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BOLOGNA - “Per la ragione degli altri” fin dal titolo sembra posizionarsi e schierarsi e portarci sulla strada della morale accertata sociale che fa da muro e spartiacque verso gli atteggiamenti e le scelte personali. E ci fuorvia, ci manda fuori rotta. Perché, nella rivisitazione pirandelliana di Michele Di Giacomo e Riccardo Spagnulo, non si parla di rottura tra l'individuo e la società alla quale appartiene né, tanto meno, di famiglia, deriva e forzatura tra gli anacronismi del Nobel siciliano (ne è passata d'acqua sotto i ponti da quel 1895, anno di pubblicazione del testo) e i contemporanismi abbastanza discutibili. La trasposizione dei due autori (prod. Alchemico Tre e ATER, con il sostegno di ERT, visto in anteprima al Teatro delle Moline bolognese) ricrea un interno con tre televisori e altrettanti personaggi, asciugando il dramma familiare in un triangolo composto dal Marito (lo stesso Di Giacomo, sempre convincente, qui un filo remissivo) la Moglie e l'Amante.Per la ragioni degli altri foto 5.jpg

Molte infelicità messe sul piatto della bilancia, il Marito in grigio, la Moglie in bianco, l'Amante in rosso, rispettivamente l'appiattimento banale, la candidezza, il peccato. Tutto un po' stereotipato. Un matrimonio ormai finito o al limite fortemente compromesso per il tradimento dell'uomo, una Moglie sterile, il Marito che ha avuto, per debolezza più che per passione, per pietà più che per lussuria e appetiti sessuali, una figlia con una donna, l'Amante, che non ha mai amato. Il poveretto (lo salviamo, è travolto dagli eventi senza soluzione al rebus inestricabile) vorrebbe fare il romanziere ma la nascita della figlia, che sente più come una zavorra che come amore, lo costringe a riciclarsi come giornalista per un piccolo giornale di provincia. L'atmosfera è cupa e dannatamente pesante. Servono soldi per pagare casa e vitto all'Amante e alla figlia, la situazione con la Moglie è ai minimi storici.

PER LA RAGIONE DEGLI ALTRI.jpgPiù che altro è il dramma personale dell'Uomo contemporaneo, schiacciato, compresso tra più pulsioni e non in grado di soddisfare, soprattutto, le aspettative delle donne al suo fianco, non tanto per flebilità di polso e carattere, quanto per le condizioni che, al netto di insoddisfazione personale, precariato e post adolescenza diffusa e perpetrata, gli remano contro e lo naufragheggiano. Chiedersi, dopo questo spettacolo, che cos'è la famiglia, è fuori luogo. Non è la domanda giusta. Come portano su terreni impervi e scoscesi, soprattutto politicamente, le interviste (sembrano quelle pasoliniane sull'Amore) che ruotano attorno al concetto di Famiglia che sembrano essere state messe per confermare o consolidare la tesi conclusiva della piece (la deviazione Genitore 1 e Genitore 2?).

Se il testo ultracentenario pirandelliano non poteva, per i tempi nel quale è stato dato alla luce, tener conto della legge sull'aborto (alla quale poteva affidarsi l'Amante in altri momenti storici), sulla legge sul divorzio (della quale poteva approfittare la Moglie), dell'inseminazione artificiale (sempre la Moglie), dell'adozione (sempre la Moglie), del femminismo post anni '70 con un'altra consapevolezza e indipendenza, soprattutto economico-lavorativa, trovarcelo oggi come un emblema e un baluardo a favore delle coppie di fatto, delle unioni civili, dei matrimoni tra esponenti dello stesso sesso sembra quantomeno, come anticipato poc'anzi, forzato e tirato per i capelli. Non si avverte oggi tutto questo giudizio sociale “degli altri” in queste nostre attuali metropoli d'asfalto e indifferenza dove la morale, a volte purtroppo altre per fortuna, è una parola svuotata dai suoi significati. Qui forse, oltre al dramma del maschio contemporaneo, si sottolinea il potere, ovvero la possibilità di poter arrivare a soddisfare i propri bisogni attraverso il mercimonio: la Moglie infatti alla fine “comprerà” la bambina (che qui tutti trattano come una cosa da spostare e un oggetto sul quale far leva) che il marito ha avuto con l'Amante per ricreare quella Famiglia che non avevano potuto avere, causa la Natura matrigna.

