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Mercoledì, 21 Novembre 2018 14:21

Le migliori sette produzioni di Next 2018

MILANO – L'importanza di Next, la vetrina del teatro lombardo, è che puoi gustare e vedere e assaggiare stralci (20 minuti) delle produzioni che verranno. Tutti i teatri lombardi, Milano ovviamente la fa da padrona, mostrano alcune parti delle novità che dovranno debuttare, da bando, entro il maggio dell'anno successivo. Il clima è un bel momento di unificazione, di scambi, di visione del lavoro altrui per una due giorni che fa da collante senza competizioni. Anche se una commissione giudicatrice stabilirà quanto premio di produzione assegnare ad ognuna delle opere scelte, finanziate dalla Regione Lombardia e dalla Fondazione Cariplo. Next è il teatro che verrà, ma il futuro, come sempre, è già qui. In questi momenti di condivisione già si può capire dove sta andando la stagione e cosa ci interesserà maggiormente seguire durante l'anno, insomma un giusto annusare l'aria, un modello che potrebbe essere esportabile ad altre regioni. Sui ventisei progetti scelti, tredici al giorno, una vera e propria maratona visiva, sono sette le pièce sulle quali ci siamo soffermati e che meriteranno certamente uno sguardo più approfondito quando debutteranno. Ed anche allora ci saremo per confermare o meno questo nostro primo giudizio positivo. Quindi segnatevi i titoli e cercateli, i boccioli diverranno fiori, si apriranno in tutta la loro forza e poesia, potenza e profondità.Atir.jpeg

L'Atir di Serena Sinigaglia è una garanzia di quel mix di intrattenimento alto, commozione, riflessione sull'oggi: “Aldilà di tutto” (supervisione di Arturo Cirillo) ci parla di malattia, di morte, di come sopravvivere senza farsi schiacciare dalle brutte notizie, di depressione. E ci mette di fronte, per chi ancora non le conoscesse, a due grandi interpreti, che qui collimano perfettamente, la forza di Chiara Stoppa e la delicatezza, tra lo svampito e l'indecisione all'ennesima potenza, della meravigliosa Valentina Picello (ci ha fatto venire in mente come movenze Angela Finocchiaro), ora nervosa adesso paranoica, spassosa e piacevole quanto paurosa, puntualmente sopra le righe per delineare questo nostro tempo fatto di up and down, di paure straordinarie e di eccezionali eccessi, comica nel dramma, senza mai scivolare né scadere nel ridicolo e nel grottesco.

Sul fronte brillante il Teatro Binario 7 ci porta in un interno durante la notte di Capodanno, una di quelle serate dove tutto può accadere, dove tutto è lecito, anche non sapere che cosa è successo. Un gioco da tavolo dà il titolo a questo “Sognando la Kamchatka” (ndr. foto di copertina), pensando a quella penisoletta inutile e periferica che a Risiko significava la vittoria schiacciante sugli avversari e parafrasando quel “California dreaming” delle Mamas and Papas che evocava altri desideri, altre speranze. Qualche maschio contemporaneo, deluso, frustrato, lasciato dalla fidanzata, bambini cresciuti, bugiardi, irresponsabili, soprattutto soli, traditori, si ritrovano a casa di uno di loro (emerge Marco Ripoldi); la notte è uno sfacelo tanto che la mattina l'appartamento è distrutto e uno di loro giace senza vita. Nessuno si ricorda niente. Ci ha molto ricordato la pellicola “Una notte da leoni”.

Visite.jpgSi stringe il cuore davanti alle “Visite” dei Gordi (prod. Franco Parenti) che abbinano un teatro fatto di piccoli grandi gesti simbolici ad un'immensa delicatezza e commozione miscelando il tempo che fu da giovani con il presente da anziani, rallentati, pieni di acciacchi, dimenticanze, debolezze. I due piani temporali si sommano, si aggrovigliano, si intersecano tra queste facce allegre e frivole e spensierate con tutta la vita davanti e queste maschere (di Ilaria Ariemme) rugose e prossime all'addio. La musica alta ed eccessiva di certi party tra alcool e baci rubati fanno da contraltare ai piccoli passi strusciati, alle cose perdute, ai lunghi silenzi della terza età: la vita è un soffio, ma i respiri continuano a risuonare nelle stanze che li hanno abitati.Sinisi.jpg

