Questo sito utilizza cookie per migliorare la tua esperienza di navigazione e rispetta la tua privacy in ottemperanza al Regolamento UE 2016/679 (GDPR)

                                                                                                             

Nella singolare cornice del Nuovo Cinema Palazzo, spazio adibito a sala prove, teatro, sala da concerti e luogo ricreativo per la popolazione di San Lorenzo, riqualificato e sottratto al destino infelice di diventare un casinò dalla volontà degli stessi cittadini e associazioni, si è tenuto venerdì 15 marzo un reading dedicato Vladimir Majakovskij, poeta simbolo della Rivoluzione russa. Scritto e interpretato da Daniel Terranegra, con la regia di Reza Keradman, Un chiodo nel mio stivale è un omaggio a uno dei più grandi poeti e intellettuali del Novecento, e una riflessione sulla rivoluzione di ieri e la necessità, più che mai impellente nella società dell’individualismo e dei consumi, di una rivoluzione oggi.

Il contesto, in questi spettacoli, è tutto, e il contesto del Nuovo Cinema Palazzo è una singolare commistione di antico e moderno, di gente di tutte le età che per i motivi più disparati si riunisce sotto il segno del teatro, nel luogo meno teatrale che esista. Lo spazio, che ricorda un centro sociale, tappezzato di stelle rosse, con sedie e tavoli sparsi ovunque nella sala adiacente al palco, con il piccolo chiosco che serve birre alla spina, fa viaggiare la memoria fino agli anni Settanta, quando luoghi come questo erano il cuore pulsante della vita culturale e politica della capitale. Oggi si può respirare un clima disteso, amichevole, incompatibile con la solennità delle poltrone rosse, la gentilezza delle maschere e i lussuosi bar dei teatri istituzionali, ma proprio per questo più vero, pulsante di vita. La gente fuma tranquillamente nello spazio antistante il palcoscenico, e anche in platea, costituita da panche di legno, spartane, scomode da morire, ma democratiche. Tutti siamo uguali, nessuno ha pagato di più o di meno per assistere allo stesso spettacolo (che richiede un contributo volontario).

Questo viaggio nel passato, iniziato appena si varcano le porte, ci spinge ancora più lontano, nella Russia rurale, povera e freddissima di inizio Novecento, in cui Majakovskij muove i primi passi, trasferendosi a Mosca dalla provinciale Georgia e cominciando la sua iniziazione a poeta rivoluzionario. Daniel Terranegra incarna un Majakovskij nostalgico, incline al ricordo autobiografico, alla provocazione, alla sfida verso tutti: Dio, il popolo, il potere, la borghesia, gli amici e i rivali, i futuristi, i “vecchi”. Un vomito di parole pronunciate spesso con rabbia e sarcasmo, oppure lette su una sedia a dondolo con ammiccante sornioneria.

La scena è costituita solo da luci posizionate in diversi punti del palco, una sedia a dondolo di legno, uno sgabello da cui Daniel Terranegra sorge a sorpresa all’inizio dello spettacolo, da sagoma informe, sulle note di un pianoforte suonato da Fabio D’Onofrio. Un contributo sonoro fondamentale, quello del pianoforte, che si inserisce nelle parole e nei versi come contrappunto, contraddizione, accompagnamento, scherno persino dell’interprete. Musiche che vanno dalla contaminazione tra jazz e musica classica, al più moderno minimalismo, come a comporre un’ipotetica colonna sonora al film biografico che Daniel Terranegra interpreta sulla scena.

Un’interpretazione fortemente sentita, che riesce bene soprattutto nei momenti di recitazione pura, quando è libero di muoversi sul palcoscenico, e che risulta più contenuta quando si tratta di leggere poesie. La sua recitazione non sconfina mai nell’autocelebrazione, ma è sempre al servizio del personaggio interpretato, con una passione che il pubblico coglie e premia con calore alla fine della rappresentazione. Un chiodo nel mio stivale riesce a proporre una figura come quella di Majakovskij a un pubblico contemporaneo, con uno spettacolo che ripercorre la sua volontà di “svecchiare” l’arte, la sua amicizia con compagni come Blok, Esenin, Pasternak, la sua fame di poesia e parole che erutta da lui con una violenza inaudita. Una figura, quella di Majakovskij, di cui si ha nostalgia in tempi come questi: ma il parallelismo con la nostra realtà attuale è lasciato al pubblico, che non viene in alcun modo “imboccato” sulla questione.