Tutti e tre i personaggi sono perdonabili, sembrano con le spalle al muro, senza una reale scelta se non quella che alla fine prenderanno, senza vincitori né vinti. L'errore, la bambina, la pietra delloPer la ragione degli altri foto 1.jpg scandalo che non si può più nascondere, è l'ingranaggio che fa inceppare tutto il meccanismo borghese, il sistema di convenzioni (quale è inevitabilmente la Famiglia) ed è lo squilibrio che, paradossalmente, riaccende la miccia dell'unione, rinsaldando la Vera famiglia, i coniugi, e allontanando la scheggia impazzita, l'Amante, che aveva solo portato scompiglio e sconquasso nel loro menage. Interessante, ma non reale, Per la ragione degli altri foto 2.jpginvece la scelta registica di affidare il ruolo dell'Amante all'attrice meno avvenente e più matura delle due, uscendo così dallo stereotipo (ma confortato dalla pratica dell'oggi) dell'Amante che va a rimpiazzare la moglie anziana. Qui invece la Moglie sembra avere tutte le caratteristiche positive, bellezza, giovinezza, innamorata e soldi, mentre all'Amante non rimane che la miseria. Nello scontro-confronto il vincitore salta agli occhi dalla fase primordiale nell'impari lotta. Manca qualcosa, un gusto, un sapore, una ventata, una spolverata di realtà.

Tommaso Chimenti 27/12/2018

Un omaggio al balletto “Petruška”, rappresentato per la prima volta nel 1911 al Théâtre du Chatelet di Parigi su coreografie di Michel Fokine e musiche di Igor’ Stravinskij. Il protagonista è una marionetta vittima di un incantesimo, vista non nel successo dell’esibizione ma nella miseria del retroscena. Petruška soffre per l’amore non corrisposto di Ballerina e il Moro, rivale in amore, lo uccide davanti agli occhi attoniti del pubblico. Non c’è niente da preoccuparsi, ammonisce il ciarlatano, si tratta solo di una marionetta. Ma Petruška ha un’anima ed è pronto a vendicarsi. Comincia da qui la storia raccontata da Virgilio Sieni nella sua nuova creazione coreografica, in scena dal 27 febbraio all’11 marzo a Firenze presso Cango Cantieri Goldonetta.1PetruskaChukrumVirgilioSieniRoccoCasaluci

«La tragedia d’Oreste in un teatrino di marionette!» annuncia il signor Anselmo Paleari nel “Fu Mattia Pascal” di Pirandello. «Sarà l’Elettra. Ora senta un po’ che bizzarria mi viene in mente! Se, nel momento culminante, proprio quando la marionetta che rappresenta Oreste è per vendicare la morte del padre sopra Egisto e la madre, si facesse uno strappo nel cielo di carta del teatrino, che avverrebbe?». È la rivoluzione copernicana di burattini che si rendono conto di ciò che sono; è la brama di Pinocchio che vuole diventare un bambino vero; è il sentimento dell’uomo che esce dal proprio microcosmo per esplorare il mondo. Carnevale e folklore popolare, incantesimi, automi e ballerine sulle punte sono gli elementi principali del balletto romantico. “Petruška” è una ventata di rinnovamento sia nell’estetica del balletto – pensiamo alla componente drammatica e al protagonismo maschile – sia nella musica: la composizione movimentata, dissonante e bizzarra di Stravinskij, definita «sporca» dalla Filarmonica di Vienna, conferisce alla storia e ai personaggi canonici un nuovo statuto: da eterei e perfetti a brutalmente onirici. Stravinskij collabora attivamente con i Balletti Russi di Djagilev musicando, oltre a “Petruška”, “L’uccello di fuoco” e “La sagra della primavera”, il primo ripreso regolarmente dalle compagnie classiche e il secondo danzato da molti contemporanei, pensiamo all’israeliano Emanuel Gat.

