Questo sito utilizza cookie per migliorare la tua esperienza di navigazione e rispetta la tua privacy in ottemperanza al Regolamento UE 2016/679 (GDPR)

                                                                                                             

BRESCIA – Immaginatevi un gruppo terroristico che riesuma e prende in ostaggio il cadavere di Carlo Lorenzini, in arte Collodi, lo riempie di esplosivo e lo fa saltare in aria. L'immagine è forte ma fa capire la portata della deflagrazione dall'interno e dell'implosione del classico Pinocchio nelle mani politicamente scorrette degli Animali Celesti, compagnia toscana schietta. Sono brutti, sporchi e cattivi, ci giocano, non hanno paura a entrare nella materia con una lingua brutale, dura che randella senza carezze, senza ruffianerie, senza strizzate d'occhio estetiche, ma netta, decisa, a tratti irritante, assolutamente non consolatoria, sicuramente debordante di segni, di parole, di scene, a lampi, a flash che scaturiscono come scatole cinesi, nuove parentesi che si aprono lasciandoci sospesi, interdetti, abbandonati al largo delle metafore, immersi nella marea dei dettagli.sandro-fra-2-e1476278198365-800x540.jpg

La definiscono, appena entrati, una “cerimonia” e tale è con i suoi officianti, una Fata Turchina strepitosa e il regista Alessandro Garzella che assume molte forme, il suo altare che è una lettiga dove si dorme, come vorrebbe fare Amleto, dove si muore, come farebbe Ofelia, dove si fa sesso. Già perché questo “Pinocchio nel Paese dei Lucignoli” (ha anche molti lati “politici” contemporanei) è molto carnale, viscerale, sudato, tattile e concreto di mani, di bocche, di lingue, di strofinamenti, di abbeverarsi ai seni caravaggesco. Garzella, fino a qualche anno fa direttore del Teatro di Cascina, ha trovato a Brescia (questo debutto al Festival “Metamorfosi”) uno spazio di comprensione e inclusione. Dallo scorso anno, nel Parco di San Rossore, in provincia di Pisa, ha attivato anche una rassegna settembrina, “Altre visioni” nel bosco di Coltano.

E' 50810127_2654225617951272_4286995153798823936_n.jpgun Pinocchio deturpato e dilaniato, frammentato e scomposto, putrefatto e destrutturato, fatto a pezzi come carnefice e riassemblato come montatore dell'Ikea, certamente decomposto nel grande filone drammaturgico dove la vita si frantuma nella morte. Alla fine chi è Lucignolo e chi è Pinocchio? Anche la Fata Turchina così angelica non sembra e tira fuori il suo lato burrascoso e oscuro, cupo e nero. Una fiaba ridotta all'osso, all'essenza, pungente, ritmata, corrotta: “la vita è una merda meravigliosa”. Si parla di necrofilia e di questo grande Reality Show Porno Funebre dove tutto è esposto, dove tutto è mercanzia in vendita. Pinocchio (nel 2020 uscirà al cinema la versione di Matteo Garrone) ci parla anche di resurrezione, di rinascita, del cadere e sprofondare e del rialzarsi, di cambiamento.

Se Lucignolo è una Giulia Benetti tosta, di polso e arcigna, e la Fata è una Francesca Mainetti, ad ogni scena sempre più 52523910_580197379113955_5477265108457999944_n.jpgconvincente che miscela cattiveria, eros, tenerezza e fermezza, ora anche in versione giostraia rom, Chiara Pistoia è un perfetto e centrato alter ego di Alessandro Garzella che è sia Pinocchio che Mangiafoco che Geppetto ma anche il Grillo Parlante ma ancora “l'ombra del tuo autore”, sottolineando una riscrittura e gli strumenti a sabotare, a dirottare il romanzo collodiano. I dialoghi sono pece bollente buttata in faccia ma con un sorriso incantatore di serpenti. Per la parte grottesca si potrebbe tentare un parallelismo con l'Ubu roi, mischiato ad un vago sapore dostoevskiano, sempre sul filo dell'apoteosi come della disfatta, dell'esultanza o della tragedia, alternando i sentimenti opposti in un caos ordinato che scuote ad ondate, illuminandosi del buio dell'anima.

55949743_10157319013899548_5665516017560846336_n.jpgUn Pinocchio scomodo e irriverente, di figure dannate e fragili, dove è necessario lasciarsi trasportare, sentire il flusso, che in questo fluire a strappi, gettano sassi come briciole polliciniane: “Nel Paese degli Inganni c'è un Monte dei Pascoli”, attaccano, “Il Paese dei Balocchi è il Bel Paese”, rincarano la dose. Ci sono corruzione e puttane, imbroglioni e somari, c'è il circo e c'è il melodramma, il colore violento e il marcio, l'abbagliante che distrae, il tutto in una crudezza che arriva diretta al cuore del discorso, un'asprezza che sottolinea ma senza estetismi di maniera, utile e necessaria per evidenziare la delicatezza e insicurezza di questi personaggi irrisolti che cercano il loro spazio nel mondo rosi dal dolore, come un tumore che li mangia dentro. Verrebbe da abbracciarli ma, come i cani feriti, morderebbero.

Visto a Brescia, Festival Metamorfosi, il 28 marzo 2019

Tommaso Chimenti 30/03/2019

PALERMO – Se Franco Scaldati è il precursore e il pioniere della lingua siciliana per la scena teatrale, la coppia storica Vetrano/Randisi sono i suoi profeti. Le loro movenze sul palco, la loro grazia e delicatezza fanno frizione con le parole ora dure e rudi e irruenti e violente del drammaturgo palermitano e, come in una capriola carpiata, adesso si allineano alla poesia decadente, ora diventano ossimoro con il volgare, l'irrimediabile rabbiosità, l'incensurabile astio di periferie squallide, cemento e solitudine dell'anima. Se l'intorno è una pietra tombale di provincia, se l'asfalto fa marcire i fiori e il sole non riesce a portare il calore sperato, la difesa dell'uomo è quella delle apparizioni, di corpi che furtivi s'appoggiano al reale, bucano la dimensione, si fanno tangibili, tanto da poterli non solo vedere ma anche da poterci parlare. Sono le “Ombre folli” (prod. Teatro Il Biondo) le creature nate dalla penna di Scaldati che mise a punto una decina di monologhi dai quali Vetrano/Randisi, come Ombre-Folli-05.jpgsempre superbi e leggeri, pennellatori di stati d'animo, dispensatori laici di visioni, hanno deciso di cucire e legare “Creatore d'ombre” assieme a “Creature e Travestimenti” ed infine piazzare il carico emotivo di “Sabella” per un fluire tra viscere ed eccitazione, tra il degrado putrido e l'erotismo, tra lo squallido e il celestiale.

