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FIRENZE – Facciamo un ripasso, un riepilogo. Che è sempre importante capire dove siamo per poi tracciare una linea sul futuro. Che cosa abbiamo visto, a teatro, in questo 2016 che va a concludersi che ci ha fatto sobbalzare dalla poltrona vellutata, che ci ha fatto rimanere incollati con gli occhi fissi sul palco, che ci ha fatto esclamare o respirare o applaudire come forsennati alla fine in un moto non di liberazione ma di gratitudine infinita per il tempo e l'arte che gli interpreti ci avevano regalato. L'elenco è, come deve essere, personale e parziale. Nessuna classifica. Questi sono i “miei” spettacoli di quest'anno che, al mondo del teatro, ha portato via principalmente Giorgio Albertazzi, Paolo Poli, Anna Marchesini e Dario Fo. Quelli in cui ho goduto e riso e mi sono commosso e ho detto alleluja.ChimentiCamera701
Cominciamo random, senza una scaletta cronologica. Accanto ad ogni spettacolo citato sarà presente il luogo, lo spazio, il teatro dove ho visto la piece. Li abbiamo visti in piccole rassegne o in giganteschi festival internazionali, la maggior parte in Italia, a Milano, Modena, Genova, Firenze, Messina, alcuni all'estero. Ecco la mia pattuglia, la mia ciurma, il mio esercito.

Non si può definire spettacolo muto “Murmel, murmel” (foto di copertina) dei tedeschi della Volksbuhne (Festival Gift, Tbilisi) perché dalle loro bocche esce ossessivamente un'unica parola, appunto quella che nel titolo appare due volte. Un grande incastro di paraventi, con precisione millimetrica, che scendono dall'alto o si chiudono dai lati, che danno l'effetto dello zoom di una macchina fotografica, portandoci, grazie ai costumi e alle musiche, nei favolosi anni '60 quando, per i protagonisti, oggi forse anziani, tutto era ancora possibile.
ChimentiGeppettoA che punto di svolta sia la drammaturgia dei Paesi dell'Est ce lo comunica, con piacere, “Camera 701” dell'autrice rumena Elise Wilk e visto per la regia di Ciro Masella (Intercity, Teatro della Limonaia, Sesto Fiorentino); il pubblico diventa voyeur spiando e sbirciando dentro questa room d'albergo dove si avvicendano persone, vite, futuri, perplessità, messe in gioco e in discussione. Come affrontare lo scottante tema dell'omogenitorialità che tanto recentemente ha fatto discutere ce lo spiega Tindaro Granata con il suo nuovo “Geppetto & Geppetto” (“Primavera dei Teatri”, Castrovillari), altra sua prova di maturità di scrittura, tutto giocato tra profondità di temi, senza dare niente per scontato né voler impartire nessuna verità o lezione, ma anche con ironia e leggerezza, che non guasta mai per far passare temi complessi.Chimentisanghenapule

Riuscire a trovare l'alternanza ideale e la sponda ad un campione della narrazione come Roberto Saviano non era facile ma in “Sanghenapule” (Piccolo Teatro, Milano) Mimmo Borrelli fa da contraltare perfetto con questa sua cifra classica che sempre si rinnova di sudore, corpo e parole che vengono da lontano, dal profondo, dal vulcano, dalle viscere per spiegare l'inspiegabilità di Napoli.
Da lontano arrivano anche le parole centenarie del “Minimacbeth” (Teatro di Buti, Pisa), la tragedia shakespeariana ma contratta, non accorciata né ridotta, ma ristretta come un caffè nerissimo e per questo ancora più potente. Marconcini e la ChimentiminimacbethDaddi, con la loro età, sulle spalle sono riusciti a dare ancora più umanità ai due regnanti usurpatori e più sostanza ai fantasmi che gli girano intorno.

C'è un qualcosa in più del teatrale, del metateatrale nel “Golem” (Teatro Vittorio Emanuele, Messina) della compagnia ingleseChimentiGolem 1927 dove convivono in un senso d'armonia, difficilmente trovata altrove, la musica dal vivo, le scene, i video, i filmati, come essere catapultati dentro un grande videogioco ed essere imbrigliati, come accade nella realtà con la grande illusione-paravento della libertà di scelta, nelle regole imposte da qualcun altro. Siamo noi i protagonisti passivi e rassegnati che si affidano al Golem per la risoluzione dei loro problemi, non capendo che delegare i propri diritti non ci rende più liberi ma più schiavi.
ChimentigiocatoriIn un interno napoletano, ma potremmo essere dovunque, quattro uomini (su tutti Enrico Ianniello e Tony Laudadio) attorno ad un tavolo, quattro “Giocatori” (Teatro Niccolini, Firenze) mettono sul piatto frustrazioni e fallimenti, scollamenti tra quello che avrebbero voluto essere e quello che sono diventati. Si sono giocati la vita e ora tentano l'ultimo colpo, gabbare la sorte, l'ultimo colpo di coda, meravigliosamente malinconico.ChimentiVania

Altra periferia, prima geografica e metropolitana poi dell'anima, per la trasposizione da Cechov all'hinterland milanese del “Vania” degli Oyes (Spazio Tertulliano, Milano) , una delle novità più illuminate dell'anno, un gruppo da tener d'occhio. Un impianto cupo, marginale dove l'insoddisfazione e la non realizzazione la fanno da padrona, con una cappa di melassa amara che tutto copre e avvolge, imprigionandoci.

ChimentiSantaEstasiIl progetto più complesso e articolato dell'anno è stato certamente “Santa Estasi” (Teatro delle Passioni, Modena) coordinato da Antonio Latella fresco neo direttore della Biennale Teatro di Venezia. Otto spettacoli (da vedere assolutamente in lunghissima maratona consecutivamente) di otto giovani drammaturghi, una ventina di attori under 30, alcuni veramente straordinari, per un impianto contemporaneo dal sapore antico, una grande maestria registica applicata al mestiere dell'attore in un connubio, in una miscela, in un tutto, finalmente, compiuto, essenziale, necessario.ChimentiOrfeo
Altro grande e impegnativo progetto è stato l'“Orfeo Rave” (Fiera, Genova) del Teatro della Tosse, che ha rappresentato una sorta di sollevazione e orgoglio genovese. Dieci repliche per cinquecento persone a sera, in uno spettacolo itinerante con oltre dieci location e spazi utilizzati all'interno dell'allora appena chiusa Fiera del Mare. Un viaggio tra i budelli della città, del Mito, di noi stessi, e una voce meravigliosa, quella di Michela Lucenti, da sentire, risentire e sentire ancora.

