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ROMA – Come scivolare in un tunnel scuro, come avventurarsi dentro le pieghe del sentimento più colorito che qui invece prende mutazioni fosche, buie, come incedere dentro un baratro, a capofitto dentro l'abisso interiore della coscienza che cozza con l'emozione, della consapevolezza che fa a pugni con la passione. E' un equilibrio da trapezista questo “Shakespeare/Sonetti” (prod. TPE, Centro Teatrale Bresciano, Teatro di Dioniso) traballante tra eroe e antieroe in queste tre figure espanse ed esplose, svisceramento, sezionamento e autopsia del Bardo, dell'uomo, della sua brillante e spumeggiante creatività artistica. Tre momenti nei quali il trasformismo di Valter Malosti, regista del progetto, visionario quanto eclettico, eccentrico e straordinario interprete che emana visceralità e pathos, incanta come sirena, liscia e carezza ruvido, prende corpo e si esalta, sboccia, fiorisce partendo dalla deflagrazione del clown, rinculando nell'uomo che cammina su una lingua di luce come un funambolo (“L'uomo che cammina sui pezzi di vetro” degregoriano), confondendosi con la bruma del Tempo rassettandosi e rassegnandosi al grande libro della Letteratura, all'eternità dell'inchiostro, al Mito perenne depurato e sublimato.Sonetti_Malosti_ph_Umebrto_Favretto_2.jpg

Una costruzione calibrata, nei suoi eccessi voluti, centellinata in una forma estetica che balza d'impatto a retina e suono, che supporta con cura e dettaglio un contenuto ricercato, studiato che s'apre in una freschezza ventosa grazie ad una traduzione moderna centratissima (di Fabrizio Sinisi e lo stesso Malosti) e senza fronzoli, che arriva al punto, che tocca corde sensibili, che fa eco non con il passato ma con l'oggi condiviso; traduzione, lingua e linguaggio che diventano veri punti di forza, perni sui quali agganciare, spostare, mostrare gesti e azioni. Dicevamo un trittico, una terna, una piramide a scendere, dall'euforia, passando per il quotidiano, fino alla polvere della Storia; Sonetti che sono da mangiare tanto sono concreti e solidi, tanto la parola è trattata come materia che espugnare, modellare, prostrare alla volontà del suo dicitore, farla propria, possederla.

img-1521112410.jpgNel primo movimento Malosti attacca, con garra e grinta da arena, come fosse dentro l'agorà della corrida di una slam poetry o ancora meglio di una dura sfida di hip hop senza esclusione di colpi bassi all'ultima rima (viene in mente Eminem in “8 mile”), una “battle” dove devi stare sul pezzo, caricare il proiettile di parole, azzannare la gola del nemico che prenderà la palla al balzo dopo di te. Ad ogni “schiaffo” di liriche aggressive segue un applauso registrato, di quelli prestampati da quiz show, una risata sottolineante finta e smodata di quelle da sitcom. Qui il fool shakespeariano esagerato s'infervora in un match contro il Poeta rivale, silente, al quale ha rubato tutte le parole, che ha azzerato, prosciugato, reso muto in un angolo, senza più linfa per poter rispondere o ribattere, annientato sul suo sgabello. Malosti è un concentrato di forza e magia, ha addosso (nei costumi eccezionali di Domenico Franchi) un frullato sedimentato di fumetti e immaginario, un gioco di stand up comedy politicamente scorretta e senza moderatori a calmierare l'atmosfera incandescente, di luccichini da pagliaccio del Circo Barnum e paillette da varietà nel play che profuma del dark di Sin City, della cattiveria della Medusa della Sirenetta, con il ciuffo sbarazzino alla Tintin, la tristezza malinconica di Pierrot e la lingua della guerriglia del popolo Maori durante la danza propiziatoria Haka, le maschere giapponesi e il Cavaliere Oscuro di Batman, il clown sadico di IT miscelato con Krusty dei Simpson, Petrolini e il Jocker di Jack Nicholson, un giullare di corte alieno e Don Giovanni, Peppa Pig senza candore e l'elettricità di Super Mario Bros decantati nelle alchimie messe su tela da Bosch, ora ricordi di Boy George adesso strascichi di Oscar Wilde, più puk che punk.Sonetti_Malosti_ph_Umebrto_Favretto.jpg

E' una detonazione che come uno tsunami s'impenna e si alimenta, una furia di carne e versi, amorosi e sensuali, tattili e possessivi, dadaista e dirompente, un rituale battesimale dentro questa chiesa cupa che s'infossa, caverna dove nell'altare centrale si confonde il Bardo che mima le sue stesse spesse sillabe, ripete, quasi fosse un suggeritore, autore in scena, regista kantoriano ma statico, parole centenarie che trapassano il tempo (di fondo c'è questo costante vibrante rumore come il silenzio siderale che fa quel fruscio inquietante, quel sibilo che macera verso l'infinito), che deflorano il muro dei secoli, che rimbalzano tra l'Autore e le nostre casse toraciche, parlandoci nuovamente e con nuove sfumature ogni volta. C'è l'amore ma anche il sesso, l'erotismo, la lussuria. Tre declinazioni di Shakespeare e la grande img-1521112453.jpgintuizione della Dark Lady macbethiana (singolare e speciale Michela Lucenti) che addenta la mela rossa di Biancaneve, quasi una Barbie luttuosa-danzatrice di carillon interrotta, che intona a cappella tre canzoni di Domenico Modugno che esaltano la forma scenica per un risultato di una regia piena, mai fine a se stessa, che supporta versi, drammaturgia e coreografia. “Shakespeare/Sonetti” è un disfacimento, un liquefarsi, uno scioglimento, uno squagliamento, uno sdilinguersi.

Tommaso Chimenti 15/03/2019

CALENZANO – Riuscire a tratteggiare il massacro del Circeo, come comunemente e mediaticamente è stato codificato, senza la narrazione della violenza, senza entrare in facili e raccapriccianti particolari realistici, senza scegliere la semplice tentazione di mettere sul piatto dettagli macabri e sanguinolenti, voyeristici da giornale di gossip, era un'impresa ardua. Il Circeo, 1975, è il caso che aprirà il procedimento per modificare lo stupro da reato contro la morale a reato contro la persona. Ma qui in “Circeo, il massacro” (prod. Teatro delle Donne, Idiot Savant) nel testo di Filippo Renda, anche regista, e Elisa Casseri, i salti drammaturgici sono molteplici fin dal creare una storia parallela, perfettamente autonoma, miscelandola con inserti delle dichiarazioni di Donatella Colasanti, la sopravvissuta delle due ragazze torturate e seviziate dal trio Izzo-Ghira-Guido. Quella scritta ex novo potrebbe essere una storia alla Charles Manson o alla Funny Games o ancora simile ad Arancia Meccanica, la messinscena con una coppia di ragazzi che, nella casa al mare di famiglia, ricevono un'altra coppia che sembra sapere molto della ragazza.Circeo-il-massacro-2.jpg

Non vi è un parallelismo preciso tra il Circeo (il titolo però resta fuorviante) e la scena ma non era questo l'intento degli autori; sarebbe stato troppo didascalico. Qui, hanno voluto descrivere non tanto i fatti, noti, quanto le condizioni, l'humus e l'habitat dove certe idee e pulsioni nascono e si alimentano, dove trovano terreno fertile, lasciando ampia scelta allo spettatore se immergersi nella storia descritta o se trovare agganci al massacro. Emerge potente un mix di inquietudine e violenza, prettamente psicologica, di mistero e sospensione che tiene legati, che avvolge e coinvolge. Una storia nella Storia che esalta la vicenda cronachistica arrivando all'essenza, spolpandola di macabro e riempiendola di tessuto sociale, di guerra tra i sessi, più che altro cruda e arida misoginia, di battaglia tra gli strati sociali e le classi, come all'epoca dei fatti processuali con il trio sadico d'estrazione alta e le due ragazze popolare. Tanti scarti, tante briciole disseminate in questa scrittura che appena ti ha convinto della lontananza dalla storia del titolo ti ci fa ripiombare con ancora più forza in un elastico di attrazione e repulsione che tocca lo spettatore con la cronaca ma ancora di più lo punge con la ritualistica attualità, con la plausibilità del ripetersi, con la banalità scontata dei nostri giorni.