Stiamo nel mezzo a fluttuare tra gli Inferi decomposti e il Paradiso di putti paffuti e nuvole pannose. Gli uomini o sono diavoli in terra o angeli caduti ma sempre si sono sporcati, sempre hanno dovuto barattare l'innocenza con la sopravvivenza, la purezza con la salvezza. La lingua è stata mantenuta quella originaria, un palermitano che ferisce, acuto, puntuto, grattugiato, che adesso è tradotto in una sorta di specchio e rimando tra i due in scena e ora è illustrato e illuminato sul fondale nero in una triplice forma che rimbalza, ritorna, riecheggia ancora più potente. Una lingua calda (di Scaldati, scomparso nel 2011, hanno già messo in scena il must “Totò e Vicè” e “Assassina”), parole dense e concrete come mattoni ad innalzare muri su questi segreti indicibili, a scavare fossati e divisioni tra il dentro di grotta e il fuori apocalittico deserto. Sembra che tutto il mondo, il loro mondo, sia rinchiuso in queste stanze che ci aprono socchiudendole a spiragli e fessure abbaglianti, a soffietto iridescenti, incandescenti.

Diablogues-Vetrano-Randisi-TOTO-E-VICE.jpgUno scrittore in scena sbatte le sue parole, romanzo o lettere o confessioni che siano, in una sorta di rimando con Jack Nicholson in “Shining” da una parte e rimbalzando con quel “Misery non deve morire” fino ai “Sei personaggi” pirandelliani (altro amore molto frequentato per VR), e dall'inchiostro e dalla fantasia si chiarificano sbucando dall'ombra e dalla nebbia delle figure sbiadite e allungate come capocchie di fiammiferi che parlano e gli parlano scivolando su una passerella di lumini e ceri da seduta spiritica (la scena come sempre pulita e minimale, una fotografia), sbucano presenze sfocate, fantasmi che prendono corpo. E' una Casa degli Spiriti allendiana quella che emerge dal nero della memoria e del tempo, rievocazioni che per osmosi affiorano da un passato che ancora è trauma, è non detto, è fiamma mai sopita sotto la cenere. Pensiero, sogno e realtà si scambiano di ruolo, si fondono, si allontanano, si abbracciano fino a non riconoscere più i confini dell'una e dove inizia l'altra dimensione. Sono presenze di assenze quelle che sbocciano e fioriscono “in questo ammasso di tenebra”.Ombre-Folli-13.jpg

L'incubo si fa terreno: “Io sono solamente i miei pensieri” e, in forma di transfert psicoanalitico, si mescolano fino a perdersi ed a chiederci chi sia l'ombra dell'altro. La pedana che fa da passerella dove calpestare la frontiera tra la vita e l'aldilà è la porta d'apertura, imene che fa passaggio e botola tra i due mondi, è divisione e Stargate. Eccoci al cuore pulsante delle “Ombre folli”, quel “Sabella” che molto ci ha ricordato il “Petrolio” pasoliniano con quest'uomo che la notte si traveste per regalare la sua bocca ad altri maschi. Però non può essere riconosciuto, il quartiere è piccolo, verrebbe messo alla berlina, non potrebbe più uscire di casa per la vergogna. Se qualcuno lo riconosce, lui deve eliminarlo, ucciderlo. E' un'uccisione metaforica nello sdoppiamento borghese/ribelle, convenzionale/rivoluzionario, è un'autopunizione, un'autoevirazione della parte di slide_website22.jpgsé che lo giudica e che non lo perdona. L'attrazione e la repulsione sono i due grandi baluardi scaldatiani, la voglia e il desiderio subito rimangiati dal controllo sociale, dagli occhi indagatori, da questo senso di pudore cattolico e benpensante e moralista (con i fatti degli altri) che soffoca ambizioni e pulsioni. Ognuno diventa carnefice di se stesso, odiatore, boia, insoddisfatto, represso, giudice e accusatore di se stesso.

Vetrano e Randisi hanno sempre l'entusiasmo della prima volta, sono pieni di vita e la trasmettono, portatori sani di lirismo, riescono sempre a far passare l'amore per il teatro attraverso i loro corpi e i loro piccoli gesti quasi coreografati, infondono acume e tenerezza e quella dolcezza placida che, confliggendo con i sempre duri e difficili temi rappresentati, spiazza e ti afferra, coinvolgendo in un abbraccio, lasciandoci con quella strana sensazione di gelido nelle ossa quando hai le mani sotto l'acqua bollente.

Tommaso Chimenti 27/03/2019

FIRENZE – Prendete il miglior Derrick e miscelatelo con La Signora in Giallo, aggiungete un po' di Colombo e il piatto è servito. Già perché il mix vincente da quindici anni (quasi 600 repliche, numeri monstre) per La Compagnia del Giallo è abbinare l'investigazione e le indagini poliziesche con una buona cena. La formula è consolidata, gli interpreti ormai pronti e adattabili alle più disparate circostanze, le storie sempre nuove piene di particolari e dettagli intriganti e pepati. Interattività è la parola d'ordine con il pubblico che (ogni tavolo è un investigatore; i commensali devono parlarsi e confrontarsi e in epoca di smartphone è già una conquista) nella seconda parte, dopo che la vicenda è stata presentata, interviene e prende la parola per porre domande e incalzare i personaggi sulla scena per farli sbottonare e svelare altarini e aspetti piccanti.

Stavolta il dramma in salsa gialla si chiama “Delirio e Tormento” (scritto da Samuele Ferretti). Siamo su un set di una fiction nostrana, di quelle a basso budget, e in questo ci ha ricordato la serie “Boris”, dove il mondo del jet set, dello star system e dei luccichini fa rima invece con artigianalità,50416184_10156305459743823_61167992221728768_n.jpg rapporti ambigui, manovalanza sottopagata. Non è tutto oro quello che brilla. Alla platea di invitati (qui nelle vesti di comparse nel gioco del teatro nel teatro) viene mostrato il dietro le quinte, questa sorta di “Rumori fuori scena” con litigate, intrighi, amori sottobanco, accordi, il tutto velato dall'ipocrisia e dai sorrisi falsi. Tutto ruota vorticosamente attorno alla figura losca e ambigua del produttore: un regista omosessuale (Marcello Sbigoli eccentrico e verdonesco) che in passato avrebbe dovuto adottare un bambino quando faceva coppia con il produttore, l'assistente di produzione tuttofare (Carolina Gamini, qui autoironica e timida tra Mafalda, i Peanuts e Ugly Betty che vorrebbe girare documentari impegnati e fidanzata con il figlio del produttore, un attore (Samuel Osman nella parte del gassmaniano impostato) chiamato sul set perché un altro, molto più bravo, si è misteriosamente infortunato, un'attrice (Chiara Ciofini nelle vesti della vamp svampita) amante del produttore stesso. Tutti potrebbero essere i colpevoli come nei migliori romanzi di Agatha Christie.