ChimentiScuolaNon può mancare uno spettacolo corale, e che, a prima vista, poteva sembrare sorpassato dagli eventi, triturato dall'acqua passata sotto i ponti in questi venti anni dalla sua prima uscita. E invece regge, e ancora molto bene, “La scuola” (Teatro Era, Pontedera), Silvio Orlando su tutti ma non solo, dove l'equilibrio tra un'ironia spassosa, e a volte irrefrenabile, e sentimenti e profondità e lezioni di cultura civile, è il nodo sottile che lega ogni scena in una calda atmosfera di vicinanza e umanità, di scontri e passioni, come sono quelle di vivere, di insegnare e di confrontarsi.ChimentiStraniero
Utile come non mai oggi rileggersi Camus, passando per i Cure. Ecco “Lo straniero” (Teatro Niccolini, Firenze) in forma di monologo con un gigantesco e strepitoso Fabrizio Gifuni che dà voce e corpo, fermo, impassibile, senza emozioni né reazioni al “nostro” antieroe con un'empatia, una sostanza, un'elettricità statica che tutto pervade e corrobora e frigge intorno.

ChimentiTennisUltime due segnalazioni per due piccoli, ma grandissimi, spettacoli: “Le regole del giuoco del tennis” (Teatro delle Spiagge, Firenze) nel quale Mario Gelardi del Teatro Sanità di Napoli ha saputo applicare allo sport, in questo caso a quello di racchette, palline e net, l'amicizia ma anche le convenzioni sociali legate sia alla sessualità che all'accettazione prima di sé e dopo da parte della società: messaggio semplice e potente.
Quante volte ci siamo ritrovati a pensare, la testa tra le mani oppure guardando un punto indefinito, lontano, nel nulla. Quante volte abbiamo letto Paperino che faceva ruminare i suoi pochi neuroni con il fumetto pannosoChimentiMumble sulla testa che diceva, silenziosamente, e mugugnava il suo “Mumble, mumble” (Teatro del Sale, Firenze). Le riflessioni di una vita, il mettersi a nudo e raccontarsi non è mai cosa da poco. Emanuele Salce si apre, con il suo fare sornione e sensibile, e ci porta dentro il suo rapporto con il padre naturale, il regista Luciano Salce, e il padre che lo aveva adottato, Vittorio Gassman. Nomi che mettono i brividi e che, in qualche modo, hanno “schiacciato” prima il bambino e poi il ragazzo divenuto attore per caso ma non per sbaglio. Perché dal palco alla platea riesce a far passare, con leggerezza e sobrietà e autoironia, tristezza e nostalgia, distacco e disincanto, ma anche bisogno d'affetto infinito. Mumble è più pensiero che ripensamento, è un momento necessario per andare avanti e voltare pagina, per vedere chiaramente il passato e potersi, liberandosi, immaginare il futuro. Come solo il teatro sa e può fare.

Tommaso Chimenti 23/12/2016

Nelle foto gli spettacoli nell'ordine in cui sono stati menzionati

LASTRA A SIGNA – Si può racchiudere un'epoca in un paio di canzoni contratte. I favolosi anni '60 forse lo sono stati guardandoli a posteriori con la lente ingiallita e seppiata del ricordo, del “come eravamo” di robertredfordiana memoria, della nostalgia dell'infanzia, dell'adolescenza, della gioventù. Secondo passaggio della trilogia “Dopo Salò” nella storia italica di Massimo Sgorbani, dopo la fine del fascismo di “Arcitaliani”, questo “Mille brividi d'amore”, mentre il prossimo che si concentrerà su gli anni '80-'90 con l'impossibilità di evitare Berlusconi e il berlusconismo, a cura del regista Gianfranco Pedullà (e del suo Teatro Popolare d'Arte), scelta coraggiosa produttivamente ma importante che segna un'inversione di tendenza da sottolineare, tener d'occhio, sostenere e plaudire.0brividi
Gli anni sessanta sono sia “Le Mille bolle blu” di Mina sia i “brividi d'amore” contenuti in “Guarda come dondolo” di Edoardo Vianello, la spensieratezza e la gazzosità di questi anni dove tutto era possibile, dove avevi il cielo in una stanza e conquistavi la Luna, dove finalmente potevi ballare non impostato o impomatato né imbalsamato con le gambe ad angolo quasi schiacciando con un piede quella sigaretta simbolo di America, di fumo, di mistero, di emancipazione, di vita adulta che adesso non ha più freni, non ha più il morso ed è libera di correre al galoppo verso il futuro, verso il progresso. I '60 sono un misto contraddittorio tra provincialismo estremo (i citati “Comizi d'amore” di Pasolini) e la voglia spasmodica di raggiungere le stelle (Tito Stagno che litiga su quel fatidico passo tra i crateri lunari con Ruggero Orlando).
Ma le parole di Sgorbani (qui più contenute rispetto al fiume incontrollabile del primo episodio) si aprono e si chiudono con due sciagure, due tragedie che ancora segnano il nostro immaginario, di coscienza civile, sociale, politica: il Vajont come ouverture, Piazza Fontana a chiosare. Morti su morti, fango su fango: “Sangue su sangue precipita senza rumore; sangue su sangue non macchia va subito via; sangue su sangue leggero precipita piano”, ci diceva De Gregori quando eravamo tutti comunisti.
Inevitabilmente la trasposizione risulta anche un riassunto filtrato (non abbiamo ben capito, e ci è rimasta indigesta, la parte sulla “mammificazione” dell'Italia, troppo visionaria) attraverso il pop, quello che è passato al nostro presente, soprattutto tramite le canzoni, le rime facili. Un frullato liofilizzato e centrifugato dove trovano sponde e alibi, partendo proprio da uno sposalizio di quelli evocati e intervistati da P.P.P., l'inaugurazione, da parte di Aldo Moro (si leva il grido festante: “Lunga vita a Moro”, e sappiamo com'è finita la giostra) dell'Autostrada del Sole, l'arrivo della corrente elettrica e la deriva del suo uso con gli elettroshock (come non vederci Alda 1brividiMerini?), l'Uomo sulla Luna, gli elettrodomestici a disposizione di ogni famiglia, le pubblicità, con una Minni pinocchiesca e un Paperino incursori, cifre che ritornano nei lavori di Sgorbani, dopotutto siamo il prodotto dei fumetti americani.
Un grande jingle che un coro intona, sottolinea, profonde, liscia, asfalta, purifica i cortei e gli scioperi come la situazione femminile, la chiusura delle case chiuse. E allora passano, feroci e gaudenti, “Datemi un martello” della sempre piena di sé Rita Pavone e “Brava” dell'ineguagliabile Mina, da “Bella, dolce, cara mammina” del miele Ambrosoli, passando per gli spot del Moplen o dello Stock 84, fino a “Volare” di Modugno, vero inno italiano. In questo coro composito citiamo Marco Natalucci, sempre in bilico tra la sconfitta e la salvezza, Roberto Caccavo, che ben si muove nella parodia come nella crudeltà (il suo ruolo sfocia nel terrorismo con l'icona della Beretta), Rosanna Gentili, che dà i giusti tempi ad un personaggio fragile sempre un po' dolce Dori Ghezzi, Gianfranco Quero, nel primo episodio un Mussolini perfetto, nel secondo padre padrone, forse pedofilo, che illumina il buio (dell'anima) con la sua bicicletta, mellifluo che non riusciamo pienamente a condannare. Gli anni '60 sono “caldi come un bacio che ho perduto, sono pieni di un amore che è passato”, gli anni '60 sono “il tempo dei giorni che passano pigri e lasciano in bocca il gusto del sale”, gli anni '60 sono “il mondo (che) gira nello spazio senza fine con gli amori appena nati, con gli amori già finiti”, gli anni '60 sono “il nostro disco che suona”, negli anni '60 “luglio si veste di novembre”, negli anni '60 se scrivevi “t'amo sulla sabbia il vento a poco a poco se lo portava via con sé”. Proprio come oggi.

