Questo sito utilizza cookie per migliorare la tua esperienza di navigazione e rispetta la tua privacy in ottemperanza al Regolamento UE 2016/679 (GDPR)

                                                                                                             

SAN CASCIANO – “Intanto sul monte del Calvario smontavano le Croci, e ci nasceva un centro commerciale e due fiori che gridavano feroci” (Mannarino, “L'ultimo giorno dell'umanità”).

Adriano Miliani non ha scelto un giorno casuale per mettere in scena il suo nuovo esperimento “La Giostra dell'Umanità”. L'11 settembre si porta dietro sentimenti e sensazioni ormai radicate in noi miliani4.jpgoccidentali, pensieri, rabbia, sconforto, paura certamente. Homo homini lupus. L'uomo è l'unica razza animale sul pianeta Terra in grado di autodistruggersi, di disintegrarsi, nessun altra specie avrebbe questo ardire, questa voglia e volontà. Lo sosteneva anche Albert Einstein: “L'uomo ha scoperto la bomba atomica, però nessun topo al mondo costruirebbe una trappola per topi”.

E questa “Giostra” itinerante è una Via crucis, non a caso ha dieci stazioni di penitenza, passione e riflessione, per un viaggio intimo dentro i budelli del teatro e dentro noi stessi, per dieci spettatori alla volta. La parola giostra richiama la fiera, il luna park, i colori, i suoni della festa, le luci che abbagliano i sorrisi dei bambini, quella girandola di grida e schiamazzi alla ricerca di un nuovo gioco da provare. Qui è l'ossimoro della deriva dell'uomo, è il veleno, è il contrasto, la frizione, la rottura, quello che avrebbe potuto essere e che invece l'uomo ha intossicato, sporcato, fatto marcire.

milliani1.jpgEra Bukowski a dire che “La gente è il grande spettacolo del mondo. E non si paga neanche il biglietto”. A volte è uno show comico, altre tragico, molto spesso tragicomico. Ed è in questo solco che Miliani persegue la sua poetica, colorata e frizzante, sciogliendoti con un sorriso e raggelandoti subito dopo, in una continua altalena, un otto volante di emozioni, ora il caldo, il rassicurante, il familiare e immediatamente dopo il freddo della morte, dell'indifferenza, della mancanza di empatia. L'umanità che non ha umanità. Gli uomini non più umani ma calcolatori, aguzzini, boia, assassini per un pezzo di pane. La compagnia Jack and Joe mette sul piatto tutta la fragilità dell'essere umano, i suoi vizi, le sue contraddizioni, le sue debolezze, la sua ricerca di salvezza in un sistema che non ha vie d'uscita; è questa sua condizione di sconfitto che ne fa un potenziale killer del suo simile.

Il buio del Teatro Niccolini ci affascina e ci accoglie, come utero materno ci ingloba, ci fa spazio dentro di sé in quest'inquietudine diffusa, in questo brivido che corre leggero. Dieci piccoli indiani alla scoperta, vagando nel buio dell'animo umano pece. Un interno familiare, lui che fa le bolle di sapone, lei che lo ama, i due si baciano, lui che la rassicura: “Andrà tutto bene”, poi si allontanano e nel buio lo sparo del femminicidio. L'insoddisfazione, la frustrazione, la depressione. Dalle carezze al colpo allo stomaco, e ti senti stordito dalla gentilezza prima, da tutto quel gelo che ti cola addosso poi e ti impantana. Ci consegnano delle bambole zuppe, infradiciate, gocciolanti (di lacrime), ci fanno muovere in fila indiana e dopo, nel buio, ci dicono di farle cadere. Quando una flebile luce si accende, in una piccola pozzanghera tanti bambolotti galleggiano ricordandoci Aylan, il bambino siriano con la maglietta rossa annegato sulla spiaggia di Bodrum. Ti senti carnefice, in prima linea, chiamato in causa, accusato, forse, additato. Ma siamo tutti colpevoli perché, come diceva Freud “l'umanità ha sempre barattato un po' di felicità per un po' di sicurezza”?miliani3.jpg

Ecco che appare la giostra che dà il titolo alla piece: sopra vi ruotano dei manichini, piccoli fantocci con un abito bianco. Non fatichiamo a capire che sono spose bambine (come avviene tutt'oggi dalla Turchia a tutto il Medio Oriente quotidianamente) in attesa del marito-padrone che letteralmente le compra tra abusi, pedofilia, violenze d'ogni tipo, umiliazioni d'ogni grado. Ci sentiamo sporchi, complici di un sistema che, giocoforza, anche resistendo o ribellandoci, avalliamo e foraggiamo, alimentiamo. Un obeso (del Primo Mondo) che continua a ingozzarsi (teatralmente la scena più cool tra luci e chiaroscuri con questo sacco che si gonfia a dismisura) e accanto, girato l'angolo, un uomo che, per pochi spiccioli, spaccherà, fino alla sua morte, pietre (sono salite alla mente le fotografie di Salgado sulla Sierra Pelada) ed al quale l'istruzione è stata negata. Il calvario prosegue, leggero da una parte, accogliente e lisciante con violinista e un presentatore sorridente, fustigante dall'altro. Adesso siamo noi i viandanti del mare, i migranti, tra schizzi d'acqua e vento in faccia, bonaccia e onde; seduti al buio, immersi nei suoni dello sciabordio della schiuma, appena una luce rischiara la nostra miliani2.jpgnotte, davanti a noi uno specchio ondeggia e ci rimanda le nostre facce stupite: siamo noi i migranti, i possibili futuri immigrati. Fino alla lettura finale della Dichiarazione Universale dei Diritti Umani, praticamente in decine di Paesi carta straccia e lettera morta scritta a tavolino, utopia aleatoria, interrotta bruscamente dalla realtà che entra a piedi uniti, urlando, spegnendo la recita, facendo calare il sipario, ammutolendo e zittendo l'uomo che voleva parlare dei diritti inalienabili dei suoi simili. E' l'Umanità, bellezza.

“A volte penso che Dio, nel creare l'umanità, abbia leggermente sopravvalutato le proprie capacità” (Oscar Wilde).

“La Giostra dell'Umanità”, ideazione e regia Adriano Miliani, con Adriano Miliani, Marco Borgheresi, Samuel Osman, Sergio Licatalosi e Mirella Lampertico, e l'amichevole partecipazione del clown di Sandro Picchianti, il violino di Roberto Cecchetti e l’oste Gianni Traversini. Visto al Teatro Niccolini, San Casciano, l'11 settembre 2018.

Tommaso Chimenti 12/09/2018

BORGOTARO - “Che preferisci rimanere qua nella provincia denuclearizzata a sei chilometri di curve dalla vita”, cantava qualche anno fa in “Coccodrilli” il Bersani cantante. Qui invece siamo a dodici chilometri dalla civiltà, da Borgotaro, immersi nel bosco, tra La Spezia e Parma, in quel cuneo che fa intersezione tra Toscana, Emilia e Liguria. Lassù sorge Granara o meglio il Villaggio Ecologico, un pugno di case in pietra e legno rimesse a posto da un gruppo di pionieri, per lo più milanesi, che cercavano all'inizio degli anni '90 un terreno vergine all'aria aperta, in campagna, in una zona incontaminata per vivere, abitare per lunghi periodi, staccare dalla città, dalla metropoli d'asfalto, smog e cemento. Qui, a fianco delle numerose attività che costellano l'esperienza di Granara (tutti fannogranara1.jpg tutto, tutti si prestano, fanno volontariato, aiutano, collaborano), è nato sedici anni fa anche un festival di teatro con laboratori annessi. Non è la classica rassegna estiva mordi e fuggi, qui si sposa l'idea di fondo, la condivisione, l'unione, la vicinanza a certe idee. Spuntano le prime trecce rasta, il falò a chiudere le serate, la colazione, il pranzo e la cena tutti insieme, i tanti bambini che giocano scalzi e polverosi e fuligginosi e dickensiani ma felici e sorridenti. Non può mancare il campo da calcio, le tende posizionate nel grande pratone pasoliniano, il tendone da circo bianco e rosso e l'insegna che la notte s'illumina.

