremmo una tradizione alla quale ispirarci: su tutti Luigi Comencini (“Le avventure di Pinocchio”, “Cuore”), e poi Folco Quilici (“Ti-Koyo e il suo pescecane”), Sergio Sollima (“Il corsaro nero”), Lucio Fulci (“Zanna Bianca”), Enzo D'Alò.

In questo senso, c’è solo da imparare dal sistema francese. Perché, dati alla mano, i principali fruitori delle sale italiane sono i ragazzini. E il cinema italiano non fa quasi niente per accontentarli: non ha funzionato il bel "Tito e gli alieni", si è difeso "La befana vien di notte" e ora siamo in attesa di “Copperman” e del “Pinocchio” secondo Matteo Garrone. Ma non si tratta di impostare un’inutile e sciagurata battaglia contro la Disney o la DreamWorks, ma di presentare qualcosa di almeno simile alle serie di Asterix e “Belle & Sebastien”, a “Mia e il leone bianco”, “Il piccolo principe”, “Il piccolo Nicolas e i suoi genitori”.

Un filone coltivato in modo sistematico e costante, che da una parte dimostra l’attenzione alle attese del pubblico infantile e dall’altra affronta storie universali ma legate all’immaginario nazionale – compito, peraltro, non difficile per un popolo tanto sciovinista. Ultimo titolo del catalogo è la superproduzione “Remi”, che Antoine Blossier ha scritto e diretto a partire dal classico “Senza famiglia” di Hector Malot, già all’origine di una fortunata serie anime e sei volte adattato per il grande schermo.

La storia è nota. All’età di dieci anni, Remi scopre di essere un trovatello. L’incivile padre adottivo vorrebbe chiuderlo in orfanotrofio: si salva grazie all’intervento provvidenziale di Vitalis, un musicista girovago che si esibisce con il cane Capi e la scimmietta Joli-Couer. In giro per la Francia, il misterioso mentore non solo insegna al bambino a leggere e scrivere, ma lo incoraggia altresì a coltivare il talento per il canto. E lo accompagna alla ricerca delle sue vere, imprevedibili origini…

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“Remi” è, a suo modo, un’operazione esemplare: nel riprendere un testo fondamentale per l’immaginario francese, Blossier riesce a trovare un piacevole equilibrio tra una rilettura piena di suggestioni fantasy (la neve dentro il palazzo di “Edward mani di forbice”, gli adulti de “I Goonies”, tutto il repertorio spielberghiano) e il forte ancoraggio al locale paesaggio geografico ed emotivo. Molto si deve a Romain Lacourbas, che fotografa in Cinemascope i grandi e selvaggi spazi con un nitido senso dell’epica e segue una mappa cromatica accessibile ai piccoli spettatori. Il progetto è chiaro a partire dalla forma: costruire un classico che sia godibile oggi come domani.

Pur non essendo fedele alla cronologia narrativa (“ho dovuto ridurre tutto a un anno”, ha affermato l’autore, “e cercato di adattare la drammaturgia, che è sostanzialmente una cronaca, alla struttura classica in tre atti di una sceneggiatura”), Blossier si mantiene fedele allo spirito dell’avventuroso e lacrimevole racconto di formazione, adattandosi allo sguardo innocente di un bambino che impara a vivere vivendo – e soffrendo. Maleaume Paquin ha la spiazzante naturalezza tipica dei bambini attori, in felice duetto con la star Daniel Auteuil in un ruolo larger than life (nonché con i due animali, davvero incredibili).

A sottolineare l’elemento fiabesco, una cornice in cui l’anziano Remi, davanti al camino, narra la storia ad alcuni bambini che non hanno alcuna intenzione di dormire. Lo interpreta il magnifico e sottoutilizzato Jacques Perrin, un attore che negli anni abbiamo visto crescere, maturare, invecchiare: una presenza eterea e fuori dal tempo che mette in dialogo il cinema con la realtà e mantiene negli occhi una fanciullezza indispensabile per garantire la credibilità di un film limpido, edificante e placidamente anacronistico.