Una scelta che premia l’onestà intellettuale degli autori, Daniel Terranegra e Livia Filippi, che puntano sulla rappresentazione più che sulla “educazione” del pubblico. Le analogie, d’altronde, vengono da sé: l’Italia di oggi, come la Russia di ieri, è una nazione asservita al pensiero unico, fortemente bisognosa di una riorganizzazione delle coscienze politiche e sociali e di riscoprire la propria umanità. In questo senso, la goccia di Un chiodo nel mio stivale si perderà forse in un mare magnum di spettacoli che vanno in una direzione che piace ai molti. Ma Majakovskij anche dalla tomba chiama all’azione:

Tu che combatti per loro e muori, / quand’è che ti leverai in piedi / in tutta la tua statura / e lancerai sulla loro faccia / la tua ira profonda / in un grido: – Perché si combatte questa guerra?

Giulia Zennaro, 16/3/2019

Abbiamo chiesto al regista Massimiliano Civica, curatore di “Piccola antologia. 16 + 1 Poesie di Raffaello Baldini”, il saggio degli allievi del III anno dell’Accademia d’Arte Drammatica “Silvio D’Amico”, se vi sia un legame tra lo spettacolo e “Piccola antologia in lingua italiana” (Quodlibet, 2018), recente ristampa di alcune poesie di Baldini tradotte da lui stesso. Si tratta di una coincidenza, ci spiega Civica, già vincitore di tre Premi Ubu (“Il mercante di Venezia”, 2008; “Alcesti”, 2015; “Un quaderno per l’inverno”, 2017): “mi piace la parola ‘piccola’. ‘Piccola antologia’ è semplicemente una selezione di poesie. Sono 16+1 perché 17 perché porta sfortuna”.

Perché Raffaello Baldini?

“È un poeta grandissimo, tra i più grandi di tutto il Novecento. Misconosciuto perché ha scritto in dialetto, un dato che ancora conta nella gerarchia della letteratura. Ma un poeta che riesce a far filosofia delle cose semplici, trattando argomenti molto quotidiani senza banalizzarla. Parla delle questioni umane: nell’arte non c’è progresso ma solo evoluzione. Da Dante a Leopardi, abbiamo sempre gli stessi problemi: abbiamo paura della morte, crediamo nell’amicizia, confidiamo nell’amore, proviamo dolore per chi cade nel nulla. Moriremo come 3600 anni fa, la tecnologia non ci salverà. I temi di Baldini ci riguarderanno sempre. In Baldini c’è il persistente dell’umano.”

Forse proprio per questo è un poeta che negli ultimi tempi sta conoscendo una stagione di riscoperta, penso al documentario di Silvio Soldini “Treno di parole” ma anche agli omaggi di Paolo Nori, Ermanno Cavazzoni, Daniele Benati.

“Certo, rispetto ad altri poeti in vita non ha goduto di visibilità – alla quale in realtà non era interessato. Baldini tratta l’umano in maniera chiara. Perciò non passerà di moda. Un autore concreto, incarnato, che riesce a far poesia a partire dal particolare. Se la poesia di Montale è inclusiva perché riusciva a fare poesia su tutto (pensa al telefono, al calzascarpe…), quella di Baldini è perfino iper-inclusiva: rende poesia un qualsiasi fatto della vita, ed è una capacità che appartiene solo ai poeti.”

Infatti le sue poesie sono piene di elementi del quotidiano, dal cane-amico al viaggio in treno, “piccoli fatti di paese che però valgono ovunque”.

