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FIRENZE – Si può riuscire a parlare di temi scottanti, attuali, moderni, profondi e pesanti come la depressione, il licenziamento, l'allontanamento dai figli, anche facendo, e molto, ridere e sorridere. Con una patina di risate si riesce ad andare più a fondo e a far sedimentare quel velo necessario, per comprendere meglio, per immedesimarsi, per calarsi nell'amara situazione di moltissime famiglie dei giorni nostri. Il Teatro di Rifredi sembra aver azzeccato ancora una volta questa formula, un altro cavallo di battaglia che ha il surplus di portare il teatro in spazi non convenzionali. Dopo le infinite stagioni, sempre sold out, de “L'ultimo harem”, con questo “Walking Therapie” siamo sicuri di essere davanti ad un altro crack, un nuovo possibile cult fiorentino, una nuova piece-cofanetto pieno di sorprese che non può far altro che migliorare, accrescersi esponenzialmente, alimentarsi. Secondo anno di questo esperimento che Giancarlo Mordini e Angelo Savelli videro ad Avignone2 LOW - Walking Thérapie-2.jpg (scritto dai belgi Nicolas Buysse, Fabrice Murgia, Fabio Zenoni) ed al quale hanno cambiato forma e connotati spostando l'azione dal camminare alla famigerata tramvia, croce e delizia dei fiorentini.

Due attori (si compenetrano Luca Avagliano e Gregory Eve), ma anche improvvisatori sempre con le antenne aperte sul reale, su tutto quello che gli si muove attorno e grandi perfomer, che si incastrano alla perfezione, fisicamente (uno alto e uno basso, uno magro e uno rotondo), ed emotivamente, sempre pronti ad usare quello che accade in maniera contingente per trasformarlo in gag, per usarlo ad uso e consumo di una narrazione-canovaccio ma che prende spunto e gioca ogni sera con gli incontri casuali e fortuiti che si materializzano sul cammino delle decine di persone con le cuffie che loro conducono, come Pifferai magici, dalla fermata di Rifredi a quella di Scandicci. Siamo, nell'accezione dello spettacolo, un gruppo di persone “che stanno male”, in terapia come suggerisce il titolo, intervenute “ad un seminario sull'accettazione del dolore”. Molti inglesismi, tanta cialtroneria, frasi fatte e condivisione, abbracci per non sentirsi soli, per “espellere lo stress”, gestire le nostre paure. L'equilibrio del gioco è la grande sint76-walking-thérapie-1.jpgonia tra le due figure, caratteri agli antipodi, tra il sicuro e serio guru e il suo aiutante-adepto che sta imparando le tecniche di convincimento e si sta risollevando (ma questo lo capiamo mano a mano che il racconto entra nel vivo) da una difficile e drammatica situazione personale che lo ha azzerato ed annientato.

Nelle cuffie (come nel recente spettacolo “Underground” del duo Cucolo/Bosetti al Napoli Teatro Festival; qui con più unione d'intenti tra conducente e platea in movimento) i due ci danno ordini e informazioni con i divertenti incastri di piccoli litigi sotterranei e lievemente impercettibili a contraddirsi, a non far emergere la verità, a camuffare il nostro percorso, fuori nella città e di consapevolezza dentro noi stessi. La parte più esilarante prende corpo nelle numerose fermate della tramvia e nel consueto saliscendi cittadino serale: partono canzoni nazional-popolari, Nicola Di Bari, Ivan Graziani, Eugenio Finardi, Renato Zero, e veniamo incitati (impossibile resistere a dar sfogo all'ugola sanremese che è dentro ognuno di noi) a cantare e lasciarci andare mentre gli altri passeggeri ci guardano stupiti e una cappa d'ilarità contagiosa si spande tra le sediole azzurre e grigie e la voce metallica che avverte della fermata successiva. Il dolore e l'infelicità, ovvero come combatterli, rimangono sullo sfondo, così come la depressione, malattia dei nostri tempi insoddisfatti; siamo naufraghi e cerchiamo 582833-thumb-full-720-2018_0714_walking_therapie_rifre.jpguna meta o un mentore che ci indichi la strada maestra partendo dal presupposto, qui in modo faceto e ilare, che “nessuno di noi sta bene” e che “tutti abbiamo un grumo di dolore”. Vero, verissimo. Forse ne ridiamo per esorcizzare questo triste assioma. Un giorno di dolore che uno ha, direbbe Ligabue.