Squadra che vince non si cambia, e allora Elsinor si affida al team, capitanato da Michele Sinisi, che negli ultimi anni ha sfornato “Miseria e Nobiltà”, “I Promessi Sposi” e “La masseria delle allodole” e che adesso si getta a capofitto nel “Sei personaggi” pirandelliano. I lavori di Sinisi e Asselta hanno sempre nel caos controllato il loro punto di forza e perno sul quale tutta la struttura di testo e attoriale ruota, s'impenna, si ribalta. Ed è una festa del teatro (sicuramente i 20 minuti più esplosivi di questo Next), una sarabanda di video e musica, arrivi e risse, una diretta facebook, recensioni lette, una banda che suona l'hip hop e David Bowie. In tutto questo teatro nel teatro nel teatro con gli attori che interpretano se stessi ma anche i “personaggi”, in questo carnevale inaspettato e imprevedibile si perde la rotta, ci si trova felicemente naufraghi, dispersi, rapiti. La curiosità sarà quella che ad ogni replica saliranno sul palco attori colleghi che metteranno la maschera di se stessi. Così per complicare ulteriormente, gioiosamente, i vari piani: la realtà è già teatro, il teatro è là fuori.

Queen Lear.jpgDolcemente tempestose sono le Nina's Drag Queen che trasformano il “Re Lear” shakespeariano in “Queen LiaR” (prod. Teatro Carcano) attualizzando la vicenda e portandola, ovviamente al femminile, en travestì, nei loro costumi eccessivi e luccicosi, ad un oggi tutto nostrano. Tre sorelle e una madre anziana (in coppia di fatto con una vicina) il tutto infarcito di frasi delle canzoni pop anni '80 che abbiamo tutti tatuate nel nostro dna, ritornelli strazianti e sdolcinati, rime iperboliche e desideri inaccessibili e sopra ogni cosa questo amore contro tutto e contro tutti. Le due sorelle più grandi che professano, ma soltanto a parole, il loro grande amore per la madre, la terza viene rinnegata perché non riesce ad arrivare alle vette dialettiche delle sorelle esagerate e menzognere. Ed eccoci a far rimbalzare La Cura e cantare “Insieme a te non ci sto più”; con Gloria Gaynor Shakespeare duetta alla perfezione.

Sempre interessanti e intelligenti sono le riflessioni, mai provocazioni, di Bruno Fornasari e Tommaso Amadio ed anche stavolta hannoLa prova - Filodrammatici.png mostrato tutta la loro cifra e carica con il nuovo “La Prova” (prod. Filodrammatici). Proprio nel bel mezzo del #metoo, il movimento femminista sollevato da Asia Argento, il regista e l'attore milanesi sono i primi maschi, etero, a prendere posizione attraverso l'arte e vedere il processo, i suoi estremi, le sue derive, le sue problematiche, invece di fermarsi alle accuse, di puntare il dito ed incolpare che sembra diventato lo sport preferito dai leoni da tastiera che, per invidia e molto spesso per insoddisfazione e frustrazione, vogliono vedere tutti gli altri, giustificando invece sempre se stessi, dietro le sbarre e puniti. Una donna sostiene che il capo le ha messo una mano sulla spalla, una spalla nuda di un vestito da sera scollato. C'è chi dice che non è niente e chi vede il gesto come aggressivo, una vera e propria prevaricazione e violenza sessuale. Perché ormai la diffamazione fa già processo ed è già di per sé condanna. Il bello, il brutto semmai, è che è l'uomo a dover produrre “La prova” della sua innocenza, una prova per sconfessare la calunnia accusatrice, una prova forse impossibile da mostrare: povero maschio etero sei diventato la minaccia di questo mondo che ci vuole asettici, privi di relazioni: castrando l'uomo le donne saranno più contente?