La soluzione non è affatto semplice né scontata, ci vogliono abilità e menti fini e soprattutto attenzione ai particolari che durante la serata vengono messi sul tavolo con una minuziosa e precisa documentazione degna della Polizia Scientifica: rilievi, fotografie, piantine della scena del crimine, articoli di giornali riguardanti il passato dei protagonisti, addirittura chat telefoniche messe agli atti o spartiti musicali. E poi un commissario sardo (Alberto Orlandi tiene le fila con ironia e maestria, cuce le 55448520_10156447271888823_5294468501459697664_n.jpgscene, presenta, fa da collante) che ci ha ricordato tanto un Lino Banfi d'annata. Bisogna andare a fondo alla vicenda (chi indovina vince un'altra cena per un'altra serata con La Compagnia del Giallo), è necessario essere svegli e brillanti, appuntarsi le risposte, mettere in relazione circostanze e orari, mettere in difficoltà i testimoni e gli accusati, scardinare le loro difese, fare breccia nel loro senso di colpa, scavare nei loro enigmatici, impenetrabili e spesso burrascosi passati.

Più il pubblico è frizzante e attivo, più è spigliato ed elettrico e più la serata riesce, risulta fresca, vivace, veloce e divertente per attori e platea. Dopo tanti Simenon e Poirot, dopo Scerbanenco e Marco Vichi, dopo CSI e Dexter, dopo True Detective e Sherlock, L'Ispettore Coliandro e Magnum P.I., Fargo e Luther, Broadchurch e The Bridge, è il momento di tirar fuori l'investigatore che è in noi, dopo tante serie televisive sprofondati sul divano dicendo “Io lo sapevo”, “Io lo avevo detto”, è l'ora di prendere la balla al balzo e scoprire l'assassino, le modalità dell'omicidio e, necessariamente, anche il movente. Ma sono tanti piccoli dettagli disseminati che fanno la differenza e rendono La Compagnia del Giallo un qualcosa a sé stante nel panorama del teatro d'intrattenimento. L'ironia brillante è sparsa tra le righe, tra le virgole, ad ogni angolo. Unica regola: lasciarsi trasportare. Curiosity killed the cat ma senza il sale della curiosità siamo aridi e già morti.

Tommaso Chimenti 26/03/2019

BOLOGNA - “Non è uno spettacolo sull'immigrazione”, dicono preventivamente i due fondatori dei Kepler 452 per il lavoro che segue il fenomenale, dal punto di vista artistico e di resa di pubblico e repliche e premi “Il Giardino dei Ciliegi”. Ed è proprio dicendoci dal palco che questo non sarà un'opera sull'immigrazione che lo è e se, al limite, non lo fosse così lo diventa. Come quello che ti dice insistentemente di non pensare all'elefante bianco. Il pensiero va lì, incessante, senza sosta, senza salvezza, senza tregua. Il procedimento di fondo di Nicola Borghesi, sempre lucido, e Paola Aiello, efficace, (con Enrico Baraldi dietro le quinte) in scena entrambi in questa lingua di boccascena separata e divisa e sezionata da due grandi portelloni, ante gigantesche apribili che ci ricordano quelle delle arene da rodeo o frontiere, è quello non soltanto di prendere spunto dalla realtà e riportarla in teatro quanto di fare entrare il teatro nella vita e viceversa e sul palcoscenico portare questo mix, in maniera esplicita e palese, tra verità e finzione.43160826_341642903251407_6162707335656059495_n.jpg
Dopo il Giardino con la coppia di anziani sfrattati dal Comune di Bologna per far posto a FICO di Farinetti, adesso siamo dentro la storia di F., nigeriano clandestino quarantenne da vent'anni sul suolo italiano senza i requisiti necessari per potervi rimanere. Una storia di disobbedienza civile. Di fondo c'è una presa politica forte, diffusa e decisa, in questo “Perdere le cose” (debutto a “Vie Festival”, prod. Ert Fondazione; già il titolo sa di smarrimento, di sradicamento, di mancanza di punti di riferimento; l'uomo senza cose, case, posti, luoghi, oggetti, perde la sua connotazione e stabilità e certezze) la protesta è netta contro le leggi anti-immigrazione e contro gli sbarchi, si schiera contro Salvini e chi salvaguardia i nostri confini, terreni o marittimi. Dire “non è uno spettacolo sull'immigrazione” fa di F. e di “Perdere le cose” non soltanto uno spettacolo sull'immigrazione ma anche un manifesto, un simbolo perché non arriva di rottura affrontando il fenomeno nel suo complesso, sempre generalistico e impossibile da delineare, quanto dall'ottica di un solo sguardo che intenerisce e, in maniera moralmente ricattatoria, ci fa schierare senza prendere in considerazione tutto l'ingranaggio.

In “Perdere le cose” tutto il racconto è filtrato dalle parole dei due Kepler in scena nel riportare, rievocare, traslare i fatti, facendoli passare attraverso il filtro del linguaggio enfatico, teatrale in una sospensione. Una voce in sottofondo ogni tanto fa capolino e da subito capiamo che potrebbe realmente essere, nel suo italiano africanizzato, la voce di questo fantomatico F., nigeriano clandestino sottoposto a cure psichiatriche nel nostro Paese e senza documenti in regola, che c'è ma non si fa vedere, un Godot che aleggia ma non si mostra, non si palesa (perché non può e non glielo permettiamo, questa la tesi di fondo), che non fa epifania di se stesso, non ci appare messianico.

I Kepler (grande il loro impegno nel sociale) hanno conosciuto F. in un dormitorio per senzatetto e hanno deciso di raccontare la sua storia. Ma le smaxresdefault.jpgtorie singole non sono mai fini a se stesse ma si portano dietro un carico di notizie, un bagaglio pesante di situazioni, uno zaino di contingenze. Anche l'escamotage di portare sul palco una persona del pubblico che, con le cuffie, ripete la storia di F. che non può essere lì perché un governo cattivo e fascista non gli dà il permesso di soggiorno (senza averne i requisiti) ci instrada già su quale sia la parte giusta da seguire, ci dà la soluzione, ci dice chi siano i buoni e chi i senza cuore, ci spinge a fare il tifo e per chi far scattare la commozione (alla fine un'ovvia standing ovation) e per chi invece invocare le peggiori sfortune. In Italia per lavorare servono (anche negli altri Stati) documenti in regola, senza finisci nel lavoro nero, nell'illegalità, nella ricattabilità, nello sfruttamento, nella delinquenza: far rispettare le leggi non è essere fascisti.