Il villaggio è autosufficiente, c'è addirittura un biolago, una sorta di piscina, più a valle il Taro forma delle conche, delle grandi pozze dove potersi rinfrescare. Infinite farfalle bianche a perdita d'occhio svolazzano. Ad una prima occhiata potremmo definire gli strani abitanti di questa comunità “figli dei fiori” o hippie. Le cicale nel pomeriggio ammazzano qualsiasi forma dialettica umana. L'inquinamento luminoso qui non ha cittadinanza. Senza scarpe comode (meglio se hai le Birkenstock) e una torcia sei un uomo perduto, e soprattutto perso. Le querce segnano la via, il cibo è strettamente vegetariano, mentre l'acqua gassata è stata bandita. Luoghi da elfi e streghe, da lupi e fate. Dopo svariati tornanti sullo sterrato, da lasciarci la coppa dell'olio, si arriva ad un dosso dal quale si ha la panoramica del campo verde (dove nascono speranze) con lo chapiteau sul fondale di questa fotografia che riempie le retine. Granara è un'utopia che si è fatta realtà, un manipolo di persone che è cresciuto numericamente e che adesso è consolidato.

granara2.jpgIl titolo di quest'anno (dal 30 luglio al 5 agosto) è “Esposti”. Interessanti, per differenti motivi, le due pièce che siamo riusciti ad intercettare. Da una parte “Todi is a small town in the centre of Italy” di Liv Ferracchiati, lavoro ospitato anche nella scorsa Biennale Teatro, che discute e ragiona, con l'abusato metodo delle interviste a comuni cittadini per sostenere la tesi fondante del pezzo, sulla provincia, sulla grettezza del provincialismo, sul borghesume delle nostre città d'arte. Si parte dalla tesi, è palpabile, concreta, tangibile, che Todi, ma potremmo sostituire la cittadina umbra con un altro splendido paese del Belpaese, sia chiusa, bigotta, curiosa, morbosa, intellettualmente arida, culturalmente bassa, rimasta ancorata alle sue bellezze del territorio senza essersi evoluta. Esterofilia pura che, con l'andare avanti dello spettacolo, mira a picconare alla base la tradizione in nome di un'imprecisata libertà di costumi. I quattro performer, su un fondale bianco come fossero gli inquisiti de I Soliti Sospetti, raccontano la loro normalità noiosa, squallida e monotona mentre in video passano interviste a passanti che si dichiarano soddisfatti, che non abiterebbero mai da nessun'altra parte del mondo, che Todi sia unica, insostituibile, affascinante, a misura d'uomo, perfetta per le loro scarpe. E invece che cosa si vuole dimostrare? Che questa sia la patina, la carta velina mentre sotto cova il dissenso o almeno si vuol far credere che gli abitanti della città (ma è termine di paragone e metafora per l'Italia intera), a proposito si chiamano “tuderti”, siano vagamente ignoranti, che non riescano a vedere oltre la punta del proprio naso, che soprattutto si accontentino. E' il classico gioco al massacro, il vedere l'erba del vicino sempre più verde, abbattendo qualsiasi patriottismo e campanilismo, volendo che sia la globalizzazione a pareggiare le differenze e uniformare le città e i suoi abitanti. Il fatto che “tutti si conoscono” è qui visto come un punto sfavorevole e deleterio mentre viene lodatagranara3.jpg l'indifferenza delle grandi metropoli dove il silenzio e la solitudine inglobano tutto e tutti. Todi, ma ripeto l'Italia cattolica e tradizionalista, viene tacciata di pesantezza e arretratezza chiosando con “Se fosse disabitata sarebbe un Paradiso”. Un brutto affresco italico.

Originale lo spunto che è scaturito dalla penna di Emanuele Aldrovandi, che si è solidificato nella regia di Serena Sinigaglia e ha trovato la carne di Maria Pilar Perez Aspa, del quale già vedemmo un soddisfacente estratto in occasione del “Next” del novembre scorso. Un flusso di coscienza joyciano senza filtri, senza limiti, di quest'attrice, “Isabel Green” che dà il titolo alla drammaturgia, che finalmente riesce nel sogno massimo di ogni attore: vincere l'ambito Oscar, la statuetta magica dorata che ti impone nell'Olimpo delle star. E' un doppio filo, un doppio binario, da una parte la realtà, con i ringraziamenti, dall'altra i pensieri, i dubbi, le amnesie, le titubanze non più dell'attrice ma della donna, della granara4.jpgpersona Isabel. Escono fuori le debolezze, le apparenze perfette che nascondono crepe, i rapporti non idilliaci con il figlio, le dipendenze da pillole per essere sempre perfetta e sorridente, diva irraggiungibile tra un impegno e l'altro, macchina da soldi senza tempo libero, senza interessi, senza sapere in definitiva chi è veramente. Proprio il momento che dovrebbe essere di massima felicità ed emozione è quel crack che rompe gli argini, è la goccia che fa venir giù la diga eretti in anni di duro addestramento al successo, quel successo che ti mangia, che si divora la persona in nome del personaggio pubblico. Ha le visioni e le allucinazioni e vede la se stessa piccola che sognava quella carriera, quel finale. Adesso lì sopra a quel palco è sola con le proprie paure, asserragliata e assediata su quest'isoletta deserta, immobilizzata, paralizzata dalla consapevolezza che tutto quello che aveva inseguito era finto, falso, un cartonato, una parvenza da dare in pasto ai fotografi, ai fan. La Perez Aspa dosa e calibra l'ironia con il dramma feroce, la simpatia depressa con una tristezza esistenziale profonda e atroce senza commiserazione, senza facili miserie fino al soliloquio finale, tutto interiore, confessione fatale contro gli obbiettivi da raggiungere, gli standard da rispettare, le etichette da soddisfare, i tempi assassini imposti dal tritacarne del produci, consuma, crepa, contro il consumismo del tempo, contro la ricerca del successo sociale ad ogni costo barattando la felicità con il denaro o il potere: “Siate sazi, non siate folli” ci urla, ci tocca: “Come ho fatto ad odiare così tanto la cosa che amavo di più?”. Un monito, un insegnamento a misura di Granara. Si viene qua perché i piccoli sogni diventino veri, reali, ecosostenibili, soprattutto non materiali. I sogni materiali si sciupano e non ne resta che l'amaro.

Tommaso Chimenti

SAN PIETROBURGO – Se Londra non può essere paragonata al resto del Regno Unito, se New York non è esemplificativa rispetto agli Stati Uniti, lo stesso possiamo affermare per San Pietroburgo, la città degli architetti italiani, nei confronti della Russia. Un palazzo monumentale dopo l'altro, viali lunghi chilometri che tagliano la metropoli portuale sulla Neva. Ogni italiano arriva in quella che fino all'inizio degli anni '90 era chiamata Leningrado e inevitabilmente non può non pensare a Franco Battiato e ai suoi versi: “L’inverno con la mia generazione, le donne curve sui telai, vicine alle finestre, un giorno sulla Prospettiva Nevskij per caso vi incontrai Igor Stravinskij”. Impossibile non canticchiarla. Il cantautore catanese chiudeva con uno straziante e illuminante “e il mio maestro mi insegnò come Call 2.JPGè difficile trovare l'alba dentro l'imbrunire” alludendo e inneggiando alle notti bianche raccontate anche da Dostoevskij. Parlare di danza contemporanea in Russia, patria della classica e del Bolshoi, poteva sembrare azzardato ma il festival “Open Look” (davvero uno sguardo aperto sul panorama mondiale della disciplina con compagnie invitate da Olanda, Polonia, Israele, Corea, Spagna, Inghilterra; nessuno dall'Italia) dopo venti edizioni, ideato dal gruppo Kannon Dance (direttore Vadim Kasparov e il suo braccio destro Albina Ismailova), ha consolidato il suo ruolo centrale e la sua forza nella diffusione della contemporanea. Platee affollatissime per la quasi totalità riempite da donne e ragazze.

E' un progetto che punta i piedi e s'eleva nell'antropologia e nell'etnologia, nella storia come nella linguistica il “Call of the Origin” dove in un ring di sabbia, la sabbia del passato che si deposita sulle cose, quella polvere sedimentata dal tempo, quella cenere alla quale torneremo, un danzatore-atleta-acrobata snodabile (il formidabile Nurbek Batulla) accompagnato da tre cantore-aedi e tre musicisti, ha rievocato l'alfabeto scomparso della sua regione, cancellato dalla globalizzazione e annientato alla lingua e cultura dominante russa. Il suo è un recupero materico delle tradizioni, della famiglia, del sangue, in mezzo a questo fango stilizzato, a questa arena che diventa ambiente amniotico ed esoterico, magico e biblico, dove far riaffiorare con i gesti di questo corpo scultoreo e marmoreo lettere di una scrittura morta, sepolta sotto i cumuli della Call 3.jpgStoria. I tamburi sono i battiti del cuore, i flauti i respiri del Tempo andato, con i piedi forma cerchi o alza volute di fumo in un rito incantato e stregato (ricorda i dervisci) alla ricerca della lingua degli avi creando un'iconografia in movimento, misurandosi in ideogrammi fisici. Ha un grande controllo del corpo, da arti marziali, in questa sua personale “Alphabet Street” (Prince) e muovendosi e contorcendosi e fluttuando sembra di vederli chiari e nitidi i suoni gutturali tagliando la coltre di nebbia e con i piedi e con le mani riporta in superficie da sotto terra, riesuma e rievoca gli antenati, la loro storia da non dimenticare. La sua è una chiamata, una missione, un fuoco quell'impastare l'arcano mistero di popoli estinti. Se è vero che la Storia la scrivono i più forti, è pur vero che abbiamo, oggi più che mai, un bisogno necessario, fisico, imprescindibile, di (ri)conoscere il nostro passato, le radici.

Dal solo al duo con le sorelle Zhukova, Maria e Elizaveta (in nero adamitico come due Eva Kant), che in “Takeover” intrecciano un dialogo diTake over.JPG vicinanza e potere, di incontro e scontro, di attrazione e repulsione contendendosi una piccola palla stroboscopica ricordandoci due titani che si contendono il predominio sul mondo, giocando con la Terra. Due dee (Yin versus Yang) che, illuminate da una torcia che riverbera i quadratini riflessi come pulviscolo celeste come fosse il puntinismo di Georges Seurat, distendono il loro corpo a corpo, due forze in campo uguali e contrarie che si sovrastano, lottano, duellano, un inseguimento a contendersi il nostro Pianeta: Dio gioca a dadi con l'universo e a farne le spese sono gli uomini.