Una coppia di giovani (Arianna Primavera e Luca Mammoli) vuole passare nella villa al mare, degli abbienti genitori di lei, qualche giorno d'estate. Dovrebbero essere soli, dovevano essere soli. Non stavano aspettando nessuno. Si palesano, la prima notte del loro soggiorno, due strani individui (Michele Di Giacomo, ha lo Shining e il fuoco dentro, e Alice Spisa, equilibra dolcezza compassata e succube a momenti nei quali ci ha ricordato Rosa del delitto di Erba), ora collaborativi e accondiscendenti, adesso complici, irosi, scattosi e nervosi, soprattutto abili manipolatori. L'uomo dice che conosce la famiglia della ragazza (in epoca di social network è ancora più facile ricreare e studiare le vite degli altri e apprendere particolari e date da foto, post, scuole frequentate, lavori svolti, persone conosciuti, eventi ai quali si è partecipato nel tempo) e che sono stati proprio i genitori di lei ad invitarli nella loro casa al mare per le vacanze. I due sono abili a descriversi come quello che non sono o realmente i sospetti e la cappa di mistero attorno a loro sono eccessivi? Fingono bene, sono impostori imbonitori o dicono la verità? Ormai il nemico è in casa e ora si fanno benvolere adesso attaccano, ora entrano in relazione intima e confidenziale adesso Circeo.-Il-massacro-pic.jpgincalzano e giudicano in maniera invadente, si impongono entranti, prima si alleano con l'uno o con l'altro per poi cambiare squadra e fazione.

Ma è il gioco da tavolo che i due portano in casa, vero Cavallo di Troia per far saltare il banco, per far esplodere la tensione, per accendere la miccia e surriscaldare gli animi in un tutti contro tutti, un perfetto “gioco al massacro” dove qualcuno conosce le regole e qualcun altro non ne è all'oscuro, dove ci si diverte vessando gli altri, offendendoli, umiliandoli, portandoli al limite: un frullatore di ordini, strategie, urla, dinamiche di guerriglia, punizioni, regolamenti di conti, sadismo. E dire che c'è già tutto dentro quella parola Circeo tra maga Circe e quel Circo mediatico che ne è conseguito. Gli stacchi, quando si sentono le parole e le dichiarazioni della Colasanti, ci fanno ripiombare dentro il delitto che non fu soltanto un omicidio e che non fu solo uno stupro: domande irricevibili e senza sensibilità (sconvolgente l'intervista di Enzo Biagi, deontologicamente fuori luogo e imbarazzante), un corpo dato in pasto a giudici, tv e giornali, sempre le stesse domande ad una donna svuotata divenuta simbolo senza che nessuno si preoccupasse della sua persona, trattata come merce da documentario, materia da casistica per sociologi, teorici e antropologi.massacro-circeo.jpg

Ma, ed è questo l'aspetto che più di altri fa rilucere il testo, alla fine si ha la sensazione che tutto l'inscenato, la fiction sul palco, non sia altro che il tentativo ingenuo, giornaliero, della Colasanti, di rivivere, certamente in altro modo e con altre modalità, quello che le era capitato, quello che aveva dovuto subire. Sostituendo con ricordi falsi e insistendo su questi negli anni ed avendo così la sensazione di esorcizzare l'accaduto. Se ti dici spesso una stessa menzogna questa alla fine diventa verità. Ma nel suo caso, il suo martirio non è mai terminato, come Prometeo e l'aquila che gli mangia ogni giorno il fegato, e anche i ricordi inventati finiscono tutti allo stesso identico drammatico modo, senza salvezza, in una Via Crucis di spine, un iter di inutile sacrificio.

Tommaso Chimenti 13/03/2019

SIENA – Artemisia Gentileschi è sempre un personaggio d'attualità, portatrice, suo malgrado, della lotta impari nei secoli delle donne nei confronti dell'arroganza, della violenza e del sopruso dei maschi. Il regista Altero Borghi (abbiamo apprezzato in questi anni i suoi spettacoli all'interno della Casa circondariale di Siena con i detenuti) ne ha immaginato un ipotetico passaggio traghettato, metaforico e simbolico, in questo “Il viaggio di Artemisia” (prod. Sobborghi; in un Teatro dei Rozzi colmo), un momento privato che diventa confessione aperta e flusso di coscienza della pittrice verso e contro gli uomini che hanno affollato la sua vita, distruggendola, in special modo il padre Orazio e il suo aguzzino e bieco violentatore Agostino Tassi. Un viaggio dove i colori sul fondale la fanno da padrone con cambi cromatici che ci portano nella tavolozza del pittore per descrivere e delineare il mondo e i sentimenti della donna.artemisia-gentileschi-giuditta-oloferne.png

Artemisia (sempre utile e necessario parlarne), ed è questo il nodo focale del testo di Paola Presciuttini, si chiede a gran voce, e con malinconia e tristezza, se sia diventata famosa più per il processo che ha subito, in conseguenza dello stupro, che per le sue doti artistiche. E di questo se ne duole e si rammarica. Come a dire che una donna può essere finalmente riconosciuta nella propria professione e capacità e competenze soltanto se le accade qualcos'altro (di solito pruriginoso e licenzioso, oggi diremmo gossip) che esula dal suo mestiere e impegno. Ma è un cane che si morde la coda, senza soluzione. Artemisia (le presta corpo e voce Serena Cesarini Sforza; recitazione enfatica da rivedere e asciugare; gli altri attori sono: Claudio Ceccarelli, il padre; Ahmed Alshaafi - Castore; Silvano Borselli - Galileo Galilei; Marco Bonucci è il giudice; Lorenzo Vanni è Agostino Tassi; Abdallah Ateeya è il musico) rievoca, portandoli sul palco, gli uomini che l'hanno fatta soffrire, in primis il suo stupratore e in seconda battuta, ma forse in maniera ancora più angosciosa proprio perché imperdonabile visto il rapporto di sangue, il genitore che, questa la sua accusa, denuncia e accusa chi ha abusato della figlia solo per un contenzioso di merce e quadri sottratti mettendo ancor più alla gogna la dignità della ragazza (siamo agli inizi del 1600 e la ragazza promettente pittrice subisce violenza quando di anni ne ha diciotto).