Tommaso Chimenti 15/12/2016

FIRENZE – Marco Paolini costruisce le sue storie su una base documentaristica. Se vogliamo possiamo dire che, come in ogni inchiesta, prima deve necessariamente avvenire il fatto e in seconda battuta deve esserci qualcuno che la passa, che la comunica, che la amplifica. In qualche modo, prendiamo Ustica o il Vajont ad esempio, Marco Paolini è stato il grande architetto, su una base storica e certificata, di un immenso romanzo popolare che ha delineato la coscienza civile e morale del Paese su quegli argomenti. Più dei giornali, più dei filmati, più delle pellicole, l'immaginario condiviso nazionale è stato geometricamente curato dalle parole cadenzate, ironiche e tragiche (e l'ironia è fondamentale nell'incedere narrativo di Paolini per far risaltare palese il ridicolo, il viscido, lo squallore dell'uomo, del potere, della politica), di questo cantore moderno che non usa altro che il suo stare su un palcoscenico, il suo dare forma alle immagini attraverso le sue parole, semplici, chiare, nette, il suo portarti, il percorso che inscena e dipinge strada facendo.2paolinijpg
Stavolta il registro cambia linea; non più Paolini (che in questi giorni ha in uscita un film nel quale è protagonista “La pelle dell'orso” dove ci porta in un altro rapporto padre-figlio) si basa su un passato certo e reale, da spiegare e divulgare cercando di tirare le fila di un ragionamento (politico, nella sua accezione più alta) ma si spinge a schiudere il prossimo futuro, con fantasia e pessimismo, con fantascienza e lungimiranza. Che un buon narratore annusa, sente, conosce, maneggia talmente bene il presente (a volte lo plasma pure) da capire i binari del domani. Gli intellettuali servono a questo dopotutto, a cogliere i segni e i segnali del quotidiano per tracciare delle bisettrici per meglio comprendere domani.
In un futuro non troppo lontano, riecheggia leggero Asimov, un uomo si è innamorato non di una donna ma della sua voce (ecco Siri, la guida di alcuni smartphone o ancora possiamo arrivare alla pellicola “Her” di Spike Jonke). La donna gravemente malata gli lascia, alla sua morte, il figlio di cinque anni da accudire. Il bambino, in un mix di prodigio e genio ma anche ingenuo e infantile, si fa chiamare “Numero Primo” (e qui fa capolino “Uno sceriffo Extraterrestre” con Bud Spencer e Terence Hill o “I figli degli uomini” con Clive Owen). Ed ecco le due corsie paoliniane (che qui per certi versi sembra guardare alla visionarietà e al surrealismo di Celestini) quella sulla paternità e quella scientifica. Le due scie si mischiano e si aggrovigliano come la spirale del dna. Proprio di genoma, di intervento umano, di sperimentazione sugli embrioni si tratta. E la fiaba di questo incontro, tra un bambino orfano e un padre che non si aspettava più tanta gioia dalla vita (il figlio è un “debrutalizzatore” della realtà), vira sul noir, sul giallo con fughe, inseguimenti, con uomini che cercano di prendere, rapire il piccolo perché custode di una sapienza, di un nuovo modo di poter nascere, di una nuova maniera e frontiera di fare, creare in laboratorio uomini geneticamente modificati. Il punto di rottura è stato superato, il punto di non ritorno varcato.
3paoliniUn mondo, un'Italia del domani per niente rassicurante con le scogliere di Venezia, l'invasione di pidocchi e topi, le scuole prima intitolate a Giosuè Carducci e adesso a Steve Jobs, con la domotica che sta prendendo il sopravvento sugli umani non più aiutandoli ma spingendoli a nuovi comportamenti, le fabbriche della neve in città al posto delle industrie, accozzaglie di etnie avvelenate e inacidite in casbah sovraffollate.
Da una parte la tecnologia che non lavora per il bene dell'umanità ma la inaridisce, dall'altra questo splendido rapporto di solitudine e famiglia, di isolamento e vicinanza tra un padre e un bambino, un rapporto maturo che migliora l'idea di mondo dell'adulto, che adesso ha trovato un vero senso all'esistenza. Una fiaba nera, e neanche a lieto fine, dove le persone, gli uomini tornano ad essere quello che sono: mani, occhi, bocche, abbracci, carne, sangue, sentimenti, stomaco e pancia, togliendosi di dosso tutte le sovrastrutture nelle quali abbiamo creduto, sulle quali ci siamo adagiati pensando che ci migliorassero e ci facessero diventare la vita più comoda. La vita non è comoda e se lo diventa ci impoveriamo, se non pensiamo, se non lavoriamo, se non fatichiamo, ci impigriamo, diventiamo cose, oggetti, soprammobili con un telecomando in mano, consumatori e non cittadini, se non lottiamo, se non combattiamo perdiamo il senso ultimo del respirare senza essere più individui pensanti. Se gli adulti sono ormai corrotti, sporcati, sciupati, spezzati, solo i bambini possono riportarci un passo indietro e raccontarci quello che abbiamo dimenticato, quello che eravamo quando vedevamo il mondo dal basso della loro altezza. Il cinismo logora chi ce l'ha.