Il “Perdere le cose” del titolo fa riferimento al fatto che F. come molti nelle sue stesse condizioni “perdono” i documenti, ma in realtà non li hanno smarriti, li buttano via volontariamente, li distruggono così, se vengono fermati dalla Pubblica Sicurezza per un controllo, non sanno dove rimpatriarti e qui restano. E' il gioco delle parti certo. E per F. il “gioco” è andato avanti venti anni certo vivendo di stenti e non nella “pacchia” (è bene sottolinearlo), del mestiere di “vu cumprà”, come egli stesso racconta, di notti in strada o in una stazione perché “il treno mi porta la speranza di andare via”. Nessuno vuol criminalizzare F. ma non vorremmo neanche farne un martire, un eroe (pazzesco che in molti paragonino i migranti ai partigiani!!!), un angelo in terra schiacciato dalle nostre leggi, per alcuni, dure e repressive, per altri lassiste e permissive. Alcune battute come quella “i Carabinieri ci vanno a teatro?”, sottintendendo, sogghignando, altro, forse un'ignoranza diffusa nelle forze dell'ordine?, fanno ridacchiare sotto i baffi quelli che guardavano in cagnesco chi rideva delle barzellette (terreno berlusconiano) su Pierino e similari.MG_8231-e1551966300487.jpg

Comunque F., senza lavoro, senza reddito, senza dimora né residenza (gli stranieri non rubano il lavoro se quest'ultimo non c'è per tutti, forse semplicemente non hanno le competenze adeguate per stare nel nostro mercato del lavoro occidentale, invece l'assistenzialismo esiste eccome, come esistono le frontiere, i passaporti, la Comunità Europea e gli extracomunitari), senza i documenti e la possibilità di mettersi in regola, rimarrà qui in quest'Italia cattiva (e ovviamente razzista, aggettivo che ancora ero riuscito a non utilizzare) fino alla prossima deroga, al prossimo colpo di spugna, al prossimo “condono”, al prossimo permesso umanitario. Alla fine ecco che l'eroe F. si palesa per la commozione di una platea partigiana (di parte, niente a che vedere con la Resistenza, precisiamo) che, evidentemente, inneggia alla clandestinità e a non rispettare le leggi del proprio Stato. Il Paese è spaccato.

Tommaso Chimenti 25/03/2019

PALERMO – Ci sono spettacoli che hanno una lunga vita, tournée mondiali infinite, diventando classici riconosciuti a livello internazionale nel loro genere. E' il caso di “Slava's Snowshow” che se da una parte ha alte pretese artistiche dall'altra scivola, spesso, nei consueti canoni del mimo o del clown, spruzzi d'acqua e palloncini annessi. La cornice per assistere ad una fiaba delicata senza tempo, ad un sogno fatto di respiri e soffi di fantasia, ad una favola soft c'è tutta. Siamo in un mondo parallelo, in un universo dove il rumore di fondo ci ricorda quello abissale dell'universo, tutto è lento e procede faticosamente come la creazione del mondo. Siamo dentro il Big Bang. Gli uomini, ovvero queste creature posizionate su questo lembo di terra, si muovono al rallenty come il primo uomo sulla Luna in mezzo a questa violenta Tempesta shakespeariana che tutto smuove e scardina.Slava_ph.-Veronique_Vial_2.jpg

Slava potrebbe essere il Piccolo Principe che finalmente è cresciuto, con attorno sei elfi verdi dalle lunghe orecchie come il Bianconiglio di Alice o come baccalà a seccarsi al sole. Quest'essere è un “sopravvissuto” al Tempo che fluttua e macina costante e senza posa, con un retino per acchiappare i sogni volatili. I quadri si susseguono senza un filo conduttore ben delineato: immancabili le bolle di sapone dal sapore angelico e celestiale, il fumo dall'odore di Apocalipse Now che fa scendere silenzi pesanti e malinconia corposa. La tenerezza e la fragilità fanno da contraltare alla sensazione di pericolo, incertezza e insicurezza, instabilità e timore. E' la condizione umana come una piccola barchetta in mezzo all'Oceano e ai marosi che la sballottano, l'individuo solo, piccolo e isolato in mezzo alle gigantesche navi da crociera, un minuscolo Cupido trasognante contro i gabbiani dal cielo e gli squali dal mare, in quel mondo di mezzo compresso tra cielo e acqua, tra nuvole pastellate e onde affrescate.

SLAVA3.jpgCi sono gli spunti di poesia esistenziale, raffinato, colorato e monumentale. Cromature importanti: il nostro Slava è in giallo, i suoi aiutanti-folletti folli elettrici e indisciplinati in verde con richiami rispettivamente al Sole e alla Natura. Il nostro è un antieroe alla Forrest Gump stralunato e dolce che rischia di finire nella gigantesca tela di un insetto altrettanto ciclopico e mostruoso (come ne “La Mosca” di Cronenberg), una ragnatela talmente mastodontica e smisurata da investire e invadere tutta la platea con metri e metri di tessuto da tunnel degli orrori che imbriglia e s'appiccica. Il pubblico più volte è chiamato in causa, è spronato, sollecitato, chiamato alle armi, pungolato, svegliato. La musica armoniosa e zuccherina è alternata e intervallata da suoni atroci di corde e tuoni, catene ed elicotteri fino ad un vero bombardamento di grandi missili di coriandoli sparati che attaccano inesorabilmente le file in platea.Slava-Snowshow_03.jpg

Slava ci ha ricordato un personaggio beckettiano con il naso rosso d'ordinanza, le scarpe gigantesche, somigliante a Ronald il pagliaccio di McDonald's. Adesso nevica sui sentimenti e sulla solitudine e l'amore è un ghiacciaio perenne freddo e solido, ci camminiamo attraverso ma non riusciamo a scioglierlo, siamo come i grandi palloni (metri di diametro) lanciati tra gli spettatori, siamo pianeti che rimbalzano, entrano in collisione e svolazzano nell'aria, che talvolta cozzano per poi allontanarsi nuovamente, sbattono violentemente e si respingono malinconicamente. Il cuore si stringe. I coriandoli a terra sono lacrime cristallizzate. Più che neve una Slavina che travolge.