Il-viaggio-di-Artemisia_prima-nazionale_6-marzo.jpgArtemisia (prossima replica il 12 marzo all'Affratellamento di Firenze) rimprovera il padre di averla lasciata sola, in qualche modo abbandonata, in questa battaglia, inscenata non tanto per l'onore della figlia ma quanto per quello del casato paterno, del cognome. Infatti dopo il processo, Orazio Gentileschi e il Tassi continueranno a frequentarsi, collaborare e lavorare insieme, e questo Artemisia proprio non lo può digerire. Artemisia rimane un'anima in pena, naufraga in questo mare di vessazioni, scombussolata, mai definitivamente emancipata né libera, ed è ancora una figura centrale, suo malgrado, del femminismo ante litteram, simbolo della violenza sulle donne in ogni epoca, ad ogni latitudine, emblema di un 8 marzo che troppo spesso si confonde con mimosa e spogliarellisti. Qui Artemisia (il progetto luci e video sono di Damiano Magliozzi) è descritta come progressista e votata e desiderosa di futuro, promotrice di un cambiamento culturale, di un avanzamento civile nei rapporti e nelle relazioni, sempre dubbiosa se le committenze che le arrivano sono in qualche modo riparatrici del torto subito o effettivamente riguardanti il suo talento.

Di scuola caravaggesca, Artemisia Gentileschi fu molto di più dello stupro subito; capolavori come Giuditta che decapita Oloferne o CleopatraArtemisia-Gentileschi-Giaele-e-Sisara-1620.-Museo-di-Belle-Arti-di-Budapest.jpg o ancora una Maddalena hanno fatto scuola e forse ricondurli a quell'evento negativo è riduttivo e limitativo. Nel testo poi il ruolo delle due levatrici che durante il processo constatarono e documentarono la situazione e le condizioni intime di Artemisia è stato sostituito con un uomo di chiesa lievemente grottesco. La Gentileschi che una volta lasciata Roma, per Firenze, Napoli e Londra, firmerà i propri lavori con Lomi, il cognome della madre, per interrompere i rapporti anche simbolici con il padre-padrone. Più che lo stupro il cardine di questo “Il viaggio di Artemisia” è l'interrogarsi sul mondo maschilista e sulla negazione del talento delle donne, sempre messe in un angolo, nell'ombra. Nelle “Vite” del Vasari infatti non è presente nemmeno una donna. Un tema ancora, purtroppo, attuale riacceso dal recente #metoo capitanato da Asia Argento. La tesi della Presciuttini e di Borghi è la costante, perenne ricerca di vendetta da parte della Gentileschi in tutta la sua vita e in tutta la sua opera, mentre nella realtà dei fatti le vittime vengono punite due volte, dai delinquenti e dall'opinione pubblica. Nell'incontro-incrocio tra l'arte e la biografia però sembra che l'artista, nel finale, abbia trovato pace e serenità; il suo monito-consiglio: “Nella vita e nella pittura resterà soltanto la luce”.

Tommaso Chimenti 10/03/2019

BOLOGNA – Del Teatrino Giullare abbiamo sempre apprezzato lo stile artigianale, le idee feconde, le ombre fervide, le costruzioni di giochi scenici illuminanti e disarmanti nell'incastro obliquo tra attori e manichini fino a perdersi gli uni negli altri, fino a scambiarsi e confondersi, in quel sottile filo di fondo giocoso e inquietante che faceva delle loro messinscene parentesi cult originali nella drammaturgia italiana contemporanea. Fin dall'esplosivo ed eccezionale, e ancora ricordato e menzionato nei foyer, “Finale di partita” da Beckett, una partitura ritmata e ridotta, che la esaltava, su una scacchiera, passando per “Alla meta” di Bernhard o l'oscuro pinteriano “La stanza” (mentre “Le amanti” della Jelinek e “Coco” ci lasciarono dubbiosi), il duo Giullare (da Sasso Marconi) hanno costruito uno stile riconoscibile, incarnando una cifra solida personale. L'attesa per questo “Menelao”, testo (fragile e non convincente) di Davide Carnevali e produzione Ert Fondazione, era tanta, spettacolo inserito anche nel prossimo festival “Vie”. L'ironia però, possiamo dirlo, non è per loro il miglior terreno di battaglia sul quale argomentare, muoversi, lasciar correre le loro visioni, le loro ombre, la loro dimensione onirica.menelao_fb.jpg

Il progetto nasce e si dipana dalla domanda esistenziale centrale dell'uomo che ha tutto, appunto Menelao, fulgido, potente, vittorioso, amato da una donna bellissima, ricco, eppure insoddisfatto cronico, sente che gli manca qualcosa ma non sa decodificarla. “Ha tutto ed è infelice e non sa perché” e “Cerca di risolvere un problema che non esiste” ed è proprio il non aver più niente da prendere e conquistare che lo prosciuga, lo azzera, lo svuota, senza più orizzonti né obbiettivi da raggiungere, è un corpo che non freme più, corazza senza un'anima che gli vibri dentro. Se l'incipit è altamente interessante e lascia aperte finestre e lancia possibilità, riflessioni filosofiche e digressioni, non altrettanto si può dire sulla messinscena che da un lato prevede manichini e pupazzi di dimensioni mignon e in questo lo spazio (il ridotto dell'Arena del Sole) non aiuta affatto: siamo troppo lontani per apprezzarne movimenti e sfumature e tutto si perde in un indistinto fondale; dall'altro le vocine infantili che accompagnano i personaggi, quasi da teatro ragazzi didascalico e sottolineante, ci allontanano dalla dimensione mitologica e ovattata e da quell'attacco così poderoso, energico, tragico.

Il MENELAO-765x510.jpgconflitto senza soluzione tra la domanda perno e quello che avviene successivamente sulla scena è palese con inutili inserti contemporanei, il telefono, i giornali, l'analista, la pistola, che ci portano altrove o con un linguaggio che strizza l'occhio al gergo giovanile di strada con svariate interlocuzioni slang volgari che stonano, ridicolizzano i personaggi facendone banali e buffe macchiette da beffa, da risatina sottobanco semiseria. Tre i piani che si sovrappongono, tre i palchi accatastatimg_0872-e1549097350550.jpg piramidali: la testa di Zeus (sembra la bocca della verità) dalla quale esce l'Idea-carillon, quello centrale con i burattini, e la teca sottostante, camera da letto-bara dove Menelao si ritrova con Elena scivolando in un dialogo-match battutistico alla Sandra e Raimondo desolante che solletica la pancia ma lascia assenti e svuotati. Ecco, si può dire che questo “Menelao” cerca più la risata facile che il senso ultimo, è più propenso e concentrato nel voler divertire ad ogni costo, senza riuscirci, e con ogni mezzo scontato, che a perseguire l'essenza profonda del canovaccio iniziale lavico. Ottimi i giochi di luce che però non risollevano il torpore acido e la delusione amara che sa di involuzione. Beckett, Bernhard e Pinter si confacevano maggiormente alle loro dinamiche, alla loro ricerca intima, a tutto quell'immaginario che riescono a creare, a materializzare che qui, purtroppo, esce schiacciato e compromesso, da una scrittura penalizzante, da un “contemporaneo” stucchevole che affossa e appesantisce. Ne usciamo perplessi.

Tommaso Chimenti 20/02/2019

BOLOGNA – “La cosa più pericolosa da fare è rimanere immobili” (William Burroughs).

“La vita è come andare in bicicletta. Per mantenere l'equilibrio devi muoverti” (Albert Einstein).