Tra storielle, citazioni, filastrocche, rime, canzoncine, esercizi, prese di coscienza, formule di autoconvincimento arriviamo a Scandicci dove inizia (va leggermente asciugato) un altro spettacolo: ognuno segue i due “scienziati” alla ricerca della felicità e nella sperimentazione sul campo dell'analisi dell'infelicità altrui, studiando gli altri esseri umani che stanno bivaccando (non sono felici neanche loro, fingono serenità in famiglia) Walking_TheErapie_5_-_-MR.jpgtra cemento, asfalto, qualche gelato annoiato, bambini ululanti, palloni stanchi, le luci brutte dei neon. Il disagio che i due cercano di combattere e ostacolare è proprio quello del quale hanno sofferto: fragilità, timidezze, ansie, vergogne, imbarazzi, drammi esistenziali. Se Gregory Eve è il grande burattinaio che tesse e trama e muove come una pedina l'altro “dottore”, Luca Avagliano è un Caparezza (si lancia anche in un pezzo hip hop ben ritmato e orecchiabile) esondante, energetico, spumeggiante. Si può vedere e prendere “Walking Therapie” come uno spettacolo comico (lo è, e molto) ma senza dimenticare i grandi insegnamenti disseminati nel testo e tra le pieghe delle schermaglie tra i due. Uno spettacolo che non può far altro che decollare con nuove repliche.

Tommaso Chimenti 15/07/2019

Tra gli artisti coinvolti nel progetto Viaggio in Italia. Cantando le nostre radici c’è Valerio Buchicchio, o più semplicemente “Buva”: trentadue anni, nato e cresciuto a Cerignola, in provincia di Foggia, il giovane cantautore ha già dalla sua, tra le altre cose, una menzione speciale dell’associazione Musica contro le Mafie (nel 2018) per il brano "Sud", oltre ad essere l’autore di "Ercole", l’ultimo singolo di Ermal Meta. Nello spettacolo e nel disco nati dal lavoro collettivo AdoRiza, Buva suona la chitarra e presta la sua voce sia al brano d’apertura Ripabottoni Brun Brun sia all’intenso Lamento dei Mendicanti. Il cantautore ha ripercorso con noi le diverse tappe del progetto, dal laboratorio biennale di Officina Pasolini (nel 2016-2017) ai piani futuri del collettivo: per lui l’avventura di Viaggio in Italia non è stata solo un’occasione di crescita personale e confronto con altri artisti, ma anche un modo per scoprire e far scoprire la realtà profondamente e proficuamente eterogenea della musica (e della cultura) italiana.

Ci racconti la tua esperienza all’interno di Officina Pasolini e che importanza ha avuto nel tuo percorso?
L’esperienza è stata molto bella e importante, perché ha permesso a un giovane cantautore pugliese come me, che strimpellava canzoni nella sua stanza, di confrontarsi non solo con altri ragazzi che vorrebbero vivere di musica, ma anche con professionisti del settore altamente qualificati. È stato perciò un salto sconvolgente ed entusiasmante al tempo stesso, ogni giorno era sempre una scoperta nuova, una conoscenza che si aggiungeva al nostro bagaglio. Personalmente poi è stata un’occasione per commettere quanti più errori possibile nell’approccio alla scrittura delle canzoni: nel senso che in quel luogo si poteva appunto provare, sbagliare ed essere corretti da docenti che non erano interessati ad assegnare medaglie ma ad aiutare chi ne aveva bisogno a mettersi più “a fuoco”.

Come siete riusciti a mettere insieme così tanti artisti diversi per un progetto comune?
Sicuramente all’inizio eravamo un po’ spaesati, anche perché il bagaglio della musica popolare era abbastanza distante dalle nostre conoscenze e dai nostri interessi. Forse il collante iniziale è stata la sfida comune e la volontà di superarla. In aggiunta, chi ha lavorato alla produzione dello spettacolo ha saputo mettere ciascuno di noi nelle condizioni di poter dare il meglio di sé, a seconda della sua vocalità, della sua propensione a suonare o meno uno strumento o di altro ancora: ognuno aveva il suo ruolo e giocava per il risultato, come in una squadra di calcio.