Tommaso Chimenti 12/12/2016

LUCCA – “Sei solo nato nel momento storico peggiore per essere un maschio bianco, eterosessuale e cristiano” (Chuck Palahniuk, “Red Sultan's Big Boy” in “Romance”)

In bilico tra l'inno e la ridicolizzazione, come è nelle corde sarcastiche e pungenti di Roberto Castello, veleggia questo maschio “Alfa” da più parti, negli ultimi decenni, demonizzato, irriso, vilipeso come uno straccio vecchio, come un corpo appartenente a una antica mentalità, a una condizione e concezione vintage dell'evoluzione. Eppure il maschio alfa è la prosecuzione della specie, è il dominante capobranco testosteronico che regge il peso di una comunità. E, sia in natura che nella società civile, è un efficace ed essenziale momento di consolidamento e raccordo di speranze e intuiti, di sintesi di un pensiero, di una semplice linearità salvifica. Un'altalena di aspettative e ricorsi, un'oscillazione tra la protezione, verso l'esterno, e la pericolosità, interna tra le quattro mura, rendono il maschio alfa potenziale danno e presenza energetica e salda in una elettricità, in un elastico a doppio filo che eccita e impaurisce, che esalta e incute rispetto, che attrae e allontana, che difende, preserva e ripara ma che non è addomesticabile. “Superuomini si nasce, grandi uomini si diventa” (Roberto Gervaso).alfa1
“Alfa” si inserisce perfettamente, e a pieno titolo, all'interno della stagione dedicata al “Genere” della Tenuta Dello Scompiglio, a pochi passi da Lucca (una riflessione sull'area teatrale tirrenica sul versante contemporaneo andrebbe fatta: oltre a Spam a Porcari, il Grattacielo e il Teatro delle Commedie a Livorno, il Sant'Andrea e i Sacchi di Sabbia a Pisa poco altro si muove sul litorale), in un contesto bucolico di vigne e fienili ma allo stesso tempo funzionale, attento ai passaggi, ai cambiamenti, che annusa l'aria di quel che sarà. Castello, qui regista e non coreografo, crea un ensemble di momenti, un mosaico di scatti nei quali emergono ad intermittenze luminose, quasi flash back nella memoria ancestrale, impressi nella nostra corteccia cerebrale, lampanti visioni su questo uomo chiamato ad assumersi responsabilità e a caricarsi sulle spalle il futuro e il domani del suo clan e della sua specie, in conflitto con un mondo circostante che lo vuole b(l)andire, boldrinianamente, dal ventaglio delle possibilità, eliminare dall'album di famiglia, estromettere perché ritenuto portatore di valori negativi, bollato come primordiale, non evoluto, pericoloso. “Il superuomo è il senso della terra” (Friedrich Nietsche).
Come ogni uomo alfa che si rispetti, questo nostro (Mariano Nieddu ha forza interpretativa impattante e quella catarsi che gli permette di calarsi totalmente, sempre convincente senza strafare mai: sicurezza e certezza), immerso in quest'aia colorata e solida di blocchi di cemento da periferia urbana, è attorniato dal suo harem, dalle sue groupie (Alessandra Moretti, Ilenia Romano, Francesca Zaccaria ai microfoni come coro da concerto) di compagne e amanti o dal gineceo familiare che vede in lui un punto di riferimento. Scudi di asfalto verticale, come posati a barriera, a difendere privilegi acquisiti ma anche argini valoriali dietro i quali nascondersi e ripararsi di fronte all'ondata di perbenismo manicheo che avanza, quasi una Stonehenge moderna, un abitacolo-ricettacolo delle peggiori ansie della pancia del Paese, accerchiati da lettere grondanti odio e razzismo, sesso e fascismo. In questo brodo primordiale, fatto anche di distruzione e prevaricazione, l'uomo alfa sperimenta e assorbe grazie alfa2anche al maschilismo delle donne che gli gravitano attorno e addosso che lo spingono a indossare i panni, a tratti consunti e già ampiamente sfruttati, dell'uomo forte, dell'uomo solo al comando, della punta dell'iceberg, del cavaliere senza macchia, del capitano coraggioso e temerario.
Il maschio alfa diviene quindi anche condizione non scelta ma assegnata, non volontà ma costrizione per “sopravvivere e moltiplicarsi”, “in competizione per l'immortalità”, “freccia che punta all'infinito”, “memoria imperitura”. È la Natura non la società pulita e asettica che vogliono costruire azzerando le differenze, appiattendo, a colpi di leggi ed emendamenti, milioni di anni di trasformazione, crescita, progresso, sviluppo, perfezionamento. In fondo siamo, anche, animali. Lo vogliono silenziare, mettere in un angolo, non dargli più voce in capitolo, mettere a tacere, alla porta, emarginarlo, metterlo alla catena come Melampo. Si stanno impegnando per mettere al bando e alla berlina peli e muscoli, per costruire, a tavolino, come in un laboratorio, un mondo senza linfa, senza nerbo, senza spina dorsale, senza ossatura né colonna vertebrale, impaurito e molle che frana al primo colpo di vento, che cede al primo colpo di Stato, acconsentendo passivo e prono. “L'uomo è un cavo teso tra la bestia e il superuomo, un cavo al di sopra di un abisso” (Friedrich Nietsche).
Se da una parte viene anche esaltata la sfera decisionale, dall'altra, come contraltare, l'alfa è tratteggiato e disegnato, meglio fotografato (come nella locandina della piece) e raffigurato come Ken, l'eterno ragazzo impostato di Barbie, belloccio ma finto, di plastica. Dopo tanto teatro omosessuale, con istanze (anche giuste) omosessuali e questioni omosessuali, problemi della comunità omosessuale e nudi e strusciamenti e ammiccamenti omosessuali, gay e lgbt (e qui potremmo fare un cospicuo e corposo elenco di esempi che dal palcoscenico scivolano spesso nel comizio), ecco un teatro eterosessuale. Che piaccia o meno il maschio alfa è necessario, imprescindibile. Chi ha paura del maschio alfa?