Sieni trasforma lo spazio del Cango in un suggestivo teatrino di marionette. Il suo progetto ha a che fare con l’estetica ma non esula dalla ricerca, salda base su cui poggiano i passi di danza. Tra stage e astanti, uno schermo opaco che imprigiona i performers e disturba la visione. Sulle note di “Chukrum” di Giacinto Scelsi, spettatori e danzatori ambulanti come ciechi cercano un contatto visivo interrotto, impossibile. Ombre distorte, corpi e mani in una condizione esasperata e intrappolata tentano di emergere in superficie. 4PetruskaVirgilio SieniRocco CasaluciSono ricordi del passato, anime che come i morti del fiume Acheronte hanno lasciato qualcosa in sospeso. Nella cultura mondiale vivono ancora le maschere della Commedia dell’Arte; Firenze è un punto nevralgico di questo genere performativo: al teatrino della Dogana e nel privato della Corte Medicea andavano in scena le commedie degli Zanni. Le maschere si ripresentano nel Carnevale e in alcuni caratteri macchiettistici del teatro e del cinema; non sono più quelle infernali di Tristano Martinelli né quelle beffarde e leggere di Domenico Biancolelli, sono fantasmi malinconici. Sieni dimostra di conoscere profondamente questa cultura e va oltre, esplorando in modo psicanalitico l’interiorità del ballerino in quanto uomo. La musica di Stravinskij, tra il giocoso e lo spaventoso, rievoca sentimenti antichi e sensazioni inconsce, infantili, lontane, sincere. Dopo aver esplorato il primordiale in precedenti produzioni come “Cantico dei Cantici”, i danzatori della compagnia - Jari Boldrini, Ramona Caia, Claudia Caldarano, Maurizio Giunti, Giulia Mureddu e Andrea Palumbo - continuano il viaggio temporale giungendo fino all’epoca di Stravinskij. Si spogliano di ciò che indossano quotidianamente, si mostrano nella propria nudità e vestono i veli sbrindellati di Petruška, rappresentandone diverse sfaccettature. Si muovono a scatti, stravolgendo la propria formazione classica e divincolandosi in una danza concitata e acrobatica che è sinonimo di tormento emotivo; agiscono all’interno di una scatola scenica minimalista ma elegante, fatta di velari color rosa cipria che contornano lo spazio performativo. L’uso delle maschere è significativo: richiama la tradizione, rende disumano il performer e permette, come nell’antichità, di distinguere i vari personaggi. Un’opera singolare, ricca di spunti e rimandi non solo al passato ma anche alle mode attuali, si pensi ai videoclip musicali della cantante australiana Sia, danzati dalla giovane Maddie Ziegler, un tipo di spettacolo lontano da quello di Sieni nel contesto, nelle modalità e nei significati ma similare nello stile e nei costumi.