Il rumore delle ruote che scivolano sui cilindri, rimanendo in perfetto equilibrio dinamico, è il metronomo che fa rima con il battito del cuore, sono le virgole a questo flusso di coscienza che non conoscearrigazzi pause, è il misuratore di fatica e sudore che scansiona l'aria, che rimette in circolo endorfine, è la cadenza dei passi sempre più affrettati dentro il bosco della nostra esistenza, dentro la conoscenza di noi stessi. “Tempi maturi” (prod. Casa degli Alfieri, visto al Teatro delle Moline dell'Ert Fondazione a Bologna) ha una grande scrittura alle spalle e un grande interprete sul palco. Palcoscenico in questo caso è un eufemismo: Emanuele Arrigazzi, ottimo attore (qui performer per un'ora di pedalata sostenuta senza flessioni né cedimenti), è stato anche un buon ciclista dilettante, le sue gambe tradiscono questa sua prima passione, il quadricipite e il vasto mediale non mentono, gonfi, pompano, spingono senza sosta verso un traguardo che si sposta sempre un po' più in là, ad ogni passo.

E' una corsa contro se stessi quella di Arrigazzi (corpose e piene le ombre create sul muro che sembrano altri sé che corrono al suo fianco, superandosi; le luci sono di Fabrizio Visconti) nei panni di un attore-ciclista che ha affrontato la vita per vincerla, per batterla, per combatterla, ma in fondo, e lui lo sa, non ha spinto fino al limite, non ha raschiato il barile, poteva dare di più e l'insoddisfazione, la frustrazione, il malessere deriva anche da questo, da quel quasi, dai tanti forse, dalla mancanza di decisione nei momenti che contavano come uno sprinter in volata sul traguardo.

arrigazzi2Come ne “La Maratona di NY” di Edoardo Erba, dove lì i due protagonisti corrono su un tapis roulant, come ne “Le regola del giuoco del tennis” di Mario Gelardi lo sport è il sottofondo, è l'azione mantra che mordicchia senza essere protagonista, è contesto e pretesto, cornice dentro la quale muoversi in gesti ripetitivi che creano un tappeto dentro il quale accordarsi, accomodarsi scomodi, movimenti che ritornano, che incantano, che trattengono.

La bicicletta qui (grande lo sforzo fisico e la precisione, la dedizione e l'impegno di Arrigazzi) è sia compagno che aguzzino, sia confidente che avvoltoio, amico e sanguisuga che gli toglie le energie migliori. La bicicletta ha l'unica catena che ti rende libero. E' uno spettacolo non tanto sul ciclismo, nemmeno sullo sport, ma è un monologo sulla necessità di fare fatica, fatica come azione quotidiana per ripulirsi dai pensieri, fatica dosata per reggere meglio l'urto con l'oggi, fatica per essere più forti e più stanchi, più pronti e più tenaci. Ipnotizzano i raggi delle ruote che corrono come scorre il tempo sulle nostre rughe. Che poi i tempi non sono mai maturi oppure lo sono quando noi decidiamo di mettere un punto e cominciare a far sì che lo siano realmente invece di trascinarci tra mancate aspirazioni, cocenti delusioni, ambizioni fallite, chili di alibi, sensi di colpa senza prendersi le giuste responsabilità. Siamo noi stessi i primi grandi nostri nemici, ci freniamo, ci mettiamo i bastoni tra le ruote (appunto), ci fermiamo, ci facciamo paura.

“Tempi maturi” ci parla del cambiamento (dall'essere figlio a mettere al mondo un figlio, ad esempio), dei momenti di passaggio che vanno colti come papaveri di campo, di quegli attimi che è importantearrigazzi3 segnalare e selezionare, sottolineare e salvare nella nostra memoria, di tutti quegli scarti dove si percepisce chiaramente che gli ingranaggi hanno scattato all'unisono, di tutti quei crack che dentro di noi prima ci rompono per ricomporci più consapevoli. Ed il testo (scritto con abilità e cura, scelta delle parole e attenzione da Allegra de Mandato) è maschile e mascolino, muscolare e diretto che pare vergato da un uomo e allo stesso tempo presenta quella sensibilità delle cose perdute, dei margini sfuggiti, della non messa a fuoco, dell'impossibilità, della manchevolezza.

Mentre il protagonista corre, ininterrottamente in questo equilibrio precario, nel flusso del racconto di Arrigazzi (attore di razza, sempre concentrato e coriaceo ma anche permeabile alle emozioni che passano dalle parole sudate alle ruote e da queste al nostro ascolto sempre più partecipato: siamo tutti in bici con lui, tifiamo per lui, il nostro antieroe) si inseriscono dei piccoli sottocapitoli, capoversi illuminanti dove è percepibile il cambio di registro, la crescita dell'uomo anche grazie alle sconfitte, sempre mal digerite, alle cadute, mai accettate, ai lutti: si passa dai “Tempi Felici” di un passato recente, e ci sovvengono i giorni di Beckett, che diventano “Tempi Duri”, ci si impantana nei “Tempi Fermi” si arrigazzi4crede che i “Tempi stanno per cambiare”, si passa dagli agognati “Tempi di Guadagni” ai “Tempi Superficiali”, si incrociano i “Tempi d'attesa” pensando che siano ancora “Tempi Acerbi”, ed ancora i “Tempi Difficili” che lasciano il posto ai “Tempi di Confusione”, fin quando, finalmente, i “Tempi sono Maturi”. In questa grande galoppata, in questa cavalcata su quest'asfalto virtuale, passando dal lavoro dell'attore, gli amori leggeri, le piccole grandi prove che la vita ci pone davanti, la bicicletta (potremmo sostituirla con lo sport, la fatica, che è comunque prendersi cura, volersi bene, non lasciarsi scivolare nel torpore dell'oblio, dell'indifferenza) c'è sempre, come confronto con gli altri, termine di paragone, droga sana, palliativo, esigenza, tormento, necessità. Lo sport ti dice chi sei e a che punto sei, ti dice che se hai fatto molto non hai ancora fatto niente perché domani si ricomincia, ti dice che se molli non perdi contro gli altri ma perdi il rispetto di te stesso, ti dice che vincere o perdere vale ma vale di più dare tutto e sentirsi beatamente stanco e soddisfatto perché hai fatto il massimo. “Tempi maturi” è una dose di coraggio, è una spinta a non abbattersi, è un incentivo a pedalare anche quando non ce la fai più, anche quando, soprattutto, la salita si fa più ripida. I tempi sono maturi per vincersi, per battersi, per respirare: commovente.

Tommaso Chimenti 13/02/2019

FIRENZE – “Accendi un sogno e lascialo bruciare in te” (William Shakespeare).

