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Al centro una sedia e attorno ad essa un uomo, come un fuoco attorno al quale sta unʼintera famiglia. È lo scenario tradizionale di una notte antica siciliana dove parenti e amici si riuniscono per raccontare le loro storie, come il palcoscenico dove Tindaro Granata sta riunendo gli spettatori per rivelare la storia della
propria famiglia, recitando il ruolo di ogni suo componente.
Antropolaroid è il racconto di un destino ineluttabile cui la vita cerca di ribellarsi attraverso le risate e la morte: Granata sale sulla sedia sorridendo, si alza in piedi davanti al focolare ad incendiarlo di risate, lega un cappio attorno al collo della sua famiglia, della sua terra, e, senza smettere di sorridere e di far ridere, salta giù. Come fa al principio il suo bisnonno: come fa alla fine il suo amico, il suo alter ego. Con un respiro spezzato lungo tre generazioni.

La scenografia scarna, dunque, rimanda allʼidea di trasmissione di un racconto intimo, attraverso il quale lʼattore e regista veste i panni dellʼoratore, prendendo le redini del quotidiano per restituirlo alla platea di ascoltatori in chiave tragicomica. Il linguaggio dialettale amplifica il concetto di segretezza che, in alcuni momenti, assume uno stile poco lineare, ma comunque immediato. I personaggi che calcano il palcoscenico sono come dei portatori di realtà di cui Granata è rappresentante, ricoprendo indistintamente, con la stessa straordinaria capacità, sia i ruoli maschili che quelli femminili. Ma le vere protagoniste sono le donne, poliedriche, allʼapparenza fragili e incomprese, nel profondo dotate di uno spirito combattivo capace di farle riemergere, anche dopo il fallimento. Dalla bisnonna, che dopo la morte prematura del marito si carica sulle spalle il peso di sei figli, alla nonna, unica del paese in grado di parlare lʼitaliano e per
questo considerata una poco di buono. Poi la mamma, promessa sposa di un uomo che non ama e costretta a scappare pur di non disonorare la famiglia, e la zia, che per colpa di un incidente in tenera età è destinata a restare “signorina” a vita. Tra valzer finiti male e “imprecazioni in terra santa”, la femminilità di questi personaggi viene esasperata, producendo un forte legame
empatico con il pubblico, che non può non apprezzare la loro genuinità e testardaggine.

Al termine dello spettacolo Granata interrompe gli applausi e svela al pubblico i retroscena di Antropolaroid. In una Sicilia antica, terra madre di diverse generazioni della sua umile famiglia, lʼautore non si limita a raccontare una storia attuale, quanto una realtà sfumata dai ricordi. A determinare il punto di rottura è l'abbandono della terra natia da parte dellʼattore per inseguire il suo sogno. Nella regia, Granata sceglie di sottolineare questo passaggio attraverso l'uso della luce, che per la prima
volta si scosta dalla sua figura per illuminare la platea. La drammaturgia é totalmente autobiografica: raccontando il suo trasferimento dalla Sicilia a Roma, Granata ricorda al pubblico la sua formazione teatrale, avvenuta attraverso la partecipazione a corsi serali pagati con il lavoro da cameriere che gli permetteva di mantenersi. Un lavoro che riporta anche in scena grazie alla divisa da cameriere: abusata, sollevata, stravolta, essa è servita ad interpretare ogni singolo ruolo, sia maschile che femminile, facendo di questo oggetto il mezzo per non dimenticare, in qualsiasi momento della scena e della vita, le sue umili origini.

In scena all'Off Off fino al 12 maggio.