Tommaso Chimenti 23/03/2019

MILANO – La domanda di fondo appena usciti da questo nuovo, ennesimo “Sei personaggi in cerca d'autore” (qui con l'aggiunta molto criptica e sibillina nel titolo “di Luigi Pirandello”) è se serva rimettere in scena i classici, con una parvenza più esteriore che altro di contemporaneo, senza scardinarne a fondo le radici come, ad esempio, ha fatto, per rottura di schemi, il “Sei. E dunque, perché si fa meraviglia di noi?” di Roberto Latini con uno strepitoso funambolo della scena e performer PierGiuseppe Di Tanno. Negli ultimi lavori alla regia di Michele Sinisi, da quella “Miseria e Nobiltà” che tanti consensi aveva attirato, passando per prove più deboli come “I Promessi Sposi” (sempre produzioni Elsinor), come ne “La masseria delle allodole” (Dramma Popolare di San Miniato) ritroviamo l'ossatura di questo Pirandello, la cifra, una certa modalità di lavoro, colorata, eclettica, accesa. Ma dopo poco l'euforia colorita lascia il posto alla pesantezza e al caos e neanche l'uso di video e telefonini, youtube, google e facebook che dovevano dare quell'impronta di freschezza ma che rimane una verniciata di superficie, riescono a farlo diventare frizzante e sprintoso.LEqkkvfj.jpeg

E un'ora di dramma, tra risse, corse e luce fissa sulla platea, entrate e uscite vorticose, sembra solo essere un lungo preliminare per arrivare agli ultimi cinque minuti dove si contano tre trovate, leggermente disturbanti e moralmente ricattatorie, che però possono avere un senso, un perché “teatrale”. Altre domande nascono: perché avere in scena, sul palco in questo caravanserraglio mirabolante, non eccitante, in questa giostra stancante e ridondante, quindici attori e farne recitare soltanto due (i pur bravi e credibili Ciro Masella e Stefania Medri)? Perché invitare ogni sera un attore o gruppo di attori (alla prima Astorri-Tintinelli e Walter Leonardi), sul finale, per improvvisare alcuni movimenti svogliati e poche parole fiacche per essere copiati dalla compagnia in una sorta di gioco specchio che niente aggiunge?

Tutto zTxBD2jM.jpegl'ingranaggio sul quale si è puntato, quello spot Realtà/Finzione, nemmeno fosse un quiz a premi, che non riesce a passare, a varcare la quarta parete, a bucare la nostra curiosità, viene messo in secondo piano da un lungo piano sequenza che annichilisce la platea tra continui ingressi che svuotano assommando. Siamo stuzzicati dalla pellicola a cura di Francesco Asselta che nascerà dalla pièce. L'incedere è faticoso. Il leggere una recensione, inventata e fake, deridendo il lavoro della critica, su un lavoro precedente del regista pugliese, come il citare nel foglio di sala la reazione del pubblico alla prima dei “Sei personaggi” del 1921 al Valle di Roma, che attaccò il drammaturgo siciliano al grido di “Manicomio! Manicomio!”, sembrano abili tentativi presuntuosi di mettere le mani avanti preventivamente su possibili dubbi che verranno, trincerandosi dietro una possibile nuova avanguardia e additando gli eventuali dissensi come vecchie, polverose prese di posizione stantie, che non hanno compreso il nuovo (nuovo?) che avanza. Ma le due reazioni, la prima indignata perché colta alla sprovvista e quella d'oggi, freddezza e distacco, sono molto differenti: il tempo di Freud, Pirandello e della psicanalisi è passato, superato, archiviato e si sentono tutti i cento anni del testo.eHrCrUCF.jpeg

Nel finale si scorge uno spiraglio, una parvenza di luce con, dicevamo, tre ganci, facili ma di sostanza. Li abbiamo chiamati “ricattatori” perché non concedono spazio, indicano la via giusta, non lasciano possibilità di pensiero, ti tengono in ostaggio di una commozione-costrizione. Ma almeno qualcosa si muove: appaiono due giganti (soltanto le gambe che si slanciano per metri fino alla graticcia, ai piedi hanno delle All Star da Ciclope; bellissime, come sempre, le scene di Federico Biancalani) che stanno per copulare e rappresentano il “Padre” nell'atto di penetrare la “Figliastra” prostituta nella casa chiusa di Madame Pace; in video una bambina galleggia in mare (presumibilmente il Mediterraneo; oggi tutto il teatro italiano parla di migrazioni) è la “Bambina” del dramma pirandelliano che annega nella vasca; infine vengono portati tre contenitori con dentro l'urlo di una donna dopo la scomparsa del figlio, è la “Madre” che grida la sua disperazione dopo la scomparsa della “Bambina” come del “Giovinetto” suicidatosi. Confidiamo nel prossimo progetto estivo di Michele Sinisi (rimane un sognatore con grandi qualità) su Leonardo da Vinci.

Tommaso Chimenti 20/03/2019

Foto: Luca Del Pia

ImQU5aJr.jpegSEI PERSONAGGI IN CERCA D'AUTORE DI LUIGI PIRANDELLO
Di Luigi Pirandello

Drammaturgia: Francesco M. Asselta, Michele Sinisi
Regia e adattamento: Michele Sinisi
Con: Stefano Braschi, Marco Cacciola, Gianni D'Addario, Giulia Eugeni, Marisa Grimaldo, Ciro Masella, Stefania Medri, Giuditta Mingucci, Donato Paternoster, Michele Sinisi, Adele Tirante.
Aiuto regista in scena: Nicolò Valandro
Scene: Federico Biancalani
Assistente alle scene: Elisa Zammarchi
Direzione tecnica: Rossano Siragusano
Produzione: Elsinor Centro di Produzione Teatrale

SCANDICCI – Non tutte le ciambelle riescono con il buco. Non è esente da questo proverbio Federico Buffa, volto di Sky con le sue narrazioni piene di enfasi, pathos ed empatia, che, da qualche tempo sbarcato a teatro, non è riuscito a bissare i successi delle “Olimpiadi del '36” né di “A night in Kinshasa”. La differenza salta agli occhi, cantava De Gregori. Se nei primi due spettacoli di story telling e affabulazione c'era un tema solido e portante lungo tutto l'arco della drammaturgia, i Giochi nazisti e Jesse Owens il primo, l'incontro del secolo tra Alì e Foreman il secondo, infarciti con interessanti divagazioni geografico, politico, culturali e di costume, che davano quel tocco di colore e spinta, brio e brividi alle sue parole calde, in questo nuovo “Il rigore che non c'era” l'intreccio è debole, il plot è fragile e la costruzione narrativa che lo supporta praticamente inesistente. Non è deficitaria, è proprio mancante. E si sente anche nel pubblico questo gap, questo quid che non è stato colmato e più buffa-66-1033717.jpgva avanti nelle sue iperbole più capiamo che la serata sarà una sequela di aneddotica da almanacco, una sequenza di curiosità da “Non tutti sanno che” della Settimana Enigmistica. Per carità, adesso sappiamo perché si gioca in undici a calcio o perché Manhattan si chiami proprio così, ma non basta, non può bastare. L'attinenza con il titolo poi decade dopo i primi dieci minuti quando, appunto, l'argomento che avrebbe dovuto essere trainante si esaurisce.