Cenere siamo e alla cenere torneremo. Ma anche sotto la cenere cova il fuoco. Viene dalla fredda e gelata Norvegia (dove c'è il ghiaccio sta anche la fiamma per potersi riscaldare) questa pièce, “Ceneri”, questo incastro tra burattini, prima in miniatura e poi a grandezza naturale, e la sfera attoriale, questo incrocio tra la marionetta che prende vita e sembra umana e l'uomo che con essa si confronta, parla, interagisce, perdendo entrambi le proprie sembianze originali. Molto interessante il plot (i direttori del Teatro di Rifredi, Mordini e Savelli, li hanno visti ed apprezzati ad Avignone) con due famiglie, due storie parallele, due narrazioni di padre e figlio che si rincorrono, si aggrovigliano fino a tendere l'una nell'altra, fino a guardarsi allo specchio. Due i punti di vista: il pupazzo, mosso nell'ombra da mani veloci e buie tanto da scomparire allo sguardo, e lo scrittore che descrive la scena. Come essere catapultati in una sorta di “Sei personaggi”, al sapore di Ibsen o al gusto di Munch, dove l'autore vivifica e materializza le sue parole e crea le figure che ha appena descritto con l'inchiostro nelle sue pagine.Ceneri©Kristin_Aafløy_Opdan_02_rifredi.jpg

Il conflitto generazionale è il perno sul quale ruota questa doppia vicenda: da una parte la storia di un ragazzo piromane che incendiava case e fattorie, cascine e fienili nel 1978 nel Paese scandinavo (è stato anche pubblicato il romanzo “Prima del fuoco” di Gaute Heivoll, su quegli accadimenti realmente avvenuti, e dal quale è stato tratto il lungometraggio “Pyromaniac”) figlio di un pompiere (la mente vola subito al draghetto Grisù che invece che incendiare voleva fare il vigile del fuoco o a “Fahrenheit 451” da Bradbury passando per Truffaut), dall'altra lo scrittore, con il suo pc sul boccascena, che cozza con il padre rude e ruvido cacciatore di alci. Lo scrittore è nato proprio nei mesi nei quali si svolgevano i fatti e questo (ci pare un po' poco il nesso e il legame non regge molto) sembra unire in qualche modo la sua esistenza indissolubilmente al piromane.

Al Teatro di Rifredi (scopritori di teatro internazionale d'alta qualità) abbiamo avuto modo negli anni di assistere a meravigliosi spettacoli senza parole che esplodeva di senso in perfetto equilibrio tra una grande maestria teatrale e artigianale immersi in contenuti profondi; pensiamo alla Familie Floz o ai Kulunka. Certo in quel caso erano le maschere le protagoniste a differenza dei burattini di questo “Ceneri”. Manca qualcosa, la storia è debole, forse un fuoco di fondo, quel quid che poteva legare esponenzialmente le due famiglie, le due infelicità dei figli e la loro protesta nei confronti del padre, il primo che incendia e distrugge contro il genitore che bagna e seda la scintilla, il secondo tentando di elevarsi e cercare soddisfazione in un lavoro di concetto e intellettuale sconfessando il machismo patriarcale. Ma il parallelismo non tiene, dopo un po' si scioglie e si sfalda, l'amalgama non regge, il collante mostra le crepe. E' molto forzato, o non è spiegato a sufficienza, o mancano degli anelli di congiunzione. “I roghi non illuminano le tenebre” (Stanislaw Jerzy Lec).

La ffanchon_bilbille_.jpg__454x266_q95_crop_upscale.jpgigura del piromane (a grandezza naturale ricorda molto l'autoritratto di Van Gogh) si amplifica e diventa ora la coscienza, ora il Grillo Parlante adesso un Lucignolo nei confronti dello scrittore in un dialogo continuo tra se stesso e le sue paure, timori, angosce, dubbi, incubi (il lupo gigantesco che s'issa alle sue spalle). Semmai possiamo trovare un punto di congiunzione tra i due figli tentando di elaborare la psicologia di fondo che li muove: la vendetta, il senso di ribellione, l'opposizione che nel primo caso diventa distruttrice e nella seconda invece si fa positiva e promotrice. Ma entrambi vogliono affermazione e richiedono attenzione, vogliono battere i genitori, il primo sfidandolo sul suo terreno, pungendolo nell'orgoglio, il secondo provando a riuscire in un mestiere agli antipodi del padre. “Non si può asciugare l’acqua con l’acqua, non si può spegnere il fuoco con il fuoco, quindi non si può combattere il male con il male” (Lev Tolstoj).

C'è una guerriglia sotterranea, il primo la affronta direttamente, il secondo cercando una strada diversa. Tutti e due cercano consenso: lo scrittore attraverso l'egoticità e l'autorefenzialità del proprio nome sul volume stampato, il piromane attraverso le fiamme che lo ergono a deus ex machina, a fautore di luce, a creatore di distruzione e morte, quasi il Dio del Vecchio Testamento. La marionetta diventa l'alter ego del letterato, la sua parte più buia e più cattiva, in un trasfert junghiano che ha il sapore di Psycho. Qui i pupazzi si fanno a grandezza naturale come le loro fattezze incredibilmente vicine, e scambiabili, con quelle umane. Ma non basta a far scattare la fiammella. Si sente che l'ingranaggio non è stato reso così comprensibile.

“Dentro di noi abbiamo un lupo buono e un lupo cattivo. Tra i due vincerà quello che nutrirai di più” (Motto Cherokee).

Tommaso Chimenti 10/02/2019

PISA – “Povera patria schiacciata dagli abusi del potere di gente infame che non sa cos'è il pudore, si credono potenti e gli va bene quello che fanno e tutto gli appartiene” (Franco Battiato, “Povera Patria”).

“La notizia è quella cosa che qualcuno, da qualche parte, non vuole sia pubblicata. Tutto il resto è pubblicità” (Lord Northcliff).

Purtroppo vanno fatti anche i conti macabri: negli ultimi dieci anni una stima dice che sono stati uccisi nel mondo 702 giornalisti e 348 sono in carcere. Abbiamo ancora negli occhi il nostro Giulio Regeni, ucciso per le sue inchieste sui sindacati egiziani, la strage nella redazione di Charlie Hebdo a Parigi o la giornalista maltese Daphne Caruana Galizia fatta saltare insieme alla sua macchina per i suoi articoli o Anna Politkovskaja, la giornalista russa freddata per le sue inchieste sulla Cecenia, o del recente caso di Jamal Khashoggi. Senza scordare gli indimenticati Ilaria AlpiGiancarlo Siani, Mauro4.csilvia lelli 211117 0498 Rostagno, Peppino Impastato, Pippo Fava, Mino Pecorelli e chissà quanti altri. Per non parlare della scorta a Roberto Saviano o quella, appena tolta (che scelleratezza!), a Sandro Ruotolo. Ma oggi ci sono altri 19 colleghi sottoposti a dispositivi di protezione mentre sono 167 le misure di vigilanza adottate a tutela di rappresentanti degli organi di informazione e sono stati 90 gli episodi di intimidazione registrati nel 2017 (fonte giornalistitalia.it). Insomma fare il giornalista era e resta, a qualsiasi latitudine, un mestiere pericoloso. “Se la libertà di stampa significa qualcosa, significa il diritto di dire alla gente ciò che non vuol sentirsi dire” (George Orwell).