Quali elementi della tradizione musicale pugliese hai potuto valorizzare, o anche riscoprire, durante il lavoro per questo progetto?
Prima di questo progetto la mia conoscenza della musica popolare pugliese era abbastanza limitata. Andando avanti, però, ho scoperto tanto di questa tradizione, in particolare la qualità dei testi, ma anche delle armonie e delle melodie: qualcosa che tuttora porto con me e cerco di mettere al servizio della mia attività di autore di canzoni, per me o per altri artisti. Indubbiamente il fatto di vivere in una terra che ha delle radici così forti nella musica popolare è un vantaggio, mi permette di giocare “in casa”, facendo mio questo patrimonio.

Andando ai brani del disco: in Ripabottoni Brun Brun canti insieme ad un altro giovane artista, Andrea Caligiuri. Come è stato lavorare con lui su questo pezzo?
È stato molto interessante, innanzitutto perché abbiamo due vocalità molto differenti, lui ha una voce molto bassa, quasi da baritono, io invece ho una vocalità più leggera, quasi da tenore. Questo si è rivelato un vantaggio, perché ogni contrasto nell’arte, e in particolare nella musica, genera qualcosa di positivo in più. Inoltre, il fatto di esserci misurati con una lingua, l’arbëreshe, a noi inizialmente estranea, ci ha spinto a darci una mano a vicenda per la pronuncia e l’espressione del testo.

Interpreti anche Il Lamento dei Mendicanti, un brano che veicola un tema sociale molto forte. Come e perché avete scelto questo pezzo?
Ricordo benissimo come è andata: lavoravamo divisi in gruppi di ricerca e io, come altri, ero avvantaggiato perché mi trovavo nel gruppo che si occupava anche della mia regione di provenienza. Scorrendo su internet è saltato alla mia attenzione questo brano di Matteo Salvatore, un cantore della mia terra, e ha subito conquistato non solo me ma anche Tosca e Piero Fabrizi. In particolare ci ha colpiti quel riff di chitarra, così desolante, con lo strumento quasi scordato, che trasmette la sensazione di trovarsi un mondo arido, fatto di polvere, di arsura: ci ho visto l’immagine, quasi cinematografica, di un mendicante nelle ore più calde della giornata. Il contenuto sociale poi è stato importante per contribuire a veicolare alcuni temi che lo spettacolo sviluppa, come quello dei migranti, di coloro che hanno lasciato la propria casa d’origine per andare in America o al Nord, e la mia terra è piena di questa gente.

Nel tuo percorso artistico non è nuova l’attenzione a temi sociali e alla condizione della tua terra d’origine. Secondo te qual è allora il valore sociale, oltre che culturale, di un progetto come Viaggio in Italia?
Secondo me l’importanza del progetto da questo punto di vista sta nel fatto che non si tratta, come a prima vista potrebbe sembrare, tanto e solo di un excursus temporale, attraverso canzoni che vanno dai secoli passati a epoche più recenti, ma anche e soprattutto di un incontro sul piano spaziale: il progetto infatti vuole coinvolgere e coniugare ritmi e tradizioni di terre differenti, per dimostrare come la nostra cultura sia la più eterogenea che si possa immaginare. A prescindere da qualunque ideologia penso sia utile, in un momento come quello attuale, dove si rivendicano determinate e specifiche “radici” da parte di chi vive in un territorio, ricordare come il nostro patrimonio sia molto più eterogeneo di quanto non si pensi.

Come si svilupperà da qui in avanti il lavoro del collettivo? Avete già in mente progetti futuri?
Credo innanzitutto che continueremo a lavorare sullo spettacolo, per farlo conoscere a chi non ha avuto modo di vederlo e ascoltarlo: cercheremo altri teatri e date e ci concentreremo su questi. Dopodiché esploreremo altre possibilità, compreso il lavoro di cantautorato inedito, visto che il nostro collettivo è formato da cantautori oltre che da interpreti: non sarebbe male costruire insieme un percorso di musica inedita da portare in giro.

Foto copertina: Manuela Ferro

Emanuele Bucci 28/07/2019

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