L'escamotage di fondo che lega le varie gag e numeri, trovata per niente originale e abusata, è quello che ci troviamo in una sorta di limbo post mortem con due personaggi millenari (un attore, Marco Caronna bravo nel tentare di legare un quadro all'altro, nella regia invece pecca, e un pianista, Alessandro Nidi, virtuoso d'atmosfere che ci ha ricordato Novecento) che se ne stanno lì aspettando il Godot-Buffa da tempo immemore e che finalmente è giunto. Tu chiamalo, se vuoi, Messia. Una parentesi dalla quale si può solo entrare ma non si può uscire. “Meno male che sei arrivato tu”, lo incensano, lo investono di responsabilità, lo innalzano, lo esaltano. Less is more. La platea si aspetta storie legate al calcio, a qualche rigore che ha fatto storia, invece ci spostiamo vorticosamente da Comunardo Niccolai, difensore re delle autoreti, ai Beatles a Sonny Liston, a El Loco Houseman, ala destra argentina affezionato più alla bottiglia che ai dribbling sulla fascia. Ma il frullatore continua concentrico, il mosaico si arricchisce di nuovi sapori, sempre più disparati il che fa diventare sempre più arduo trovare un filo conduttore. per-sito-11.jpgSemplicemente non esiste.

Appaiono Kareem Abdul Jabbar, che di rigori non ne ha mai battuti, Garrincha e Muhammad Alì, Billie Holiday e Sammy Davis Jr, poi ci spostiamo sul Perù prima con Francisco Pizarro fino a Sendero Luminoso e l'affresco di accozzaglia è servito. Ogni tanto, spettacolo-federico-buffa-in-a-night-in-kinshasa-teatro-europauditorium-bologna-marzo-2018-idealshow.jpglateralmente, il discorso sembra scivolare sulla politica ma il tutto rimane in superficie, toccando molti punti senza analizzarli e senza andare a fondo veramente a nessuno di questi. Tutto sembra telefonato come un tiro floscio dal limite dell'area, di quelli che Sandro Ciotti avrebbe chiamato “di alleggerimento”. Ma non è finita qua, perché nel calderone finiscono Kennedy, evergreen che ci sta sempre bene e stuzzica le fantasie, e Jeff Buckley, gli ufo sopra l'Artemio Franchi nel '54 in occasione di Fiorentina-Pistoiese e Cristiano Ronaldo che la madre voleva abortire. Il focus non è centrato, anzi deborda e si scioglie, cade e sfora da ogni parte come sabbia in una mano. La cantante poi (Jvonne Giò), che ogni tanto vorrebbe arrivare a commuovere, è uno stop all'emozione, e, purtroppo, manca d'estensione (nel suo monologo finale non eccelle alzando i decibel). Per una facile commozione, di quelle che si sa già da prima da che parte stare, chi sono i buoni e chi i cattivi, eccovi sul piatto Hitler e Churchill, l'allunaggio del '69 e Paolo VI. Il guru questa volta non è riuscito ad indicarci la via. Il rigore non c'era, ma neanche lo spettacolo teatrale.

Tommaso Chimenti 16/03/2019

ROMA – Come scivolare in un tunnel scuro, come avventurarsi dentro le pieghe del sentimento più colorito che qui invece prende mutazioni fosche, buie, come incedere dentro un baratro, a capofitto dentro l'abisso interiore della coscienza che cozza con l'emozione, della consapevolezza che fa a pugni con la passione. E' un equilibrio da trapezista questo “Shakespeare/Sonetti” (prod. TPE, Centro Teatrale Bresciano, Teatro di Dioniso) traballante tra eroe e antieroe in queste tre figure espanse ed esplose, svisceramento, sezionamento e autopsia del Bardo, dell'uomo, della sua brillante e spumeggiante creatività artistica. Tre momenti nei quali il trasformismo di Valter Malosti, regista del progetto, visionario quanto eclettico, eccentrico e straordinario interprete che emana visceralità e pathos, incanta come sirena, liscia e carezza ruvido, prende corpo e si esalta, sboccia, fiorisce partendo dalla deflagrazione del clown, rinculando nell'uomo che cammina su una lingua di luce come un funambolo (“L'uomo che cammina sui pezzi di vetro” degregoriano), confondendosi con la bruma del Tempo rassettandosi e rassegnandosi al grande libro della Letteratura, all'eternità dell'inchiostro, al Mito perenne depurato e sublimato.Sonetti_Malosti_ph_Umebrto_Favretto_2.jpg

Una costruzione calibrata, nei suoi eccessi voluti, centellinata in una forma estetica che balza d'impatto a retina e suono, che supporta con cura e dettaglio un contenuto ricercato, studiato che s'apre in una freschezza ventosa grazie ad una traduzione moderna centratissima (di Fabrizio Sinisi e lo stesso Malosti) e senza fronzoli, che arriva al punto, che tocca corde sensibili, che fa eco non con il passato ma con l'oggi condiviso; traduzione, lingua e linguaggio che diventano veri punti di forza, perni sui quali agganciare, spostare, mostrare gesti e azioni. Dicevamo un trittico, una terna, una piramide a scendere, dall'euforia, passando per il quotidiano, fino alla polvere della Storia; Sonetti che sono da mangiare tanto sono concreti e solidi, tanto la parola è trattata come materia che espugnare, modellare, prostrare alla volontà del suo dicitore, farla propria, possederla.

img-1521112410.jpgNel primo movimento Malosti attacca, con garra e grinta da arena, come fosse dentro l'agorà della corrida di una slam poetry o ancora meglio di una dura sfida di hip hop senza esclusione di colpi bassi all'ultima rima (viene in mente Eminem in “8 mile”), una “battle” dove devi stare sul pezzo, caricare il proiettile di parole, azzannare la gola del nemico che prenderà la palla al balzo dopo di te. Ad ogni “schiaffo” di liriche aggressive segue un applauso registrato, di quelli prestampati da quiz show, una risata sottolineante finta e smodata di quelle da sitcom. Qui il fool shakespeariano esagerato s'infervora in un match contro il Poeta rivale, silente, al quale ha rubato tutte le parole, che ha azzerato, prosciugato, reso muto in un angolo, senza più linfa per poter rispondere o ribattere, annientato sul suo sgabello. Malosti è un concentrato di forza e magia, ha addosso (nei costumi eccezionali di Domenico Franchi) un frullato sedimentato di fumetti e immaginario, un gioco di stand up comedy politicamente scorretta e senza moderatori a calmierare l'atmosfera incandescente, di luccichini da pagliaccio del Circo Barnum e paillette da varietà nel play che profuma del dark di Sin City, della cattiveria della Medusa della Sirenetta, con il ciuffo sbarazzino alla Tintin, la tristezza malinconica di Pierrot e la lingua della guerriglia del popolo Maori durante la danza propiziatoria Haka, le maschere giapponesi e il Cavaliere Oscuro di Batman, il clown sadico di IT miscelato con Krusty dei Simpson, Petrolini e il Jocker di Jack Nicholson, un giullare di corte alieno e Don Giovanni, Peppa Pig senza candore e l'elettricità di Super Mario Bros decantati nelle alchimie messe su tela da Bosch, ora ricordi di Boy George adesso strascichi di Oscar Wilde, più puk che punk.Sonetti_Malosti_ph_Umebrto_Favretto.jpg