Lorenzo Ciofani 31-01-2019

I film che hanno la parola “esorcismo” nel titolo invadono le sale cinematografiche dal 1973, l'anno in cui "L'Esorcista"  si erse a capostipite di un sottogenere tra i più prolifici e profittevoli, spianando la strada agli epigoni come L'Esorcismo di Hannah Grace (The Possession of Hannah Grace).
Spesso il successo di questi prodotti consiste nel reinterpretare con poca inventiva la ricetta di William Friedkin e Peter Blatty (rispettivamente regista e sceneggiatore de L'Esorcista), riscaldando male una minestra – ne approfondiremo in seguito i motivi – che ha fatto la storia del cinema. Perché? La risposta è banale, ed il caso di Hannah Grace è esemplificativo: a fronte degli otto milioni di dollari da inserire sotto la voce budget, il film diretto da Diederik Van Rooijen ne ha già incassati 36. L'usato garantito va bene ovunque nel mercato audiovisivo, prova tangibile è l'uscita – risalente a qualche mese fa - della seconda stagione de L'Esorcista, serie televisiva prodotta dalla Fox. 

Il problema degli emuli è che tendono a prendere dal capostipite gli accessori della sua grandezza – le contorsioni del corpo indemoniato a ritmo di ossa scricchiolanti, onnipresenti in Hannah Grace – senza sfiorare il dilemma morale tra fede e ragione, stretto nella morsa angosciante della sopravvivenza. Perché L'Esorcista è molto più di un horror: lo ha capito il riuscito L'Esorcismo di Emily Rose, mescolando l'orrore al dramma giudiziario e portandolo nel microcosmo delle aule di tribunale dove i dilemmi morali sono al centro di tutto.

Poiché questo articolo non deve intitolarsi “42 motivi per rivedere L'Esorcista”, è bene segnalare che L'Esorcismo di Hannah Grace – pescando a piene mani dal buon Autopsy, di cui in origine rivelava la fonte secondaria perché l'intenzione di Van Rooijen e compagnia era chiamarlo Cadaverribalta la premessa drammaturgica del capolavoro di Friedkin e Blatty: inizia alla fine di un esorcismo andato male e si sposta nell'obitorio del Boston Metropolitan Hospital, durante il primo giorno di lavoro di Megan (Shay Mitchell), ex poliziotta alle prese coi demoni interiori causati dalla morte di un collega. Le camere mortuarie sono lo scenario claustrofobico su cui è giocata la partita a scacchi tra il demone e la protagonista (con i comprimari, piatti come santini, a rivestire unicamente il ruolo delle pedine da sacrificare), in mezzo al ronzio asettico delle luci al neon che si accendono attraverso i sensori di movimento, cifra stilistica – qui l'intuizione visiva è derivata da Lights Out – utile a creare qualche sobbalzo, e niente di più. Quello che manca a livello di scrittura, sopratutto l'orrore procurato dalla perdita dell'identità, non può essere colmato a colpi di jump scare, né da espedienti scontati che non riescono a tirar fuori il film dalle sabbie mobili di una mediocrità sempre più banale e derivativa.

Alessandro Ottaviani 30/01/2019

Fonte immagini: universalmovies.it 

Le Sorelle Prosciutti è la storia di una famiglia di Langhirano che per cinquant’anni “ha fatto i prosciutti più buoni del mondo” nel prosciuttificio più famoso della provincia parmense, fondato dal partigiano Leonildo Fassoni. Lo spettacolo, in scena al Roma Fringe Festival dal 24 al 26 gennaio alla sala B dell’Ex Mattatoio-La Pelanda, prende forma dalla storia familiare di Francesca Grisenti, autrice del testo teatrale con Eva Martucci (entrambe protagoniste) e Massimo Donati, quest’ultimo anche in veste di regista. Tutto ciò che occorre alle due interpreti sulla scena è una sedia e la propria voce, per accompagnare il pubblico in un piacevole viaggio attraverso mezzo secolo di storia italiana.Le Sorelle Prosciutti Dal secondo dopoguerra agli anni duemila, il prosciuttificio di famiglia è stato “prima povero, poi ricco e poi vuoto”, vittima dei tempi che cambiano, della tecnologia che avanza e della globalizzazione, che hanno stravolto il lavoro, un tempo artigianale, per renderlo prima industriale e poi precario.

Francesca – interrotta di continuo dal suo irriverente alter ego – condivide ricordi dolci e ricordi amari, racconti della mamma e aneddoti di famiglia, con la voce velata di malinconia per quei tempi andati e quel buon profumo di prosciutto. Lo scambio verbale tra i due personaggi, giocoso e divertente, sfrutta sapientemente la sintonia tra le due interpreti, regalandoci momenti di genuina emozione e ben più di un sorriso, con la messinscena di simpatici stacchetti sulle musiche iconiche degli anni ’80 e ’90. La vicenda del prosciuttificio Fassoni traccia quindi un excursus di circa cinquant’anni di storia: dagli anni del boom economico, quando “per pudore non si ostentava ricchezza”, agli anni novanta, quando “tutto sembrava possibile”, fino ai primi anni duemila, quando la concorrenza spietata ha costretto l’azienda familiare a chiudere.