Tommaso Chimenti 06/12/2016

TBILISI - Teatro muto. Anzi in “Murmel, murmel” dei berlinesi Volksbuhne il testo c'è, esiste, ma è composto soltanto dall'unica parola, ripetuta all'infinito, nelle situazioni più paradossali e imprevedibili, contenuta nel titolo. Come dire il “mumble, mumble” dei fumetti, quel pensiero che non si esplicita, quel frullare di cervello e sinapsi che non riesce a sgorgare se non in fumetto. Tipo un bla, bla, bla silenzioso, coloratissimo, psichedelico e onomatopeico. Tutti declinano la parola chiave in mille modi e modalità differenti in un impianto da party casalingo anni '60-'70 dove poter ballare con le gonne finalmente un po' più corte. Questo coro diviene quasi un concerto, rock e melodico, immerso in un immaginario dalle cromaticità sparatissime supportate dalle tastiere e sintetizzatori che ci aprono le doors della percezione.0murmel
Ma è il gioco, millimetrico e preciso di incastri e movimenti, dei sipari o paraventi sgargianti e saturi, laterali o che scendono dall'alto (ci hanno ricordato i filtri di Andy Warhol), a donare un significato profondo alle tante gag e quadri e performance. Si tratta proprio di profondità e di prospettiva, di vedute che si stringono fino a dare l'illusione ottica del rimpicciolimento, fino al suo opposto, lo zoom che tutto ingrandisce. Un continuo spostamento dei pannelli dentro la scena, con il conseguente scivolamento indietro del nutrito manipolo d'attori tedeschi a schiacciarsi, come a racchiudere l'immagine, come a creare un obiettivo (l'indice e il pollice del regista per trovare la miglior inquadratura), una camera nella quale far entrare la fotografia, lo scatto giusto e il suo allargamento, con l'uscita di scena dei pannelli, con il corpo attoriale esposto fino al boccascena, dava quel senso di nausea e spaesamento di stordimento che possono dare i binocoli o lenti di occhiali fuori fuoco. In questo perpetrare magico e magnetico di rimpicciolimento e ingigantimento (come accade alla protagonista di “Alice nel Paese delle Meraviglie” una volta caduta nel buco) dove la platea si sente attratta a vertigine e vortice, sta il climax e il punto di non ritorno.
00murmelIl suono, o lieve rumore o armonia di sibili, che i pannelli al loro muoversi producono, è un soffio, è un respiro, è il sollievo, la boccata d'ossigeno a pieni polmoni del tempo che scorre, fugge e se ne va. Il tempo che ci porta in questo ritratto di famiglia, amicale e sentimentale, che ha scattato le sue diapositive o polaroid che gli anni hanno sbiadito nel colore ma non nel ricordo, che seppur seppiato è sempre lì vivido nella memoria pronto a far capolino nei momenti in cui meno te lo aspetti. Pare di vederseli una dozzina di anziani che rievocano quegli istanti attraverso le immagini di un tempo, fotografie che li ritraevano giovani e freschi e pimpanti ballerini, e le scorrono oggi che non hanno più quell'energia nelle mani e negli occhi. Il Tempo che chiude e che apre, che ci fa miniaturizzati oppure giganti (come i disegni dei bambini che fanno grandi le persone alle quali vogliono più bene), che deforma la percezione dei nostri anni, quei giovani che ballano in queste istantanee non esistono più ma continuano a vivere dentro queste cartoline, queste foto in technicolor.
Sembra la scena della pellicola “L'attimo fuggente” quando il professore illuminato-Robin Williams porta i suoi allievi di fronte alla fotografia in bianco e nero di una classe di ragazzi della stessa000murmel scuola ma nel secolo precedente. Li fa avvicinare al vetro e chiede loro che cosa sentono: “Guardate questi visi del passato, si sentono forti, invincibili. Ma questi ragazzi ora sono cibo per i fiori. Se li ascoltate bene stanno dicendo: Carpe diem”. Cogli l'attimo, cogli la rosa quando è il momento. “Rendete straordinaria la vostra vita”. Senza rimpianti. Con il sole in fronte. In questo tempo, tra quel passato che fu presente gioioso e un presente ormai anziano stanno queste diapositive, questi grandangolo e queste miniature cristallizzate che ci riconsegnano giovani e sorridenti che forse continuiamo a ballare in un'altra dimensione parallela, in quel “Come eravamo” che ci fa tenerezza. Tutto cambia e si trasforma, in definitiva siamo energia in movimento ed evoluzione, che è il dondolarsi come gelatina di budino, tremolanti ma con i piedi bloccati in un altro tempo. “Murmel, murmel” ci consegna due lezioni da tenere bene in mente, che siamo uguali ai nostri predecessori ma allo stesso tempo unici, e che ogni tempo passato per qualcuno è stato un tempo presente.

Tommaso Chimenti 18/11/2016

COMO – Se Franco Quadri era il capostipite, la punta dell'iceberg del critico teatrale, Mario Bianchi è certamente il corrispettivo per quanto riguarda il teatro ragazzi. Che poi questa definizione limitativa, “teatro-ragazzi” appunto, a lui non è mai piaciuta. Un amore incondizionato per la lirica che nelle pause, nei foyer sorseggia a piccole dosi. Un anziano collega ma dentro giovanissimo: lo puoi trovare a latitudini sperdute, il pastrano sulle spalle, gli occhiali inforcati per bene chiarirsi la visuale, la leggerezza, l'ascolto, piccolezze che lo fanno amare indistintamente da tutti, da Como in giù. La sua creatura, il “Premio Eolo”, è un importante riconoscimento per chi mette in piedi spettacoli per i più giovani. Anche a lui abbiamo 00bianchifatto le nostre tre domande alle quali ha risposto con la dolcezza placida che lo contraddistingue, regalandoci un affresco colorato e tanti spunti, pezzi ormai introvabili, interpreti passati che non potremmo più vedere dal vivo. L'anagrafe non è un difetto. Mario Bianchi è qui a testimoniarlo con la sua presenza delicata mai ingombrante, con le sue parole mai urlate.

I tuoi spettacoli del cuore.
“In questa sezione segnalerei tre doppi spettacoli che in tempi diversi hanno segnato profondamente il mio sguardo. Inizierei da due Pirandello storici: “I Giganti della Montagna” di Giorgio Strehler e “I sei personaggi in cerca d'autore” della Compagnia dei Giovani, perché mi sfondarono per la prima volta la quarta parete. Anche qui due spettacoli, collegati tra loro: “Nelken” e “Kontakthof” di Pina Bausch, “Nelken” perché è stato il primo, suo, visto al Palazzo dei Papi di Avignone, che ha aperto il mio sguardo e il mio cuore a trecentosessanta gradi, facendomi capire che il teatro era qualcosa d'altro che conteneva ogni cosa. “Kontaktof”, poi visto quattro volte, due con i suoi danzatori, uno composto con anziani, un altro con adolescenti, perché pur contenendo le stesse coreografie, mi sembravano tre mondi diversi, irripetibili. Infine “ Giochiamo che io ero” del Teatro del Sole perché mi fece scoprire il valore di un teatro etico rivolto a tutti e “Elementi di struttura del sentimento” di Gabriele Vacis di Teatro Settimo perché ci/mi influenzò cambiando anche qui il mio sguardo sul teatro”.

000bianchiI tre personaggi teatrali (registi, attori, operatori) che, direttamente o indirettamente, ti hanno spinto a continuare a scrivere di teatro.
Peter Brook e Bob Wilson due maestri che in modi diversi da tanti anni mi entusiasmano sempre. Alessandro Sciarroni perché mi stupisce sempre, perché ogni volta mi fa scoprire il teatro anche dove penso non ci possa essere. Gigio Brunello e Romano Danielli, l'innovazione e la tradizione del Teatro di figura, un teatro vivo che non interessa quasi a nessuno e che proprio per questo mi invoglia a farlo conoscere con ostinazione”.

