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MILANO – Come sta la danza contemporanea italiana? Com'è la sua salute? Per quello che abbiamo visto nella due giorni dello “ShowCase” all'interno di Dance Haus, non l'abbiamo trovata agonizzante ma nemmeno in forma splendida, con alcune esili punte, molti stereotipi da rivedere, varie ingenuità, qualche guizzo isolato, comunque distante da quello che possiamo vedere a livello europeo. C'è uno scarto visibile, palese, indubbio. Non siamo a Berlino, a Bruxelles o in Olanda questo è chiaro: il gap si sente. Quattro strutture, per il secondo anno, DanceHauspiù, Centro Nazionale di Produzione della danza, e le compagnie Fattoria Vittadini, Naturalis Labor e Déjà Donné, si sono consociate per dar vita ad un fruttuoso scambio di visioni tra scena, operatori, programmatori e giornalisti. Intanto lo spazio della Dance Haus, in via Tertulliano (chi non c'è stato ci passi gli si aprirà un mondo), è un'ex fabbrica composta da più strutture dove si dipanano sale prove, spazi polifunzionali dove convivono il teatro, la danza (hanno sede anche i Kataklò) , le scuole di formazione, l'hip hop: una cittadella dove, una volta varcato il cancello, si respira arte e libertà d'espressione, murales, freschezza e gioventù.44317999_334995137285081_2269259554807010923_n.jpg

Dopo l'uscita della sezione danza da NEXT, la vetrina del teatro e delle performance lombarde sostenuta da Cariplo, Dance Haus, quarto centro produttivo italiano dopo Virgilio Sieni, Compagnia Zappalà e Aterballetto, si è assunta l'onere e l'onore di portare avanti la mostra e la valorizzazione dei lavori della contemporanea. Quel che abbiamo notato, e che qui sottolineiamo, è che spesso il gesto e il movimento non sono a supporto di un'idea forte di base e rimangono così chiusi, enigmatici e criptici, senza riuscire a comunicare intenzioni e prospettive, tecnicismi fini a se stessi che non riescono a passare un'urgenza, a testimoniare una posizione contenutistica.

Tra i tanti pezzi visti 59915546_1252899094860531_554075498795871493_n.jpgsiamo rimasti favorevolmente colpiti da uno dei pochi spettacoli dove fosse presente una scenografia, un impianto presente e pregnante con il quale i danzatori e performer potessero dialogare e interagire, il potente “Glicemia500” (alla lettura del titolo ci è venuta subito alla mente la canzone medicalizzata “Paracetamolo” di Calcutta) del duo Nux che mette in scena il passaggio, il cambiamento in tutte le sue forme variegate e variopinte, i vari momenti dove dal possibile tracollo si passa al volo e viceversa, le catarsi, i mutamenti abissali. Una struttura granitica e megalitica (quasi un dolmen neolitico) campeggia in mezzo alla scena, sembra una tenda-parallelepipedo oblungo, quasi un vulcano giallo zolfo (o un Yellow Submarine dalla cui garitta tirar fuori la testa e scrutare il paesaggio sottostante) scivoloso e storto dove al suo interno, come Winnie nel beckettiano “Giorni Felici”, sta e spunta a più riprese una donna che è quasi un bruco nudo, un verme che ha paura ad uscire dall'ovatta, un uccellino che ha timore di lasciare il proprio caldo e sicuro nido e spiccare il primo salvifico volo. Le gambe non gli reggono, la muscolatura non è allenata, ma c'è una figura accanto a lei, un uomo nero, pare una figura cupa e intimorente della Marvel, che però si rivelerà tutt'altro che malvagio e maligno. Anzi l'aiuta, la sostiene, la tira su, le insegna, come un vero Pigmalione e Guru, i passi, le mosse, la tiene, lei che è sempre in perenne bilico tra la caduta e il librarsi.