Di grande impatto, colorato e simbolico, l'opera di Olga PonaCardboard” che unisce il fumetto, connessa alla creazione, alla danza. Tre disegnatori, curvi sui loro tecnigrafi fanno schizzi, prove, tentano di far uscire dalle loro penne nuove idee, nuovi personaggi, nuova linfa. Ma quasi come nel pirandelliano “Sei personaggi in cerca d'autore” è la montagna di carta straccia che sta a fianco a loro, un cumulo di rifiuti che Card 2.JPGci ha ricordato la “Venere degli stracci” di Michelangelo Pistoletto, l'humus che fermenta e fertilizza tutte le idee non andate a buon fine, tutti i disegni abortiti, gli sbagli, i fallimenti, i tentativi caduti nel vuoto. Anche le lampade da tavolo prendono vita come nella “Fantasia” disneyana. I disegnatori sono vestiti in blu, rosso e prugna, hanno occhiali da Harry Potter perché la creazione, qualunque essa sia, ha sempre in sé qualcosa di magico, di miracoloso. Ma è dalla montagna di scarti accartocciati che esce un “mostro” bianco perché non finito, michelangiolescamente parlando, lasciato incompiuto senza colori. Questo essere prende forma, si agita, si anima, si solleva, cerca una paternità, invoca qualcuno che finisca la sua anima, che gli dia rilievo e sostanza e non lo lasci pagina bianca ancora tutta da scrivere, che non lo lasci bozzolo ma lo faccia sbocciare in farfalla. C'è di sottofondo una richiesta di redenzione verso tutte le creazioni che non hanno visto la luce, verso tutti quei figli abortiti: carico, profondo, lirico. Lettura consigliata: “Lettera a un bambino mai nato” di Oriana Fallaci.

Il messaggio è politico e molto forte, propositivo e non arrogante: “Birth of the Phoenix” della compagnia israeliana Vertigo, sotto una cupola aBird.jpg semicerchio che ricorda un osservatorio astronomico che permette di danzare e mostrarsi su 360 gradi, fa esplicitamente rimando e riferimento allo Stato di Israele e al suo popolo, compresso, schiacciato, esiliato, combattuto per secoli da svariate culture e nazioni ma ancora vivo, sovrano, con la testa alta, che rinasce ogni volta più forte dalle sue stesse ceneri e quindi inannientabile, indistruttibile. Dalla sabbia, dove danzano i cinque performer in rosso sangue, rinascono, riemergono, rispuntano dopo infinite cadute e si librano ancora fino al canto finale liberatorio (per pathos ci ha ricordato la colonna sonora di Nicola Piovani della pellicola Oscar “La vita è bella”) malinconicamente felice, velata di una patina di tristezza ma gaudente, ferita ma soddisfatta, piena di vitalità e nostalgia ma sprizzante di quella gioia incontenibile di chi ha lottato per esistere e resistere e che adesso, senza mai abbassare la guardia, sorride al mondo, fiero, sereno, in pace con se stesso e con la Storia.

Tommaso Chimenti 28/08/2018

ALBENGA – “Ho conosciuto il silenzio delle stelle e del mare, il silenzio dei boschi prima che sorga il vento di primavera. Il silenzio di un grande amore, il silenzio di una profonda pace dell’anima, Il silenzio tra padre e figlio e il silenzio dei vecchi carichi di saggezza”. (Edgar Lee Masters)

Il simbolo del festival di Albenga di quest'anno è un carciofo infuocato. L'umidità delle serre è rimasta invariata. La salvia, la menta, il rosmarino sono ancora lì a inondare di profumi di vita questi cacciola2.jpegcapannoni a vetri dai quali si guarda il cielo e nei quali si ascoltano storie millenarie come la terra, parole che fecondano questi “Terreni Creativi”, fertilizzando i campi, le zolle ma anche le persone, le menti, gli sguardi. I Kronoteatro, dopo l'affascinante puntata veneziana alla Biennale, ritornano nei loro luoghi forse con il loro cartellone più ambizioso, tutto votato al teatro di parola, all'attore: Cuocolo/Bosetti, Quotidiana.com, Babilonia Teatri e ancora Marco Cacciola, Caroline Baglioni e Michelangelo Bellani, Gli Omini. L'amore per la terra (come per il teatro) può dare solo buoni frutti. Dicevamo teatro di parola, certo. Un teatro dove al centro c'è l'attore, questa figura mitologica che riesce a farsi vivere altre vite, a farti ridere e subito dopo piangere, a farti immedesimare come a riflettere: un dono esserlo, un regalo starlo ad ascoltare.

“La parola è una chiave, ma il silenzio è un grimaldello”. (Gesualdo Bufalino)

cacciola3.jpgMarco Cacciola (lo avevamo visto in situazione d'ensemble con l'Elfo o Latella, recentemente nella “Masseria delle Allodole” di Michele Sinisi ma mai in forma monologante come in questo suo “Farsi silenzio”: una bella sorpresa) fa parte a pieno titolo di questa categoria: potente, vigoroso ma anche commovente, Cicerone e Caronte. Ci vogliono tante parole per poter descrivere il silenzio, quell'attesa, quel sospeso inespresso dove dentro c'è già tutto, quell'ammasso solido che si liquefà ogni volta che apriamo bocca. “Chi sa tacere è vicino a Dio” (Catone). Marco Cacciola è un fiume in piena, di parole ovviamente; ci porta, ci guida, ci conduce in questo suo mondo che alterna l'ovattatura morbida al torrente che fluisce dai pensieri senza argini né diga. E' un viaggio il suo, un personale pellegrinaggio, un viaggio di zaino e borraccia, taccuino e suole consumate per scoprire, grazie ai luoghi e agli incontri, una parte di sé, una rinascita, un nuovo ascolto, un rifiorire. Tutto si gioca sul vero e sul falso, sul probabile e sul plausibile, su ciò che è realmente accaduto (come se avesse importanza ai fini del racconto) e quello che avrebbe potuto concretizzarsi. L'uomo moderno, troppo attaccato alla materialità delle cose ha bisogno delle parole per essere certo e della veridicità (non controllabile né verificabile) per sentirsi di stare nel giusto. Se la parola dà torto o dà ragione, il silenzio è incontrollabile, ti lascia in quel limbo dove tutto può essere e accadere, un magma lattiginoso e paludoso dove puoi sprofondare se non sai coglierne i germogli.cacciola1.jpg

“L’uomo in silenzio è più bello da ascoltare”. (Proverbio giapponese)

E' “una storia di fallimenti”, lo argomenta così Cacciola il suo pellegrinaggio (scritto insieme a Tindaro Granata), il suo viandare, il suo cammino da Torino a Roma con un'unica gigantesca domanda da soddisfare: Che cos'è il sacro? Il pubblico ha le cuffie, non tanto per sentire le sue parole quanto per ammirare e gustare fino in fondo tutti i rumori di fondo che ha registrato nei suoi passi, la minuzie dei piccoli scricchiolii, le ruote delle auto che battono l'asfalto, una corsa di un cane, un cigolio di un'altalena mossa dai pochi chili di un bambino. Ma il silenzio esiste realmente? E' alla ricerca di qualcosa. Cammina fuori di sé per scovare il pertugio, il sentiero segreto, il cunicolo, il passaggio remoto dentro non tanto le sue carni quanto dentro i ricordi, la memoria, il cuore. “La vera musica è il silenzio. Tutte le note non fanno che incorniciare il silenzio” (Miles Davis). Ci si guarda, tutti con queste grandi orecchie in testa, chi scettico, chi imbarazzato, si osserva, ci si aspetta da un momento all'altro una voce. Invece ci appaiono tutti quei rumori di fondo, quel tappeto sonoro si direbbe in teatro, che diamo per scontato, le chiacchiere troppo lontane per decifrarle, le tacchine in un bar che si scontrano con il piattino, una risata abbozzata poco più in là, le lacrime, la tangenziale, il ritmo di un passo avanti all'altro.

cacciola4.jpg“Il silenzio è una fonte di grande forza”. (Lao Tzu)

E poi ci sono gli incontri: il drammaturgo e poeta Antonio Tarantino, i genitori, un libraio, due anziane arzille che parlano in dialetto (bellissima la risposta della signora Alcea: “Per me il sacro è l'arcobaleno”), il cantastorie Isaac. Ormai siamo un tutt'uno, avremmo voluto essere con lui, avremmo voluto essere lui, le sue spalle, le sue scarpe, il suo taccuino, la sua curiosità, la sua pazienza nel cercare ciò che non sai né come cercarlo né dove trovarlo né che sembianze possa avere. Bisogna avere grande forza d'animo e interiore nel riuscire a ritrovarsi, in solitudine e in silenzio. Poi usciamo a riveder le stelle, saliamo sputati dal cemento, tutti insieme sembriamo un quadro, guardiamo i campi, questo cielo velato di tramonto e in lontananza un'autostrada, il sibilo degli pneumatici che si aggrappano alla lingua nera di catrame. Quello è stato IL silenzio, quella è stata la materializzazione di Dio.