“Robert Bresson diceva che il soprannaturale è il reale visto da vicino. Baldini mette la lente d’ingrandimento sul piccolo, su quei fatti quotidiani che si ripetono in continuazione; e fa un salto in verticale così da rendere tutto poesia, rendendo anche la chiacchierata al bar una dichiarazione esistenziale. Apparentemente possono sembrare barzellette, con questa struttura in cui l’ultima frase è un colpo di scena che ribalta il senso del discorso. Ma non bisogna farsi ingannare, perché proprio in quella chiusura c’è un portato umano pieno di compassione.”

Raffaello Baldini

Mi sembra centrale la questione della lingua. Baldini sosteneva che ci fossero “cose, paesaggi, persone, storie che accadono in dialetto”. Cosa resta oltre l’auto-traduzione?

“Resta abbastanza. Si perde la musicalità del romagnolo, ma rimane l’andamento inceppante. Baldini non è preciso come Montale, non vuole darsi una forma perfetta: colui che parla non ha direzionalità, vive un continuo inceppamento, cerca le parole e trova pensieri che affollano la mente, prospettive opposte. Anche qui si vede la sua grandissima arte: ripetere l’andamento quasi casuale per aprire mondi. Gli attori parleranno in italiano, un po’ perché il romagnolo è difficile e un po’ perché non c’erano attori romagnoli. Dopotutto nel saggio d’accademia è bene mettere in mostra come sanno recitare in lingua.”

Come si adatta una poesia monologante, sempre in prima persona ad un cast di ventitre attori?

“Alcune poesie saranno recitate da più persone. Per esempio, per il poemetto ‘Dany’ abbiamo tre attori. D’altronde l’attore – che comunque conserva le proprie caratteristiche – mette una maschera e così da tre voci diverse ne viene fuori una sola. Non si tratta di recitare ma di fare un atto di testimonianza, come se si sottintendesse ‘Baldini mi ha raccontato questo…’. Riportare qualcosa che ci ha interessato e di cui ci siamo appropriati.”

Non si tratta di un reading.

“No. Forse è il lavoro dell’attore nella sua essenza. Tolto tutto rimangono solo il corpo e la parola. È ancora teatro, una forma di teatro puro.”

Sull’allestimento? Leggendo le poesie di Baldini si palesa ai nostri occhi un mondo tangibile.

“L’allestimento sarà semplicissimo. Sul salto del proscenio, uno alla volta andranno a recitare, mentre gli altri saranno dietro nel buio. L’operazione del saggio è portare i ragazzi davanti al pubblico possibilmente nudi, soli con il loro corpo, la loro voce e le poesie.”

Gli attori sono gli allievi del III anno dell’Accademia.

“I saggi hanno sempre due ordini. L’uno è pedagogico: un percorso che faccia comprendere ai ragazzi qualcosa della recitazione. L’altro è una sorta di obbligo morale: dare a ciascuno un’occasione. Le poesie di Baldini lo permettono, un po’ perché nascondono qualcosa di molto teatrale: piccoli monologhi in cui apparentemente sembra sempre ci sia un altro, un interlocutore che in realtà non c’è. Basandosi sul dialetto della vita di paese, è inevitabile che lui lavori sul dialogo. Abbiamo scelto delle poesie per far capire lo statuto particolare di un attore: la perfetta unione tra l’io e un altro che è il testo.”

Cosa può dirci sul lavoro con gli attori?

“È un lavoro didattico molto strano: la poesia va lasciata passare mentre molto spesso gli attori la spingono, la portano loro stessi, sentendosi una specie di canale che arriva al pubblico. Bisogna muoversi su un equilibrio sottile: né troppo vuoto né troppo interventista. Sta qui la percentuale di rischio dell’operazione. Perché un equilibrio deve essere mantenuto, si tratta, comunque, di una poesia: non puoi dire ‘io’, ma sei tu che lo dici. È uno statuto ambiguo: la poesia diventa una sorta di maschera che devi rispettare. E così scopri che riesci a rivelarti nel momento in cui ti nascondi dietro le parole di un altro.”

Lorenzo Ciofani 7-2-2019

Libro della settimana

Facebook

Formazione

Recensito su Twitter

Digital COM