La figura pece ha il volto scuro annerito otelliano, una tunica da derviscio rotante, un rigore monacale nei gesti biblici, la muove come un burattino. E' qui che il corso delle cose muta radicalmente e assistiamo ad un vero e proprio transfert osmotico tra la figura femminile nuda (grande controllo del corpo, forza e precisione) e questo monaco rigido: se l'uno si spoglia delle proprie vesti, e perde certezze e sicurezze, l'altra si veste dei suoi abiti (vediamo la costruzione di un nuovo personaggio assimilabile al Frankenstein), gli pulisce la faccia e lo lascia senza scudo, senza corazza, senza armi, liscio, puro e lindo da tutto quel nero che lo imbrattava e sedava. Adesso è la figura maschile che ha perso la forza (come Sansone con il taglio dei capelli) e che striscia come un millepiedi invertebrato e molle. Sembra l'ascesa della farfalla da bozzolo a crisalide e infiniti ritorni, reincarnazioni, rivoluzioni, rinascite, il baco che germoglia, fiorisce in un qualcosa di elegante, leggero, sospeso, dai colori accesi bellissimi.60675344_2389188661126929_6800784948869668659_n.jpg

Una segnalazione doverosa anche per “Lakota” di Annalì Rainoldi dove un corpo struscia imbustato nel suo vello prima che diventi la copertura di uno scheletro di tenda indiana con la danzatrice che si fa capanno, che diventa casa, che è contenuto e contenitore, significato e significante, ospite e struttura ospitante, chi è sia protetto sia la cosa ci protegge. Interessante anche “Vanitas” di Fattoria Vittadini che ruota attorno, metaforicamente e letteralmente, ad un fascio di luce dal quale proviene una voce simil Alexa o Siri, un totem fallico che si erge verso l'alto e che ci spiega la vita, il suo passaggio allo stato IS_VANITAS_Neon01-2.jpgdi morte, con tutti i particolari anatomici puntigliosi medici e gli stravolgimenti fisici che subisce il corpo umano, per poi ritornare in vita, resuscitare a nuova luce in un'armonica parabola dalla vita alla vita. I danzatori come lancette impazzite camminano e corrono attorno al palo fluorescente e parlante (sembra la macchina Kit di Supercar), defibrillano a terra, lasciano che la linfa vitale scorra, ritorni energia, si liberi, adesso sembrano aggrovigliarsi come linee di dna attorno al loro centro e perno: la morte è soltanto un aspetto della vita, per questo non ha senso averne timore.

Tommaso Chimenti 12/06/2019

Mercoledì, 21 Novembre 2018 14:21

Le migliori sette produzioni di Next 2018

MILANO – L'importanza di Next, la vetrina del teatro lombardo, è che puoi gustare e vedere e assaggiare stralci (20 minuti) delle produzioni che verranno. Tutti i teatri lombardi, Milano ovviamente la fa da padrona, mostrano alcune parti delle novità che dovranno debuttare, da bando, entro il maggio dell'anno successivo. Il clima è un bel momento di unificazione, di scambi, di visione del lavoro altrui per una due giorni che fa da collante senza competizioni. Anche se una commissione giudicatrice stabilirà quanto premio di produzione assegnare ad ognuna delle opere scelte, finanziate dalla Regione Lombardia e dalla Fondazione Cariplo. Next è il teatro che verrà, ma il futuro, come sempre, è già qui. In questi momenti di condivisione già si può capire dove sta andando la stagione e cosa ci interesserà maggiormente seguire durante l'anno, insomma un giusto annusare l'aria, un modello che potrebbe essere esportabile ad altre regioni. Sui ventisei progetti scelti, tredici al giorno, una vera e propria maratona visiva, sono sette le pièce sulle quali ci siamo soffermati e che meriteranno certamente uno sguardo più approfondito quando debutteranno. Ed anche allora ci saremo per confermare o meno questo nostro primo giudizio positivo. Quindi segnatevi i titoli e cercateli, i boccioli diverranno fiori, si apriranno in tutta la loro forza e poesia, potenza e profondità.Atir.jpeg