“Il silenzio è la gentilezza dell’universo”. (Abdelmajid Benjelloun)

“Rapinarti del silenzio, non è già un crimine?” (Guido Ceronetti)

Tommaso Chimenti 

SAN MINIATO - “Mi hanno sepolto, ma quello che non sapevano, è che io sono un seme” (Wangari Maathai).
Il silenzio degli innocenti. E' passato un secolo, cent'anni di solitudine, e ancora il cosiddetto “Primo Mondo” non si è messo d'accordo per certificare le atroci barbarie commesse su un popolo, gli Armeni.Come se mettere nero su bianco e sottoscrivere un termine, da più parti negato, “genocidio”, possa o meno alleviare sofferenze, sminuire morti e diaspora, far tornare indietro il ticchettio del tempo. Da37395417_1898062387160435_8487930256886333440_o.jpg una parte l'Impero Ottomano, di religione musulmana, dall'altra gli armeni, cristiani. Un milione e mezzo di decessi, di assassinii, se non è genocidio questo, se questo è un uomo. Cento anni e ancora la questione scotta e brucia (il recente scontro proprio sul tema tra Erdogan, padrone della Turchia, e Papa Bergoglio) e alla quale la scrittrice Antonia Arslan ha tentato di dare il suo contributo, dall'interno, raccontandoci “La masseria delle allodole”, una sorta di notte dei cristalli che andava a scardinare e frantumare la convivenza dei popoli e delle culture nella Turchia dell'inizio del secolo scorso. E dopo il trattamento cinematografico dei Fratelli Taviani adesso è il regista Michele Sinisi a dare voce alla scena grazie al Dramma Popolare in quel solco consolidato di classico e contemporaneo.

Già nel recente passato, in teatro, siamo stati testimoni di altre documentazioni artistiche sul genocidio armeno, dal “7th sense” coreografia di Angela Torriani Evangelisti per Versiliadanza a “La bastarda di Istanbul” di Elif Şafak con Serra Yilmaz produzione Pupi e Fresedde o ancora il vibrante “Armine, sisters” dei polacchi Teatr Zar, visto all'interno di “Fabbrica Europa” alla Stazione Leopolda fiorentina. Sinisi, partito agli esordi dal minimalismo del Teatro Minimo di Andria quando faceva coppia con Michele Santeramo, nelle ultime stagioni ha infilato una serie (sempre 37398826_1898064330493574_3604489240890572800_o.jpgsostenuto da Elsinor Centro di Produzione teatrale) di grandi regie, produttivamente impegnative, corpose, piene (stavolta quattordici attori in scena). L'impianto attoriale è quello collaudato e che ha ben funzionato in “Miseria e Nobiltà” e che ha retto l'urto ne “I Promessi Sposi”. La sfida con “La masseria delle allodole” era notevole, partire dal romanzo senza riproporlo, soppesare la pellicola tradendola con un linguaggio a più piani, sfaccettato, come un caleidoscopio che declina sentimenti, passaggi, atmosfere, miscelando temporalità, zoomando ora su un quadro, adesso potenziando una scena.

Che poi “masseria” è molto simile come assonanza (non etimologicamente) a “massacro” e queste due anime, così lontane e qui così vicine, hanno stessa cittadinanza sul grande palco in Piazza del Duomo; in un andamento armonico e altalenante, anche disturbante, che tiene sulla corda e frigge, ci accompagna in una scena casalinga, un interno di festa familiare di stampo bucolico, con scherzi e screzi, rincorse e progetti per il futuro buttate su un tavolo da Ultima Cena leonardiana (le scene sono di Federico Biancalani, colorate e barocche, nell'accezione positiva del termine, spunta un barbecue e una scultura ad albero di vassoi e abiti che sembrano impiccati) ora predisposto per il banchetto adesso ripiano da obitorio, autopsia o sudario di morte. Per contrasto e frattura dalla serenità all'angoscia, dentro una violenza acida, arida, nera, buia37412568_1898063997160274_4339443451876605952_o.jpg come la cieca foga discriminante, annientante, distruttiva del Potere nei confronti delle minoranze. Sinisi (coadiuvato nella drammaturgia dalla fidata penna di Francesco Asselta) ha le redini del play e usa e sfrutta e dirige (sempre in scena kantorianamente, silente s'aggira) e ha in pugno saldamente la situazione piena di rimandi, di segni contemporanei, di affreschi, citazioni e tocchi, destabilizzanti e divertenti: i video, le foto tra i protagonisti, i microfoni, la presa diretta con la “giraffa” come se stessero girando un reality, la voce roca e sensuale di Roberto Latini, Aznavour, Antony and the Johnsons, corsi di cucina come se fossero a Masterchef o La prova del cuoco, Romeo e Giulietta miscelato con Lady Gaga in un frullatore spietato che pungola, tiene lo spettatore attivo e partecipativo e non può lasciare indifferenti.

La festa della domenica schiamazzante dove i sorrisi si sprecano (l'esperienza di Stefano Braschi emerge) mentre dall'altra il nero cupo pece del generale che impartisce ordini duri e senza empatia (buona prova, statica ma vigorosa, dell'infortunato, ingessato al piede, Ciro Masella tra Crudelia Demon e l'istruttore di “Full metal jacket”) al colonnello (Marco Cacciola energico e febbrile; ci sono venute in mente le ballate “La guerra di Piero” di De Andrè e “Il mio nemico” di Daniele Silvestri), l'unico che ha ripensamenti, dubbi, sensi di colpa, domande laceranti. Da sottolineare la voce di Adele Tirante con l'aria “Lascia ch'io pianga” da palpiti mentre dall'altra parte i militari (con caschi da celerini, la mente va inevitabilmente al tristemente celebre G8 genovese ma anche a pellicole cult come “I Guerrieri della notte”, “Funny Games” o “Arancia 37575253_1898060237160650_5956649787309686784_o.jpgmeccanica”) narrano la ferocia bruta, le torture e le brutture perpetrate in un contrasto che fa fremere e tremare tra una Pietà michelangiolesca e l'immagine-foto simbolo di Aylan, il bimbo siriano trovato annegato su una spiaggia. Lascia il segno anche Gianni D'Addario nel suo monologo sgrammaticato, dislessico, gramelot intenso e drammatico, sentito e vivo, grondante e toccante (ci ha riportato alla mente l'emigrante Ametrano in “Bianco, Rosso e Verdone” nel suo sfogo quando torna al paese per votare). Lo specchietto per le allodole è una trappola dalla quale il povero uccello, che canta, che fa poesia e che dona bellezza, non riesce a scappare.

“La masseria delle allodole” dall'omonimo romanzo di Antonia Arslan. Produzione: Elsinor Centro Produzione teatrale, Arca Azzurra Teatro, Fondazione Istituto Dramma Popolare; elaborazione drammaturgica Francesco M. Asselta e Michele Sinisi; scene Federico Biancalani; costumi Elisa Zammarchi; luci Federcio Biancalani e Michele Sinisi; aiuto regia Nicolò Valandro; regia Michele Sinisi; con: Stefano Braschi, Marco Cacciola, Gianni d'Addario, Marisa Grimaldo, Giulia Eugeni, Arsen Khachatryan, Ciro Masella, Stefania Medri, Giuditta Mingucci, Donato Paternoster, Roberta Rosignoli, Michele Sinisi, Adele Tirante.
Visto a San Miniato il 25 luglio 2018.

Tommaso Chimenti 26/07/2018

LISBONA – Trentacinque anni di festival, quarant'anni della compagnia che lo organizza. Numeri tondi e importanti per il Festival de Almada, quello spicchio di terra collegato a Lisbona dal grande ponte in ferro rosso. Il Ponte e la statua del Cristo Redentore, i simboli di questa parte che s'affaccia sulla foce del Tejo e guarda l'oceano, grande e misterioso, lì ad un passo. Portogallo è il bacalau, è il pasteis de nata, è, inevitabilmente, Cristiano Ronaldo. Ma anche le maioliche azul che rivestono, dentro e fuori, le chiese, è la Chiesa del convento do Charmo che ha perso il tetto nel terremoto di36866233_10209226287372631_6506777403631599616_n.jpg metà '700 (ricorda San Galgano, l'abbazia vicino alla spada nella roccia), è indiscutibilmente il fado, i tram che s'inerpicano sulle vie in salita. Fascino e tradizione. Lisbona è Belem con la sua fortezza sull'acqua, con il monumento ai Padri delle Scoperte che si protende nel mare alla ricerca di nuove terre. E Almada sembra tuffarsi nel cuore di Lisbona. Non chiamatela periferia. Qui la Companhia de Teatro de Almada, diretta dal regista Rodrigo Francisco, mette in piedi, ogni anno dal 4 al 18 luglio, una rassegna internazionale con i grandi nomi del teatro; quest'anno, solo per citarne alcuni, Pippo Delbono, la Needcompany di Jan Lauwers, la Familie Floz, Spregelburd e Paolo Magelli. Gruppi provenienti dal Belgio come dalla Francia, dalla Croazia e dal Messico, Italia e Spagna, Slovenia e Germania, un'atmosfera multiculturale piena, vivace, frizzante.