I tuoi attori/attrici davanti ai quali ti sei detto: “Ah, finalmente”.
Arianna Scommegna, attrice straordinaria nella sua semplicità di ragazza qualunque, che in scena riesce a stravolgersi e a stravolgere sempre. Gli attori e i drammaturghi di “Santa Estasi” di Antonio Latella, perché mi hanno fatto comprendere che il teatro esiste ancora e vive nelle nuove generazioni. Luca Micheletti perché mi ha fatto sperare che il bel teatro di una volta, anche con tutti i suoi birignao, esiste ancora”.

Tommaso Chimenti 09/11/2016

Per leggere gli altri "incontri con la critica":

Gabriele Rizza - http://www.recensito.net/rubriche/interviste/incontro-con-la-critica-gabriele-rizza,-il-decano-del-teatro.html

Andrea Porcheddu - http://www.recensito.net/rubriche/interviste/andrea-porcheddu,-un-infedele-alla-linea-tra-roma-e-venezia.html 

Gherardo Vitali Rosati - http://www.recensito.net/rubriche/interviste/gherardo-vitali-rosati-scrivere-di-teatro.html 

Venerdì, 04 Novembre 2016 08:56

Due polli senza galline alla riscossa

FIRENZE - Metti due galli in un pollaio. Che, si sa, ovviamente litigheranno. Ma, normalmente, e in natura, qualsiasi recinto da becchime che si rispetti, è così chiamato perché popolato da una moltitudine di polli. O meglio, di galline. E' proprio per questo che i galli, cresta alzata e bargiglio orgoglioso al vento (il pride), si inalberano e si adombrano fino ad arrivare ad affilare le loro unghie e i rostri per contendersi i favori dell’harem delle pennute. Due galli che combattono, a meno che non siamo in uno di quei luridi scantinati sudamericani di scommesse clandestine, per nessuna femmina da coprire, è proprio un ossimoro, un controsenso. Questi due galletti del cult “Un Poyo Rojo” (una settimana di repliche al Teatro di Rifredi) non vogliono ferirsi ma soltanto aversi, non vogliono combattersi ma soltanto prendersi, non vogliono uccidersi ma soltanto saltarsi addosso l'un l'altro.001poyo
Uno dei due è visibilmente su di giri (come la platea tenuta per un'ora sul sottile filo dell'eccitazione, di costumini attillati e adamitici, sui corpi sudati, sui continui strusciamenti e ammiccamenti) e tenta in ogni modo, fino a riuscire nel suo intento (vi abbiamo spoilerato il finale, tanto era prevedibile e scontato, e richiesto dal fremente pubblico che sfrigolava impaziente) di circuire l'altro maschio del cortile. Se poi a tutto questo ci aggiungete una scenografia fatta di armadietti in ferro (s)battuto, immagine convenzionale che richiama prurigini da caserma, saponetta in doccia e spogliatoio di una squadra di calcio, allora ci sono tutti gli stereotipi giusti per un velato spinto erotismo.
Uno stancante e sfibrante corteggiamento serrato, un lavorio continuo ai fianchi fino al momento in cui il gallo “etero” cede alla avance del gallo “omosessuale” (i topoi sono chiari e lampanti nei movimenti, nelle intenzioni, nei gesti dei due pur bravi danzatori argentini), ci instradano sulla teoria di fondo che lega le deboli scenette, sul fil rouge che cuce le fiacche gag e questi quadri slegati (le imitazioni degli animali, il playback di Mina, altro cliché mastodontico sui miti canori gay, il gioco portato all'esasperazione dell'improvvisazione sulle varie frequenze radio trovate casualmente): che ogni eterosessuale possa essere attratto, incuriosito e infine convinto.
003poyoUna pièce tendenziosa quindi che, sotto una parvenza di simpatia e divertimento, mette in campo forzature e tesi socio-antropologiche e ci dice che, tra un balletto sfiorandosi i capezzoli e una mossetta adocchiante, tra occhiolini furtivi e palesi cenni d'intesa, tra tic di labbra pronunciate e dita procaci a carezzarsi, sia non solo plausibile ma anche possibile e realizzabile riuscire nell'intento di scardinare le “presunte” convinzioni e “pseudo” certezze di questi eterosessuali “noiosi”. L'etero, secondo questo racconto in forma di danza contemporanea (e non di teatro fisico), se ben accerchiato si lascia andare, apre il ponte levatoio e si lascia volentieri assediare e invadere. Non è certo qui il caso di citare le teorie, che molti contraddicono, sulla “bisessualità congenita” di Sigmund Freud o la “Scala Kinsey” sull'orientamento sessuale nell'essere umano dell'omonimo professor Alfred.
Un sottendere continuo e costante, un lento bombardamento, lo stillicidio della goccia cinese per portare a conclusione e a pieno compimento l'idea iniziale, quel bacio prima negato e poi accordato, quell'incrocio di corpi tanto desiderato e agognato e che diventa reale dopo struggimenti e battaglie simulate, dopo martellanti aggressioni soft e assidue invadenze. Nel finale quasi una liberazione-concessione dopo tanti assalti coatti, ma furbescamente patinati di allegria, dopo tante cariche all'arma bianca, ma velate di gaudio. Il pollo rosso lo preferiamo quando è Tandoori.

Tommaso Chimenti 03/11/2016

FIRENZE – “Le donne sono fatte per essere amate, non per essere comprese” (Oscar Wilde).

