Questo sito utilizza cookie per migliorare la tua esperienza di navigazione e rispetta la tua privacy in ottemperanza al Regolamento UE 2016/679 (GDPR)

                                                                                                             

Al centro una sedia e attorno ad essa un uomo, come un fuoco attorno al quale sta unʼintera famiglia. È lo scenario tradizionale di una notte antica siciliana dove parenti e amici si riuniscono per raccontare le loro storie, come il palcoscenico dove Tindaro Granata sta riunendo gli spettatori per rivelare la storia della
propria famiglia, recitando il ruolo di ogni suo componente.
Antropolaroid è il racconto di un destino ineluttabile cui la vita cerca di ribellarsi attraverso le risate e la morte: Granata sale sulla sedia sorridendo, si alza in piedi davanti al focolare ad incendiarlo di risate, lega un cappio attorno al collo della sua famiglia, della sua terra, e, senza smettere di sorridere e di far ridere, salta giù. Come fa al principio il suo bisnonno: come fa alla fine il suo amico, il suo alter ego. Con un respiro spezzato lungo tre generazioni.

La scenografia scarna, dunque, rimanda allʼidea di trasmissione di un racconto intimo, attraverso il quale lʼattore e regista veste i panni dellʼoratore, prendendo le redini del quotidiano per restituirlo alla platea di ascoltatori in chiave tragicomica. Il linguaggio dialettale amplifica il concetto di segretezza che, in alcuni momenti, assume uno stile poco lineare, ma comunque immediato. I personaggi che calcano il palcoscenico sono come dei portatori di realtà di cui Granata è rappresentante, ricoprendo indistintamente, con la stessa straordinaria capacità, sia i ruoli maschili che quelli femminili. Ma le vere protagoniste sono le donne, poliedriche, allʼapparenza fragili e incomprese, nel profondo dotate di uno spirito combattivo capace di farle riemergere, anche dopo il fallimento. Dalla bisnonna, che dopo la morte prematura del marito si carica sulle spalle il peso di sei figli, alla nonna, unica del paese in grado di parlare lʼitaliano e per
questo considerata una poco di buono. Poi la mamma, promessa sposa di un uomo che non ama e costretta a scappare pur di non disonorare la famiglia, e la zia, che per colpa di un incidente in tenera età è destinata a restare “signorina” a vita. Tra valzer finiti male e “imprecazioni in terra santa”, la femminilità di questi personaggi viene esasperata, producendo un forte legame
empatico con il pubblico, che non può non apprezzare la loro genuinità e testardaggine.

Al termine dello spettacolo Granata interrompe gli applausi e svela al pubblico i retroscena di Antropolaroid. In una Sicilia antica, terra madre di diverse generazioni della sua umile famiglia, lʼautore non si limita a raccontare una storia attuale, quanto una realtà sfumata dai ricordi. A determinare il punto di rottura è l'abbandono della terra natia da parte dellʼattore per inseguire il suo sogno. Nella regia, Granata sceglie di sottolineare questo passaggio attraverso l'uso della luce, che per la prima
volta si scosta dalla sua figura per illuminare la platea. La drammaturgia é totalmente autobiografica: raccontando il suo trasferimento dalla Sicilia a Roma, Granata ricorda al pubblico la sua formazione teatrale, avvenuta attraverso la partecipazione a corsi serali pagati con il lavoro da cameriere che gli permetteva di mantenersi. Un lavoro che riporta anche in scena grazie alla divisa da cameriere: abusata, sollevata, stravolta, essa è servita ad interpretare ogni singolo ruolo, sia maschile che femminile, facendo di questo oggetto il mezzo per non dimenticare, in qualsiasi momento della scena e della vita, le sue umili origini.

In scena all'Off Off fino al 12 maggio.