28mar13-459.jpgHa una patina da Fratelli Coen l'“Arizona” dei messicani Teatro de Babel, testo smaccatamente anti-Trump, polemico con l'arma dell'ironia (facile), pungolo alle politiche migratori e anti-immigrazione che stanno sconvolgendo l'attualità, dal muro ai confini con il Messico ai barconi verso l'Italia, ai respingimenti in Ungheria. Ormai la politica interna degli Stati più sviluppati è la politica estera. Qui tutto è ipercolorato, acceso come un fumetto, volutamente, forzatamente spinto verso la tesi che gli statunitensi sia tutti dei bifolchi gringo con la camicia a scacchi e il fucile pronto a sparare mentre i messicani (o chi proviene dal Sud del mondo) sia buono, bravo, pacifico e non solo voglia venire in un altro Paese ma, arrogantemente, non chiede permesso ma pretende il libero passaggio, forse anche una casa e un'occupazione. La critica sociale verso le politiche di frontiera del governo Trump (il muro non lo ha fatto, quello che già c'è è dell'epoca di Clinton) avrebbe avuto senso e sostanza se fosse stata fatta dall'interno, ovvero dal una compagnia statunitense non certo da una messicana. Ma torniamo al teatro. Gli Stati Uniti sono un posto xenofobo, abitato da trogloditi che a male pena connettono concetti e parole. Semplificazioni. Tutto è parodia, sullo sfondo un confine che è metà fisico e altrettanto metaforico. In video le centinaia di persone che ogni notte scavalcano le recinzioni e in audio l'inno a stelle e strisce: la platea si scalda, tutti contro gli “invasori” americani, tutti con i jeans e cenando al MacDonald's. Altra facile speculazione l'uomo (ricorda il personaggio di Crozza Napalm51) è un bovaro ignorante mentre la moglie (le donne, si sa, sono sempre un passo avanti agli energumeni maschili), pur nei suoi dubbi e nelle sue incertezze, è più sensibile e aperta, progressista e possibilista. Il pic nic sulla frontiera è assurdo. Si sentono i profumi del “Grande Lebowsky” come gli afrori da “Breaking Bad”. I messicani del Teatro de Babel ci dicono che gli americani guardano con il binocolo un nemico che non esiste (infatti i due coniugi non scovano nemmeno un erede dei Maya intendo a passare il confine clandestinamente) ma è dentro di loro, alberga nelle loro coscienze sporche. C'è un sibilo che ci porta all'“Aspettando Godot”, ad un qualcosa che deve accadere ma che proprio nel momento giusto ritarda, tentenna, si stoppa, un coitus interruptus. Marito e moglie scrutano la platea, siamo noi i nemici, i messicani in un mix da musical campagnolo tracoloniapenal_04.png “La casa nella prateria” e il nostro Mulino Bianco, l'immancabile Bibbia e nel naso quel senso da Far West. Nel finale, pulp e splatter, la ridicolizzazione degli U.S.A. raggiunge il suo acme. Peccato che esistano ancora i confini, gli Stati, i passaporti, le leggi, i governi.

Da una frontiera da eludere ad una reale impossibile da oltrepassare una volta varcato il cancello: la prigione. I portoghesi del Teatro do Bairro hanno ricreato quel velo di angoscia claustrofobica del quale è impregnata “Colonia penal” di Genet riuscendo a rendere e restituire tutto il peso chiuso, tutto quello strato di impossibilità e rapporti deviati che scaturiscono dietro le sbarre, tutti i poteri e le subalternità da subire, le scale gerarchiche alle quali essere sottomesso. Ricorda le performance dei Living Theatre. Gli aguzzini hanno cappelli da Pinocchi, la ghigliottina sta in primo piano a ricordare la fine, la conclusione mentre le pareti semoventi si aprono o si richiudono, diventano un angolo ottuso o acuto come ventagli, come un incubo sotto il quale essere schiacciato senza via d'uscita in questa penombra, reale e dell'anima, che tutto ammanta come una lingua di catrame, in questo lager dalle sintonie fragili, in questo campo di concentramento allucinato senza scampo.

zapiranje_ljubezni-01-v.jpgInfine il “Final do amor” di Pascal Rambert a cura degli sloveni Mini Teater, un Lui e una Lei che si fronteggiano in monologhi lunghissimi, scagliandosi, scannandosi, insultandosi, tentando di amarsi odiandosi. In una scena vuota, svuotata e arida come il loro rapporto giunto al capolinea, si urlano in faccia come gatti randagi, vorrebbero andarsene ma ritornano perché hanno bisogno del nemico di una vita. Tanto sono immobili, fissi, statici, verticali nella loro postura, tanto i loro gargarismi vocali e il loro profluvio di parole azzanna l'altra, lo travolge, lo inonda, lo spazza come cascata, come valanga, come alluvione di rancore e di tutto quel non detto che adesso esonda, travalica, non riesce a rimanere negli argini. Sembrano Marina Abramovich e l'ex marito Ulay nella celebre performance “The Artist is Present”. Vanno a folate, attacchi e rinculi, reprimende e scuse, singhiozzi tremanti e accuse solide, una guerra, meglio una guerriglia dove avvicinarsi e ritirarsi a fisarmonica in un flusso di parole da apnea, una sfida, una mitragliatrice che spara critiche e denunce, mancanze e insoddisfazioni da “C'eravamo tanto amati”, una danza di morte, un ballo per rinascere.

Tommaso Chimenti 16/07/2018

CASTIGLIONCELLO – Sul prato, guardando gli scogli dove fecero il bagno Sordi, Mastroianni e Fellini (non credo contemporaneamente) c'è una statua di un uomo accovacciato. Sotto si apre il golfo azzurro, in lontananza la Corsica, le grandi navi che solcano l'orizzonte smerciando nafta. Quest'uomo, appollaiato su se stesso, ad una prima occhiata sembra che legga. Da più vicino pare che stia sfogliando il suo tablet. Ma se gli giri dietro capisci che invece dipinge. Ecco Inequilibrio, il festival che tocca le ventuno candeline diretto da Angela Fumarola e Fabio Masi, non è mai ciò che ti aspetti castiglioncello2che sia, è ciò che è ma anche quello che dovrebbe essere, ha più sfaccettature, sfumature, punti di vista, angolazioni possibili, interpretazioni. Sempre nel solco della sua storia, sempre un po' diverso, spostando soglia e asticella in quel continuum di qualità e ricerca, di coerenza e passione, di rigore senza presunzione, con un occhio al passato e il cannocchiale posto sul futuro. Già la locandina (di Guido Bartoli) mostra un angelo, un bell'angelo femmina, con ali posticce da acrobata, le mani attorno ai fianchi larghi, la schiena nuda, le piume che svolazzano, le fasciature alle ferite di qualche caduta precedente, senza che questi piccoli traumi l'abbiano fermata, stoppata, bloccata. Immagine migliore non ci poteva essere per fotografare il Castello Pasquini e il drago che lo protegge. Spettacoli piccoli per pubblici intimi, sale affrescate, gomito a gomito, coscia a coscia, stretti nell'abbraccio delle parole. Quattro belle scoperte, quattro pepite lucenti, quattro bagliori a scaldare l'estate.

castiglioncello3Ormai una conferma gli Oyes dopo le loro personali rivisitazioni e reinterpretazioni di Vanja e del Gabbiano eccoli in questo “Schianto”, frutto della residenza proprio a Castiglioncello, che parte, nell'intento del regista Stefano Cordella, dal Koltes della “Solitudine dei campi di cotone”. L'altalena è la dicotomia tra desiderio e fallimento, tra ciò che si vorrebbe avere e invece la cruda realtà che ci mostra la sostanza, e le conseguenze dei nostri errori. Si sente il cigolio del benpensantismo di Bernhard, il catastrofismo di Durrenmatt ma spunta anche il cinema con Taxi Driver o Collateral con Tom Cruise in un'atmosfera prettamente lynchana con sfoghi alla Trainspotting. La scrittura potrebbe ricordare gli ultimi Carrozzeria Orfeo. Il fondale è un grande vetro infranto, l'incidente e le vite dei protagonisti che stanno andando verso l'inevitabile crash. Due uomini si incontrano: uno è il cliente mansueto (Dario Merlini, ricorda l'interprete folle di “Una notte da leoni”), l'altro il tassista (Umberto Terruso convincente, deciso) logorroico, straripante, sovreccitato. Hanno vite da farsi perdonare, colpe da scontare e nessuno a cui raccontarle. Ma la notte è giovane e porta consigli (di solito cattivi) nelle vesti di un canguro investito che li scruta e li giudica con lo sguardo e con il silenzio, una ragazza/demone (Francesca Gemma, gran voce) che cerca di riempire i propri vuoti esistenziali con rapporti occasionali, un ragazzo vestito da Robin (Fabio Zulli, dolcezza e ribellione in stile “V per vendetta”). E, come dice Cremonini, “Nessuno vuole essere Robin”. Sembra un incubo, una serata maledetta dove la solitudine è la sola a farti compagnia, dove tutto va come non deve andare, dove tutti cercano una rivoluzione, un cambiamento epocale, quello shock, quello schianto che azzeri tutto.castglioncello5