Ufilippo-renda.jpgno dei mali del nostro contorto tempo sono le “Fake” news, quelle notizie false che girano sul web e sui social network che mutano la percezione del reale e che, se diventano virali, cambiano la realtà in maniera indissolubile sostituendo la verità con altre interpretazioni che spesso hanno secondi fini, soprattutto politici. Il discrimine ormai su che cosa è reale e cosa non lo è è nebuloso e alquanto difficile da poter determinare. L'uomo non può non credere a niente, a qualcosa deve affidarsi, di qualcosa deve fidarsi. Ma se la televisione è di parte, i giornali parziali e partigiani, il web è prezzolato e finanziato da editori che hanno i loro interessi, la vita per il cittadino medio diventa impossibile. Il testo di Valeria Cavalli e Filippo Renda (anche in scena e in regia; prod. Manifatture Teatrali Milanesi) mette in scena una storia vera (vera?, non è dato saperlo): un'intervista ad una donna che ha vinto una somma spaventosa al jackpot nazionale e che ha stracciato il suo biglietto perché quella cifra l'ha spaventata e avrebbe cambiato per sempre la sua semplice grama esistenza. La signora, dalla vita grigia, ha anche scritto la sua esperienza sui social venendo aggredita, anche minacciata pesantemente, perché oggi rifiutare 40 milioni di euro con la fame e la povertà, o la voglia di lusso indotta proprio dai social, che c'è in giro è sembrato un affronto incolmabile. Una fredda intervista con questa piccola segretaria dove il pubblico sarà interattivo: che cos'è la verità? Quello a cui crediamo.
Sette come i vizi capitali, sette come le meraviglie, sette come i nani, sette come il teatro che verrà. Voglio vedere come andrà a finire, cantava il Vasco che andava al massimo.

Tommaso Chimenti 21/11/2018

 

SAN MINIATO - “Mi hanno sepolto, ma quello che non sapevano, è che io sono un seme” (Wangari Maathai).
Il silenzio degli innocenti. E' passato un secolo, cent'anni di solitudine, e ancora il cosiddetto “Primo Mondo” non si è messo d'accordo per certificare le atroci barbarie commesse su un popolo, gli Armeni.Come se mettere nero su bianco e sottoscrivere un termine, da più parti negato, “genocidio”, possa o meno alleviare sofferenze, sminuire morti e diaspora, far tornare indietro il ticchettio del tempo. Da37395417_1898062387160435_8487930256886333440_o.jpg una parte l'Impero Ottomano, di religione musulmana, dall'altra gli armeni, cristiani. Un milione e mezzo di decessi, di assassinii, se non è genocidio questo, se questo è un uomo. Cento anni e ancora la questione scotta e brucia (il recente scontro proprio sul tema tra Erdogan, padrone della Turchia, e Papa Bergoglio) e alla quale la scrittrice Antonia Arslan ha tentato di dare il suo contributo, dall'interno, raccontandoci “La masseria delle allodole”, una sorta di notte dei cristalli che andava a scardinare e frantumare la convivenza dei popoli e delle culture nella Turchia dell'inizio del secolo scorso. E dopo il trattamento cinematografico dei Fratelli Taviani adesso è il regista Michele Sinisi a dare voce alla scena grazie al Dramma Popolare in quel solco consolidato di classico e contemporaneo.

Già nel recente passato, in teatro, siamo stati testimoni di altre documentazioni artistiche sul genocidio armeno, dal “7th sense” coreografia di Angela Torriani Evangelisti per Versiliadanza a “La bastarda di Istanbul” di Elif Şafak con Serra Yilmaz produzione Pupi e Fresedde o ancora il vibrante “Armine, sisters” dei polacchi Teatr Zar, visto all'interno di “Fabbrica Europa” alla Stazione Leopolda fiorentina. Sinisi, partito agli esordi dal minimalismo del Teatro Minimo di Andria quando faceva coppia con Michele Santeramo, nelle ultime stagioni ha infilato una serie (sempre 37398826_1898064330493574_3604489240890572800_o.jpgsostenuto da Elsinor Centro di Produzione teatrale) di grandi regie, produttivamente impegnative, corpose, piene (stavolta quattordici attori in scena). L'impianto attoriale è quello collaudato e che ha ben funzionato in “Miseria e Nobiltà” e che ha retto l'urto ne “I Promessi Sposi”. La sfida con “La masseria delle allodole” era notevole, partire dal romanzo senza riproporlo, soppesare la pellicola tradendola con un linguaggio a più piani, sfaccettato, come un caleidoscopio che declina sentimenti, passaggi, atmosfere, miscelando temporalità, zoomando ora su un quadro, adesso potenziando una scena.