E' una detonazione che come uno tsunami s'impenna e si alimenta, una furia di carne e versi, amorosi e sensuali, tattili e possessivi, dadaista e dirompente, un rituale battesimale dentro questa chiesa cupa che s'infossa, caverna dove nell'altare centrale si confonde il Bardo che mima le sue stesse spesse sillabe, ripete, quasi fosse un suggeritore, autore in scena, regista kantoriano ma statico, parole centenarie che trapassano il tempo (di fondo c'è questo costante vibrante rumore come il silenzio siderale che fa quel fruscio inquietante, quel sibilo che macera verso l'infinito), che deflorano il muro dei secoli, che rimbalzano tra l'Autore e le nostre casse toraciche, parlandoci nuovamente e con nuove sfumature ogni volta. C'è l'amore ma anche il sesso, l'erotismo, la lussuria. Tre declinazioni di Shakespeare e la grande img-1521112453.jpgintuizione della Dark Lady macbethiana (singolare e speciale Michela Lucenti) che addenta la mela rossa di Biancaneve, quasi una Barbie luttuosa-danzatrice di carillon interrotta, che intona a cappella tre canzoni di Domenico Modugno che esaltano la forma scenica per un risultato di una regia piena, mai fine a se stessa, che supporta versi, drammaturgia e coreografia. “Shakespeare/Sonetti” è un disfacimento, un liquefarsi, uno scioglimento, uno squagliamento, uno sdilinguersi.

Tommaso Chimenti 15/03/2019

CALENZANO – Riuscire a tratteggiare il massacro del Circeo, come comunemente e mediaticamente è stato codificato, senza la narrazione della violenza, senza entrare in facili e raccapriccianti particolari realistici, senza scegliere la semplice tentazione di mettere sul piatto dettagli macabri e sanguinolenti, voyeristici da giornale di gossip, era un'impresa ardua. Il Circeo, 1975, è il caso che aprirà il procedimento per modificare lo stupro da reato contro la morale a reato contro la persona. Ma qui in “Circeo, il massacro” (prod. Teatro delle Donne, Idiot Savant) nel testo di Filippo Renda, anche regista, e Elisa Casseri, i salti drammaturgici sono molteplici fin dal creare una storia parallela, perfettamente autonoma, miscelandola con inserti delle dichiarazioni di Donatella Colasanti, la sopravvissuta delle due ragazze torturate e seviziate dal trio Izzo-Ghira-Guido. Quella scritta ex novo potrebbe essere una storia alla Charles Manson o alla Funny Games o ancora simile ad Arancia Meccanica, la messinscena con una coppia di ragazzi che, nella casa al mare di famiglia, ricevono un'altra coppia che sembra sapere molto della ragazza.Circeo-il-massacro-2.jpg

Non vi è un parallelismo preciso tra il Circeo (il titolo però resta fuorviante) e la scena ma non era questo l'intento degli autori; sarebbe stato troppo didascalico. Qui, hanno voluto descrivere non tanto i fatti, noti, quanto le condizioni, l'humus e l'habitat dove certe idee e pulsioni nascono e si alimentano, dove trovano terreno fertile, lasciando ampia scelta allo spettatore se immergersi nella storia descritta o se trovare agganci al massacro. Emerge potente un mix di inquietudine e violenza, prettamente psicologica, di mistero e sospensione che tiene legati, che avvolge e coinvolge. Una storia nella Storia che esalta la vicenda cronachistica arrivando all'essenza, spolpandola di macabro e riempiendola di tessuto sociale, di guerra tra i sessi, più che altro cruda e arida misoginia, di battaglia tra gli strati sociali e le classi, come all'epoca dei fatti processuali con il trio sadico d'estrazione alta e le due ragazze popolare. Tanti scarti, tante briciole disseminate in questa scrittura che appena ti ha convinto della lontananza dalla storia del titolo ti ci fa ripiombare con ancora più forza in un elastico di attrazione e repulsione che tocca lo spettatore con la cronaca ma ancora di più lo punge con la ritualistica attualità, con la plausibilità del ripetersi, con la banalità scontata dei nostri giorni.

Una coppia di giovani (Arianna Primavera e Luca Mammoli) vuole passare nella villa al mare, degli abbienti genitori di lei, qualche giorno d'estate. Dovrebbero essere soli, dovevano essere soli. Non stavano aspettando nessuno. Si palesano, la prima notte del loro soggiorno, due strani individui (Michele Di Giacomo, ha lo Shining e il fuoco dentro, e Alice Spisa, equilibra dolcezza compassata e succube a momenti nei quali ci ha ricordato Rosa del delitto di Erba), ora collaborativi e accondiscendenti, adesso complici, irosi, scattosi e nervosi, soprattutto abili manipolatori. L'uomo dice che conosce la famiglia della ragazza (in epoca di social network è ancora più facile ricreare e studiare le vite degli altri e apprendere particolari e date da foto, post, scuole frequentate, lavori svolti, persone conosciuti, eventi ai quali si è partecipato nel tempo) e che sono stati proprio i genitori di lei ad invitarli nella loro casa al mare per le vacanze. I due sono abili a descriversi come quello che non sono o realmente i sospetti e la cappa di mistero attorno a loro sono eccessivi? Fingono bene, sono impostori imbonitori o dicono la verità? Ormai il nemico è in casa e ora si fanno benvolere adesso attaccano, ora entrano in relazione intima e confidenziale adesso Circeo.-Il-massacro-pic.jpgincalzano e giudicano in maniera invadente, si impongono entranti, prima si alleano con l'uno o con l'altro per poi cambiare squadra e fazione.