Stessa aria di crepitio, di quella placidità che potrebbe incrinarsi da un momento all'altro, si allarga come macchia d'olio ne “I giardini di Kensington” che ci portano a Peter Pan ma anche alla citata nel finale Patty Pravo. I due amanti sulla scena (Elisa Pol e Valerio Sirna in sintonia tra teatro e danza) regalano l'inquietudine della fissità, dell'irremovibilità, della fermezza, con quelle mosse tenui e statiche che pare di essere dentro un quadro di Hopper. Quella calma, quella quiete stantia di questo claustrofobico appartamento nasconde una pentola a pressione. L'aria thrilling è sempre pronta ad esplodere. Non dialogano, fanno due monologhi, si parlano ma non si rispondono, non si comprendono, non ne hanno nessuna intenzione in questa armonia artefatta che mette agitazione e brividi.

castiglioncelloTre ragazzi si presentano in mutande. Ci vogliono parlare di “Intimità”. Avevamo già visto gli Amor Vacui in occasione del loro precedente “Domani mi alzo presto”, testo generazionale che, partendo dalle incertezze universitarie sul futuro e sull'esistenza, tra ricerca del lavoro e sogni, tra ironia e facezie semiserie, metteva a nudo i ragazzi di oggi tra colpe dei genitori ed alibi autoalimentati. Questo “Intimità” non si discosta molto da quella traccia: si ride, certo, perché ci tocca o ci ha toccato tutti; l'amore, il sesso, la prima volta, gli imbarazzi. Pare ed appare ad una prima occhiata leggero, semplice, semplicistico ma il modo frontale con cui interagiscono, giocando, con il pubblico, e il discorso che vira sulla crescita, sulla disillusione del diventare “grandi”, sulla perdita dell'innocenza, nel complesso lo rendono non così debole. Potrebbe essere una commedia all'italiana con il belloccio, lo sfigato e la ragazza a scompaginare le carte. Potrebbe essere “Undressed”, la serie tv-quiz con due sconosciuti in intimo si raccontano e si conoscono. I trentenni e il loro disagio: “Giovani, carini e disoccupati” ce ne aveva già parlato anni fa. Aspettiamo il salto di qualità, li attendiamo con qualcosa di più aperto all'oggi.castglioncello7

I testi di Rita Frongia dovrebbero girare maggiormente per i teatri. Tutti dovrebbero avere l'occasione di rimanere sospesi in questi suoi mondi visionari e fragili, fatti di piccole cose, di non sense, di attese beckettiane, di scambi velocissimi e furiosi, di personaggi pennellati e dolci, di questi gesti reiterati e rafforzativi che costruiscono brevi coreografie di mani, di tic, di manie e nevrosi. Universi paralleli microscopici, interni bui, vite al limite, ai margini ma senza lamentevolezze (dentro si scovano i chiaroscuri di “Dogman” di Matteo Garrone), grandi dolori appena accennati, solitudini da far combaciare, gramelot carichi di fantasia. Da qualche parte spunta Eduardo. Due sconosciuti ad un tavolino (delizioso l'incastro tra Francesco Pennacchia e Gianluca Stetur, ruvidi e vividi, cinici, crudi e adorabili, cagionevoli, delicati, puri) e tanta solitudine da mettere sul piatto avaro della vita, quella del titolo, “La vita ha un dente d'oro”, quelle esistenze che mozzicano come cani ma poi vengono bastonati negli angoli. Un testo fatto di silenzi ed enorme poesia (“Non ho mai guardato la nuca di mia madre”), invocano un cane immaginario, un fagiano immaginario, tutto sul filo di un equilibrio instabile, corrosivo, liscio a perdifiato: “Le cose diventano piccole, ma non c'è da avere paura, è la notte”. Ecco, alla paura, i nostri due rispondono con questa parentesi, con questo bisbiglio che riluce nel loro buco nero, senza farsi sopraffare, senza farsi abbattere, perché la vita, anche se ha un dente ingiallito e prezioso, non è il buio ma quanta luce hai negli occhi.

Tommaso Chimenti 02/07/2018

BOLOGNA – Ha un che di aulico, mistico e magico l’apparato messo in atto, con una profusione di energie e impegno, oltre che di arti e mestieri, dagli Instabili Vaganti, formazione (potremmo dire duo, Nicola Pianzola da Novara e Anna Dora Dorno da Taranto incontratisi e stabilitisi a Bologna) attivissimi in questi anni, seppur nella giovane età dei due performer, più all’estero che in Italia. Hanno base nella collina vicino alle Ariette, altro duo creativo, sentimentale, affiatato: e forse non è un caso, la campagna da una parte con i suoi silenzi e i viaggi e il cosmopolita che tutto ruota e vortica attorno. E’ proprio il loro essere girovaghi e giramondo che ha fatto sì che in questi dieci anni abbiano intessuto rapporti e relazioni, attraverso spettacoli ma soprattutto workshop in ogni parte del globo, in svariate performazioni 4giugno altre 4zone del mondo: dalla Corea all’India, dal Messico alla Cina, Uruguay e Cile. Proprio in questi giorni è uscito, edito dalla Cue Press, il loro volume “Stracci della memoria” che racchiude il loro polifonico e prolifico percorso fino a questo momento ricco e intenso.
Ed è nella “Celebrazione” che l’anima e lo spirito più profondi degli Instabili viene fuori con tutto il suo bagaglio di respiro e attesa, di quella preghiera laica dell’uomo per l’uomo, quell'andare in profondità fino alla conoscenza ultima del sé, della consapevolezza, del vivere, del sentire l’altro come parte essenziale e integrante di condivisione, di riflesso, di specchio, di unione. Si percepisce, si scandaglia, si morde il tutt’uno che hanno creato in una settimana di lavoro all’interno dell’affascinante Chiesa San Filippo Neri con i performer giunti da tutto il mondo, unione artistica e d’intenti. “La Celebrazione” (ideazione e regia di Anna Dora Dorno) è un canto, un inno alla gioia e alla vita, allo stare, al dialogo come all’introspezione perché non può esistere l’una in assenza dell’altra. L’attesa è quella dei riti pagani che si muove attorno, con forza concentriche a creare vento e armonia, con il movimento fresco di vestali, in bianco, in nero, in rosso, a creare un vortice che sa di mare, di nuove energie immesse in questo spazio dalle volute altissime, dai soffitti scrostati, dagli affreschi, dall’incastro incastonato tra il recupero dell’antico e la valorizzazione dell’intervento conservativo contemporaneo.
performazioni 4giugno altre 7Su un piccolo palchetto rialzato al centro cinque interpreti, cinque lingue, Messico, Italia, India, Corea, Romania, comunicano attraverso l’universalità gutturale di suoni ancestrali che riecheggiano e trovano sponde tra queste mura che sanno di storia, che profumano di vita passata. I drappi rossi avvolgono come fiamme, come abbraccio di mamma, come fasce di sangue dopo una nascita travagliata. Ed è nell’immenso bianco attorno che la centralità di questa piccola piramide umana si esalta ed esplode in un mantra che sale e spiazza, scroscia e s’impenna fino alle vette per poi ridiscendere e infilzare, impilare, impalare gli uditori in un rimando continuo che colpisce occhi, cuore, orecchie. E’ avvolgente, indubbiamente, quest’ora contemplativa che ci accompagna verso le viscere della terra, dentro le pieghe del tempo. Scricchiola il pavimento come un lago fatato ghiacciato che sta per spaccarsi fino a condurci in un’altra dimensione, parallela, sotterranea, sottocutanea. La parte sonora coccola, liscia come una lingua mentre monta la moltitudine in un canto ritmato di piedi a battere e sobbalzare la terra a creare un’immagine di rilievo, solida e compatta, come il "Quarto Stato" di Pellizza da Volpedo, un muro spesso pronto alla corsa d’impatto, a non squagliarsi sotto il sole, un’onda vibrante dove si muovono all’unisono tutti e trenta i performer in un ammasso che dondola, scintilla, scivola, trema.performazioni_4giugno_altre (9).jpg
Siamo davanti ad un matrimonio ma anche ad un canto sofferente, uno sposalizio festoso e il suo contrario funebre, il ritmo della vita e il sacrificio sull’altare, il dolore come lo sprizzo solare: è la vita in tutti i suoi colori. I teli rossi si agitano come arpioni conficcati sul dorso della balena. Sembrano uscire stralci di Mito, Ulisse tra i flutti, Ercole e le sue fatiche, Atlante con il mondo sulle spalle. performazioni_4giugno_altre.jpgUrlano “Pain” ansimando in un afflato carico di meraviglia e il coro gira come dervisci, come zombie attorno al ponte levatoio. Sale la tensione, la scena si scompone e ricompone, ad elastico, trova un suo equilibrio prima di decostruirsi nuovamente in questa fragilità dolce, in questa precarietà strutturata, in questa cantilena-altalena di emozioni, di carezze, di passaggi, di sfioramenti sensuali. Nel loro cammino, spirituale e ateo, tra sacro e profano, c’è spazio per il ricordo, “Remember” ripetuto all’infinito, fino all’assuefazione.
L’eco crea pathos e adrenalina, enfasi e partecipazione; ecco la svedese che sciorina il suo appuntito discorso, la brasiliana che dal pulpito morbidamente incuriosisce, ecco Nicola Pianzola (in questo frangente molto vicino alla recitazione di Pippo Delbono) che traduce “This is the end” dei Doors prima che parta, ecumenica e trasognante, isterica e allucinogena, la voce di Jim Morrison graffiata e graffiante, mai morta, prima del ballo collettivo, orgiastico carnascialesco di braccia levate al cielo ad invocare quel dio, terreno e tattile, concreto e umano, del giusto, della verità, dell’ascolto, della vicinanza: un inno alla vita in tutti i suoi aspetti.