Alessio Tommasoli
Francesca Totaro
Greta Terlizzi

Ci sono un migrante, una prostituta e un androide. Può sembrare l’inizio di una pessima barzelletta, e forse lo è: la barzelletta acida e spietata di una società, la nostra, dove l’essere umano ha valore solo in quanto merce. Dove alla fine non può ridere nessuno, tanto meno noi spettatori, scossi nelle nostre piccole ipocrisie, indifferenze e rassegnazioni dalla dignità ferita di tre pezzi irregolari nel mercato dei corpi e delle identità in cui sguazziamo. È questo il nodo al centro di "La Pacchia è Finita. Moriamo in Pace", per la prima volta in scena dal 9 all’11 aprile sul palcoscenico dell’Off/Off Theatre di Roma. Già dal titolo risulta evidente la volontà di ribaltare una narrazione politico-mediatica che trasforma grottescamente le vittime di un sistema malato in colpevoli. Non è però alla facile e perbenista compassione che ci vogliono indurre i tre monologhi scritti da Anne-Riitta Ciccone e diretti da Lorenzo d’Amico de Carvalho. I tre protagonisti che si avvicendano sul palco smentiscono infatti le nostre aspettative e (dis)turbano le coscienze tanto dei nuovi razzisti quanto di una borghesia (sedicente) progressista ansiosa di edulcorare mediante comode etichette le incongruenze abrasive del reale. L’umanità dei tre personaggi in scena, al contrario, vive nelle e delle contraddizioni, strazianti e stranianti, che ognuno di loro ci sbatte in faccia.

Così il naufrago del primo monologo, Sulla stessa barca, interpretato da Gianvincenzo Pugliese, getta l’asciugamano caritatevole dei soccorritori per rivelarci e riversarci addosso il cinismo insostenibile di cui è impastato il (suo e nostro) mondo. Così la ragazza ingenua (Maria Vittoria Casarotti Todeschini) trascinata nei continui abusi di una vita di prostituzione scopre un modo, paradossale quanto eversivo, per essere La Santa del titolo e dell’originaria vocazione all’empatia e alla gratuità. Così, infine, il replicante (Gabriele Stella) di Kappatrequattrocinquebis, androide «italiano», modello «full-optional» dotato della memoria di un fisico nucleare, rompe l’incalzante sequenza del suo test-spot col balzo di non programmata paura di fronte a un ragno: smagliatura inaccettabile nella rete futuribile dell’umanità prodotta in serie. Questi tre protagonisti ci riportano quindi al significato etimologico della parola “scandalo”: sono pietre d’inciampo, ostacoli sulla via del quieto appiattirsi delle coscienze al valore assoluto di un mercato onnipresente e onnipotente. Che siano l’odio, la disperazione o una parimenti destabilizzante dolcezza le emozioni che li attraversano e ci restituiscono, ognuno dei tre graffia il medesimo sistema alienante, mostrandone la caricatura, l’ulteriore degenerazione o l’estremo ribaltamento.

Nel loro rivolgersi direttamente al pubblico, i tre protagonisti si fanno allora anti-profeti di una religione sempre più folle e minoritaria, quella dell’umanità, in una terra e in un testo dove Dio è spesso chiamato in causa: per rinfacciargli l’arbitrarietà del suo giocare con i figli-giocattoli (nel primo episodio), per rimarcane la presenza-assenza (nel secondo), o per ipotizzarne la sostituzione con i demiurghi di seconda categoria che siamo diventati noi (nel terzo). Ed è una tensione ai limiti del metafisico quella che sembra muovere la stessa messa in scena, coraggiosamente sospesa tra brutalità della cronaca reale e astrazioni simboliche. La rappresentazione si dipana tra pochi, evocativi elementi scenografici (uno sgabello, due teloni bianchi su cui si proiettano colori e figure emblematici delle rispettive parabole) e balzi verso la fantascienza distopica che omaggiano-parodizzano in particolare l’immaginario di Blade Runner (esplicitamente citato). Ma niente ruba mai davvero l’attenzione ai corpi dei tre giovani interpreti, in grado di restituire con i propri movimenti e le proprie voci i contrasti, le presenze e le offese che ne contrassegnano la solitudine. Tra gli sbalzi di tono e di lingua del migrante di Pugliese, la frenesia tragicomica di gesti e posture meccaniche dell’androide di Stella, gli slanci e gli scatti tra innalzamento e umiliazione della santa-prostituta di Casarotti Todeschini, il grido dello spettacolo arriva, dissonante al punto giusto.