Il bagno è il luogo principe delle confessioni, c'è lo scrosciare familiare dell'acqua, c'è il frizzante delle bollicine della vasca, c'è il soffice del cotone, c'è il calore del phon, c'è la morbidezza della spugna, c'è l'intimità del nudo. E ci siamo noi, svestiti, spogliati da ogni armatura, da ogni ruolo, struccati, finalmente veri, noi, i nostri pensieri e un momento per prenderci cura di noi stessi, della nostra pelle carezzandola, lisciandola, amandoci un po'.
Il bagno è grotta, il bagno è antro della sibilla, il bagno è porto sicuro, il bagno è mamma che ci asciuga da piccoli, il bagno è una parentesi di tempo privato sottratto alla nostra versione pubblica, il bagno è la sfera personale dove non esiste 002bagnopudore, dove possiamo tirare fuori il nostro vero io, quello che non ha timore dei propri difetti o inestetismi. In bagno non ci sono occhi indiscreti, in bagno nessuno ci giudica, il bagno è la stanza più piccola della casa ma la più affollata, desiderata, ricercata. Il bagno è quel claustrofobico che ci scalda, è soddisfazione dei bisogni primari, il bagno è pulizia e rituale, è l'anticamera dove ci prepariamo ogni mattina prima di affrontare il mondo-giungla, è la chiusura a cerniera ogni sera salutando un altro giorno vissuto o solamente andato e ormai trascorso. Il bagno (ottima l'idea di aprire con “Creep” dei Radiohead, anche se con una versione melensa e mielosa che ha privato dell'anima la canzone di Thom Yorke, la cui traduzione è “sgradevole”) ci vede per quello che siamo e ci accetta e ci rispetta.
Se “Il Bagno” (scritto dall'attrice francese Astrid Veillon e passato prima per l'adattamento spagnolo e infine arrivato alle nostre latitudini) solitamente è sinonimo di solitudine e di momenti d'intimità, in questo particolare messo in scena, bianco candido e immacolato, c'è un via vai continuo come in una plaza de toros, la porta si apre come in un saloon, in un andirivieni da mal di testa. Tutto si svolge qua dentro, mentre fuori infuria una festa a sorpresa, preambolo, escamotage, preludio, premessa che sembra non interessare a nessuna delle cinque chiuse nei loro conciliaboli, battibecchi, scontri dialettici e strette tra bidet e lavandino, tra vasca e water.
Cinque donne diversissime ma ugualmente deluse e sconfitte, ognuna con le proprie insoddisfazioni, aspettative scadute e amori andati a male. Tre amiche più una madre e una figlia e tutto il ventaglio dei cliché femminili: c'è la vamp fatalona, che infatti è in pelle e latex attillato, c'è la santa che si innamora del marito dell'amica ma non consuma il suo desiderio, e infatti è in rosa candido, c'è quella sopra le righe un po' avvinazzata e di mezza età (Amanda Sandrelli, la migliore in scena, il suo personaggio regge in piedi da sola tutta la fragile 004bagnocostruzione), e giustamente è vestita a fiori, c'è una madre egoista, adesso anziana (Stefania Sandrelli, il pubblico la ama) che ha preferito vivere la sua vita da donna single, capelli e scialle rosso fuoco, invece che invecchiare appresso alla figlia che compie quarant'anni, difatti luttuosa vestita in nero, che sta con un uomo ma è rimasta incinta di un ventenne danese.
Insomma ne esce fuori un ritratto composito delle donne di oggi per niente incoraggiante e rassicurante anzi banalizzante: isteriche, urlanti, problematiche, arpie, pettegole, acide, sole, lamentose, troppo legate agli umori degli uomini, nervose, bugiarde, inadeguate, volubili, conflittuali, ma soprattutto insicure. Molto unghie affilate e poco smalto lucido. Per dare un po' di brio poi ci sono state aggiunte e spruzzate da sit com che hanno, se possibile come se non bastasse, contribuito ad aumentare il caos in questo bagno: cocaina, un ministro (per giunta mafioso e siciliano, stereotipo all'ennesima potenza), la corruzione (questi tre parametri insieme ci fanno venire in mente “Jhonny Stecchino”), polizia, paparazzi, furti. Tanti scricchiolii, vuoti, pause.
Se l'intento era una costruzione alla Cristina Comencini, il testo manca di umanità e troppo si lascia facilmente andare alla risata scadente di pancia, se era quello di creare un'impalcatura alla Yasmina Reza la drammaturgia ha un deficit di profondità, di spessore sociale, di solidità.

“Il mondo sarebbe sarebbe un posto di merda senza le donne. La donna è poesia. La donna è amore. La donna è vita. Ringraziale, coglione!” (Charles Bukowski).

Tommaso Chimenti 31/10/2016

Lunedì, 31 Ottobre 2016 09:00

Chi non "Balla" nella vita gode solo a metà

LIVORNO – “Il ballo è la manifestazione verticale di un desiderio orizzontale” (Woody Allen).

Ballano i topi quando il gatto non c'è, balla il ballerino di Dalla, e c'è chi balla coi lupi, mentre Bruce Springsteen balla nel buio. Sembra che il ballare o il danzare sia il verbo, e questo fin dalla notte dei tempi, dai riti magici ancestrali e primitivi, che più identifichi per l'uomo l'essere vivo, attivo, nel pieno delle sue forze, felice, integrato con il proprio corpo, con la Natura circostante, con il Creato. Come diceva John Dryden: “Ballare è la poesia dei piedi”. Come i dervisci rotanti che attraverso la forza centrifuga di gambe, piedi e braccia raggiungevano il Nirvana o uno stato di catarsi che li avvicinava a Dio ripulendoli dalla polvere terrena, dalla banalità della piccola vita umana. Se ballare è appunto l'azione per eccellenza per 01ballafotografare uno stato di grazia tra il proprio corpo e l'Universo, in questo “Balla” (visto al Teatro delle Commedie, atto conclusivo della rassegna “Utopia del Buongusto”) la posizione predominante e lampante è la staticità, la fermezza, l'immobilità. Andrea Kaemmerle, attore selvatico e sensibile, qui intreccia i fili della sua verve noir e comica con le parole di un racconto cechoviano (“Il violino di Rotschild”) e le fa risuonare nella sua grancassa ovattandole di risa amare, velandole di una mestizia in chiaroscuro, di una malinconia che dilania e morde nell'impossibilità di cambiare le cose, nell'impassibilità, nell'impotenza.
E' un Kaemmerle diverso questo, che cerca nuove sponde, meno clownesco e più dedito e devoto alla riflessione. Non è vero, non è giusto: all'introspezione analitica esistenziale ci ha sempre abituato ma nelle precedenti prove la profondità, per pudore, per paura di pesantezza, era sempre lastricata o spalmata come marmellata da una dose carica di venature poetico-suadenti, dal sorriso sornione e sarcastico. Qui viene fuori l'animo tragico, la cappa che incombe sulle nostre vite. Il nostro, faccia bianca funerea e naso rosso da patologia, è il falegname Joseph, che potrebbe essere Geppetto, che costruisce bare, abbrutito, perdente, perennemente arrabbiato e corroso. E' un povero suonatore di violino, e qui si aprono delle parentesi che ci portano prima a Nathan Zuckerman, il personaggio chiave dei romanzi di Philip Roth, e dall'altro lato alle figure di Edgar Lee Masters. Una stanza ombrosa, come le parole che colano in questo monologo a due voci, un salotto cupo e claustrofobico come il rapporto ultradecennale tra marito e moglie, dove si respira miseria senza alcuna nobiltà, povertà tangibile e metaforica, disperazione.
02ballaIn una sedia a dondolo giace la moglie Marfa che va avanti e indietro in un movimento ossessivo molleggiante. Marfa (nel cui nome sono racchiusi il “mare” e il “fare”, termine e verbo che indicano lo spostarsi, l'essere in azione, ossimoro della vita da “segregata” che aveva condotto la donna nel piccolo borgo) è in realtà un manichino costruito da Federico Biancalani (scenografo, tra gli altri, anche di Michele Sinisi o Ciro Masella) con movenze, scatti e gesti che la fanno sembrare inquietantemente viva. Il falegname becchino si sfoga con la donna che solida resta impassibile nel suo incedere autistico, resiste alle invettive del marito incattivito e ingiallito dall'astio, alle sue lamentele continue senza soluzione, al suo restare imprigionato e impigliato in un'esistenza scalcinata e sgangherata che non ha regalato loro alcuna comodità o felicità.
Ma è quando quella sedia, prima occupata dal manichino realistico si fa vuota per il decesso dell'anziana compagna che si percepisce netto e salato il contraccolpo dell'assenza; quella poltrona adesso ferma è un monito contro l'indifferenza. Il monologo a due non si spezza con la mancanza, prima silenziosa, della moglie che anzi adesso sembra riempire l'incolmabile, spiegare il miracolo dell'inspiegabile, sembra avvicinarci al mistero insondabile della vita. Che va vissuta senza rimpianti. Come quel ballo a due che non c'è mai stato tra Joseph e Marfa.