E il “Va Pensiero” (prod. ERT fondazione e Ravenna Teatro) del Teatro delle Albe (spettacolo che si incastona nella recente presa di posizione e di teatro di denuncia della ditta Martinelli-Montanari da “Pantani” passando per “Vita agli arresti di Aung San Suu Kyi”; abbiamo amato maggiormente i loro “Sterminio”, “Stranieri” o “I Polacchi”, “detto Moliere” e ancora “Rumore di acque”) prende le mosse, nel titolo, dai nostalgici versi “Oh mia patria sì bella e perduta”. E' una vicenda piccola e semplice, di provincia e di periferia, che però ha riacceso, a livello nazionale, i riflettori sulle mafie che fanno affari nei centri del Nord e che, per pigrizia, per quieto vivere e noncuranza, non vengono non solo debellati ma nemmeno curati fino a che il territorio ne risulta corrotto, marcio fin nelle fondamenta. E' la storia vera di un piccolo grande uomo, Donato Ungaro (presente alla replica pisana al Teatro Verdi diretto da Silvano Patacca) che di mestiere faceva il vigile urbano ma svolgeva anche, con puntigliosità e meticolosità, quello del reporter. La sua è una storia (in quindici anni ha vinto cinque processi, lo hanno licenziato, ha dovuto cambiare domicilio, adesso guida i bus, ha ricevuto e riceve tutt'oggi minacce di morte come in passato buste con proiettili) piccola ma dimostra come anche un solo uomo, se retto e con la schiena dritta, con la sua onestà intellettuale e senza piegarsi di fronte ai poteri forti, possa cambiare il corso delle cose, possa far emergere quelle verità nascoste che fa comodo, a tutti, tenere sotto il tappeto. “Un vero giornalista non deve niente a chi governa il suo paese. Egli deve tutto al suo Paese” (Vermont Royster).

ED img12345063Il vigile urbano Ungaro (la dote fondamentale di ogni giornalista dovrebbe essere quella di essere vigile) con i suoi articoli ha denunciato il sistema malavitoso a Brescello, comune poi sciolto per mafia, e gli interessi tra amministrazione e clan della ndrangheta che facevano accordi e affari, chiedevano il pizzo, cambiavano a piacimento i piani regolatori, costruivano case abusive, interravano rifiuti tossici, o volevano costruire centrali elettriche. Un solo uomo (lasciato solo; per fortuna può ancora raccontare le sue vicende, è molto attivo soprattutto nelle scuole) con la sua curiosità, fermezza e taccuino (“La penna è più potente della spada”) ha smascherato le collusioni tra politica e mafie, grazie alle sue scoperte ha fatto aprire processi, alle quali sono seguite condanne svelando quello che forse era sotto gli occhi di tutti (nella piece gli abitanti di Brescello, il paese reggiano dove si svolgevano le vicende di Peppone e Don Camillo sono ossessionati e danno la caccia alle nutrie, l'unica vera reale minaccia per loro) ma talmente abbagliante da risultare, ormai, normali. La scusa più semplice è che “le cose ormai vanno così”, si volge la faccia da un'altra parte facendo finta di non aver visto, non aver sentito. “Il nostro ruolo non è quello di essere per o contro; è di girare la penna nella piaga” (Albert Londres).

Storia vera e interessante e quindi un grande plauso alle Albe e al regista Marco Martinelli che l'ha fatta sua e portata alla luce, donandole quellaMarco Martinelli visibilità utile per salvare gli avvenimenti dall'oblio e il suo protagonista. Donato Ungaro è a tutti gli effetti un eroe del nostro tempo (seguite il suo blog donatoungaro.it). Per quanto riguarda la messinscena invece se da una parte i quadri soffrono di troppo realismo, togliendo il necessario filtro dell'artificio teatrale essenziale su un palcoscenico, facendocelo assomigliare ad una serie di eventi concatenati, descritti e riportati ai quali manca quella sana dose di finzione scenica. Il “teatro” si sente e arriva, nel secondo tempo, con il pulsante e toccante monologo di Ermanna Montanari (anche quest'anno maxresdefaultPremio Ubu) e negli innesti del coro che appare e sparisce in dissolvenza sul fondale (in ogni città un coro del territorio), per il resto appare più come una soap non aiutata dalle sottolineature e didascalie delle varie stanze-location dove le azioni si svolgono: l'ufficio del sindaco, la gelateria chiusa per mafia, lo studio dell'avvocato, i bagni dell'autogrill, che rendono la narrazione poco fluida, molto cadenzata, sicuramente temporalmente troppo estesa (tra gli attori segnaliamo l'efficace Ernesto Orrico nella parte del capo clan Dragone). Spettacolo non perfettamente riuscito però necessario e altamente politico che rincuora e rinfranca come le parole commosse finali di uno schivo Donato Ungaro: “Ho fatto solo il mio dovere”.

“Non ho paura delle parole dei violenti ma del silenzi degli onesti” (Don Puglisi).

“Il compito di un dottore è guarire i pazienti, il compito di un cantante è cantare. L’unico dovere di un giornalista è scrivere quello che vede”. (Anna Politkovskaja).

Tommaso Chimenti 04/02/2019

MILANO – “Le azioni erano mostruose, ma chi le fece era pressoché normale, né demoniaco né mostruoso.” (Hannah Arendt).
Il fumo del sigaro produce spesse e compatte volute nebbiose dove perdersi, dove nascondersi. Nel fumo si possono celare le reali intenzioni, il passato non così esplicito e lampante, le convinzioni vacillanti. E' una partita a scacchi quella che si gioca, furiosamente e dialetticamente, all'interno di questo negozio (ricorda quelli descritti da Philip Roth per rimanere in tema ebraico) tra “Il venditore di sigari” (produzione Manifatture Teatrali Milanesi) e un compratore, il cliente abituale e abitudinario. Potrebbero essere le due figure losche tratteggiate da Koltes in “Nella solitudine dei campi di cotone” anche se qui manca la pericolosità e l'erotismo ma vive e pulsa la macchinazione e l'artificio come la menzogna. Siamo nel '47 e se nella prima parte sembra di stare di fronte ad un tedesco e teatro.it-il-venditore-di-sigari.jpgad un ebreo con l'avanzare delle battute, secche e dure quelle dell'ebreo vittima, accondiscendenti quelle del “teutonico” che ha riconosciuto le sue colpe, si capisce di essere davanti a due differenti modi di intendere l'ebraismo, maniere diverse di affrontare e sopportare il peso della propria stirpe e del proprio pesante passato recente. Siamo di fronte, in una battaglia all'ultima battuta, in uno scontro all'ennesima spiegazione, ad un ebreo che durante le deportazioni era fuggito ed aveva riparato negli Stati Uniti e che è pronto l'indomani per lasciare la Germania e trasferirsi definitivamente in Terra Santa, e ad un ebreo tedesco che durante la Seconda Guerra Mondiale era arruolato con l'esercito di Hitler perpetrando atrocità anche sui propri simili.

La miccia del cerino, e l'odore sulfureo mefistofelico che si spande nell'aria, si infiamma come le accuse e le condanne che i due (Gaetano Callegaro e Francesco Paolo Cosenza, attori esperti e di peso, voci profonde radiofoniche e presenze solide) si scambiano in questo ping pong forsennato di lunghi colpi e di quadri ad effetto che ribaltano le nozioni precedentemente acquisite. Come in un duello da Far West fioccano le critiche e le incriminazioni: ognuno dei due non vede nell'altro il miglior modo di essere ebreo. Carnefice e vittima, boia e vessato si interscambiano, a specchio si frappongono, si sfidano nell'eterna lotta tra oppresso e oppressore. Il testo di Amos Kamil (in Italia messo in scena dal 2010 dal capace regista Alberto Oliva, le efficaci alberto-oliva.jpgscene di cassetti e scheletri nell'armadio a scomparsa sono di Francesca Pedrotti) non ci mette tanto davanti alla questione ebraica nel senso classico dell'Olocausto ma pone più che altro l'interrogativo sull'identità e sul chi siamo e se quello che ci accade attorno muti e trasformi la percezione che noi stessi abbiamo, ovvero se l'identità sia un dato immutabile per nascita e crescita o può crescere e modificarsi, essere cangiante e non precostituita e scolpita e tatuata. L'identità è il dna o il percorso che scegliamo o che siamo riusciti, consapevolmente o meno, a portare a termine?