Che poi “masseria” è molto simile come assonanza (non etimologicamente) a “massacro” e queste due anime, così lontane e qui così vicine, hanno stessa cittadinanza sul grande palco in Piazza del Duomo; in un andamento armonico e altalenante, anche disturbante, che tiene sulla corda e frigge, ci accompagna in una scena casalinga, un interno di festa familiare di stampo bucolico, con scherzi e screzi, rincorse e progetti per il futuro buttate su un tavolo da Ultima Cena leonardiana (le scene sono di Federico Biancalani, colorate e barocche, nell'accezione positiva del termine, spunta un barbecue e una scultura ad albero di vassoi e abiti che sembrano impiccati) ora predisposto per il banchetto adesso ripiano da obitorio, autopsia o sudario di morte. Per contrasto e frattura dalla serenità all'angoscia, dentro una violenza acida, arida, nera, buia37412568_1898063997160274_4339443451876605952_o.jpg come la cieca foga discriminante, annientante, distruttiva del Potere nei confronti delle minoranze. Sinisi (coadiuvato nella drammaturgia dalla fidata penna di Francesco Asselta) ha le redini del play e usa e sfrutta e dirige (sempre in scena kantorianamente, silente s'aggira) e ha in pugno saldamente la situazione piena di rimandi, di segni contemporanei, di affreschi, citazioni e tocchi, destabilizzanti e divertenti: i video, le foto tra i protagonisti, i microfoni, la presa diretta con la “giraffa” come se stessero girando un reality, la voce roca e sensuale di Roberto Latini, Aznavour, Antony and the Johnsons, corsi di cucina come se fossero a Masterchef o La prova del cuoco, Romeo e Giulietta miscelato con Lady Gaga in un frullatore spietato che pungola, tiene lo spettatore attivo e partecipativo e non può lasciare indifferenti.

La festa della domenica schiamazzante dove i sorrisi si sprecano (l'esperienza di Stefano Braschi emerge) mentre dall'altra il nero cupo pece del generale che impartisce ordini duri e senza empatia (buona prova, statica ma vigorosa, dell'infortunato, ingessato al piede, Ciro Masella tra Crudelia Demon e l'istruttore di “Full metal jacket”) al colonnello (Marco Cacciola energico e febbrile; ci sono venute in mente le ballate “La guerra di Piero” di De Andrè e “Il mio nemico” di Daniele Silvestri), l'unico che ha ripensamenti, dubbi, sensi di colpa, domande laceranti. Da sottolineare la voce di Adele Tirante con l'aria “Lascia ch'io pianga” da palpiti mentre dall'altra parte i militari (con caschi da celerini, la mente va inevitabilmente al tristemente celebre G8 genovese ma anche a pellicole cult come “I Guerrieri della notte”, “Funny Games” o “Arancia 37575253_1898060237160650_5956649787309686784_o.jpgmeccanica”) narrano la ferocia bruta, le torture e le brutture perpetrate in un contrasto che fa fremere e tremare tra una Pietà michelangiolesca e l'immagine-foto simbolo di Aylan, il bimbo siriano trovato annegato su una spiaggia. Lascia il segno anche Gianni D'Addario nel suo monologo sgrammaticato, dislessico, gramelot intenso e drammatico, sentito e vivo, grondante e toccante (ci ha riportato alla mente l'emigrante Ametrano in “Bianco, Rosso e Verdone” nel suo sfogo quando torna al paese per votare). Lo specchietto per le allodole è una trappola dalla quale il povero uccello, che canta, che fa poesia e che dona bellezza, non riesce a scappare.

“La masseria delle allodole” dall'omonimo romanzo di Antonia Arslan. Produzione: Elsinor Centro Produzione teatrale, Arca Azzurra Teatro, Fondazione Istituto Dramma Popolare; elaborazione drammaturgica Francesco M. Asselta e Michele Sinisi; scene Federico Biancalani; costumi Elisa Zammarchi; luci Federcio Biancalani e Michele Sinisi; aiuto regia Nicolò Valandro; regia Michele Sinisi; con: Stefano Braschi, Marco Cacciola, Gianni d'Addario, Marisa Grimaldo, Giulia Eugeni, Arsen Khachatryan, Ciro Masella, Stefania Medri, Giuditta Mingucci, Donato Paternoster, Roberta Rosignoli, Michele Sinisi, Adele Tirante.
Visto a San Miniato il 25 luglio 2018.

Tommaso Chimenti 26/07/2018

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