E coloro che furono visti danzare erano ritenuti pazzi da coloro che non potevano ascoltare la musica(Friedrich Nietzsche).

Tommaso Chimenti 31/10/2016

ROMA - “Per tutte le violenze consumate su di Lei, per tutte le umiliazioni che ha subito, per il suo corpo che avete sfruttato, per la sua intelligenza che avete calpestato, per l’ignoranza in cui l’avete lasciata, per la libertà che le avete negato, per la bocca che le avete tappato, per le ali che le avete tagliato, per tutto questo: in piedi, Signori, davanti ad una donna”. Lo scrive William Shakespeare. Lo stesso che vergò con l'inchiostro “Chi dice donna dice danno”, ma questo è un altro discorso. Nessuna quota rosa da invocare. Qui parliamo di donne già emerse nell'ambito teatrale, attrici under 35 da segnalare, supportare.2reitherAntoniaTruppo
Il “Premio Virginia Reiter”, alla dodicesima edizione, nel ventunesimo anno (la prima fu nel '95; in principio era biennale), tra Modena e Roma, è dedicato alla memoria dell’attrice emiliana che ad inizio Novecento fu la prima a “fare ditta” in un mondo prettamente maschile come quello del palcoscenico. Contemporanea della Duse, fece tournée mondiali, ed era apprezzata per la voce. Il premio vuole valorizzare una giovane attrice italiana, un'attrice in ambito europeo, e un premio alla carriera. Il tutto declinato al femminile: “Essere donna è un compito terribilmente difficile, visto che consiste principalmente nell’avere a che fare con uomini” (Joseph Conrad).
Il "Premio come miglior attrice europea" è andato ad Antonia Truppo che evidentemente fa diventare oro tutto quello che tocca; dopo l'Ubu come attrice non protagonista con “Serata a Colono” con Carlo Cecchi, Premio “Maschera d'oro” come attrice emergente per “La dodicesima notte” sempre di Cecchi, e, dulcis in fundo, “David di Donatello” per “Lo chiamavano Jeeg Robot”. Il “Premio alla carriera” invece è andato a Paola Mannoni, attrice e doppiatrice dalla voce inconfondibile: “Essere donna è così affascinante. È un’avventura che richiede tale coraggio, una sfida che non annoia mai” (Oriana Fallaci).
Le tre finaliste del Premio che sarà assegnato il 27 ottobre al Teatro Argentina di Roma (la giuria è composta dal presidente Sergio Zavoli, e da Gianfranco Capitta, “Il Manifesto”, Ennio Chiodi, Rai, Rodolfo Di Giammarco, “La Repubblica”, e Maria 3AnahiTraversiGrazia Gregori, “L'Unità”, mentre la direzione artistica è affidata a Laura Marinoni, la finale è al Teatro Argentina) sono Eugenia Costantini, Sara Putignano e Anahì Traversi. Un premio che negli anni ha visto trionfare da Manuela Mandracchia a Debora Zuin, da Maria Pilar Perez Aspa a Francesca Ciocchetti, da Anna Della Rosa a Caterina Simonelli, da Licia Lanera a Silvia Calderoni. Donne di sostanza e spessore, fuori e dentro la scena: “Sulla scena facevo tutto quello che faceva Fred Astaire, e per di più lo facevo all’indietro e sui tacchi alti”. (Ginger Rogers)
Tre attrici con tre percorsi, curriculum, background e scelte professionali molto differenti: Eugenia Costantini è figlia d'arte, di Laura Morante, e ha alle spalle corsi di teatro internazionali, in Francia sul metodo Lecoq e a New York, esperienze con Carlo Cecchi, su Shakespeare in versi, e nella serie “Boris”; Sara Putignano invece arriva dall'Accademia d'Arte Drammatica "Silvio d'Amico" di Roma, passando per Nekrosius e Luca Ronconi, Paravidino, Cesare Lievi e Carmelo Rifici; infine Anahì Traversi proviene dalla scuola del Piccolo di Milano, dai laboratori diretti da Federico Tiezzi con una carriera divisa tra Italia e Svizzera: “Qualsiasi cosa facciano le donne devono farla due volte meglio degli uomini per essere apprezzate la metà. Per fortuna non è difficile” (Charlotte Witton, politico canadese).
Alla prima classificata andrà un gioiello disegnato da Daniela Izzi mentre il manifesto della rassegna è stato ideato da Andrea Marchi: gemma e locandina hanno un qualcosa che ricorda l'art4reitherPutignanoSara decò, immersi in figure geometriche spigolose gialle e nere e un tocco orientaleggiante. “In Italia abbiamo formidabili attrici ma pochissimi ruoli disponibili; – chiosa Caterina d'Amico, preside del Centro Sperimentale di Cinematografia – gli aspiranti attori sono numericamente più donne e, dal punto di vista qualitativo, le donne sono certamente e oggettivamente più brave. Questo premio deve servire per dire ai drammaturghi di oggi di dare più spazio alle attrici che sono tante, ma soprattutto sono bravissime”. In fondo rimaniamo sempre d'accordo con Oscar Wilde che diceva: “Date alle donne occasioni adeguate ed esse saranno capaci di tutto”.

Tommaso Chimenti 26/10/2016

Nelle foto, dall'alto: Eugenia Costantini, Antonia Truppo, Anahì Traversi, Sara Putignano

Il Premio è stato vinto da Sara Putignano.

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