L'Atir di Serena Sinigaglia è una garanzia di quel mix di intrattenimento alto, commozione, riflessione sull'oggi: “Aldilà di tutto” (supervisione di Arturo Cirillo) ci parla di malattia, di morte, di come sopravvivere senza farsi schiacciare dalle brutte notizie, di depressione. E ci mette di fronte, per chi ancora non le conoscesse, a due grandi interpreti, che qui collimano perfettamente, la forza di Chiara Stoppa e la delicatezza, tra lo svampito e l'indecisione all'ennesima potenza, della meravigliosa Valentina Picello (ci ha fatto venire in mente come movenze Angela Finocchiaro), ora nervosa adesso paranoica, spassosa e piacevole quanto paurosa, puntualmente sopra le righe per delineare questo nostro tempo fatto di up and down, di paure straordinarie e di eccezionali eccessi, comica nel dramma, senza mai scivolare né scadere nel ridicolo e nel grottesco.

Sul fronte brillante il Teatro Binario 7 ci porta in un interno durante la notte di Capodanno, una di quelle serate dove tutto può accadere, dove tutto è lecito, anche non sapere che cosa è successo. Un gioco da tavolo dà il titolo a questo “Sognando la Kamchatka” (ndr. foto di copertina), pensando a quella penisoletta inutile e periferica che a Risiko significava la vittoria schiacciante sugli avversari e parafrasando quel “California dreaming” delle Mamas and Papas che evocava altri desideri, altre speranze. Qualche maschio contemporaneo, deluso, frustrato, lasciato dalla fidanzata, bambini cresciuti, bugiardi, irresponsabili, soprattutto soli, traditori, si ritrovano a casa di uno di loro (emerge Marco Ripoldi); la notte è uno sfacelo tanto che la mattina l'appartamento è distrutto e uno di loro giace senza vita. Nessuno si ricorda niente. Ci ha molto ricordato la pellicola “Una notte da leoni”.

Visite.jpgSi stringe il cuore davanti alle “Visite” dei Gordi (prod. Franco Parenti) che abbinano un teatro fatto di piccoli grandi gesti simbolici ad un'immensa delicatezza e commozione miscelando il tempo che fu da giovani con il presente da anziani, rallentati, pieni di acciacchi, dimenticanze, debolezze. I due piani temporali si sommano, si aggrovigliano, si intersecano tra queste facce allegre e frivole e spensierate con tutta la vita davanti e queste maschere (di Ilaria Ariemme) rugose e prossime all'addio. La musica alta ed eccessiva di certi party tra alcool e baci rubati fanno da contraltare ai piccoli passi strusciati, alle cose perdute, ai lunghi silenzi della terza età: la vita è un soffio, ma i respiri continuano a risuonare nelle stanze che li hanno abitati.Sinisi.jpg

Squadra che vince non si cambia, e allora Elsinor si affida al team, capitanato da Michele Sinisi, che negli ultimi anni ha sfornato “Miseria e Nobiltà”, “I Promessi Sposi” e “La masseria delle allodole” e che adesso si getta a capofitto nel “Sei personaggi” pirandelliano. I lavori di Sinisi e Asselta hanno sempre nel caos controllato il loro punto di forza e perno sul quale tutta la struttura di testo e attoriale ruota, s'impenna, si ribalta. Ed è una festa del teatro (sicuramente i 20 minuti più esplosivi di questo Next), una sarabanda di video e musica, arrivi e risse, una diretta facebook, recensioni lette, una banda che suona l'hip hop e David Bowie. In tutto questo teatro nel teatro nel teatro con gli attori che interpretano se stessi ma anche i “personaggi”, in questo carnevale inaspettato e imprevedibile si perde la rotta, ci si trova felicemente naufraghi, dispersi, rapiti. La curiosità sarà quella che ad ogni replica saliranno sul palco attori colleghi che metteranno la maschera di se stessi. Così per complicare ulteriormente, gioiosamente, i vari piani: la realtà è già teatro, il teatro è là fuori.