Visto all’Oratorio San Filippo Neri, Bologna, il 5 giugno 2018

Tommaso Chimenti 09/06/2018

Venerdì, 25 Maggio 2018 11:21

Il fanatismo miete sempre nuovi "Martiri"

MILANO – Siamo sempre a rimproverare i giovani che non hanno ideali, che non hanno sogni né desideri, che non si impegnano nel civile, che non hanno idee politiche, che pensano soltanto ai testi fumosi della musica trap e allo smartphone. E poi, appena ne troviamo uno che si imbatte, si butta e si infervora su un tema, abbracciando completamente un argomento e una causa, allora il nostro paternalismo e protezionismo ci fa saltare sulla sedia se quest'ideale non si confà a ciò che avremmo pensato che un adolescente potesse seguire. Mi spiego. Grazie al testo “Martiri”, che è tedesco si sente per formazione, durezza, piglio, di Marius von Mayenburg, il regista Bruno Fornasari, grande conoscitore della drammaturgia europea e scopritore di nuove riflessioni e scritture in giro per il martiri1Vecchio Continente, ci porta dentro un terreno a lui caro, quello dell'ambiguità religiosa, del dogma, della dittatura culturale, dell'autoritarismo delle istituzioni che limitano, ingabbiano, schedano le libertà. La sua è una battaglia, anche politica e politicamente scorretta, fatta per aprire e ampliare il pensiero, scatenare il dibattito non soltanto in una forma sterile di provocazione (a Fornasari non interessa) ma instillando a piccole dosi, a gocce di veleno, quei germi per generare pensiero ora vedendoci da una parte adesso dall'altra, ora salvando e perdonando l'uno, adesso condannandoci. E' un processo difficile il rimettere in discussione le nostre certezze statuarie della nostra società occidentale.

Qui, in “Martiri” (che è un perfetto continuum della “Scuola delle scimmie”, scritto da Fornasari, che ha debuttato a gennaio scorso), il “nemico” è tutto interiore; nessun scontro di culture e nessuna guerra di religione, anche se è proprio di religione (in senso stretto ma anche in senso lato) che si parla. Un adolescente, appena passato dal mondo dell'infanzia alla scuola superiore, uno che secondo gli adulti dovrebbe fare come i suoi compagni, un po' instupiditi un po' vuoti perdendosi in giochi e trastulli, comincia a leggere l'Antico Testamento e a trovarci dentro risposte chiare e soluzioni lampanti, inizia a spulciare versetti e a riconoscere tra quelle righe regole certe e ferree, la giustizia e la giustezza per incasellare questo mondo che sta andando alla deriva, che si sta liquefacendo nella lascivia, nella dissoluzione, nel peccato. E' qui messo in discussione il martirifornasarimondo degli adulti che non sanno reagire dando un'alternativa alla radicalizzazione cristiana, aggressiva e violenta, del ragazzo ma scendono sullo stesso piano di accuse e veti autoritari. Lo sfondo rosso è sempre presente e pulsante perché i cambiamenti e le rivoluzioni hanno sempre bisogno di sangue fresco e le idee si cibano e si abbeverano come Dracula ad un cocktail.

Da questo testo nel 2016 è stata tratta una pellicola russa, presentata anche a Cannes, con il titolo “Parola di Dio”. Ma se i russi ammantano e dispensano tutto di dramma insolubile, Fornasari applica la sua ricetta (con un manipolo di ottimi attori diplomati alla scuola dei Filodrammatici, veramente pronti) che in questi anni ha ben funzionato nel loro teatro vicino alla Scala: un testo solido ha bisogno, per entrare più in profondità nel midollo, di quell'ironia scanzonata e di quegli incastri e incroci di senso tra il leggero sorriso e il punto di domanda che dentro nasce come fungo dopo una pioggia battente. In questo i balletti e le coreografie, le canzoni pop (non poteva mancare Jesus Christ Superstar o la hit sanremese di Gabbani con le teste di scimmie), danno il giusto (di)stacco e risalto alle scene, fermando e confermando, esaltando e imprimendo in uno scorrimento drammaturgico che suggestiona e spiazza, sorprende e incuriosisce senza mai perdersi nella ripetizione né nella scontatezza.

Gli adulti vogliono realmente che i ragazzi siano liberi ed abbiano un pensiero proprio e originale e non omologato? Dall'intelligente “Martiri” non sembra proprio, anzimartiri2 appare come un'inquietudine continua e sferzante doversi rapportare ad un ragazzo che ha preso la sua vita nelle proprie mani e la sta direzionando, con forza e nettezza certo, verso la strada che vuole seguire, anche contravvenendo alle regole sociali imposte, alle leggi stabilite e in maniera consuetudinaria accettate. Già perché anche la democrazia è la dittatura del 51% e lo Stato non sempre è dalla parte del cittadino. Le parti della Bibbia più cruente e sanguinolente, più splatter e truci e violente, innescano in Benjamin un sentimento di pulizia e chiarezza con regole certe e pene e punizioni ancora più limpide in una semplicistica limitazione della libertà personale. Ma se gli adulti si fermano con il dito puntato a urlare l'errore, tacciando l'alunno di aver passato il segno e contravvenuto alle verità imposte, il giovane si schiera con ancora più forza e convinzione chiudendosi a riccio nel suo sistema rassicurante di dogmi.

Ma il fanatismo religioso e intollerante del ragazzo (Luigi Aquilino, una marcia in più, energico e suadente) innesca tutta un'altra serie di dinamiche tra gli adulti: il preside (Eugenio Fea efficace) che per non avere problemi giustifica il ragazzo e mette all'angolo la professoressa sparring partner, la madre, serenamente isterica (Denise Brambillasca, sveglia), dell'allievo che scarica sull'istituzione-Scuola il compito della formazione del figlio, il professore di ginnastica che vorrebbe risolvere la questione in modi spicci, il parroco (puntuale Daniele Vagnozzi) che vorrebbe utilizzare questa foga per cercare nuovi adepti ad una Chiesa morente, la professoressa di biologia (Gaia Carmagnani, decisa, attenta), l'unica veramente ad avere a cuore l'allievo e che, per questo, tenta, finendo per perdersi, di martirifornasari2comprenderlo ma senza buonismi. Da una parte c'è un giovane che prende alla lettera le Sacre Scritture (come i Testimoni di Geova o gli islamici radicali) su temi come il sesso, la questione femminile, la giustizia, il pudore, la vergogna. Il ragazzo diventa la pietra scagliata nel vetro, l'ago che fa scoppiare il palloncino, il crack inaspettato nel tranquillo tran tran delle generazioni scardinando l'assioma che gli anziani indichino la via e i giovani la seguano, ribellandosi un po' certo, ma sempre incasellati e rimessi in riga da punizioni e ricompense, bastone e carota.

Questo ragazzo ci mette davanti allo specchio quello che siamo diventati, “Il vostro Dio è un hippie” (Simone Previdi, un Dio figo in bianco, guru californiano, carismatico), adulti che si condonano ogni pena, che si abbuonano e perdonano peccati più o meno veniali, che cercano la salvezza nella carne e in un presente fatto di cose materiali. Sarebbe troppo facile vedere, soltanto, nel ragazzo l'ingranaggio che ha deragliato, il mattone uscito male dalla fornace, il folle con idee strampalate da far rigare dritto con le buone o con le cattive. Forse i Martiri siamo tutti noi, consacrati sull'altare di credo finti e squallidi pronti ad interpretare quando ci torna comodo, sempre benevoli e accoglienti verso i nostri errori. La nostra croce sono gli altri con i quali, volenti o nolenti, dobbiamo farci i conti. Chi è davvero fanatico in un mondo dove i matti pensano che i veri pazzi siano sempre gli altri?