Ognuno ha la sua storia” si ripetono l'un l'altro non tanto a giustificarsi a vicenda quanto a sottolineare che la verità e la ragione non abita da una sola parte e che la Storia con la esse maiuscola altro non è che l'insieme di piccole, infinitesimali, minime storie personali con la minuscola. Si provocano e si stanano, si annusano, si maledicono e si rispettano odiandosi. Forse sono soltanto colpevoli entrambi, l'uno ha fatto finta di niente ed è stato a guardare senza prendere posizione, senza morire per la causa, l'altro ha salvato solo se stesso fuggendo dalle barbarie. Nessuno dei due, in fondo, ha vissuto come un vero ebreo. Oppure, questo il secondo quesito che ci pone sotto la sua lente d'ingrandimento l'autore Kamil, è l'esterno che connota l'interno, ovvero, in questo caso, sono state le leggi razziali prima e i campi fb724689fdf591b9982252b66ec91f1d_L.jpgdi concentramento poi a determinare l'essere ebreo. Certamente il nazismo ha paradossalmente rafforzato l'ebraismo, l'odio crea sempre una compattezza d'intenti e moltiplica le energie e gli sforzi, e sicuramente ha accelerato il processo di creazione dello Stato Ebraico, chiamato Israele. I due, divisi dalla fiammella, che ricorda le vittime, e separati dalla coltre di fumo che ingloba le loro coscienze, sono due facce della stessa medaglia, racchiusi in questo sogno-incubo, in questa gabbia mentale che non li lascia sereni e non li abbandona nemmeno adesso che la Guerra è finita. Ma la guerra, dentro di loro, infuria più forte di prima, perché i sensi di colpa galoppano, perché, a differenza dei loro conoscenti e familiari, si sono salvati.

Tommaso Chimenti 28/01/2019

MILANO – E' recente la notizia di una rivalutazione e rivisitazione delle fino a poco tempo fa obsolete cassette musicali. Dopo la riesumazione dello scomparso vinile adesso è l'ora di cassette, da girare con un lapis o una penna quando il nastro fuoriusciva, e dei mangianastri. La cassetta, con i suoi tasti play o rev, è l'oggetto feticcio (come nel beckettiano “L'ultimo nastro di Krapp”), lo spartiacque e l'apriscatole di “Letizia Forever” (prod. ACTI – Teatri Indipendenti Torino, Teatrino Controverso e T22; visto al Teatro Libero di Milano all'interno della rassegna Palco Off – Storie di Sicilia, diretta da Francesca Vitale), da quattro anni in giro e oltre 120 repliche in tutta Italia (longevità sintomo di qualità, durata che significa potenza della scrittura quanto dell'interpretazione), testo a forte componente siciliana ma ampliabile ad un universo di frustrazione e disperazione comune a qualsiasi latitudine. Questa Letizia, nel suo abitino misero a pois che fanno rima con i pallini della luce stroboscopica che le zampillano intorno, parla la lingua sporca e sgrammaticata messa a punto da Rosario Palazzolo, regista, attore di teatro e al cinema (sarà nella prossima pellicola di Marco Bellocchio), scrittore di prosa, drammaturgo palermitano che ha affondato le mani e affinato questa terminologia che ha nell'onomatopeico come nell'erroneo, nel grossolano come nella sintassi sconclusionata quel che di tenerezza e ingenuità fanciullesca che accolgono, avvicinano, abbracciano.whatsapp-image-2018-03-08-at-18-33-02-1-600x336.jpeg

Dicevamo le cassette, anzi questa playlist di “genere d'amore italiano”, che fa da sottofondo ma ha anche una forte valenza drammaturgica perché accompagna e sottolinea i vari momenti di questa “intervista” che intervista poi non è. Il personaggio Letizia è un Giano bifronte, interpretato non semplicemente en travestì ma da un uomo corpulento ma anche con una grande, lunga e profonda barba. Di uomini che a teatro hanno impersonato donne ne sono pieni i palcoscenici, da Franco Scaldati a Emma Dante, da Saverio La Ruina alle Nina's Drag Queens, da Paolo Poli o Filippo Timi fino ad Annibale Ruccello ma in questo caso la vista e l'estetica cozzano e confliggono talmente tanto con il significato intrinseco di cui è portatore che, paradossalmente, Salvatore Nocera (frontman del gruppo musicale di Caltanissetta Pupi di Sùrfaro) risulta altamente credibile per la forza compressa espressa nel suo phisique du role da rugbista, per questa leggerezza mista a rassegnazione, per questa dolcezza mischiata alla speranza marcita, per quei piccoli docili gesti che ne tratteggiano l'interiorità violata e la carne percossa di privazioni.

Sulla sua sedia, che è divenuta il suo trono fragile, ogni giorno Letizia è costretta a ritornare sui passi che l'hanno condotta lì, è forzata nel ricordare i dettagli delle sue azioni, a spiegare nuovamente ciò che ha già detto (quel “forever” del titolo che magicamente ci riporta a “Mary per sempre” per assonanze linguistiche regionali e ambientali), a tirare fuori gli scheletri dall'armadio. Tutto questo le fa un male cane, le procura lacerazioni indicibili che possono essere alleviate soltanto con la musica, la colonna sonora dei “fabulosi anni '80”,Salvatore-Nocera-in-Letizia-Forever-di-Rosario-Palazzolo.jpg decade spensierata che finisce con l'ingresso nell'età adulta, prima la fuitina a Milano, poi la vita coniugale, monotona, ripetitiva, senza amore, senza passione, senza gioia, senza alcun gesto di vicinanza, indulgenza, solidarietà, costellata di silenzi, di assenze, di vuoti. E il testo è anche infarcito di piccoli segnali per una sorta di “caccia al tesoro” con il pubblico, con il quale Letizia dialoga nel suo monologo in cerca di comprensione: il suo nome è proprio il contrario di ciò che ha vissuto, l'evento scatenante che connota la sua situazione attuale è avvenuto il 9 marzo, appunto il giorno dopo l'abusata Festa della Donna, il marito si chiama Salvatore, di nome ma non di fatto visto che non è riuscito né a salvare se stesso né tanto meno Letizia dalla miseria, dalla povertà, dall'aridità di prospettive, dalla tristezza infinita che li ha assaliti e divorati, così come la strada dove hanno abitato, “via dell'ortica”, che ci ricorda fastidiosi e pungenti pruriti.

La musica è l'unica cosa che allevia le sofferenze di questa donna che mai è stata libera, passando dalle frustrazioni di una famiglia tradizionale siciliana alle castrazioni di un marito anaffettivo, la musica è il grimaldello e piede di porco che alzano la botola del dolore e scoperchiano l'abisso, aprono il Vaso di Pandora di una memoria volontariamente messa a tacere e sepolta sotto il tappeto del tempo che non può tornare indietro. Come per magia però Viola Valentino e Pupo, Gianni Togni e Franco Simone, Giuni Russo e Nada così come Alberto Camerini e Alan Sorrenti riescono a riportarla ai rari momenti di spensieratezza, quando aveva davanti tutta la vita, quando era ragazza. Il trauma ha LETIZIA-FOREVER-FOTO-PER-RECENSIONE.jpgfermato il tempo, bloccandolo e congelandolo e Letizia è rimasta sospesa, attaccata con le unghie a quelle rime facili, a quelle strofe demodé, a quegli amori impossibili, a quei sentimenti totalizzanti e strazianti. Non si può non volerle bene, non si può non restare avvinghiati a questa donna piccola davanti alle “purcherie” di un mondo a matrice maschilista che non ha saputo mantenere le attese prospettate di “Sorrisi e Canzoni” (la sua bibbia) e le promesse patinate di “Grand Hotel” (il suo romanzo di formazione).