Le Sorelle Prosciutti non è una critica alla modernità, ma semplicemente una riflessione sull’impatto che il progresso ha avuto sul mercato del lavoro nel nostro paese. Il testo di Grisenti, Martucci e Donati si colloca perfettamente nel progetto di teatro civile della compagnia Teatri Reagenti che, con sensibilità, ha rielaborato il vissuto di tre generazioni di prosciuttai per trattare il tema del lavoro, di come questi sia mutato dalla seconda metà del novecento ad oggi (sfruttando anche gli avvenimenti interni all’azienda per accennare ad un confronto tra i due modelli femminili della donna operaia e della casalinga). Le Sorelle Prosciutti sebbene sia il racconto del dignitoso fallimento di un’azienda nostrana, si presenta soprattutto come la celebrazione del successo di una famiglia che ha affrontato le trasformazioni del nostro paese e, sebbene ferita, ha saputo cavarsela, puntando lo sguardo, speranzoso, al futuro della nuova generazione: tra loro c’è chi ha cambiato strada e chi sogna un nuovo prosciuttificio, ma non Francesca, lei il prosciutto non lo sa fare, però doveva raccontarlo, perché dopotutto “a chi non piace il prosciutto?”.

Silvia Piccoli 25/01/2019

Quando un nome noto del teatro come quello di Emma Dante viene accostato a un classico senza tempo come "Le Baccanti", l’incontro promette scintille. E scintille sono, recapitate da un team di attori dell’Accademia Nazionale d’Arte drammatica “Silvio d’Amico”, in scena al Teatro India di Roma nel periodo festivo a cavallo tra il 2018 e il 2019.
Sin dal principio, la regista traccia la sua linea, tesa e vibrante come una corda di violino, tra l’inquietudine e la sacralità. Due aspetti spesso, se non sempre, contrapposti nella tragedia greca, che esplodono sotto la direzione di Emma Dante, il cui occhio stravolgente si sposa alla perfezione con l’impeto caotico già copioso in Euripide.
Coreografie tra la danza e l’inseguimento, luci intermittenti e giochi d’ombra, sono alcuni degli ingredienti che rendono l’opera, nella traduzione di Edoardo Sanguineti, apprezzabile su più livelli: quello letterale o razionale (apollineo) e quello istintivo, quasi subliminale (dionisiaco). Paradossalmente le parti corali, cantate e armonizzate dagli attori, numerosi ma sempre in equilibrio sulla scena, risultano le più canoniche.49616292_218497349081115_7963060359684685824_n.jpg
Anche la scenografia, di Carmine Maringola, riflette una duplicità insidiosa, le pareti rosa sembrano imprigionare, più che proteggere, ma non sono impenetrabili. Oltre alle uscite adibite, una per lato, capita di vedere personaggi invadere la scena strisciando sotto i suoi confini, o scuoterli dall’esterno con urla e strepiti. Avvolgente, ma non sicuro, il locus di questo studio flirta con l’uterino.
Vi sono poi le innumerevoli interpretazioni, innumerevoli davvero. Come per sedimentazione, "Le Baccanti" hanno acquisito nei secoli altrettante stratificazioni. C’è il conflitto tra sacro e profano, tra erotismo e castità, tra uomini e donne. C’è il conflitto generazionale tra vecchi e nuovi regnanti, quello tra madre e figlio. C’è Pènteo che, più che ateo, sembra figlio di una religiosità infertile e invidiosa. Di contro, un Dioniso doppio, nel ruolo e nel genere sessuale, assume i tratti di un anticristo ante litteram, un pifferaio magico dedito ai piaceri irresistibili della carne: pur nella sua onnipotenza, fa delle baccanti il proprio unico e solo strumento, perché di tutti il più invincibile.
Inevitabilmente a loro, alle Baccanti, l’ultima nota di quest’analisi. Prede di un’euforia senza confini ben distinti, devono mostrare al contempo la follia di un alter ego e le spaventose profondità del proprio vero io (in vino veritas). Un ruolo potente quanto complesso sotto la guida esperta e esigente della regista, che esalta però, singolarmente e in gruppo, l’interpretazione di tutte le attrici, scandite con ritmo musicale come canne di un organo di desideri inconfessabili.

Andrea Giovalè
5/01/2019

Foto di Tommaso Le Pera

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