Alessio Tommasoli
Francesca Totaro
Greta Terlizzi

Ispirato alla biografia e alla figura letteraria di Truman Capote, nome d’arte di Truman Streckfus Persons, nasce il lavoro teatrale scritto da Massimo Sgorbani per la regia di Emanuele Gamba, Truman Capote. Questa cosa chiamata amore, andato in scena dal 15 al 17 marzo all’OFF/OFF Theatre a Roma, una produzione Florian Metateatro in collaborazione con il Teatro Nazionale della Toscana. L’allestimento scenico è di Massimo Troncanetti, i costumi di Elena Bianchini e l’aiuto alla regia di Jonathan Freschi. Solo in scena, nei panni di Capote, è Gianluca Ferrato che al pubblico parla d’amore facendo propria, senza riserve, la lingua irriverente di uno dei più grandi scrittori americani del Novecento, autore di classici della letteratura come Colazione da Tiffany (Breakfast at Tiffany’s, 1958) o A sangue freddo (In Cold Blood, 1966). «Tutta la letteratura è pettegolezzo». Così Truman Capote liquidava con una delle sue abituali provocazioni antiletterarie qualsiasi visione sacrale dell’arte e dell’artista. “Pettegolezzo” inteso come svelamento di ciò che non si sa o non si vuole fare sapere, raccontato con la leggerezza di chi chiacchiera sorseggiando un Vodka Martini. Il suo stile decadente, ironico e iconoclasta ha segnato la letteratura degli Stati Uniti nell’indagine dei lati oscuri dell’America dell’epoca, il tutto con una lingua costruita alla perfezione, vero elemento distintivo della sua produzione tanto quanto i temi di cui si è occupato nei suoi libri.WhatsApp Image 2019 03 19 at 00.07.12

Per Truman Capote questa cosa chiamata amore è il trauma dell’amore, l’oggetto dei suoi racconti, la materia bruciante che ha tra le mani anche nei suoi sogni. La sua storia comincia dalla fine, dalle notti tormentate e insonni del traumatizzato d’amore dopo l’abbandono dell’amante Jack Dunphy. Non riesce a prendere sonno, si gira e si rigira nel letto, in affanno, in una corporeità disperata che, per chi ascolta e vede, ha il suono del brano musicale Moon River e il rumore assordante degli spari. Sul palco-salotto di casa Capote, andando indietro nel tempo tra ricordi e vecchie canzoni, per Gianluca Ferrato avviene la messa in scena della “vestizione” e della “presa del ruolo” del personaggio pubblico di Truman Capote: in abiti eleganti, in canottiera e in mutande o in vestaglia, che nascondono e allo stesso tempo mostrano la sua identità più nuda di uomo, si rivolge ad un imprecisato tu che chiama “tesoro”. Scrittore, giornalista, drammaturgo e omosessuale, l’innamorato Truman afferma l’unica identità che, a ben vedere, gli è stata realmente concessa e la sua preferenza per gli uomini. Su questo punto lo spettacolo apre all’aspetto passionale del desiderio omoerotico e all’orientamento sentimentale e sessuale del protagonista, dall’età della fanciullezza all’età adulta della maturità. Nel mezzo di queste esperienze dell’eros in cui l’adulto si sovrappone all’adolescente, Truman ironizza con cinismo sull’amore elencando ragioni che si rifanno all’etimologia della parola “anima” e alla storia ebraica, che qualificano un certo fare del piacere maschile nell’idea finale del soffio, del respiro vitale dell’anima che muore, come muore Mosè, sulla bocca di Dio. In questo desiderio rinnovato e allo stesso tempo proibito per gli uomini, si fa sentire il più infantile degli amori, quello per la madre, destinataria delle sue parole come destinataria lo è, più in generale, «l’umanità di una razza segaiola» in qualità di soggetto collettivo ed eterosessuale.

Il tavolo in scena viene capovolto in verticale e diventa una porta da prendere a pugni: la porta chiusa di una stanza d’albergo qualunque dove la madre si recava per ricevere gli uomini. Nel battere dei colpi, rimbomba forte l’immagine di un orfano inconsolabile. Il ritorno alla madre lo porta a Perry Smith: l’uomo più importante della sua vita è un assassino dall’infanzia negata come la sua, senza il quale non avrebbe mai scritto A sangue freddo e dato dignità all’incontro con Perry bambino né a farne una storia capostipite di un nuovo tipo di giornalismo letterario.  WhatsApp Image 2019 03 19 at 00.04.02Capote, è stato forse il più grande esempio di autore divenuto protagonista, divo e vittima, dello star system americano. Può permettersi di parlare, con la stessa dissacrante arguzia e la sua vocetta effeminata da cavoletto di Bruxelles o di finocchio, di Hickock e Smith che ti entrano in casa nel cuore della notte, di Hollywood e della società letteraria newyorkese, di Jackie Kennedy e Marilyn Monroe, di Ernest Hemingway e Tennessee Williams, senza mai risparmiare se stesso. Attraverso il dispositivo scenico e scenografico della festa (The Party, 1966), smaschera la frizzante società newyorkese. A un certo punto il palco diventa una pioggia di coriandoli e lustrini, ma anche un luogo a metà tra una galleria d’arte e un obitorio dove si espongono fotografie di cadaveri in giganteschi primi piani come fossero volti da copertine di riviste: del presidente John F. Kennedy, di suo fratello, di Marilyn Monroe, dello stesso giovane Truman Capote ai tempi del suo primo romanzo.