Letizia 44516086_10218298675124528_4281776669749936128_n.jpgè la vittima di questo sistema che l'ha usata e trattata come uno straccio insignificante, che l'ha resa marginale e abbandonata, che non le ha regalato niente di bello ma solo indifferenza. Anche adesso in questi istanti dove, come cavia da laboratorio, viene fatta confessare ogni giorno (ricorda il mito di Prometeo e l'aquila che gli mangia il fegato quotidianamente), istigata e obbligata da altri maschi oppressori che la deridono, la puniscono con un'inutile rievocazione del già ammesso. Palazzolo, come Scimone e Sframeli, come Ciprì e Maresco, come Moscato, riesce a ricreare scenicamente atmosfere di spazi angusti soffocanti nei quali esplodono l'asfissia degli affetti, l'anoressia dei sentimenti, l'afasia dei rapporti umani, il soffocamento della felicità, la claustrofobia dell'essere umano ormai annientato senza futuro. Un pungo al cuore e uno allo stomaco. Senza carezze.

Tommaso Chimenti 26/01/2019

BOLOGNA - “Per la ragione degli altri” fin dal titolo sembra posizionarsi e schierarsi e portarci sulla strada della morale accertata sociale che fa da muro e spartiacque verso gli atteggiamenti e le scelte personali. E ci fuorvia, ci manda fuori rotta. Perché, nella rivisitazione pirandelliana di Michele Di Giacomo e Riccardo Spagnulo, non si parla di rottura tra l'individuo e la società alla quale appartiene né, tanto meno, di famiglia, deriva e forzatura tra gli anacronismi del Nobel siciliano (ne è passata d'acqua sotto i ponti da quel 1895, anno di pubblicazione del testo) e i contemporanismi abbastanza discutibili. La trasposizione dei due autori (prod. Alchemico Tre e ATER, con il sostegno di ERT, visto in anteprima al Teatro delle Moline bolognese) ricrea un interno con tre televisori e altrettanti personaggi, asciugando il dramma familiare in un triangolo composto dal Marito (lo stesso Di Giacomo, sempre convincente, qui un filo remissivo) la Moglie e l'Amante.Per la ragioni degli altri foto 5.jpg

Molte infelicità messe sul piatto della bilancia, il Marito in grigio, la Moglie in bianco, l'Amante in rosso, rispettivamente l'appiattimento banale, la candidezza, il peccato. Tutto un po' stereotipato. Un matrimonio ormai finito o al limite fortemente compromesso per il tradimento dell'uomo, una Moglie sterile, il Marito che ha avuto, per debolezza più che per passione, per pietà più che per lussuria e appetiti sessuali, una figlia con una donna, l'Amante, che non ha mai amato. Il poveretto (lo salviamo, è travolto dagli eventi senza soluzione al rebus inestricabile) vorrebbe fare il romanziere ma la nascita della figlia, che sente più come una zavorra che come amore, lo costringe a riciclarsi come giornalista per un piccolo giornale di provincia. L'atmosfera è cupa e dannatamente pesante. Servono soldi per pagare casa e vitto all'Amante e alla figlia, la situazione con la Moglie è ai minimi storici.

PER LA RAGIONE DEGLI ALTRI.jpgPiù che altro è il dramma personale dell'Uomo contemporaneo, schiacciato, compresso tra più pulsioni e non in grado di soddisfare, soprattutto, le aspettative delle donne al suo fianco, non tanto per flebilità di polso e carattere, quanto per le condizioni che, al netto di insoddisfazione personale, precariato e post adolescenza diffusa e perpetrata, gli remano contro e lo naufragheggiano. Chiedersi, dopo questo spettacolo, che cos'è la famiglia, è fuori luogo. Non è la domanda giusta. Come portano su terreni impervi e scoscesi, soprattutto politicamente, le interviste (sembrano quelle pasoliniane sull'Amore) che ruotano attorno al concetto di Famiglia che sembrano essere state messe per confermare o consolidare la tesi conclusiva della piece (la deviazione Genitore 1 e Genitore 2?).

Se il testo ultracentenario pirandelliano non poteva, per i tempi nel quale è stato dato alla luce, tener conto della legge sull'aborto (alla quale poteva affidarsi l'Amante in altri momenti storici), sulla legge sul divorzio (della quale poteva approfittare la Moglie), dell'inseminazione artificiale (sempre la Moglie), dell'adozione (sempre la Moglie), del femminismo post anni '70 con un'altra consapevolezza e indipendenza, soprattutto economico-lavorativa, trovarcelo oggi come un emblema e un baluardo a favore delle coppie di fatto, delle unioni civili, dei matrimoni tra esponenti dello stesso sesso sembra quantomeno, come anticipato poc'anzi, forzato e tirato per i capelli. Non si avverte oggi tutto questo giudizio sociale “degli altri” in queste nostre attuali metropoli d'asfalto e indifferenza dove la morale, a volte purtroppo altre per fortuna, è una parola svuotata dai suoi significati. Qui forse, oltre al dramma del maschio contemporaneo, si sottolinea il potere, ovvero la possibilità di poter arrivare a soddisfare i propri bisogni attraverso il mercimonio: la Moglie infatti alla fine “comprerà” la bambina (che qui tutti trattano come una cosa da spostare e un oggetto sul quale far leva) che il marito ha avuto con l'Amante per ricreare quella Famiglia che non avevano potuto avere, causa la Natura matrigna.

Tutti e tre i personaggi sono perdonabili, sembrano con le spalle al muro, senza una reale scelta se non quella che alla fine prenderanno, senza vincitori né vinti. L'errore, la bambina, la pietra delloPer la ragione degli altri foto 1.jpg scandalo che non si può più nascondere, è l'ingranaggio che fa inceppare tutto il meccanismo borghese, il sistema di convenzioni (quale è inevitabilmente la Famiglia) ed è lo squilibrio che, paradossalmente, riaccende la miccia dell'unione, rinsaldando la Vera famiglia, i coniugi, e allontanando la scheggia impazzita, l'Amante, che aveva solo portato scompiglio e sconquasso nel loro menage. Interessante, ma non reale, Per la ragione degli altri foto 2.jpginvece la scelta registica di affidare il ruolo dell'Amante all'attrice meno avvenente e più matura delle due, uscendo così dallo stereotipo (ma confortato dalla pratica dell'oggi) dell'Amante che va a rimpiazzare la moglie anziana. Qui invece la Moglie sembra avere tutte le caratteristiche positive, bellezza, giovinezza, innamorata e soldi, mentre all'Amante non rimane che la miseria. Nello scontro-confronto il vincitore salta agli occhi dalla fase primordiale nell'impari lotta. Manca qualcosa, un gusto, un sapore, una ventata, una spolverata di realtà.

Tommaso Chimenti 27/12/2018

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