Emanuele Bucci   10-04-2019

Unico spettacolo di danza contemporanea presentato quest’anno nell’ambito di “OnStage! Festival”, EPT – A Collection of Works è andato in scena domenica 27 gennaio sul palco dell’Off Off Theatre di Roma. L’acronimo nel titolo sta per “Emotions Physical Theatre” ossia il nome della compagnia fondata nel 2013 dal coreografo americano Shawn Rawls. Costituito da tre estratti di altrettante opere, lo spettacolo rappresenta un piccolo compendio del loro lavoro, che pone al centro le questioni inerenti la comunicazione tra le persone, mediante una riflessione che non rinuncia ad accogliere le tendenze della cultura pop.

Un'operazione che si rivela utile soprattutto perché possa fruirne quel pubblico che non ha finora avuto modo di conoscere l’esperienza di questa giovane ma già piuttosto prolifica compagnia, composta – nella formazione giunta a Roma – da quattro danzatori, due donne e due uomini dalle fisicità complementari: si chiamano Leigh Schanfein, Nikki Ervice, Harwin Vasquez, DeAndre Cousley.

Nel frammento tratto dall’opera Clinically Happy, lo spettatore è subito immerso in un montaggio audiovisivo nel quale convivono le immagini più disparate, dalle scene di film come “The Wolf of Wall Street”, “Magnolia” e “Il ritorno del cavaliere oscuro” a spezzoni estrapolati da competizioni sportive (riconosciamo, per esempio, Usain Bolt che conquista il primato mondiale alle Olimpiadi). Ne viene fuori un’introduzione dall’efficacia molto pop al tema su cui è incentrata la coreografia: scoprire le radici della felicità.

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Rawls interviene in scena nei brevi intervalli tra le esibizioni, con il piglio disinvolto di chi desidera far dialogare la propria poetica con lo sguardo dell’altro. Chiede allo spettatore di percepirsi come lo scienziato di un’oscura ed incerta sperimentazione nella quale i ballerini interpretano i casi presi in esame, impegnati in una specie di staffetta di duetti alla ricerca della nostra approvazione e, di conseguenza, di un’ipotesi di felicità.

Segue uno spezzone di Walk, un’esplorazione spirituale che riflette sulle domande da porsi prima di accettare o rifiutare un certo sistema di pensiero. Si tratta del lavoro con le maggiori allusioni politiche: prima di votarsi ad una scelta personale così definitiva, il movimento dei corpi che si sfiorano tra loro pone la questione della verità sfuggente, presa in ostaggio da chi intende piegarla al calcolo cinico e usarla per tradire la fiducia altrui.

Infine, l’amore domina The Heart, un viaggio romantico di cui percepiamo il portato quasi epico per la capacità di far immaginare, anche solo nella misura di una scheggia di spettacolo, l’avventura dell’esperienza totale. Sulle leggendarie note di “Can’t Help Falling in Love”, percepiamo la volontà di ragionare con passione su cosa parliamo quando parliamo d’amore, osservando il repertorio della musica popolare attraverso un ballo intimo e struggente.

Quasi a chiudere il cerchio, il breve catalogo si chiude con i quattro ballerini che salutano il pubblico mentre ascoltiamo “Happy” di Pharrell Williams: non è solo la conferma di un coreografo che cerca nel territorio popolare uno spazio in cui muoversi per gettare ponti verso il pubblico, ma si ha l’impressione di tornare al concetto – molto interno alla società americana – del diritto alla felicità, che sembra essere il cuore dell’opera della EPT.

Lorenzo Ciofani 28-01-2019

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