L’umanità si è evoluta per amore delle armi da fuoco: Colt, Winchester, bazooka, bombe, napalm, pistole fumanti o pistole letterarie come quelle dichiarate dall’attore-autore a proposito del suo ultimo Preghiere esaudite (Answered Prayers: The Unfinished Novel, 1986) pubblicato postumo e incompiuto: «Il libro è diviso in quattro parti e, in effetti, ha proprio la struttura di una pistola. C’è l’impugnatura, il grilletto, la canna e, alla fine, il proiettile». Come a dire che questo amore porta con sé sempre una miscela esplosiva di erotizzazione, aggressività e morte. Si sa che un amore può morire, ma quando viene sferrato il primo colpo che colpisce l’innamorato, egli precipita nella paura del più totale abbandono dell’altro. Torna ad essere il battito di un cuore palpitante come quello del vecchio di Il cuore rivelatore di Edgar Allan Poe (The Tell-Tale Heart, 1843), come quello in solitaria di Truman che dorme e a cui nessuno più risponde, se non la voce degli spari, temuti e sognati.

Elvia Lepore, 19.03.2019

Baffi a manubrio, tono imperativo da sergente dei marines e pistola luccicante nella fondina in bella mostra: ecco come Troy (Michael Gnat) si presenta sul palco Off Off Theatre di Roma, nel prologo della tragedia tutta contemporanea che è Shooter, andato in scena il 22 gennaio all’interno del festival OnStage!, rassegna sul teatro indipendente statunitense. Troy è l’anima nera dello spettacolo, istruttore-guru di un’identità maschile rifondata sul culto delle armi da fuoco e sull’addestramento al loro uso per bianchi frustrati e sbandati. E proprio qui sta la posta in gioco, come specifica la regista Katrin Hilbe nel presentare lo spettacolo di fronte al pubblico: Shooter è una ricerca “non scientifica” ma “teatrale” sul rapporto che lega la diffusione e l’uso incontrollato delle armi da fuoco con la crisi del maschio (bianco, in particolare), americano e non solo. Sono, non a caso, cinque uomini bianchi i personaggi del dramma scritto da Sam Graber, in una temporalità decostruita che, a partire dalla sparatoria fatale, alterna scene del prima e del dopo, facendo luce sulle premesse e conseguenze dell’evento.

Dagli incastri e dalle risonanze tra passato e futuro del testo, Katrin Hilbe costruisce una rappresentazione efficacemente rarefatta, dove teli bianchi di plastica circondano i personaggi e una densa, opprimente luce blu cala a intervallare le scene, mentre risuonano spettrali voci femminili di chiamate al 911 per aggressioni reali o soltanto temute. È la scena di una società che sembra aver smarrito ogni riferimento sociale, morale, spazio-temporale, all’infuori di quello della paura, da subire o da rispedire al mittente. È un paesaggio materiale e insieme mentale, dove non a caso i botti degli spari sono sostituiti da irreali raffiche di "bang!" onomatopeici gridati da voci fuori scena. È l’incubo interiore ed esteriore in cui si dibatte il protagonista Jim (Ean Sheehy), piccolo e fragile omino che si sente “meno uomo ogni giorno che passa”, rifiutato tanto dalle partner quanto dagli amici professionalmente più realizzati di lui. Jim è l’uomo contemporaneo che non sa più (come) essere uomo, e che nelle lezioni e nelle massime di Troy cerca, prima e più della difesa e rivalsa individuale, quell’“appartenenza” e “fratellanza” entro un sistema, uno “scopo”, più grandi di lui, vani antidoti al vuoto di un presente dove “o sei extra-large o sei piccolo”.