Ma è il gioco da tavolo che i due portano in casa, vero Cavallo di Troia per far saltare il banco, per far esplodere la tensione, per accendere la miccia e surriscaldare gli animi in un tutti contro tutti, un perfetto “gioco al massacro” dove qualcuno conosce le regole e qualcun altro non ne è all'oscuro, dove ci si diverte vessando gli altri, offendendoli, umiliandoli, portandoli al limite: un frullatore di ordini, strategie, urla, dinamiche di guerriglia, punizioni, regolamenti di conti, sadismo. E dire che c'è già tutto dentro quella parola Circeo tra maga Circe e quel Circo mediatico che ne è conseguito. Gli stacchi, quando si sentono le parole e le dichiarazioni della Colasanti, ci fanno ripiombare dentro il delitto che non fu soltanto un omicidio e che non fu solo uno stupro: domande irricevibili e senza sensibilità (sconvolgente l'intervista di Enzo Biagi, deontologicamente fuori luogo e imbarazzante), un corpo dato in pasto a giudici, tv e giornali, sempre le stesse domande ad una donna svuotata divenuta simbolo senza che nessuno si preoccupasse della sua persona, trattata come merce da documentario, materia da casistica per sociologi, teorici e antropologi.massacro-circeo.jpg

Ma, ed è questo l'aspetto che più di altri fa rilucere il testo, alla fine si ha la sensazione che tutto l'inscenato, la fiction sul palco, non sia altro che il tentativo ingenuo, giornaliero, della Colasanti, di rivivere, certamente in altro modo e con altre modalità, quello che le era capitato, quello che aveva dovuto subire. Sostituendo con ricordi falsi e insistendo su questi negli anni ed avendo così la sensazione di esorcizzare l'accaduto. Se ti dici spesso una stessa menzogna questa alla fine diventa verità. Ma nel suo caso, il suo martirio non è mai terminato, come Prometeo e l'aquila che gli mangia ogni giorno il fegato, e anche i ricordi inventati finiscono tutti allo stesso identico drammatico modo, senza salvezza, in una Via Crucis di spine, un iter di inutile sacrificio.

Tommaso Chimenti 13/03/2019

SIENA – Artemisia Gentileschi è sempre un personaggio d'attualità, portatrice, suo malgrado, della lotta impari nei secoli delle donne nei confronti dell'arroganza, della violenza e del sopruso dei maschi. Il regista Altero Borghi (abbiamo apprezzato in questi anni i suoi spettacoli all'interno della Casa circondariale di Siena con i detenuti) ne ha immaginato un ipotetico passaggio traghettato, metaforico e simbolico, in questo “Il viaggio di Artemisia” (prod. Sobborghi; in un Teatro dei Rozzi colmo), un momento privato che diventa confessione aperta e flusso di coscienza della pittrice verso e contro gli uomini che hanno affollato la sua vita, distruggendola, in special modo il padre Orazio e il suo aguzzino e bieco violentatore Agostino Tassi. Un viaggio dove i colori sul fondale la fanno da padrone con cambi cromatici che ci portano nella tavolozza del pittore per descrivere e delineare il mondo e i sentimenti della donna.artemisia-gentileschi-giuditta-oloferne.png

Artemisia (sempre utile e necessario parlarne), ed è questo il nodo focale del testo di Paola Presciuttini, si chiede a gran voce, e con malinconia e tristezza, se sia diventata famosa più per il processo che ha subito, in conseguenza dello stupro, che per le sue doti artistiche. E di questo se ne duole e si rammarica. Come a dire che una donna può essere finalmente riconosciuta nella propria professione e capacità e competenze soltanto se le accade qualcos'altro (di solito pruriginoso e licenzioso, oggi diremmo gossip) che esula dal suo mestiere e impegno. Ma è un cane che si morde la coda, senza soluzione. Artemisia (le presta corpo e voce Serena Cesarini Sforza; recitazione enfatica da rivedere e asciugare; gli altri attori sono: Claudio Ceccarelli, il padre; Ahmed Alshaafi - Castore; Silvano Borselli - Galileo Galilei; Marco Bonucci è il giudice; Lorenzo Vanni è Agostino Tassi; Abdallah Ateeya è il musico) rievoca, portandoli sul palco, gli uomini che l'hanno fatta soffrire, in primis il suo stupratore e in seconda battuta, ma forse in maniera ancora più angosciosa proprio perché imperdonabile visto il rapporto di sangue, il genitore che, questa la sua accusa, denuncia e accusa chi ha abusato della figlia solo per un contenzioso di merce e quadri sottratti mettendo ancor più alla gogna la dignità della ragazza (siamo agli inizi del 1600 e la ragazza promettente pittrice subisce violenza quando di anni ne ha diciotto).

Il-viaggio-di-Artemisia_prima-nazionale_6-marzo.jpgArtemisia (prossima replica il 12 marzo all'Affratellamento di Firenze) rimprovera il padre di averla lasciata sola, in qualche modo abbandonata, in questa battaglia, inscenata non tanto per l'onore della figlia ma quanto per quello del casato paterno, del cognome. Infatti dopo il processo, Orazio Gentileschi e il Tassi continueranno a frequentarsi, collaborare e lavorare insieme, e questo Artemisia proprio non lo può digerire. Artemisia rimane un'anima in pena, naufraga in questo mare di vessazioni, scombussolata, mai definitivamente emancipata né libera, ed è ancora una figura centrale, suo malgrado, del femminismo ante litteram, simbolo della violenza sulle donne in ogni epoca, ad ogni latitudine, emblema di un 8 marzo che troppo spesso si confonde con mimosa e spogliarellisti. Qui Artemisia (il progetto luci e video sono di Damiano Magliozzi) è descritta come progressista e votata e desiderosa di futuro, promotrice di un cambiamento culturale, di un avanzamento civile nei rapporti e nelle relazioni, sempre dubbiosa se le committenze che le arrivano sono in qualche modo riparatrici del torto subito o effettivamente riguardanti il suo talento.

Di scuola caravaggesca, Artemisia Gentileschi fu molto di più dello stupro subito; capolavori come Giuditta che decapita Oloferne o CleopatraArtemisia-Gentileschi-Giaele-e-Sisara-1620.-Museo-di-Belle-Arti-di-Budapest.jpg o ancora una Maddalena hanno fatto scuola e forse ricondurli a quell'evento negativo è riduttivo e limitativo. Nel testo poi il ruolo delle due levatrici che durante il processo constatarono e documentarono la situazione e le condizioni intime di Artemisia è stato sostituito con un uomo di chiesa lievemente grottesco. La Gentileschi che una volta lasciata Roma, per Firenze, Napoli e Londra, firmerà i propri lavori con Lomi, il cognome della madre, per interrompere i rapporti anche simbolici con il padre-padrone. Più che lo stupro il cardine di questo “Il viaggio di Artemisia” è l'interrogarsi sul mondo maschilista e sulla negazione del talento delle donne, sempre messe in un angolo, nell'ombra. Nelle “Vite” del Vasari infatti non è presente nemmeno una donna. Un tema ancora, purtroppo, attuale riacceso dal recente #metoo capitanato da Asia Argento. La tesi della Presciuttini e di Borghi è la costante, perenne ricerca di vendetta da parte della Gentileschi in tutta la sua vita e in tutta la sua opera, mentre nella realtà dei fatti le vittime vengono punite due volte, dai delinquenti e dall'opinione pubblica. Nell'incontro-incrocio tra l'arte e la biografia però sembra che l'artista, nel finale, abbia trovato pace e serenità; il suo monito-consiglio: “Nella vita e nella pittura resterà soltanto la luce”.

Tommaso Chimenti 10/03/2019

Pagina 2 di 10

Libro della settimana

Facebook

Formazione

Recensito su Twitter

Digital COM