Tommaso Chimenti 25/05/2018

MILANO – “Il padre di oggi non sa dire qual è il senso ultimo della vita ma è capace di mostrare, attraverso la testimonianza della propria vita, che la vita può avere un senso”. (Massimo Recalcati)

La famiglia è allo sfascio, le derive del femminismo hanno creato danni irreparabili ad un'istituzione già agonizzante ma della quale adesso se ne sente la mancanza, battuta fin dalle fondamenta e adesso colata a picco come un colosso dai piedi d'argilla. Ad essere messo in discussione è tutto l'impianto sul quale si basa la nostra società occidentale. Se mater certa est, non si può dire per il padre, l'uomo. Anzi adesso per venire al mondo, o per creare un nucleo familiare, la figura maschile non serve neanche. Prendiamo la maternità surrogata. Il padre diventa così, sempre più, mero strumento00xy sorpassato però dalla tecnologia e dagli studi scientifici. Il padre è stato retrocesso a spermatozoo prima, a fornitore di alimenti poi. Il padre si sente così, dopo la nascita del figlio, di troppo, di peso a questa nuova coppia formatasi, madre-figlio, in un triangolo pericoloso dove lui raffigura il lato debole, l'angolo minoritario. Si va a perdere la carica e la spinta paternalista, quella cioè del rifiuto, dei no (da contravvenire), dell'autorità con la quale confrontarsi e scontrarsi. Il padre diventa così un soprammobile, da sostituire, con poca voce in capitolo, estromissibile, emarginabile, fa arredamento finché può. Se però il padre non dà regole ai figli per non contraddirli (i genitori danno ragione ai figli anche nei casi di scontro con altri tipi di autorità, vedi i professori) quando sono in famiglia, e successivamente, se la coppia si sfascia, vengono rimpiazzati da un altro uomo che non potrà dare regole ferme e salde a figli non suoi.

Il tema è complesso perché negli ultimi anni si è sempre e solo guardato l'argomento dal punto di vista delle madri-mogli con il padre che, visto che “non partorisce con dolore”, ha meno appigli sui quali dibattere, meno punti a suo favore. Sembra che essere uomo e padre sia più una condanna, una condizione di serie b, rispetto alla madre che ti ha messo al mondo, nel sangue, che ti ha passato il cibo attraverso il cordone ombelicale, che ti ha fatto sentire, e per nove mesi, il respiro, la sua voce e il battito del cuore. L'uomo resterà sempre indietro di quei nove 000xymesi e la forbice si allargherà con il tempo, dall'allattamento in avanti, soprattutto nell'età infantile. Però non gli si può fare una colpa a questo pover'uomo, dimesso e dimenticato, di non poter procreare con il proprio utero mancante. Dopo Dio, è morto anche il Padre.

Detto questo, formulate le nostre ipotesi e ragionamenti ci viene in soccorso una bella e intensa operazione, meglio progetto, coordinato dal regista e attore monologante in scena Emiliano Brioschi, che ha ideato questo “XY” commissionando a tre talenti della nostra scrittura drammaturgica tre brevi testi, componendoli sul palco con potenza, sulla figura del padre e sulla paternità. XY sono appunto i cromosomi del maschio, mentre XX quelli della madre. I tre nomi sono Renata Ciaravino (milanese, della Bovisa ci tiene a specificare, abbiamo assistito qualche anno fa al suo edificante “Potevo essere io” con Arianna Scommegna), Giuseppe Massa (palermitano, corroboranti “Sutta scupa”, “Chi ha paura delle badanti?”) e Cristian Ceresoli (autore del noto “La Merda” che spopola da anni). Tre scritture differenti, tre pigli, tre affondi, tre angolature, tre visioni per un mosaico disperato e poco speranzoso, drammatico e ironico a tratti, dove si tocca con mano il terreno scivoloso e lo sconsolato tentativo di questi uomini di un riconoscimento sociale, di un ruolo, schiacciati all'ombra delle madri, in un angolo, quasi in castigo, come se dovessero scontare secoli o millenni di patriarcato. Brioschi dà voce e corpo alle tre istanze, è trasformista e densamente rock, un vero e proprio leader, front man viscerale e profondo, un uomo sdrucito messo alle strette, spalle al muro senza tanto orizzonte davanti da poter osservare. Tre testi autonomi ma cuciti osmoticamente tra ombrelli da set fotografico e manichini (e con uno straordinario uso delle luci a cementare, di Claudine Castay) con abilità ed empatia in un affresco che dipinge l'uomo, il maschio alfa, il padre come naufrago in un sistema che cambia troppo velocemente e con il quale, contro il quale non sa prendere le giuste contromisure lasciandosi travolgere. Ulisse non esiste più ma in giro ci sono tanti Telemaco alla ricerca disperata di questa figura che si è voluto, scientificamente e politicamente, abbattere, eliminare, mettere in cantina e data per superata, obsoleta.002

In “Buddy Love” della Ciaravino, il figlio è visto come la zavorra ai sogni di quest'uomo, stanco, disilluso, sfibrato, insoddisfatto, il figlio come scudo e alibi da una parte, come problema, incaglio alla felicità dall'altro, limite invalicabile, muro che non permette di raggiungere i propri desideri, la propria affermazione. Buddy è un tastierista e il bambino (in tutti e tre il bimbo-figlio non ha voce, è silente ma è come se ogni suo respiro s'amplificasse assordante, despota nelle scelte di questi due adulti che “tiene in ostaggio” nella sua dittatura naturale che tutto vuole e tutto prosciuga) dorme dietro in macchina che, come in un road movie, nella grande avventura della vita, accompagna il padre, evidentemente contro la sua volontà, come bagaglio pesante che rallenta e fa inciampare. Non è colpa del figlio, non è colpa del padre. Si sentono, quasi si potrebbe mordere da quanto è spessa questa coltre, devastazione e abbattimento, depressione e sconforto, dell'essere triturati in un sistema senza più vie di fuga, senza più scappatoie o uscite: cane alla catena. Una volta che si è padri lo si è per sempre. E molti non sono pronti, e non è un fatto di essere responsabili o essere adolescenziali o essere afflitti dalla Sindrome di Peter Pan, e non lo saranno mai. Forse anche poco aiutati dalle donne al loro fianco o dalle avversità sociali, in primis la carenza di lavoro e il precariato, che certamente non aiutano la serenità. La Ciaravino ha il grande dono di un'ironia secca che ti culla fino al cambio di registro che ti coglie sempre impreparato e intontito, perché ridi e dopo averlo fatto ti trovi a vergognarti dell'aver sorriso in una sorta di continuo senso di colpa. Questo padre è, come tutti noi, un uomo medio, un gregario, uno sparring partner, certamente non un supereroe e come tale si muove tra mille difficoltà, sentendosi sempre in difetto, sempre in deficit e per questo si lacera dentro e muore sempre un po' di più perdendo autostima e quella del figlio che in lui non riesce a vedere un esempio da seguire ma solo un uomo che non ha avuto il coraggio di prendere la vita per le corna, un rammollito pieno di rimpianti che ha messo i sogni in una discarica, morendo ogni giorno di più tra la periferia frustrata dell'anima e il provincialismo del cuore.

003Nell'avvolgente “Valentina” di Massa è il gran snocciolamento di nomi (per il futuro nascituro) a farci cadere nella cantilena, in quella patina di allegria e spensieratezza pre-parto che coglie tutte le coppie in attesa. Man mano che si scivola nel testo ci si rende conto che c'è un'unica voce a dichiarare, a sentenziare nella sua finta felicità, a spiegare e articolare. E' la voce della madre; il padre, trattato alla stregua di un inseminatore, è un qualcosa che deve solo asserire e acconsentire, il suo silenzio è preso per assenso e non per perplessità o dubbio. A lui viene chiesto di fare la sua parte primordiale, quella primitiva e di essere, anche, contento e felice. Ma nessuno chiede mai ai padri se sia arrivato il loro momento biologico, se sia scattato il loro tic tac interiore. Quando questo padre mangia, divora letteralmente avidamente quasi fagocitandola animalescamente, un'arancia, con il succo che esplode e si spande, sembra di vedere una bocca di bestia che dilania una pancia di mamma, estinguendola. Ci sono donne che arrivano alla gravidanza per riempire dei vuoti esistenziali mentre l'uomo pare implodere come schiacciato da questa nuova vita che lo annienta, lo soffoca.

Altamente angosciante è il terzo (ma non ci sono stacchi violenti, è un continuum che scivola senza fratture), “La pratica del dolore” di Ceresoli, che vira (troppo) allo splatter e al crime, con un medico che ha perso il figlio e che, per rivalsa e vendetta, pratica e induce aborti non richiesti a pazienti in visita di controllo provocando lo stesso dolore da lui provato. “Se un figlio senza padre si chiama orfano, come si chiama un padre che non ha più il figlio”?004

Una donna non potrà mai assorbire in sé la figura femminile e quella maschile, la femmina e il maschio, la madre e il padre. La biologia e millenni di evoluzione stanno lì a certificarlo. Il padre è utile e fondamentale prima nel concepimento e durante tutta la crescita del nuovo individuo. Brioschi è un fuoco adrenalinico in un corpo a corpo con il pubblico, è completo, convinto e convincente nel tratteggiare quest'umanità colma di debolezze, incerta, indecisa, frammentata, senza aiuti, nel disegnare questi padri abbandonati a se stessi, alle loro miserie quotidiane. Una bella intenzione originale, tre penne attente, un attore solido per un tema tutto da scartavetrare. Senza paure, senza buonismi.

“La funzione simbolica del padre è appunto nell’unire il desiderio alla Legge attraverso un processo di conciliazione. Questa unione avviene non solamente attraverso la coercizione autoritaria, ma soprattutto offrendo una sponda al desiderio debordante. Il compito del padre è trasmettere il desiderio da una generazione all'altra, è permettere l'eredità”. (Massimo Recalcati)

Pagina 5 di 10

Libro della settimana

Facebook

Formazione

Recensito su Twitter

Digital COM