Shooter, allora, centra il bersaglio evitando ogni tentazione di dare risposte (drammaturgiche e sceniche) semplificanti a un problema così complesso. Lo spettacolo illumina più di una faglia aperta nel tessuto socio-culturale del proprio paese, muovendosi con intelligenza tra caratterizzazione precisa dei personaggi e deformazione allucinata, tra dramma ineluttabile e momenti di acida (auto)ironia: anche in quest’ultimo caso è Troy la figura chiave, con la sua grottesca pedagogia della rivalsa attraverso le armi, con le pose quasi scimmiesche che fa assumere al suo allievo per il tiro al bersaglio, da velleitario ritorno alle origini addirittura animali di una virilità vacillante. Ma, naturalmente, è una presenza al di qua dell’umano e dell’organico a dominare la vicenda e la messa in scena: è la pistola il feticcio attorno a cui ruota tutto, l’elemento tematico e scenico che pone tanto il protagonista quanto gli spettatori di fronte alle rispettive contraddizioni. Nell’ansia appiccicosa che ci coglie di fronte all’arma, puntata più di una volta verso di noi, nell’attesa ambigua che sperimentiamo prima di ogni "bang!", ci scopriamo anche noi oggetto dell’esperimento, parte del problema. Perché lo spazio vuoto e oscuro in cui risuonano gli spari è quello in cui ci dibattiamo tutti, ogni giorno di più.

Emanuele Bucci 23-1-2018

ROMA - L’orrore della guerra e il suo tremendo impatto sull’individuo hanno sempre avuto uno spazio rilevante nell’arte e nel teatro, in epoche e luoghi differenti, e in tanti hanno mirato a riprodurre e a mettere in scena sentimenti, esperienze e traumi spesso al limite dell’indicibile. Cry Havoc, opera d’apertura della prima edizione dell’OnStage! Festival all'Off Off Theatre, si pone questo ambizioso obiettivo e si concentra sul dramma dei veterani e sulle difficoltà, non di rado insormontabili, del loro reintegro nella società civile. A rendere speciale e a suo modo unico lo spettacolo è senz’altro la figura dell’autore e interprete Stephan Wolfert, la cui incredibile storia personale costituisce la base dell’intero monologo.
Cry Havoc2Nato e cresciuto nel profondo Midwest americano, in un contesto familiare e sociale che non vede di buon occhio il suo interesse per la danza, colpito in gioventù da un brutto infortunio alla schiena che ne limita la mobilità, alla soglia dell’età adulta Stephan non ha altre alternative che seguire la via dell’esercito e si arruola giusto in tempo per prendere parte alla Guerra del Golfo. L’esperienza del conflitto lo segna duramente tanto che, una volta tornato a casa, Stephan comincia a manifestare i classici sintomi della sindrome da stress post-traumatico. Finché un giorno, mentre vaga a bordo di un treno tra le montagne del Montana, si ferma in un paese ed entra per caso in un teatro dove è in scena il Riccardo III. Ed è qui che arriva l’illuminazione, nell’attimo in cui coglie numerose affinità tra la propria condizione di vita e i versi del dramma di Shakespeare; si tratta di una svolta decisiva, l’autentico preludio a un’insperata via di uscita dal suo status di veterano senza futuro.
Cry Havoc3Solo, sul nudo palcoscenico, con indosso dei jeans e una semplice maglietta nera, Wolfert riesce a rapire letteralmente l’attenzione del pubblico grazie a una performance ricca di carisma e di straordinaria fisicità e intensità emotiva, che alterna momenti esilaranti a sequenze più amare e toccanti. Nel suo lungo e denso monologo, in cui abbondano le digressioni e si inseriscono con sorprendente fluidità diversi passaggi tratti dalle opere di Shakespeare – dal Tito Andronico all’Amleto, dal Riccardo III al Giulio Cesare a cui peraltro si rifà il titolo dello spettacolo –, la guerra è inquadrata come una trappola mortale per l’individuo, un’attività innaturale per la quale si viene programmati in maniera subdola senza che poi ci sia, una volta esaurito il proprio ruolo, la possibilità di tornare indietro e di essere riprogrammati per una vita normale. I numeri parlano chiaro: tra i circa 25 milioni di veterani che vivono oggi in America si verificano in media 22 suicidi al giorno, un segno evidente di come la condizione descritta da Wolfert sia ampiamente diffusa e di come non ci sia un supporto efficace da parte del governo verso tale categoria di persone. Un’opera bella, coinvolgente e riuscita come Cry Havoc nasce dunque non solo dalla necessità di portare all’attenzione dell’opinione pubblica questo delicato tema ma anche con lo scopo di essere un sostegno concreto per gli stessi veterani, sfruttando al meglio l’enorme potere terapeutico e catartico dell’esperienza teatrale in un senso nobile e dal grandissimo valore umano.

Francesco Biselli 22/01/2019

Libro della settimana

Facebook

Formazione

Recensito su Twitter

Digital COM