Queen Lear.jpgDolcemente tempestose sono le Nina's Drag Queen che trasformano il “Re Lear” shakespeariano in “Queen LiaR” (prod. Teatro Carcano) attualizzando la vicenda e portandola, ovviamente al femminile, en travestì, nei loro costumi eccessivi e luccicosi, ad un oggi tutto nostrano. Tre sorelle e una madre anziana (in coppia di fatto con una vicina) il tutto infarcito di frasi delle canzoni pop anni '80 che abbiamo tutti tatuate nel nostro dna, ritornelli strazianti e sdolcinati, rime iperboliche e desideri inaccessibili e sopra ogni cosa questo amore contro tutto e contro tutti. Le due sorelle più grandi che professano, ma soltanto a parole, il loro grande amore per la madre, la terza viene rinnegata perché non riesce ad arrivare alle vette dialettiche delle sorelle esagerate e menzognere. Ed eccoci a far rimbalzare La Cura e cantare “Insieme a te non ci sto più”; con Gloria Gaynor Shakespeare duetta alla perfezione.

Sempre interessanti e intelligenti sono le riflessioni, mai provocazioni, di Bruno Fornasari e Tommaso Amadio ed anche stavolta hannoLa prova - Filodrammatici.png mostrato tutta la loro cifra e carica con il nuovo “La Prova” (prod. Filodrammatici). Proprio nel bel mezzo del #metoo, il movimento femminista sollevato da Asia Argento, il regista e l'attore milanesi sono i primi maschi, etero, a prendere posizione attraverso l'arte e vedere il processo, i suoi estremi, le sue derive, le sue problematiche, invece di fermarsi alle accuse, di puntare il dito ed incolpare che sembra diventato lo sport preferito dai leoni da tastiera che, per invidia e molto spesso per insoddisfazione e frustrazione, vogliono vedere tutti gli altri, giustificando invece sempre se stessi, dietro le sbarre e puniti. Una donna sostiene che il capo le ha messo una mano sulla spalla, una spalla nuda di un vestito da sera scollato. C'è chi dice che non è niente e chi vede il gesto come aggressivo, una vera e propria prevaricazione e violenza sessuale. Perché ormai la diffamazione fa già processo ed è già di per sé condanna. Il bello, il brutto semmai, è che è l'uomo a dover produrre “La prova” della sua innocenza, una prova per sconfessare la calunnia accusatrice, una prova forse impossibile da mostrare: povero maschio etero sei diventato la minaccia di questo mondo che ci vuole asettici, privi di relazioni: castrando l'uomo le donne saranno più contente?

Ufilippo-renda.jpgno dei mali del nostro contorto tempo sono le “Fake” news, quelle notizie false che girano sul web e sui social network che mutano la percezione del reale e che, se diventano virali, cambiano la realtà in maniera indissolubile sostituendo la verità con altre interpretazioni che spesso hanno secondi fini, soprattutto politici. Il discrimine ormai su che cosa è reale e cosa non lo è è nebuloso e alquanto difficile da poter determinare. L'uomo non può non credere a niente, a qualcosa deve affidarsi, di qualcosa deve fidarsi. Ma se la televisione è di parte, i giornali parziali e partigiani, il web è prezzolato e finanziato da editori che hanno i loro interessi, la vita per il cittadino medio diventa impossibile. Il testo di Valeria Cavalli e Filippo Renda (anche in scena e in regia; prod. Manifatture Teatrali Milanesi) mette in scena una storia vera (vera?, non è dato saperlo): un'intervista ad una donna che ha vinto una somma spaventosa al jackpot nazionale e che ha stracciato il suo biglietto perché quella cifra l'ha spaventata e avrebbe cambiato per sempre la sua semplice grama esistenza. La signora, dalla vita grigia, ha anche scritto la sua esperienza sui social venendo aggredita, anche minacciata pesantemente, perché oggi rifiutare 40 milioni di euro con la fame e la povertà, o la voglia di lusso indotta proprio dai social, che c'è in giro è sembrato un affronto incolmabile. Una fredda intervista con questa piccola segretaria dove il pubblico sarà interattivo: che cos'è la verità? Quello a cui crediamo.
Sette come i vizi capitali, sette come le meraviglie, sette come i nani, sette come il teatro che verrà. Voglio vedere come andrà a finire, cantava il Vasco che andava al massimo.

Tommaso Chimenti 21/11/2018

 

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