Benedetta Colasanti 12/03/2018

BOLOGNA - “I fantasmi non esistono, li abbiamo creati noi, siamo noi i fantasmi” (Eduardo De Filippo).
C'è sempre un filo impercettibile di sottile, toccante “verità” nei lavori di Nanni Garella e dei suoi attori psichiatrici. Attori non-attori che vivono e hanno vissuto, portandosi addosso i segni palpabili nel fisico, nella postura, nell'andamento, nello strusciare, piedi e parole, le parole che stanno pronunciando. In quella fessura incrinata, in quella crepa storta, a guardar bene c'è il teatro con la sua pasta, meglio se ben amalgamata come in questo caso, di finzione scenica e realtà sofferta e sudata, quell'intreccio articolato e reticolato di suoni e segni, versi centenari e vite subite nell'oggi. E così la scelta, non potrebbe essere altrimenti, strada segnata e piena ma non scontata, non può chefantasmi2 fantasmiricadere su “I giganti della montagna” pirandelliani qui ribattezzati e deformati, estrapolati e asciugati in questo “Fantasmi” (prod. ERT e Associazione Arte e Salute onlus) metafora fin dal titolo dell'emancipazione, della marginalità, dell'invisibilità dei malati, dell'impreparazione ad affrontare le psicosi, dell'indigenza sentimentale sofferta.
Recentemente abbiamo visto le suggestioni tratte da “I giganti” di Roberto Latini, evitando quello della ditta Lombardi-Tiezzi, imbattendoci in quello enfatico dell'Opera Nazionale Combattenti a cura dei pugliesi Principio Attivo. Un testo dai molti risvolti, che apre sempre porte oscure (dopotutto siamo nel periodo fiorente della psicanalisi), che attira sempre nuovi adepti attorno alla propria cuccia. “Ogni storia d’amore è una storia di fantasmi” (David Forster Wallace).
Siamo in una sorta di cantiere polveroso, stucco e calce, cenere di marmo dappertutto, come una colata spruzzata di bianco ad ammantare, coprire, sedare, come il giorno dopo lo scoppio del Vesuvio su Pompei: una lastricata di questo bianco sporco granuloso e appiccicaticcio che pare incrostarsi sotto le unghie, dentro le retine a dare fastidio, a fare rumore di gesso spezzato sull'ardesia. Come anime di muratori esodati vagano, come corteo o processione, tra calcinacci e assi, tra i teli messi a coprire (chissà cosa c'è sotto) il tempo che morde e mangia, come tarli, le cose tutt'attorno. Grandi lavori in corso in questo scantinato (metaforico e reale), in questa villa in rifacimento (ottimistica visione) o in fantasmi2disfacimento, abbandonata a queste figure che qui hanno trovato conforto e riparo, silenzio e fuga, lontani dagli esseri umani (ce ne sono ancora là fuori? Venatura fantasmibeckettiana apocalittica), egualmente distanti da quei Giganti, saggi e brutali, là sull'eremo, sull'Olimpo circondato dalle lucciole pasoliniane. “I mostri sono reali e anche i fantasmi sono reali. Vivono dentro di noi e, a volte, vincono” (Stephen King).
Due gruppi di marionette pinocchiesche starnazzanti come bamboline da carillon si fronteggiano, gli abitanti del palazzo (Moreno Rimondi - il mago Cotrone su tutti per presenza di dostoevskijana memoria, voce, imposizione, controllo) e la compagnia teatrale di giro (generosa Pamela Giannasi - la Contessa, iperbole e sfioritura). Si somigliano, i primi esiliati dalla vita, i secondi senza più un pubblici, entrambi reietti, fuori dai giochi, in fuorigioco. E nel momento dell'incontro è come un guardarsi allo specchio, un rivedersi, fantocci, negli occhi dell'altro. L'atmosfera è da festa triste, da sogno tragico cechoviano in questo sotterraneo claustrofobico, seminterrato dell'anima, vagamente ricordante i garage delle torture argentine. Sotto, chiusi, nascosti alla vista, alla vita. Sono voci di dentro che sfiatano le propria ombra in questo Purgatorio, tra questi bassifondi gorkijani. È il gioco della verità, reale o presunta, quella vissuta o quella creduta tale, è il gioco della maschera, del giocare seriamente un ruolo fino ad incarnarlo. A che punto è la notte?
“I saggi e gli onesti son quelli che fanno la storia, fanno la guerra, la guerra è una cosa seria, buffoni e burattini, non la faranno mai” (Edoardo Bennato, “E' stata tua la colpa”).

Tommaso Chimenti 18/02/2017

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